Scrivere filosofia: l’esempio di Jean Améry

Di Andrea Carria

 

Quando il progetto di questo blog era ancora solo un’idea, la mia mente già fantastica sugli articoli che mi sarebbe piaciuto scrivere. Articoli di vario tipo, con un occhio di riguardo per quegli “autori ancora poco conosciuti o ad oggi dimenticati”: così volli scrivere nella lettera di presentazioni a te, o lettore. Quattro mesi dopo, alcuni di questi articoli li ho scritti e spero di poterne scrivere molti altri. Oggi spunterò una nuova voce dall’elenco dei miei propositi parlandoti di un autore a me molto caro, uno di quelli che, in riferimento ai natali del blog, trovo opportuno definire “della prima ora”.

Ho sentito parlare di Jean Améry per la prima volta in un corso su Primo Levi durante l’ultimo anno di università. Curioso e impaziente di conoscere già all’epoca, nel pot-pourri di storia, filosofia e letteratura che cucinavo durante gli anni della mia formazione universitaria, uno svago particolare consisteva nel collocare i nomi sconosciuti di intellettuali e scrittori che incontravo nei libri al giusto posto, implementando così il mio catalogo personale di storia della cultura occidentale degli ultimi due o tre secoli. Ecco perché quando il professore ci presentò Améry come filosofo rimasi colpito: non lo avevo mai sentito, eppure mi consideravo un tipo di buona memoria che in cinque anni di corsi di filosofia, per giunta, ne aveva seguiti! Tutto ciò era abbastanza perché cominciassi a interessarmi a lui, sebbene ancora non sapessi che la sua sarebbe stata una compagnia che mi avrebbe seguito silenziosamente negli anni.

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Oltre alla modestia del mio sapere, il motivo per il quale il nome di Améry mi giungeva nuovo era da cercare nella sua biografia, dove a loro volta sono racchiuse le ragioni del suo particolarissimo profilo di intellettuale e di scrittore. Nato a Vienna nel 1912 da genitori di origine ebraica, Améry – il cui vero nome era Hans Mayer – ricevette un’educazione laica che non si differenziava in nulla da quella dei suoi coetanei viennesi, tanto che – come è stato lui stesso a raccontare – la madre si recava talvolta a messa e in occasione del Natale, a casa, veniva addobbato l’albero. Successivamente, la formazione universitaria di tipo umanistico e la frequentazione degli ambienti del neopositivismo viennese rafforzarono la sua identità austriaca ed europea. Questa storia di integrazione perfettamente riuscita venne stroncata – o, per meglio dire, negata – dall’avvento di Hitler: all’indomani dell’Anschluss (1938), Améry abbandonò il proprio paese rifugiandosi in Belgio, dove in seguito avrebbe aderito a una formazione della locale Resistenza. Catturato dai nazisti e torturato, in quanto ebreo nel 1943 Améry mise piede ad Auschwitz; prima di allora non aveva mai sentito nemmeno parlare di lingua yiddish, che invece scoprì essere la lingua più parlata nel campo, seconda solo al tedesco. A guerra finita, Améry si stabilì a Bruxelles e, nel suo rifiuto per la Germania, rimpiazzò la cultura tedesca con quella francese, adottando il nuovo nome (Améry è l’anagramma di Mayer, mentre Jean è la versione francese di Hans). In maniera non dissimile da altri sopravvissuti, che per deferenza, voglia di dimenticare o paura di non essere creduti preferirono tacere, Améry evitò per anni di raccontare la propria esperienza nel Lager. L’occasione giusta gli si presentò nel 1964, quando scrisse un saggio che avrebbe dovuto essere letto durante una trasmissione radiofonica. La scrittura risvegliò qualcosa in lui e a quel saggio seguirono altre pagine; è così che nacque il più famoso dei suoi libri, Intellettuale a Auschwitz. Per Améry fu come spezzare un tabù: da quel momento la sua produzione letteraria conobbe un’impennata e la conoscenza acquisita durante quell’esperienza disumana – ora anche rielaborata concettualmente – finì per influenzare in modo determinante il tenore di tutti i suoi scritti successivi.

Pur cimentandosi con vari generi letterari, è come autore di saggi che Améry trovò la propria dimensione di scrittore. Dopo Intellettuale a Auschwitz, che nella sua veste di saggio autobiografico rappresenta uno dei testi più originali della letteratura sulla Shoah, Améry scrisse in particolare due volumetti di una certa rilevanza. Il primo, Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare (1968), è un saggio che Améry dedica al fenomeno dell’invecchiamento, indagandolo sotto molteplici punti di vista. L’individuo che invecchia, denominato A, assume svariate identità (un uomo, una donna, uno scrittore famoso, un personaggio letterario, l’autore stesso), e ciascuna di esse è la più funzionale per il tipo di analisi che Améry svolge in ogni capitolo: l’invecchiamento sociale, culturale, quello che passa attraverso lo sguardo degli altri e così via. Il secondo saggio, Levar la mano su di sé (1976), affronta invece il delicatissimo tema del suicidio (al quale Améry preferisce l’espressione “morte libera”, Freitod), descrivendone una prospettiva ancora più personale perché letta attraverso il suo primo tentativo – fallito – di darsi la morte, risalente ad appena due anni prima. Questi tre saggi – tutti disponibili in italiano – sono testi fra loro indipendenti e allo stesso tempo relati; sarebbe esagerato affermare che i successivi nascono dai precedenti come una loro prosecuzione, tuttavia c’è da scommettere che Améry non avrebbe respinto l’idea e che forse avrebbe dato pure il proprio consenso all’espressione «trilogia della vita offesa» con cui Pier Paolo Portinaro ha definito il corpus di testi più importante della sua opera.

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Venendo all’apporto dato dalla sua attività speculativa, c’è da dire che il pensiero di Améry è più personale che originale. Améry, per usare le parole di Giuia Risari, «non è un grande pensatore»; le sue basi teoretiche, così come quelle del suo lessico, sono debitrici delle filosofie di Sartre, Beauvoir, Jankélévitch, Gorz, e ancora di più delle sue basi lo sono i suoi approdi filosofici, i quali rielaborano in chiave personale idee e concezioni già illustrate da altri. D’altro canto, è sempre a questo “personalismo” che si devono le sue intuizioni più originali. Dei tre saggi sopra ricordati, Levar la mano su di sé è senz’altro quello che dice qualcosa di nuovo in più sulla morte libera, e il sospetto che il tentato suicidio del 1974 – poi ripetuto (e perfezionato) nel 1978 – ne costituisca la ragione primaria è difficile da dissipare.

Quanto detto non vuole andare a detrimento dell’opera di Jean Améry, un autore che, sebbene per molti oggi sia da (ri)scoprire, quand’era all’apice della sua attività di pubblicista riuscì ad assicurarsi una nicchia di mercato a dispetto delle proprie autolimitazioni (come scrittore in lingua tedesca, vietò infatti che i suoi libri venissero diffusi in Germania), realizzandosi come uno degli ultimi liberi pensatori in grado – a prescindere dai risultati più o meno originali a cui giunse – non tanto di fare, quanto di scrivere filosofia fuori da ogni università e accademia.

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Mentre Primo Levi divenne scrittore in seguito al Lager – come egli stesso ebbe più volte modo di ricordare – Améry entrò ad Auschwitz già come autore di un romanzo – Die Schiffbrüchigen (I naufraghi) – che era stato portato, senza successo, all’attenzione di Robert Musil. Améry, quindi, coltivava ambizioni letterarie di vecchia data che il nazismo falciò nel momento del loro germogliare. Il ritardo con cui si affacciò sulla scena letteraria del Dopoguerra è una fioritura tardiva – senile – di una vita e di una carriera che sarebbero potute andare diversamente. L’attenzione che da scrittore ha sempre riservato agli offesi, agli ultimi – visibile anche nel romanzo-saggio Charles Bovary, medico di campagna. Ritratto di un uomo semplice (1978) – potrebbe quindi venire interpretato come un effetto collaterale dell’essersi considerato per tutta la vita uno scrittore derubato del suo momento. Come scrisse in Rivolta e rassegnazione, saggio pubblicato per una coincidenza significativa nel 1968, anno simbolo delle rivendicazioni giovanili:

«Nella vita di ogni essere umano esiste un punto del tempo, o se vogliamo usare la più precisa terminologia matematica, l’intorno di un punto, in cui egli scopre di essere solo ciò che è. D’un tratto si rende conto che il mondo non gli fa più credito di un futuro, non accetta più di considerarlo per ciò che potrebbe essere. All’immagine che si fa di lui, la società non sovrappone più le possibilità che egli credeva gli fossero ancora concesse. Egli scopre di essere – non per giudizio proprio, ma come immagine speculare dello sguardo degli altri, che ben presto tuttavia egli interiorizza – un individuo senza possibilità».

Senza possibilità. A cinquantasei anni, è così che Améry doveva vedere il proprio futuro, è così che doveva ripensare il proprio passato. Il risentimento, categoria filosofica a cui Giuia Risari ascrive una parte importante dei suoi contributi teorici,[1] è anche risentimento per essere stato privato del suo spazio («Essere giovani – si legge ancora in Rivolta e rassegnazione – equivale a gettare il proprio corpo nel tempo, che non è tempo bensì vita, mondo, spazio»). Non gli restava altro che il presente, un presente che era la somma – questa volta sì – dei suoi passati: sopravvissuto, testimone, apolide, «non-non ebreo», uomo che invecchia e, da ultimo, autore di saggi amari e sconfortanti.

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La Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna

È questo rivolo del più grande fiume del risentimento verso le ingiustizie patite – io credo – a spiegare l’angustia che lo stile e la lingua di Jean Améry mi comunicano ogni volta: l’angustia, la reverenza, l’asperità tipiche di chi non ammette repliche perché è l’ultimo a parlare. Ed è sempre questo il motivo per il quale trovo così difficile polemizzare con Améry, proprio con lui che, nei suoi scritti, ha sempre dato l’impressione di non essere d’accordo con nessuno, anche quando non era quello il suo intento o, magari, stava fraternizzando. Nemmeno con Sartre, la cui filosofia rimase per lui un punto di riferimento fino all’ultimo, con Thomas Mann o con l’amatissimo Proust, di cui, ci tiene a precisare con una punta di vanità filologica, la pronuncia esatta nel dipartimento di origine è «Prū».

Améry teneva alla sua posizione di intellettuale. Si ricorderà il suo esordio letterario, dedicato alla descrizione dell’esperienza degli intellettuali nel Lager. La controversa definizione di intellettuale da lui proposta, che lo identificava con l’umanista a scapito degli altri saperi, ispirò la replica di Primo Levi che, nei Sommersi e i salvati (1986), rivendicò lo status di intellettuale anche per i professionisti e gli uomini di scienza come lui. In quel primo saggio, Améry diede anche un’altra definizione, quella di homo ludens, l’uomo libero, ignaro del male, che gioca e si diverte con le finezze del pensiero astratto. Il Lager era il luogo dell’annullamento dell’essere umano, in generale, e dell’homo ludens, in particolare: «l’uomo dello spirito» che fuori di lì si balocca con le proprie speculazioni, là dentro valeva meno di tutti gli altri. E Améry lo ha provato sulla propria pelle perché era uno di quegli uomini.

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Da Auschwitz lo spirito metafisico di Améry uscì irriso e umiliato, ma anche mutilato e abbruttito. Non potendo rinunciarvi in virtù di un razionalità proterva, uno degli ultimi, nobili presidi dello spirito illuminista, in seguito egli indirizzò la propria indagine filosofica verso questioni più concrete e stringenti, spesso trascurate dalle filosofie accademiche. Il suo sforzo – notevole anche nel mantenersi aggiornato – di scrivere filosofia senza pretendere di farne una, o comunque di usarne abbondantemente il lessico, ha posto dei limiti alla ricezione dei suoi testi, il cui pubblico naturale, composto da lettori colti e studenti universitari curiosi, non è destinato a exploit demografici – o almeno non nell’immediato.

 

 

 

[1] G. Risari, Jean Améry. Il risentimento come morale, Castelvecchi, Roma 2016.

Scrivere del mondo e scrivere della vita. “Suite Francese” di Irène Némirovsky

Di Gian Luca Nicoletta

[Riproponiamo qui un articolo di Gian Luca Nicoletta uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

C’è un fascino profondo, inquieto e tormentato, leggero e grave, serio e faceto nelle grandi saghe familiari scritte nel corso del Novecento. Ne cito tre, le prime che mi vengono in mente: Alla ricerca del tempo perdutoLa saga dei Cazalet e Suite Francese, rispettivamente di Marcel Proust, Elizabeht J. Howard e Irène Némirovsky; di quest’ultima vi parlo oggi.

Nell’edizione che ho di Suite Francese di Adelphi, ci sono delle appendici di approfondimento alla fine del testo: due fotografie del manoscritto, la trascrizione degli appunti della stessa Némirovsky, parte della sua corrispondenza e una postfazione biografica scritta da Myriam Anissimov.

Chi era Irène Némirovsky? Una scrittrice ebrea di origini ucraine, russa d’adozione ma naturalizzata (sebbene mai formalmente per motivi che vedremo) francese. La sua infanzia e adolescenza sono state la concretizzazione più vera del vecchio adagio “i soldi non danno la felicità”. Infatti Irène era figlia di un ricco banchiere i cui genitori da Kiev avevano fatto la loro strada sino ad approdare ai grandiosi saloni dorati dei palazzi borghesi di San Pietroburgo, prima della rivoluzione del 1917-1918. Sua madre Fanny, come leggiamo nel saggio di Anissimov:

«l’aveva messa al mondo unicamente per compiacere il ricco marito: per lei la nascita di quella figlia non rappresentava altro che il primo segno del declino della propria femminilità e aveva subito lasciato la bambina alle cure della balia.»

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Il padre, nonostante godesse della profonda stima della figlia, pensava solo ed esclusivamente al lavoro e, quando in via eccezionale non lo faceva, si divertiva a spendere grandi parti del suo immenso patrimonio al Casino. Irène è dunque cresciuta, l’abbiamo letto sopra, sotto le attenzioni amorevoli della governante francese, immersa in un ambiente il cui rapporto fra lusso e amore familiare era del tutto inversamente proporzionale e all’interno del quale la ricchezza rappresenta il più grande valore da custodire. Tuttavia Irène era dotata di un cervello come pochi se ne incontrano: curiosa, affamata di libri e dall’indole aperta verso il mondo. Impara presto il francese e, nel corso della sua vita, arriva a parlare oltre a quello anche il russo, il polacco, l’inglese, il basco, il finlandese… e non era del tutto digiuna di yiddish.

Se si osserva meglio l’elenco, ci accorgiamo che quasi tutte le lingue parlate da Irène sono lingue nordiche e anche questo non è un caso: apprendiamo infatti dalla postfazione che la famiglia Némirovsky conosce un periodo di grande crisi e instabilità a partire dal 1918, anno in cui durante la rivoluzione russa è costretta a riparare all’estero per due motivi: sono immensamente ricchi e sono ebrei. Da lì inizia un lungo e tortuoso pellegrinaggio, costellato da periodi di più o meno lunga permanenza, in Finlandia, in Svezia e successivamente sempre più a Ovest, verso la Francia dove si trasferiscono definitivamente.

In Francia Irène è persuasa che le asperità della sua vita siano finite: suo padre riesce a tornare in possesso della sua fortuna e così la famiglia si integra benissimo nel mondo della haute société che vive tra grandi balli, feste fino a notte fonda, abiti di chiffon e fasce per capelli decorate con le piume. Questo mondo desta nell’adolescente scrittrice la sua voglia di vivere, la sua voglia di gioventù:

«Mi agito come una pazza, che vergogna! Non faccio altro che ballare. Ogni giorno, nei vari alberghi, ci sono gala molto chic, e poiché ho la fortuna di poter disporre di qualche gigolo, mi diverto moltissimo.»

Fin qui abbiamo visto l’aspetto più estroverso di Irène Némirovsky, ma parallelamente a questo cresceva e prendeva sempre più posto in lei il suo lato riflessivo, intellettuale: stava nascendo la grande autrice che presto sarebbe diventata. Nei lunghi periodi di solitudine che aveva sempre passato quando la sua balia aveva le giornate libere (non essendo accudita né dal padre né dalla madre), Irène si chiudeva nella sua stanza e leggeva, leggeva di tutto e poi scriveva. Scriveva il suo tutto creando racconti brevi, i primi romanzi, e in questi riversava la sua esperienza del mondo: raccontava le storie di giovani ebrei che realizzano la loro scalata economica e sociale, salvo poi ritrovarsi incagliati in una vita interiore del tutto insoddisfacente, scriveva di rapporti tormentati tra madri e figlie, le prime perfide e invidiose, le seconde animate da un profondo senso di rivalsa e vendetta.

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Irène Némirovsky in “Enciclopedia delle donne”

La pace per questa giovane e turbolenta ragazza arriva poco prima del 1926, anno in cui conosce il suo futuro marito, Michel Epstein, che sposa poi quell’anno. Con la vita matrimoniale Irène dedica tutta se stessa alla scrittura e alla sua nuova famiglia (aveva già pubblicato L’enfant genial, rinominato poi Un enfant prodige, e inizia a stendere David Golder, il romanzo che l’ha consegnata al panorama letterario dell’epoca). Con le due bambine che ha da questa felice unione, Denise nasce nel 1929 ed Élisabeth nel 1937, scopre le gioie che prova una madre come lei non l’ha mai avuta: una figura amorevole, gentile e protettiva. Tuttavia le sue pene dovevano ancora iniziare.

1939: scoppia la seconda guerra mondiale e la civiltà europea non maschera più il proprio odio viscerale verso il popolo ebraico, così come decide di lasciarsi affascinare in parte dalle chimere di due totalitarismi che promettevano un nuovo mondo. Durante tutto il suo soggiorno in Francia, Irène non è mai riuscita a ottenere la cittadinanza proprio perché ebrea (questo il motivo per cui non è formalmente naturalizzata francese). Le rigide leggi antisemite le impediscono di pubblicare i suoi libri e a suo marito viene proibito di lavorare in banca. A nulla vale la conversione che lei e le sue figlie fanno nel 1939 abbandonando l’Ebraismo e abbracciando il Cristianesimo: il loro problema sta nel sangue.

Per una volta, forse l’unica, Irène Némirovsky trae un valido insegnamento dalla sua infanzia russa: come lei era stata freddamente lasciata nelle mani della sua balia, in un modo uguale e opposto lei e Michel Epstein affidano le loro bambine alla tata che le aveva cresciute. Denise ed Élisabeth vengono portate lontano dai genitori e nascoste, mentre Irène lascia precise istruzioni alla balia e all’interno di una valigia che consegna loro mette dei soldi, il testamento e un manoscritto, l’ultimo.

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“Suite Française” del 2014, regia di Saul Dibb. In foto Kristin Scott Thomas nel ruolo di Mme Angellier

Nel 1942, nei mesi di agosto e novembre, Irène Némirovsky e Michel Epstein vengono catturati, deportati ad Auschwitz e immediatamente condotti alle camere a gas.

Cécile Michaud, la bambinaia che aveva il compito di custodire Denise ed Élisabeth, rischia la vita più e più volte sino alla fine della guerra, riuscendo a compiere la missione assegnatale. Le due bambine crescono (da sole, dopo che la nonna Fanny rifiuta loro asilo consigliando alle due bambine di cercare aiuto in un orfanotrofio), costruiscono le loro vite ma la valigia della madre con tutto il suo contenuto non viene mai più aperta.

Solo nel 1990 Denise decide di affrontare il suo passato e iniziare a leggere cosa sua madre mise nella valigia. Ciò che trova è sconvolgete: i primi due capitoli dell’opera che Irène non fece in tempo a terminare né tantomeno a pubblicare. È la storia di molte famiglie, potrei dire che è la storia di tutta la Francia, di tutta l’umanità. Ci sono famiglie che fuggono dai bombardamenti, bambini che si sentono uomini e affrontano le mitragliatrici dei nazisti, famiglie di poveri contadini che aprono la loro casa ai profughi e ricchi borghesi che rubano il carburante alle prime persone che incontrano pur di raggiungere i loro castelli in campagna. Ci sono anche temi cari alla narrativa di Némirovsky: padri di famiglia presi dal loro lavoro anche con i tedeschi alle porte e madri in conflitto con le nuore (le cui dinamiche rendono a tutti gli effetti delle figlie) per la supremazia sul cuore del capofamiglia al fronte.

Un romanzo portentoso che in poche centinaia di pagine riesce a racchiudere il mondo e la vita. Perché questo è stato l’elaborazione di Suite Francese: la composizione interrotta di quella che avrebbe potuto essere una fantastica sinfonia dedicata alla vita di cui però, a causa di ciò che più di tutto nella storia degli esseri umani è stato contro la vita, possiamo ascoltare solo il preludio.