Eleonora d’Arborea raccontata da Bianca Pitzorno: le grandi donne di Sardegna ieri e oggi

Di Andrea Carria

 

Fra le narrazioni che la storia d’Italia stenta a ricordare esistono vicende davvero sorprendenti. Una di queste ha per protagonista Eleonora d’Arborea (1347 circa – 1404 circa), una delle figure più studiate e amate della storia della Sardegna, la quale ha trovato l’aedo perfetto in un’altra donna sarda, Bianca Pitzorno (Sassari, 1942), la maggiore autrice italiana di racconti per ragazzi.

La prima edizione di Vita di Eleonora d’Arborea. Principessa medievale di Sardegna è del 1984, ma le importanti scoperte avvenute nel frattempo hanno via via permesso alla Pitzorno di consegnare alle stampe edizioni sempre più ricche e documentate del proprio libro (la mia edizione è quella del 2010 della collana Oscar Mondadori). Già, perché di Eleonora d’Arborea si continua comunque a sapere poco. Gli archivi (o meglio, quello che ne è rimasto) esitano a fornire informazioni e dettagli sulla sua vita e l’unica immagine che possediamo di lei è un bassorilievo rovinato dal tempo nella chiesetta gotica di San Gavino, fuori Oristano. Così, fatta piazza pulita delle leggende, per riempire i numerosi vuoti che restano fra un documento e l’altro, il biografo è costretto a dedurre da fonti secondarie e, perché no?, a immaginare. Come? Nel caso di Bianca Pitzorno, grazie a una perfetta consapevolezza storica, proponendo più ipotesi verosimili per lo stesso scenario e narrando alla stregua di un romanzo, senza tuttavia scivolare nelle rappresentazioni romantiche più scontate.

Rappresentazioni alle quali la figura di Eleonora ha più volte prestato il fianco; come per esempio durante il Risorgimento, quando nei quadri veniva rappresentata nei panni di una Giovanna d’Arco sarda che imbracciava le armi per difendere l’indipendenza della propria terra. Niente di più lontano dal vero. Pur immaginando a sua volta, la Pitzorno ha infatti restituito Eleonora al contesto sociale e politico che con ogni probabilità più le apparteneva, consegnando alla divulgazione storica il ritratto di una donna determinata e indipendente, in grado di trattare da pari con gli altri regnanti dell’epoca e, comunque, molto più votata all’attività legislativa che al mestiere della guerra.

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Eleonora fu una giudicessa amata e rispettata dai propri sudditi, tuttavia nessuno alla sua nascita avrebbe potuto prevedere per lei un futuro da regnante. Eleonora era infatti una delle figlie minori del giudice Mariano IV d’Arborea (1317-1375), della dinastia dei De Serra visconti di Bas. I De Serra erano una delle più potenti famiglie della Sardegna e da quasi due secoli erano a capo del giudicato d’Arborea (uno dei quattro giudicati in cui in passato era stata divisa l’isola), un regno nei fatti autonomo anche se formalmente vassallo del re d’Aragona dopo che papa Bonifacio VIII (lo stesso dello schiaffo di Anagni), nel 1297, lo aveva consegnato in feudo a Giacomo II il Giusto. Creando il Regno di Sardegna e Corsica, il papa aveva trattato la Sardegna come se fosse completamente priva di un proprio ordinamento politico, ignorando che i primi giudicati risalivano al tempo in cui sull’isola si dissolse il dominio bizantino e che quindi avevano dalla loro parte una storia e una tradizione secolari, e questo i De Serra Bas non potevano permetterlo. Soprattutto non potevano accettare che la loro dinastia, una monarchia ereditaria a tutti gli effetti, venisse declassata a vassalla di qualcun altro, e fino alla loro estinzione avrebbero combattuto per rivendicare il proprio status di sovrani, pretendendo che gli aragonesi rinunciassero alle proprie mire sull’isola e iniziassero a trattarli da pari.

La capitale del giudicato (Logu) — il cui stemma era un albero sradicato (arbor) in campo bianco — era Oristano, ed è lì, in uno stato di continua alternanza fra guerra e tregua, che Eleonora e i suoi fratelli trascorsero l’infanzia e parte della giovinezza. Alla morte di Mariano, a cui si deve il periodo più prospero per il giudicato, la Corona de Logu passò al figlio Ugone III, il quale, a causa dello stato di guerra permanente e del malcontento generale degli abitanti, finì però assassinato. In mancanza di eredi diretti, Eleonora, che intanto si era sposata con Brancaleone Doria (noto anche come Brancadoria), rivendicò la Corona de Logu. Non per lei, ma per il figlio Federico, in quanto secondo le regole dinastiche del giudicato una donna poteva ambire alla Corona de Logu soltanto come reggente, in attesa che il giudice arrivasse alla maggiore età.

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Con Eleonora l’Arborea ritrovò la prosperità perduta. La guerra contro l’Aragona continuava, ma non gravava più sul popolo come ai tempi di suo fratello Ugone. Dopo un lungo periodo di prigionia, Brancaleone si mise a capo dell’esercito giudicale e tenne in scacco Cagliari, Alghero e le altre fortezze aragonesi rimaste sull’isola (ormai quasi tutta in mano arborense), impedendone i rifornimenti provenienti da Barcellona via mare. Intanto a Oristano, nel cuore del giudicato, Eleonora si era stabilmente insediata sul trono e poteva dedicarsi alla sua gente. Nel 1392 la giudicessa promulgò la Carta de Logu, una raccolta di leggi che integrava il precedente codice varato da Mariano e che, in determinati ambiti, introduceva principi giuridici sorprendentemente avanzati per il tempo. La Carta era scritta in lingua sarda, si estendeva a tutti i territori controllati dall’Arborea e i capi delle curatorie avevano l’obbligo di procurarsene una copia a proprie spese. L’aderenza delle leggi di Eleonora alla condizione politica, economica e sociale della Sardegna del tempo era così precisa che la Carta de Logu era destinata a sopravvivere allo stesso regno d’Arborea: nel 1421 gli aragonesi, divenuti intanto gli unici padroni della Sardegna, la estesero infatti a tutta l’isola, dove rimase in vigore fino al 1827, quando i Savoia la sostituirono con i propri statuti.

L’Arborea e la Sardegna si identificavano così profondamente con la dinastia dei De Serra Bas che non seppero resistere alla fine della famiglia giudicale. Quando Eleonora morì — presumibilmente nel 1404 a causa della peste — si aprì una crisi successoria fatta di tradimenti e omicidi. Il figlio Federico era morto bambino anni prima e il secondogenito della giudicessa, Mariano V, fu probabilmente ucciso da Brancaleone, che ne era padre solo formalmente. Fu allora che i sardi — già riuniti in una forma di proto patriottismo noto nei documenti come nación sardesca — offrirono la Corona de Logu a Guglielmo III visconte di Narbona, nipote della sorella di Eleonora, Beratrice, l’ultimo De Serra Bas ancora in vita. Fu un giudicato estremamente breve, quello di Guglielmo, il quale, dopo la sconfitta nella battaglia di Sanluri (1409), se ne tornò in Provenza con la coda fra le gambe, lasciando l’isola alla mercé degli aragonesi. Pochi mesi dopo, Oristano si consegnò spontaneamente al nemico, l’esperienza della nación sardesca si dissolse come neve caduta troppo presto e nel 1410 il giudicato d’Arborea non esisteva già più.

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Monumento a Eleonora d’Arborea a Oristano

Nel libro di Bianca Pitzorno viene raccontata questa storia completa di tutti i suoi dettagli e intrighi. Il regno d’Arborea è lo scenario che abitano Eleonora, Brancaleone, Mariano e gli altri protagonisti, ma non è il solo. Pari importanza è infatti assunta anche dalla città di Barcellona, dove la Pitzorno conduce il lettore alla scoperta della vita che si svolgeva alla corte degli avversari dei De Serra Bas. Nel libro, la prospettiva sarda e quella catalana si alternano a vantaggio di una ricostruzione storica più ampia e articolata, che ha fra i suoi scopi anche quello di restituire l’immagine di un regno, quello d’Arborea, saldo, indipendente, prospero e ben inserito all’interno della politica internazionale dell’Europa del Basso Medioevo. Gli stessi rapporti con il regno d’Aragona hanno costretto la Pitzorno ad allargare i confini spaziali e temporali del proprio racconto. Tra Oristano e Barcellona sono infatti esistiti anche periodi di pace e alleanza (Mariano, il padre di Eleonora, era stato educato alla corte del re Alfonso IV e sua madre, Timbors de Rocabertí, proveniva dalla nobiltà catalana), ricchi di legami parentali quanto di scambi economici e culturali; legami e scambi così profondi che il loro ricordo avrebbe poi influenzato direttamente le modalità in cui i due stati si fecero la guerra, vale a dire più come avversari degni di rispetto che come acerrimi nemici da neutralizzare a ogni costo.

La biografia di Eleonora scritta da Bianca Pitzorno è un libro di storia che si legge come un romanzo. Il gusto letterario dell’autrice si ritrova a ogni pagina, a ogni frase, e la sua cura per i particolari aiuta chi legge a destreggiarsi fra le contorte genealogie delle due case regnanti. L’unica cosa che a parer mio manca al suo racconto è una descrizione di Oristano. Che città era la capitale del giudicato al tempo del suo massimo splendore? Chi ci viveva e in quanti erano? Le sue strade e i suoi edifici erano come quelli delle città del continente (Terramaggese) o avevano un carattere proprio? Da curioso di città, avrei gradito avere maggiori informazioni sullo scenario in cui collocare i personaggi di questa storia, tuttavia è assai probabile che se la Pitzorno, laureata in archeologia, non l’ha fatto è dipeso dalla mancanza di fonti (mi stavo infatti dimenticando di dire che gli archivi della cancelleria di Oristano sono andati completamente distrutti), e che se proprio doveva immaginare qualcosa, allora, da buona biografa, era preferibile che lo facesse per lei soltanto, per Eleonora.

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Teorie della compossibilità in Leibniz e Deleuze: è davvero questo il migliore dei mondi possibili?

Di Andre Carria

 

La filosofia, si sa, ha il proprio lessico e se si desidera intraprenderne lo studio una delle prime cose da fare è alzare le mani e rassegnarsi alla creatività linguistica dei filosofi. Purtroppo non tutti sono in possesso dell’estro giusto, ma questo non li ha mai distolti dall’inventare parole nuove per i loro concetti. Tra i maggiori filosofi inventori di parole vi è Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716), sotto al cui copyright troviamo termini assai fortunati come per esempio monadologia e teodicea. Anche compossibile è una parola leibniziana, ma a differenza delle altre non è stato lui a inventarla. Questo aggettivo esisteva già nella filosofia scolastica, e venne usato sia da Duns Scoto che da Tommaso per esprimere il concetto di qualcosa che si rende possibile all’interno di un sistema per il fatto di non porsi in contraddizione con gli elementi che lo compongono. Partendo dal significato letterale di possibile con, Leibniz utilizzò l’aggettivo compossibile e il sostantivo compossibilità da esso derivato per illustrare la sua teoria del migliore dei mondi possibili.

Questa teoria è tanto famosa quanto spesso banalizzata. Buona parte di responsabilità va senz’altro attribuita a Voltaire, che nel Candide ne fece il ritornello preferito da Pangloss, il precettore-filosofo che rappresenta giustappunto una riuscitissima parodia del pensiero leibniziano. In realtà la teoria originaria è tutto l’opposto di un bell’aforisma e rappresenta invece il punto d’arrivo di un ragionamento rigoroso e articolato, dove Leibniz fornisce un assaggio anche delle sue elevatissime competenze logiche e teologiche.

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William Blake, The Ancient of Days (1794)

Siamo nella Teodicea (1710), una delle sue opere più importanti, e verso la fine del libro Leibniz si mette sulle tracce del ragionamento che ha portato Dio alla creazione del mondo. La sua concezione della divinità affina un’idea presente già in Descartes e in Newton, e in generale molto diffusa in tutta la filosofia meccanicistica moderna, secondo la quale l’agire di Dio sarebbe molto simile al lavoro di un grande orologiaio che ha dotato l’universo di tutte le leggi necessarie al suo corretto funzionamento. Al Dio orologiaio, Leibniz preferisce però l’immagine di un Dio architetto che, più di regolare, pianifica nella propria mente l’ordinamento che avrà il mondo in ogni suo dettaglio. È a questo punto che entra in gioco il concetto di compossibilità: per Leibniz, infatti, il mondo è un insieme regolato dove accadono soltanto cose compatibili fra loro e che non si escludono l’un l’altra. Non solo a livello logico, dove vige il principio di contraddizione, ma anche a livello ontologico, dove ogni individuo o «sostanza individuale» presuppone un «concetto completo» di sé. Vale a dire? Vale a dire che ogni individualità o soggetto contiene il concetto delle sue azioni o predicati. Per esempio, spiega Liebniz, il soggetto Adamo contiene il predicato peccare, mentre il soggetto Cesare contiene il predicato attraversare il Rubicone. Alla luce di queste considerazioni, la definizione che può essere data al concetto completo è una sorta di summa che contempla tutto quello che può essere affermato come vero rispetto a ciascuna individualità. È dunque per il fatto che i concetti completi di due individualità distinte non possono contraddirsi l’un l’altro senza venire meno alla definizione stessa di concetto completo, e quindi alla veridicità di entrambe, se nel mondo non possono co-esistere due cose in contraddizione fra loro.

Il rigore di questa impostazione logica porta verso il disciplinamento di un’altra idea cara alla filosofia moderna, secondo la quale tutto ciò che è possibile alla fine accadrà; falso, risponde Leibniz: accadranno soltanto quelle cose che fra loro sono compossibili. Il che non significa negare a tutte le altre cose la possibilità di succedere, ma soltanto di escluderla in questo mondo, il nostro. Negli altri mondi, dove Dio ha previsto leggi differenti, accadranno cose diverse, ma sempre tutte compossibili le une con le altre. Vediamo nello specifico di cosa si tratti tornando alla Teodicea.

Nella mente di Dio non esiste un solo mondo ma tanti, tantissimi… infiniti! Sono disposti a piramide e nel vertice è collocato il più perfetto di tutti; scendendo, ovviamente, la perfezione diminuisce. Quando si parla di infiniti mondi, non è forse superfluo specificare che Leibniz non pensa a nessuna realtà aliena o a cose hollywoodiane di questo tipo (che poi la sua filosofia abbia avuto la sua parte nello sviluppo del genere fantascientifico è un altro discorso…). Per usare una terminologia più attuale, essi assomigliano di più a quello che noi definiamo realtà, dimensioni o mondi paralleli. Nel nostro Adamo che ha disubbidito a Dio mangiando la mela, in un altro no; qui da noi Cesare ha attraversato il Rubicone e conquistato il potere, in un altro non si è mai ribellato al Senato. Come ciò sia possibile lo abbiamo visto prima: dipende dal concetto completo posseduto dalle individualità, che è diverso in ogni mondo.

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Ma che motivo ha il Dio di Leibniz di pensare così tanti mondi? Risposta: per rivendicare la sua libertà di scelta; se infatti ce ne fosse stato solo uno e Dio avesse voluto passare alla creazione, la sua libertà (che è illimitata) si sarebbe ridotta a un misero aut aut fra crearlo oppure non crearlo.

Altra domanda: allora è davvero il nostro il migliore dei mondi possibili? Sì e no. Il nostro mondo, l’unico effettivamente creato da Dio giacché gli altri sono rimasti idee nella sua mente, possiede delle caratteristiche che gli hanno fatto guadagnare l’esistenza perché lo rendono più perfetto degli altri; tra queste caratteristiche vi è la semplicità delle leggi naturali che lo governano, il numero di fenomeni e la grande eterogeneità di individui che lo popolano.

«In tal modo si ottiene la maggiore varietà possibile, ma col maggiore ordine possibile, che è quanto dire si ottiene la maggior perfezione possibile.»

Non è perfetto al grado assoluto, ideale, ma, dati tutti gli elementi che lo compongono, le relazioni fra di essi, il principio di compossibilità che mette armonia fra le cose rendendo ciascuna «uno specchio vivente e perpetuo dell’universo», nonché il fatto che Dio abbia comunque scelto di creare proprio queste individualità invece di altre, bisogna convenire che Lui abbia effettivamente foggiato il migliore fra i mondi che erano possibili.

«Ora questo collegamento o questo adattamento di tutte le cose create a ciascuna e di ciascuna a tutte le altre, fa sì che ogni sostanza semplice ha dei rapporti che esprimono tutte le altre e che, per conseguenza, essa è uno specchio vivente e perpetuo dell’universo.»

Negli anni ’60, Gilles Deleuze (1925-1995), uno dei commentatori più originali di Leibniz, ha ripreso il concetto di compossibilità e lo ha integrato nelle sue riflessioni sul molteplice (per lui il mondo è un insieme di molteplicità coesistenti che intrattengono fra loro vari tipi di rapporti). La parola ricorre nei suoi libri ed è stata argomento dei suoi corsi universitari. Nel saggio del 1969 Logica del senso, Deleuze disegna un percorso davvero molto complesso attraverso trentaquattro serie di paradossi (filosofici, letterari, psicanalitici). L’analisi viene svolta da una prospettiva che risente notevolmente dell’impostazione strutturalista benché Deleuze, libero pensatore per antonomasia, non ne abbia mai fatto completamente parte.

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Come sappiamo, lo strutturalismo inserisce l’oggetto dell’analisi all’interno di una struttura – né reale né immaginaria, direbbe lo stesso Deleuze – fatta di simboli, posizioni, rapporti differenziali e seriali. Le cose non possiedono un senso intrinseco a priori, ma questo viene conferito loro dalla posizione che occupano all’interno della struttura, dove si determinano e avvengono tutti i rapporti fra di esse. I rapporti fra le cose, o relazioni, sono più importanti delle cose in sé, in quanto è grazie alle relazioni e al loro continuo mutamento che gli oggetti divengono concetti e possono essere definiti. A loro volta, le relazioni sono raggruppabili in serie di eventi che ripudiano la successione cronologica tradizionale che conduce verso lo storicismo. La struttura, infatti, non deve essere pensata come un albero con la sua gerarchia unidirezionale, ma come una rete che si allarga sulla superficie (rizoma), privilegiando le connessioni multiple e la continuità spaziotemporale fra le serie, le quali possono ovviamente intrattenere relazioni le une con le altre. Perché ci sia relazione, è comunque necessario che gli elementi di una o più serie siano compatibili fra loro, ed è qui che Deleuze rispolvera il concetto di compossibilità:

«Il mondo espresso è fatto di rapporti differenziali e di singolarità attenenti. Esso forma precisamente un mondo nella misura in cui le serie dipendenti da ogni singolarità convergono con quelle che dipendono da altre: è questa convergenza che definisce la “compossibilità” come regola di una sintesi del mondo.»

Nei corsi che Deleuze tenne al polo universitario di Vincennes dal 1969, Leibniz e il compossibile sono temi sempre attuali. Su YouTube esistono i video di alcune sue lezioni e spulciando il Web è possibile trovare pure qualche trascrizione in italiano. Una delle più interessanti per il tema di questo articolo è quella del 22 aprile 1980 (trovate il link in fondo all’articolo). Ricorderete che poco fa avevamo lasciato il Dio di Leibniz nel momento in cui aveva scelto di realizzare questo mondo perché era il più perfetto fra quelli che, date le premesse, poteva creare. Riguardo alla perfezione non sapevamo nulla di più, mentre ora, con l’interpretazione fornita da Deleuze, scopriamo che la perfezione a cui probabilmente guardava Dio si riferiva al massimo grado di continuità esistente fra le serie, e che questo a sua volta si fonda sul principio di compossibilità:

«[…] che cos’è un mondo? Un mondo è definito per la sua continuità. Che cosa separa due mondi incompossibili? Il fatto che ci sia discontinuità fra i due mondi. Che cosa definisce un mondo compossibile? La compossibilità di cui è capace. Che cosa definisce il migliore dei mondi? È il mondo il più continuo. Il criterio di scelta di Dio sarà la continuità. Di tutti i mondi incompossibili gli uni con gli altri e possibili in sé stessi, Dio farà passare all’esistenza quello che realizza il massimo di continuità. Perché il peccato di Adamo è compreso nel mondo che ha il massimo di continuità? Bisogna credere che il peccato di Adamo è una formidabile connessione diretta fra il peccato di Adamo e l’incarnazione e la redenzione di Cristo. C’è continuità.»

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La continuità, dunque, è il principio guida di Dio nella creazione del mondo. Egli è un Dio a cui piace variare e che dà grande importanza sia alle proprietà che al numero dei fenomeni; e la loro quantità è inscindibile dal grado di continuità che il mondo può assicurare. Da tutto ciò consegue anche una trasformazione dell’immagine di Dio: non più orologiaio, non più architetto, ma giocatore. Un Dio giocatore che si diverte a trovare la giusta combinazione del mondo, che potrebbe essere la sequenza di mosse più utile per acquisire la maggiore quantità di spazio come negli scacchi, oppure quelle forme (triangoli? rettangoli? cerchi?) tra loro compossibili che gli permettano, al pari di un abile piastrellista, di ricoprire la massima superficie. Senza buchi che interrompano la continuità fra le serie, e con un’aderenza così perfetta fra tutte le parti da non far accorgere l’occhio o il cervello della separazione. Del resto, ci ricorda sempre Deleuze, la continuità, prima ancora di essere estensione, «è una differenza che tende a scomparire».

 

G. Deleuze, “Sur Leibniz”, Corsi Vincennes (22/04/1980)

Sulle orme della Maestra: come Virginia Woolf non ha ancora smesso di darci lezioni

Di Gian Luca Nicoletta
[Se ancora non l’avete fatto, ora potete dare un’occhiata al nuovo indice de Lo Specchio di Ego, dove troverete tutti gli articoli pubblicati divisi per argomento e in ordine cronologico!]

 

Con l’articolo di oggi vorrei parlarvi di un libro che mi è finito tra le mani quando sono andato alla Fiera del Libro di Firenze, a Settembre dell’anno scorso. La fiera era appena alla sua seconda edizione, ma nel complesso si è trattato di un evento davvero ben riuscito e soprattutto con case editrici di qualità.

Una tra queste, La Vita Felice, presentava all’interno del proprio catalogo molti e diversi testi di letteratura, uno dei quali mi ha particolarmente colpito: Leggere, Scrivere, Recensire, di Virginia Woolf. Si tratta di una raccolta di piccoli saggi e lettere, tutti scritti tra il 1919 e il 1939, che ruotano attorno alle tre attività che Woolf considerava essenziali per fare letteratura: appunto leggere, scrivere e recensire. In questo esatto ordine, badate bene, perché ognuna è il preludio all’altra, in un percorso che idealmente va sempre verso l’alto finché non vengono praticate contemporaneamente.
I testi di Woolf costituiscono il cuore della pubblicazione e si trovano al centro. Prima e dopo stanno, rispettivamente, una introduzione di Franco Venturi e una nota al testo di Leonard Woolf. Il fatto poi che Virginia – una tra le icone più brillanti del movimento di emancipazione delle donne – si trovi preceduta e seguita da un uomo è senza ombra di dubbio non voluto dall’editore, che invece è stato estremamente gentile e informato su ogni libro che vendeva di persona.

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fonte: ilcartello.eu

Ebbene, di cosa trattano questi saggi e queste lettere, tolto l’ovvio riferimento ai titoli?
Essi sono il frutto delle riflessioni di Virginia Woolf prima e durante il suo periodo d’oro, in cui partorì capolavori come La Signora Dalloway, o Gita al faro, o ancora Orlando. Il suo impegno e la sua dedizione alla scrittura e alla letteratura furono totali nel senso più ampio e profondo del termine: lei scriveva di tutto, su tutto, e da ogni singolo elemento cercava di trarre uno spunto per illuminare con garbo e intelletto il grandissimo mondo della Letteratura. In questa breve raccolta, i saggi e le lettere sono affrontati con piglio svelto e audace, con una scrittura scorrevole e soprattutto leggera, a metà strada fra la trattazione saggistica e il racconto breve. Come in Una stanza tutta per sé, le nozioni fondamentali che Woolf vuole trasmettere a chi la legge (ovverosia gli elementi tipici del saggio) sono meravigliosamente amalgamati all’interno di una cornice narrativa che vive delle riflessioni e dei gesti di personaggi creati spesse volte ad hoc (elementi tipici del racconto). Sembra a volte di guardare un bellissimo tappeto: da lontano vediamo l’insieme inscindibile di colori e disegni, ma se ci avviciniamo abbastanza possiamo vedere addirittura il percorso di tutti i fili che formano la trama e l’ordito.

Ma veniamo ora alle tre attività di chi vuole fare letteratura: come ho accennato all’inizio, queste hanno un ordine ben preciso e nel corso del tempo devono diventare attività simultanee.
1) Leggere: a quest’attività è riservato il primo saggio-racconto. Se vi aspettate un compendio di romanzi da leggere o di autori da conoscere, siete fuori strada! In questo primo testo, il nodo principale è quello di un gruppo di bambini che, mentre i genitori sono intenti a preparare un pasto festivo, decidono di uscire nella neve per andare a caccia di lucciole.
Siete perplessi? Non preoccupatevi, è l’effetto Virginia. Cos’è che bisogna saper fare per poter leggere bene un libro? Scorrere solamente le frasi dall’inizio alla fine? Di certo non basta: per leggere bene bisogna imparare a osservare i dettagli, le minuzie, il sotterraneo. È esattamente quello che fa la voce narrante del racconto: lei scopre per la prima volta un mondo incantato dietro al fascio di luce della lanterna, alla forma che prende la neve che cade al buio, a come si comporta il bambino più esperto di tutti e diventato capo della spedizione di caccia. Quell’esperienza è una pratica dimostrazione di cos’è la lettura, di come dobbiamo porci di fronte a un testo di cui vogliamo conoscere ogni singolo dettaglio.

2) Scrivere: una volta che abbiamo imparato a leggere, parallelamente a quest’attività, possiamo iniziare a scrivere. Ancora una volta Virginia Woolf ci stupisce parlando apparentemente d’altro: si esibisce infatti in una lettera sull’arte dello scrivere lettere, non romanzi! Ma sebbene ci parli di una scrittura di per sé non creativa bensì informativa, utilizza questi elementi per condurci tramite vie traverse a ciò che le interessava dirci: nel corso del tempo abbiamo assistito alla trasformazione della scrittura. Da che, una volta, le lettere erano scritte bene non solo sintatticamente ma anche graficamente poiché erano destinate a una lettura collettiva, l’avvento delle cartoline (che viaggiavano più veloci) e del telegrafo ha permesso una trasformazione delle lettere che, da pubbliche e informative, sono diventate private e comunicative. Private perché destinate a una sola persona, comunicative dato che erano incentrate sul altri temi quali sentimenti, pensieri, idee intime. Le prime, per la loro natura, arrivavano di per sé stesse a uno stadio molto simile alla pubblicazione di un romanzo o di un racconto, le seconde, per contrasto, trattando argomenti personali ma scritti con maggior sentimento e trasporto, dovevano rimanere celate al pubblico.
Il discorso non punta a decretare un vincitore, ma a fare un quadro chiaro della faccenda. In Woolf non troverete mai discorsi di parte, ma solo analisi terze, che ci mostrano il bello e il brutto di ogni cosa, proprio il lavoro che ogni scrittore e scrittrice dovrebbe fare.

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fonte: National Portrait Gallery, Londra

3) Recensire: in quest’ultima parte del percorso di arriva a parlare di Letteratura! È necessario però fare una piccola specificazione. Nel testo Inglese che si trova a fronte, Woolf usa solo il verbo review, che in Italiano ha una doppia diramazione semantica: da una parte recensire, dall’altra editare. Infatti nella mente di Woolf il lavoro di chi recensisce un libro è uno solo, e non si concentra solo sul giudizio di valore del libro, pubblicando un articolo su di una rivista specializzata, ma si tratta anche del lavoro di edizione del testo, di correzione degli errori, di miglioramento e potenziamento della storia, di vera e propria critica.
Chi recensisce un libro viene qui immaginato, in un mondo ideale in cui scrittore e critico guadagnano ugualmente e possono scrivere ciò che vogliono con i loro tempi e secondo le loro esigenze (argomenti nei quali vedo un chiaro riferimento a Una stanza tutta per sé), come un medico chirurgo. L’autore o autrice presenta al critico il suo testo, proprio nello stesso modo in cui un malato porta il proprio caso al suo medico curante. Questi prendono un appuntamento e, dopo un’analisi franca e scientifica, giungono al miglior modo per risolvere i problemi e rendere più facile la vita del paziente. I due non sono nemici, né antagonisti in qualche modo. Lavorano entrambi a un medesimo fine, che riguarda in pieno le sorti della Letteratura e la sua buona sopravvivenza al mondo che cambia, popolato sempre più (qui si intravede anche una critica sociale) da persone che non sono interessate alla qualità di quanto viene scritto.

Questo è l’affresco che ci viene donato dalla tumultuosa mente di Virginia Woolf. Un affresco in cui chi fa letteratura non ha solo una passione da seguire, ma anche e soprattutto una missione da compiere. «L’arte dello scrivere è un’arte difficile», dice lei a un certo punto dell’ultimo saggio. Chi di noi vuole fare letteratura, in qualsiasi modo, deve tenere conto di queste tre attività cardinali, per difendere la bellezza dei mondi che sappiamo costruire e soprattutto per permettere al fuoco che ci brucia dentro di scaldare e illuminare sempre più persone, sempre più lontano.

I libri che salvano: “Mussolini ha fatto anche cose buone” di Francesco Filippi

Di Andrea Carria

 

E alla fine, eccoci. Questo 2019 non poteva passare senza che pure noi de Lo Specchio di Ego non affrontassimo l’argomento — il centenario dalla fondazione dei Fasci di combattimento: aspettavamo soltanto il libro giusto.

Molto più di M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati, fresco vincitore dell’ultimo Premio Strega, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo (Bollati Boringhieri, 2019) dello storico Francesco Filippi è il libro che noi e l’Italia tutta stavamo aspettando. Mi permetto di dire così a nome non solo di chi, come me, pensa che il fascismo sia stato il capitolo più brutale e oscuro della storia del nostro Paese, ma anche a quello di tutti coloro che la pensano diversamente. Azzardo anzi a dire che loro lo aspettavano più degli altri perché gran parte delle opinioni che li portano a definirsi nostalgici, simpatizzanti o addirittura neofascisti sono alimentate dalle bugie che il fascismo per primo raccontava a proposito di sé stesso quando era al potere e che oggi, ahimè, hanno trovato la via di Internet e dei social per godere di nuova vita.

L’approccio scelto da Filippi è molto efficace: dedicare un capitolo a ciascuna delle maggiori bufale che circolano in Rete riguardo all’operato del fascismo — spesso facili da accettare perché già radicate nella vulgata —, confutandole una per una con rigore e pazienza. Che il suo sia un lavoro serio, e quindi ancora più necessario, lo dimostrano le riflessioni metodologiche contenute nella Premessa, dove è subito possibile farsi un’idea di quanta coscienza e discernimento siano stati impiegati:

«Mentre le fake news sul presente […] servono a indirizzare l’opinione del pubblico a cui sono rivolte, le false notizie sulla storia hanno lo scopo più profondo di rassicurare chi le accetta nei propri sentimenti, nelle proprie emozioni. Una balla sul passato è rassicurante, conferma sensazioni di cui altrimenti ci si vergognerebbe, fissando dei punti di riferimento tranquillizzanti, non importa se veri o falsi.
Scardinare una bufala di carattere storico ha perciò due effetti: il primo, correggere l’insieme delle informazioni sul passato che si utilizzano per costruire la propria memoria singola e quella collettiva; un uso che diremmo “neutro” o al più “riparatorio”. Il secondo effetto, più difficile da gestire, è quello da distruggere sicurezze e presunti dati di fatto in chi ascolta; fenomeno pericoloso, che può creare un muro di incomunicabilità. Non si scardina impunemente una certezza».

Mussolini ha fatto anche cose buone

Grazie a una scrittura chiara e un’esposizione sempre lucida, Filippi prende di petto sia i pezzi da novanta su cui si basa la riabilitazione del fascismo, sia i meriti meno noti attribuiti al regime — spesso vere e proprie leggende metropolitane — da cui gli italiani avrebbero comunque tratto grandi vantaggi. Si scopre così, come nel caso del sistema previdenziale, che il fascismo non solo rivendicò come proprie molte delle riforme che i governi dell’Italia liberale avevano studiato o addirittura già varato (facile grazie alla propaganda, la quale era efficacissima nel convincere gli italiani che il regime avesse introdotto strutture e servizi che prima non c’erano quando invece si era limitato a fascistizzare quelli che esistevano già, accentrandoli, cambiando loro il nome e senza estendere la platea dei beneficiari), ma anche che negli stessi settori più cari all’ideologia fascista Mussolini ottenne risultati discutibili e molto inferiori rispetto a quelli sbandierati con tanto vigore per convincere i cittadini riguardo all’infallibilità del Duce.

Non vi rovinerò il piacere di scoprire da soli quali e quante bugie vengono raccontate sul fascismo (anche per chi come me non ha mai dubitato della nefandezza del Ventennio, c’è da rimanere sorpresi), mi limiterò invece a citare tre o quattro elementi che Filippi ha individuato e che tutti dovrebbero sempre tenere a mente:

  1. molte delle bugie che si raccontano attualmente sul fascismo sono il frutto di quelle che il fascismo stesso raccontava a proposito di sé;
  2. quelle di recente invenzione, diffuse soprattutto dai social media, si spiegano con la necessità delle persone di credere a un passato confortante a fronte di un presente precario e insoddisfacente e di un futuro ancora più incerto;
  3. la massa enorme di notizie e rumors che la Rete diffonde, se da un lato rende velocissima la comunicazione, dall’altro non si cura minimamente della sua qualità, col risultato che mai come nell’epoca di Internet il destinatario dei messaggi si è ritrovato nella condizione paradossale di essere tanto lontano dalla fonte della notizia e così ben disposto a credere a essa;
  4. infine, se si considera che fin dagli esordi il fascismo «produsse la più grande contrazione di diritti civili degli italiani da quando esiste il concetto di diritto civile» e che, statistiche alla mano, fu senza ombra di dubbio «l’avvenimento più mortifero della storia di questo paese», il fascismo e Mussolini non sono mai stati “buoni”.

Cosa si può fare, dunque? Apparentemente molto poco. Una volta online, i contenuti non sono più gestibili e grazie all’interazione a cui ognuno di noi dà il proprio contributo iniziano a godere di vita propria. Gli stessi provider, del resto, incontrano grossissime difficoltà a tutelare gli utenti dai gravi abusi che riguardano la loro privacy, per cui pare evidente che la soluzione non può essere di tipo informatico. È possibile auspicare una maggiore cura da parte di chi scrive e condivide, ma pure qui le azioni praticabili sono limitatissime e quelle poche sono comunque destinate a infrangersi contro la malafede altrui. Un libro come quello di Francesco Filippi è un’ottima arma da opporre al pressappochismo e alla nostalgia senza cognizione né memoria dei nostri tempi, e sapere che nel giro di pochissimi mesi questo piccolo kit di pronto soccorso abbia già avuto ben sette edizioni lascia un po’ di spazio alla speranza.

Mussolini e Hitler 1938
Mussolini e Hitler a Monaco nel 1938

Ma di certo ancora non basta ed è quasi scontato dire che i rigurgiti a cui stiamo assistendo siano dovuti al fatto che nell’Italia del Dopoguerra un vero processo di “defascistizzazione”, come Filippi lo chiama, non sia mai avvenuto.

«La base di un possibile futuro totalitario passa anche dalla riabilitazione del passato totalitario. Mostrare la realtà di quel passato è un primo passo per evitare che quel passato diventi futuro».

Per finire, un appello ingenuo, senza speranza a tutti i nostalgici, gli apologeti, i giudici da bar e i leoni da tastiera che non leggeranno né il libro di Filippi né tanto meno questo articolo: prima di cestinare l’uno e l’altro per tornare a tuffarvi nel liquame di bufale e menzogne che la Rete vi propina, facciamo finta che per un attimo voi apriate il libro di Filippi e che guardiate in fondo alla pagina: là sotto troverete delle note al testo e queste saranno le vostre migliori amiche perché vi permetteranno, se gliene darete l’occasione, di verificare personalmente le fonti, di controllare se quello che Filippi ha scritto corrisponde o meno alla verità e magari di smentirlo se, mentre controllate, lo avrete colto in fallo. Pensateci: non è cosa da poco! Si tratta niente meno che della possibilità di controllare che quanto state leggendo sia attendibile, veritiero e dunque meritevole della vostra fiducia! Una possibilità, quella di informarsi verificando con i propri occhi, che i post di Internet a cui credete senza esitazioni non vi danno e che il fascismo che incensate vietò insieme alla libertà di esprimere la propria opinione.

Gli ebrei di San Nicandro, una storia dimenticata

Di Andrea Carria

 

Le pause caffè possono essere istruttive. La storia di cui infatti sto per parlarvi mi è stata raccontata durante una di queste da un collega, che in ufficio gode della meritata fama di dispensatore di aneddoti spassosi e di storie memorabili.

«Hai mai sentito parlare di San Nicandro?».
«No, non mi pare. Non so neanche dove sia. Perché?».

Mentre la macchinetta finiva di erogare i nostri caffè, il mio collega ha cominciato a raccontarmi la storia più improbabile che potesse esserci, i cui fatti sembravano essere usciti direttamente dalla sceneggiatura di un film. Due giorni dopo si presenta al lavoro con un libro: se avevo ancora dei dubbi — mi dice — questo me li avrebbe fatti sparire.

E il libro ce l’ho qui davanti ancora adesso, fresco di lettura. Non è un romanzo, ma un libro di storia, un saggio. Elena Cassin (1909-2011), l’autrice, è stata una storica delle religioni italiana, specializzata in culture mesopotamiche. Dopo aver conseguito il dottorato all’Università di Roma nel 1933, lasciò l’Italia per la Francia, dove condusse per intero la propria carriera accademica, divenendo membro di alcuni degli istituti di ricerca più prestigiosi d’Oltralpe, come l’École des Annales (fondata da Marc Bloch e Lucien Febvre negli anni Venti) e il Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS).

Nel 1957 la Cassin pubblica in Francia un libro che si allontana dai suoi studi abituali e che racconta una storia alla quale è molto legata. Il libro si intitola San Nicandro: histoire d’une conversion, ma in Italia verrà pubblicato in un’edizione aggiornata solo nel 1995 dalla casa editrice Corbaccio, la stessa che ho consultato io. La Prefazione — molto utile e interessante — è di Alberto Cavaglion, uno dei nostri maggiori studiosi della storia e della cultura ebraiche. Ho scelto di ricordare questo dato perché, oltre a fornire validissime indicazioni di metodo, penso che la sua lettura sia quantomai propedeutica: la storia che introduce si sottrae infatti alle esperienze e alle categorie storiografiche note, colorando con sfumature inaspettate un periodo della storia del nostro paese in cui si è generalmente portati a non vederne.

Siamo nel 1935. San Nicandro è un paese del promontorio del Gargano abitato da gente semplice, principalmente braccianti agricoli e pastori. È un borgo collinare appartato, difficile da raggiungere, dove l’isolamento naturale è reso meno duro dalla presenza di altri piccoli centri nelle medesime condizioni, sparsi nei dintorni. Le città sono lontane, stanno in pianura (Foggia dista più di cinquanta chilometri; San Severo, da dove parte il trenino locale che serve San Nicandro e gli altri borghi del monte Gargano, poco meno di trenta). A San Nicandro vive Donato Manduzio. Ha cinquant’anni e da giovane ha combattuto nella Prima guerra mondiale, riportando una lieve invalidità che gli permette di percepire una piccola pensione. In compenso è stato proprio al fronte che Donato ha imparato a leggere e scrivere (è un uomo intelligente), e nelle giornate di ozio che la sua inabilità gli impone si dedica alla lettura di romanzi e libri di magia (ha fama di essere un abile guaritore, e in occasione delle feste paesane si reinventa anche come organizzatore di spettacoli).

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Donato Manduzio (1885-1948)

Negli anni Trenta il Gargano, terra con una tradizione mistica molto forte, è toccato, al pari di altre zone del Sud Italia, da alcuni moti di rinnovamento religioso. Uno dei gruppi più attivi sul territorio è quello valdese, i cui proseliti svolgono un’intensa opera di predicazione. Donato è uno dei primi sannicandresi a prestare ascolto alle loro parole e a frequentare i loro incontri. Al centro della fede valdese sta la parola di Dio, e un giorno Donato riceve da uno dei membri della congregazione una Bibbia. Questo regalo cambierà per sempre la sua vita: leggendo il libro, Donato apprende infatti verità sulle quali non aveva mai riflettuto prima, e in particolare si fa strada in lui la convinzione che la vera religione non sia quella cattolica che gli è stata trasmessa e neppure quella verso la quale vorrebbero attirarlo i suoi amici valdesi; il solo modo corretto di servire Dio, crede Donato, è quello degli ebrei così come viene descritto nell’Antico Testamento.

A questa lettura incredibilmente intensa della Bibbia, Donato fa seguire la scrittura di un diario dettagliatissimo e l’istituzione di pratiche devozionali vere e proprie (feste, cerimonie, diete e digiuni), che nelle sue intenzioni dovranno ristabilire il culto perduto del popolo d’Israele. Perduto, sì, perché Donato Manduzio, ingenuo come solo un provinciale di quel tempo poteva essere, è convinto che quello ebraico sia un popolo scomparso al pari dei babilonesi o degli egizi, e che lui e lo sparuto gruppo di sannicandresi che intanto ha convertito grazie alle sue doti di trascinatore siano gli unici seguaci rimasti di questa antica religione. A farlo accorgere dell’abbaglio che ha preso ci pensa un ambulante che ha per caso sentito ciò che Donato diceva a un altro convertito. Ebrei? Certo che ci sono! In città ne abitano tanti. A Bari, Napoli, Firenze, Roma… A Manduzio si apre un mondo. Se ci sono altri ebrei, lui deve conoscerli.

Comincia a scrivere lettere su lettere alle quali, all’inizio, fatica a ricevere risposte: il regime fascista impone agli ebrei italiani maggiore cautela e Donato Manduzio, questo sedicente ebreo spuntato dal nulla, potrebbe essere un provocatore o, peggio, una spia. Alla fine è il rabbino capo di Roma a scrivergli, ma si tratta ancora di una lettera che vuole mantenere le distanze. Le cose cambiano qualche tempo dopo con il nuovo rabbino David Prato, il quale decide di inviare a San Nicandro un suo delegato perché constati personalmente l’esistenza di un gruppo di ebrei nel promontorio del Gargano. Si tratta di Raffaele Cantoni, colui che per anni rimarrà il principale punto di riferimento della comunità di San Nicandro, fornendo i paramenti sacri con cui Donato può officiare i culti nella propria casa — di fatto riconosciuta da tutti come la sinagoga del paese —, i sillabari dove studiare la lingua ebraica e, non da ultimo, il proprio sostegno morale. Durante la guerra, quando il regime manderà Cantoni al confino sulle isole Tremiti, a solo una ventina di chilometri dalla costa garganica, Donato si incaricherà di rifornirlo con generi alimentari e di consumo per alleviare la sua detenzione.

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Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, il gruppo è ancora saldo sebbene diviso al proprio interno. I fascisti non hanno mai preso iniziative repressive, molto probabilmente perché stentano a comprendere ciò che sta avvenendo a San Nicandro e, tranne alcune convocazioni in Prefettura per Donato e altri suoi confratelli, non pensano di dover prendere la cosa troppo sul serio. Del resto come trattare, nella limitatissima casistica prevista dal regime, chi era italiano per nascita ma al tempo stesso si dichiarava ebreo?

«Qui si racconta una piccola storia, luminosa: come, da un cammino di tenebre, uscì una luce; una luce che brilla nelle tenebre e nell’ombra della morte».

Durante tutto questo tempo, Donato non ha mai smesso di aggiornare il proprio diario. Esso è (ma sarebbe meglio dire era, giacché se ne sono da tempo perse le tracce) una via di mezzo fra il diario propriamente detto e una cronaca molto soggettiva della vita della comunità. Donato vi annota tutto ciò che reputa importante, ma i brani più numerosi riguardano i sogni e le visioni attraverso cui passerebbe il suo dialogo con Dio. Delle sue esperienze, che potremmo tranquillamente definire extrasensoriali, Donato fornisce descrizioni molto precise che scendono nel dettaglio. Gli scenari, che tendono a ripetersi con pochissime variazioni, sono mutuati dal mondo agricolo e pastorale tipico della realtà sannicandrese, e Donato, che spesso li invoca prima di prendere una decisione importante per la comunità, li tratta al pari di segni (dei veri e propri omina) o, in casi più rari, di ordalie.

Un fatto di fondamentale importanza si verifica nel settembre del 1943. Il fronte sta risalendo l’Italia ed entro la fine del mese Foggia e il Gargano passano definitivamente sotto il controllo degli Alleati. Anche da San Nicandro passano le divisioni angloamericane, e un giorno una di queste viene richiamata da una bandiera sventolante dove campeggia la stella di David. Sono Donato e gli altri che, come guidati da un istinto atavico che gli suggerisce cosa fare, improvvisano lo stendardo che gli varrà l’incontro, carico di conseguenze, con il maggiore Spitzer alias Phinn E. Lapide (il futuro autore di Mosè in Puglia, il primo libro sulla storia degli ebrei di San Nicandro) e il resto della Brigata Israeliana.

Ho parlato di incontro fondamentale perché da questo momento nel gruppo si fa ufficialmente strada il sionismo. Donato, che finora ha esercitato un ascendente fortissimo su tutti i fratelli grazie ai messaggi che Dio gli avrebbe inviato sotto forma di visioni e sogni, non pensa che il gruppo debba disperdersi in Palestina, ma ormai non può nemmeno zittire coloro che hanno un’opinione diversa dalla sua e sono già sul piede di partenza. L’ultimo rito che vede unita la comunità è la circoncisione rituale, avvenuta nell’agosto del 1946 ad opera del rabbino di Ravenna, intervenuto allo scopo. Ora che anche l’ultimo segno esteriore che differenziava gli ebrei di San Nicandro da tutti gli altri è stato cancellato, Donato Manduzio sente vicino il completamento della sua missione e può spegnersi in pace. La morte sopraggiunge il 15 marzo 1948, all’età di sessantatré anni.

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San Nicandro Garganico oggi

Scomparso il fondatore, la comunità segue il destino che il comportamento di alcuni suoi membri aveva tracciato. Molti partono per la Palestina insieme alle proprie famiglie, dando un contributo concreto alla creazione dello Stato di Israele: si istalleranno nei kibbutz e qualcuno combatterà perfino nella prima Guerra arabo-israeliana del 1948. Altri invece restano a San Nicandro, rispettando così la volontà di Donato.

L’edizione italiana del libro di Elena Cassin comprende diverse integrazioni rispetto a quella francese originaria. L’autrice riferisce, ad esempio, del suo ultimo viaggio in Israele compiuto nei primi anni Novanta, dove ha incontrato i discendenti dei sannicandresi emigrati nell’immediato Dopoguerra: sono indistinguibili dai loro coetanei israeliani e perfettamente integrati. I cambiamenti più sostanziali hanno riguardato invece San Nicandro, un paese che la Cassin trova molto mutato rispetto al borgo di braccianti che aveva conosciuto al tempo delle sue prime ricerche, e che è ormai del tutto proteso verso la modernità. Qui, fra case nuove e vie asfaltate, la studiosa scopre che quello che resta della comunità è costituito da sole donne, le quali vivono la religione ebraica in una versione privata e domestica il cui sforzo maggiore consiste nel cercare di educare i figli al rispetto della legge del Sinai. Oggi gli sparuti ebrei di San Nicandro sopravvivono più o meno allo stesso modo, con in più la consapevolezza di dover cercare di preservare a ogni costo la propria memoria.

A distanza di tanti anni, l’impresa di Donato Manduzio non smette di stupire. Essa infatti non ha costituito solo un unicum per quel che riguarda la storia delle conversioni, ma rappresenta anche un caso di studio interessantissimo per quel che concerne il contesto socio-politico avverso in cui si è realizzata. Uno degli aspetti meno trattati dal libro della Cassin sono proprio le modalità in cui l’ebraismo sannicandrese si è sviluppato nonostante il regime fascista, il quale, ricordiamolo, approvava proprio in quegli anni (1938) il Manifesto della Razza e le leggi razziali. Sarebbe interessante chiarire anche questo aspetto, e magari la direzione in cui muoversi potrebbe essere quella di inquadrare il fenomeno San Nicandro all’interno di un contesto storico più ampio, cercando, ossia, di vedere anche qualcosa in più rispetto all’unicità e al provincialismo di cui questa «piccola storia, luminosa» necessariamente è pervasa.

Perché leggere “Il Mediterraneo” di Fernand Braudel oggi?

Di Andrea Carria

 

La storia, spesso si dice, ha il cattivo vizio di ripetersi. Ma il presente ne possiede uno ancora peggiore, quello di focalizzare l’attenzione su di sé fino a dare l’impressione che quanto lo riguarda stia accadendo oggi per la prima volta e abbia l’aspetto di un complicatissimo rebus senza indizi. In realtà non c’è niente di più sbagliato: indizi e precedenti esistono il più delle volte, ma per poterli riconoscere c’è bisogno che la storia — e a maggior ragione se si tratta di una geo-storia — dialoghi con tutti i fattori che concorrono a determinare l’essenza di uno spazio.

Questa semplice ma importantissima regola è stata la bussola di Fernand Braudel (1902-1985), uno dei maggiori storici dell’École des Annales, il quale intendeva la storia come una disciplina trasversale percorsa da fittissime interconnessioni da studiare sul lungo periodo (longue durée), in cui i particolari più minuti della quotidianità potevano rivelarsi perfino più importanti dei grandi avvenimenti politici e militari.
Esperto
 eminente dei sistemi economico-commerciali dell’età moderna e del capitalismo, a Braudel si devono anche alcune delle descrizioni più lucide e suggestive del mondo mediterraneo. Mediterraneo è anche il titolo del volume collettaneo del 1985 da lui curato e in larga parte scritto. Si tratta di uno dei suoi libri più famosi e letti, un piccolo capolavoro che in dodici contributi si propone di raccontare l’essenza del Mare Nostrum.

Cinque di questi portano la firma di Braudel. Fresca e gioiosa, la sua scrittura è prima di tutto uno stile personalissimo con cui raccontare la storia. Senza nulla togliere agli altri autori del volume — studiosi di formazione diversa, del calibro di Filippo Coarelli, Maurice Aymard, Roger Arnaldez, Jean Gaudemet e Piergiorgio Solinas —, solo quando si leggono i saggi di Braudel i fatti diventano protagonisti di una narrazione. Succede allora che quei fatti, di colpo, non sono più quelli che conosciamo fin dall’epoca delle prime lezioni di storia a scuola, ma diventano qualcosa di diverso, come diverso è un paesaggio quando si cambia punto d’osservazione. La differenza è che con Braudel il punto d’osservazione non può che salire, permettendo di vedere millenni di storia riuniti in poche pagine. Pagine non solo belle letterariamente — di respiro calviniano, oserei dire —, ma anche illuminanti e ricchissime di spunti. Leggere Mediterraneo è comprendere tutto d’un fiato il senso del passare dei secoli.

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Sebbene la narrazione dei fatti passati sia la cifra comune alla maggior parte dei saggi di questo libro, il principale merito di Braudel e degli altri autori è aver attualizzato il più possibile la storia. E lo hanno fatto in virtù del principio che ricordavo all’inizio, secondo cui per ogni fatto storico è possibile individuare uno o più precedenti che, se adeguatamente contestualizzati, forniscono la naturale cartina al tornasole della maggior parte delle sfide del presente. Ciò non vuol dire che la storia sia la magistra vitae dei Latini, e nemmeno che su di essa si possano fare delle previsioni: la cosa che invece viene messa in luce è la strettissima concatenazione di cause ed effetti che lo storico usa per interpretare il passato secondo i suoi modelli, e che il resto degli uomini dovrebbe invece acquisire per non considerarsi alla completa deriva degli eventi. Mediterraneo costituisce un esempio mirabile di questo procedimento, e ci restituisce un libro meta-storico dal quale chiunque può trarre importanti insegnamenti da applicare alla vita di tutti i giorni.

Leggere Mediterraneo oggi è prima di tutto confrontarsi con un classico della storiografia. Ma la storia è solo una delle sue identità. Archeologia, antropologia, etnologia, storia del diritto e della religione: ognuna di queste discipline aggiunge la propria pennellata a questo grande affresco, il cui risultato finale è a dir poco straordinario: raccontare i caratteri di uno spazio, il Mediterraneo, che non è raccontabile per la sua stessa conformazione di bacino liquido stretto in mezzo a popoli e a culture diversissime, che il mare avvicina e allontana ogni volta che cambia il vento della storia.

Leggere Mediterraneo oggi è anche capire dove l’attuale vento ci sta portando. Lo scontro fra civiltà è una corrente che le onde del Mare Nostrum hanno già assecondato, così come pure le spinte migratorie o la diffusione di usi, costumi, prodotti, mercanzie, idee. Perché? Perché il Mediterraneo è sia confine che soglia, ma se si vuole sopravvivere sulle sue sponde — tanto belle quanto difficili da dominare — è come soglia che dobbiamo considerarlo:

«La decadenza, le crisi e i malesseri del Mediterraneo coincidono appunto con i guasti, le insufficienze, le fratture del sistema di circolazione che lo attraversa, lo travalica e lo circonda, e che per secoli lo [ha] posto al di sopra di se stesso».

No, non è retorica da intellettuali, ma la scoperta che hanno fatto migliaia di anni fa i popoli neolitici il giorno in cui hanno messo la prima barca in mare, probabilmente da qualche parte lungo la costa fenicia: un giorno fortunato perché è in quel preciso momento che è stata impressa l’accelerazione più grande allo sviluppo delle civiltà.

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È nel palcoscenico del Mediterraneo che del resto si sono sviluppati i sistemi culturali di riferimento del mondo occidentale e di quello mediorientale, sistemi che in passato si sono scontrati varie volte, ma che ancora più spesso si sono semplicemente integrati e sovrapposti senza darlo a vedere, senza clamori. Forse è proprio per questo che ci ricordiamo più delle Crociate o di Lepanto, dell’invasione turca dei Balcani o della Reconquista: come i momenti d’ozio, anche quelli di mediazione e confronto tendono a lasciare il posto, nella memoria collettiva, agli avvenimenti più rumorosi, fra i quali si sceglie poi di dare credito alla voce che intona la nostra stessa canzone. Ma non è così che funzionano le cose, men che meno in un mondo complesso, stratificato e interdipendente come quello mediterraneo, un mondo nel quale, come Braudel giustamente ricorda:

«[…] l’uomo occidentale non deve ascoltare soltanto le voci che gli suonano familiari; ce ne sono sempre altre, estranee, e la tastiera esige l’uso di entrambe le mani».

Il capitolo Migrazioni dello storico Maurice Aymard, è uno dei contributi fondamentali di questo libro, e leggerlo alla luce dei populismi di oggi ci mostra quante verità vengono nascoste sotto al tappeto da certe retoriche politiche, semplicistiche e di bassa lega.

«Per tre o quattro millenni le migrazioni avevano fatto la storia e l’unità del Mediterraneo: oggi minacciano di disfarla. Contro tale minaccia va attualmente un po’ dappertutto lo stesso spirito di rivolta, la stessa ricerca appassionata di un’identità che rischia di essere distrutta dal livellamento linguistico, politico ed economico».

È l’esatta descrizione di ciò che sta avvenendo adesso, eppure chi, leggendo queste parole, darebbe loro 34 anni di età? La minaccia dell’altro — invasore o forestiero che sia — è il Leitmotiv che sta alla base di tutta la storia del Mediterraneo, un mare che da tremila anni — dice ancora Aymard — «non ha mai cessato di attrarre popoli venuti da fuori, dalla foresta, dalla steppa o dal deserto». Se c’è una cosa che non appartiene alla storia del Mediterraneo e che invece ne corrompe l’intima natura, questa cosa è proprio l’istituzione di nuove frontiere: muri, recinti spinati, porti chiusi.

Leggere Mediterraneo oggi significa dunque essere uomini e donne più consapevoli dei tempi in cui viviamo, tempi in cui la semplificazione e la strumentalizzazione della storia indirizzano mentalità e coscienze, gonfiando i risultati elettorali. Detta nel modo più prosaico, leggere Mediterraneo è la dimostrazione, evidente a tutti, che la storia non è mai così come appare e che il semplice riferito a essa sta solo nello stile letterario in cui si decide di raccontarla.

Quando i bambini mangiavano glutine: un abbaglio scientifico dal sapore italiano

Di Andrea Carria

 

Di recente mi è capitato fra le mani un libretto (ossia un opuscolo) che quando lo apro provoca ogni volta il mio sorriso amaro. Ciò è dovuto alla mia storia personale, ma in sé si tratta invece di un documento interessantissimo che dovrebbe ricordarci quante battute d’arresto e cantonate debba prendere la scienza prima di progredire.

Gli incidenti costellano la storia della scienza fin dalle sue origini e sono previsti da quello che viene insegnato nelle scuole di tutto il mondo con il nome di metodo scientifico. Le probabilità che si verifichino aumentano però quando la scienza si combina con la tecnica, la quale, fungendo spesso da suo braccio armato, ne potenzia a dismisura gli effetti. In teoria non c’è niente di strano o di esecrabile, anche perché solitamente sia la scienza che la tecnica si pongono al servizio dell’umanità e del suo benessere. Quando però questi incidenti si ripercuotono direttamente sulla vita delle persone (e il pensiero corre veloce al caso Eternit e a tutti gli altri disastri di questo tipo), la ragione ha il suo bel da fare nell’addolcire la pillola e serve a poco dire che si è trattato di effetti inaspettati.

Per venire al tema di oggi, il libretto in questione è una pubblicazione a scopo divulgativo dei primi anni Quaranta, a cura «dell’ufficio scientifico della S. A. Gio. & F.lli Buitoni Sansepolcro», la nota azienda alimentare toscana che in Italia fu una delle prime a compiere ricerche sulle proprietà nutrizionali del glutine. Ora, dimenticatevi quello che sapete sul glutine e sulla celiachia oggi perché vi porterebbe fuori strada. Ricordatevi, siamo nei primi anni Quaranta, nel 1943 per l’esattezza, e allora fisiologi e biochimici di fama riponevano sul glutine grandi aspettative!

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Da celiaco nato e cresciuto in Valtiberina, potete capire il perché del mio sorriso amaro! Il glutine, il mio nemico, non solo veniva prodotto negli stabilimenti per essere poi aggiunto alle preparazioni alimentari, ma all’epoca ciò avveniva anche grazie all’impulso tecnologico e industriale di una delle maggiori aziende della mia terra!

«Scendemmo a Sansepolcro, all’estremo limite della Toscana. Il viaggio mattutino tra vallate incantevoli e un’aria limpida e frizzante di primo autunno mi prometteva una giornata serena ed interessante».

Che cos’è il glutine (questo il titolo dell’opuscolo) inizia così. Si tratta della cronaca di una visita agli stabilimenti Buitoni di Sansepolcro da parte di un anonimo — ipotizzo, giacché non lo dice — inviato del Ministero. Il viaggio in treno a cui fa riferimento e il verbo scendere impiegato proprio all’inizio, lasciano infatti intendere che l’autore provenga da Arezzo (una delle fermate sulla linea Roma-Firenze), allora collegata a Sansepolcro dalla Ferrovia dell’Appennino Centrale Arezzo-Fossato di Vico (FAC), poi distrutta dai bombardamenti bellici e mai più ricostruita. Il taglio narrativo di questo breve scritto (appena una trentina di pagine) lascia gradualmente il passo a dati e nozioni tecniche che intendono fornire al lettore un quadro generale sulle scoperte riguardanti il glutine e sui benefici che questa proteina avrebbe portato all’alimentazione.

Il glutine venne scoperto nel 1728 dal bolognese Jacopo Bartolomeo Beccari (ricordato soprattutto per essere stato il maestro di Luigi Galvani), e la prima caratteristica che venne notata era la sua somiglianza con la carne. Più tardi, nel 1819, Gioacchino Taddei ne descrisse la struttura distinguendo due parti proteiche che chiamò gliadina e zimoma, oggi glutenina. Da quel momento il glutine cominciò a essere studiato con sempre maggior interesse — il boom degli studi si ebbe proprio in Italia a partire dal 1929 — perché esso costituiva uno dei composti vegetali con la maggiore quantità di proteine e aminoacidi, tanto da meritarsi l’appellativo di «carne vegetale».

In un periodo in cui una larga fetta della popolazione dei paesi più sviluppati non poteva ancora contare su un regime alimentare adeguato, gli scienziati credettero di aver compiuto una scoperta importantissima, e i toni entusiastici che si incontrano nelle loro pubblicazioni, compreso il mio libretto, ne danno prova.

Ma ancora non siamo arrivati a dire della cosa veramente decisiva, ossia che il glutine poteva essere prodotto industrialmente, e che gli stabilimenti Buitoni di Sansepolcro erano uno dei centri meglio attrezzati. L’autore fornisce una breve spiegazione del procedimento, e quando ha finalmente sotto agli occhi il risultato finale, queste sono le parole intrise di partecipazione che usa per descriverlo:

«[…] la massa del glutine, bianco-giallastra tenacissima sembrava davvero un gran muscolo bianco, ricco di lacerti e lacinie e mi colpiva la suggestiva somiglianza con quella che vien detta comunemente carne, cioè con la parte muscolare degli animali commestibili».

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Una massa di glutine appena lavorata (foto tratta dal volume)

A questo punto il glutine era pronto per essere integrato nella preparazione dei prodotti alimentari dell’azienda, i cosiddetti glutinati.

«Una normale farina contiene l’8-10% di glutine; con  l’aggiunta di quantità opportune di glutine fresco, estratto da farine selezionate, si ottiene con accorgimenti brevettati speciali, il prodotto glutinato al 25% di sostanze proteiche. È ovvio l’aumento notevolissimo del potere nutritivo dell’alimento: rilevarsi, ancora, che il prodotto assume un sapore gradevolissimo, squisito, e riesce di massima digeribilità e assimilabilità [sic!]».

La digeribilità del glutine è proprio lo scoglio insormontabile di fronte al quale oggi si trovano i celiaci, per i quali l’assunzione di alimenti contenenti glutine provoca l’infiammazione cronica della mucosa intestinale e l’atrofia dei villi (le piccole appendici che rivestono la mucosa e che consentono l’assorbimento delle sostanze nutritive), tuttavia all’epoca c’era una totale ignoranza al riguardo. Anzi, come si è visto, c’era l’assoluta sicurezza che il glutine fosse perfettamente digeribile e assimilabile, e non solo da parte di persone adulte e in salute. Insieme ai debilitati e ai malati di vario genere, i bambini furono infatti i destinatari principali dei prodotti dietetici glutinati, ai quali la classe medica tout court attribuiva grandi meriti per una crescita sana e un precoce sviluppo.

«Del resto quale medico ormai non usa la pastina glutinata per i propri bambini, per i convalescenti, per i malati?».

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Gli stabilimenti Buitoni a Sansepolcro, oggi non più esistenti (foto tratta dal volume)
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Sansepolcro oggi in una veduta aerea

Oggi le cose non sono più così e purtroppo sappiamo che il glutine arreca più svantaggi che vantaggi. Svantaggi che, in questo specifico caso, conservano però un collegamento diretto con le scelte compiute in passato, a cominciare dalla selezione effettuata sui grani sia per la loro resa sia per le loro caratteristiche organolettiche. Non solo a livello industriale, dove la produzione di linee dietetiche specificamente formulate per celiaci continua a espandersi, ma anche a livello agronomico, oggi la tendenza è quella di privilegiare cereali e grani antichi, dimenticati fino a tempi molto recenti e quindi letteralmente da riscoprire.

Anche Sansepolcro è una realtà molto diversa da quella che era allora. La fiorente cittadina che a inizio Novecento vedeva crescere il proprio indotto attorno all’azienda Buitoni da un lato e ai tabacchifici dall’altro, oggi ha perso entrambi i suoi poli produttivi e pure il collegamento ferroviario con il capoluogo di provincia, Arezzo (attualmente è il terminal Nord della Ferrovia Centrale Umbra, sebbene proprio il suo tratto settentrionale sia protagonista di una storia tutt’ora molto travagliata…). In compenso ha investito molto sulla cultura, promuovendo in Italia e all’estero lo straordinario patrimonio artistico lasciatole in eredità dal più glorioso dei suoi figli, Piero della Francesca, tra i quali ricordo il maestoso affresco della Resurrezione (1450-1463), custodito presso il Museo Civico.

La Buitoni, nata come azienda familiare, oggi è un marchio della multinazionale Nestlé. Lo storico stabilimento di Sansepolcro, nel Dopoguerra ricostruito nella zona industriale di Santa Fiora, seppur tra mille difficoltà e cicliche minacce di chiusura, è attualmente attivo. Da circa un anno a questa parte non più attivo è invece il centro ricerche di Casa Buitoni, la bella residenza di famiglia costruita alla fine dell’Ottocento e che da allora domina dall’alto sull’abitato di Sansepolcro (era la villa che per tanto tempo si trovava riprodotta sul logo dell’azienda). Molti cronisti locali hanno giustamente ricordato che il centro ricerche era l’ultimo legame che univa il marchio al territorio valtiberino dove nacque nel lontano 1827, e ora il suo destino è incerto. Le voci più insistenti dicono che diventerà un resort di lusso al pari di tanti altri, magnifici siti della nostra bella ma depredata Italia.

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Casa Buitoni sulle colline sopra Sansepolcro (Fonte: Huffingtonpost.it)