Uno schiaffo all’omofobia: “La memoria del corpo” di Carlo Deffenu

Di Andrea Carria

Non era nei miei programmi scrivere questo articolo oggi. Non lo era nemmeno finire a quel modo il libro di cui sto per parlarvi: una lettura che si è impossessata di me e del mio tempo impedendomi di alzare gli occhi dalla pagina. Letteralmente. Non era mia intenzione neanche far coincidere l’inizio e la fine di questa lettura nello stesso giorno: avevo altro da fare, altro a cui dedicarmi, e comunque, dopo un po’ che si sta leggendo, è normale avvertire il bisogno di interrompere per riposare gli occhi e la mente, e riprendere più avanti. È così per il 99,9% dei libri che leggo, non so voi, e niente mi lasciava presagire che con La memoria del corpo di Carlo Deffenu (Alter Ego Edizioni, 2018) sarebbe stato così diverso.

Sono in difficoltà a scrivere questa recensione, se così vogliamo chiamare queste mie parole: temo infatti che ogni cosa dirò possa sottrarvi il piacere della scoperta. Non so quindi bene quale piega prenderà il mio discorso, quali aspetti evidenziare e quali altri tacere, come rendervi partecipi di ciò che ho provato io senza fare spoiler o cadere nel retorico. Dovrò fare uno sforzo ulteriore e concentrarmi, ricordando che almeno per questa volta il mio interesse principale non è esprimere un giudizio letterario su questo libro bensì convincervi a leggerlo.

Sarebbe facile presentare La memoria del corpo come un romanzo di genere; lo è, su questo non c’è possibilità di sbagliarsi, tuttavia l’orizzonte che abbraccia è molto più vasto e il messaggio che trasmette non è stato pensato per rimanere chiuso dentro a un recinto. La storia maledetta di Sebastiano è il romanzo interrotto di tanti giovani uomini e donne vittime dell’odio e della violenza. Vittime dell’omofobia, una parola di cui, se non altro, ormai tutti conoscono il significato. A raccontare questa storia è Elsa, la madre di Sebastiano, una donna capace di una forza e di un coraggio infiniti, una mamma leonessa disposta a sacrificare ogni cosa cominciando proprio da sé stessa. Il suo diario è la chiave per accedere alla stanza segreta del figlio, per accedere alla sua vita di giovane uomo libero. Una vita – la sua – vissuta alla luce del sole più di tante altre, segnata da un coming out precoce e sempre riscaldata dall’amore. Elsa lo ha amato davvero, il suo Sebastiano; lo ha amato come ogni madre ama il proprio figlio, ma ha anche fatto qualcosa che non tutti i genitori che amano riescono a fare, e cioè rispettare i propri figli per ciò che sono.

«Sebastiano mi ha insegnato più di quanto io avrei voluto imparare. Mi ha spinto contro il muro della mia ignoranza e mi ha obbligato a mettermi in discussione. Lui non era un giocattolo da vestire, esibire, riempire di cose inutili. Lui sapeva amare, scegliere, determinare il suo piccolo mondo. Mi è stato maestro, e io, madre presuntuosa e cieca, mi sono dovuta arrendere per accogliere tra le mie braccia il vero volto che avevo partorito maledicendo il mondo.»

La memoria del corpo è una fiction ben riuscita, un buon compromesso fra invenzione e verosimiglianza dove si intuiscono suggestivi barlumi presi in prestito dalla vita reale. La tenuta del romanzo è solida, la struttura snella, coerente e sempre presente a sé stessa; i personaggi principali risultano ben caratterizzati e riescono nel compito tutt’altro che scontato di farsi amare da chi legge. Lo stile impiegato è quello della narrazione pura e, fatto salvo qualche espediente narrativo meno camuffato di altri (di cui comunque ci si dimentica presto) e qualche altra cosuccia qua e là, l’autore a mio avviso ha creato un’opera equilibrata e davvero meritoria, su cui (e non capita spesso) la pretenziosità non ha gettato nemmeno mezz’ala d’ombra.

Il romanzo di Deffenu esalta il valore della libertà e rivendica il diritto di ogni individuo ad autodeterminarsi scegliendo liberamente della propria vita. L’omofobia, al contrario, non riconosce alle persone gay e lesbiche questa libertà e usa la violenza (sia fisica che verbale) per scopi repressivi o persecutori. Le forme più edulcorate di omofobia mettono tra parentesi la violenza e si appigliano a pseudo argomentazioni di ordine morale, etico, religioso, pedagogico e addirittura parascientifico, per ricordare a chi se lo fosse dimenticato che esiste un’unica via e che tutto il resto o è disturbo o è depravazione. “Malattia” e “moda” sono le interpretazioni che a oggi resistono di più fra i benpensanti, i quali – forse dimentichi che l’American Psychiatric Association non consideri l’omosessualità un disturbo psichiatrico dal 1974 e che l’OMS l’abbia cancellata dal proprio elenco delle malattie mentali nel 1990 – oggi si arrangiano a dare la colpa al mancato allattamento al seno, ai vaccini (quasi un dovere ricordarlo in tempi di pandemia), oppure stabiliscono un collegamento assurdo e del tutto arbitrario tra essa e la pedofilia, come dimostrato dalla feroce propaganda aizzata di recente dal governo polacco, con tanto di cariche della polizia, contro la comunità LGBTQ locale.

Tutto questo per ricordare quali reazioni ancora suscita – nel 2020, quando nei supermercati si trovano i croccantini senza glutine pensati per il benessere di cani e gatti – il diritto a essere sé stessi, e di conseguenza a stare bene con la propria identità, di certe minoranze di persone.

«Se il mio amore è nero e sporco, se il mio amore è inutile e maledetto, se il mio amore è l’ombra di un cane randagio… se è tutto questo, come posso continuare a vivere senza sputarmi in faccia?»

Quando, nel romanzo, Sebastiano fa il suo ingresso nell’età adulta con le idee chiare riguardo al proprio orientamento sessuale, non fa altro che affermare sé stesso. Non sceglie niente perché non è nella condizione di poterlo fare, eppure quello sulla scelta è uno dei fraintendimenti più comuni che intossicano il dibattito sull’omosessualità. Per avere una scelta, è necessario che due alternative siano equivalenti o si trovino quantomeno sullo stesso piano. Inoltre, si ha una vera scelta fra due possibilità quando, a prescindere da quale prevarrà alla fine, nessuna delle due può interferire con l’essenza di una persona. È proprio per questo che parlare di scelta riguardo all’omosessualità è un errore concettuale: non si può scegliere qualcosa che va contro sé stessi, non si può scegliere di essere qualcuno di diverso da ciò che si è. Non si sceglie di essere gay più di quanto non si scelga di avere i capelli di un certo colore (e anche in questo caso non ci sarebbe comunque niente di male o di sbagliato); lo si è anche quando lo si ignora o si finge il contrario, e da tutto questo ognuno trae le sue conclusioni. Mi dispiace, ma su questa parola finisco sempre per dissentire. La scelta, per essere tale, deve prevedere un’alternativa diversa ma percorribile fino in fondo per la persona che si è veramente. È una parafrasi un po’ lunga, ma è l’unica possibile per descrivere e comprendere il vero significato della parola scelta, la quale non può che essere anche libera. Per chi è gay o lesbica, l’opzione di una vita che rispetti le consuetudini sociali non è una scelta, tanto meno una scelta libera, perché non costituisce un percorso che lui o lei possono imboccare per quello che sono davvero; è invece una censura, una castrazione che si autoinfliggono, o meglio una censura e una castrazione che loro stessi, spesso, si lasciano infliggere dagli altri. Le cose forse potrebbero cambiare se tutti (meglio molti, è più realistico) cominciassero a vedere l’omosessualità per quello che è davvero: un destino come un altro. Un destino che riconosci come tale prima di esserne pronto, e l’unica cosa che puoi decidere quando capisci che riguarda proprio te è se accoglierlo oppure combatterlo, tuttavia le cose non cambieranno per questo.

La storia di Sebastiano – una storia sorprendente, dolorosa, piena di vita, e che Carlo Deffenu racconta con bravura ed eleganza – è anche una storia che fa il punto sui passi avanti compiuti dalla rivendicazione dei diritti gay nella società italiana degli ultimi trent’anni. Dal larvatus prodeo degli anni Novanta, ai timidi sprazzi di visibilità dei primi anni Duemila, fino ai più recenti ribaltoni mediatici. Sassari e la Sardegna sono al tempo stesso la cornice e il patibolo di questo dramma. Un’isola tragica e bellissima, prigione naturale o paradiso a seconda dei punti di vista, ma pur sempre a due facce: ponte verso il resto del mondo e la modernità e, nello stesso momento, fortino inespugnabile di un’identità proterva, scolpita nel granito e lavata spesso col sangue. Ciascuna di queste due Sardegne ha il proprio focolare. Da una parte la campagna, ancora avvinghiata ai propri pregiudizi, brutalità e paure (a Capoterra come anche nel Wyoming o nello Yorkshire, tanto per citare due famosi esempi cinematografici); dall’altra la città, con la tolleranza di Sassari, le opportunità di Cagliari e la libertà di scegliere – questa volta sì – se vivere pubblicamente la propria storia o se, invece, scomparire nell’anonimato.

La memoria del corpo è un’opera densa di significati, una lettura su più livelli che sa come riunire intrattenimento e impegno. È un romanzo ma anche un appello, una rivendicazione, una denuncia, un grido, una protesta, nonché il riflesso di un’Italia tutt’ora indietro rispetto a sé stessa. Credo che l’apprezzamento di questo libro sia condizionato dalla vicinanza al tema, per cui la mia valutazione può non essere obiettiva. Starà a voi lettori e alla vostra sensibilità ricalibrare le impressioni che vi avrò suggerito con questo articolo. Lo ribadisco pure adesso prima di lasciarvi: il mio obiettivo oggi non era vestire i panni del critico oggettivo e ponderato, ma quelli di chi è stato illuminato da una scheggia di bellezza e punta tutto sulla persuasione per far sì che la medesima esperienza possano viverla anche le altre persone. Spero proprio di esserci riuscito e che vogliate fidarvi di me. Che siate madri, padri o figli, La memoria del corpo e Carlo Deffenu hanno qualcosa da dire a voi e a voi soltanto. Solo che ancora non sapete di cosa si tratti.

Un dramma contemporaneo e il suo romanzo: “L’Arcipelago del Cane” di Philippe Claudel

Di Andrea Carria

Una delle funzioni, degli obblighi morali della letteratura è di confrontarsi con i grandi problemi del presente. A ricordarcelo è Philippe Claudel, autore dell’Arcipelago del Cane (Ponte alle Grazie, 2019), romanzo incentrato sul dramma umano che, ormai da anni, si sta consumando nel Mediterraneo: quello dei migranti

L’ambientazione scelta da Claudel è una piccola isola facente parte di un arcipelago immaginario che si fatica a distinguere sulla carta geografica. Il nome Cane, che è lo stesso tanto per l’arcipelago quanto per la maggiore delle sue isole, è dovuto alla forma del litorale di quest’ultima che ricalca la sagoma dell’animale:

«Il Cane è lì, disegnato sul foglio sottile. Fauci spalancate, zanne snudate. Che si accinge a sbranare una lunga e chiara immensità cobalto che la carta costella di numeri indicanti la profondità e di frecce che segnalano le correnti. Le sue mascelle sono due isole curve, la sua lingua pure, un’isola, e i suoi denti anche, alcuni appuntiti, altri tozzi, quadrati, altri ancora taglienti come daghe. I suoi denti, dunque, sono delle isole. Fra di esse, quelle in cui si svolge la storia, la sola abitata, proprio in punta alla mascella inferiore. Proprio sull’orlo dell’immensa preda azzurra che non sa di essere appetita.»

L’isola è, nel senso più assoluto, un microcosmo. La sua comunità è costituita da poche anime che basano la propria esistenza sulla fede nell’immutabilità delle cose. Qui le persone non muoiono mai davvero: il ruolo che ricoprono viene ripreso e portato avanti dalle nuove generazioni con pochissime, trascurabili differenze, e tanto basta a vanificare lo scorrere del tempo. Il senso di immutabilità viene alimentato proprio dalla preminenza che il ruolo e la funzione sociale hanno rispetto all’individuo, il quale impara a costruire la propria identità in strettissima relazione con quelle di tutti gli altri. Se da una parte tutto questo appiana e livella, è pure vero che cimenta il senso di appartenenza delle persone alla comunità. Tradizioni e riti sono essenziali per assicurare il funzionamento di questo piccolo ma sofisticato marchingegno, e la S’tunella, la grande battuta di pesca al tonno a cui prendono parte tutti i pescatori dell’isola una volta all’anno, è l’ingranaggio più importante di tutti.

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Sull’Isola del Cane il benessere e la stabilità sono un’alchimia che dipende da tanti fattori. Le tradizioni sono importanti, ma affinché la vita possa scorrere tranquilla come sempre c’è bisogno che tutti si impegnino a mantenere l’equilibrio. Così, se il mare e il vulcano che getta la propria ombra sulle case richiedono attenzioni costanti, lo stesso vale per gli ingressi dei nuovi venuti dalla terraferma, mai visti di buon occhio. Ne sa qualcosa il Maestro della scuola elementare, un forestiero proveniente dal Continente che fatica a inserirsi. I suoi problemi di incomprensione con gli abitanti dell’Isola emergono tutti in una sola volta in seguito a un singolare ritrovamento: una mattina, sulla spiaggia, lui e altri tre testimoni (la Vecchia, lo Spada e America), scoprono tre cadaveri arenati. Il colore della loro pelle non mente: si tratta di migranti provenienti dalle terre a sud delle onde.

Che fare? Per il Maestro non ci sono dubbi e dice di voler avvertite le autorità in modo che vengano a far luce sulla faccenda; ma gli altri – tra cui il Sindaco, il Parroco e il Dottore, che nel frattempo sono stati doverosamente informati – non la pensano affatto allo stesso modo e insistono perché la cosa rimanga segreta. Di fronte a un rifiuto così ostinato, al Maestro non resta che acconsentire: i corpi vengono dapprima nascosti e poi, in sordina, precipitati in una nera voragine dalle parti del vulcano.

«Lo Spada e il Maestro posarono il carico sull’orlo dell’abisso. Ci si dispose a semicerchio. Il Parroco benedisse il telo che lo Spada guardava con tristezza, un bel telone nuovo e che si sarebbe potuto usare per anni, come aveva detto America, il quale aveva preteso d’essere risarcito, e cui il Sindaco aveva risposto di chiudere il becco, aggiungendo che gliel’avrebbe pagato, il suo telo di merda, di tasca propria all’occorrenza, e America si era zittito, povero tontolone amareggiato, e adesso lo Spada, cui non piacevano gli sprechi, pensava probabilmente che i tre cadaveri non avevano bisogno di quel bel telone per fare il loro ultimo viaggio e che perdere a quel modo delle cose utili ai vivi e del tutto inutili ai morti voleva dire aggiungere un altro peccato al primo.»

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Tutto sembra essere stato risolto, quando un giorno sull’isola arriva uno straniero. Il Sindaco non ha dubbi: in un modo o nell’altro le autorità sono venute a sapere dell’incidente, quasi sicuramente con i loro dannati satelliti, e hanno mandato un Commissario a indagare. Come se non bastasse, pure il Maestro è inquieto, tormentato dal rimorso: da quello sciagurato giorno si comporta in modo strano e ha cominciato a fare degli esperimenti ancora più strani con dei manichini e una barca. Il Sindaco è davvero preoccupato. E se il Maestro dovesse incontrare il Commissario per primo e raccontargli ogni cosa? A quel punto che ne sarebbe di lui, della sua Isola e dell’ambizioso progetto delle Terme con cui ha in mente di rilanciarla?

Lo svolgimento del romanzo è racchiuso nelle risposte che il Sindaco – col benestare del Parroco e del Dottore, ovvero l’intellighenzia dell’Isola al gran completo – darà a queste domande. Come nel caso dei cadaveri, la soluzione va di nuovo trovata alla svelta e senza tanti convenevoli. Chi, col proprio comportamento e i propri ideali, attenta alla comunità va neutralizzato, giacché su un’isola la vita del singolo vale sempre meno di quella dell’intero gruppo: è la regola. Gli autoctoni lo sanno ancora prima di nascere e l’accettano senza problemi; non lo fanno invece gli stranieri che vengono dalla terraferma come il Maestro, ed è per questo che vanno tenuti alla larga. Arrivano con i loro ideali e la loro istruzione credendosi migliori, ma non sanno riconoscere ciò che è veramente essenziale. Poi accade che finiscono male e se ne meravigliano, quando invece dovrebbero prendersela soltanto con loro stessi, con le loro frivolezze da intellettuali e le loro utopie, lasciando in pace chi lavora davvero per il benessere degli altri, ipocriti insensati che non sono altro!

Il romanzo si legge bene, velocemente. La scrittura di Claudel è piacevole e indugia più sulle descrizioni paesaggistiche che su quelle umane, le quali vengono presentate come dati di fatto che non necessitano di spiegazioni. La prosaicità del luogo è ben resa dal linguaggio asciutto e senza fronzoli dei personaggi, mentre il focus esterno alla storia, prossimo al naturalismo benché non lo sia, è adeguato al racconto di questa circostanziata comédie humaine dei nostri giorni. Una menzione a parte merita il lirismo di certi brani come quello iniziale, dove la voce narrante si impone all’attenzione con un tono imperioso che pare voglia ricalcare quello di Dio sul Sinai (e forse proprio della voce di Dio si tratta):

«Bramate l’oro e spargete cenere.
Insozzate la bellezza, calpestate l’innocenza.
Fate scorrere ovunque grandi torrenti di fango. L’odio è il vostro nutrimento, l’indifferenza la vostra bussola. Siete creature del sonno, sempre addormentate, anche quando vi credete sveglie. Siete i frutti di un tempo sonnolento. Le vostre emozioni sono efemere, farfalle presto schiuse, subito calcinate dalla luce dei giorni. Le vostre mani impastano la vostra vita in una fanga arida e insulsa. Siete divorati dalla solitudine. Il vostro egoismo v’ingrassa. Volgete la schiena ai vostri fratelli e perdete l’anima. La vostra natura ribolle d’oblio.
Come giudicheranno il vostro tempo i secoli futuri?»

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Anche se L’Arcipelago del Cane è un romanzo, la storia tuttavia somiglia molto a un dramma delle parti dove ogni personaggio è soprattutto espressione di un preciso ruolo sociale. Le descrizioni che interessano Claudel non riguardano gli individui nella loro evoluzione romanzesca, bensì il contributo che ciascuno apporta alla definizione dell’intreccio. Il fatto stesso che nessuno di loro abbia un nome proprio ma venga identificato dal ruolo, dalla professione o al più dal soprannome, rafforza la sensazione di trovarsi al cospetto di maschere o quanto meno di proto-personaggi dall’individualità appena abbozzata.

L’Arcipelago del Cane è una critica al sistema che permette la tragedia dell’immigrazione e il lassismo morale con cui, unanimi, rispondono tutte le società occidentali. Si tratta di una critica, di una denuncia e pure di un appello: un appello rivolto a ognuno a guardarsi dentro. Sono infatti convinto che i personaggi senza nome né volto né vissuto di questa storia siano l’elemento più convincente usato da Claudel per mettere ciascuno di fronte alla propria realtà di Uomo e di Donna. Se quei personaggi non hanno nome né volto né vissuto è perché ciò che essi dicono, pensano e fanno non riguarda il dire, il pensare e il fare di un individuo determinabile univocamente per mezzo di un nome, un cognome e una faccia, ma sono il dire, il pensare e il fare di tutti, atteggiamenti in cui ciascuno di noi si è calato almeno una volta quando ha dato fiato a quel pregiudizio, quando ha evitato di prendere posizione oppure l’ha presa, quando indirettamente ha dato credito a chi da questa tragedia trae il suo sporco vantaggio o quando ha pensato che tutto questo semplicemente non lo riguardi. I volti e i nomi dei personaggi dell’Arcipelago del Cane sono i nostri volti e i nostri nomi di cittadini perbene e permale: Claudel lo afferma a chiare lettere. Sta però al lettore capire quale, fra quelli del Sindaco, del Maestro, del Dottore, del Parroco, della Vecchia, è il volto che meglio lo rappresenta.

In definitiva ho trovato questo libro un esperimento valido e interessante. Non il miglior romanzo che abbia mai letto (la componente umana di cui ho parlato sopra mi è mancata), ma sicuramente degno di nota nonché ricco di colpi di scena. Finalmente una presa di posizione chiara e netta da parte del mondo intellettuale.

Italia che vai, fascismo che trovi…

Di Gian Luca Nicoletta

Nel nostro Paese assistiamo da anni a continue, seppur più o meno distanziate nel tempo, recrudescenze dell’ideologia fascista. Una questione che né i nostri genitori né i loro furono in grado di risolvere definitivamente ma che noi siamo chiamati a compiere. Lo spunto per riflettere su questo tema molto importante pur tuttavia assai spinoso mi è venuto leggendo Ma perché siamo ancora fascisti?, scritto da Francesco Filippi – già autore di Mussolini ha fatto anche cose buone – e edito da Bollati Boringhieri.

Il sottotitolo di questo saggio, davvero godibile nella sua forma scorrevole e nella scrittura leggera, è Un conto rimasto aperto e già evoca nella mente lontani scontri partitici e faziosi in cui una parte promette all’altra avversaria che prima o poi “faranno i conti”.
Fare i conti si presenta fin da subito come il punto nevralgico dal quale scaturisce l’eterno scontro, ambiguo e spesso sotterraneo, sulla persistenza o meno del fascismo nel nostro Paese. Il solo fatto di trovare nelle librerie un testo quale quello di Filippi è sintomo di un problema ancora tutto da risolvere, un conto che, per al’appunto, non siamo mai riusciti a chiudere. Il discorso dell’autore, però, non si concentra su ciò che ancora ci sarebbe da dire nei riguardi dei movimenti neofascisti o di estrema destra che ancora attirano parte dell’elettorato e dell’opinione pubblica, bensì in maniera intelligente ci porta all’origine di questi conti mai chiusi, partendo dalle primissime ore della Resistenza e dove lì, purtroppo, alcune cose non furono fatte.

Prima di arrivare al discorso, uno dei vari su cui Filippi dedica particolare attenzione, sull’epurazione è necessario però fare una breve premessa: nella descrizione del fascismo fatta sia da sommi intellettuali (uno fra tutti, Benedetto Croce), che da storici, studiosi, giornalisti, fino ai comuni cittadini, è passata nel corso degli anni l’idea del tutto sbagliata del fascismo come “malattia” dell’Italia e degli italiani, come “parentesi”, come “avventura tragica”, quest’ultima espressione poi fa sempre più spesso il paio con l’alleanza con la Germania nazista e l’intervento nella Seconda Guerra Mondiale. Se partiamo da questo preambolo non possiamo che giungere a delle conclusioni sbagliate, perché così facendo identifichiamo l’ideologia fascista e il fascismo nel suo insieme come un fenomeno esterno, che ci ha colpiti e ci ha deresponsabilizzati dalle nostre azioni. In un’ottica del genere non ci sarebbe molta differenza tra ammalarsi di fascismo o di Covid-19: comunque non sarebbe per nostro volere.
Il fascismo, al contrario, fu un movimento dotato di due elementi che nessun virus possiede e che afferiscono alla volontà umana: braccia forti e una ideologia ben strutturata. La combinazione di queste specifiche, congiuntamente a una continua e pressante influenza su di un intero popolo per vent’anni, fece sì che tutti o quasi tutti ne fossero permeati, intrisi fino al midollo, in altre parole: essere fascisti.

Questa infiltrazione del fascismo in tutti gli aspetti della vita, da quelli domestici e privati a quelli politici e pubblici, financo a quelli della più alta amministrazione, devono essere tenuti a mente ora che il discorso, come ho anticipato sopra, giunge al punto nodale: la grande (fallita) epurazione.
Per epurazione si intende l’insieme di indagini, processi e condanne che l’Italia (leggi gli italiani) liberata dai partigiani e dagli Alleati doveva fare ai danni dell’Italia (come sopra, leggi gli italiani) ancora fascista e repubblichina. L’inizio della famigerata “resa dei conti”. Un ideale imputato doveva rendere conto a un’ideale giuria di politiche liberticide, violenze, soprusi, soppressione di diritti fondamentali quali il voto, la libertà d’espressione, di sciopero, di associazionismo, etc. L’obiettivo di questo procedimento fu quello di estromettere dalla democrazia allora nascente, la nostra Repubblica, tutti coloro che avevano contribuito al funzionamento dello Stato dittatoriale.
Un procedimento di questo tipo, si capisce, non poteva essere opera che da compiere nel giro di qualche mese, nemmeno di qualche anno. Lo Stato non poté permettersi di bloccare la propria attività e al 1946 gli unici in grado di poter mandare avanti la macchina pubblica erano proprio gli ex fascisti. Dunque i Governi che in quegli anni si succedettero decisero di far giudicare ogni categoria dei vari settori (magistratura, scuola, perfino i privati) dai componenti stessi del settore medesimo: i magistrati dovettero giudicare i magistrati, i professori dovettero giudicare i professori, gli imprenditori dovettero giudicare gli imprenditori. In questo modo si arrivò alla paradossale situazione in cui il magistrato X, che da fascista aveva lavorato assiduamente durante tutto il ventennio, si ritrovò a dover giudicare per l’accusa di connivenza col fascismo l’operato del magistrato Y, suo collega, e viceversa. Il risultato? Del 100% dei procedimenti complessivi avviati in tutta Italia nell’arco di un decennio, una media (arrotondata per eccesso) del 2% costituí le condanne effettive comminate per il reato di fascismo. Il restante 98% dei casi fu risolto in funzione di una ragione superiore persino ai crimini del regime: “lo Stato ha bisogno di amministratori“, di professori, di giudici e di imprenditori, non fu possibile mandarli in carcere poiché ciò avrebbe voluto dire bloccare un’intera nazione. Se poi consideriamo che di quel 2% molti imputati andarono in pensione prima della condanna, morirono o dopo qualche anno furono reinseriti nei propri uffici, ecco come la percentuale effettiva si assottigliò ancor di più.

L’Italia repubblicana e antifascista, come da dettato costituzionale, nacque e venne amministrata da un’intera classe dirigente di fascisti ed ex fascisti.
Negli anni successivi a questa epurazione mancata, in aggiunta, furono avviati anche molti processi ai danni dei partigiani per i crimini commessi durante la guerra civile. E che cosa succede se a condurre le indagini e a istruire il processo troviamo il magistrato X di cui sopra? Le condanne per reati di guerra commessi dai partigiani furono molte e aspre, le quali non fecero che alimentare il profondo senso d’insoddisfazione e d’ingiustizia di tutti coloro che combatterono duramente per la Liberazione.

Raduno di neofascisti al Cimitero Maggiore (Milano) – fonte: ANSA

I fascisti del ventennio furono molto abili nel creare un articolato sistema di autotutela dei propri ruoli e funzioni, rendendosi letteralmente indispensabili per continuare lo svolgimento delle funzioni vitali di uno Stato. Isolando e allontanando dall’amministrazione tutti gli antifascisti, i quali non potevano accedere ad alcun incarico pubblico se non erano iscritti al PNF, a guerra finita dovettero giocoforza essere reintegrati nei loro ruoli, spesso a livelli dirigenziali. Tutto questo contribuí alla propagazione dell’ideale fascista, dei suoi modi operativi e dei suoi costumi (clientelismo, favoritismo, tutti mali che ancora oggi attanagliano gran parte del nostro sistema pubblico e privato), di fatto sopravvivendo a sé stesso. Nel 1945 finì la dittatura, ma il fascismo no e con lei non finirono i fascisti, i quali continuarono, nel loro privato, a trasmettere gli ideali in cui credevano, se vogliamo anche rinforzati dalla consapevolezza che per fascismo mai nessuno fu veramente punito.

Nel corso degli anni successivi, almeno due leggi giunsero in soccorso della democrazia, la legge Scelba del 1952 e la legge Mancino del 1993. Grazie a queste, sul piano del diritto, al fascismo venne messo un importante argine per evitare la ricostituzione del disciolto partito.

Ma molto deve essere fatto per evitare il propagarsi dei suoi ideali. I nostri nonni non riuscirono a ripulire una nazione dai crimini e dalle connivenze di cui si era macchiata, oggi sta a noi eradicare quelle erbacce che si sono trasformate in atteggiamenti culturali e ideologici. Loro non ci sono riusciti, ma ci hanno fatto dono della Costituzione, nostro compito è ricambiare il favore e completare l’opera lì dove loro si sono fermati.

La distopia è un genere raffinato: “La tuffatrice” di Julia von Lucadou

Di Andrea Carria

Proprio così, la distopia è un genere letterario raffinato. A ricordarlo a tutti è Julia von Lucadou, autrice tedesca classe 1982 che col romanzo d’esordio La tuffatrice (2018) ha stupito sia il pubblico che la critica, e vinto lo Schweizer Literaturpreise 2019. In Italia il romanzo è apparso nel maggio scorso nella collana Cielo Stellato” di Carbonio Editore, con la traduzione di Angela Ricci.

In un futuro imprecisato ma comunque non molto lontano da noi, Riva Karnovsky è una star dello skydiving: la sua specialità è quella di tuffarsi dai grattaceli più alti della città e di ammaliare i fan con le sue evoluzioni a centinaia di metri da terra. Riva è arrivata all’apice della carriera dopo anni di lavoro durissimo, ma è stata ben ripagata per i propri sacrifici: un appartamento lussuoso nel centro della città, un compagno col quale condividerlo, crediti sufficienti a soddisfare ogni suo desiderio, fama, notorietà, sponsor facoltosissimi e milioni, forse miliardi di fan che la seguono h24.

«Quando la donna raggiunge l’orlo del tetto, gli spettatori trattengono il fiato. Con indosso il suo FlysuitTM scintillante sembra una creatura soprannaturale. La gente in strada, il pubblico sulle tribune dell’edificio di fronte e gli spettatori nello SkyboxTM tendono le braccia verso di lei.»

Riva ha poco più di vent’anni e possiede tutto, eppure qualcosa nella sua vita non va. L’annuncio del suo ritiro avviene all’improvviso tra lo sbigottimento generale di fan e investitori. Nemmeno Dom Wu, capo dell’accademia sportiva che l’ha vista crescere, sa spiegarselo. Le uniche due cose certe sono che Riva adesso trascorre le proprie giornate come un vegetale nel proprio appartamento, e che a causa sua l’immagine dell’accademia sta colando a picco insieme agli investimenti ingentissimi degli sponsor. Per evitare il peggio, Riva deve tornare a tuffarsi senza perdere altro tempo e Hitomi Yoshida, psicologa della PsySolution, è stata incaricata di aiutarla a tornare in sé.

Il romanzo inizia da qui, con Hitomi che racconta in prima persona le sue giornate a monitorare Riva dal pc grazie alle telecamere nascoste impiantate nell’appartamento. È uno spionaggio a tutti gli effetti di cui però nessuno si scandalizza più: è solo il Grande Fratello di Orwell che si è dotato di sistemi di controllo ancora più sottili e pervasivi. Malgrado tutto l’arsenale tecnico a disposizione, non passa molto tempo prima che la Hitomi capisca di essersi imbattuta in uno dei casi più difficili che potessero capitarle, e che dal successo dell’incarico dipenderà il suo futuro alla PsySolution, e forse molto altro. In un mondo in cui del resto contano solo i risultati e le performance, chiunque può finire fuori strada da un momento all’altro.

«Nel tuo contratto con l’accademia hai rinunciato a tutti i tuoi diritti personali, Riva. Finché sei assunta, tutto quello che fai appartiene all’accademia.»

Anche in assenza di un grave disastro che segni una discontinuità tra il mondo di Riva e il nostro, lo scenario immaginato da Lucadou rientra a pieno titolo nel canone distopico: un mondo preapocalittico e alienante, dove gli esseri umani sono ridotti a numeri, i rapporti interpersonali non esistono e le vite di tutti sono nelle mani di una ristretta oligarchia fondata sul potere economico-finanziario. Non si hanno riferimenti a nazioni o a continenti; le città, o meglio le megalopoli, sono l’unica realtà conosciuta dagli abitanti di un pianeta alle soglie del collasso. Sovrappopolate così tanto che la sterilizzazione è ormai diventata una prassi, la classica distinzione fra città e campagna è stata annullata da un’immensa distesa urbana di cui, se esistono, nessuno sa fin dove si spingono i confini. A pensarci bene, forse c’è una sola città ed è immensa. Il flusso tra essa e le periferie avviene in entrambi i sensi, ma si connota in maniera molto diversa, tanto che a tornare verso quest’ultime è soltanto chi ha fallito. La città è l’unico luogo nel quale una persona abbia la speranza di realizzarsi, ma non è facile potervi accedere. I requisiti minimi da soddisfare sono alti, la burocrazia pretende permessi anche se si è solo di passaggio e, come succede già adesso in molte città dagli standard abitativi elevati, avere un lavoro all’interno del suo perimetro non assicura di poterci anche abitare.

La distopia evocata da Lucadou è un mix coerente e funzionale di novità e vecchie conoscenze, ma la sua penna è abbastanza avveduta da valorizzare gli elementi giusti e mantenere gli altri sullo sfondo. Così facendo il lettore si concentra su ciò che è veramente essenziale. Il suo interesse viene subito catturato dalla storia di Riva e in questo modo finisce per accorgersi che molte delle tecnologie descritte sono quelle attualmente in uso, col vantaggio di poter considerare a distanza di sicurezza le loro implicazioni più perverse. Nonostante il numero e la qualità delle situazioni, la scrittrice prende le distanze dallo stile descrittivo per abbracciare quello soggettivo di Hitomi, che presenta i fatti in prima persona ora come in un resoconto ora come in un diario. La sua professione e il lavoro concreto che svolge con Riva incentivano l’esplorazione psicologica dei personaggi e delle situazioni in cui questi sono calati, ma la cosa forse più interessante di questo sguardo è osservare lo spiraglio di luce farsi strada lentamente verso le molle segrete che determinano l’agire di ognuno.
La scrittura raffinata di Lucadou si adegua perfettamente a tali esigenze di contesto e mantiene un livello elevato di chiarezza dall’inizio alla fine. Della sua prosa si apprezzano l’equilibrio della composizione e la precisione narrativa: poche parole, ma giuste, per descrivere ogni risvolto di trama e ogni esitazione della mente. Per il lettore è sempre un piacere incontrare una scrittura così limpida e senza sbavature. Sarà anche un’opera prima, ma con La tuffatrice Julia von Lucadou ha dimostrato di avere nelle corde uno stile letterario abbastanza maturo da attirare verso sé paragoni importanti.

Romanzo di medie dimensioni, La tuffatrice sviluppa una trama compatta che non perde mai di vista il proprio percorso. Le digressioni sono quasi assenti, e gli unici arricchimenti sono gli aneddoti dell’infanzia di Hitomi. Nonostante questa apparente semplicità, Lucadou valorizza al massimo il potenziale narrativo del suo romanzo, fino a deviarne la rotta con la sicurezza di un capitano di lungo corso che non lascia accorgere i passeggeri fino a manovra ultimata. È infatti proprio quando la vicenda di Riva sembra ormai prossima alla risoluzione che il lettore si accorge di dove la trama lo ha veramente condotto, e che il ruolo assegnato fino a quel momento ai personaggi è probabilmente da rivedere. La scrittrice ottiene questo effetto senza ricorrere a colpi di teatro o accelerazioni improvvise (di cui, anzi, non fornisce esempi degni di nota), ma con una lenta e graduale opera di spostamento del baricentro narrativo. Così, come Hitomi si ritrova a dirigere la vita di Riva, la mano invisibile di Julia von Lucadou assicura il corretto fluire del romanzo. Forse avrebbe potuto osare di più in alcuni passaggi e imprimere qualche sterzata più vigorosa che prendesse il lettore in contropiede facendolo sussultare, tuttavia questa prima prova è stata ampiamente superata dalla scrittrice e ha creato grandi aspettative attorno al suo nome.

Julia von Lucadou (© Maria Ursprung)

Lucadou è sicuramente consapevole di tutto questo e sa quale tipo di ascendente può esercitare un romanzo attuale come il suo. In ottemperanza a quella che può essere riconosciuta come la sua funzione etica e sociale, La tuffatrice è un romanzo che scava dentro il presente mettendoci in guardia verso alcune delle aberrazioni che già interessano lo stadio odierno della nostra civiltà tecnologica. Fortunatamente non disponiamo ancora di un Activity Tracker che disciplini la nostra attività fisica giornaliera né eseguiamo un esercizio di mindfulness dopo l’altro per ristabilire un equilibro psichico sempre sull’orlo del tracollo, ma questo non può e non deve farci sentire al sicuro. La tuffatrice racconta un avvenire che può ancora essere evitato, ma ancora prima di questo è una critica lucidissima al presente e all’incomprensibile non-modo che noi umani abbiamo di prenderci cura del nostro futuro.

Chiuso in casa per fuggire dal mondo: “Controcorrente” di Karl-Joris Huysmans

Di Gian Luca Nicoletta

Anche questo articolo parla di persone chiuse in casa, proprio come noi. Ciò che fa la differenza, però, è che il protagonista del romanzo di cui vi parlo oggi lo fa di sua spontanea volontà.

Il libro è Controcorrente (À rebours), scritto da Joris-Karl Huysmans e pubblicato per la prima volta nel 1884, cioè quando il naturalismo francese aveva già iniziato la parte discendente della sua parabola, tuttavia ancora dominante nel panorama letterario.

Il titolo di quest’opera rappresenta il manifesto intellettuale e spirituale che impregna ogni pagina. Andare controcorrente è la missione di vita che il protagonista, Des Esseintes, sposa dal momento in cui diventa maturo e si libera dal giogo dei genitori. Grazie a un’educazione impartitagli dai Gesuiti e da un ingente patrimonio ereditato dal padre e dalla madre, il protagonista decide di costruirsi una personale torre d’avorio all’interno della quale chiudersi e abbandonare così la vita mondana di Parigi.

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Ma non dovete pensare che Des Esseintes decida di abbracciare un’ascetica solitudine in uno spartano romitaggio per passare la sua vita, tutt’altro: ciò che lui detesta dell’uomo (e questo è già il primo punto controcorrente, cioè nel pieno del positivismo ritenere l’essere umano una creatura deprecabile) è tutto quello che afferisce alla sfera sociale, mentre quel che deriva dall’intelletto e dall’ingegno ha per lui la massima attrattiva.
Seguendo questo principio egli cerca la dimora ideale:

«Batté i dintorni della capitale e scoprì una bicocca in vendita, sopra Fontenay-aux-Roses, in un angolo appartato, senza vicini, vicino al forte: il suo sogno si era realizzato. In quel paese, non ancora invaso dai parigini, era certo di essere al sicuro. Le difficoltà nelle comunicazioni, malamente garantite da una ridicola ferrovia che si trovava all’estremità del paese e da piccoli tram che partivano e compivano il tragitto come potevano, lo rassicuravano. Pensando alla nuova vita che avrebbe avviato, provava una felicità viva, perché si vedeva già abbastanza lontano, al riparo della sponda così da non essere più raggiunto dalla fiumana di Parigi e allo stesso tempo sufficientemente vicino perché la prossimità della capitale lo rendesse più fermo nella sua solitudine.»

Al suo interno questa “bicocca” viene ristrutturata e progettata nei minimi particolari: ogni singolo metro quadro viene dotato o di un’invenzione per garantire ogni comfort, o di un’opera d’arte finemente ricercata, ma di qualsiasi cosa si tratti una cosa la deve caratterizzare, cioè deve essere inequivocabilmente unica. Il rifiuto della massa è anche il rifiuto di ciò che la diverte e la allieta, e questo riguarda anche le opere di letteratura, le stampe, i dipinti, le sculture, persino gli orari.
Proprio così: Des Esseintes inizia a condurre uno stile di vita che definiremmo vampiresco: si alza alle cinque del pomeriggio per poi coricarsi alle cinque del mattino seguente. Durante quelle dodici ore la sua vita scorre tranquilla tra pasti frugali, preziose miscele di liquori e l’osservazione di tutte le sue opere d’arte.

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Passiamo alla composizione dell’opera, che pure merita di essere studiata perché anch’essa va controcorrente. Innanzitutto ogni capitolo di questo libro è strutturato come una piccola enciclopedia: utilizzando gli interessi di Des Esseintes come valido espediente, Huysmans ne approfitta per sciorinare tutte le sue conoscenze in molti campi del sapere, dalla letteratura medioevale alla storia dell’arte, dallo studio delle pietre alla teoria del colore, passando per le proprietà di liquori e cibi. Questo modello di struttura, basato su lunghe digressioni e un tono più saggistico che romanzesco, riprende le opere del secolo precedente, mentre in quello di Huysmans tutto ciò che era esterno e superficiale veniva arbitrariamente tagliato dai naturalisti per fare posto all’analisi psicologica e sociale del personaggi. Intuizioni e sensibilità che troveranno piena legittimazione all’inizio del 1900 grazie agli studi di Sigmund Freud.

Un secondo elemento di grande interesse riguarda il modo in cui Des Esseintes fa esperienza dei suoi ricordi. Tendenzialmente in piena solitudine e, cosa ben più importante, grazie a stimoli che gli giungono da profumi e sapori. C’è forse un altro autore francese coevo a Huysmans che ha fatto di questa tecnica il suo segno distintivo? Proprio così: il collegamento con Marcel Proust è innegabile e in questo senso possiamo dire che l’impianto della Recherche è direttamente speculare a quello di À rebours, proprio per il focus quasi maniacale sull’alta società parigina e per l’esaltazione di oggetti, in Proust, che vengono disprezzati in Huysmans e viceversa.

Questo romanzo ci dà l’opportunità di guardare la solitudine e l’isolamento da prospettive inedite e sicuramente non convenzionali. Assistiamo al trasloco del mondo in una casa, a volte addirittura in una sola stanza. Un mondo diverso da quello cui siamo stati abituati a leggere nel corso del ‘900, quello di Huysmans è ancora e comunque un mondo all’apice dell’espansione sociale, tecnologica e coloniale, un mondo nel quale l’imperativo della società dominava anche la più piccola sfera dell’intimità di ognuno di noi, ma che ha in ogni caso segnato una pietra miliare nel nostro sviluppo collettivo e individuale.

L’Italia dopo la tragedia: il Neorealismo

Di Gian Luca Nicoletta

In questi giorni di quarantena nazionale a causa del COVID-19 mi è capitato più d’una volta di pensare alla grande narrazione che tutti noi stiamo facendo della nostra esperienza e di quella che se ne farà quando tutto sarà finito: al telefono, sui social, alla televisione, o in forma scritta e privatamente, nessuno si esime dal raccontare quel che sta passando e come lo sta affrontando.
Non è la prima volta che succede, al nostro popolo, di fare una cosa del genere e già molto prima di me ben più illustri psicologi e antropologi hanno studiato come un’esperienza traumatica spinga le persone a esternare la propria esperienza.

L’ultima volta che lo abbiamo fatto è stato nel 1945, immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tutti i sopravvissuti: civili, soldati alleati, partigiani, reduci dei campi di concentramento finanche a chi aveva combattuto dalla parte del regime, tutti prima o poi si sono messi attorno a un fuoco, a un tavolo o davanti a una macchina da scrivere, o a una cinepresa, e hanno iniziato a raccontare cosa è capitato loro. Nasceva il Neorealismo.

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A questa esperienza collettiva hanno aderito, per la parte di produzione artistica che principalmente trattiamo qui, alcuni tra i più grandi autori e autrici della nostra letteratura nazionale. Tra questi, uno in particolare decise di fissare per iscritto il valore di quell’esperienza dandole uno statuto letterario e a farlo fu Italo Calvino nel 1964, grazie a una prefazione alla nuova edizione del suo primo romanzo, Il Sentiero dei nidi di ragno, edito per la prima volta da Einaudi nel 1947 e scritto a cavallo fra il ’45 e il ’46.

«La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle “mense del popolo”, ogni donna nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.»

Un evento di portata epocale che ha sovvertito le vite di milioni di persone li ha resi tutti protagonisti, sconvolgendo in maniera profonda le esistenze di ognuno. Abbiamo scoperto che la guerra non era solo quella di chi partiva per il fronte o combatteva sui monti assieme ai partigiani, ma era anche la guerra dei bambini che giocavano tra le macerie degli edifici distrutti dai bombardamenti, delle donne che hanno fatto sia da madre che da padre ai loro figli e spesso anche ai figli degli altri.

Questo desiderio di esprimere un sentimento, il frutto dell’apprendimento della vita, ha trovato un terreno estremamente fertile in quella generazione di artisti degli anni ’40 e ’50 e si propagò in tutti i campi: dai romanzi come ai film, dai trattati filosofici alla pittura sebbene non sempre trovò il gusto del pubblico ricettore: emblematico è l’episodio, diventato ormai leggenda, della proiezione del film Roma città aperta di Rossellini: fu girato tra le macerie ancora fumanti di Roma, nel 1945, e fu aspramente criticato in Italia perché riportava il pubblico in uno scenario già visto, troppo recente nella mente e nelle orecchie delle persone, mentre all’estero fu quasi osannato.

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Può sembrare contraddittorio che un movimento così ampio non incontrò il gusto del pubblico che lo alimentava, ma ciò non deve stupire se teniamo a mente l’origine popolare di questo coro autodidatta:

«Il “neorealismo” non fu una scuola. […] Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche – o specialmente – delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l’una all’altra – o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato “neorealismo”.»

L’importanza del racconto, della trasmissione di contenuti significativi è la chiave che ci permette di comprendere a analizzare meglio questo fenomeno collettivo basato però su esperienze individuali e portato avanti attraverso una pratica individuale quale solo la scrittura può essere.
Oggi, a settantacinque anni di distanza da quell’esperienza, ci troviamo di nuovo a dover affrontare un evento epocale che già sta cambiando il nostro modo di vivere. E domani come allora ci incontreremo sui treni, nelle piazze e nei bar, ci racconteremo cosa ci è capitato, cos’è capitato a chi conoscevamo daremo vita, ancora una volta, a un coro di voci particolari e preziose che ci faranno assaporare di nuovo il piacere del racconto.

Un posto per due: madre e figlia protagoniste di “La straniera” di Claudia Durastanti

Di Andrea Carria

Pochi giorni fa ho terminato la lettura di La straniera, recente libro di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019), incluso nelle cinquina finalista dell’ultimo Premio Strega, e come sempre desidero condividere con voi le mie impressioni.

La prima cosa da dire è che non siamo in presenza di un romanzo ma di un memoir, di un racconto autobiografico. Non si tratta di una precisazione tecnica né di merito, ma solo di un dato di cui il lettore e le sue aspettative devono essere informati. Non esiste una trama da scoprire, un eroe da imparare a conoscere e a cui affezionarsi, tuttavia una storia c’è e tratta del rapporto della figlia con la madre.

Tutti noi siamo figli e sappiamo che i rapporti con i genitori possono essere molto complessi anche nella più comune delle situazioni. Ma cosa scatta, come si costruisce il rapporto con una madre disabile da parte di una figlia “sana”? La storia raccontata da Claudia Durastanti nel suo libro si confronta proprio con questo delicato argomento, parlando della sua esperienza di figlia nata da due genitori non udenti.

Il libro inizia a Roma, con l’incontro della madre con il futuro compagno. Lui sta meditando di farla finita gettandosi da un ponte sul Tevere, ma il provvidenziale intervento di lei lo blocca, salvandogli molto probabilmente la vita. È l’inizio di una frequentazione burrascosa fatta di fughe e ricongiungimenti in cui nemmeno l’arrivo di due figli riesce a portare un po’ d’ordine. La famiglia cambia spesso città e addirittura Paese, raggiungendo Brooklyn nei primi anni ’80. Ma anche l’America si rivelerà essere solo una tappa, e un bel giorno la donna compra un biglietto di sola andata per la Basilicata, portando con sé i due figli ancora piccoli. Nel paesino natale della madre, la protagonista si scontra con una realtà profondamente diversa da quella americana in cui è nata e ha vissuto fino a quel momento. Al senso di inadeguatezza per essere figlia di genitori disabili si aggiunge così quello di estraniazione, di inettitudine sociale, che si esplica nell’impossibilità di riconoscersi fino in fondo in un gruppo, in una classe, in un solo Paese e in una sola lingua.

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Come il titolo stesso dichiara in maniera incontrovertibile, l’estraneità è il fil rouge che percorre il libro da cima a fondo. Osservando il dialogo che si instaura tra certi capitoli, è come se Durastanti abbia inteso redigere un catalogo di esempi, luoghi e situazioni in cui una persona, nell’arco della vita, può arrivare a percepirsi come un’estranea, una straniera. Testimoni di questa condizione esistenziale sono due: la protagonista, che racconta in prima persona le varie metamorfosi di questo suo sentimento, e soprattutto la madre, per la quale l’essere straniera è una condizione che si porta dietro dalla nascita. È precisamente su questo punto che l’esperienza di madre e figlia si biforca: per la prima l’estraneità è una condizione che fa parte della sua persona, con la quale convive da sempre, un marchio che le è stato imposto dal destino e dagli altri, ma che è comunque suo, le appartiene fino in fondo; anche per la figlia l’estraneità è un marchio che altri hanno impresso alla sua identità sociale, ma nel suo caso non c’è un’appartenenza diretta, è suo solamente perché ce l’ha la madre, e se fosse nata in una famiglia diversa non l’avrebbe posseduto.

All’eredità segue l’accettazione della stessa. Bollata come «la figlia della muta» dagli abitanti del paese materno, la protagonista comincia ad accettare il giudizio che gli altri hanno formulato su di lei e vi si adegua. Lo farà così bene che sarà poi lei stessa, una volta adulta, a continuare a vedersi fuori posto ovunque, a trovare nuovi motivi di distinzione, quasi come se inseguisse la diversità piuttosto che cercare di affrancarsene.

E ora veniamo alla valutazione del libro. La straniera è un’opera ambiziosa di un’autrice giovane e consapevole delle proprie capacità. La scrittura è piacevole, il lessico ricco, molte delle esperienze descritte trasudano di vita vissuta e di tanta, tanta voglia di comunicare. Il tema della comunicazione e del desiderio di farsi comprendere è ampiamente sviluppato: le pagine in cui Durastanti racconta il mondo privo di suoni della madre, dove traccia e cerca di condividere con il lettore il suo universo semantico, sono piene di sentimento e di verità, in assoluto le migliori di tutto il libro.

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Scorcio di Matera, Basilicata

Per questo motivo l’impronta dalla madre sul testo è particolarmente forte. Durastanti ne fa la protagonista indiscussa di numerosi capitoli, soprattutto nella prima parte, e questo crea subito un particolare interesse nei suoi confronti da parte del lettore. Intanto gli anni passano, la figlia cresce e si emancipa, e nel libro inizia a rivendicare uno spazio narrativo più ampio, che sia tutto suo, sottraendolo edipicamente alla madre. Il rapporto si colora di nuove tinte e sfocia in una larvata competizione madre-figlia che non è raccontata solo dalle parole, ma si osserva anche nel numero delle pagine dedicate all’una oppure all’altra, quasi come se l’indipendenza della figlia sia un problema di quanti riflettori puoi permettersi. Il fatto però è che il rapporto era sbilanciato già in partenza, e non a favore della protagonista-scrittrice. Quello che Claudia Durastanti non ha infatti considerato è che la sua esperienza di vita è letterariamente interessante nella misura in cui viene condizionata dai disagi della madre. Il libro soffre l’allontanamento di quest’ultima più del consentito e l’interesse del lettore stenta a essere risvegliato dalle esperienze autonome della figlia, ormai diventata una giovane donna. Dal punto di vista letterario si assiste così a un esito insolito: gli anni della gioventù, la cui rievocazione ha fatto la fortuna di intere generazioni di scrittori, qui sono privi di mordente e in generale risultano decisamente poco intriganti.

Durastanti cerca di conferire un’aura speciale alle sue esperienze per mezzo di una scrittura ricercata e altamente letteraria, eppure il risultato ottenuto lascia a desiderare. Il problema non è di stile, ma di contenuto: ciò che la scrittrice sviluppa nella parte centrale e finale del libro è un autobiografismo piuttosto ordinario, il racconto di un vissuto comune alla maggioranza dei trentenni di oggi e che la lingua, da sola, non può rendere più interessante. L’impiego di un lessico ricco all’interno di frasi appositamente studiate per fare eco (sebbene abbiano poco da rivelare), può anzi suscitare nel lettore un effetto contrario. La bella scrittura si trasforma così in un esercizio di stile, in un mera ostentazione che, alla lunga, stanca.
Ma, cosa addirittura peggiore, questa lingua e questo stile non hanno saputo definire né dare un nome al malessere esistenziale lamentato dalla voce narrante. Qual è, per esempio, il problema che fa dire alla protagonista che si sarebbe perduta se non fosse arrivato qualcuno a raccoglierla? Dopo aver studiato, viaggiato, lavorato nel proprio settore, scelto liberamente il paese in cui vivere e la persona da avere al proprio fianco, è possibile che il disagio di questa donna poco più che trentenne, emancipata e in salute, continui a essere lo stesso della ragazzina sradicata dal proprio ambiente e che la gente semplice di un paesino lucano chiamava «la figlia della muta»? Non me lo sto chiedendo con retorica, ma perché mi manca un passaggio, e può anche darsi che io non l’abbia semplicemente capito. In tutta onestà, ammetto però di non essere riuscito a provare empatia per la sua afflizione.

Inoltre, il fatto che Durastanti abbia spacchettato la sua vita in tanti episodi, di averla frantumata in schegge non più lunghe di un capitolo e fra loro quasi mai dialoganti, ha pregiudicato lo sviluppo del più effimero andamento narrativo. Un grave limite che ho riscontrato nella Straniera è stata infatti l’impossibilità oggettiva di poterlo leggere come un romanzo. Ci sono evidenti inserti saggistici che però non sono responsabili di questa mancanza (ho sempre pensato che i saggi di Virginia Woolf siano più avvincenti delle sue opere letterarie); al contrario credo, anzi sono sicuro, che l’antiromanzo fosse il modello a cui Durastanti si sia riferita, in quanto è estremamente difficile che una scrittrice/scrittore concepisca un testo — di qualunque genere sia, non importa — e lo privi di tutto il suo potenziale romanzesco.

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Claudia Durastanti (fonte: raicultura.it)

Considerati pregi e difetti, La straniera non è stata la lettura che mi attendevo, per cui il giudizio che sono costretto a darle non è completamente positivo. In realtà quello che mi sento di fare è esprimere due valutazioni, in quanto, arrivato in fondo, si accresce in me la sensazione di aver letto due libri in uno. Il primo mi ha convinto appieno, impressionandomi piacevolmente; l’altro invece mi ha lasciato perplesso e ho faticato a riconoscermi in ciò che leggevo malgrado le esperienze e i problemi affrontati fossero quelli della mia generazione. Ho fatto fatica a giungere in fondo ad alcuni capitoli, non capivo cosa la scrittrice volesse comunicare della sua vita quando invece era stata così brava, così originale proprio nella descrizione delle barriere comunicative che vigono nel mondo silenzioso della madre.

Forse Durastanti non ha ben compreso che la vera protagonista della sua storia non era Claudia, né avrebbe potuto diventarlo. Questo ruolo era già della madre, ed erano state proprio lei e la sua bella scrittura ad assegnarglielo. Da lettore ho capito la realtà delle parti quando non trovavo più la madre fra le pagine e ne avvertivo la mancanza. La scrittrice ha voluto sovrapporsi a essa fino a sostituirla, credendo che il suo libro/autobiografia ne avrebbe sopportato la sterzata, ma non è stato così. È arrivata a contenderle persino lo status di straniera, quando in realtà la sola evidenza che almeno io ho ricavato da questa lettura è che c’è una straniera soltanto.

L’errore più grande compiuto da Claudia Durastanti è stato quello di non aver capito in tempo che l’unico modo che aveva di stare sul palco era da coprotagonista.

Tra limiti e pregiudizi: “La macchia umana” di Philip Roth

Di Gian Luca Nicoletta

Di lui abbiamo parlato la prima volta in occasione della sua scomparsa, pianta da tutti nel mondo letterario e non senza polemiche a causa del premio Nobel che mai ricevette, stiamo parlando di Philip Roth.

Con l’articolo di oggi vorrei fare una riflessione più approfondita sul suo modo di scrivere e di rappresentare i vizi e le virtù del genere umano, e lo farò partendo dal romanzo che viene considerato, assieme a Pastorale Americana, il suo capolavoro: La macchia umana, di cui è stato realizzato un film nel 2003 con Anthony Hopkins e Nicole Kidman.

Come in tutti i romanzi di Roth, al centro della sua indagine letteraria sta la società borghese (bassa-media-alta) degli Stati Uniti. Nel caso di questo romanzo il focus è concentrato sul mondo accademico, infatti il protagonista è Coleman Silk, professore universitario di lettere classiche, ormai in pensione, all’Athena College.
Le due vicende che segnano l’opera e che danno il via agli sviluppi della trama avvengono a una distanza di tempo relativamente breve l’una dall’altra: la prima concerne un equivoco, un’espressione infelice usata dal professore e strumentalizzata dagli altri; la seconda invece un fatto di vita privata che finisce irrimediabilmente sulla bocca di tutti. Senza scendere nei dettagli per non rovinarvi il gusto della scoperta (nel quale caso vi consiglio la lettura di questo articolo), vi basterà sapere che il nodo che caratterizza i due eventi non sta nel valore che questi accadimenti hanno in sé, ma nell’utilizzo che se ne fa a livello pubblico, in termini di opinioni espresse dagli altri personaggi, pregiudizi, invidia e pettegolezzo.

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Ciò che facciamo nell’ambito della nostra quotidianità non ci appartiene solo in una misura strettamente privata ma, dal momento che ogni nostra scelta sociale coinvolge di fatto anche gli altri, un’alterità che è composta sempre e solo da tutti, mai da una sola parte o gruppo di persone, questi altri ne diventano direttamente interessati e, soprattutto, ne diventano giudici. Quest’atmosfera alla Grande Fratello, in cui siamo costantemente osservati da un occhio pubblico, che ci segue in qualsiasi situazione fuori e dentro casa, costituisce lo sfondo sopra al quale si muovo i personaggi del romanzo. Di questi altri Roth ci fa conoscere i pensieri e i sentimenti, tanto da avere un quadro complessivo della piccola comunità, a più riprese definita come bigotta e provinciale, della cittadina di Athena che ruota attorno al College che sorge sulla sua collina.

Relativamente all’importanza del College, qui si mostra un secondo punto che lancia un significativo spunto di riflessione e che riguarda un fenomeno che potrei definire di “relativismo sociale“: la realtà piccola di Athena costituisce, per coloro che la vivono, il centro del mondo. Di questo mondo il College ne è l’Olimpo, il luogo dove si raggiunge il picco più alto della popolarità, dell’influenza e della potenza, in altre parole si assurge alla carica di giudice dei giudici, essendo superiori agli altri per posizione sociale, morale e lavorativa. Non a caso Coleman Silk interpreta bene il personaggio del sovrano deposto, poiché a causa della sua infelice affermazione sarà costretto, nel giro di un paio d’anni, ad abbandonare il suo ruolo di docente universitario e ad anticipare la pensione, dopo aver precedentemente terminato l’incarico come Preside della Facoltà di Lettere. Lo scandalo, invece, che segue e che riguarda la sua vita privata giunge a privarlo persino della sua dignità di cittadino, di membro accettato e integrato della comunità.

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Ma il professor Silk non è sempre stato all’apice della scala sociale, tutt’altro, e nel corso del testo Roth, attraverso la voce narrante di Nathan Zuckerman che si mischia a quella dell’autore, ci aiuta a ripercorrere i fatti salienti della vita di Coleman, mettendoci allo stesso tempo a confronto con i nostri pregiudizi. In questo sta una delle manifestazioni del talento e del genio di Roth: le descrizioni fisiche dei personaggi sono ben studiate e, soprattutto, svelate con chirurgica attenzione poco alla volta agli occhi di legge. Veniamo a conoscenza di particolari a tutta prima assai importanti, così che nella nostra testa possa nascere un’idea di chi sia Coleman Silk, ma poi si sgretola tutto: cambiano i riferimenti culturali e sociali, cambiano gli ambienti, i luoghi e in un colpo di Coleman Silk non rimane altro che un’immagine diversa da quella che ci eravamo fatti. Un astuto tranello che ci mette in scacco e ci costringe ad accettare il fatto che, per quanto possiamo definirci privi di pregiudizi, il nostro cervello opera in maniera così profonda e automatica che, inevitabilmente, crea delle aspettative che si ricollegano pienamente a un vero e proprio pregiudizio, nel senso più antropologico ed etimologico del termine, vale a dire un giudizio emesso prima di sapere tutto: di Silk ci viene detto solo che lavora fa, com’è fatta la sua casa e qual è la sua religione e da questi tre elementi il nostro cervello ne ricava un’immagine fisica basata sul nulla di fatto, poiché del suo aspetto ci vengono dati solo dettagli quasi insignificanti (la descrizione di una spalla, un tatuaggio, poco di più).

Lo stile analitico e per certi versi spietato che Roth impiega nel descrivere il mondo di Coleman non si ferma a questi due punti: oltre a farci rendere conto dei nostri pregiudizi, oltre a farci domandare se forse in ognuno di noi esiste un cittadino di Athena, la sua penna scava senza sosta negli atteggiamenti più ingiusti e ingrati che gli umani sanno compiere, giungendo persino all’infamia perpetrata ai danni di chi non può in nessun modo difendersi, a danno di una persona morta. La smania di accettazione, integrazione e dominio sociale non conosce limiti, tanto da spingere il personaggio di Delphine Roux — un’altra docente del College nonché figura speculare a Coleman — ad approfittarsi di una diceria mai dimostrata per ripulire la sua immagine sociale da una macchia che lei stessa si era causata. Dalla vetta dove si trova la professoressa Roux  viene data a noi che leggiamo la possibilità di una prospettiva privilegiata che non è quella dalla cima alla valle, ma dalla cima all’interno del monte, ai canali di scolo dove tutta l’immondizia si accumula e dove, nostro malgrado, sta il cuore dell’intera faccenda.

Sono ancora tanti gli argomenti di cui si può parlare per questo immenso romanzo, l’unica cosa che per il momento posso fare è di consigliarvene vivamente la lettura: un’opera di questo genere ci può aiutare a relativizzare chi siamo e soprattutto chi sono gli altri, dove sta la dignità nostra e quella altrui.
Un’opera intelligente, acuta e sprezzante, che traccia meglio i confini tra “io” e gli “altri” e ci aiuta a ricordare cosa ci succede quando siamo da un lato o l’altro del confine.

Isolamento: lo stare soli e l’esserlo in 15 personaggi da romanzo

Di Andrea Carria

Ricorderemo questo periodo per la paura e l’isolamento. Non eravamo più abituati a stare soli, credevamo che la vita sociale fosse un diritto, una libertà, una conquista inalienabile, ma non era così. Alla prima, grande crisi di portata mondiale siamo stati costretti a riscrivere le nostre abitudini, prendendo atto che molte di quelle che consideravamo necessità autentiche sono solo mode e stili di vita sacrificabili. Fortunatamente, grazie alla tecnologia e ai social, la nostra non è una vera solitudine: amici, parenti e fidanzati continuano a entrare e uscire dalle nostre case attraverso gli schermi dei computer e degli smartphone; la loro voce ci raggiunge al telefono in ogni momento e possiamo perfino ritrovare i loro volti per mezzo delle videochiamate. Così, se al mondo d’oggi è quasi impossibile sperimentare il vero isolamento, potrebbe essere incoraggiante convincersi che, nella peggiore delle ipotesi, siamo momentaneamente distanti gli uni dagli altri soltanto nello spazio.

I 15 esempi letterari che vi propongo oggi si ispirano a queste considerazioni. Mi piacerebbe che fossero 15 casi di isolamento o solitudine moderna su cui potessimo meditare tutti insieme (e magari andare anche a rileggere) in queste settimane di distanziamento sociale. Pure questo potrebbe essere un modo per sentirsi tutti un po’ meno soli e un po’ più uniti.

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1. Henry D. Thoreau. L’esempio da cui faccio partire la nostra, piccola rassegna letteraria non è un’opera di fiction ma un’esperienza realmente vissuta. Walden ovvero Vita nei boschi (1854) è un racconto autobiografico di Henry D. Thoreau, filosofo e scrittore americano che per circa due anni visse da solo in una capanna da lui costruita sulle rive del lago Walden, in Massachusetts. In questo fortunatissimo scritto, Thoreau concepisce l’isolamento che si è imposto come la strada per ritrovare un contatto diretto con la natura. Lavorando per sostenersi in un regime che si potrebbe definire di “autarchia naturale”, Thoreau ha ricordato ai suoi contemporanei la condizione originaria degli uomini, portando altresì testimonianza di come una vita buona e bella non abbia alcun bisogno delle comodità e degli eccessi di uno stile di vita progredito.

2. Fëdor M. Dostoevskij. Dostoevskij compare a buon diritto in questa rassegna facendo le veci dell’anonimo protagonista delle Memorie dal sottosuolo (1864). Precursore di tutti gli inetti del Novecento letterario, questo personaggio ha consapevolmente scelto di chiamarsi fuori dalla competizione sociale ritirandosi in disparte a covare il proprio risentimento verso il resto del mondo. A suo parere la società è in debito con lui: incompreso e dotato di una coscienza sensibilissima che definisce «ipertrofica», l’uomo del sottosuolo progetta in segreto la propria rivalsa, ma, quando finalmente arriva il momento di agire, esita e perde ogni motivazione, rintanandosi di nuovo a leccarsi le ferite: la cosa che sa fare meglio in assoluto, nonché l’unica che sia veramente in grado di consolarlo.

3. Des Eissentes. Questo distinto signore aristocratico è il protagonista di Controcorrente, romanzo di Karl-Joris Huysmans del 1884, il quale, annoiato del mondo e  del tutto disinteressato a esso, si crea un rifugio appartato che arreda secondo i propri gusti eccentrici. Des Eissentes è un esteta, uno studioso, ma è anche un vero egoista e un misantropo. L’isolamento, lui, se lo autoimpone perché profondamente sdegnato. Fin da piccolo ha dimostrato di avere interessi molto selettivi e, crescendo, si è reso conto, per giunta, che il mondo e gli uomini hanno ben poco di interessante da offrirgli. Rintanato nella sua dimora, Des Eissentes spende le sue giornate dirimendo sofisticati problemi estetici e attardandosi su aridi intellettualismi, a scapito non solo della sua umanità — ormai irrimediabilmente compromessa — ma anche della tessitura narrativa del romanzo, tecnicamente un antiromanzo che è anche il primo esempio di romanzo-saggio identificato dalla critica letteraria.

4. Septimus. L’isolamento di Septimus, personaggio specchio di Mrs Dalloway, protagonista dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf (1925), è l’isolamento in cui sono sprofondati migliaia, forse milioni di soldati alla fine della Prima guerra mondiale: incapaci di superare il dramma delle trincee, delle bombe e degli stenti, questi uomini condussero il resto delle proprie esistenze inseguiti dai fantasmi dei compagni morti e da una serie inimmaginabile di incubi. Nel romanzo, il destino tragico di Septimus rappresenta quello che Woolf vuole evitare alla sua protagonista, anch’essa schiacciata da una quotidianità disarmante in cui i fiori e i bei vestiti che la circondano servono solo a nascondere una solitudine che l’ipocrisia sociale impone di mettere al bando.

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5. Josef K. Con Kafka i casi di isolamento non si contano nemmeno; se fra tutti ho scelto di parlare del Processo (1925) è perché si tratta di un esempio che finora non abbiamo incontrato e che altrimenti non incontreremo. Josef K., impiegato bancario, scopre con sgomento di essere solo e impotente quando due inviati del tribunale gli notificano che è stato intentato un processo nei suoi confronti. Josef è incredulo, pensa si tratti di uno scherzo, ma quando i due uomini se ne vanno senza arrestarlo né avergli dato alcuna informazione riguardo all’entità del reato non sa più cosa pensare. Decide di mettersi subito in moto per cercare di capirne di più e magari di difendersi, ma ben presto si rende conto che a nulla varranno i suoi sforzi. Contro le inspiegabili e capziose procedure della macchina burocratica non esiste infatti rimedio, e all’individuo non resta che soccombere in silenzio abbandonato da tutti, perfino dalla razionalità.

6. Harry Haller. Se c’è un esempio che proprio non poteva mancare, questo porta il nome del protagonista del Lupo della steppa, famosissimo romanzo di Hermann Hesse del 1927. Un po’ personaggio di fantasia e un po’ alter ego dello scrittore, Haller è un intellettuale di mezza età in preda a una drammatica crisi esistenziale. Ha conosciuto il successo e la ricchezza, eppure adesso si ritrova a vivere nella stanza in affitto di una locanda, evitando accuratamente contatti e visite. Tuttavia non sono né ciò che ha perduto né l’isolamento attuale ad angustiarlo di più, quanto la sua duplice identità di borghese colto, da un lato, e quella di asociale misantropo, dall’altro. Proprio come un solitario lupo della steppa, anche lui si aggira guardingo e famelico ai margini della società, aspettando il momento propizio per compiere il balzo: da una parte oppure dall’altra.

7. Mersault. Con il protagonista dello Straniero, romanzo che ha rivelato Albert Camus nel 1942, l’isolamento diventa una questione di libertà. Mersault è un uomo normale, un impiegato di Algeri che ha perduto ogni bussola morale e metafisica, ma che in compenso ha scoperto di avere un raggio d’azione potenzialmente illimitato. Questa conquista — frutto di una maturazione riguardo al vero stato della realtà, nella quale l’uomo è solo con la sua libertà di agire — lo conduce dritto verso l’isolamento: l’isolamento dell’uomo libero e consapevole all’interno di una società ancora stretta nelle proprie credenze e convenzioni, verso le quali essa cercherà in tutti i modi di ricondurlo.

8. Corrado. C’è poi l’isolamento dettato dal senso di inadeguatezza nei confronti dei tempi che corrono, come quello descritto nella Casa in collina di Cesare Pavese (1948). Siamo nel pieno della Seconda guerra mondiale e Corrado, il protagonista, si ritira in campagna per mettersi preventivamente al riparo. Come Des Eissentes, anche lui cerca da solo l’isolamento, con la differenza però che Corrado è stato portato verso questa scelta dalle circostanze. In un mondo in guerra dove gli uomini sono chiamati a combattere, lui, professore, fa parte di quella minoranza che non ha mai dismesso gli abiti civili. Ciò è alla base del suo senso di inadeguatezza, della sua volontà di separarsi ulteriormente cercando asilo, per pudore, in campagna, dove sono rimasti solo donne, anziani e bambini, di fronte ai quali non dovrà più vergognarsi.

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9. Malone. L’isolamento clinico è la realtà raccontata in Malone muore, il secondo romanzo della trilogia di Samuel Beckett, pubblicato in Francia nel 1951. Cosa si sa di Malone? A dire il vero molto poco; di certo è che egli si trova costretto in un letto d’ospedale (ma potrebbe anche essere quello di un ospizio e perfino un manicomio), che è in là con gli anni, non ha la possibilità di muoversi e che tutto quel che rimane dei suoi averi sono una matita e della carta. Data la sua condizione, Malone inizia a scrivere: il risultato sono alcune delle pagine più belle, allucinate ed estranianti della letteratura mondiale.

10. Athos Fadigati. Da medico rispettabile a reietto: è questa la triste parabola di Athos Fadigati, personaggio del romanzo di Giorgio Bassani del 1958, Gli occhiali d’oro. Otorinolaringoiatra veneziano trapiantato a Ferrara, Fadigati precipita ai gradini più bassi della scala sociale a causa di un amore sciagurato: il ragazzo con cui ha una relazione si sta infatti prendendo gioco di lui, spillandogli denaro mentre ferisce senza pietà i suoi sentimenti. Quando la loro storia diventa di dominio pubblico, la situazione, già imbarazzante, precipita. La relazione finisce nel peggiore dei modi e Fadigati si ritrova solo e completamente emarginato a fare i conti con un’Italia, quella fascista degli anni Trenta, in cui un omosessuale che veniva scoperto come tale non poteva certo sperare in un futuro di rallegramenti.

11. La madre. Isolamento e paura sono l’unica realtà conosciuta dalla madre di Gonzalo Pirobutirro nella Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda (1963). Costretta a vivere con il figlio scontroso e irascibile, la donna ne subisce tanto gli sbalzi d’umore quanto il disprezzo manifesto in pagine ricolme di acrimonia e che in parte riflettono il vissuto biografico dell’autore. Il personaggio dell’anziana donna, che nel finale è vittima di un’incidente che il romanzo (mai compiuto) lascerà in sospeso, è una figura triste, subordinata e impotente che presenta fosche affinità con le problematiche attuali nei rapporti di genere.

12. George. In risposta ideale al romanzo di Bassani, inserisco quello di Christopher Isherwood Un uomo solo (1964), il cui protagonista, George, docente a Los Angeles, è seguito dalla penna dello scrittore lungo un’intera giornata. Solo dopo la scomparsa del proprio compagno, George si barcamena fra una routine che non ha più niente da dire e un lutto che non si lascia elaborare. La solitudine è un vuoto da riempire con sbronze e incontri occasionali, la vita un indumento vecchio e consunto che gli scivola di dosso — ma comunque senza fretta — tanto che il problema più grosso di George, che ha regolato da tempo i conti con la propria identità sessuale, è capire come poter sopravvivere fino alla morte.

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13. Saurau. Il principe Saurau è un personaggio centrale di Perturbamento, romanzo di Thomas Bernhard del 1967. Egli risiede nel suo castello in una vallata alpina della Stiria, in Austria, un luogo di per sé remoto e che favorisce l’isolamento. Nel castello, il principe vive da autorecluso: fuori — sostiene — è il luogo da dove provengono tutte le minacce e le insidie. Vittima in primo luogo della sua nevrosi, Saurau si comporta come se fosse costantemente sotto assedio, permettendo soltanto a pochissime e selezionatissime persone di varcare il cancello della propria dimora, nella quale il principe è prigioniero, sì, ma soltanto dei retaggi e delle allucinazioni partorite dalla sua mente.

14. Budai. L’isolamento dal quale viene inghiottito invece il professor Budai in Epepe di Ferenc Karinthy (1970), è un isolamento linguistico che inevitabilmente si allarga a tutta la sua sfera sociale. Le disavventure del professore iniziano quando un aereo sbagliato lo conduce in una metropoli sconosciuta e affollatissima dove le persone si esprimono in un idioma incomprensibile mai sentito prima. Il romanzo ruota intorno alle disavventure e agli sforzi inauditi di Budai per instaurare un primo contatto. La sua lotta testarda contro un isolamento che pare irreversibile è infatti l’unica possibilità che gli resta per tornare a far parte della società e riappropriarsi così anche della sua vita.

15. Roberto. Infine, includo in questa rassegna un personaggio nato dalla fantasia di Umberto Eco, che nel metaromanzo L’isola del giorno prima (1994) immagina la storia di un Robinson ante litteram — Roberto de la Grive; Roberto, appunto — che nel 1643 si salva da un naufragio rifugiandosi a bordo di una nave abbandonata nei remoti Mari del Sud. Inizialmente a fargli compagnia è padre Caspar, l’ultimo membro dell’equipaggio ancora in vita, ma, quando anche il religioso lo lascia, Roberto, assillato dai ricordi, dalle allucinazioni e da un progetto letterario a cui ormai si dedica anima e corpo, tocca i confini estremi dell’estraniazione umana. L’isola che può solo ammirare dalla nave è la misteriosa isola del giorno prima, l’isola dove ieri e oggi si congiungono quasi per magia, ma che Roberto, incapace a nuotare, sembra destinato a non poter raggiungere.

Io leggo a casa: 12 libri per combattere l’epidemia (e la noia)

Ieri sera il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ha annunciato che le limitazioni dovute al propagarsi dei contagi da coronavirus che nelle settimane scorse avevano riguardato solo alcune province del centro-nord da oggi vengono estese al resto dell’Italia. Ciò significa viaggi solo per lavoro o per comprovata necessità, niente ritrovi con gli amici e, in generale, una vita sociale ridotta al minimo per tutti.

Sono misure dure, ma necessarie. Una cosa positiva è che ognuno di noi avrà più tempo da dedicare a sé stesso, e noi dello Specchio di Ego crediamo che la lettura sia un buon modo per impiegare il tempo in queste settimane di inerzia forzata. Quello che vi proponiamo oggi non sarà quindi il solito articolo di approfondimento o di divulgazione letteraria, ma qualcosa che ci auguriamo possiate trovare più utile: una lista di 12 letture da noi selezionate per utilità e preferenza, sperando che possano tenervi compagnia così come hanno fatto con noi!

1. Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera (1985). È il titolo più parafrasato in questi giorni, anche se non sempre i giornalisti (o chi ne fa uso) dimostrano grande discernimento. Perché, dunque, non cogliere l’occasione al volo andando a leggere uno dei romanzi più celebri del grande maestro venezuelano?

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2. Andrew Sean Greer, Less (2017). Abbiamo pensato di includere in questa lista il libro vincitore del premio Pulitzer 2018 (qui la nostra recensione) perché in questi giorni il mondo è diventato improvvisamente molto piccolo per tutti: ebbene, lo è anche per il protagonista di questo romanzo che, per quanto lo giri in lungo e in largo, alla fine si renderà conto che nessun pianeta è abbastanza vasto per allontanarsi da sé stessi o dalla persona che si ama.

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3. Shirley Jackson, Lizzie (1954). Questo è uno dei romanzi di cui qui nel blog abbiamo parlato nei termini più entusiastici (vedi qui): una storia che si addentra nei labirinti della mente umana e che sorprende il lettore per la sua architettura letteraria perfettamente riuscita. Un libro sorprendente e conturbante al tempo stesso, Lizzie è l’opera di una grande scrittrice!

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4. Claudio Magris, Danubio (1990). Torniamo al tema del viaggio con una lettura di livello nonché l’opera più celebre di Claudio Magris, il quale invita il lettore a lasciarsi trasportare dalle acque del grande fiume dalla sorgente alla foce, in un racconto affascinante in cui i paesaggi dell’Europa balcanica si mescolano con le vestigia di epoche lontane e con i ricordi e le suggestioni del suo infaticabile narratore.

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5. Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie (1997). Un saggio bellissimo e inclassificabile, quello di Diamond. Bellissimo perché vi terrà con gli occhi incollati alla pagina; inclassificabile perché il suo autore si muove sul labile confine fra storia e antropologia, fra biologia e sociologia. Tante discipline diverse, è vero, ma il traguardo è ambizioso: ricostruire il senso dello sviluppo delle civiltà da una prospettiva mai vista prima, sfatando luoghi comuni e pregiudizi, ma anche spiegando perché proprio le malattie e le epidemie sono state decisive nella costituzione di società sempre più complesse.

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6. David Quammen, Spillover (2012). A proposito di epidemie, è però Spillover il libro che sta davanti a tutti in questo momento. Fresco fresco di ristampa per i tipi Adelphi, il reportage del divulgatore scientifico David Quammen racconta l’evoluzione dei virus e di come questi sgraditi ospiti trovino sempre il modo di passare dagli animali all’uomo. Se non vi farete spaventare dalla mole e dal carattere minuto delle sue pagine (come se l’argomento non fosse già abbastanza inquietante!), questa potrebbe essere la lettura più utile che possiate fare sull’argomento in questo periodo di vasta comunicazione ma di non sempre attendibile informazione.

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7. Virginia Woolf, La Signora Dalloway (1925). Uno dei romanzi che ha formato il ‘900 letterario: la vita di una donna rivissuta nell’arco di un solo giorno, dai primi amori di gioventù alle ripercussioni di scelte importanti (o pensieri importanti) nell’età adulta. Un capolavoro della letteratura europea e mondiale che vi coinvolgerà anima e corpo.

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8. Philip Roth, La macchia umana (2000). Questa è l’opera che, per molti della critica, ha consacrato Roth al successo. In questo romanzo che, idealmente, chiude la trilogia iniziata con Pastolare americana e Ho sposato un comunista, Roth sfrutta gli eventi storici che hanno segnato la società statunitense, in particolare il caso sexgate scatenato da Monica Lewinsky e l’allora presidente U.S.A. Bill Clinton, per tracciarne un ritratto acuto, aspro e dai toni volutamente accesi.

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9. Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno (1947). Per chi è appassionato della storia della Seconda Guerra Mondiale, questo romanzo dell’immediato dopoguerra e scritto da una delle penne più acutamente brillanti della nostra letteratura contemporanea può dare uno sguardo interessante e per molti versi inedito della lotta partigiana: quello di un bambino, per certi versi cresciuto in fretta, per altri che si crede troppo adulto, alle prese con una banda di partigiani.

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10. Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto (1913-1927). Se poi, in questi giorni da passare a casa, avete davvero tanto tempo, l’occasione può farsi assai ghiotta per partire alla volta di un viaggio che rappresenta una vera e propria esperienza letteraria: l’opera monumentale di Proust, in cui si racchiudono esperienze multiformi, immagini indelebili, caratterizzazioni particolareggiatissime di personaggi, tipi, situazioni ed eventi, due parola, il mondo. La Recherche è un viaggio alla scoperta di sé stessi, del proprio tempo e di cosa lo rende indefinibilmente perduto agli occhi di tutti noi.

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11. Lian Hearn, La leggenda di Otori (2006). Per i più giovani e avventurosi di voi proponiamo la lettura di questa trilogia, ambientata in un lontano Giappone dal sapore medioevale e costellata da azioni mirabolanti, scontri all’ultimo sangue e dall’astuzia calma e silenziosa che solo degli spietati assassini possono avere.

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12. Leander Deeny, Gli incubi di Hazel (2008). Una favola dai toni foschi, un po’ gotica e che può ricordare le atmosfere che regnano in casa Addams, questo libro può essere una piacevole lettura se volete affrontare una casa scura e popolata da strani personaggi ma senza perdere lo sguardo del bambino che c’è in voi.

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Questi i nostri consigli di lettura: ce ne sono un po’ per tutti i gusti e speriamo che vi piaceranno. Mettiamo da parte per il momento l’egoismo e convinciamoci che il benessere individuale non può realizzarsi senza quello collettivo. Perché passi prima e meglio, io leggo a casa. Io resto a casa.