Una riflessione sul Giorno della Memoria: cosa rimane oggi?

Di Gian Luca Nicoletta

 

In occasione del Giorno della Memoria desidero condividere con voi alcune riflessioni sulla Shoah; riflessioni che ho avuto modo di fare durante il mio anno di Servizio Civile, cioè tra il 2017 e il 2018.

Il progetto cui ho preso parte si intitolava La Memoria come strumento di educazione alla pace, l’ho svolto grazie ad Arci Servizio Civile, coinvolgeva oltre a me altre quindici persone da diverse parti d’Italia ed era incentrato su una ricerca, a livello documentale e archivistico ma anche sociologico, della memoria della nostra Resistenza e dell’esperienza della Shoah. Nello specifico abbiamo ricercato nei vari archivi (sia cartacei che on-line) di molti giornali locali e nazionali tutte le informazioni che riguardassero questi due fenomeni, cercando di studiare come le notizie a loro relative venissero impostate, scritte, perfino disposte  sulla pagina per comprendere quale messaggio nel complesso la stampa intendeva trasmettere ai lettori. Parallelamente a questo abbiamo elaborato un questionario di circa trenta domande nel quale chiedevamo, a ragazze e ragazzi di età compresa fra i 18 e i 30 anni, cosa sapessero e cosa pensassero della Shoah e della Resistenza.

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I dati che abbiamo raccolto si sono dimostrati per lo più incoraggianti, sebbene segnati da alcune imprecisioni secondo noi dovute a una visione piuttosto semplificata della Storia nazionale ed europea: l’ombra nel nazismo sui rapporti di potere nell’Italia di allora è sempre molto forte e si tende a credere, in linea generale, che la dittatura mussoliniana quasi non fosse altro che un’appendice di quella hitleriana. Ovviamente così non fu: non bisogna cedere al facile inganno che ci giocano le immagini di una Germania invincibile almeno fino al 1941 e di un’Italia supina e succube negli anni della guerra civile. Ci sono prima e in mezzo molti eventi, grandi dinamiche le cui responsabilità non possono che ricadere sulla nostra parte della ricostruzione storica, a partire dalle ignominiose leggi razziali del 1938. Proprio in merito a questo ci sono giunte delle critiche positive e interessanti che hanno dimostrato come pure noi volontari eravamo, nostro malgrado, vittime di quell’inganno. Nelle domande poste proprio in merito alla responsabilità della promulgazione delle leggi razziali, ci è stato fatto notare da alcuni che mancava una importante opzione: non avevamo pensato che qualcuno potesse dare la colpa dell’approvazione di quelle leggi al Capo di Stato di allora, Re Vittorio Emanuele III che, firmando l’atto a lui presentato, aveva formalmente permesso all’Italia di diventare un Paese dotato di leggi espressamente razziste.

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Fonte: ilpost.it

Ma cosa ci rimane oggi di quell’esperienza? Sicuramente tanto dolore. L’onta dello sterminio di 6.000.000 di ebrei ci riguarda e da vicino, non possiamo ignorarlo né negarlo, come molti ancora oggi vorrebbero fare. Fortunatamente abbiamo chi può testimoniare per via diretta cosa accadde durante quegli anni atroci: le esperienze di Sami ModianoLiliana SegreNedo Fiano e, fino a qualche anno fa, di Shlomo Venezia tra gli altri vanno ascoltate, imparate a memoria e ripetute per filo e per segno a tutti, dai bambini agli adulti. Bisogna accettare che quanto è accaduto non è più modificabile né emendabile, si tratta di un fatto storico che, in quanto tale, può e deve subire almeno due processi: un processo di scientifica analisi storiografica che faccia sempre più luce su tutto quello che è avvenuto; e uno di presa di coscienza che, in quanto fatto verificatosi, può essere ripetuto. Nella mia modesta opinione sbaglia chi dice che Hitler era un pazzo, un folle fuori controllo, perché ciò vorrebbe dire depotenziare la carica di quanto è riuscito a organizzare. Non era pazzo, come non erano pazzi Mengele, Goebbels, Himmler o Priebke. La loro è stata fredda programmazione, calcolo matematico, ragionamento geografico, valutazione di ipotesi e prova delle stesse. Erano esseri umani nel pieno controllo delle loro facoltà, che hanno messo le loro menti a servizio di un ideale fondato sull’odio, sul sangue e sulla morte.

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La Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz Birkenau

Dobbiamo conoscere la Shoah, dobbiamo studiarla e dobbiamo viverla, per renderla una esperienza non solo storica ma anche antropologica, qualcosa che riguardi ogni essere umano e che punti al miglioramento intellettuale della nostra specie: leggiamo di Primo Levi, di Irène Némirovsky, di cosa a loro è successo e di quanto il mondo ha perso, per esempio. Visitiamo i luoghi, conosciamo le persone, direttamente o indirettamente non fa differenza, purché il nostro cervello riservi una parte alla memorizzazione e comprensione di quanto è accaduto settantacinque anni fa.
Sono fatti di ieri e non di più.

Parma Capitale Italiana della Cultura 2020: un programma da non perdere per attività all’insegna della cultura e della sua funzione etica e sociale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Due giorni fa si sono chiuse le celebrazioni per l’inaugurazione di Parma come Capitale Italiana della Cultura 2020, il prestigioso riconoscimento conferito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che viene assegnato, ogni anno, alla città italiana che più di tutte è in grado di presentare progetti culturali per promuovere la cultura italiana fra gli italiani e non solo.

Quest’anno il titolo è stato vinto dalla città Emiliana, la quale ha messo in campo centinaia di progetti fra mostre, incontri e dibattiti volti a stimolare nel pubblico un rinnovato apprezzamento per la nostra cultura e per il nostro ambiente.

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Parma – fonte qualitytravel

Tutte le attività sono state suddivise in categorie, ciascuna caratterizzata da un colore, in modo da rendere più agevole la scelta delle attività cui prendere parte. Tra queste ci sono rassegne d’arte contemporanea, installazioni di nuovi artisti, percorsi museali anche attraverso i grandi restauri, spettacoli di teatro e di musica, incontri sull’ecologia, la democrazia e tanto altro.

Un’importante innovazione di Parma2020 è stata quella di non accentrare su di sé l’intera attenzione e peso dei progetti: un onere e un onore che deriva dall’essere la Capitale della Cultura è indubbiamente quello di essere meta di grandi flussi turistici. Con i suoi progetti, tuttavia, la città di Parma è stata in grado di coinvolgere anche tante altre realtà della provincia, in modo da permettere anche al territorio e chi lo vive quotidianamente di mostrare le proprie bellezze e il proprio potenziale.

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Qui di seguito troverete tutti i link ai programmi e al calendario con ogni data. Molti eventi sono già iniziati alla fine del 2019 e termineranno nel prossimo mese e mezzo, ma tantissimi altri inizieranno con la Primavera e si protrarranno sino a Gennaio 2021.
Il tempo non manca, la strada la conoscete, nessuno di noi ha scuse per evitare di fare una gita a Parma, potrebbe essere un’attività per questo 2020.

Buon viaggio!

Parma Capitale della Cultura Italiana 2020

Il programma generale

Il calendario di Parma 2020

Facciamo conoscenza – il programma dell’Università di Parma

Emilia 2020 – il programma della zona di Parma, Piacenza e Reggio Emilia

 

Un caso politico travestito da romanzo: l’affaire Dreyfus

Di Gian Luca Nicoletta

 

Se c’è stato un periodo in Europa in cui l’antisemitismo è diventato una questione di stato in senso moderno, quel periodo è sicuramente la fine del XIX secolo. Lo dico con rammarico perché il 1800 è stato, nella mia modesta opinione, un grande secolo poiché in tutti i campi del sapere sono stati fatti enormi passi in avanti: dalla scienza, alla tecnica, all’ingegneria, alla pittura e, ovviamente, alla letteratura.

Nell’ultimo ventennio del secolo presero piede infatti manifestazioni sempre più organizzate e spesse volte sostenute, in maniera palese o celata, da alcuni apparati dello Stato. Un esempio possono essere i pogrom russi iniziati proprio nel 1881 che videro prendere parte ai saccheggiamenti e alle accuse contro gli ebrei russi anche parte delle forze armate zariste.

Un altro caso che scosse tutta Europa, sempre sul finire del 1800, e che rimise in ballo la questione dell’antisemitismo, fu quello che passò alla storia come affaire Dreyfus, ovverosia il processo per alto tradimento fatto ai danni dell’ufficiale di Stato maggiore francese Alfred Dreyfus, accusato di aver passato illecitamemte all’esercito tedesco alcuni documenti segreti riguardanti la sicurezza nazionale.

Alfred Dreyfus (1859-1935)

Dreyfus era un soldato ebreo che, verosimilmente come tutti gli ebrei d’Europa fino alla seconda guerra mondiale, viveva e svolgeva il suo lavoro in un sistema statale all’interno del quale si sentiva perfettamente integrato. L’accusa di alto tradimento si rivelò per lui una doppia condanna: la prima fu la vera e propria condanna all’esilio a vita dopo l’emissione della sentenza che lo giudicava colpevole; la seconda fu quella emessa senza processo dalla maggior parte della società francese dell’epoca. L’eco di questo processo fu talmente ampia che si potrebbe fare riferimento all’affaire come al primo processo mediatico della nostra storia. Tutti si interessarono a questo caso: dai politici, ai giornalisti, agli scrittori. L’elemento centrale dell’accusa, il tradimento, divenne il pretesto per mettere sotto una falsa luce tutti gli ebrei di Francia, descrivendoli come appartenenti a una cultura diversa che poco o nulla aveva a che spartire con quella francese.

L’elemento invece più folkloristico che accese e accende ancora oggi la fantasia riguarda il modo in cui l’accusa a Dreyfus poté prendere forma: una vera storia di spie. Durante le indagini vennero infatti scoperte lettere segrete e corrispondenze nascoste tra l’Ufficiale e suoi omologhi tedeschi. Il fatto poi che i documenti in ballo fossero estremamente delicati fece sì che l’attenzione fosse concentrata anche sulle più alte cariche militari e politiche, le quali erano indirettamente vittime del tradimento ma anche incapaci di scovare e fermare un traditore in tempo utile. Tutti gli elementi erano quindi a sfavore di Dreyfus, il quale venne pubblicamente degradato.

Tuttavia, dopo la condanna all’esilio, altri elementi emersero e si scoprì che le lettere scritte da Dreyfus erano in realtà dei falsi! Ci fu dunque un secondo processo a carico del Maresciallo Esterhazy, accusato della contraffazione, il quale però fu assolto: dopo il gran polverone e le gravi condanne emesse contro Dreyfus, lo Stato non poteva permettersi di mostrarsi come facilmente ingannabile, dunque la linea ufficiale da mantenere fu quella dell’assoluta colpevolezza e il caso esplose tanto da valicare i confini nazionali.

La prima pagina de “L’Aurore” con il testo di Émile Zola

A questo punto della storia entra in scena anche il mondo della letteratura. Il 13 Gennaio 1898 l’Aurore, un giornale indipendente francese, pubblicò un testo che è passato alla storia con un titolo secco come uno schiaffo: J’accuse! scritto dal più grande esponente del naturalismo francese, Émile Zola. Nel suo articolo, indirizzato all’attenzione del Presidente della Repubblica Félix Faure, lo scrittore si scagliò contro tutti coloro che manipolarono il processo Dreyfus, accusandoli pubblicamente e facendone nome e cognome. Col suo testo si aprirono nello scenario della letteratura europea una nuova era e una nuova funzione per gli scrittori: raccontare la verità (la realtà era già stata oggetto di studio proprio col naturalismo) e l’impegno. Dopo la pubblicazione dell’articolo, le cui vendite del numero sul quale appariva registrarono un vero record, l’opinione pubblica si divise in due fazioni: i dreyfusardi a favore dell’innocenza dell’Ufficiale e gli antidreyfusardi che sostenevano la sua colpevolezza. Col tempo, poi, le due fazioni si arricchirono di cariche politiche talmente forti e opposte che nel mondo intellettuale e nell’alta società francese molte porte si potevano aprire o chiudere proprio sulla base dell’opinione che si aveva sull’affaire.

Più tardi, fortunatamente e non senza un’inversione di rotta fatta da un Governo di segno opposto al precedente, i pezzi di questo complesso puzzle vennero messi tutti al loro posto e nel 1906 Alfred Dreyfus fu reintegrato nell’esercito, mentre il colpevole di questa truffa di stato fu condannato.

Il movimento di idee, opinioni e ideali fu immensamente grande e sconvolse le coscienze di molti e da allora il caso Dreyfus non smise di stimolare l’immaginazione e la riflessioni degli scrittori. In merito a questo scrisse Marcel Proust in alcune parti della Recherche, descrivendo le incoerenze e gli opportunismi della ricca e opulenta società parigina. Più tardi anche Umberto Eco scrisse nel 2010 l’interessantissimo Il cimitero di Praga, in cui grande parte ricopre l’affare e più tardi ancora, nel 2013, Robert Harris diede alle stampe L’ufficiale e la spia, di cui recentemente è stato fatto un adattamento cinematografico per la regia di Roman Polánski.

Dopo più di un secolo dal suo inizio, questo caso in cui sono mischiati il diritto, la politica, la sociologia e la letteratura ancora non smette di affascinare per la sua dinamicità, i suoi colpi di scena e per le significative ripercussioni sulla nostra società. Un vero e proprio romanzo, scritto da più mani di quante se ne possano contare.

Lo sguardo sull’Europa di un americano: il “Ritratto di signora” di Henry James

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi vorrei affrontare con voi come la società europea viene percepita da fuori, ovverosia in che modo la nostra letteratura continentale viene intesa e dunque duplicata.

Data la mia limitata conoscenza delle letterature extraeuropee (mancanza cui sto cercando di porre un rimedio e un freno a partire da questo articolo), ho deciso di rendermi la vita più facile iniziando da un autore che di extraeuropeo aveva assai poco: Henry James. James infatti nacque a New York, ma spese la maggior parte della sua vita in Europa, in particolare fra Parigi e Londra, città dove infine si spense.

Quella di James fu una mente assai prolifica: romanzi, saggi di critica letteraria, opere teatrali, racconti, e per ognuna di queste categorie scrisse molto e abbondantemente. L’elemento che più ci interessa in questo articolo, però, riguarda la prima metà della sua esperienza di scrittore, quella in cui vediamo a confronto la società statunitense e quella europea attraverso il romanzo Ritratto di signora, pubblicato inizialmente a puntate fra il 1880 e il 1881 e di cui, nel 1996, ne venne fatta una bella trasposizione in film con un cast che vedeva in scena Nicole Kidman, John Malkovich, Viggo Mortensen e Christian Bale.

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Per chi di voi non avesse ancora letto il libro, dirò solamente che si narrano le vicende pubbliche e private (cioè esteriori e interiori) principalmente dal punto di vista di colei che viene a più riprese definita “la nostra eroina”, Miss Isabel Archer. La giovane è nata e cresciuta negli Stati Uniti ma, dopo la scomparsa del padre, viene accolta nella famiglia della zia materna, Mrs Touchett, la quale però vive a metà strada fra l’Inghilterra e l’Italia. Se già da queste poche righe intravedete il primo punto di contatto letterario fra gli U.S.A. e l’Europa siete sulla buona strada. È infatti difficile pensare che James non abbia pensato a Jane Austen e al suo Mansfield Park quando ha pensato alle origini di Isabel.

Il resto dei personaggi che ruota attorno alla figura di Isabel è quasi interamente originario degli Stati Uniti e tutti loro, sia che vivano nella campagna inglese, a Parigi, a Firenze o a Roma, rappresentano un nucleo di emigrati privilegiati che hanno abbandonato la terra natia per i più diversi motivi. Volendo raggruppare questi motivi, potremmo dire che le ragioni principali sono due, a seconda che si tratti di uomini o di donne. Per i primi la motivazione è di ordine politico o economico: ci si trasferisce perché la democrazia statunitense ha perso il suo prestigio mentre in Europa la società è ancora fortemente legata all’appartenenza di classe, oppure si parte per questioni di lavoro; per le seconde il motivo è invece sempre il matrimonio. Sarà utile ricordare che la fine del XIX secolo, proprio gli anni di pubblicazione del romanzo, sono gli anni della così detta Gilded Age, l’età di maggior opulenza della società borghese statunitense. Il fasto di quella Europea, al contrario, era solo apparente e in questi anni si registrano molti matrimoni fra ereditiere statunitensi e rampolli di antiche famiglie nobiliari di quasi tutta Europa (la causa di ciò è dovuta al fatto che, contrariamente all’Europa, le figlie dei ricchi signori statunitensi erano destinatarie, oltre alla dote per il matrimonio, anche di una vera e propria eredità, mentre dalle nostre parti il sistema era ancora fortemente incentrato sui figli maschi che disponevano in pieno di tutti i beni appartenuti al padre).

Ecco dunque un punto importante nel quale emerge la prima divergenza di vedute fra i due mondi: come potrete ricordare leggendo l’articolo sul romanzo vittoriano e su George Elliot, i soldi rappresentano un punto essenziale della dinamica narrativa, la quale a sua volta è specchio di quella sociale. Le ragazze di Middlemarch, come prima le ragazze di Orgoglio e pregiudizio sono prede, quasi vittime di un sistema che le vede correre a destra e a manca alla ricerca di un marito che possa garantire loro una vita sicura e lontana dai pericoli della povertà e dell’indigenza. Le donne di Ritratto di signora, al contrario, hanno ben chiara in mente tutta la faccenda politica che si cela dietro a un’unione. Loro non si devono salvare da nulla, ma devono ben valutare con chi sposarsi perché, come dice Mrs Touchett, creare una famiglia è lo stesso che creare una società: bisogna avere ottimi mezzi e soci affinché tutto funzioni e prosperi.

Il secondo punto di scarto fra i nostri romanzi e quello di James sta nella rappresentazione dell’uomo. Il romanzo europeo del ‘700 e dell’800 rappresenta quasi esclusivamente uomini concreti. Pensate appunto a Mr Darcy e alla sua ferrea severità nei confronti di sé stesso, oppure alla fredda meccanica dei pensieri di Claude Frollo, o ancora all’irreprensibile tenacia con cui gli uomini di Verga accumulano i loro beni (per non parlare di Robinson Crusoe, o del Dottor Faust). Questi sono sì colpiti dai sentimenti che, in maniere del tutto diverse, li turbano, ma difficilmente perderanno la loro durezza, la loro convinta percezione del posto che occupano nel mondo. Nel romanzo di James si verifica l’esatto opposto: gli uomini sono dei mansueti animali da salotto che passano le loro giornate a parlottar fra loro o a contemplare estasiati l’angelica bellezza della propria amata o della padrona di casa. Sono remissivi, al limite della passività e se agiscono in maniera attiva è solo perché la società prevede questo. Solo un’eccezione è concessa nel libro: Gilbert Osmond. Osmond viene descritto come un americano che vive come un principe decaduto, uno che nella vita ha sempre aspirato a essere o il meglio del meglio oppure il più invisibile fra gli invisibili. La percezione che ha di sé è molto ben definita, allenata per anni lontano dal cuore della società che vive nella mediocrità, dove si può galleggiare sulla propria zattera sociale fintanto che ci è concesso il tempo di vivere. In questo senso Osmond è pienamente europeo: severo con sé stesso, che tratta nello stesso modo i servi e i principi, perché in fondo sa che nessuno di loro merita di godere della sua compagnia.

Su questo paradigma di opposti si incardina la rappresentazione della nostra società. Una rappresentazione che porta in sé, sul piano metaletterario, alcune interessanti contraddizioni degne di nota: per esempio la profonda immersione dello stile e dei temi europei che divergono da quelli statunitensi, la quale viene usata per mostrare i difetti dei primi a la freschezza dei secondi. Tuttavia sarebbe ingiusto attribuire a James il solo ruolo di antropologo letterario dell’Europa: la sua scrittura è stata di fondamentale importanza per rinnovare la nostra arte dello scrivere. Con lui assistiamo alla consacrazione del cambiamento dello spazio nel quale gli eventi si verificano: da fuori a dentro. Ciò che accade all’esterno è solo la scintilla che accende la miccia, ma l’esplosione avviene all’interno dei personaggi, nella loro intimità e in quella che il filosofo francese Henri Bergson definirà più avanti la durée o tempo interiore. Lo stesso cambiamento di spazio che verrà elaborato finemente e magistralmente da alcune divinità della letteratura europea quali Virignia Woolf, James Joyce e Marcel Proust.

Il primo progetto di una Europa unita: una storia che ha quasi 100 anni

Di Gian Luca Nicoletta

 

De Gasperi, Schuman, Spinelli, Hirschmann, Colorni, Coudenhove-Kal… prego?

Se di questa breve lista di alcune delle persone che hanno speso sangue e inchiostro per fondare l’Europa non riconoscete l’ultimo nome — che per inciso, prima che mi interrompessi, è von Coundenhove-Kalergi — allora io e voi siamo sulla stessa barca, e meno male.

Ho infatti da poco scoperto che al mondo è esistito Richard von Coudenhove-Kalergi, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla teorizzazione e alla costruzione di un’Europa unita sotto la bandiera di un unico grande Stato federale.

Richard Coudenhove-Kalergi è nato a Tokyo nel 1894. Il padre era un diplomatico, all’epoca, ancora austro-ungarico, mentre la madre era figlia di un commerciante giapponese.

Possiamo dire che tutto, nella vita del giovane Coudenhove-Kalergi, ha avuto fortissime influenze internazionali, estere, in una parola ampie. La famiglia del padre, nel corso dei secoli, aveva estremizzato il concetto di “relazioni internazionali”, giungendo a raccogliere nel novero di bisnonni, avii e prozii famiglie francesi, polacche, tedesche, dei balcani, greche (da cui deriva il secondo cognome, Kalergi), bizantine e veneziane. La famiglia della madre, invece, ha assistito alla grande apertura all’esterno che ha caratterizzato la politica del Giappone nella seconda metà del 1800, in netta contrapposizione col silenzio e il ritiro tipici dell’Impero dei secoli precedenti.

L’ambiente familiare nel quale Richard è cresciuto, secondo di sette figli, era votato alla severità e allo studio. Pare che il padre parlasse ben sedici lingue mentre la madre, disconosciuta dai genitori per aver sposato un occidentale, si dedicò per larga parte allo studio delle lingue e della matematica, prima, alla giurisprudenza e all’economia, dopo.

Ma veniamo ora alla parte sicuramente più interessante della vita di Richard, la sua produzione filosofica e politica. Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, che videro la dissoluzione dei tre grandi imperi Austro-Ungarico, Russo e Ottomano, Coudenhove-Kalergi abbracciò le idee innovative della politica del presidente degli U.S.A. Thomas Woodrow Wilson e del critico e filosofo tedesco Kurt Hiller.
Entrambi gli scritti, quello sui Quattordici Punti di Wilson e quelli frutto dell’attivismo di Hiller, hanno contribuito alla elaborzione degli elementi che stanno alla base del pensiero di Coudenhove-Kalergi: la pace e l’equilibrio fra le nazioni. In particolare si può dire che l’armonia programmatica esposta dal Presidente statunitense (che purtroppo non durerà che tre decenni) si sposò con il pensiero non convenzionale e prorompente del filosofo tedesco. A questo si aggiunse la mirabile perspicacia e attenzione al mondo contemporaneo di Richard ed ecco che questi giunse all’idea che segnò la sua intera vita: Paneuropa.

Il primo scontro mondiale aveva messo a nudo molte cose, molti livori e risentimenti che serpeggiavano tra i popoli come tra i governi, e questo era ben chiaro agli occhi di Coudenhove-Kalergi. Ma per giungere a un nuovo stadio del progresso e del benessere sociali, bisognava prima di tutto accettare e comprendere che era finito il tempo dei regni, degli imperi e della divisione del territorio, specialmente nel continente europeo, la cui storia geopolitica è massimamente riducibile a guerre fatte anche per fazzoletti di terra. Come potevano i singoli stati europei del 1919 competere con le nuove e grandi potenze che iniziavano a contendersi il primato della Storia, cioè Stati Uniti e Unione Sovietica? La risposta a ciò sta nella creazione di una paneuropa, ovverosia un unico, grande Stato federale che raccoglie al suo interno tutte le nazioni che formano il continente: dall’Italia alla Novergia, dalla Portogallo alla Polonia.

Le minacce, dato lo scenario internazionale, che Richard considera maggiormente pericolose per il nostro continente provengono dalle due grandi potenze sopracitate: nel suo Manifesto (pubblicato per la prima volta nel 1923) infatti si parla esplicitamente del rischio di una assoggettazione alla Russia in termini geopolitici, di una dipendenza dagli Stati Uniti in termini economici. Una Unione Paneuropea, invece, potrebbe resistere a entrambe e sventare ogni pericolo. La necessità di un mercato unico e di una unione politica sono, nelle parole di Coudenhove-Kalergi, la soluzione per creare un vero equilibrio fra i popoli e, conseguentemente, dare garanzia di una pace duratura. Il suo progetto portava in sé già molte delle istituzioni europee di oggi, come la Commissione Europea, e sua fu l’idea di utilizzare l’Inno alla gioia di Beethoven come inno dell’intera Unione.

L’idea di una organizzazione politica di questo tipo, per strano che possa sembrare, trovò l’appoggio di molti intellettuali e politici di tutta Europa, tra i quali figurano anche Albert Einstein, Thomas Mann, Carlo Sforza e Benedetto Croce.

Col passare del tempo questi ideali europeisti si diffusero sempre più nel continente e particolarmente negli ambienti anti-nazisti e anti-fascisti e subirono il maggior contrasto e repressione durante la Seconda Guerra Mondiale, ma ad ogni buon conto sopravvissero. Più tardi, cioè molto più recentemente rispetto ai fatti di cui vi parlo, il movimento Paneuropa si divise a causa della sua troppo forte impronta cristiana, sebbene uno dei capisaldi del movimento sia il rispetto di tutte le religioni e libertà individuali.
Oggi i due movimenti, il primigeno Paneuropa e la sua derivazione cioè il Movimento Europeo Internazionale, sono attivi e operano a diversi piani e livelli del nostro continente. Portano avanti le battaglie e gli ideali di quella prima generazione di europei ed europeisti, i primi che ebbero il coraggio di dire che il passaggio obbligato per giungere a una vera Comunità Europea è quello della cessione del potere nazionale a favore di uno sovranazionale. Una cessione che non vuole dire diventare servi di altri, non vuole dire svendere o rinunciare alla propria storia o ai propri valori. Vuol dire, semmai, l’esatto opposto: aprire le porta a nuove conoscenze, nuove esperienze e altre culture. Riconoscersi come parte di una stessa storia millenaria, confluita su una medesima strada da percorrere insieme.

Il movimento Paneuropa rappresenta il più vecchio movimento per un’unificazione del continente che abbiamo, un esordio di altissima qualità e che ha gettato le basi per altri e altrettanto importanti progetti, uno su tutti il Manifesto di Ventotene di Colorni, Spinelli, Rossi e Hirschmann. Percorsi creati da uomini e donne profondamente legati a tutta la cultura europea, convinti che la missione storica, politica e civile di questa parte di mondo sia quella di combattere uniti e saldi nelle nostre convinzioni per una società più giusta, eguale e moderna.

Inutile dire che oggi questo progetto sia lungi dall’essere realizzato, e parte di ciò è dovuta alla stessa classe dirigente europea che non vuole un’Europa unita proprio per impedire il verificarsi di quella cessione di potere nazionale cui facevo riferimento prima. Ma sta di fatto che questi movimenti non sono morti e anzi, godono ancora di una buona salute. A quasi un secolo dal Manifesto di Coudenhove-Kalergi, periodo in cui l’idealismo rappresentava una delle maggiori fonti dell’agire sociale e politico, ritengo una vera consolazione constatare che quel progetto non è stato dimenticato, ma anzi è andato arricchendosi e ampliandosi sulla scia delle grandi trasformazioni che il ‘900 e il 2000 hanno portato.

Il crollo del Muro di Berlino nella testimonianza di chi non c’era: a che punto siamo trent’anni dopo?

Di Andrea Carria

 

«La notte del 9 novembre di trent’anni fa cadeva il Muro di Berlino. O meglio, venne abbattuto. Furono i berlinesi stessi ad abbatterlo. Migliaia di donne e di uomini, di giovani e di meno giovani, di tedeschi e di cittadini da tutto il mondo si ritrovarono all’altezza della porta di Brandeburgo e recisero il laccio emostatico che per ventotto anni aveva serrato il cuore di una delle più grandi città d’Europa. Non si erano dati appuntamento, erano semplicemente andati. Uno dopo l’altro, a piccoli gruppi, finché la parola non si era sparsa. Probabilmente non avevano un’idea precisa di quello che sarebbe accaduto di lì a poco, sapevano soltanto che quella sera dovevano essere lì e che tutto ciò era giusto. I più organizzati aveva portato martelli e scalpelli, la maggior parte era venuta soltanto con le proprie braccia; tutti, tutti loro, avevano però portato con sé la speranza e il desiderio di un mondo diverso, migliore.
Le autorità non mossero un dito contro quella fiumana. All’improvviso non c’erano più ordini e nessuno sapeva cosa fare. E pensare che fino a pochissimi giorni prima, chiunque si fosse avvicinato troppo a quel Muro non avrebbe più avuto il tempo di ripensarci. In quasi trent’anni, i proiettili avevano fischiato tutti i giorni dalle parti di Berlino Est. Ma non quella sera. “Lasciate fare, lasciate fare!” avrà detto qualche ufficiale ai suoi uomini mentre egli stesso abbassava il mitra; il suo sguardo pensieroso si volgeva intanto verso Mosca, indeciso se augurarsi che quel silenzio continuasse oppure no.
Ma Mosca non parlò. Parlarono invece i martelli e i picconi, le grida e i canti, i cori e le chitarre, le urla di esultanza e le lacrime di commozione dei berlinesi di entrambe le parti, i quali, senza darsi appuntamento, si erano ritrovati per fare la Storia. Per farla insieme…»

Questo abbozzo di racconto, più o meno romanzato, è stato scritto da un testimone sui generis — me stesso —, da un testimone i cui ricordi sono le fotografie, i filmati e gli articoli di cronaca di chi quella notte l’ha vissuta anche per coloro che sarebbero venuti dopo. È la testimonianza di un embrione che, stando ai miei calcoli, non doveva avere, al momento dei fatti, più di due settimane. Ma è anche la testimonianza di un bambino italiano appassionato di geografia che, a scuola, la prima carta geografica dell’Europa che vide aveva ancora la BRD e la DDR colorate in modo differente al centro del Continente, e che quando chiedeva alla mamma quale fosse la capitale della Germania questa, come prima risposta data senza pensarci, rispondeva ancora Bonn. È poi diventata la testimonianza di un liceale che sui libri ha finalmente inteso il significato di Guerra fredda e che alla prima prova dell’esame di Stato scelse di svolgere la traccia proprio sui vent’anni da quella notte berlinese. Infine è diventata la testimonianza di uno studente universitario in Storia, di un autore che ha foggiato la propria identità sui valori liberali e democratici dell’Occidente, di un blogger che proprio adesso sta cercando di spiegare ai suoi lettori perché si consideri un testimone del Muro a tutti gli effetti.

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Sono nato nel 1990, l’anno che ha inaugurato la prima generazione del dopo-Muro. Io e quelli della mia generazione siamo dei testimoni proprio perché non c’eravamo: quello che testimoniamo con le nostre esistenze è la fine di un’epoca che non voleva finire, e il fatto di stare immediatamente al di qua dello spartiacque ci dà diritto di parlarne. La nostra testimonianza è necessariamente diversa da quelle di chi c’era. Non abbiamo ricordi diretti, non abbiamo esperienze personali da raccontare, e per quanto sincera la nostra voce generalmente non tradisce emozioni genuine per quei giorni. Noi siamo testimoni del Muro in quanto ne abbiamo inaugurato il Dopo. Noi siamo testimoni delle aspettative e dei desideri di chi quella notte era lì a prenderlo a martellate, di chi ci si è messo a sedere cavalcioni, di chi lo ha attraversato. Siamo i loro desideri in quanto siamo anche e soprattutto i figli e le figlie di quegli uomini e di quelle donne; siamo il filo che negli anni ha concretamente ricucito i brandelli che i nostri genitori avevano riavvicinato. Li abbiamo ricuciti andando a scuola, all’università, socializzando, aderendo agli Erasmus e a mille altri progetti di questo tipo, spostandoci di Paese in Paese, viaggiando e scegliendo liberamente dove andare a lavorare e a vivere. Noi del dopo ’89 siamo la testimonianza che un mondo diverso, in pace, libero e senza frontiere era possibile. Ma siamo anche la trave nell’occhio di quella stessa libertà.

Siamo infatti ancora noi a testimoniare i fallimenti del nuovo corso e la crisi del way of life occidentale, che mai come dopo il 9 novembre ’89 si è preteso di poter estendere ed esportare. Per qualche momento abbiamo creduto che tutto ciò fosse possibile e giusto, ma non è durato a lungo. Con la fine della Guerra fredda ci sono state altre guerre a essa collegate, l’America e la Russia, i due giganti, hanno ripreso rapporti cordiali ma non hanno abbandonato il vecchio vizio di spiarsi a vicenda. Oggi come ieri, mirano alla destabilizzazione interna l’una dell’altra, sono smaniose di ricchezza e potere, e non hanno rinunciato alle loro velleità imperialistiche — e magari fossero soltanto velleità!

Come europei, abbiamo assistito all’adozione della moneta unica nel 2001 e all’allargamento dell’Unione Europea a Paesi che prima si trovavano al di là della Cortina di Ferro. Lo abbiamo fatto, e la maggior parte di noi non se ne è pentita neppure adesso, quando ci siamo resi conto che le dimensioni di un organismo non dicono nulla riguardo alla sua buona salute. Abbiamo scoperto per esempio che forze populiste, sovraniste, autoritarie e antidemocratiche, così lontane dai valori guida che ci siamo dati, prosperavano in quegli stessi Paesi che abbiamo accolto, e quasi in contemporanea abbiamo scoperto che forze molto simili abitavano già in casa nostra, dove le abbiamo allattate e mantenute al caldo proprio perché credevamo — e continuiamo a credere — che la libertà di pensiero sia sacra. Abbiamo conosciuto matrimoni più o meno felici, a volte non abbiamo mantenuto le promesse fatte, siamo stati infedeli e abbiamo impugnato la bacchetta, e ora che stiamo per conoscere anche il primo divorzio, la Brexit, fingiamo di avere poca pazienza perché non si addice a una vecchia signora mostrare le lacrime in pubblico. Noi europei di oggi siamo testimoni di un’Europa che non è cresciuta come i suoi padri fondatori si auguravano, e forse per un eccesso di fiducia nella Ragione umana abbiamo lasciato che l’Occidente degli ultimi trent’anni si riempisse soltanto la bocca di belle parole. Abbiamo parlato così tanto e così a lungo di democrazia che l’abbiamo fatta diventare quasi un’idea platonica o un postulato kantiano, vale a dire qualcosa di evanescente e che non soddisfa. Siamo stati noi, testimoni di ieri e di oggi, a farlo e di questo fallimento siamo tutti quanti ugualmente responsabili.

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Ma non è sempre stato così. Per strada abbiamo dimenticato tante lezioni importanti. Se siamo testimoni, allora siamo testimoni anche del nuovo trinceramento dell’élite culturale, la quale è tornata nella sua torre d’avorio ancora prima di avere qualcosa da mettere al sicuro. Ci siamo dimenticati dei padri fondatori, ma anche di tanto altro. Per esempio, abbiamo dimenticato l’esistenzialismo, ma prima lo abbiamo etichettato come una moda. No, non è mai stata una moda. È stato, invece, l’ultima espressione intellettuale made in Europe ad aver avuto il coraggio di coniugare il pensiero con l’impegno politico e sociale.

Spesso sentiamo dire che non ci sono più ideologie di riferimento, che la fucina di nuovi pensieri politici ha chiuso i battenti e che lo sbandamento attuale sia una conseguenza della mancanza di ideali in cui credere. Quella che sorge dal basso, dal popolo, è una richiesta chiara e semplice: la gente ha bisogno di progetti, ha bisogno di credere in qualcosa. Il vero problema è che gli unici che hanno saputo intercettare questa richiesta sono quelli che non mi vergogno a chiamare cattivi maestri. Quelli che, invece di aiutare gli altri ad autodeterminarsi, fanno leva sulle loro emozioni più triviali come la paura per ottenere consenso e voti.

Contestualmente, credono pure di proporre un pensiero politico. Se però andiamo a guardare da vicino, scopriamo che non è così. Per essere tale e distinguersi, un pensiero politico, o comunque un pensiero in generale, deve avere almeno una caratteristica, anzi due: deve essere nuovo e dire cose argomentate. Con i suoi contenuti xenofobi, razziali, antiscientifici, discriminatori e autoritari, il sovranismo e il populismo nostrani non fanno invece altro che riproporre caoticamente vecchi pregiudizi la cui unica virtù è di avere la fortuna di incontrare le sacrosante proteste popolari, accattivandosene la simpatia. Ovviamente, i pregiudizi non sono un pensiero, tuttavia, in mancanza di meglio, è come se lo fossero. Sono manifestazioni culturali anch’essi, e basta trasformarli in un catechismo da sfoderare al bisogno perché del pensiero ne facciano le veci a tutti gli effetti. Ma non è così da tutte le parti.

In Russia, per esempio, un pensiero politico post-ideologico esiste ed è più vivo che mai. Lo ha fondato Aleksandr Dugin e si chiama nazionalbolscevismo, ovvero quarta teoria politica. Quarta perché questa teoria aspira a ritagliarsi un posto nella storia superando le tre dottrine politiche che l’hanno preceduta, tutte fallite: il nazifascismo, il comunismo e il liberalismo. Già da come si presenta, si capisce subito che il nazionalbolscevismo non è una semplice accozzaglia di pregiudizi o un catechismo, ma un pensiero strutturato che raccoglie numerosissime adesioni. È un pensiero perché è qualcosa di inedito, di nuovo, di argomentato, o quantomeno prova seriamente a esserlo. È un tentativo di sintesi di più idee e filosofie, e, come ogni sintesi che si rispetti, è molto efficace nel tenere insieme gli opposti. Nella filosofia di Dugin troviamo infatti una summa del pensiero degli ultimi tremila anni: comunismo e nazismo, zarismo e tradizionalismo, antiscientismo e antiliberalismo, cristianesimo e paganesimo, misticismo e fondamentalismo, esoterismo e religioni orientali, scontro fra civiltà ed escatologia, Hegel, Julius Evola, Heidegger e Nietzsche. Dugin è un critico feroce dell’America e del sistema liberal-capitalistico, inoltre biasima l’individualismo occidentale e il sistema di libertà che lo compone. Il suo è un pensiero da prendere con le pinze anche quando dice cose teoricamente condivisibili, come per esempio la tesi secondo cui non esiste una civiltà globale e che ogni nazione ha il diritto di darsi in autonomia l’ordinamento politico che meglio rispecchia la sua storia e il suo insieme di valori. Se ne deduce che la democrazia non sia sempre la cosa migliore per tutti e che anzi certi regimi, se sono l’autentica espressione di una nazione e di un popolo, sono legittimi. La questione è da prendere con le pinze anche perché viene posta da un punto di vista rigorosamente russiocentrico e antiamericano, per cui in realtà il diritto di esistere non è riconosciuto proprio a tutte le nazioni: per esempio, quello dell’Ucraina e delle ex repubbliche sovietiche — le quali, secondo Dugin, si sarebbero tutte più o meno vendute all’Occidente — è da lui apertamente messo in discussione.

Dugin è un pensatore trascinante, ma anche un politico: non è chiarissimo in che rapporti sia con Vladimir Putin, la cosa però certa è che egli sia tra i fondatori del partito Eurasia, il quale, riprendendo le dottrine slavofile ottocentesche, auspica la creazione di un superstato a trazione russa che si estenderebbe dai Balcani alla Manciuria. Il “fenomeno Dugin”, se così posso chiamarlo, è la dimostrazione che se l’Occidente tutto non ha più prodotto un proprio pensiero politico critico e propositivo, e degli intellettuali in grado di schierarsi, indicare la direzione e riempire le piazze come facevano Sartre e Camus — due modelli che non mi stanco mai di citare — la colpa non è dei tempi, ma soltanto nostra.

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Quello che penso io, in realtà, è che noi europei stiamo andando tutti quanti al traino di un passato che cerchiamo a ogni costo di ri-attualizzare. Pure il linguaggio politico con tutti i suoi fascismi e comunismi denuncia la miseria linguistica e ideologica in cui ci troviamo. Usiamo parole vecchie per riferirci a fenomeni diversi da quelli che erano nate per descrivere, e questo è doppiamente grave perché così non analizziamo il presente e ci precludiamo da soli la possibilità di comprenderlo. Dieci anni fa o giù di lì definivamo la nostra epoca come una fase di transizione, ma nessuno era in grado di dire transizione verso dove o cosa; ora è da un po’ che non sento più nessun cronista usare questa espressione, eppure non mi sembra che nel frattempo le idee si siano fatte più chiare. In compenso, viviamo di eredità storiche che abbiamo pericolosamente trasformato in miti. Tornando per esempio in Germania, è notizia ANSA di pochi giorni fa che il consiglio comunale di Dresda abbia proclamato lo stato d’emergenza nazismo, a fronte delle manifestazioni sempre più sfacciate e numerose di estrema destra nelle vie e nei ritrovi della città. Transizione verso il passato? Era forse questa ciò di cui parlavamo prima che la crisi del 2008 mettesse a nudo la nostra fragilità?

Fra pochi giorni saranno trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. È una ricorrenza doverosa. Soprattutto per non doverci pensare troppo seriamente più a lungo. Dovremmo, invece. Perché ci stiamo chiudendo in gabbia da soli per la felicità di qualcun altro. L’abbattimento del Muro ha rappresentato il ritorno della Libertà: la libertà, per tutti, di scegliere di andare e di essere ciò che si è in ogni luogo.

Una volta ho sentito un’intervista a Dugin nella quale il filosofo evidenziava la differenza sostanziale, a suo dire, tra l’Occidente e la Russia, e con essa il motivo della reciproca incomprensione: laddove noi occidentali ci preoccupiamo dell’individuo e delle sue libertà, in Russia viene prima il benessere della collettività, e in base a questo principio all’individuo può succedere di non poter fare o essere tutto ciò che vorrebbe. La differenza è estrema, sostanziale appunto, e riguarda i rispettivi pilastri su cui si poggiano le due civiltà. L’individualismo così aspramente criticato da Dugin è il fondamento della nostra società e cultura, ma non si pone affatto in contraddizione con il benessere sociale. Quest’ultimo non è la somma dei benesseri individuali, ma il benessere individuale di ciascuno è senz’altro la condicio sine qua non per una società più equa e giusta. Perché l’individualità per noi viene prima? Perché abbiamo capito, dopo secoli di assoggettamento a ordinamenti superiori, che l’individuo è l’unica cosa che alla fine resta, mentre le forme di aggregazioni a cui esso può prendere parte, da quelle politiche a quelle sociali, sono destinate a crollare oppure a trasformarsi. Dalle nostre parti, inoltre, l’individualità fa da sempre rima con libertà: libertà di scegliere e, finalmente, anche di essere ciò che si è. Una società hegeliana come quella inseguita da Dugin, invece, si preoccupa solo della forma aggregativa come soggetto agente della Storia, per quanto nemmeno essa sia poi il vero fine, ma solo il mezzo attraverso cui realizzare quello che egli chiama il «destino della nazione». Tutti gli individui che compongono la società devono mettere prima della propria autodeterminazione l’interesse collettivo, ed è questa la ragione che porta Dugin a osteggiare le minoranze, a non riconoscerne i diritti e a respingere tutte le loro rivendicazioni.

Il problema riguarda l’Europa perché il pensiero di Dugin si è già dimostrato ingerente nei nostri confronti. Sebbene a suo parere ogni nazione debba darsi da sola le proprie strutture, l’antiliberalismo del filosofo russo ha in genere la meglio sulla parte restante dei suoi principi teorici. Così, insieme alla creazione dell’Eurasia, eccolo auspicare anche il crollo del nostro sistema di valori, scorgendo nell’evidente arretramento democratico a cui stiamo assistendo (vedi il favore o l’indifferenza verso tutte quelle proposte di legge tese alla contrazione dei diritti per alcune frange del tessuto sociale) l’avvento imminente del nazionalbolscevismo in Italia e in altri paesi d’Europa ancora prima che in Russia.

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Fino a poco tempo fa credevamo ancora che il grado di civiltà di un Paese si specchiasse nelle leggi che lo regolano e nel riconoscimento dei diritti individuali. Più diritti per più persone: è così che si diceva e ci sembrava pure giusto. Oggi queste certezze non esistono più. Pensiamo a costruire nuovi muri e barriere quando ce ne sono alcuni mai abbattuti come a Cipro, che stanno facendo tuttora soffrire intere città e nazioni. Pensiamo a chiudere porti, a inveire, a rintanarci in un orgoglio nazionale che però rimettiamo subito da parte non appena sospettiamo che lo Stato possa andare a toccare gli interessi della nostra regione. Braccati dalla paura e non più capaci di distinguere tra vero e falso, tra realtà e percezione, abbiamo sdoganato solo il peggio e ci pare addirittura una cosa ben fatta mettere in discussione una o due storiche conquiste riscrivendo qualche legge.

Ci stiamo rinchiudendo in gabbia da soli e mi chiedo ancora perché lo facciamo. Mi piacerebbe almeno poter rispondere che lo stiamo facendo per il folle gusto di liberarci di nuovo da soli, ma fuori dalla finestra è solo il crepuscolo e questo significa che la vera notte deve ancora cominciare…

Ma ora un po’ di leggerezza e celebriamo il trentesimo anno dalla caduta del Muro di Berlino con una bella canzone: Alexander Platz (1989) dell’immenso Franco Battiato!
Buon ascolto!

Di ieri, di oggi e di altri indirizzi: i “Tales of the city” di Armistead Maupin

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi entriamo in una parte della produzione letteraria contemporanea che, vi confesso, non ho mai frequentato: la letteratura statunitense degli anni ’70.

Ciò che mi affascina dei nuovi mondi della narrativa che di volta in volta scopro nel corso delle mie esplorazioni letterarie, riguarda sempre almeno due aspetti:

1) la possibilità unica di vedere in che modo la voce di un autore o un’autrice trasmette la prima impressione di un cosmo di riferimenti culturali, storici, letterari e sociali;

2) la mia personale libertà di lettore, di critico e di autore di interpretare i segni e i motivi del romanzo che sto leggendo senza alcuno schema o preconcetto, positivo o negativo che sia, di altri scritti, di altre voci, di altri romanzi appartenenti alla stessa area. Per questo motivo è impossibile, almeno per me, leggere George Eliot senza pensare a Jane Austen, Eugenio Montale senza Giacomo Leopardi, Tommaso Giagni senza Walter Siti o Pier Paolo Pasolini, Virginia Woolf senza Marcel Proust.

Con l’opera di cui vi parlo oggi, invece, mi sono come ritrovato in una città completamente nuova e sotto diversi punti di vista. Innanzitutto il contesto geografico e il periodo storico: come ho scritto sopra, sono piuttosto digiuno di letteratura statunitense e di anni ’70 in generale, con la sola eccezione di un po’ di letteratura italiana. In secondo luogo, i riferimenti culturali e sociali. Pe quelli culturali prendete a titolo di esempio la storia della letteratura statunitense che potrebbe influenzare, e di sicuro in qualche misura ha influenzato, la stesura dell’opera, i ragionamenti che l’autore ha fatto prima di decidere l’esito di determinate azioni dei suoi personaggi. Invece in merito ai riferimenti sociali (che pure viaggiano parallelamente con quelli culturali), pensate all’immenso impatto che ha avuto la sola televisione sulla società: film, programmi, giochi a premi, reclami pubblicitarie: la società di massa e del benessere ha generato un cambiamento radicale nel modo di leggere e di scrivere.

Tutto questo in merito agli U.S.A. mi era ignoto prima di iniziare a leggere Tales of the City.

Ma come dico sempre, procediamo con calma. Tales of the City nasce come una raccolta di racconti scritti da Armistead Maupin e pubblicata a puntate sul San Francisco Chronicle. L’edizione che ho io — BUR contemporanea, 2019 — riporta i racconti della prima serie, nonché gli unici usciti a puntate nel 1978. I successivi sono stati pensati e pubblicati direttamente in volume sino alla loro trasposizione sul piccolo schermo a partire dal 1993 e, proprio quest’anno, al felice approdo su Netflix.

Nonostante si tratti di una serie di racconti, questi sono intimamente legati l’uno all’altro, tant’è che ai miei occhi l’intera opera altro non è che un vero e proprio romanzo. Il fulcro intorno al quale ruotano le vicende è la palazzina al numero 28 di Barbary Lane, la cui proprietaria, la signora Anna Madrigal, accoglie come in una famiglia tutti (o quasi) gli inquilini dei vari appartamenti e questi sono di conseguenza i quattro personaggi principali: Mary Ann, Michael detto “Mouse”, Mona e Brian. Mary Ann rappresenta la voce dell’ingenuità, la ragazza appena trasferitasi dall’asfittica Cleveland che entra in contatto per la prima volta con il libertinaggio sfrenato di San Francisco. Mouse, dal canto suo, ha il ruolo del giovane romantico che non vede l’ora di trovare l’uomo della sua vita con cui comprare una bella casa col giardino e un labrador. Mona, poi, è l’anima tormentata del gruppo: non ha chiara la sua identità, né familiare né sessuale, non sa bene cosa vuole dalla propria vita e cerca di farsi un’idea della faccenda attraverso l’utilizzo di droghe più o meno leggere e alla meditazione astrale. Brian, infine, è il gigante dal cuore tenero, un ragazzo che esce tutte le sere a caccia di prede ma che, in fondo, spera di trovare la donna in grado di fargli perdere la testa

Il mondo di San Francisco è ovviamente popolato da tanti altri personaggi, con ruoli più o meno rilevanti, ma che in un modo o nell’altro vedono le proprie vite intrecciarsi col nucleo di Barbary Lane. Dunque abbiamo il magnate della pubblicità, Edgar Halcyon, con la moglie Frannie e la figia Dede. Quest’ultima, poi, è sposata con l’egoista ed egocentrico Beauchamp Day. Fra gli altri ci sono poi anche Jon, il ginecologo, e D’orothea, la modella.

Grazie a questa ricchezza, data dall’eterogeneità di condizione sociale, culturale, di sesso e di genere, Maupin crea il campo all’interno del quale accoglie chi si appresta alla lettura dei Tales. Da lì muove e tira i fili delle sue trame per ricordare a noi e al mondo (a cominciare in particolare dal suo mondo, nel quale ancora si sentono gli strascichi e le anticipazioni dei grandi conflitti intergenerazionali degli anni ’60-’80) che nulla nella vita è dato per scontato e, soprattutto, che nulla rimane sempre uguale a sé stesso. Ogni singolo personaggio di questo colorato affresco attraversa una fase in cui la propria vita, per un motivo o per un altro, cambia radicalmente. La cosa che rimane in mano a noi è la possibilità di non farci sovrastare da questo cambiamento. Possiamo entrarci in conflitto, come fa Mona, tentare di attraversarlo senza rinunciare ai propri sogni come fanno Mouse e Mary Ann, possiamo anche pigramente guardarlo come Brian, oppure possiamo lasciarci trasportare senza smettere mai di essere onesti e coerenti con noi stessi, come la signora Madrigal.

La lettura di questo romanzo-raccolta di racconti è più che mai consigliata, specialmente in un momento storico come quello di oggi, dove difficilmente ci rendiamo conto di quanto sia costato il mondo nel quale viviamo, con tutti i difetti che ha ancora ma che sicuramente per tanti versi è assai migliore di quello che i nostri nonni e i nostri genitori si sono lasciati alle spalle.