Nel freddo mondo del Nord: “La caduta del re” di Johannes V. Jensen

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo ben lontano dal nostro, e per due importanti motivi. Il primo è meramente cronologico, poiché ci troviamo a cavallo fra il quindicesimo e il sedicesimo secolo; il secondo è di tipo geografico: Nord Europa, Danimarca per l’esattezza.

Il romanzo che ci porta così lontani è La caduta del re (Carbonio Editore, 2021, collana “Origine” e traduzione di Bruno Berni), opera di Johannes V. Jensen, scrittore ritenuto fra i più grandi nella letteratura danese nonché, nel 1944, vincitore del Premio Nobel per la letteratura.

Quest’opera si presenta, sin dalle prime pagine, come un romanzo a più voci: il protagonista è Mikkel Thøgersen, un uomo a metà strada fra il vagabondo e il filosofo. La sua personalità è tormentata da sentimenti e pensieri profondi, fra i quali non manca l’amore intenso per Susanna, ma il suo corpo è maggiormente incline alle esperienze terrene più diverse: dal furto per rimediare qualcosa da mangiare al dormire all’aperto sul prato di un cimitero. Assieme a lui vediamo altri personaggi, cui per vie traverse Jensen non manca di farci intendere il loro punto di vista, come Otte Iversen, un soldato, oppure il giovane principe di Danimarca, il futuro re Cristiano II.

Di particolare pregio, in quest’opera, è la ricostruzione storica non solo dei fatti, ma anche dei luoghi, degli usi e dei costumi danesi nel Medioevo. Direi quasi che Jensen opera una vera e propria ricostruzione spirituale di quello scorcio di mondo che abbiamo creato nel corso dei secoli.

A partire dalla descrizione della città di Copenaghen, essenzialmente un villaggio sulle palafitte, che fa eco alla più famosa “Parigi a volo d’uccello” di Nôtre-dame de Paris di Victor Hugo, chi legge si ritrova immerso del tutto nell’atmosfera fredda e fangosa che si viveva all’epoca. Percepiamo bene le case fatte in legno, la prossimità (per non parlare di promiscuità) fra gli spazi domestici dedicati al lavoro e quelli dedicati alla vita privata. La mescolanza della vita e della morte in un periodo storico in cui ancora si temevano i cimiteri all’interno delle mura cittadine – cosa che sarà sistemata solo nel 1804 col napoleonico editto di Saint-Cloud.

In questo contesto così ricco e sfaccettato, gli occhi di chi legge vengono traghettati lungo un percorso per certi versi talmente arduo e caratterizzato dalle tinte del sangue, della violenza e della crudezza, che quasi si potrebbe parlare di un’assimilazione di questi imponenti scenari a dei gironi danteschi dove tutte le anime mortali si scannano a vicenda nell’eterna reiterazione dei peccati commessi in vita. In La caduta del re, ciò che emerge è la pericolosità degli esseri umani, la loro spregiudicatezza se calati in un mondo all’interno del quale è il più forte ad avere sempre la meglio. Gli esseri umani vengono messi a nudo sotto le luci più fredde e i loro maggiori difetti ci vengono presentati quasi a farci studiare anatomicamente il nostro animo più oscuro.

A questa approfondita disamina ovviamente il contesto storico offre il destro. Il mondo medioevale era un mondo dove il rapporto col sangue e col dolore era praticamente quotidiano: si nasceva e si moriva in casa, la medicina era del tutto priva delle tecniche antidolorifiche che oggi pratichiamo dandole quasi per scontate, i rapporto di ogni natura (da quelli fra signore e servo a quelli fra uomo e donna) erano condotti sotto la costante atmosfera di una violenza da perpetrare dal superiore ai danni dell’inferiore.

Che siate digiuni di letteratura nordica, o che ne siate degli esperti navigatori, la lettura di questo romanzo indubbiamente vi fornirà validi spunti per riflettere sulla nostra specie in una funzione diacronica, elementi per arricchire la storia del nostro continente o, nella peggiore delle ipotesi, un eccellente diversivo per passare il vostro tempo libero.
Per qualsiasi scopo deciderete di sfruttare quest’opera, non ne rimarrete delusi.

Classe operaia e innovazione letteraria: “Tre Vite” di Gertrude Stein

Di Gian Luca Nicoletta

Prima di diventare una grande intenditrice di opere letterarie e non, consolatrice e motivatrice di alcuni fra i più importanti autori del 1900 nonché loro fedele consigliera, Gertrude Stein ha affrontato il difficile percorso di chi decide di confrontarsi con la scrittura.
La raccolta di cui vi parlo nell’articolo di oggi si intitola Tre Vite ed è la sua opera prima.

Questi tre racconti furono pubblicati in volume per la prima volta nel 1909 e ciò segna l’ingresso di Stein nel mondo della scrittura. All’epoca Gertrude si trovava già a Parigi e dal suo appartamento respirava tutta la vitalità, il tumulto e l’energia del periodo d’oro dell’ultima grande capitale culturale europea: Picasso, Matisse, Hemingway, Joyce, Modigliani e Jeanne Hébuterne, ma anche (più tardi) i coniugi Fitzgerald, Peggy Guggenheim e tanti altri e altre ancora passarono da lì.

Nella temperie eclettica ed elettrica all’interno della quale stava Gertrude, il suo sguardo era comunque rivolto alla letteratura statunitense e l’obiettivo di quello sguardo era la working class: lo strato sociale più produttivo di un popolo che andava pian piano illudendosi di essere onnipotente ma che, per la prima volta, avrebbe fatto una dolorosa esperienza della sua mortalità nel 1929.

Tre Vite infatti è proprio uno sguardo su questo mondo, non privo di una prospettiva inedita e – cosa da non sottovalutare – di genere. Vengono raccontate tre vite di donne, donne lavoratrici, donne che nei bei salotti cittadini entrano solo per rassettarli prima che le padrone di casa facciano accomodare i loro ospiti.

La società raccontata da Stein è completamente diversa dalla quella europea, per svariati motivi. Quello emblematico, ovvio ma non scontato, è il fatto che la borghesia statunitense sia del tutto priva di un ceto a essa superiore: è l’apice. In Europa, al contrario, sopra alla classe borghese è da sempre rappresentata la classe nobiliare e, fra le due, quella creatura mitologica definita come “alta borghesia”: sono sempre borghesi, ma più ricchi; frequentano i nobili, ma non lo sono. È una delle classi sociali descritte da Irène Némirovsky in Suite francese, è quella arrivista e smaniosa di controllo e denaro raffigurata da Henry James nel suo Ritratto di signora attraverso i personaggi di Gilbert Osmond e Madame Merle.
Con Stein, invece, ci concentriamo su un ceto che potremmo definire più modesto: giovani medici promettenti, attempate signore che vivono di una piccola ma sufficiente rendita. Il punto di vista, però, è quello delle loro servitrici. Simbolo di questa prospettiva è La buona Anna, protagonista del primo racconto.

Gertrude Stein in un celebre dipinto di Pablo Picasso

Il ritratto che emerge da questi spaccati di vita quotidiana è quello di una classe sociale che biasima chi non lavora: gente senza alcuna tempra, smidollata, incapace di mettere da parte qualche soldo o di organizzare un seppur semplice pasto col poco (sempre poco) che richiede. I veri lavoratori – questo emerge – sono poi gli immigrati e coloro che vivono in situazioni economiche sfavorevoli. Protagoniste di questi racconti sono dunque le comunità tedesche di emigrati negli Stati Uniti, oppure quelle di colore.

Lo stile che Stein ha utilizzato per raccontare le sue storie, infine, merita una menzione a parte. All’inizio del XX secolo era più che mai dominante, in tutte le arti, il desiderio profondo di rompere col passato, di sfondare un muro di tradizioni che nel corso del secolo precedente avevano dettato il vademecum della perfetta società positivista.
Le nuove opere che vengono scritte e pubblicate in questo periodo dunque sono dei veri e propri attentati al potere (letterario) costituito e Stein non si tira indietro: da una parte lascia molto spazio, all’interno della narrazione, alle rilevazioni di carattere sociologico e psicologico; ma dall’altro applica anche una struttura sintattica che soppianta del tutto le lunghe narrazioni, allo stesso tempo non sposando le correnti nate in quello stesso periodo e che, per esempio, faranno la fortuna di personaggi del calibro di Joyce e Woolf.

La sua è una scrittura piuttosto essenziale, a tratti telegrafica, e che punta molto del suo effetto su un uso ossessivo della reiterazione: le stesse coppie di nomi e cognomi, caratterizzazioni psicologiche che, a furia di essere ripetute quattro, cinque volte in una sola pagina, rappresentano un vero e proprio epiteto del personaggio cui fanno riferimento.
Una struttura del genere ha sicuramente un suo valore innovativo, tuttavia sacrifica molto delle aspettative legittime di chi legge: la narrazione ne risente in termini di eventi in grado di far progredire la trama, prolungando l’attesa della svolta sino a far perdere le speranze e dare una parvenza di annacquamento del testo.

Un’opera del genere merita di essere letta, anche più volte per poter dare a tutte le sue caratteristiche il tempo di dispiegarsi nella mente di chi legge. Dalla sua angolazione e specialmente dal suo modo di applicare questa angolazione sul mondo, noi siamo in grado di capire un po’ di più un altro aspetto della società multiforme nella quale viviamo e che, nonostante i mille avvenimenti che si sono succeduti nel corso degli anni, è nostra diretta genitrice.

Un classico per il 25 dicembre: il “Canto di Natale” di Charles Dickens

Di Gian Luca Nicoletta

Nei momenti di maggiore incertezza, quando il mondo che conosciamo si trova di fronte a un cambiamento generazionale imposto da motivazioni esterne come quello che stiamo vivendo dall’inizio del 2020, trovo confortante l’idea di una lettura che sia in grado di ricondurci alla nostra infanzia, quando tutto ci sembrava fermo, certo e immutabile nella sua statica presenza – nonostante quella presenza ci sembrasse allora così opprimente da far scaturire in noi una voglia di maturità che oggi, vigliaccamente, saremmo tentati di rinnegare.

La lettura che vi presento oggi è il grande classico della letteratura inglese natalizia: il Canto di Natale, o A Christmas Carol che dir si voglia, di Charles Dickens. La versione che ho io è quella del 2014 in inglese della Usborne Illustrated Originals ma, data la fama mondiale di quest’opera, oggi mi concentrerò su una disamina multi-mediale, cioè concentrandomi sui differenti mezzi di comunicazione grazie ai quali il racconto di Dickens è diventato un caposaldo della letteratura per l’infanzia e, più in generale, della poetica del Natale.

In principio c’era il testo.
Come ogni racconto, la culla del Canto di Natale è la carta: prima scritta a mano (siamo nel 1843) e poi stampata. Il supporto cartaceo del testo, particolarmente in un racconto pensato per i bambini, rappresenta il perfetto strumento per rispondere alle esigenze sociali e culturali dell’epoca. È bene ricordare, infatti, che nel XIX secolo la lettura esplicitava le proprie funzioni su due livelli: quello della lettura individuale e quello della lettura collettiva.
Il primo dei due, più recente nella genesi è oggi del tutto dominante, agisce sulla nostra sensibilità e sulla percezione che abbiamo del mondo che ci circonda e del modo di interpretarlo, di leggere i suoi segni.
Il secondo, oggi ridotto a sporadiche apparizioni, è stato quello che ha segnato generazioni e generazioni di ascoltatori prima che di lettori: il libro era un fatto sociale prima ancora che un oggetto dell’intimo come è oggi. Questo Dickens lo sapeva e, nel realizzare la sua opera, ha praticato un ribaltamento delle prospettive adottate, dal testo al pubblico e dal pubblico al testo. Se prendiamo, a titolo di esempio, la possibile dinamica durante una lettura pubblica di Mansfield Park di Jane Austen, dovremmo riconoscere che la prospettiva si muove dall’intimo di Fanny per arrivare all’intimo dell’eventuale pubblico, di ogni singolo spettatore. Nel Canto di Natale, invece, la prospettiva parte dall’intimo di Ebeneizer Scrooge per arrivare alla dimensione collettiva dell’intero pubblico.

Secolo nuovo, tecnologie nuove.
Con l’avvento del 1900 e il prepotente ingresso, nella comunicazione pubblica, di strumenti portentosi quali la cinepresa e, successivamente, la radio, ciò che prima era testo perde la sua componente più pesante per restare solamente corpo immateriale: voce, immagine. Facendo una semplice ricerca, infatti, possiamo scoprire che i primi adattamenti cinematografici del Canto di Natale vengono prodotti già nella prima decade del 1900. La dimensione pubblica della rappresentazione ancora permane, questo è evidente, ma ciò che deve necessariamente essere registrato è un restringimento della connessione pubblica all’interno dello stesso pubblico. Per meglio dire: dal momento che al posto di un lettore (un attore o chi stesso ha scritto l’opera) ci troviamo davanti a un telo sul quale vengono proiettate delle immagini o davanti a una scatola che emette solo dei suoni, viene a mancare un pezzo fondamentale della dinamica performer-pubblico. L’uditorio, pur nella sua molteplicità di elementi, si trova da solo e scivola non volente in una nuova dimensione individuale. Non c’è scambio, non c’è intesa né sintonia con chi enuncia le parole che formano il testo.

2001, odissea nello spazio (filmico).
Il nostro secolo, per chiudere questa rapida carrellata, è quello dei film in 3D. Il supporto cartaceo è diventato quasi del tutto inesistente e, allo stesso modo, la dimensione collettiva dell’esperienza del racconto. Anzi, la stessa dimensione individuale viene a sua volta schiacciata da un’altra ancor più ristretta, quella immersiva.
All’inizio ci trovavamo seduti in mezzo a una platea e ascoltavamo un attore, poi ci siamo trovati da soli, seppur insieme ad altre persone che a loro volta erano da sole, nel rapportarci a una macchina e, infine, siamo stati catapultati addirittura dentro alla macchina stessa. Quella che in principio era un’esperienza interamente legata al mondo immaginativo ora è prerogativa assoluta del mondo fisico: l’uso della fantasia viene drasticamente ridotto per implementare, al suo posto, l’intervento dei cinque sensi; a partire dalla vista. Particolarmente efficace fu, nel 2009, la versione in performance capture diretta da Robert Zemeckis e, tra i notabili, Jim Carrey e Gary Oldman.
Ciò non vuol dire che il progresso tecnologico ci ha condotti verso un’evoluzione sempre più asettica del nostro rapporto con la lettura (ricordo tonanti profezie che annunciavano la fine della civiltà per mano dell’ebook, cosa che non è successa), ma ciò che è indubitabile è che qualcosa è cambiato e siamo stati proprio noi a cambiarlo.

Attraverso questi sconvolgimenti sociali e culturali, tuttavia, un elemento rimane e rimarrà: il contenuto. Ciò che ci fa viaggiare con la fantasia e immergere in nuovi mondi restando fermi dove siamo. La tecnologia, nella mia visione modesta e parziale, altro non è che un supporto, qualcosa che veicola il contenuto del testo e, grazie al quale, possiamo conoscere e comprendere che cosa ha reso Scrooge così arido, qual è la metafora celata dietro ai tre Fantasmi del Natale passato, presente e futuro, qual è lo spirito che caratterizza l’aspetto più laico di una festività che, in concomitanza con la fine di un anno, ci fornisce gli strumenti per guardare più in là, attraverso la nebbia dell’incertezza che viviamo quotidianamente.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte IV: Camilleri, “Le scarpe nuove” e “La rivelazione”

Di Gian Luca Nicoletta

Con oggi portiamo avanti la nostra serie sulla vita in Sicilia (qui trovate le puntate precedenti #1, #2 e #3) e ci avviciniamo alla conclusione del primo filone. I racconti che vi presento oggi hanno come filo conduttore la Seconda guerra mondiale e i rovesci di fortuna che possono intercambiarsi nell’arco della nostra esistenza. Dunque cominciamo!

Il primo dei due racconti, intitolato Le scarpe nuove e ambientato nel 1939, vede come protagonista la famiglia Sgargiato. Loro sono cinque: Bartolomè e Assunta che sono marito e moglie e i loro tre figli, Jachino, Ngilino e Catarina.
Gli Sgargiato vivono sulla montagna del Crasto, la quale si trova fuori dal centro storico di Vigàta, e lì coltivano le due salme di terra sulle quali sorge anche la loro piccola casetta. Ogni giorno Bartolomè si alza alle quattro e, aiutato dai figli maschi, carica l’asino di tutti i prodotti del loro orto per scendere in paese e venderli.

Accade un giorno che l’asino, ormai molto vecchio, muore e dunque Bartolomè ne deve comprare uno nuovo con i pochi risparmi che la famiglia è riuscita a mettere da parte. In questo modo entra in scena Mussolini, detto Curù, ovverosia il nuovo somaro dei Sgargiato.
All’inizio la famiglia non va affatto d’accordo col somaro: è lento, pigro e soprattutto ha il brutto vizio, tipico, di piantarsi in mezzo alla via proprio nei momenti meno adatti. Dei cinque componenti della famiglia, l’unico che va d’accordo con l’animale è Jachino, che non prende mai parte alle ingiuste sessioni di bastonate che i Sgargiato gli riservano periodicamente . Lui, al contrario, ci parla e gli dà da mangiare e da bere.

Durante la festa di San Calogero, uno dei tanti Calogero che ci sono, come precisa a un certo punto il narratore, mentre gli Sgargiato sono in giro per il paese a guardare le bancarelle o a bere un bicchiere di vino, il solo a essere rimasto con Curù è proprio Jachino: insieme attendono il loro turno per entrare in chiesa e, come da tradizione, scaricare dall’animale tutto il pane preparato appositamente per la festa.
Qui accade il primo miracolo: Jachino vorrebbe comprarsi delle belle scarpe nuove, ma purtroppo sono molto care. Dopo essersene andato e aver lasciato il pane in chiesa, Curù sputa dalle fauci un borsello pieno di soldi grazie ai quali, contento come un bambino, Jachino può comprarsi le sue scarpe.

Il secondo miracolo si verifica qualche anno dopo: tutta la famiglia fatica assai per tirare fuori l’acqua da un pozzo, lavoro necessario per irrigare l’orto. Dopo essersi spaccati la schiena per diversi giorni, una mattina Curù si piazza vicino alla pesante leva della pompa installata vicino al pozzo e, con gran facilità, la addenta facendola muovere e, in questo modo, facendo arrivare abbondante acqua all’orto.

Il terzo miracolo si verifica a metà del 1943: gli Alleati stanno liberando la Sicilia e ciò comporta numerosi bombardamenti. Jachino è partito tempo addietro per la leva e, durante la guerra, non si è saputo nulla di lui. Un giorno, mentre Bartolomè stava lavorando l’orto con Ngilino e Assunta e Catarina erano in casa, Curù inizia a ragliare festoso e si precipita sul sentiero che porta a Vigàta. Tutti pensano che abbia sentito il ritorno di Jachino e, contenti e trepidanti, lo seguono di corsa. Un momento dopo aver preso la stradina, una bomba cade vicino alla casa distruggendola per metà.
Curù ha salvato tutta la famiglia.
Nell’esplosione, però, va persa una delle due scarpe nuove che Jachino aveva comprato grazie a Curù e che purtroppo, a causa del lavoro nei campi e della partenza per la leva militare, non aveva ancora mai messo.
Riuscirà a indossarle, infine?

Il secondo racconto, La rivelazione, ci propone uno spaccato di vita della sezione del PCI di Vigàta. A guerra finita, tutte le organizzazioni che sotto il fascismo erano state dichiarate illegali – partiti politici in testa – riprendono la loro attività. Fra queste c’è la sezione di Vigàta, all’interno della quale tutti i tesserati stanno aspettando con grande trepidazione il rientro del più fervente dei loro componenti: Luigi (Luici) Prestìa.
Questi, comunista inossidabile, fu dapprima arrestato e poi mandato al confino accumulando in questo modo un’assenza da casa di ben dieci anni. Come giunge in paese la notizia della sua liberazione a opera degli americani, che comunque vengono criticati da Prestìa in quanto capitalisti, il corpo degli attivisti di Vigàta ha già le idee chiare: aspettare il ritorno di Luigi per nominarlo Segretario della sezione locale. Il tempo passa, ma Luigi non torna:

«Arrisultò che Prestìa, appena che si era fatto persuadiri d’essiri libbiro, era annato ‘n casa dell’ex segretario fascista di Lipari e l’aviva pigliato a càvuci. Era stato arristato e cunnannato a un anno di càrzaro. “E alluri che minchia di liberazioni è?” aviva addimannato ai carrabbineri che l’ammanittavano.»

Passa un altro anno e Lugi continua a farsi arrestare di nuovo, e di nuovo, e di nuovo, tanto che alcuni suoi compagni cominciano a sospettare una cosa: Luigi non vuole essere libero perché non vuole tornare a Vigàta. I suoi amici cominciano a indagare su quali possano essere le cause: quella che si fa strada all’inizio è che Luigi, in tempi precedenti all’arresto, si era fatto trovare dalla moglie a letto con altre due ragazze così che lei, Nunzia, dopo avergliene sonoramente cantate quattro, gli abbia promesso di finire il lavoro dopo la sua scarcerazione.

I due protagonisti del racconto, Tararà e Turiddruzzo, dopo aver battuto quella strada, non senza un interessante guadagno per uno dei due, continuano le ricerche e arrivano a coinvolgere persino il senatore Pasqualotto che per primo aveva comunicato a Luigi che entrambi erano stati liberati. Il senatore, nel ripercorrere insieme ai due i fatti salienti della vicenda, fa emergere un fatto nuovo: non essendo più tornato a Vigàta, Luigi non ha potuto rinnovare la tessera del partito, dunque non può diventarne il segretario. Il Partito ci farebbe una pessima figura se un senatore si spendesse per qualcuno che non è più un iscritto, e dunque il senatore rinuncia a prendere parte all’avventura.

L’ultima tappa da prendere in considerazione, l’estrema ultima spiaggia per dei comunisti che avevano fatto la guerra, è rivolgersi al prete. Questi, dall’alto della sua pia conoscenza del mondo e dei fatti degli uomini, afferma in tutta franchezza che, nel corso dei dieci anni passati lontano da casa, Luigi si sia ravveduto e abbia finalmente compreso la vacuità di tutta l’ideologia comunista e che, dunque, non abbia alcun interesse a tornare per guidare un partito nel quale non si riconosce.

La risposta a questo mistero, la vera rivelazione cui rimanda il titolo, sta scritta appena qualche pagina dopo e, nel pieno rispetto delle dinamiche camilleriane, è tutta da scoprire e da gustare.

Trump, Biden e altri seggi: “L’elezzione der Presidente” di Trilussa

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi ho deciso di condividere con voi un testo, un estratto, che ho affrontato con le due prime medie che seguo quest’anno. Il brano è preso dalle Favole di Trilussa e, dato il suo contenuto, riflette bene lo spirito dei tempi che viviamo. Il titolo, che già anticipa il tema centrale, è L’elezzione der Presidente e attraverso un’atmosfera che definiremmo orwelliana (o forse sarebbe più corretto dire che La fattoria degli animali ha un’atmosfera trilussiana) vediamo rappresentata una tra e più antiche dinamiche umane e sociali:

«Un giorno tutti quanti l’animali
sottomessi ar lavoro
decisero d’elegge un Presidente
che je guardasse l’interessi loro.
C’era la Società de li Majali,
la Società der Toro,
er Circolo der Basto e de la Soma,
la Lega indipendente
fra li Somari residenti a Roma;
e poi la Fratellanza
de li Gatti soriani, de li Cani,
de li Cavalli senza vetturini,
la Lega fra le Vacche, Bovi e affini…
Tutti pijorno parte all’adunanza.
Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
de fasse elegge s’era messo addosso
la pelle d’un leone,
disse: – Bestie elettore, io so’ commosso:
la civirtà, la libbertà, er progresso…
ecco er vero programma che ciò io,
ch’è l’istesso der popolo! Per cui
voterete compatti er nome mio. –
Defatti venne eletto proprio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
e allora solo er popolo bestione
s’accorse de lo sbajo
d’avé pijato un ciuccio p’un leone!
– Miffarolo! – Imbrojone! – Buvattaro!
– Ho pijato possesso:
– disse allora er Somaro – e nu’ la pianto
nemmanco se morite d’accidente.
Peggio pe’ voi che me ciavete messo!
Silenzio! e rispettate er Presidente!»

Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri (1871-1950)

Il fenomeno del raggruppamento fra uguali caratterizza la prima parte del brano, mentre l’inganno è centrale nel secondo. Gli animali, truffati da un asino travestito da leone, seguono ciecamente il loro leader dopo aver ascoltato grandi promesse di libertà e prosperità provenire dalla sua bocca. Il riconoscimento di un pari è il meccanismo sociale e psicologico che si muove sotto a questi versi e, nell’incontrare il necessario bisogno di ogni gruppo di darsi delle regole, genera il grande scontro con la realtà che prima o poi nella vita a tutti capita di fare: la delusione.

Un testo del genere, attuale in ogni epoca poiché eterna è la corsa al potere, ci aiuta a meglio definire qual è l’idea di noi stessi che propiniamo al mondo e soprattutto qual è la vera natura che, al contrario dell’immagine, ci caratterizza. Anche questo esempio di letteratura per l’infanzia, o quanto meno per i giovani, ritengo sia un’ottima lente di cui dotare il nostro microscopio sul mondo. Ognuna ha la sua funzione, anche se può sembrarci molto, ma molto, vecchia.

L’ultima El Dorado e i suoi abitanti: “Paravion” di Hafid Bouazza

Di Andrea Carria

Paravion. Un nome che non capita di sentire tutti i giorni, ma per gli abitanti di un remoto villaggio del Marocco questa parola preannuncia delizie e tesori. I lettori italiani desiderosi di sogni speziati e di notti punteggiate dalle stelle possono scoprire la loro Paravion leggendo il romanzo omonimo di Hafid Bouazza, pubblicato da Carbonio Editore sul finire dell’estate scorsa per la collana “Cielo Stellato” (traduzione di Laura Pignatti).

Cos’è Paravion? Dove si trova? Per quanto il nome possa suonare piacevole alle orecchie, in realtà non esiste nessun luogo sulla terra che si chiami a quel modo. La cosa è molto strana se si considera che gli abitanti del villaggio ci credono fermamente, e generazione dopo generazione tutti gli uomini, chi prima chi dopo, partono per raggiungerlo lasciando a casa mogli e figli. Nessuno di loro sa quando si rivedranno, se si rivedranno. Sono emigranti (gli emigranti di una generazione fa) e l’unico mezzo che possiedono per mantenere i contatti con casa è la posta; di tanto in tanto danno notizie di sé ai familiari scrivendo una lettera, ma pure in questo caso nessuno sa dire quanto tempo sia passato dall’ultima busta o quando arriverà la prossima.

Questo evento è di importanza fondamentale e rappresenta molto più della semplice venuta di una lettera. È infatti con l’arrivo della posta al villaggio che la leggenda di Paravion si ravviva ogni volta. Perché PAR AVION è esattamente la scritta stampigliata sulla busta con cui mogli e madri, figli e figlie vedono tornare a casa le parole dei propri cari.

Per gli abitanti del villaggio – tutta gente pratica, superstiziosa e terrena – le conclusioni sono rapide e inevitabili. Paravion esiste ed è il nome del luogo dove i loro uomini sono andati in cerca di miglior fortuna: l’El Dorado, la città scintillante e prodiga di opportunità descritta nei racconti, nella quale anche le donne vivono fuori casa e hanno una posizione. Al villaggio, nessuno e nessuna sospetta la verità. Nessuna e nessuno intende la cosa per quella che è davvero, ossia che i loro mariti, i loro padri e i loro figli si trovano semplicemente all’estero, che quest’estero coincide con un’idea di Occidente che non trova riscontri da nessuna parte, e che il nome in cui ripongono tanti sogni e speranze indica soltanto il modo in cui le lettere hanno viaggiato per tanti chilometri fino a casa: per via aerea, proprio quel che PAR AVION significa in francese.

Questa ingenuità è uno degli espedienti letterari più interessanti del libro, nonché un elemento che richiama subito l’attenzione sulla singolare cifra stilistica che lo caratterizza. Paravion è un romanzo contemporaneo che strizza l’occhio alla fiaba, un genere del quale Hafid Bouazza ripropone, in dosaggi differenziati, ambientazioni, personaggi e linguaggio. Le atmosfere sospese, a metà strada fra il sogno e la realtà, fra il miraggio e la dura vita quotidiana, compongono la cornice entro cui si muovono Baba Baluk e la sua famiglia. Uno scenario fiabesco ma anche onirico, concepito per creature letterarie aeriformi, per personaggi che sono più credibili quando si librano in aria sui loro tappeti volanti rispetto a quando sono a terra, con i piedi nella polvere. Anche il modo in cui la narrazione procede ricorda la cadenza della fiaba, riscontrabile nell’abbondanza di descrizioni (mirate e anche molto particolareggiate), nell’indeterminatezza di tempo e luoghi, nei salti temporali tra un episodio e l’altro, e in generale nel piglio riassuntivo con cui viene sbrigata la successione dei fatti.

Come ci si aspetta da uno scrittore che omaggia la fiaba e l’antichissima tradizione dei racconti orali, anche lo stile di scrittura di Hafid Bouazza guarda indietro nel tempo, a epoche letterarie che la modernità ha ormai superato. La ricchezza di descrizioni è pervasiva e sottrae molto spazio a tutto il resto, trama compresa, la quale si camuffa (e a volte si perde) in mezzo a un labirinto sensoriale fatto di immagini, suoni, odori e tessiture che l’autore, evidentemente, si compiace molto di evocare. Tutto ciò che si presta a essere descritto, a essere esperito attraverso i sensi trova spazio nelle pagine di Paravion, e Bouazza se ne avvale (anche) per dare prova delle sue indiscutibili abilità letterarie. Molti brani possiedono una musicalità innata che si conserva persino in traduzione; righe e paragrafi sono in realtà versi e strofe di un linguaggio poetico interiore a cui Hafid Bouazza naturalmente attinge quando scrive. Può non piacere, eppure il romanzo non soffre per questo; soffre, piuttosto, per la mancanza di spinta nelle prime 60-70 pagine (che è più di un terzo del libro, comunque), nelle quali il lettore, se non riesce a bearsi del bello stile e delle sue metafore mirabilmente cesellate, rischia di stizzirsi per la poca sostanza romanzesca che ha incontrato fino a quel momento.

L’idea originaria del romanzo era e rimane ottima. La storia di come è nata la leggenda di Paravion, l’epopea dell’emigrazione e la mitizzazione dell’Occidente da parte dei popoli che vivono sulla sua soglia vengono presentate o raccontate da un punto di vista particolarissimo che meriterebbe l’attenzione di tutti. Hafid Bouazza, figlio di immigrati marocchini in Olanda, ha narrato (e criticato) i risvolti identitari ed emotivi di una realtà che conosce perché è la sua, e che continua a interessare milioni di persone in tutto il mondo. Ciò conferisce credibilità alla sua opera (l’edizione olandese risale al 2002), e nello sforzo che ha compiuto per rievocare gli scenari e le atmosfere della sua terra d’origine (sforzo, in questo frangente, coronato dal pieno successo) rispecchia un sentimento molto comune fra gli appartenenti alla cosiddetta “seconda generazione“.

Purtroppo la sinergia singhiozzante fra argomento, stile e respiro complessivo dell’opera non è di grande aiuto all’identificazione da parte di chi legge e, anzi, rischia di fallire l’appuntamento con quella parte di pubblico non direttamente coinvolta, per la quale la sensibilizzazione a un tema potrebbe passare anche dal coinvolgimento letterario provato.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte III: Camilleri, “Il merlo parlante” e “La lettera anonima”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi riprendiamo la serie (qui troverete i link alla prima e alla seconda parte) dedicata al mondo siciliano, continuando il viaggio sulle parole del maestro Camilleri.
I due racconti delle Storie di Vigàta che vi presento hanno un denominatore comune che, come abbiamo già visto e continueremo a vedere nelle prossime puntate, appassiona molto l’autore: le malelingue.

Il primo racconto, Il merlo parlante, ha come protagonista Ninuzzo Laganà, giovane ingegnere intelligente e di bell’aspetto che, purtroppo per sua madre, non ne vuole sapere di prendere moglie. La povera donna, rinchiusasi in un muto silenzio dopo la morte del marito, passa tutte le sue giornate a letto pregando che il figlio si sposi «Pirchì voglio aviri un nipoti prima di moriri».
Il giovane, lungi dal dare alla madre un altro dispiacere, manda la cameriera a indagare in paese affinché possa trovargli una giovane donna con sani princìpi che lui possa prendere in moglie.
Come nelle novelle, o forse sarebbe più appropriato dire come nelle barzellette, Camilleri crea un meccanismo di battute e passaggi narrativi scanditi dall’espressione “La risposta l’ebbi il jorno appresso”. Questo meccanismo si ripete con una cadenza e una insistenza talmente ben congegnati che diviene perfettamente prevedibile e, alla fine, anche comico.

Ninuzzo e la cameriera individuano la perfetta candidata e, in poco tempo, si convola a nozze: si chiama Daniela, viene da una buona famiglia, ha studiato legge ma non esercita la professione, è una figlia rispettosa, va in chiesa tutte le domeniche ma nasconde qualcosa: una “fame d’uomo” che Ninuzzo mai si sarebbe immaginato.
Con questo elemento Camilleri inserisce la seconda situazione comica: in capo a qualche settimana, Ninuzzo viene completamente privato delle forze, è esasperato da una moglie che lo tiene sveglio tutta la notte e tutte le notti, arriva addirittura al punto di prolungare i suoi viaggi di lavoro per intere settimane pur di dormire un po’.

Un giorno, andando in ufficio, Ninuzzo scopre che qualcuno, un non meglio precisato personaggio, ha fatto dono all’ingegnere di un merlo parlante. L’animale, nella sua bella gabbia, alleggerisce l’orario di lavoro di tutti in ufficio salutando con la sua vocina gracchiante sino a che non si scopre un fatto: il merlo ripete l’ultima frase che ha sentito più spesso durante la giornata. Il che potrebbe essere un gioco divertente, potremmo pensare, se non fosse per il povero Ninuzzo che una mattina, dando da mangiare al merlo, lo sente dire “lo sai che all’ingigneri sò mogliere gli mette le corna?”

Dove ha sentito quella frase malevola? Sicuramente in ufficio, ma chi è stato? Ninuzzo cerca di indagare per arrivare al colpevole della diceria, ma le sue indagini scendono in secondo piano quando Daniela, sua moglie, gli annuncia che finalmente il desiderio che sua madre nutriva sta per avverarsi: aspetta un figlio.
Il merlo avrà ragione?

Il secondo racconto, La lettera anonima, ha una struttura leggermente più articolata: tutti o quasi i vigàtisi da diverso tempo lamentano di ricevere delle lettere anonime che rivelano, o per lo meno dicono di rivelare, dei segreti scomodi: tradimenti, gelosie, debiti. Il fenomeno raggiunge un’ampiezza tale che il protagonista di questo episodio, il professor Ernesto Bruccoleri, stila addirittura un catalogo delle tipologie di lettere:
1) “La prima era quella che portava a canuscenzia dell’interessato o dell’interessata ‘na facenna che il paìsi accanosciva già;”
2) “la secunna era la littra nonima che ‘nveci viniva mannata all’autorità e che si potiva considerari ‘na vera e propria dinunzia;”
3) “la terza era quella che arrivilava ‘na storia scanosciuta a tutti;”
4) “e la quarta, la cchiù perfida e ‘nsidiusa, era quella che parlava di ‘na facenna che non era mai successa ma che aviva avuto la possibilità di succidiri epperciò nisciuno era in grado di controllari se era vera o se era ‘nvintata.”

Sta di fatto che questa analisi dettagliata non protegge il povero professore, il quale diviene anch’egli destinatario di un paio di lettere anonime che lo mettono in non pochi guai col circolo del quale fa parte.
Anche qui, come nel Merlo parlante, le dinamiche tra marito e moglie, specialmente quelle di carattere sessuale, si propongono con decisione. Ernesto teme che sua moglie lo possa tradire: la donna infatti si reca tutti i fine settimana a Palermo, a trovare la madre malata, e monta su tutte le furie una volta che Ernesto si propone di accompagnarla, ovviamente non riuscendo nel suo intento più che onesto, nella mente di lui.

La soluzione a questo enigma non arriva grazie all’aiuto, per quanto bizzarro, di un animale, bensì tutto si risolve nella dinamica tra Vigàta in quanto ente plurale fatto di storie e memorie, ed Ernesto, il cui spirito attento gli impedisce di saltare la ricerca di spiegazioni pur di arrivare a una facile conclusione.
A Palermo, è vero, sua moglie non va per accudire la madre, che peraltro gode di ottima salute. Ci va per vedere un uomo, un uomo che prima di partire per l’Africa aveva in animo di sposare e che, per vicissitudini legate alla guerra, non è riuscito a completare il suo proposito.
Sono amanti? Sono amici? La risposta ci viene fornita in un finale aperto, nel quale Camilleri omette anche un grande particolare sulla stesura di queste lettene anonime che tanto dividono i vigàtisi quanto li uniscono.

Affondare nella storia e in sé stessi. “L’accordo. era l’estate del 1979” di Paolo Scardanelli

Di Gian Luca Nicoletta

Vi presento oggi una delle ultime uscite di Carbonio Editore raccolta nella collana “Cielo Stellato”, un romanzo che indubbiamente ha molto da dire: L’accordo. Era l’estate del 1979 di Paolo Scardanelli.
Questo romanzo, complesso nel suo fascino narrativo, si rivolge contemporaneamente a un doppio pubblico: a chi ha vissuto da giovane gli anni ’70/’80 e a chi vuole comprendere com’era il mondo una generazione fa.
Proprio così, una caratteristica importante di quest’opera è quella di parlare a più persone ma con una voce sola, trattando temi universali come l’amicizia, l’idealismo che contraddistingue le giovani generazioni.
Per darvi modo di saggiare da vicino il terreno vi propongo un’intervista con l’autore stesso.

GIAN LUCA NICOLETTA. L’accordo. Era l’estate del 1979 ci racconta una storia in cui alcuni grandi temi della nostra contemporaneità si scontrano sulle pagine: amicizia, famiglia, il futuro. Da quale necessità è stato spinto per voler mettere sulla carta un articolato sistema di valori e ideali come questo?

PAOLO SCARDANELLI. Dalla necessità di disegnare un mondo che, seguendo Wittgenstein, sia la totalità dei fatti; in esso convivono appunto temi che ci caratterizzano e costituiscono, quali amicizia, famiglia, destino quindi futuro, finitezza e felicità. Provare a disegnare un mondo che, dapprima interiore, divenga quindi paradigma comune, collettivo, condiviso. Questa la necessità primaria, urgente dell’arte tout court e del narrare specificatamente.

Lo sfondo col quale chi legge viene immediatamente a contatto è l’Italia della fine degli anni ’70, come anche il titolo suggerisce. Quella era l’Italia che ha assistito al tramonto di grandi stagioni: l’impegno politico, i grandi partiti di massa, mentre si trovava pienamente nella scia degli Anni di piombo. C’è ancora qualcosa che dobbiamo imparare, o che al contrario abbiamo capito male, da quella stagione così rovente a livello sociale e intellettuale?

Forse da quegli anni, tragici e vitali a un tempo, dobbiamo apprendere la dimensione totalizzante del grande progetto: in questo caso e in quegli anni il tentativo utopico di fondare mondo e uomo nuovi. La sensazione che si aveva, come dico nel romanzo, era quella di partecipare tutti alla creazione di un’opera collettiva, quale il Duomo di Firenze nel ‘500. Questo dobbiamo a mio avviso trarre e, perché no, imparare da allora; tutto ciò oggi si è perso: i grandi temi come gli ideali (non quelli banali, scontati, come la lotta per l’ambiente e la salvaguardia del pianeta dall’invasione della plastica) sono scivolati in secondo e terzo piano lasciando alla fuffa quotidiana il privilegio di riempire la nostra condizione umana. Forse questo portato, di per sé inattuabile, si ribalta nella forma dell’oblio: parafrasando Hegel, ogni cosa giunta al culmine si rovescia nel proprio opposto. 

Come abbiamo detto prima, una parte del romanzo è improntata alla narrazione dei rapporti di amicizia: secondo lei è cambiato il modo di intendere e sperimentare questo rapporto, dagli anni ’70 a oggi?

Credo proprio sì, come dicevo sopra. L’amicizia è uno dei sentimenti più puri; in questo senso non ha tempo e le sue modalità permangono simili nelle varie epoche. Quello che senz’altro muta è il radicamento nel tempo, nelle cose e nei fatti; l’amicizia di cui si parla nel romanzo è intessuta di intensità e radicamento, ed essa è fondata in un tempo differente, laddove la necessità di comunicazione e condivisione erano totalizzanti e richiedevano ed esigevano un rapporto totale, trasversale rispetto ai temi e ai luoghi. Oggi può essere ancora così? Inevitabilmente no, mi viene da rispondere. La banalità del quotidiano lo impedisce.

La nostra realtà quotidiana è fatta, a livello politico, di grandi movimenti che però si scontrano presto con una disillusione generalizzata rispetto alla difficoltà di affrontare “la complessità”, citando Moro. Secondo lei, nel periodo di disincanto che narra ci sono i prodromi della crisi politico-ideologica che viviamo oggi?

Sì; lei cita Aldo Moro e la difficoltà di affrontare la complessità. Moro, come sappiamo, è stato un agnello sacrificale sull’altare del compromesso, che è l’unica modalità possibile di coniugare differenti linguaggi e istanze. La complessità è irriducibile a una lettura univoca e fonda il mondo nella modalità del desiderio; ad essa si è cercato di dare risposte empiriche, mentre a mio avviso è nella trascendenza del dato fattuale che va ricercata la fondazione del senso. Allora ci si provava, oggi non più. Il disincanto è inevitabilmente la forma del fallimento.

Ai miei occhi di lettore è inevitabile, leggendo il suo romanzo, fare un confronto tra due generazioni. Da un lato, oggi, vediamo forti difficoltà nel trovare lavoro, scarsa fiducia nella classe dirigente, la messa in dubbio delle grandi organizzazioni sovranazionali che faticano a tener fede ai princìpi che le hanno ispirate alla loro fondazione. Dall’altro c’è la generazione del posto fisso, della casa di proprietà, delle imponenti manifestazioni in piazza. Un confronto tra la generazione del “nulla e mai” e del “tutto e subito” è ancora possibile?

Una generazione incarna necessariamente il senso del tempo, del suo tempo. Ma la generazione è composta da individui che pensano e sentono e vivono e muoiono seguendo una sorta di flusso esistenziale: noi siamo questo flusso, piaccia o no. E questo flusso incarna le nostre coscienze. Quindi le generazioni non sono confrontabili secondo modelli omogenei, ma secondo i vari portati individuali; la nostra generazione propugnava l’idea che il personale fosse politico, e su quest’idea basava l’utopia di una sorta di coscienza collettiva. Svanita l’utopia è rimasto l’individuo che naturalmente cerca la strada più breve e peculiare per la realizzazione dei propri desideri. L’oggi, come sempre, è figlio dello ieri.

Qualche parola sulla struttura del romanzo. Sono rimasto particolarmente colpito dal lessico che ha utilizzato: mai scontato, molto costruito e a volte quasi barocco. Quali sono i maestri della letteratura che ha preso a modello?

I modelli, i riferimenti, il lavoro di chi ci ha preceduto filtrato dalle nostre menti e corpi diviene tempo presente e pensiero attualizzato. Quindi è difficile definire dei riferimenti precisi senza considerare il flusso del passato che in noi si incarna. Siamo una sorta di medium attraverso cui il travaglio di chi è stato prende forma nuova. Ciò detto, non posso non pensare a coloro che più da vicino mi sono fratelli nella notte: riguardo la struttura senz’altro Proust, riguardo lo stile Carlo Emilio Gadda mi è padrino così come lo stesso Manzoni insieme a Céline.

Per chiudere: cosa consiglia a un aspirante scrittore o scrittrice che vuole confrontarsi con la stesura di un romanzo?

Di guardarsi nel profondo del proprio io e capire, capire davvero se quello che ha da dire riguardo il mondo travalichi la propria stessa persona e possa iscriversi nel cerchio dell’universale. Ciò fatto dovrebbe chiedersi se davvero il suo operato possa aggiungere qualcosa al mondo: se sì, affinare lingua e strumenti, altrimenti gli suggerirei di lasciar perdere. C’è già tanta carta stampata in giro che, se non c’è nulla di meglio da dire, allora è meglio tacere.

[Immagine di copertina: rivista.clionet.it]

Seguite l’inchiostro, ovvero la biografia di F. Scott Fitzgerald

Di Gian Luca Nicoletta

Ci sono alcuni “grandi scrittori” che hanno sempre goduto di questo importante aggettivo a qualificare la loro opera. Nell’immaginario comune, alcune penne come Hemingway, Goethe, Moravia, eccetera sono semplicemente “nati” scrittori e soprattutto “nati” col successo a portata di mano. Col libro di cui vi parlo oggi, al contrario, desidero ricordare a me stesso e anche a voi aspirati autrici e autori che la scrittura è, mi si perdoni il bisticcio di parole, un’arte artigiana: bisogna imparare a maneggiare gli strumenti e, cosa altrettanto importante, bisogna imparare a sporcarsi le mani. L’esempio che vi propongo è quello di Francis Scott Fitzgerald, la cui biografia d’autore è stata curata da Leonardo G. Luccone nel volume Sarà un capolavoro. Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori, con la traduzione di Vincenzo Perna e pubblicato da Minimum Fax.

Sarà bene cominciare da alcune parole chiave:
1) biografia d’autore: ripercorrere la vita di una scrittrice o uno scrittore scandendola secondo il ritmo delle pubblicazioni. Ci interessa poco (in termini di spazio dedicato nel volume) la vita prima della scrittura. In questa prospettiva, il rapporto fra il vissuto e la pratica scrittoria viene completamente ribaltato a favore della seconda: gli anni, le epoche e la storia sociale vengono cadenzate dalle date di uscita di racconti, romanzi, poesie, mentre il resto della vita “capita” fra un’opera e l’altra;
2) artigianalità: se proprio bisogna cercare un sostantivo per descrivere l’approccio al lavoro di Fitzgerald, indubbiamente questo sarà da privilegiare. Nella sua breve ma densa vita, Fitz “scrive in continuazione”, letteralmente. Non si ferma mai da quando, appena ventenne, decide di voler dedicare la propria vita a quest’arte e di volerne diventare uno dei punti di riferimento per la letteratura statunitense. Sin dai primi anni di pratica continua, Fitzgerald macina migliaia di parole a settimana: articoli, saggi, qualche poesia giovanile, ma soprattutto… racconti! Proprio così: l’autore del Grande Gatsby lascia il suo segno nella letteratura occidentale a suon di racconti brevi, moltissimi dei quali pubblicati in serie com’era uso all’epoca, e non grandi romanzi;
3) perseveranza, quando non caparbietà. Se provassimo a tracciare un grafico della fortuna di Fitzgerald, questo sarebbe irrimediabilmente simile a quello del moto ondoso. A un iniziale periodo di indifferenza nel mondo dell’editoria, la carriera dello scrittore del Minnesota ha subito vertiginose impennate e brusche cadute in picchiata, dall’inizio alla fine. Questo però non ha mai fiaccato la sua tenacia, anzi. Si può dire che i periodi di più intenso lavoro per Fitzgerald siano stati, forse paradossalmente, quelli della sua crisi personale. Riuscì a superare indenne la grande depressione del 1929, ma la battuta d’arresto sul suo nome e la sua fama arrivò qualche anno dopo, alla quale lui rispose scrivendo di più, tallonando di più il suo agente, esigendo controlli più serrati sulle proprie produzioni.

Francis Scott e Zelda Fitzgerald – fonte: SBHU

Si diceva che, nelle biografie d’autore, tra un’opera e l’altra si inserisce anche la vita e come ben sappiamo quella di Fitzgerald fu tutto meno che monotona.
La sua famiglia d’origine apparteneva alla piccola borghesia, dalle finanze stabili ma non ingenti. Uno dei primi segni dell’ambizione di Fitz a qualcosa che si trovasse più in alto rispetto al suo punto d’osservazione si manifesta quando decide di voler sposare Zelda Sayre, che al contrario proviene da una famiglia di magistrati, proprietari di giornali, politici.
La giovane Zelda è una ragazza sveglia e sa cosa vuole dalla vita: essenzialmente fare quello che le pare. Sposare uno scrittore in erba (probabilmente poco più d’un imbrattacarte, ai suoi occhi) non le porterebbe lo stile di vita cui è abituata e così pone una condizione molto chiara: prima di sposarla, Fitzgerald deve diventare un vero scrittore. Con questo spirito il giovane autore tampina tutti i contatti di cui dispone per giungere a una pubblicazione di grido: il 26 marzo 1920 viene pubblicato Di qua dal paradiso per la famosa casa editrice Scribner, e appena otto giorni dopo, il 3 aprile, Zelda diventa la signora Fitzgerald.

Edizione statunitense di Di qua dal paradiso, edito da Scribner

La coppia, trasferitasi a New York, diventerà l’emblema dei ruggenti anni ’20 tra feste di lusso, automobili costose, alberghi a cinque stelle e viaggi transoceanici.
La vita però costa molto, sopratutto gli alcolici da consumare durante le feste sfrenate e questo induce Fitz a commettere l’errore che lo segnerà per tutta la vita: chiedere anticipi al suo editore. Questi, uomo generoso ma con la testa sulle spalle, non fa mai mancare al suo autore le cifre che gli vengono chieste, poiché con le pubblicazioni sa che saranno restituite fino all’ultimo centesimo. Ma questo meccanismo si trasforma in un circolo vizioso: i soldi anticipati non bastano mai e, una volta arrivati a una pubblicazione, ai Fitzgerald non rimane nulla in tasca per poter vivere, il che costringe Scott a chiedere nuovi anticipi e così via.
Uno stile di vita condotto costantemente sul filo del rasoio rischia di non reggere dal momento che Zelda manifesta i primi segni di instabilità mentale. Le strutture pubbliche non garantiscono un tenore di vita dignitoso e così Scott fa ricoverare la moglie in strutture private, chiaramente costose, che però non sa come pagare. Allo stesso tempo Scottie, la loro unica figlia nata nel 1921, non vuole farsi mancare le feste, i viaggi e la compagnia di persone molto facoltose. Fitzgerald si trova in una situazione pressoché disastrosa dalla quale inizierà timidamente a risollevarsi dalla seconda metà degli anni ’30, iniziando a lavorare per il cinema di Hollywood accanto a personaggi del calibro di Alfred Hitchcock.

Una sera di dicembre del 1940, prossimi al Natale, Fitzgerald si trova nel suo studio. Ha rimesso un po’ d’ordine nella sua vita: ha da tempo abbandonato la bottiglia, ha accettato il logoramento del suo matrimonio con Zelda, ha salvato il rapporto profondamente incrinato, e testimoniato da un’aspra lettera riportata nel volume, con sua figlia. Dopo aver ascoltato alla radio la partita di football della squadra di Princeton, nella monotona calma di una casa vuota, lontano dalle luci delle feste scintillanti dei suoi anni migliori, si spegne per sempre ad appena 44 anni.

Sarà un capolavoro rappresenta un felice compendio per giovani scrittrici e scrittori. Ci insegna che in questa professione il lavoro duro è all’ordine del giorno e che sicuramente non mancheranno cocenti delusioni come indebiti disconoscimenti. Una lettura che consiglio vivamente perché aiuta a mettere la pratica dello scrittore di professione in una prospettiva proporzionata e certamente utile a tutti.

Uno schiaffo all’omofobia: “La memoria del corpo” di Carlo Deffenu

Di Andrea Carria

Non era nei miei programmi scrivere questo articolo oggi. Non lo era nemmeno finire a quel modo il libro di cui sto per parlarvi: una lettura che si è impossessata di me e del mio tempo impedendomi di alzare gli occhi dalla pagina. Letteralmente. Non era mia intenzione neanche far coincidere l’inizio e la fine di questa lettura nello stesso giorno: avevo altro da fare, altro a cui dedicarmi, e comunque, dopo un po’ che si sta leggendo, è normale avvertire il bisogno di interrompere per riposare gli occhi e la mente, e riprendere più avanti. È così per il 99,9% dei libri che leggo, non so voi, e niente mi lasciava presagire che con La memoria del corpo di Carlo Deffenu (Alter Ego Edizioni, 2018) sarebbe stato così diverso.

Sono in difficoltà a scrivere questa recensione, se così vogliamo chiamare queste mie parole: temo infatti che ogni cosa dirò possa sottrarvi il piacere della scoperta. Non so quindi bene quale piega prenderà il mio discorso, quali aspetti evidenziare e quali altri tacere, come rendervi partecipi di ciò che ho provato io senza fare spoiler o cadere nel retorico. Dovrò fare uno sforzo ulteriore e concentrarmi, ricordando che almeno per questa volta il mio interesse principale non è esprimere un giudizio letterario su questo libro bensì convincervi a leggerlo.

Sarebbe facile presentare La memoria del corpo come un romanzo di genere; lo è, su questo non c’è possibilità di sbagliarsi, tuttavia l’orizzonte che abbraccia è molto più vasto e il messaggio che trasmette non è stato pensato per rimanere chiuso dentro a un recinto. La storia maledetta di Sebastiano è il romanzo interrotto di tanti giovani uomini e donne vittime dell’odio e della violenza. Vittime dell’omofobia, una parola di cui, se non altro, ormai tutti conoscono il significato. A raccontare questa storia è Elsa, la madre di Sebastiano, una donna capace di una forza e di un coraggio infiniti, una mamma leonessa disposta a sacrificare ogni cosa cominciando proprio da sé stessa. Il suo diario è la chiave per accedere alla stanza segreta del figlio, per accedere alla sua vita di giovane uomo libero. Una vita – la sua – vissuta alla luce del sole più di tante altre, segnata da un coming out precoce e sempre riscaldata dall’amore. Elsa lo ha amato davvero, il suo Sebastiano; lo ha amato come ogni madre ama il proprio figlio, ma ha anche fatto qualcosa che non tutti i genitori che amano riescono a fare, e cioè rispettare i propri figli per ciò che sono.

«Sebastiano mi ha insegnato più di quanto io avrei voluto imparare. Mi ha spinto contro il muro della mia ignoranza e mi ha obbligato a mettermi in discussione. Lui non era un giocattolo da vestire, esibire, riempire di cose inutili. Lui sapeva amare, scegliere, determinare il suo piccolo mondo. Mi è stato maestro, e io, madre presuntuosa e cieca, mi sono dovuta arrendere per accogliere tra le mie braccia il vero volto che avevo partorito maledicendo il mondo.»

La memoria del corpo è una fiction ben riuscita, un buon compromesso fra invenzione e verosimiglianza dove si intuiscono suggestivi barlumi presi in prestito dalla vita reale. La tenuta del romanzo è solida, la struttura snella, coerente e sempre presente a sé stessa; i personaggi principali risultano ben caratterizzati e riescono nel compito tutt’altro che scontato di farsi amare da chi legge. Lo stile impiegato è quello della narrazione pura e, fatto salvo qualche espediente narrativo meno camuffato di altri (di cui comunque ci si dimentica presto) e qualche altra cosuccia qua e là, l’autore a mio avviso ha creato un’opera equilibrata e davvero meritoria, su cui (e non capita spesso) la pretenziosità non ha gettato nemmeno mezz’ala d’ombra.

Il romanzo di Deffenu esalta il valore della libertà e rivendica il diritto di ogni individuo ad autodeterminarsi scegliendo liberamente della propria vita. L’omofobia, al contrario, non riconosce alle persone gay e lesbiche questa libertà e usa la violenza (sia fisica che verbale) per scopi repressivi o persecutori. Le forme più edulcorate di omofobia mettono tra parentesi la violenza e si appigliano a pseudo argomentazioni di ordine morale, etico, religioso, pedagogico e addirittura parascientifico, per ricordare a chi se lo fosse dimenticato che esiste un’unica via e che tutto il resto o è disturbo o è depravazione. “Malattia” e “moda” sono le interpretazioni che a oggi resistono di più fra i benpensanti, i quali – forse dimentichi che l’American Psychiatric Association non consideri l’omosessualità un disturbo psichiatrico dal 1974 e che l’OMS l’abbia cancellata dal proprio elenco delle malattie mentali nel 1990 – oggi si arrangiano a dare la colpa al mancato allattamento al seno, ai vaccini (quasi un dovere ricordarlo in tempi di pandemia), oppure stabiliscono un collegamento assurdo e del tutto arbitrario tra essa e la pedofilia, come dimostrato dalla feroce propaganda aizzata di recente dal governo polacco, con tanto di cariche della polizia, contro la comunità LGBTQ locale.

Tutto questo per ricordare quali reazioni ancora suscita – nel 2020, quando nei supermercati si trovano i croccantini senza glutine pensati per il benessere di cani e gatti – il diritto a essere sé stessi, e di conseguenza a stare bene con la propria identità, di certe minoranze di persone.

«Se il mio amore è nero e sporco, se il mio amore è inutile e maledetto, se il mio amore è l’ombra di un cane randagio… se è tutto questo, come posso continuare a vivere senza sputarmi in faccia?»

Quando, nel romanzo, Sebastiano fa il suo ingresso nell’età adulta con le idee chiare riguardo al proprio orientamento sessuale, non fa altro che affermare sé stesso. Non sceglie niente perché non è nella condizione di poterlo fare, eppure quello sulla scelta è uno dei fraintendimenti più comuni che intossicano il dibattito sull’omosessualità. Per avere una scelta, è necessario che due alternative siano equivalenti o si trovino quantomeno sullo stesso piano. Inoltre, si ha una vera scelta fra due possibilità quando, a prescindere da quale prevarrà alla fine, nessuna delle due può interferire con l’essenza di una persona. È proprio per questo che parlare di scelta riguardo all’omosessualità è un errore concettuale: non si può scegliere qualcosa che va contro sé stessi, non si può scegliere di essere qualcuno di diverso da ciò che si è. Non si sceglie di essere gay più di quanto non si scelga di avere i capelli di un certo colore (e anche in questo caso non ci sarebbe comunque niente di male o di sbagliato); lo si è anche quando lo si ignora o si finge il contrario, e da tutto questo ognuno trae le sue conclusioni. Mi dispiace, ma su questa parola finisco sempre per dissentire. La scelta, per essere tale, deve prevedere un’alternativa diversa ma percorribile fino in fondo per la persona che si è veramente. È una parafrasi un po’ lunga, ma è l’unica possibile per descrivere e comprendere il vero significato della parola scelta, la quale non può che essere anche libera. Per chi è gay o lesbica, l’opzione di una vita che rispetti le consuetudini sociali non è una scelta, tanto meno una scelta libera, perché non costituisce un percorso che lui o lei possono imboccare per quello che sono davvero; è invece una censura, una castrazione che si autoinfliggono, o meglio una censura e una castrazione che loro stessi, spesso, si lasciano infliggere dagli altri. Le cose forse potrebbero cambiare se tutti (meglio molti, è più realistico) cominciassero a vedere l’omosessualità per quello che è davvero: un destino come un altro. Un destino che riconosci come tale prima di esserne pronto, e l’unica cosa che puoi decidere quando capisci che riguarda proprio te è se accoglierlo oppure combatterlo, tuttavia le cose non cambieranno per questo.

La storia di Sebastiano – una storia sorprendente, dolorosa, piena di vita, e che Carlo Deffenu racconta con bravura ed eleganza – è anche una storia che fa il punto sui passi avanti compiuti dalla rivendicazione dei diritti gay nella società italiana degli ultimi trent’anni. Dal larvatus prodeo degli anni Novanta, ai timidi sprazzi di visibilità dei primi anni Duemila, fino ai più recenti ribaltoni mediatici. Sassari e la Sardegna sono al tempo stesso la cornice e il patibolo di questo dramma. Un’isola tragica e bellissima, prigione naturale o paradiso a seconda dei punti di vista, ma pur sempre a due facce: ponte verso il resto del mondo e la modernità e, nello stesso momento, fortino inespugnabile di un’identità proterva, scolpita nel granito e lavata spesso col sangue. Ciascuna di queste due Sardegne ha il proprio focolare. Da una parte la campagna, ancora avvinghiata ai propri pregiudizi, brutalità e paure (a Capoterra come anche nel Wyoming o nello Yorkshire, tanto per citare due famosi esempi cinematografici); dall’altra la città, con la tolleranza di Sassari, le opportunità di Cagliari e la libertà di scegliere – questa volta sì – se vivere pubblicamente la propria storia o se, invece, scomparire nell’anonimato.

La memoria del corpo è un’opera densa di significati, una lettura su più livelli che sa come riunire intrattenimento e impegno. È un romanzo ma anche un appello, una rivendicazione, una denuncia, un grido, una protesta, nonché il riflesso di un’Italia tutt’ora indietro rispetto a sé stessa. Credo che l’apprezzamento di questo libro sia condizionato dalla vicinanza al tema, per cui la mia valutazione può non essere obiettiva. Starà a voi lettori e alla vostra sensibilità ricalibrare le impressioni che vi avrò suggerito con questo articolo. Lo ribadisco pure adesso prima di lasciarvi: il mio obiettivo oggi non era vestire i panni del critico oggettivo e ponderato, ma quelli di chi è stato illuminato da una scheggia di bellezza e punta tutto sulla persuasione per far sì che la medesima esperienza possano viverla anche le altre persone. Spero proprio di esserci riuscito e che vogliate fidarvi di me. Che siate madri, padri o figli, La memoria del corpo e Carlo Deffenu hanno qualcosa da dire a voi e a voi soltanto. Solo che ancora non sapete di cosa si tratti.