Tra filosofia e letteratura, parte V: l’outsider Colin Wilson

Di Andrea Carria

Dopo molto tempo dall’ultimo articolo della serie Tra filosofia e letteratura (qui i link alle precedenti puntate #1, #2, #3, #4), oggi, cari lettori, vorrei portare la vostra attenzione su una delle sintesi filosofico-letterarie più originali, audaci e visionarie del Dopoguerra; l’opera di un autore per il quale andrebbero spesi i medesimi aggettivi; un intellettuale, un artista che si identificava completamente con la tipologia di individuo al centro della sua stessa ricerca.

Colin Wilson (1931-2013) era ancora uno studente quando pubblicò L’Outsider nel 1956, a soli ventiquattro anni, compiendo un esordio letterario fulminante che lo proiettò da subito nel giro di quegli intellettuali underground che gettarono le basi della svolta socio-culturale che si sarebbe concretizzata nei decenni successivi. Come racconta nell’introduzione alla recente nuova edizione a cura della casa editrice Atlantide (2018), Wilson iniziò a scrivere L’Outsider nei giorni di Natale del 1954, concependolo come uno studio propedeutico alla stesura di Riti notturni, il romanzo che stava cercando di terminare e che avrebbe pubblicato nel 1960. Da quello che doveva essere nelle sue intenzioni, lo scritto prese invece a crescere molto rapidamente sotto ai suoi occhi mettendo il giovane Wilson di fronte a un imbarazzo molto comune tra gli autori, i quali tanto più vedono aumentare il numero delle pagine quanto prima si convincono a restringere il campo della propria indagine.

Il terreno su cui Wilson spazia è quello della letteratura e della filosofia: un’unica, vasta distesa di parole e concetti – così dovevano apparirgli – da tessere insieme senza soluzione di continuità e da inframezzare, all’occorrenza, con esperienze di tipo diverso. Così diverso da costringere il lettore dell’Outsider a porsi qualche domanda sull’appropriatezza di certi accostamenti, chiedendosi: c’è una logica in questa variopinta galleria di esempi oppure l’autore sta solo facendo di tutta l’erba un fascio? Ma se Van Gogh e il ballerino russo Nižinskij sul piano espressivo hanno effettivamente qualcosa a che fare con i vari Hesse, Dostoevskij, Nietzsche e Sartre, quest’ultimi cosa avevano invece da spartire con uno come Thomas E. Lawrence? Va bene, si servì degnamente della penna per redigere il suo diario e a suo modo fu anche un archeologo, eppure Wilson non si occupa di lui né in quanto artista né in quanto intellettuale. E allora il dubbio rimane; per lo meno rimane fino a quando il lettore non si convince che Wilson non è come gli altri intellettuali, che non è uno scrittore abituato a pensare per categorie e che non è nemmeno uno che, una volta stufo del proprio recinto, salta le staccionate: a differenza di tutti loro, Wilson non salta un bel niente perché semplicemente non vede recinti da nessuna parte intorno a sé.

Un’altra cosa che il lettore è chiamato a mettere a fuoco quanto prima è che Colin Wilson non perde tempo con quelle esperienze solo concettuali su cui molte altre menti giovani e speculative come la sua si sono invece attardate. E questo non perché tale prospettiva non lo seduca o perché non trovi allettante attardarsi su questioni prettamente teoriche; il motivo verte sulla vera natura del problema che si è posto e che lo assilla così tanto da aver iniziato a scriverci un libro su. Può sembrare strano visto ciò che ho detto fin qui, ma il problema su cui Wilson si arrovella scomodando legioni di filosofi e scrittori non è necessariamente di tipo intellettuale. Questo problema lui lo chiama outsider e non abita nei libri; abita bensì nel mondo, cammina per le strade, mangia nei ristoranti, beve tè o caffè nei bar, guida le auto, corteggia, fa l’amore e prova dei sentimenti. L’outsider è lo stesso Wilson, ma ce ne sono tantissimi altri là fuori, nel mondo; forse si potrebbe tracciarne il profilo campionando l’umanità senza ricorrere ad alcun materiale letterario, ma Wilson è un letterato per formazione, non un antropologo, e quindi non trova affatto strano usare i libri di chi, prima di lui, si è messo sulle tracce dell’outsider senza chiamarlo necessariamente allo stesso modo.

Un primo alleato lo trova nello scrittore francese Henri Barbusse, che per Wilson avrebbe tratteggiato il protagonista del romanzo L’inferno come un vero outsider: un uomo come lo sono tanti, senza particolari tare né genio, che non riesce a comprendersi; che è mosso da istinti e pulsioni prorompenti che però combatte; che non sa in cosa credere, se credere e a quale progetto votare le sue energie; un uomo che, per quanto senta di essere incalzato dal desiderio di fare e di vivere, ignora dove indirizzare la propria vita e si riduce a spiare gli inquilini da un buco nel muro.

Non siamo di fronte a una paralisi completa, ma ci si è comunque portati sulle soglie dell’angst kierkegaardiana: l’angoscia di fronte alle infinite possibilità della vita e che comincia una volta che ci si è persuasi che la nostra vita stessa sia solo una possibilità fra le tante. È il dilemma contro cui l’uomo continua a sbattere da quando ha scoperto, anni fa, che ciò che rende una metafisica davvero una metafisica è la sua opinabilità… Che fare, dunque? si chiede. La maggior parte delle persone non se ne cura, ma non l’outsider – «l’unico in grado di vedere in un mondo di ciechi» scrive Wilson – al quale non rimane altra scelta se non provare a impugnare la propria vita conducendola lontano da qualunque sentiero già battuto. Come recita un famoso adagio, non è la destinazione che conta, ma il percorso; nel libro Wilson non lo scrive chiaramente, eppure l’anima beat del suo outsider sembra incarnare questo ideale fino in fondo.

A proposito di anima beat, Colin Wilson ha scritto L’Outsider quando in America erano gli anni della Beat Generation; stando a quello che ho letto finora, posso confermare che gli echi con essa non mancano e che L’Outsider non è l’unico luogo dell’Opera wilsoniana in cui si incontrano tali assonanze. La libertà con cui in letteratura affronta temi spinosi come le perversioni e il sesso, lo studio della violenza come frontiera morale e antropologica dell’uomo, l’interesse per certe forme alternative di spiritualità e di conoscenza extrasensibile, lo sviluppo di una coscienza critica formatasi prima sull’asfalto e poi sui libri, una profonda insofferenza per la vita borghese nonché alcuni tratti biografici decisamente bohémien sembrano indicare Wilson come il più beat fra gli intellettuali europei del Dopoguerra. Eppure, se negli anni Cinquanta glielo avessimo domandato direttamente, lui, certo, avrebbe risposto in tutt’altra maniera…

«Lei, disse, era cattolico, vero?
No.
Anglicano?
No. Sono esistenzialista.
Davvero? Ma, uh… io parlavo di… religione.
Lo so. Anch’io.»

Questo stralcio di dialogo tratto dal già citato Riti notturni (Carbonio, 2019), di cui mi occuperò presto in un altro articolo, vede il protagonista del libro, Gerard Sorme, impegnato in una conversazione con un conoscente, Testimone di Geova. La schiettezza con cui Sorme fa sapere all’altro in cosa si riconosce è qualcosa in più di un semplice tratto caratteristico del personaggio: è anche una professione di fede, o quasi. Beat? Perché no (l’America avrebbe comunque iniziato a frequentarla negli anni a venire); la cosa però davvero sicura è che Wilson, negli anni Cinquanta, si considerava un esistenzialista e che molte pagine dell’Outsider – addirittura, forse, la concezione stessa del libro – sono una filiazione da ricondurre all’attenta lettura delle opere di Sartre e a Camus.

«Non è difficile notare che l’outsider e la libertà sono sempre associati. Il problema dell’outsider è il problema della libertà. Il sì/no definitivo che assilla l’outsider è la scelta tra libertà assoluta e schiavitù assoluta.»

Chi ha letto libri come La nausea, Lo straniero, L’essere e il nulla o L’uomo in rivolta, ricorderà che il tema centrale è quello della libertà. Con L’Outsider, Wilson si inserisce, ancora molto giovane, in questo accesissimo dibattito intellettuale, e lo fa nella maniera più schietta. L’Outsider è molte cose, tra cui un libro di critica letteraria dove un autore esordiente si sente libero di esprimere la sua opinione con una maturità intellettuale davvero d’altri tempi. Ciò che lo ha entusiasmato oppure che non gli torna delle opere di Sartre e Camus (come di chiunque altro) lo mette nel suo libro, senza risparmiarsi né in apprezzamenti né in critiche. Dei due francesi, a farne le spese è soprattutto Camus (Sartre e la sua filosofia erano ossi forse ancora troppo duri), di cui Wilson, dando nuovamente prova del proprio acume, mette in dubbio alcuni punti dell’architettura teorica del romanzo Lo straniero.
Outsider fino al midollo, Colin Wilson seppe pertanto distinguersi anche nello scegliersi i propri riferimenti culturali in un Paese, come l’Inghilterra degli anni Cinquanta, in cui l’esistenzialismo ebbe tutt’altro che la strada spianata (con l’onda lunga sartriana che andò sostanzialmente a infrangersi contro la filosofia analitica di Bertrand Russell sulle bianche scogliere di Dover…).

La potenza di un libro come L’Outsider, la capacità di irretire i suoi lettori a 65 anni dalla sua pubblicazione si deve alla libertà con cui Colin Wilson ha parlato di quello che voleva parlare senza riserve. Alcune sue considerazioni sono ormai scadute, altre restano sempre valide, altre ancora attendono di essere pienamente recepite, e l’alterna fortuna che Wilson ha avuto presso il pubblico e la critica lascia ampi margini di diffusione e di ricerca per il futuro.

Sentirsi fuori posto, percepirsi come una pagliuzza o come una trave nell’occhio della società è un’esperienza che si rinnova a ogni generazione e che non scadrà tanto presto. Questo sentimento così tipicamente moderno, a cui scrittori e filosofi hanno dedicato intere biblioteche prima e dopo di lui, Wilson ha avuto la capacità di farlo uscire dagli schemi, facendone anzi tabula rasa. Non più solo una questione filosofica, non più solo un problema estetico, non più solo un rovello psicologico, per lui, ma tutte queste cose assieme nel medesimo momento.
Con L’Outsider, Wilson ha dimostrato che qualunque esperienza, qualunque contributo poteva finire sotto alla lente d’ingrandimento purché non ardesse invano tra la polvere. L’unica vera discriminante, per lui, era l’approdo all’atto creativo. L’outsider di Wilson è infatti un artefice e un artista, un uomo che traduce la propria frizione col mondo in espressione artistica, o che quantomeno prova a farlo. Come sempre, non contano né il risultato né il tipo di esperienza, quanto il fatto stesso che l’outsider arrivi a convertire la frizione in atto creativo, ovvero in un momento di espressione positiva. Un’espressione – ormai lo sappiamo – che per Colin Wilson può essere di varia natura e che può avvalersi di qualunque strumento senza pregiudizi; di raccomandazioni ne aveva una soltanto e la pone nei termini di un’extrema ratio: quella di usare – sull’esempio di Thomas E. Lawrence, se necessario – la vita stessa come un quaderno o come una tela pur di non rischiare di sprofondare nelle sabbie mobili del grigiore e dell’inautenticità.

Razionalizzare la Tragedia partendo dai presupposti: “Modernità e Olocausto” di Zygmunt Bauman

Di Andrea Carria

Spiegare razionalmente l’Olocausto è forse impossibile, eppure, da più di settant’anni, studiosi di ogni disciplina si sono sforzati di spingere un po’ più in avanti la soglia dell’umana comprensione. Fra di essi c’è il contributo del sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman (1925-2017) che con il saggio Modernità e Olocausto (1989) è ricordato come l’autore di uno degli sforzi intellettuali sul tema più incisivi del secolo passato.

Per cominciare a parlare di questo libro bisogna partire dal suo titolo. Quale legame esiste tra le due parole che lo compongono? Quale accezione dare a modernità e perché essa precede addirittura la parola Olocausto, quasi come se l’ordine indicasse una gerarchia? Leggendo il libro, la risposta appare chiara quasi subito: per Bauman il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti è stato a tutti gli effetti un prodotto della modernità, periodo identificabile con la prima metà del Novecento ma che va inteso anche come il punto di convergenza di correnti e dinamiche di vario tipo (storiche, politiche, sociali, economiche, scientifiche, culturali ecc.), alcune delle quali sorte addirittura nel XVIII secolo.
La spiegazione di Bauman vuole che tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso la civiltà occidentale fosse arrivata a cumulare una serie straordinaria di esperienze molto diverse fra loro; esperienze di vario tipo e in vari settori (soprattutto di tipo tecnico e scientifico, ma anche sociale), le quali fino ad allora avevano avuto applicazioni separate nei rispettivi campi. Il salto di qualità ci fu solo quando tutte queste esperienze (tecnologie, sapere e approccio scientifici, know how burocratico ecc.) vennero riunite e combinate insieme.

Dal mero punto di vista possibilistico l’Olocausto è un frutto (guasto) della modernità come lo sono stati anche la Prima guerra mondiale o la Grande depressione; il fatto che sia avvenuto non ha violato alcuna legge storica e per quel che concerne l’ordine causale non presenta niente di straordinario. Per Bauman la vera domanda è un’altra: come è stato possibile che gli elementi che lo hanno reso praticabile si siano combinati insieme? Chi o cosa ne ha fatto da catalizzatore? Da considerare, infatti, è che gli ingredienti base dell’Olocausto erano presenti nella maggioranza delle società occidentali del tempo e riguardavano la vita quotidiana di milioni di cittadini sulle due sponde dell’Atlantico. Se la più famigerata tragedia nella storia dell’umanità ha però avuto luogo in Germania e non altrove, un motivo deve esserci e Bauman — in debito evidente con Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt — lo individua nel regime nazista, a sua volta un altro prodotto della modernità che ha avuto la prontezza di riunire e piegare tutti questi elementi ai propri scopi.

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Un primo elemento moderno su cui Zygmunt Bauman richiama l’attenzione è l’esclusione della violenza dalla vita quotidiana dei cittadini. Così come avviene pure oggi, nella modernità le esperienze giornaliere degli uomini non avevano quasi mai a che fare con la violenza perché essa non costituiva più una delle modalità attraverso cui si declinavano i rapporti sociali. Se la violenza appariva, lo faceva come un effetto che rompeva l’ordine sociale e che violava la legge: in casi del genere il responsabile dell’atto veniva punito e sottoposto egli stesso alla violenza nei modi previsti dall’ordinamento giuridico. Nel mondo moderno civilizzato non era dunque vero che la violenza fosse assente: essa era stata soltanto tolta alla vista della maggior parte delle persone, relegata in ambiti ristretti o lontani dall’esperienza degli individui comuni, concentrata in poche ma potentissime mani. Il risultato di questo processo eminentemente moderno e civile è stato l’incremento della forza coercitiva da parte di quei soggetti che amministrano legalmente la violenza per scopi difensivi e punitivi.

Un secondo elemento moderno che ha concorso nell’Olocausto è stata la divisione funzionale del lavoro, o meglio gli effetti che essa ha prodotto. L’apparato burocratico dello Stato moderno è stato uno dei settori dove la sua applicazione ha funzionato meglio. Assegnando a ciascuno un’unica mansione ben definita, funzionari e burocrati persero gradualmente di vista lo scopo del proprio lavoro e cessarono di vedere il loro intervento come una fase di una catena molto più lunga. Ciò che concorrevano a produrre andava al di là del loro orizzonte esperienziale. Non potendo sapere quale esito preciso avrebbero avuto le loro azioni (non erano più tenuti nemmeno a conoscerlo), i burocrati furono messi nella condizione di disinteressarsi dell’aspetto morale del lavoro che stavano compiendo, privilegiando parallelamente la perfetta esecuzione del proprio compito specifico. La dimensione morale dei burocrati si appiattì interamente sull’aspetto formale, sull’etica del lavoro ben fatto, sulla ricerca di apprezzamento e di compiacenza da parte del diretto superiore.

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Un terzo elemento individuato da Bauman è la disumanizzazione degli oggetti su cui si concentrava l’attività burocratica. Nelle amministrazioni altamente razionalizzate e dall’elevato grado di complessità, gli uomini diventavano nomi sugli elenchi che a loro volta contavano soltanto dal punto di vista numerico. Di fronte a una pratica simile, l’uomo rischiava di perdere la propria dimensione umana e ciò che rimaneva di lui era la mera unità numerica, della quale si poteva trascurare qualunque considerazione morale. Se l’uomo infatti non era più visto come uomo ma come numero, allora non c’era neanche più ragione di riservargli un trattamento etico, poiché la dimensione etica è una condizione propria della sfera umana.
Ovviamente per arrivare a tanto bisognava che nel frattempo il burocrate fosse stato abituato pure a considerare come non umane determinate categorie sociali, e ciò richiedeva tempo. Per l’intera durata della Germania nazista gli ebrei rimasero al centro di una precisa propaganda di disumanizzante che alla fine produsse il risultato sperato: convincere i tedeschi che gli ebrei erano altro rispetto a loro, che quello che veniva varato contro di essi non riguardava la maggioranza (gli ariani) e che era giusto e quindi naturale isolarli. In generale i cittadini tedeschi si dimostrarono restii a seguire i nazisti nei loro pogrom, tuttavia furono sufficientemente ben disposti a disinteressarsi di quello che accadeva agli ebrei (purché non fossero i loro vicini di casa): conseguenza di questo atteggiamento fu la graduale smaterializzazione degli ebrei in seno alla società tedesca, fino a che questi diventarono invisibili per tutti gli altri. Una volta divenuti ombre, per il Reich fu facile ordinarne la completa eliminazione fisica, e per i suoi burocrati altrettanto facile e moralmente non impegnativo obbedirgli.

La totale ubbidienza dei burocrati era dovuta a un perverso meccanismo psicologico che per primo è stato studiato negli anni Settanta dallo psicologo americano Stanley Milgram. Come riporta pure Bauman, Milgram sottopose alcuni volontari di età, sesso ed estrazione sociale diversi a degli esperimenti e le conclusioni a cui giunse diedero una veste teorica a ciò che accadde della partica, ovvero che è tanto più facile fare del male fisico consapevolmente a qualcun altro quanto più vengono ridotti i contatti (visivi e uditivi) fra chi causa il dolore e chi lo riceve.

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L’indebolimento del senso morale nella società moderna — sostiene ancora Bauman — fu anche provocato dalla scienza di matrice positivistica, la quale aveva già bandito qualsiasi argomento dogmatico o superstizioso per votarsi esclusivamente a ciò che era possibile prevedere e spiegare razionalmente. Per gli scienziati dell’epoca, l’etica rientrava fra i residui del mondo premoderno e dunque si consideravano sganciati da essa e liberi di indirizzare le proprie ricerche, anche se queste si scontravano col senso comune di ciò che è moralmente consentito. Chi agiva moralmente rischiava di commettere un torto contro la ragione, e la maggior parte degli appartenenti alla comunità scientifica di allora non era disposta a rinnegare i solidi princìpi della scienza per abbracciare quelli di una cultura etica e religiosa che non sapeva rendere razionalmente conto del rispetto dei vincoli comportamentali che richiedeva agli uomini. La considerazione degli scienziati andava piuttosto a chi sembrava condividere la loro stessa incondizionata fiducia nel progresso, e il nazismo — applicando i suoi metodi di sterminio con una scientificità sconvolgente, costringendo le sue stesse vittime a compiere fino alla fine la scelta che appariva loro più logica e razionale — era un’ideologia che in molti ritennero di poter condividere. Come infatti scrive Bauman «Il più sinistro, crudele, sanguinario dei tiranni deve restare un devoto predicatore e difensore della razionalità, o perire».

Hitler aveva fissato l’obiettivo di ripulire la Germania dagli ebrei e la burocrazia moderna del regime nazista trovò la soluzione più adatta per realizzarlo, interessandosi non tanto a cosa stesse facendo ma a come dovesse essere fatto. Il lavoro di identificazione, rastrellamento ed eliminazione del nemico divenne una sfida tecnica alla perizia umana nel perseguimento di un determinato fine. Routine e inerzia caratterizzarono l’impegno burocratico di questa fase, soffocando gli ultimi tentennamenti morali che potevano essere sopravvissuti in quegli esecutori tanto diligenti.

Il 2020 in 10 libri: ricordi di un anno di letture

Di Andrea Carria e Gian Luca Nicoletta

Il 2020 è ormai agli sgoccioli e mai come quest’anno pure noi di Lo Specchio di Ego desideriamo voltare pagina. Quello di oggi è l’ultimo post dell’anno, e quindi speciale di per sé, così abbiamo pensato di dedicarlo alle letture più interessanti che abbiamo fatto negli ultimi 366 giorni. Alcuni libri che stiamo per presentarvi ve li abbiamo già raccontati, altri invece ve li proponiamo adesso per la prima volta.

[AC] Franco Cardini-Alessandro Vanoli, La via della seta. Una storia millenaria tra Oriente e Occidente (il Mulino, 2017). Si tratta di uno dei primi libri che ho acquistato e letto nel 2020, quando il Covid era ancora in Cina e io non avevo messo in conto che di lì a poco i libri avrebbero rappresentato l’unica possibilità di viaggiare. Quantunque questo libro vale sicuramente la lettura. Cardini e Vanoli tracciano un itinerario lunghissimo che addirittura supera i circa 7.000 chilometri che collegano il Mediterraneo all’Estremo Oriente, in quanto lo dispiegano anche temporalmente su più di due millenni di storia. Un racconto vivo, ricco di dettagli e di sorprese, erudito ma godibile prima di tutto, il loro; un parco dei divertimenti per qualunque appassionato di storia, il quale trova nelle pagine scritte a quattro mani da Cardini e Vanoli un piacere vero a cui non fa difetto un’esposizione chiara come poche e dalla grande capacità di sintesi.

[GLN] Stephen King, Le notti di Salem (Picwick, 2019). Quest’anno ho deciso di iniziare ad affrontare la mia paura del genere horror, dunque mi sono affidato al Maestro per eccellenza. Questo di King è un romanzo intrigante, a volte spietato, che ripercorre in chiave contemporanea le vicende di Dracula di Bram Stocker e letteralmente in grado di non farvi chiudere occhio (se perché non riuscite a smettere di leggere o perché sentite rumori sospetti fuori dalla porta, lo lascio decidere a voi) per tutta la notte…

[AC] Peter Hopkirk, Il Grande Gioco. I servizi segreti in Asia Centrale (Adelphi, 2010). Quando poi siamo entrati in lockdown e avevamo tempo per quei mattoni che in tempi normali releghiamo in fondo alla libreria, il mio Guerra e pace è stato lui. Certo, le sue 600 pagine sono molto lontane dalle 1.500 che costituiscono il capolavoro di Tolstoj, eppure è stato proprio Il Grande Gioco di Hopkirk il libro più voluminoso che ho letto nel 2020. Negli occhi avevo ancora le meraviglie dell’Oriente in cui mi aveva condotto Cardini e Vanoli con libri come La via della seta, Quando guidavano le stelle e Samarcanda (di quest’ultimo ho parlato pure qui nel blog), e Hopkirk è stato dunque la naturale prosecuzione del percorso che avevo cominciato.

[GLN] Philip Roth, La macchia umana (Einaudi, 2014). Tra le mie peregrinazioni fuori dai confini nazionali, ho fatto diverse puntate negli Stati Uniti. Lì, grazie a un altro grande della letteratura mondiale, ho visto più da vicino il torbido mondo della provincia statunitense, quella dei pregiudizi, delle invidie e che segna, volenti o nolenti, tutti con un’indelebile macchia che ci portiamo avanti per tutta la vita.

[AC] Jennifer Pashley, Il caravan (Carbonio Editore, 2020). Ogni anno mi ripropongo di leggere più thriller e ogni anno, arrivato in fondo, mi accorgo di non aver mantenuto il proposito che mi ero fatto. Il 2020 tuttavia ha segnato una piccola eccezione per la quale ho scelto di nominare ambasciatore l’american thriller Il caravan, letto durante l’estate. Se avete seguito il blog vi ricorderete di questo romanzo, per il quale sostanzialmente ho speso belle parole. Sostanzialmente, sì, perché nella recensione che scrissi sollevai anche qualche criticità. Ciò nonostante, a distanza di mesi, sprazzi di questo romanzo continuano a riverberarsi nei miei ricordi, segno che i lati positivi del libro superano di gran lunga tutto il resto e che le recensioni a caldo non rappresentano mai l’ultima parola. Tra i ricordi più piacevoli del libro c’è il fascino indiscusso dell’America profonda, dei suoi spazi sconfinati dove tutto può accadere da un momento all’altro e che, anche solo leggendone, si ha l’impressione di poter partecipare di quel genuino senso di libertà che tanto armoniosamente si abbina con i suoi paesaggi. Se ancora non l’avete letto, vi consiglio dunque di farlo.

[GLN] Irène Némirovsky, La nemica (Elliot, 2013). Anche questo, come tutte le opere che sino ad ora ho letto di Némirovsky, è un libro pieno di umani sentimenti espressi nelle più semplici delle forme. Il talento di questa importante scrittrice deve ancora essere totalmente scoperto e, cosa più importante, riconosciuto globalmente. Oltre a essere, quindi, un piacere presentarla in questo articolo ritengo anche un compito morale diffondere sempre più i suoi scritti.

[AC] Costica Bradatan, Morire per le idee. Le vite pericolose dei filosofi (Carbonio Editore, 2017). Se sui thriller devo ancora lavorare, riguardo ai saggi mi reputo invece piuttosto soddisfatto. Ve ne sarete accorti pure voi: finora ho riepilogato tre letture e solo una di queste è un romanzo. Ebbene, pare proprio che il trend espresso fin qui sia destinato a rimanere invariato visto che un saggio lo è pure questo di Costica Bradatan. In tutta onestà, ho trovato Morire per le idee una delle narrazioni filosofiche più avvincenti e originali che abbia mai letto. Non è il classico libro di filosofia, e anche i suoi personaggi non rispecchiano il profilo stereotipato del filosofo che se ne sta rintanato nella sua torre d’avorio. Nel libro di Bradatan i filosofi sono dei martiri; il suo interesse si rivolge a quell’esigua minoranza di pensatori che nel corso dei secoli ha incarnato il vero ideale della filosofia, quello di essere innanzitutto uno stile di vita di cui il filosofo è tenuto a dare testimonianza con l’esempio e, se necessario, con la propria morte.

[GLN] L.G. Luccone (a cura di), Sarà un capolavoro (Minimum fax, 2017). Il 2020 è stato anche l’anno dei percorsi biografici, il cui primo esemplare è quello della biografia, letteraria, di F. Scott Fitzgerald. In questo piacevole nonché prezioso volume curato da Leonardo Luccone abbiamo rivissuto gli episodi salienti della grande parabola che è stata la vita dell’autore di Gatsby e di Di qua dal paradiso. Un vero gioiellino che ogni appassionato di letteratura americana dovrebbe avere con sé.

[AC] Nicola Lagioia, La città dei vivi (Einaudi, 2020). Poco prima di Natale mi è finito tra le mani l’ultimo (e in generale molto atteso) libro dell’einaudiano Nicola Lagioia che, come tutti voi saprete, ricostruisce fatti e antefatti di uno dei casi di cronaca più efferati degli ultimi anni: l’omicidio di Luca Varani nel marzo 2016. Giunto in fondo, pensavo di dedicargli un articolo intero ma poi, visto il prevedibile fiorire di recensioni e approfondimenti che libri come questo trascinano per mesi, ho cambiato idea.
Comunque sia, ad avviso di uno che è incapace di conservare interesse per una notizia di cronaca per più di qualche ora, ritengo che l’autore abbia fatto un lavoro portentoso e di grandissimo equilibrio, sia intellettuale che stilistico. Il libro – un incrocio molto ben riuscito fra reportage e romanzo (Capote docet, ma secondo me Lagioia va perfino oltre) – rapisce il lettore senza aizzarne la morbosità: la parola appartiene sempre e solo ai protagonisti o ai testimoni della vicenda, e l’autore non dà mai la sensazione di voler sostituire la loro voce con la propria. Il suo tocco autoriale sta elegantemente altrove, e non solo nella prosa che, in quanto einaudiana, è semplicemente perfetta. Mi riferisco più che altro ai subplot che è riuscito a sviluppare in concomitanza con la non facile ricostruzione del caso, i quali irrorano il libro come una vena sotterranea d’acqua freschissima. Il migliore è il racconto della Roma così come il 2016 l’ha consegnata agli annali: una città-discarica attanagliata da immondizia e malavita, da gabbiani e degrado postmoderno, verso la quale lo scrittore ha comunque più parole d’amore che di denuncia.

[GLN] Virginia Woolf, Leggere, scrivere, recensire (La vita felice, 2015). Chiudo questa mia breve rassegna con il vademecum per il futuro, anche se questo libro l’ho letto nel 2019: come la più indiscussa voce letteraria della contemporaneità possa indicare la via a noi smarriti seguaci della penna. Nella sua raccolta di articoli, opinioni e pagine personali, Woolf crea un breviario del giovane scrittore, insegnandoci l’approccio fondamentale che dobbiamo assumere ogni qualvolta che abbiamo a che fare con le parole: un approccio scientifico, pulito e sommamente autocritico.

Prima di lasciarvi andare, permetteteci di ringraziarvi per tutte le vostre visite al blog (siete davvero tantissimi!) e di farvi i nostri migliori auguri di buon anno!
Ci vediamo nel 2021, e per l’esattezza il 4 gennaio con un nuovo articolo e un nuovo argomento; a presto!

“Morire per le idee” di Costica Bradatan: ritratto del volto eroico della filosofia

Di Andrea Carria

Morire per le idee? Proprio così. Il libro di Costica Bradatan Morire per le idee. Le vite pericolose dei filosofi, pubblicato nel 2017 da Carbonio Editore (collana “Zolle”, traduzione di Olimpia Ellero), mostra un lato poco considerato del mestiere del filosofo, ma che in realtà è emerso nel momento stesso in cui la filosofia è nata.

Per Bradatan, Socrate, il padre della filosofia occidentale, è stato colui che ha anche inaugurato il sentiero insanguinato dei martiri filosofi. Costoro sono quei pensatori che hanno servito così fedelmente le loro idee e la filosofia da immolarsi. Scomodi per il potere costituito della loro epoca, questi filosofi hanno testimoniato ciò che prima avevano soltanto pensato o scritto, facendo del loro corpo morente l’opera più importante che mai potessero concepire.

Morire per le idee è una navigazione affascinante nelle acque più buie della storia della filosofia. È una navigazione affascinante per chi legge, ma se Bradatan ha potuto scriverla è perché qualcuno da quelle acque non è mai uscito. Se è vero, come si impara leggendo il libro, che una delle definizioni più calzanti di filosofare è “imparare a morire”, allora per qualcuno lo è stato di più che per altri. Le figure che si incontrano in questa storia sono infatti tra le più sfortunate degli ultimi mille anni di pensiero libero: Socrate, Ipazia, Severino Boezio, Thomas More, Giordano Bruno, Jan Patočka. Ognuno di loro ha pagato con la vita la propria coerenza e la mai semplice intesa fra pensiero e azione. Martire, in greco, significa testimone, ed è proprio ciò che questi filosofi hanno fatto morendo: hanno reso testimonianza della fondatezza delle proprie idee, dimostrando di avere ragione per mezzo del proprio sacrificio.

Se Socrate non avesse bevuto la cicuta, tutto quello che aveva insegnato fino a quel momento si sarebbe dissolto come neve al sole, e la filosofia così come la conosciamo non sarebbe esistita. Se Bruno avesse abiurato le proprie tesi di fronte al Sant’Uffizio, si sarebbe salvato, ma avrebbe anche riconosciuto il proprio errore e, insieme, l’inconsistenza di tutto il suo lavoro come libero pensatore. Il mestiere di filosofo è intrinsecamente intollerante alle contraddizioni, ma non meno accidentata è la strada di chi sceglie di fare della coerenza la propria bandiera. Al filosofo non sempre viene richiesto di dare prova pratica delle proprie idee, ma quando succede – e succede – le cose si complicano sempre, e in un modo o nell’altro finisce per perdere tutto.

Morire per le idee è la storia di come i filosofi hanno perso la cosa più cara che avessero, la vita, ma è anche la storia di come il loro nome ha sconfitto la morte. Le pagine sul martirio dei filosofi costituiscono il cuore del libro di Costica Bradatan. Essenziale perché un filosofo diventi martire sono un potere oppressore determinato a togliere di mezzo gli ostacoli, la presenza di qualcuno che racconti come si sono svolti i fatti e di un pubblico che sia disposto a ricevere quella storia. Solitamente ciò avviene in tempi brevi tuttavia, se le condizioni socio-politiche non lo permettono subito, una figura può diventare un simbolo anche a distanza di secoli. Ne sanno qualcosa Giordano Bruno e Ipazia, i quali hanno dovuto attendere un tempo lunghissimo prima che il loro esempio e le loro idee avessero una platea.

Le qualità del libro di Bradatan sono più di una. Il tema può erroneamente sembrare una nicchia quando in realtà si situa nel cuore stesso della filosofia, cosa che rende questo saggio una lettura particolarmente adatta agli appassionati. L’esposizione, scorrevole e chiara, non dà nulla per scontato e agevola anche chi ha poca familiarità con l’argomento o ha lasciato passare troppo tempo dall’ultima lettura di questo genere. Lo stile piacevole dell’autore è inoltre vivacizzato da una serie di intermezzi che si inseriscono nel corpo del testo principale. Si tratta di testi collaterali che approfondiscono un tema o aprono una finestra su un altro senza rallentare il flusso del discorso principale. Una dimostrazione di come a volte basti veramente poco per recuperare interesse intorno a un argomento.

È da diverso tempo che la filosofia non gode più di buona salute. La sua reputazione – mai stata buona nemmeno quella – ha visto moltiplicarsi sempre più spesso i motivi che la vogliono una disciplina stanca e quasi del tutto priva di risposte da dare alle sfide poste dalla modernità. Per non parlare poi dei filosofi, una categoria di cui nessuno ha mai saputo davvero cosa farne. Con questo libro, Costica Bradatan non ha risollevato di un centimetro la traiettoria discendente della filosofia e dei suoi adepti, ma ha comunque fatto qualcosa di davvero meritorio: accendere una fiammella nel lungo crepuscolo della filosofia ricordando non soltanto le sue eroiche origini, ma soprattutto il senso del filosofare. Fare filosofia, ricorda Bradatan citando Pierre Hadot, è prima di ogni altra cosa uno stile di vita. Fare filosofia è vivere la filosofia, e dal momento che le due cose non hanno mai smesso di andare di pari passo, oggi non meno che in passato la filosofia si riappropria di tutta la sua saggezza, e con orgoglio ricorda al mondo di essere forse l’unico cammino che prepara alla morte educando la ragione.

Morale degli schiavi o fraintendimento sull’amore? La risposta di Scheler al risentimento di Nietzsche

Di Andrea Carria

Il termine risentimento entra prepotentemente nelle riflessioni della filosofia nel 1887 con Genealogia della morale di Friedrich W. Nietzsche (1844-1900), libro dove il filosofo attribuì a questa passione umana la capacità di produrre valori e di foggiare un intero codice morale. Il risentimento che Nietzsche ha in mente è lo stesso che intendiamo comunemente tutti noi, ossia, come recita il vocabolario Treccani, «Lo stato d’animo di chi è risentito, cioè irritato contro qualcuno a causa di un rimprovero, o di un altro atto o comportamento, ritenuto ingiusto o offensivo […]». Non è il più nobile dei sentimenti, ma questo per Nietzsche non è una sorpresa: sono stati infatti gli «schiavi», cioè tutti coloro che si ritrovano privi di vigore e vitalità perché deboli o malati od offesi in qualche maniera, ad aver fatto del risentimento una forza a suo modo creatrice.

«La rivolta degli schiavi nella morale incomincia il giorno in cui il risentimento diventa anch’esso creatore e partorisce valori il risentimento di quegli esseri che si ritengono compensati solo per mezzo d’una vendetta immaginaria. […] Questa inversione del punto di vista da cui si creano i valori, questo irresistibile indirizzarsi al di fuori invece che all’indietro verso se stessi, fa parte per l’appunto del risentimento: la morale servile ha sempre e innanzi tutto bisogno, per nascere, d’un mondo che le sia opposto ed esteriore, ha bisogno, per parlare in termini di fisiologia, d’uno stimolo esterno per agire, e la sua azione è essenzialmente una reazione.»

La reazione di cui parla Nietzsche è quella degli schiavi alla «morale aristocratica», fondata sui valori dionisiaci della forza, dell’espansione, dell’affermazione di sé, dell’atteggiamento fiero e propositivo nei confronti della vita. Il difetto di questa morale, però, è quello di essere molto selettiva e di escludere tutti coloro — la maggioranza — che non hanno la possibilità di avere successo nel naturale confronto-scontro per la vita perché mancanti dei requisiti necessari. Il risentimento che quest’ultimi provano verso chi è in grado di onorare la morale aristocratica è il tipico risentimento dello schiavo o del servo per il proprio padrone: esso cresce infatti nell’impossibilità di una reazione immediata all’affronto subito e si rafforza nel tempo tanto più le probabilità di restituire l’offesa si assottigliano. La rivolta degli schiavi, dunque, non può essere una rivolta condotta in maniera convenzionale; non impiegherà, come Spartaco, le stesse armi dei signori, ma questa volta gli schiavi saranno abbastanza scaltri da volgere la debolezza che li contraddistingue a proprio vantaggio erigendo una morale rovesciata rispetto a quella dei loro dominatori, e la useranno poi per scalzarli dal potere.

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Friedrich W. Nietzsche (1844-1900)

Mentre crea valori, il risentimento ribalta anche il paradigma: ciò che prima era disprezzato adesso viene esaltato, ciò che prima era segno di nobiltà e modello da imitare, ora viene svilito. In poche parole, il risentimento ha dapprima indotto gli schiavi a non desiderare ciò che non avrebbero mai ottenuto, quindi ha affossato la morale aristocratica negandone i valori costitutivi, e infine ha trasformato in valori universali la loro mancanza di vigore e vitalità, cambiando la loro mitezza e la loro carità in virtù e riconoscendo nella benevolenza verso gli altri l’espressione d’amore più elevata.

È una metafora, una previsione del filosofo? Nient’affatto, dice Nietzsche: è esattamente quello che è successo nella storia dell’umanità con la religione ebraica e poi, universalmente, con il cristianesimo, il quale basa la propria morale sui sentimenti di carità e compassione, e ne assicura la salute per mezzo della casta sacerdotale.

«I preti sono, com’è noto, i nemici più feroci: — e perché poi? Perché sono i più deboli. Dalla debolezza nasce in loro un odio enorme, sinistro, astutissimo e velenosissimo. Nella storia del mondo tutti i maggiori odiatori sono sempre stati i preti, come anche i più intelligenti. Accanto all’intelligenza vendicativa dei preti ogni altra forza intellettuale non merita d’esser nemmeno presa in considerazione.»

A parziale confutazione delle tesi morali di Nietzsche, nel 1919 il fenomenologo Max Scheler (1874-1928) pubblica un breve saggio intitolato Il risentimento. In questo scritto Scheler accoglie e approfondisce le caratteristiche psicologiche descritte da Nietzsche nella Genealogia della morale, ma respinge con risolutezza l’interpretazione che il filosofo aveva dato del cristianesimo e del suo decalogo etico.

Scheler inizia definendo il risentimento come un «autoavvelenamento dell’anima» prodotto «da un’inibizione sistemica dello sfogo di certi moti dell’animo in sé stessi normali e inerenti la struttura di fondo della natura umana». Da ciò scaturisce il desiderio di vendetta, che è «l’esito più proprio del processo di risentimento» e interessa tutti coloro che sono sottoposti a un potere o a un’autorità interdittrice. Scheler non nega che nella storia delle società umane il risentimento non abbia avuto alcun ruolo nella formazione dei codici di condotta morali; esso è pur sempre una forma di rovesciamento, travisamento e falsificazione che muta in “male” ciò che prima era ritenuto “bene”, e la storia dell’Europa anche recente — dice — è ricca di esempi di tal genere. Quello che Scheler nega è che tutto ciò abbia riguardato il cristianesimo, la cui morale si incardina su princìpi autentici davvero profondi. Scrive:

«La morale autentica non si fonda affatto — come opina Nietzsche — sul risentimento. Essa poggia su una gerarchia dei valori eterna e sulle leggi evidenti di preferenza corrispondenti a tale gerarchia che sono oggettive e rigorosamente intelligibili quanto le verità della matematica.»

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Scheler, che considera la spiegazione offerta da Nietzsche «completamente falsa», rimprovera all’autore della Genealogia della morale di non aver tenuto conto della cosa più importante, ossia che nel passaggio dal mondo greco-romano a quello cristiano sia cambiato il concetto stesso di amore.

Nell’età classica — argomenta — l’amore era un’esperienza sia fisica che intellettuale e in quanto tale rifletteva una serie di concezioni ben codificate. In particolare una: il fatto stesso di amare denunciava una mancanza da parte dell’amante, il quale cercava nella persona amata il completamento di sé. Per questo colui o colei che era amato/a era posto/a su un gradino più elevato, cosicché — e questo è molto importante tenerlo presente — il moto dell’amore si dirigeva sempre dal basso verso l’alto. Sullo sfondo, elevatissima, si stagliava la meta irraggiungibile della perfezione, l’anelito di tutti i filosofi Platone in testa, che però era riservata soltanto a chi si trovava entro la sfera del divino. È in seno a questo sistema culturale che sbocciano il cristianesimo e il suo universo di valori. Una vera rivoluzione che non risparmia niente e nessuno, a cominciare dall’amore, ora concepito come un sentimento disinteressato e puro, capace di muovere verso gli umili e i diseredati persino i grandi proprio perché non più finalizzato a niente se non all’azione stessa di amare. Se gli dèi greci non avevano bisogno di amare perché completi di ogni perfezione (ma ricevevano comunque di buon grado l’amore dei fedeli), il Dio cristiano ribalta tale circuito e inaugura quello che Scheler efficacemente definisce «il moto di ritorno dell’amore»; un moto nel quale

«Dio non è più la meta eterna e quieta dell’amore della creatura, simile a una stella che muove addirittura l’universo al modo in cui “l’amato muove l’amante”, ma l’essenza stessa di Dio diventa amare e servire, e da ciò soltanto procede il suo creare, volere, causare».

Usando una metafora scientifica, è come se i poli terrestri si fossero invertiti e che il Nord fosse passato al Sud e viceversa. Non solo adesso l’amore va dall’alto verso il basso, da Dio verso l’uomo, ma ad attirarlo sono proprio quelli che, con le proprie azioni, più si sono allontanati dal bene e dalle virtù. Chi ha peccato merita l’attenzione e l’amore di Dio più di chi ha represso i propri impulsi e tentazioni; sono entrambi peccatori, ma se il secondo lascia che la sua anima si avveleni ancora di più, il primo ha ora la possibilità di confessare, di pentirsi e di ricevere il perdono di Dio, che è amore sconfinato. Un ragionamento incomprensibile pure questo, per un greco abituato a pensare che amore è solamente amore per il Bene, ma non per un cristiano al quale Gesù Cristo ha mostrato la via della Redenzione.

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Max Scheler (1874-1928)

Se tutto ciò è vero, se l’amore cristiano per i deboli, gli umili e i diseredati non è altro che l’amore stesso di Dio verso tutte le sue creature a prescindere dai loro sbagli, dove si colloca allora, che ruolo ha avuto il risentimento in tutto ciò? Per Scheler non ve n’è traccia; quello che ha visto e dimostrato con gli argomenti è solo il fraintendimento di Nietzsche, il quale non ha saputo o voluto riconoscere lo spirito autentico dell’amore cristiano quale motore di quella che, senz’ombra di dubbio, ha pure rappresentato una rivoluzione etica e culturale davvero profonda. Il cambio di valori morali è certamente avvenuto, ma è avvenuto in nome di un amore che fino ad allora non si era mai visto; lo sguardo verso i deboli, la carità, la compassione, la mitezza sono valori autentici dettati ancora dall’amore, e non ideali posticci innalzati per reazione da uomini privi di forza.

«Nietzsche, proprio perché concepisce il Cristianesimo a priori unicamente come una “morale” dotata di una “giustificazione” religiosa e non in primo luogo come una “religione”, misura i valori cristiani con il metro della quantità massimale di vita da questi consapevolmente rifiutato, ed è quindi costretto a interpretare in generale come segno di una morale del declino l’ipotesi di un livello di essere e di valore che si proietta oltre la vita e non più relativo a essa».

La prospettiva atea di Nietzsche ha introdotto un elemento fino a quel momento non considerato dai filosofi morali e, per quanto non possa sembrare, la smentita in chiave cristiana di Scheler ha più che altro confermato la validità dell’intuizione nietzschana di fondo, dando una veste fenomenologica (e quindi, a suo modo, “scientifica”) alla trattazione sul risentimento. Questo concetto, che si incontra in vari luoghi del Novecento e non solo — dall’opera di Jean Améry, che lo collegò al trauma di Auschwitz, fino a molto più indietro nel tempo con le Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij — è ormai diventato una pietra miliare del pensiero filosofico, e viene tutt’ora usato e commentato dai filosofi morali contemporanei. Di pregio insuperato per la chiarezza e la precisione descrittiva rimane tuttavia l’esposizione che Scheler ne ha fatto all’inizio del suo saggio nel 1919: leggerla alla luce dei fatti sociali e politici odierni (cosa del resto facile grazie alla ripubblicazione dell’opera da parte di Chiarelettere nel 2019) può aiutarci a comprendere le dinamiche, i miraggi, le contraffazioni e le leve psicologiche su cui fanno perno non pochi imbonitori da piazza.

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Italia che vai, fascismo che trovi…

Di Gian Luca Nicoletta

Nel nostro Paese assistiamo da anni a continue, seppur più o meno distanziate nel tempo, recrudescenze dell’ideologia fascista. Una questione che né i nostri genitori né i loro furono in grado di risolvere definitivamente ma che noi siamo chiamati a compiere. Lo spunto per riflettere su questo tema molto importante pur tuttavia assai spinoso mi è venuto leggendo Ma perché siamo ancora fascisti?, scritto da Francesco Filippi – già autore di Mussolini ha fatto anche cose buone – e edito da Bollati Boringhieri.

Il sottotitolo di questo saggio, davvero godibile nella sua forma scorrevole e nella scrittura leggera, è Un conto rimasto aperto e già evoca nella mente lontani scontri partitici e faziosi in cui una parte promette all’altra avversaria che prima o poi “faranno i conti”.
Fare i conti si presenta fin da subito come il punto nevralgico dal quale scaturisce l’eterno scontro, ambiguo e spesso sotterraneo, sulla persistenza o meno del fascismo nel nostro Paese. Il solo fatto di trovare nelle librerie un testo quale quello di Filippi è sintomo di un problema ancora tutto da risolvere, un conto che, per al’appunto, non siamo mai riusciti a chiudere. Il discorso dell’autore, però, non si concentra su ciò che ancora ci sarebbe da dire nei riguardi dei movimenti neofascisti o di estrema destra che ancora attirano parte dell’elettorato e dell’opinione pubblica, bensì in maniera intelligente ci porta all’origine di questi conti mai chiusi, partendo dalle primissime ore della Resistenza e dove lì, purtroppo, alcune cose non furono fatte.

Prima di arrivare al discorso, uno dei vari su cui Filippi dedica particolare attenzione, sull’epurazione è necessario però fare una breve premessa: nella descrizione del fascismo fatta sia da sommi intellettuali (uno fra tutti, Benedetto Croce), che da storici, studiosi, giornalisti, fino ai comuni cittadini, è passata nel corso degli anni l’idea del tutto sbagliata del fascismo come “malattia” dell’Italia e degli italiani, come “parentesi”, come “avventura tragica”, quest’ultima espressione poi fa sempre più spesso il paio con l’alleanza con la Germania nazista e l’intervento nella Seconda Guerra Mondiale. Se partiamo da questo preambolo non possiamo che giungere a delle conclusioni sbagliate, perché così facendo identifichiamo l’ideologia fascista e il fascismo nel suo insieme come un fenomeno esterno, che ci ha colpiti e ci ha deresponsabilizzati dalle nostre azioni. In un’ottica del genere non ci sarebbe molta differenza tra ammalarsi di fascismo o di Covid-19: comunque non sarebbe per nostro volere.
Il fascismo, al contrario, fu un movimento dotato di due elementi che nessun virus possiede e che afferiscono alla volontà umana: braccia forti e una ideologia ben strutturata. La combinazione di queste specifiche, congiuntamente a una continua e pressante influenza su di un intero popolo per vent’anni, fece sì che tutti o quasi tutti ne fossero permeati, intrisi fino al midollo, in altre parole: essere fascisti.

Questa infiltrazione del fascismo in tutti gli aspetti della vita, da quelli domestici e privati a quelli politici e pubblici, financo a quelli della più alta amministrazione, devono essere tenuti a mente ora che il discorso, come ho anticipato sopra, giunge al punto nodale: la grande (fallita) epurazione.
Per epurazione si intende l’insieme di indagini, processi e condanne che l’Italia (leggi gli italiani) liberata dai partigiani e dagli Alleati doveva fare ai danni dell’Italia (come sopra, leggi gli italiani) ancora fascista e repubblichina. L’inizio della famigerata “resa dei conti”. Un ideale imputato doveva rendere conto a un’ideale giuria di politiche liberticide, violenze, soprusi, soppressione di diritti fondamentali quali il voto, la libertà d’espressione, di sciopero, di associazionismo, etc. L’obiettivo di questo procedimento fu quello di estromettere dalla democrazia allora nascente, la nostra Repubblica, tutti coloro che avevano contribuito al funzionamento dello Stato dittatoriale.
Un procedimento di questo tipo, si capisce, non poteva essere opera che da compiere nel giro di qualche mese, nemmeno di qualche anno. Lo Stato non poté permettersi di bloccare la propria attività e al 1946 gli unici in grado di poter mandare avanti la macchina pubblica erano proprio gli ex fascisti. Dunque i Governi che in quegli anni si succedettero decisero di far giudicare ogni categoria dei vari settori (magistratura, scuola, perfino i privati) dai componenti stessi del settore medesimo: i magistrati dovettero giudicare i magistrati, i professori dovettero giudicare i professori, gli imprenditori dovettero giudicare gli imprenditori. In questo modo si arrivò alla paradossale situazione in cui il magistrato X, che da fascista aveva lavorato assiduamente durante tutto il ventennio, si ritrovò a dover giudicare per l’accusa di connivenza col fascismo l’operato del magistrato Y, suo collega, e viceversa. Il risultato? Del 100% dei procedimenti complessivi avviati in tutta Italia nell’arco di un decennio, una media (arrotondata per eccesso) del 2% costituí le condanne effettive comminate per il reato di fascismo. Il restante 98% dei casi fu risolto in funzione di una ragione superiore persino ai crimini del regime: “lo Stato ha bisogno di amministratori“, di professori, di giudici e di imprenditori, non fu possibile mandarli in carcere poiché ciò avrebbe voluto dire bloccare un’intera nazione. Se poi consideriamo che di quel 2% molti imputati andarono in pensione prima della condanna, morirono o dopo qualche anno furono reinseriti nei propri uffici, ecco come la percentuale effettiva si assottigliò ancor di più.

L’Italia repubblicana e antifascista, come da dettato costituzionale, nacque e venne amministrata da un’intera classe dirigente di fascisti ed ex fascisti.
Negli anni successivi a questa epurazione mancata, in aggiunta, furono avviati anche molti processi ai danni dei partigiani per i crimini commessi durante la guerra civile. E che cosa succede se a condurre le indagini e a istruire il processo troviamo il magistrato X di cui sopra? Le condanne per reati di guerra commessi dai partigiani furono molte e aspre, le quali non fecero che alimentare il profondo senso d’insoddisfazione e d’ingiustizia di tutti coloro che combatterono duramente per la Liberazione.

Raduno di neofascisti al Cimitero Maggiore (Milano) – fonte: ANSA

I fascisti del ventennio furono molto abili nel creare un articolato sistema di autotutela dei propri ruoli e funzioni, rendendosi letteralmente indispensabili per continuare lo svolgimento delle funzioni vitali di uno Stato. Isolando e allontanando dall’amministrazione tutti gli antifascisti, i quali non potevano accedere ad alcun incarico pubblico se non erano iscritti al PNF, a guerra finita dovettero giocoforza essere reintegrati nei loro ruoli, spesso a livelli dirigenziali. Tutto questo contribuí alla propagazione dell’ideale fascista, dei suoi modi operativi e dei suoi costumi (clientelismo, favoritismo, tutti mali che ancora oggi attanagliano gran parte del nostro sistema pubblico e privato), di fatto sopravvivendo a sé stesso. Nel 1945 finì la dittatura, ma il fascismo no e con lei non finirono i fascisti, i quali continuarono, nel loro privato, a trasmettere gli ideali in cui credevano, se vogliamo anche rinforzati dalla consapevolezza che per fascismo mai nessuno fu veramente punito.

Nel corso degli anni successivi, almeno due leggi giunsero in soccorso della democrazia, la legge Scelba del 1952 e la legge Mancino del 1993. Grazie a queste, sul piano del diritto, al fascismo venne messo un importante argine per evitare la ricostituzione del disciolto partito.

Ma molto deve essere fatto per evitare il propagarsi dei suoi ideali. I nostri nonni non riuscirono a ripulire una nazione dai crimini e dalle connivenze di cui si era macchiata, oggi sta a noi eradicare quelle erbacce che si sono trasformate in atteggiamenti culturali e ideologici. Loro non ci sono riusciti, ma ci hanno fatto dono della Costituzione, nostro compito è ricambiare il favore e completare l’opera lì dove loro si sono fermati.

Volere è potere… o quasi: “L’illusione della volontà cosciente” di Daniel M. Wegner

Di Andrea Carria

«Siamo noi a causare consciamente ciò che facciamo, oppure le nostre azioni ci capitano?». Chiunque si è posto questa domanda almeno una volta nella vita, ma solo pochi se ne occupano a livello scientifico come ha fatto lo psicologo sociale Daniel M. Wegner (1948-2013), che con questo punto interrogativo fa cominciare la prefazione a L’illusione della volontà cosciente (2002), uno dei suoi saggi più autorevoli, e che Carbonio Editore ha pubblicato nella collana “Zolle” in questo mese di giugno 2020, traduzione di Olimpia Ellero.

Per Wegner la volontà è un concetto su cui la psicologia non si è mai soffermata a dovere, e quando lo ha fatto non è riuscita a fare chiarezza sulla vera causa delle scelte degli uomini, da sempre in bilico fra volontà e determinismo in un aut aut che sembra non conoscere compromessi praticabili. La mancanza di risposte certe da parte della scienza ha lasciato che anche la volontà cadesse vittima dei luoghi comuni, e nel libro, tra le altre cose, Wegner si impegna a smontarli presentando ogni volta prove e argomentazioni. La prima cosa su cui dubitare è appunto la fondatezza dell’aut aut: davvero, si domanda lo psicologo, volontà e determinismo sono due concezioni che si escludono l’un l’altra, oppure esiste una spiegazione capace di riunirle nella stessa teoria?

Quando si parla di volontà cosciente accade poi che il concetto possa non essere subito chiaro. Innanzitutto, perché volontà cosciente e non volontà sic et simpliciter? Questa distinzione è fondamentale e Wegner ci si sofferma per alcune pagine proprio all’inizio del libro, illustrando con definizioni ed esempi quello che è il tratto distintivo della volontà cosciente: una netta sensazione di volontarietà da parte dell’individuo, il quale non nutre dubbi circa il fatto di aver compiuto quell’azione perché era esattamente ciò che voleva fare. Una circostanza tutt’altro che accessoria, come Wegner ha modo di spiegare a più riprese, questa, e che conduce lo psicologo a individuare nella mente cosciente «il luogo in cui si manifesta la volontà».

Se questo è un primo approdo sicuro, le situazioni da chiarire rimangono ancora tante. Vale la pena di ricordare che il libro si intitola L’illusione della volontà cosciente, traduzione fedelissima dell’inglese Illusion of Conscious Will, e già questo dice un paio di cose molto interessanti: la prima è che la volontà a cui attribuiamo la maggioranza delle nostre azioni potrebbe essere soltanto un’apparenza, mentre la seconda, più implicita, lascia presagire che sarà proprio la natura stessa dell’illusione a rendere particolarmente insidiosi gli ostacoli che dovranno essere superati.

«L’illusione della volontà cosciente potrebbe essere un’errata interpretazione dei nessi causali meccanicistici alla base del nostro comportamento, derivante dal fatto di guardare noi stessi attraverso il sistema esplicativo di tipo mentalistico. Non vediamo le rotelle che girano soltanto perché troppo impegnati a leggerci nella mente.»

La spiegazione meccanicistica secondo cui scegliamo e desideriamo perché a livello fisiologico siamo programmati in un certo modo non è molto allettante, diciamocelo. Viene da ripensare con benevolenza al povero Schopenhauer, alla svolta che la scienza ha dato alle nostre rappresentazioni negli ultimi due secoli, e la constatazione che se ne ricava subito è come le illusioni continuino a determinare la nostra percezione delle cose anche dopo aver smontato, rovesciato e rimontato il paradigma su basi completamente diverse. La volontà non è la forza irresistibile che vedeva l’autore de Il mondo come volontà e rappresentazione, lo sapevamo già, tuttavia, se Wegner avesse ragione, ammettere oggi che essa non sia nemmeno la causa primaria del nostro agire cosciente è fonte di un’inquietudine strisciante che sovverte giusto due o tre capisaldi dell’impianto culturale ed etico della civiltà occidentale!

Per fortuna la scrittura chiara e scorrevole di Wegner ha un effetto rassicurante, facilita la comprensione e rende la lettura del libro un’esperienza alla portata di un pubblico ragionevolmente vasto. Per essere un saggio, lo stile impiegato si caratterizza per un taglio alquanto personale. Accanto al rigore scientifico con cui vengono trattate le singole tematiche, il tono colloquiale che Wegner usa per avvicinarle si rende da subito apprezzabile e cimenta l’intesa con il lettore. A quest’ultimo del resto basta prestare attenzione ai titoli dei paragrafi per individuare temi di cui ha sentito parlare o si è interessato. Molti sono contenuti nel capitolo sugli automatismi psichici, uno dei più accattivanti del libro, dove viene offerta una spiegazione razionale a fenomeni controversi come la scrittura automatica, la tavoletta Ouija o la rabdomanzia. Cosa c’è di vero dietro alla testimonianza di chi afferma che il tavolo o la planchette si siano spostati da soli? La risposta di Wegner secondo cui questi sarebbero casi di perdita della consapevolezza piuttosto ordinari, deluderà forse molti spiritisti di oggi, ma soddisferà le menti più razionali.

Daniel M. Wegner (© Jon Chase/Harvard Staff Photographer)

L’illusione della volontà cosciente è un saggio e in quanto tale richiede attenzione. La sua lettura conosce momenti fra loro diversi che vanno dal brano più tecnico a quello più accessibile, e spesso sarà la preparazione del lettore a spostare l’asticella. A volte si può avere l’impressione che l’autore non giunga fino in fondo alle dimostrazioni promesse o che ci si aspetterebbe da lui, ma è anche vero che molte fra queste derivano da studi altrui che egli si limita a riportare. Ciò detto, le tesi originali di Daniel M. Wegner rimangono la parte centrale del libro e anche il più grosso incentivo alla sua lettura. Sta quindi proprio al lettore ragionare su quanto ha appreso e, a prescindere da come la pensi alla fine, la cosa certa è che d’ora in avanti non vedrà più i propri desideri allo stesso modo.

Tutte le strade portano in India: il “Grande Gioco” di inglesi e russi in Asia Centrale nel XIX secolo

Di Andrea Carria

Quando Dino Buzzati immaginò l’arrivo dei tartari dal deserto (un arrivo destinato a non verificarsi), forse non aveva considerato che la stessa cosa aveva valore anche a parti invertite. Se infatti nei secoli passati l’Occidente ha temuto più volte un’invasione da parte delle orde mongole, nell’Ottocento i discendenti di quei cavalieri hanno provato un’inquietudine simile per la comparsa all’orizzonte dei reggimenti russi o inglesi. I quali erano a loro volta costantemente sul chi vive, in quanto ogni esitazione, ogni rinuncia poteva essere sfruttata contro di loro dai rivali.

Il racconto della rivalità anglo-russa in Asia durante il XIX secolo è la storia del Grande Gioco o Torneo delle Ombre, come veniva chiamato in Russia: una competizione mai ufficializzata che di fatto ha scritto parte della storia di un intero continente. Il Grande Gioco (Adelphi, 2004) è pure il titolo del libro di Peter Hopkirk nel 1990: un volume ponderoso in cui il giornalista inglese è riuscito a raccontare in modo dettagliato e stupendamente appagante oltre cento anni di imperialismo europeo in Asia centrale.

Poche pagine, ed ecco subito la prima sorpresa. Che Napoleone avesse manie di grandezza ipertrofiche e che perseguisse l’annientamento della sua rivale storica, la Gran Bretagna, non è un mistero, ma che avesse addirittura progettato insieme allo zar Paolo di invadere l’India passando dalla Persia è una nota curiosa che si perde nel gran polverone sollevato da tutte le sue imprese. Imprese fa rima con sorprese, e la storia del Grande Gioco è una sequenza pressoché ininterrotta di entrambe. Per parlare di esso si potrebbe anche scegliere di ripercorrere le vite avventurose dei suoi eroi: sarebbe una narrazione avvincente ma che in questa sede ci porterebbe troppo lontano. Hopkirk dà comunque grande risalto ai protagonisti e li segue nelle loro peripezie in quelli che al tempo erano alcuni dei luoghi più remoti della Terra (e che in molti casi lo sono tutt’ora). È una storia che si compone di centinaia di fili, questa: fili solitari come lo erano molti degli uomini che presero parte al Grande Gioco da ambo le parti (ufficiali, esploratori, avventurieri, cartografi, agenti diplomatici o sotto copertura, spie, infiltrati, mercenari, contrabbandieri), ma che tutti insieme formano un arazzo vasto quanto il continente al centro della contesa.

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Per destreggiarsi in una storia tanto lunga, aggrovigliata e percorsa da migliaia di rivoli è necessario procedere con ordine e fissare qualche elemento. A inizio Ottocento la Gran Bretagna controllava l’India, ma i suoi territori non erano amministrati direttamente dalla Corona bensì dalla British East India Company, una compagnia a capitale privato che nel 1860 fu costretta a cedere alla regina Vittoria, appena proclamata imperatrice dell’India, la gestione delle colonie, che da quel momento avrebbero ospitato un viceré.

Per tutto questo periodo (e pure dopo) la Russia non smise di guardare verso Oriente nemmeno per un istante. A livello diplomatico i rapporti con la Gran Bretagna erano altalenanti ma in genere cordiali, e il fatto che i comandanti russi si fossero specializzati nel praticare una politica aggressiva diametralmente opposta a quella ufficiale fin troppo rassicurante, non disorientò né infastidì più di tanto gli inglesi, veterani di intrighi internazionali. L’India era l’obiettivo. Dal primo degli ufficiali all’ultimo dei cosacchi dello zar, lo sapevano tutti, era il più comune fra gli oggetti di discussione fra la truppa; e se durante una missione un agente russo incontrava un collega-rivale inglese da qualche parte sulle montagne o nel deserto, lo invitava a bere nella sua tenda e, sorridendo, lo informava che probabilmente la prossima volta si sarebbero sparati l’uno contro l’altro sul campo di battaglia.

A voce era facile, ma prima di giungere in vista dei contrafforti montuosi che difendevano l’India occorreva attraversare migliaia e migliaia di chilometri di deserti e di montagne inaccessibili, terre senza legge dove spadroneggiavano regnanti indigeni che si arricchivano grazie alle razzie e alla schiavitù. Per la Russia i regni musulmani dell’Asia centrale (khanati) rappresentavano da tempo una spina nel fianco di cui sbarazzarsi, ma le estati torride e gli inverni rigidissimi che si registravano al centro del Continente rendevano impraticabile un’invasione da parte di un esercito moderno con tanto di artiglieria al seguito. Dopo i fallimenti clamorosi delle prime campagne contro il khan di Khiva, fu solo con la presa di Tashkent nel 1865 che lo zar ebbe la forza e l’organizzazione necessarie per intraprendere l’avanzata verso est a lungo rincorsa. In una manciata di anni l’Impero russo incorporò tutti i khanati che si estendevano fra il Caspio e lo Xingjiang (il cosiddetto Turkestan cinese, abitato da popolazioni di etnia e lingua turche con fede musulmana), espugnando o convincendo alla resa città leggendarie come Khiva (il mercato di schiavi più importante dell’Asia centrale), Bukhara e Samarcanda. Saldamente attestato nel suo quartier generale a Tashkent, guidava l’espansione il generale von Kaufman, passato alla storia come “l’architetto” dell’Impero russo in Asia.

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Lord George Curzon, Viceré dell’India dal 1899 al 1905

Era dai tempi di Caterina la Grande che gli zar sognavano di mettere le mani sull’India, terra dalle ricchezze favolose che rappresentava la trave nell’occhio di tutti i rivali della Gran Bretagna, e finalmente la Russia si stava progressivamente avvicinando alle sue frontiere all’impressionante ritmo di centocinquanta chilometri quadrati al giorno. Ma cosa si stava facendo a Londra e nella sede del governo coloniale a Calcutta, nel frattempo? C’è da dire che per tutta la durata del Grande Gioco l’Inghilterra mantenne una visione prettamente difensiva delle proprie manovre in Asia, manovre che erano volte — tutte — a prevenire un’aggressione russa del subcontinente. L’attesa gravida di minaccia alla Buzzati valeva così non solo per i khanati, poi effettivamente inglobati nell’Impero zarista, ma anche per la Gran Bretagna, la quale considerava i suoi possedimenti asiatici fatalmente esposti alle brame del colosso settentrionale. Le mire russe sull’India erano conosciute sia a Londra che a Calcutta, e sebbene i russofobi ne ingigantissero il pericolo, ogni volta che gli eserciti indiani si mossero dalle guarnigioni di frontiera fu per scongiurare il rischio che Pietroburgo si aprisse una via per l’India attraverso i deserti, le steppe e i sistemi montuosi del Nord. Peter Hopkirk, nel cui libro privilegia il punto di vista britannico, sembra infatti scartare l’ipotesi che le spedizioni inglesi di quel periodo avessero fini espansionistici, e infatti le presenta più come un’incombenza che come un’opportunità da cogliere al volo. L’interesse territoriale del Parlamento e della Corona era limitato all’India; se ne avevano uno anche per l’Asia centrale esso era soltanto commerciale e da ottenere con la diplomazia, non certo con le armi.

Ciò non toglie che le armi, gli inglesi, le abbiano usate più di una volta e che esse abbiano procurato nuovi territori all’Impero. La prima, grande guerra combattuta dai sudditi di Sua Maestà durante il Grande Gioco fu quella in Afghanistan nel 1839. Al tempo il paese era retto da una monarchia indipendente, ma le ingerenze russe nella politica afghana destarono parecchie preoccupazioni negli inglesi, i quali pronosticavano un’imminente annessione di Kabul da parte dello zar. Per scongiurare quest’esito, le truppe della Compagnia invasero l’Afghanistan da sud e insediarono sul trono un sovrano di loro gradimento. La crisi sembrava essere stata risolta brillantemente e con tempismo, se non che una rivolta popolare mal gestita e la coalizzazione delle varie fazioni tribali trasformarono l’Afghanistan in una trappola mortale e l’invasione nella peggiore disfatta militare da parte delle truppe britanniche in Asia.

L’assetto geopolitico che Londra riteneva ideale per i suoi interessi asiatici prevedeva una cintura di stati cuscinetto retti da sovrani filoinglesi lungo tutta la frontiera settentrionale dell’India: in questo modo, se i russi si fossero spinti troppo a sud, avrebbero comunque trovato la strada sbarrata da fedeli alleati di Sua Maestà. Questa necessità cresceva via via che le missioni diplomatiche e commerciali scoprivano che le catene montuose che saldavano il subcontinente all’Asia non erano inviolabili come si era sempre creduto. Il Pamir, il Karakorum, l’Hindu Kush e lo stesso Himalaya erano sistemi montuosi imponenti ma di cui si conosceva poco o nulla, per cui la fama che circondava la loro impenetrabilità era più una supposizione che una certezza verificata. Fu proprio durante il Grande Gioco che le esplorazioni geografiche conobbero una stagione particolarmente intensa. Vennero mappate intere aree, scoperti nuovi valichi e nuove valli, testata la navigabilità di numerosi fiumi e si constatò che quasi mai le distanze presunte venivano confermate dalle misurazioni sul campo, tanto che tra un punto e l’altro della carta — si scoprì — potevano nascondersi interi reami fino ad allora ignoti.

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L’Impero britannico durante la sua massima espansione all’inizio del XX secolo

In tutto questo gli asiatici non avevano voce in capitolo. Alleati oggi e pedine sacrificabili domani, i regni dei khan e dei maraja erano lo strumento con cui russi e inglesi si facevano guerra per interposta persona. I sovrani locali venivano scelti dagli uni o dagli altri in base ai propri interessi, e destituiti se non convenivano più o diventavano troppo minacciosi. Gli inglesi in questo erano maestri, e tolta la disfatta afghana dimostrarono una spregiudicatezza e una tempistica d’intervento quasi chirurgica.

Alla fine i russi non giunsero mai in India e nemmeno vi si avvicinarono. L’ultima corsa riguardò il Tibet, paese semiautonomo dell’Impero cinese che gli inglesi, con la solita preoccupazione di anticipare i generali dello zar, invasero nel 1904. Nello stesso anno scoppiò la guerra tra Russia e Giappone, un conflitto che mostrò al mondo tutta la debolezza e l’impreparazione delle armate russe, le quali fino ad allora avevano dimostrato la loro presupposta invincibilità soltanto contro paesi con armamenti desueti. La cocente sconfitta contro i giapponesi e i gravi problemi sociali che si preparavano all’orizzonte segnarono l’uscita di scena della Russia dal Grande Gioco. Da parte sua l’Inghilterra mantenne tutti i suoi possedimenti in Oriente e, all’inizio del nuovo secolo, si confermava essere la maggiore potenza mondiale.

Se volete conoscere altro a proposito di questa storia così ricca e affascinante, le letture non mancano. In lingua inglese esistono numerosi resoconti di viaggio, diari e pamphlet scritti dagli stessi protagonisti del Grande Gioco o da cronisti coevi, ma probabilmente non sono così facilmente reperibili. A trent’anni di distanza, il libro di Peter Hopkirk resta ancora oggi un’opera imprescindibile che vi regalerà a ogni pagina il piacere di una lettura intensa. Personalmente lo considero uno dei più bei libri che abbia letto negli ultimi anni. Se invece desiderate qualcosa di più letterario, sono due i romanzi che non possono mancare alla vostra lista: Michele Strogoff di Jules Verne (l’edizione italiana più recente è quella Mondadori del 2016) e Kim di Rudyard Kipling, il romanzo che ha contribuito a rendere l’espressione Grande Gioco così popolare.

Immagine in copertina: Edwin Lord Weeks, Along the Gaths, Mathura, 1880 ca, Los Angeles County Museum of Art

Io leggo a casa: 12 libri per combattere l’epidemia (e la noia)

Ieri sera il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ha annunciato che le limitazioni dovute al propagarsi dei contagi da coronavirus che nelle settimane scorse avevano riguardato solo alcune province del centro-nord da oggi vengono estese al resto dell’Italia. Ciò significa viaggi solo per lavoro o per comprovata necessità, niente ritrovi con gli amici e, in generale, una vita sociale ridotta al minimo per tutti.

Sono misure dure, ma necessarie. Una cosa positiva è che ognuno di noi avrà più tempo da dedicare a sé stesso, e noi dello Specchio di Ego crediamo che la lettura sia un buon modo per impiegare il tempo in queste settimane di inerzia forzata. Quello che vi proponiamo oggi non sarà quindi il solito articolo di approfondimento o di divulgazione letteraria, ma qualcosa che ci auguriamo possiate trovare più utile: una lista di 12 letture da noi selezionate per utilità e preferenza, sperando che possano tenervi compagnia così come hanno fatto con noi!

1. Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera (1985). È il titolo più parafrasato in questi giorni, anche se non sempre i giornalisti (o chi ne fa uso) dimostrano grande discernimento. Perché, dunque, non cogliere l’occasione al volo andando a leggere uno dei romanzi più celebri del grande maestro venezuelano?

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2. Andrew Sean Greer, Less (2017). Abbiamo pensato di includere in questa lista il libro vincitore del premio Pulitzer 2018 (qui la nostra recensione) perché in questi giorni il mondo è diventato improvvisamente molto piccolo per tutti: ebbene, lo è anche per il protagonista di questo romanzo che, per quanto lo giri in lungo e in largo, alla fine si renderà conto che nessun pianeta è abbastanza vasto per allontanarsi da sé stessi o dalla persona che si ama.

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3. Shirley Jackson, Lizzie (1954). Questo è uno dei romanzi di cui qui nel blog abbiamo parlato nei termini più entusiastici (vedi qui): una storia che si addentra nei labirinti della mente umana e che sorprende il lettore per la sua architettura letteraria perfettamente riuscita. Un libro sorprendente e conturbante al tempo stesso, Lizzie è l’opera di una grande scrittrice!

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4. Claudio Magris, Danubio (1990). Torniamo al tema del viaggio con una lettura di livello nonché l’opera più celebre di Claudio Magris, il quale invita il lettore a lasciarsi trasportare dalle acque del grande fiume dalla sorgente alla foce, in un racconto affascinante in cui i paesaggi dell’Europa balcanica si mescolano con le vestigia di epoche lontane e con i ricordi e le suggestioni del suo infaticabile narratore.

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5. Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie (1997). Un saggio bellissimo e inclassificabile, quello di Diamond. Bellissimo perché vi terrà con gli occhi incollati alla pagina; inclassificabile perché il suo autore si muove sul labile confine fra storia e antropologia, fra biologia e sociologia. Tante discipline diverse, è vero, ma il traguardo è ambizioso: ricostruire il senso dello sviluppo delle civiltà da una prospettiva mai vista prima, sfatando luoghi comuni e pregiudizi, ma anche spiegando perché proprio le malattie e le epidemie sono state decisive nella costituzione di società sempre più complesse.

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6. David Quammen, Spillover (2012). A proposito di epidemie, è però Spillover il libro che sta davanti a tutti in questo momento. Fresco fresco di ristampa per i tipi Adelphi, il reportage del divulgatore scientifico David Quammen racconta l’evoluzione dei virus e di come questi sgraditi ospiti trovino sempre il modo di passare dagli animali all’uomo. Se non vi farete spaventare dalla mole e dal carattere minuto delle sue pagine (come se l’argomento non fosse già abbastanza inquietante!), questa potrebbe essere la lettura più utile che possiate fare sull’argomento in questo periodo di vasta comunicazione ma di non sempre attendibile informazione.

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7. Virginia Woolf, La Signora Dalloway (1925). Uno dei romanzi che ha formato il ‘900 letterario: la vita di una donna rivissuta nell’arco di un solo giorno, dai primi amori di gioventù alle ripercussioni di scelte importanti (o pensieri importanti) nell’età adulta. Un capolavoro della letteratura europea e mondiale che vi coinvolgerà anima e corpo.

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8. Philip Roth, La macchia umana (2000). Questa è l’opera che, per molti della critica, ha consacrato Roth al successo. In questo romanzo che, idealmente, chiude la trilogia iniziata con Pastolare americana e Ho sposato un comunista, Roth sfrutta gli eventi storici che hanno segnato la società statunitense, in particolare il caso sexgate scatenato da Monica Lewinsky e l’allora presidente U.S.A. Bill Clinton, per tracciarne un ritratto acuto, aspro e dai toni volutamente accesi.

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9. Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno (1947). Per chi è appassionato della storia della Seconda Guerra Mondiale, questo romanzo dell’immediato dopoguerra e scritto da una delle penne più acutamente brillanti della nostra letteratura contemporanea può dare uno sguardo interessante e per molti versi inedito della lotta partigiana: quello di un bambino, per certi versi cresciuto in fretta, per altri che si crede troppo adulto, alle prese con una banda di partigiani.

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10. Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto (1913-1927). Se poi, in questi giorni da passare a casa, avete davvero tanto tempo, l’occasione può farsi assai ghiotta per partire alla volta di un viaggio che rappresenta una vera e propria esperienza letteraria: l’opera monumentale di Proust, in cui si racchiudono esperienze multiformi, immagini indelebili, caratterizzazioni particolareggiatissime di personaggi, tipi, situazioni ed eventi, due parola, il mondo. La Recherche è un viaggio alla scoperta di sé stessi, del proprio tempo e di cosa lo rende indefinibilmente perduto agli occhi di tutti noi.

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11. Lian Hearn, La leggenda di Otori (2006). Per i più giovani e avventurosi di voi proponiamo la lettura di questa trilogia, ambientata in un lontano Giappone dal sapore medioevale e costellata da azioni mirabolanti, scontri all’ultimo sangue e dall’astuzia calma e silenziosa che solo degli spietati assassini possono avere.

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12. Leander Deeny, Gli incubi di Hazel (2008). Una favola dai toni foschi, un po’ gotica e che può ricordare le atmosfere che regnano in casa Addams, questo libro può essere una piacevole lettura se volete affrontare una casa scura e popolata da strani personaggi ma senza perdere lo sguardo del bambino che c’è in voi.

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Questi i nostri consigli di lettura: ce ne sono un po’ per tutti i gusti e speriamo che vi piaceranno. Mettiamo da parte per il momento l’egoismo e convinciamoci che il benessere individuale non può realizzarsi senza quello collettivo. Perché passi prima e meglio, io leggo a casa. Io resto a casa.

8 Marzo di ogni epoca: il potere della donna a corte, sul trono e…

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’approssimarsi della Giornata internazionale della Donna, ho pensato di condividere con voi le riflessioni di una penna illustre della scrittura al e del femminile: Benedetta Craveri.

L’opera in particolare che vi presento oggi è stata pubblicata nel 2005 da Adelphi, il cui titolo emblematico è Amanti e regine. Il potere delle donne, un bellissimo nonché godibilissimo testo nel quale Craveri traccia una storia del potere femminile nell’ambito dell’esercizio di quello tipicamente maschile, ovverosia l’amministrazione e il governo di un regno, quello Francese, dal XVI al XVIII secolo.

La scrittura di Craveri, ben nota a chi è appassionato del mondo francofono, alterna momenti di scientifica trattazione storica a momenti di più leggera descrizione romanzesca, in un connubio che non rende mai la lettura stancante e anzi, incuriosisce e sprona a procedere (questo, a mio avviso, il miglior modo di fare una divulgazione di qualità).

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Entriamo dunque nel testo vero e proprio e osserviamo chi sono le donne che Craveri ci invita a conoscere più da vicino: sono regine consorti (le quali sono investite del titolo solo in virtù del matrimonio col sovrano, dunque differenti dalle regine regnanti che invece esercitano il loro diritto personale di regnare, come lo sono state Elisabetta I, la regina Vittoria e l’attuale Elisabetta II, per citare solo le più note), poi ci sono le cortigiane e le amanti. Ci tengo a fare una piccola specificazione tra i ruoli di cortigiana e amante, perché le prime esercitavano la loro influenza meramente grazie alla loro astuzia e intelligenza, mentre le seconde potevano avvalersi anche del proprio corpo come mezzo di persuasione e convincimento. Queste tre categorie di donne non solo vivevano sotto allo stesso fastoso tetto, si pensi a Versailles dal periodo di Luigi XIV in poi, ma ruotavano anche attorno allo stesso uomo, il re.

«Nella Francia del Cinquecento sovrane e principesse non sono, però, le sole a tenere la scena. In loro assenza, accanto a loro, spesso in aperto antagonismo con loro, avanzano le regine dei cuori, le potentissime favorite reali…»

Se infatti la regina consorte giungeva ai ranghi più alti della società di corte per matrimonio, cioè quasi sempre in forza di un accordo precedentemente preso fra i genitori dello sposo e i genitori della sposa senza che gli interessati potessero esprimere un proprio parere, la favorita (una cortigiana che assurge al ruolo di amante) diventava tale grazie a un palese apprezzamento del sovrano. Quest’ultimo lo dimostrava attraverso gesti profondamente simbolici e pubblici quali il saluto, la parola e il dono a chi, tra le donne che popolavano la sua corte, fosse quella che lui stesso aveva giudicato superiore alle altre. Poco importava che la favorita potesse essere già sposata o che la regina consorte ne potesse avere a male.
Sin qui potreste pensare che tutto ruota attorno alle scelte del re, quindi dove si manifesta il potere femminile?

Per rispondere alla domanda proporrò due esempi tratti dal testo: il primo è quello di Caterina de’ Medici, il secondo è quello di Madame de Pompadour.

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Édouard Debat-Ponsan ritrae Caterina de’ Medici che osserva le vittime del massacro di San Bartolomeo

Caterina de’ Medici fu regina consorte di Francia grazie al matrimonio con Enrico II di Valois. Dalla loro unione nacquero, seppur con molte difficoltà e dopo ben dieci anni di matrimonio, molti figli di cui però non tutti giunsero all’età adulta. Nel 1559 ella rimase vedova e da allora sino al 1589 fu di fatto la regine reggente di Francia, aiutando i due figli che si succedettero sul trono. Quella di Caterina de’ Medici fu senza dubbio un’acuta strategia politica, volta ad assicurare attorno alla sua figura un’aura di clemente austerità che le garantisse il primato a corte dopo la morte di Enrico II:

«Tutta la sua autorità derivava dall’essere vedova e madre, condizioni che per incutere rispetto esigevano la rinuncia a ogni forma di vanità femminile, la devozione al marito scomparso, l’austerità, la castità, la totale dedizione all’educazione dei figli e agli interessi del piccolo re. […] La sua severità non aveva però niente di arcigno: una incipiente pinguedine contribuiva a conferirle un’aria rassicurante, bonaria, resa ancora più convincente da una squisita cortesia e da un tono suadente. […] la sua grande capacità di persuasione, unita a un notevole acume psicologico e a un’arte consumata della dissimulazione, faceva di Caterina una straordinaria mediatrice e una abilissima diplomatica.»

L’impalcatura che Caterina costruì attorno alla sua figura per sostenerla nell’incertezza di una donna sola al comando si basò sul sapiente utilizzo di simboli: fu lei ad adottare l’utilizzo del nero per esprimere il proprio lutto, quando in precedenza si usava il bianco, fu lei a codificare in una indistruttibile ritualità tutti i cerimoniali di corte, delle udienze e delle feste. Mai, durante la sua reggenza (che potremmo benissimo definir regno se non per timore di sbagliare giuridicamente), il cerimoniale di corte si fermò un solo giorno, neanche durante le guerre, neanche durante il sanguinoso fratricidio che furono le lotte religiose tra cattolici e ugonotti. Il suo obiettivo principale fu e rimase il mantenimento e l’accrescimento dell’autorità regale, placando e contrastando le spinte che dal basso venivano rinfocolate dai feudatari che reclamavano sempre meno vincoli con la corona. Il suo lavoro di regina reggente si esplicitò nei termini di una conservazione di quella che sarebbe stata, alla sua morte, l’eredità del regno ai suoi figli e il mantenimento sul trono della dinastia Valois.

Il secondo esempio di questa espressione di potere (al) femminile viene da Jeanne Antoinette Poisson, meglio conosciuta come “Reinette” o Madame de Pompadour.
Il caso di Madame de Pompadour ci mostra l’ascesa sociale che la giovane “Reinette” (“reginetta”) fece dal suo ambiente alto borghese di provenienza. Grazie alla sua acuta e seducente personalità riuscì non solo a farsi introdurre alla corte di Versailles di Luigi XV, ma anche a diventarne la favorita per quasi vent’anni.

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La Marchesa di Pompadour, ritratto di François Boucher

«Si riteneva la marchesa colpevole di incoraggiare Luigi XV a isolarsi dalla sua corte per meglio dominarlo, e di influire sulla scelta dei pochi fortunati chiamati a condividerne l’intimità, il che equivaleva ad appropriarsi surrettiziamente di una prerogativa esclusiva del sovrano: l’esercizio del favore.»

Questo elemento, l’esercizio del favore, sta alle favorite nella stessa proporzione in cui la conservazione del potere regale sta alla regina reggente: è semplicemente tutto. Sono i massimi cui le due categorie di donne possono ambire, proprio perché rappresentano l’essenza stessa del potere del sovrano: la regalità e il favore, l’autodeterminazione e il giudizio. Ricordiamo il percorso diverso dal quale le regine e le amanti giungono in cima alla piramide sociale: la regina dall’esterno, l’amante dall’interno. Dunque se il potere e il favore sono gli strumenti che il re ha utilizzato per dare loro il dominio sul regno e sulla corte, parimenti potere e favore diventano ciò cui queste donne ambiscono per potersi autodeterminare. Nel caso di Caterina de’ Medici era chiaro, in quello di Madame de Pompadour è più sottile, perché si tratta di una favorita: isolando il re e tenendolo sempre più stretto a sé, Reinette riesce a impadronirsi del potere, di pertinenza esclusiva del sovrano, di scegliere, selezionare chi può avere accesso ai salotti e alle feste che lei organizza e di cui lei sola compone la lista degli invitati. La figura maschile viene svuotata della sua facoltà senza che il detentore di tale facoltà se ne accorga.

Oltre a questi, Craveri ci racconta molte altre storie, tutte interessanti e ugualmente efficaci, che aiutano la nostra coscienza ad ampliare e a moltiplicare lo sguardo sul potere multiforme della donna, mai privo di osservazioni contrastanti da parte di storici e critici, dandoci al contempo una bella lezione di storia, sia moderna che contemporanea.