Stranieri in terra propria: residenti per nascita, viaggiatori per professione

Di Flavio Salvioni

 

Da mesi, se non anni, nel nostro paese e nel resto dei paesi appartenenti al territorio della Comunità Europea, sentiamo parlare dello straniero in diversi modi. Spesso questa parola viene collegata a tutta una serie di accezioni, negative o non, che denotano un quadro migratorio dal carattere quasi post-bellico e di ingenti proporzioni.

La mia riflessione, da straniero a mia volta, nasce in una comune giornata lavorativa vissuta sui mezzi pubblici della città di Londra: la città multiculturale per antonomasia. Quella mattina ero seduto sul bus, e intorno a me avevo persone di diverse etnie e culture che, chi più o chi meno, si amalgamano in questo folle impasto cittadino fatto di quotidianità fra casa, famiglia, lavoro; e che semplicemente vivono la loro vita in una città che non ha dato loro origini.

Alla mia mente è balzata la nozione di accoglienza che sembra andare in netta contrapposizione con il concetto intrinseco della parola straniero, ma che in realtà può essere considerato una via per poterlo elevare in positivo.

Partiamo, quindi, dalla definizione base della parola straniero. Dalla Treccani:

Stranièro: aggettivo e sostantivo maschile che deriva dal latino extraneus “estraneo, esterno”.

La stessa Treccani ci fornisce già due possibili definizioni:

1. Di altri paesi, di altre nazioni (…) In particolare riferito a persona, che appartiene per cittadinanza ad uno stato estero, ma che gode dei diritti civili attribuiti ai cittadini dello stato, a condizione di reciprocità e nell’osservanza di norme contenute in leggi speciali…
2. Con connotazione ostile, alludendo a popolazioni nemiche o comunque avverse e odiate.

Già dal nostro dizionario enciclopedico per eccellenza possiamo notare la duplicità di questo termine. Si può immaginare quale delle due definizioni, nel corso della storia, abbia preso più piede, travolgendo popoli e generazioni di persone che, da convinti patrioti armati di libero arbitrio, rivendicano il pezzo di terra sul quale vivono come loro unica risorsa da difendere dallo straniero usurpatore.

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Triste la condizione di colui che crede nel proprio confine come estrema linea di demarcazione fra “casa mia”e “casa tua”. Arida la mente e l’anima di coloro che, poveri di cultura, attaccano, senza cognizione di causa e senza nemmeno guardarsi indietro per vedere cosa ha portato lo scambio culturale.

Disagio. Questo mi viene naturale vedere fra le righe degli articoli di cronaca e nelle immagini che siamo costretti a vedere in televisione. La riflessione di quella mattina, infatti, non era solo riferita alle differenze culturali, ma anche alle diversità che con rendono il panorama umano vario: religioni, orientamenti sessuali, idee politiche, espressione artistica e letteraria e quant’altro una mente umana ricca e attiva produce.

Disagio nel non essere capito o accettato nella “Terra natia”e la frustrazione che ne consegue.

«Tu prova ad avere un mondo nel cuore/ e non riesci ad esprimerlo con le parole…» diceva Fabrizio De André nella canzone Un Matto. Il brano è tratto dall’album Non al denaro non all’amore né al cielo, album con il il quale il cantautore si ripropone di musicare la raccolta di epitaffi di Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River. Traspare dai versi della canzone il disagio di questo personaggio che vuole a tutti i costi farsi accettare dalla comunità del paese in cui vive, ma i cui sforzi vengono letti come scatti della pazzia di un povero matto, tanto che viene costretto nel manicomio dove poi muore per finir tumulato malvolentieri sulla collina. In quel “malvolentieri” è raccolta tutta la frustrazione del protagonista, che avrebbe voluto esprimere quanto aveva da dare a questo mondo, ma che l’ignoranza della gente lo ha relegato al ruolo del matto perché considerato estraneo alla morale comune.

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Disagio nell’amare la persona indipendentemente dal sesso che questa abbia, come nel caso del bisessuale, o di innamorarsi di una persona dello stesso sesso senza avere addosso l’etichetta “contro natura”. Limitazione della propria libertà e dolore dovuti a retaggi culturali che bloccano la mente delle persone, le quali nemmeno si peritano di approfondire il perché e il come succede, e soprattutto che male possa fare… in fin dei conti è solamente amore, la cosa più bella e pura che abbiamo. Questo background spinge a cercare un posto capace di accogliere e includere un amore controverso come quello omosessuale, è quindi possibile consideralo uno straniero in negativo, come suggerisce la seconda definizione della Treccani, ma senza possibilità di redimersi e pulire la propria reputazione; come se avesse commesso un reato. A tal proposito mi viene in mente il libro, da cui poi è stato tratto l’omonimo film nel 2015, Holding the Man dello scrittore-attore-attivista Australiano Timothy Conigrave. Il libro è una raccolta delle sue memorie dall’adolescenza e nella prima età adulta, nel quale Timothy vive la sua relazione con un ragazzo conosciuto al liceo. Le memorie si articolano tra la disapprovazione delle famiglie dei due e quella della comunità nelle tre decadi dagli anni ’70 ’80 e ’90. Timothy e John vivono la loro relazione attraverso questi periodi di lotta per l’amore libero, l’AIDS e l’opinione pubblica che li porta a sentirsi estranei non solo in casa propria, ma anche in un mondo che non li accetta. Soli contro tutto e tutti e non accolti in quel nido familiare che li avrebbe dovuti amare senza problemi, si vedono contrastati anche nel momento dell’estremo saluto. Uno scenario non tanto lontano dalla realtà attuale che ancora oggi fa versare fiumi di inchiostro (o di sangue) e crea scalpore, tanto da gridare allo scandalo.

Disagio nell’aver studiato e coltivato le proprie passioni in virtù di un futuro basato su di esse, per esser poi portati alla realtà dal fatto che solo in pochi possono godere di questo diritto. Sì, parlo di coloro che hanno studiato una vita per poi ritrovarsi nei negozi a servire la gente (che molto spesso non è così educata da comprendere il tuo stato di frustrazione), a tentare di portare a casa uno stipendio per poter vivere dignitosamente. Relegare quegli studi a una banale passione secondaria che “non ti porta il pane sulla tavola”. Vivere per lavorare (non importa come o dove), comprare casa, mettere su famiglia e morire. Ecco la prospettiva. Chi vive di passioni è visto come la cicala della situazione, che canta tutto il giorno per poi rimanere sprovvista e sola nel momento del bisogno, la sola e unica artefice delle proprie sventure. Non viene dato il giusto valore, e nemmeno la possibilità di poter mettere a frutto i talenti rendendoli parte integrante e fondante della nostra vita, dimostrando così che potenzialmente aiuterebbero a creare quanto elencato sopra. Inimmaginabile quello che si è costretti a patire in un periglioso calvario che parte dal raggiungimento del diploma professionale o laurea, la ricerca del lavoro, la depressione data dagli insuccessi e la decisione finale che, nella più rosea delle ipotesi, sfocia nell’accettare la condizione lavorativa alternativa (e molto spesso sottopagata) oppure che ti pone di fronte ad altre due scelte che sono l’andare via dalla città di origine (espatrio o non) oppure l’estrema soluzione.

Disagio nel ritrovarsi figli di una patria che non è assolutamente inclusiva e che anzi, “TORNATEVENE A CASA VOSTRA” urlato in faccia a testate giornalistiche e TV, è la frase più usata. Il fomento del più vile dei sentimenti, l’odio, che risveglia antiche (ma non troppo) smanie di potere per coloro che parlano di supremazia, che pensano che l’uso delle mani per convincere chi sovverte alla propria idea, o peggio ancora prova ad opporsi, sia la cosa migliore. Estremismi e fantasie politiche basate sull’ignoranza, su di una fantomatica protezione dello Stato e dell’uso delle sue risorse (lavoro, servizi territoriali, etc.) che si dice siano appannaggio degli autoctoni e non di coloro che vengono da fuori, i summenzionati stranieri, che sono qui appositamente per depredarci dei nostri diritti.

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Malessere, disagio, frustrazione. Queste sono le voci più evidenti che appaiono nelle vie del mondo. Paura per un futuro che regressione economica e sfruttamento intensivo delle risorse stanno piano piano logorando. Ma se guardiamo il lato positivo possiamo notare che tutto questo sta generando un continuo flusso migratorio e sta creando mescolanza di culture e attitudini a livello mondiale. Una sana diversità, che ci sta dando la magia della scoperta di quanto era lontano da noi e che mai avremmo preso in considerazione di poterlo scoprire da soli, con i nostri mezzi e nel nostro piccolo.

Tutto questo ci dovrebbe insegnare ad amare la diversità, a farla nostra e includerla nella nostra vita come risorsa unica di cooperazione. Accogliere il prossimo, il famoso e famigerato straniero, perché siamo in grado di condividere le nostre risorse e insieme crearci un futuro. Una cosa dovrebbe essere manifesto dei nostri partiti politici, delle nostre idee: l’amore. L’amore in tutte le sue espressioni come simbolo di libertà e inclusione.

In fondo siamo tutti stranieri erranti in questo mondo, in cerca di un posto che ci accolga e ci ami per quello che siamo e che, nel rispetto delle leggi che regolano lo Stato, esprimerci in tutto il nostro potenziale.

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Un mondo sottosopra: considerazioni su Rossella O’Hara e la magia di “Via col vento”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Durante la settimana scorsa ho avuto modo di spuntare dalla mia lista delle “cose da leggere/vedere nell’arco della vita” un elemento che personalmente mi inorgoglisce per la pazienza che richiede. Se state pensando alla Ricerca del tempo perduto arrivate tardi, perché quella l’ho già conclusa un annetto fa. No, quello cui sto facendo riferimento è un grande film, tratto da un grande romanzo, e il cui aggettivo va inteso sia in termini metaforici che in termini spaziali e temporaliVia col vento, diretto da Victor Fleming e tratto dal romanzo Gone with the wind della scrittrice statunitense Margaret Mitchell.

Proprio così: un pomeriggio mi sono messo di buona lena e scorrere le quasi quattro ore (senza pubblicità!) di un film inteso, nella messa in scena, come una grande opera lirica. Quando il film viene prodotto siamo infatti nel 1939, ma in Italia arriverà solo dieci anni dopo, quando l’industria cinematografica non si è ancora svincolata del tutto dal mondo teatrale. Sono emblematici, a questo titolo, i grandi fondali che vengono inseriti nel montaggio della post-produzione e che riportato i titoli dei due grandi atti che compongono l’opera.

La storia, come forse molti di voi sapranno anche solo per sentito dire, si svolge nella seconda metà del 1800, lungo un arco che precede, vive e supera la guerra di secessione americana, meglio nota anche come guerra civile. Uno tra i principali motivi di questa guerra di l’abolizione della schiavitù, applicata in tutti gli Stati del nord e dell’estremo ovest ma ancora lungi dall’arrivare fra gli Stati confederati che componevano il sud-est degli attuali U.S.A.
Protagonista indiscussa di tutta la faccenda, e cui dedicherò l’attenzione, è Rossella O’Hara, eroina di questa epopea statunitense.

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Rossella è la primogenita di casa O’Hara, una grande tenuta che porta il nome di Tara e che, assieme a Le Dodici Querce, rappresenta i due fuochi del cosmo contadino vicino ad Atlanta, in Georgia. Mr. e Mrs. O’Hara, oltre a Rossella, hanno avuto solo altre due figlie, il che rende la primogenita l’ereditiera dell’intera tenuta.
Ricca, bella, vivace e per nulla spaventata dal confrontarsi con gli uomini, Rossella ci viene descritta come il ritratto della sfrontatezza sbarazzina, della provocazione giocosa che la rende la ragazza più ricercata alle feste, quella che tutti vogliono salutare e che si presenta con un drappello di pretendenti da far invidia a tutte le altre sue coetanee. Il suo essere viziata ed estremamente egoista sono i tratti caratteriali che costituiranno il filo rosso dell’intera storia.

L’universo maschile e quello femminile vengono rappresentati come opposti l’uno all’altro: da un lato vediamo quello maschile, dal tratto spiccatamente collegiale, incentrato sull’imminente guerra con gli Stati del nord, con la volontà di mantenere il controllo sui propri commerci di cotone e soprattutto sul diritto di possedere degli schiavi; dall’altro c’è quello femminile, che ha il suo centro sull’individualità di ogni singola donna, descritto come un vorticare continuo di merende, passeggiate e — soprattutto — caratterizzato dalla caccia al miglior partito per un vantaggioso matrimonio. Fate attenzione a un dato di carattere sociale: in questi anni (1860-’70) non esiste una differenza netta tra matrimonio “vantaggioso” e matrimonio “felice”. L’uno è sinonimo dell’altro, ma con uno squilibrio semantico che vede sempre primeggiare il “vantaggio” finanziario.

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Nella prima parte del film assistiamo al raggiungimento dell’apice delle tensioni fra i vari Stati: le incomprensioni e gli interessi si fanno talmente tanti e tali da rendere inevitabile una soluzione violenta: guerra. Tutti i proprietari terrieri gioiscono pregustando la soddisfazione di mostrare ai borghesi industriali del nord quanto siano potenti e valorosi, ma dimenticano un dettaglio fondamentale che uno dei personaggi principali, Rhett Butler (interpretato da Clark Gable) invece coglie prontamente: gli Stati del sud avranno anche gli uomini, ma quelli del nord hanno i cannoni.

La guerra imperversa ovunque e, col tempo, raggiunge Atlanta, Tara e Le Dodici Querce. In questo lasso di tempo, cos’è successo a Rossella?
Ha dovuto affrontare il peggiore nemico di chi è viziato: la penuria. Penuria di cibo, di comodità, persino di attenzioni. La vita ha agito con Rossella nei modi di un contrappasso dantesco: la ragazza che ha sempre avuto tutto, non ha mai ottenuto l’unica cosa che vuole veramente: l’uomo che ama con tutta sé stessa.
Questa mancanza, tuttavia, desta nella più grande delle sorelle O’Hara un sentimento dirompente e che guiderà tutte le sue azioni: l’orgoglio. Un orgoglio inarrestabile, che trasforma il disagio di Rossella in una rabbia tale da farle compiere le azioni più spregiudicate, pur di salvare la sua vita. Al termine della prima parte rimane impressa la scena, da kolossal biblico, della sua sagoma nera, stagliata sullo sfondo rosso di un cielo al tramonto, in cui giura davanti a Dio che mai, mai più Rossella O’Hara avrebbe patito la fame.

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La seconda parte del film è concentrata sul dopoguerra. Quali sono gli effetti del passaggio dei cannoni, dei saccheggiatori e delle nuove leggi che gli Stati confederati hanno dovuto accettare, poiché perdenti?
Le terre non sono più coltivate, moltissimi uomini sono morti, le città devono essere ricostruire dalle donne. E chi, tra loro, dimostrerà quel piglio per gli affari di chi ha veramente voglia di guadagnare, per non vedere mai più mancare il cibo sulla propria tavola? Proprio così, Rossella.
La sua tenacia impressiona chiunque: dai personaggi, ai lettori, agli spettatori, perché ci mostrano il bene e il male di chi non vuole arrendersi alla disperazione, di chi non gliela vuole dare vinta a un nuovo sistema che ha decretato vincitori e vinti. Rossella diventa in questo modo il nuovo emblema, qualche generazione più tardi, dei suoi antenati emigrati dall’Irlanda che arrivarono negli Stati Uniti per un futuro migliore. Lei, indirettamente, decide di riscattare il destino suo e della sua tenuta. La terra, come viene ricordato attraverso le parole Mr. O’Hara, è l’unica cosa per cui valga la pena di lavorare. Il prezzo, però, non viene stabilito. Ma in fondo cos’è un piccolo atto disonesto, se confrontato alle cannonate contro un’intera città? Chi può decidere la giusta proporzione di un riscatto, che ha però un retrogusto di vendetta, per una vita rubata nel più violento dei modi?

Questi dubbi ancora oggi mi tengono fermo a riflettere. Proprio così, perché ancora non sono riuscito a decidere se, in fin dei conti, Rossella O’Hara sia un esempio da imitare, o uno da rigettare. Sono indeciso se considerarla un modello di tenacia, o il ritratto dell’egoismo.

I libri che salvano: “Mussolini ha fatto anche cose buone” di Francesco Filippi

Di Andrea Carria

 

E alla fine, eccoci. Questo 2019 non poteva passare senza che pure noi de Lo Specchio di Ego non affrontassimo l’argomento — il centenario dalla fondazione dei Fasci di combattimento: aspettavamo soltanto il libro giusto.

Molto più di M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati, fresco vincitore dell’ultimo Premio Strega, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo (Bollati Boringhieri, 2019) dello storico Francesco Filippi è il libro che noi e l’Italia tutta stavamo aspettando. Mi permetto di dire così a nome non solo di chi, come me, pensa che il fascismo sia stato il capitolo più brutale e oscuro della storia del nostro Paese, ma anche a quello di tutti coloro che la pensano diversamente. Azzardo anzi a dire che loro lo aspettavano più degli altri perché gran parte delle opinioni che li portano a definirsi nostalgici, simpatizzanti o addirittura neofascisti sono alimentate dalle bugie che il fascismo per primo raccontava a proposito di sé stesso quando era al potere e che oggi, ahimè, hanno trovato la via di Internet e dei social per godere di nuova vita.

L’approccio scelto da Filippi è molto efficace: dedicare un capitolo a ciascuna delle maggiori bufale che circolano in Rete riguardo all’operato del fascismo — spesso facili da accettare perché già radicate nella vulgata —, confutandole una per una con rigore e pazienza. Che il suo sia un lavoro serio, e quindi ancora più necessario, lo dimostrano le riflessioni metodologiche contenute nella Premessa, dove è subito possibile farsi un’idea di quanta coscienza e discernimento siano stati impiegati:

«Mentre le fake news sul presente […] servono a indirizzare l’opinione del pubblico a cui sono rivolte, le false notizie sulla storia hanno lo scopo più profondo di rassicurare chi le accetta nei propri sentimenti, nelle proprie emozioni. Una balla sul passato è rassicurante, conferma sensazioni di cui altrimenti ci si vergognerebbe, fissando dei punti di riferimento tranquillizzanti, non importa se veri o falsi.
Scardinare una bufala di carattere storico ha perciò due effetti: il primo, correggere l’insieme delle informazioni sul passato che si utilizzano per costruire la propria memoria singola e quella collettiva; un uso che diremmo “neutro” o al più “riparatorio”. Il secondo effetto, più difficile da gestire, è quello da distruggere sicurezze e presunti dati di fatto in chi ascolta; fenomeno pericoloso, che può creare un muro di incomunicabilità. Non si scardina impunemente una certezza».

Mussolini ha fatto anche cose buone

Grazie a una scrittura chiara e un’esposizione sempre lucida, Filippi prende di petto sia i pezzi da novanta su cui si basa la riabilitazione del fascismo, sia i meriti meno noti attribuiti al regime — spesso vere e proprie leggende metropolitane — da cui gli italiani avrebbero comunque tratto grandi vantaggi. Si scopre così, come nel caso del sistema previdenziale, che il fascismo non solo rivendicò come proprie molte delle riforme che i governi dell’Italia liberale avevano studiato o addirittura già varato (facile grazie alla propaganda, la quale era efficacissima nel convincere gli italiani che il regime avesse introdotto strutture e servizi che prima non c’erano quando invece si era limitato a fascistizzare quelli che esistevano già, accentrandoli, cambiando loro il nome e senza estendere la platea dei beneficiari), ma anche che negli stessi settori più cari all’ideologia fascista Mussolini ottenne risultati discutibili e molto inferiori rispetto a quelli sbandierati con tanto vigore per convincere i cittadini riguardo all’infallibilità del Duce.

Non vi rovinerò il piacere di scoprire da soli quali e quante bugie vengono raccontate sul fascismo (anche per chi come me non ha mai dubitato della nefandezza del Ventennio, c’è da rimanere sorpresi), mi limiterò invece a citare tre o quattro elementi che Filippi ha individuato e che tutti dovrebbero sempre tenere a mente:

  1. molte delle bugie che si raccontano attualmente sul fascismo sono il frutto di quelle che il fascismo stesso raccontava a proposito di sé;
  2. quelle di recente invenzione, diffuse soprattutto dai social media, si spiegano con la necessità delle persone di credere a un passato confortante a fronte di un presente precario e insoddisfacente e di un futuro ancora più incerto;
  3. la massa enorme di notizie e rumors che la Rete diffonde, se da un lato rende velocissima la comunicazione, dall’altro non si cura minimamente della sua qualità, col risultato che mai come nell’epoca di Internet il destinatario dei messaggi si è ritrovato nella condizione paradossale di essere tanto lontano dalla fonte della notizia e così ben disposto a credere a essa;
  4. infine, se si considera che fin dagli esordi il fascismo «produsse la più grande contrazione di diritti civili degli italiani da quando esiste il concetto di diritto civile» e che, statistiche alla mano, fu senza ombra di dubbio «l’avvenimento più mortifero della storia di questo paese», il fascismo e Mussolini non sono mai stati “buoni”.

Cosa si può fare, dunque? Apparentemente molto poco. Una volta online, i contenuti non sono più gestibili e grazie all’interazione a cui ognuno di noi dà il proprio contributo iniziano a godere di vita propria. Gli stessi provider, del resto, incontrano grossissime difficoltà a tutelare gli utenti dai gravi abusi che riguardano la loro privacy, per cui pare evidente che la soluzione non può essere di tipo informatico. È possibile auspicare una maggiore cura da parte di chi scrive e condivide, ma pure qui le azioni praticabili sono limitatissime e quelle poche sono comunque destinate a infrangersi contro la malafede altrui. Un libro come quello di Francesco Filippi è un’ottima arma da opporre al pressappochismo e alla nostalgia senza cognizione né memoria dei nostri tempi, e sapere che nel giro di pochissimi mesi questo piccolo kit di pronto soccorso abbia già avuto ben sette edizioni lascia un po’ di spazio alla speranza.

Mussolini e Hitler 1938
Mussolini e Hitler a Monaco nel 1938

Ma di certo ancora non basta ed è quasi scontato dire che i rigurgiti a cui stiamo assistendo siano dovuti al fatto che nell’Italia del Dopoguerra un vero processo di “defascistizzazione”, come Filippi lo chiama, non sia mai avvenuto.

«La base di un possibile futuro totalitario passa anche dalla riabilitazione del passato totalitario. Mostrare la realtà di quel passato è un primo passo per evitare che quel passato diventi futuro».

Per finire, un appello ingenuo, senza speranza a tutti i nostalgici, gli apologeti, i giudici da bar e i leoni da tastiera che non leggeranno né il libro di Filippi né tanto meno questo articolo: prima di cestinare l’uno e l’altro per tornare a tuffarvi nel liquame di bufale e menzogne che la Rete vi propina, facciamo finta che per un attimo voi apriate il libro di Filippi e che guardiate in fondo alla pagina: là sotto troverete delle note al testo e queste saranno le vostre migliori amiche perché vi permetteranno, se gliene darete l’occasione, di verificare personalmente le fonti, di controllare se quello che Filippi ha scritto corrisponde o meno alla verità e magari di smentirlo se, mentre controllate, lo avrete colto in fallo. Pensateci: non è cosa da poco! Si tratta niente meno che della possibilità di controllare che quanto state leggendo sia attendibile, veritiero e dunque meritevole della vostra fiducia! Una possibilità, quella di informarsi verificando con i propri occhi, che i post di Internet a cui credete senza esitazioni non vi danno e che il fascismo che incensate vietò insieme alla libertà di esprimere la propria opinione.

Teoria dello specchio e della fotografia ne “Il Barone e il guardacaccia” di François Vallejo

Di Gian Luca Nicoletta

 

Ho da poco terminato la lettura di questo piccolo romanzo edito da Sellerio nel 2006, Il Barone e il guardacaccia, dello scritto franco-spagnolo François Vallejo (classe 1960) e oggi ve ne vorrei parlare.

La vicenda, come si deduce dal titolo, è principalmente quella del Barone d’Aubépine  Perrières, possidente di un vasto latifondo nella Francia occidentale, e del suo fedele guardacaccia, Monsieur Lambert. Il periodo storico è quello dei moti comunardi e rivoluzionari del 1848, anno più anno meno.
La storia non inizia in maniera classica, con grandi descrizioni o introduzioni dei personaggi, tutt’altro: all’inizio del romanzo ci troviamo nel 2004, quando il narratore di questo primo capitolo si imbatte inavvertitamente in una vecchia foto di famiglia, dove sta ritratto un signore ben vestito ma — particolarità della foto — desta attenzione il fatto che questa non sia venuta molto bene a causa di un grosso cane nero che irrompe nel campo e disturba soggetto e fotografo. Il narratore, confrontando la foto con una identica finita su un giornale, non ha dubbi che quella ritragga uno degli spietati carcerieri delle colonie francesi di un tempo.

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Terminato questo preambolo, il filone narrativo si stacca dalla nostra contemporaneità e salta indietro di più di un secolo e mezzo, portandoci alle avventure di M. de l’Aubépine e M. Lambert. Da qui entra in gioco l’abilità, che non sospettavo non avendo mai letto null’altro di Vallejo, dello scrittore: la fotografia sparisce completamente dai pensieri del lettore, perché tutto si concentra su quella che ho definito nel titolo come “teoria dello specchio“: i personaggi principali sono perfettamente speculari l’uno all’altro, ma in maniera del tutto sorprendente. Il Barone, figlio di un uomo spietato, freddo e prepotente, è un cultore della filosofia e fervente sostenitore della causa repubblicana; mentre il suo guardacaccia, un uomo piuttosto rozzo nei modi e molto attaccato alla sua terra e alla sua preziosa muta di cani, è fermamente convinto che se le cose sono in un certo modo è perché così devono essere, dunque che i baroni facciano i baroni e che i contadini facciano i contadini.

Alla base di questo interessante gioco di prospettive, il quale non riduce minimamente la complessità dei personaggi che vengono costantemente arricchiti e particolareggiati, sta una taciuta analisi dei bisogni degli stessi: il barone è cresciuto in un mondo soffocante, nel quale tutti si aspettavano qualcosa da lui, qualcosa che non aveva in termini di abilità di caccia, severità nel gestire la propria servitù, rigore nel riscuotere le proprie rendite, dunque propende sinceramente verso un progetto socio-politico che veda al centro il sovvertimento della piramide, puntando all’abolizione di qualsiasi privilegio nobiliare. Dall’altra parte invece sta Lambert che, nel suo modesto cantuccio con la sua famiglia, non è in grado di immaginare un mondo diverso; il suo ragionamento è molto più terreno rispetto a quello del barone: se i titoli nobiliari fossero aboliti non avremmo più un barone, e se non abbiamo un barone, chi ci dà lavoro?

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Frutto di questo scambio sono i dialoghi ben strutturati, veloci e spigliati. I due personaggi, i quali si rinfacciano le rispettive priorità che vuole la società del XIX secolo, sono lo strumento migliore che permette di immaginare la incongruenze di allora. Particolarmente interessante ho trovato i pensieri di Lambert, quelli che non ha cuore di dire al suo padrone, che molto spesso indugia su un’espressione quando riflette su ciò che il barone vorrebbe fare ma che non deve fare: “non bisogna“, tradotto dal francese probabilmente (non ho il testo originale) da “il ne faut pas“, letteralmente “non serve, non è necessario”.

Parallelamente a questo scambio vispo, Vallejo concentra l’attenzione sulle turbe dei personaggi, sui loro feticci e in particolar modo quelli del barone: tendenze erotiche, desideri della carne cui, nel buio del castello, il barone cede senza freni e che vengono uditi dalla famiglia di Lambert che vive in un casino poco distante. In questo modo viene anche ben tratteggiata l’intimità che c’era nelle grandi magioni di una volta, dove servitore e servito vivevano dopotutto sotto lo stesso tetto e che, sebbene i muri sociali fossero invalicabili di giorno, quel che succedeva di notte era di omertoso dominio pubblico-domestico.

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Ma voi, che siete lettori ben più attenti, vi domanderete: sì va bene, ma la foto?
Ebbene Vallejo ha una risposta anche per quella: una risposta elegante perché la storia della fotografia è in realtà il romanzo stesso. Solo che, con una prosa agile e furbescamente architettata, il lettore non se ne rende conto. Solo alla fine di tutta la vicenda, senza farvene accorgere, vi ritrovate ad aver letto una storia familiare ricca e complessa e, soprattutto, vi renderete conto bene del perché, dopo moltissimi anni, in una famiglia è rimasta una foto sfocata di una persona di cui nessuno ricorda più il nome.

L’italiano prima degli italiani: alle origini della nostra letteratura, parte 2/2

Di Gian Luca Nicoletta

 

Come vi avevo annunciato nel mio ultimo articolo, oggi concluderemo il breve discorso sulle origini della letteratura italiana.
Ci eravamo fermati alla definizione di lingua italiana e a tutte le implicazioni che questa comporta dal punto di vista storico e culturale. Ora, finalmente, arriviamo alla parte più interessante: la nascita dei testi!

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Esempio di manoscritto medievale. Fonte: festivaldelmedioevo.it

Tutto comincia in Provenza, la regione a sud-est della Francia confinante con l’Italia (voi penserete: ma non s’era detto che saremmo partiti dalla Sicilia? Sì è vero, ma vi chiedo solo un altro po’ di pazienza). Lì, già a partire dal X-XI secolo d.C., la cultura delle corti feudali è improntata alla narrazione in poesia delle virtù e dei vizi dei cavalieri. Fate attenzione a non confondere ciò con le canzoni di gesta, ovverosia i grandi poemi cavallereschi come quello su Orlando Tristano e Isotta. Anche quelli sono francesi ma riguardano il nord, con forti legami con la cultura anglosassone e il ciclo arturiano di cui prima o poi vi parlerò.
Con la nascita e l’espandersi del Sacro Romano Impero, la Provenza ne venne inglobata e questo causò un doppio effetto: da un lato il particolarismo della cultura provenzale sparì nella sua autonomia, dall’altro però i poeti provenzali e soprattutto i temi da loro cantati si diffusero praticamente in tutta l’Europa di allora: Francia, Germania e Italia principalmente.

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Statua di Federico II a Jesi, sua città natale

Un ruolo strategico in tutto questo è ricoperto da Federico II di Svevia, il quale divenne re di Sicilia (eccoci finalmente!) e imperatore del Sacro Romano Impero agli inizi del XIII secolo. Federico II era per parte di padre tedesco e per parte di madre francese, ciò significa che ricevette un’educazione culturale proveniente da entrambi gli ambienti dei genitori.
Diventando sovrano di un impero molto esteso, dal nord dell’Europa continentale sino al sud della Sicilia (eccezion fatta per il nord e il centro Italia dove governavano rispettivamente le municipalità comunali e il Papa), e non essendovi ancora un concetto di capitale di uno Stato come quello che abbiamo noi oggi, Federico II diede vita a quella che oggi viene definita “corte itinerante“, cioè periodicamente l’imperatore e tutto il suo seguito di notabili, amministratori, consiglieri e poeti si spostava da una parte all’altra del suo vasto impero.
Sede privilegiata del suo peregrinare fu il sud Italia: prendiamo a titolo d’esempio il Palazzo dei Normanni a Palermo, residenza reale dello stesso Federico, a Napoli c’è l’importante università che porta il suo nome e in Puglia (dove Federico morì) è sempre meta di visite Castel del Monte. I soggiorni siciliani furono particolarmente importanti per la trasmissione della letteratura. I poeti siciliani al servizio dell’impero — cioè notai e amministratori che, sapendo leggere e scrivere, potevano anche comporre opere letterarie — entrarono in contatto con i poeti francesi discesi in Italia assieme all’imperatore e lì, grazie a questo fortunato scambio, nacque la vera e propria letteratura italiana, con la formazione della Scuola siciliana il cui padre ancora oggi viene ricordato e studiato: Giacomo da Lentini. Questi, ricevuta l’eredità letteraria dai poeti provenzali, ne rielaborò i temi e le forme, creando quella composizione metrica in poesia che ha segnato la storia della letteratura di tutto il continente: il sonetto.

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Castel del Monte, nella provincia di Barletta-Andria-Trani

La fortuna della Scuola siciliana durò per tutto il regno di Federico II, particolarmente dal 1220 al 1250. In questo trentennio hanno visto la luce importanti componimenti quali Meravigliosamente dello stesso Lentini e il più comico Contrasto di Cielo d’Alcamo. Terminata questa stagione d’oro, però, la Storia vi fece il suo ingresso: i rapporti fra impero e papato si inasprirono, e videro un ruolo sempre maggiore i guelfighibellini: i primi erano per la supremazia del papato sulle questioni non solo spirituali ma anche terrene, mentre i secondi privilegiavano una visione dei poteri separati, lasciando all’impero il controllo delle terre. Queste due fazioni si trovavano in tutto il centro e nord italia, più nello specifico i guelfi nel centro, dove regnava il Papa, mentre i ghibellini nel nord, dove l’autorità era mantenuta da figure laiche.
Ora, dato che in Sicilia vi era un imperatore, quale poteva essere la fazione più popolare di laggiù? I ghibellini, ovviamente! Dunque i poeti siciliani, che ricordiamo erano notai e amministratori, iniziarono a intrattenere rapporti sempre più stretti con altri notai e amministratori (e dunque poeti) ghibellini del centro-nord Italia. Grazie a questa comunicazione tra le due parti della penisola avvenne un altro fondamentale scambio culturale: nel 1266 le truppe angioine (che sostenevano il Papa) sconfissero a Benevento Manfredi, erede di Federico II, e così nel sud Italia si installò la dinastia D’Angiò. Tuttavia a questa conquista corrispose anche la “migrazione” della letteratura siciliana, la quale venne accolta a braccia aperte in Umbria, Toscana ed Emilia. Qui assistiamo alla nascita dei poeti “siculo-toscani”, cioè di coloro che ripeterono con la poesia siciliana lo stesso lavoro che i siciliani fecero a loro tempo con la poesia provenzale. Si passò dal dialetto siciliano a quello umbro e poi toscano, il quale divenne sempre più un dialetto ricercato, raffinato, per dare ai temi cavallereschi e soprattutto d’amore il lustro che meritavano, giungendo, a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, alla nascita del dolce stil novo battezzato Da Dante nel XXIV canto del Purgatorio.

Ecco qui, per grandi linee e facendo passi lunghi quanto secoli, una brevissima descrizione della nascita della nostra letteratura. Come vi dicevo, il Medio Evo non fu solo un periodo di oscurantismo, di caccia alle streghe e di epidemie, nient’affatto. Fu il periodo in cui germogliarono i semi delle nostre radici europee, una serie di temi, argomenti, scambi culturali e politici che hanno caratterizzato in senso culturale e antropologico un intero continente. A quel tempo si viaggiava e tanto: pensate alla corte di Federico II, pensate al lungo esilio di Dante che in un ventennio l’ha portato in molte delle più importanti città del nord Italia dell’epoca. C’era vero scambio culturale e vera osmosi tra menti e testi, tra idee e filosofie che, se trovassimo il modo di riproporre anche oggi, non credo farebbero gran danno, anzi.

La Ferrovia dell’Appennino Centrale: una storia di bombe e provincia

Di Andrea Carria

 

All’indomani dell’Unità d’Italia, la Valtiberina o Alta Valle del Tevere (un triangolo di terra diviso a metà fra la Toscana orientale e l’Umbria settentrionale) era ancora una zona periferica e isolata. A partire dagli anni ’40 dell’Ottocento, i Granduchi si erano dati parecchio da fare per dotare la Toscana di una rete ferroviaria moderna ed efficiente, ma i loro sforzi si erano sempre concentrati altrove, tanto che la linea Firenze-Arezzo, la cosiddetta Ferdinanda, fu una delle ultime a essere aperte alla circolazione.

Vero è che la realizzazione di nuove infrastrutture nella Toscana sud-orientale era aggravata dalla politica antimoderna dello Stato Pontificio. Ciò era particolarmente evidente in Valtiberina, dove non si poteva concepire nessun progetto senza coinvolgere anche la parte umbra della vallata. I comuni altotiberini vedevano nella ferrovia un modo per rompere il forzato isolamento in cui erano stati lasciati negli ultimi secoli, e dopo il 1861 cercarono più volte di far includere nei piani del governo centrale i propri interessi. Certo, le possibilità non mancavano: la Valtiberina è un crocevia naturale fra quattro regioni, e la storia ha dimostrato che le cause dell’isolamento in cui è sprofondata con la fine del Rinascimento sono da imputare più alle scelte compiute che alla mancanza di opportunità. Ne è la riprova il fatto che, quando venivano pianificate le tratte ferroviarie che ancora oggi cuciono insieme l’Italia, la Valtiberina è stata sempre scartata in favore di altre zone (la Valdichiana, il Trasimeno, la parte inferiore dell’appennino umbro-marchigiano), oppure semplicemente ignorata perché alcune delle opere di cui si avvertiva il bisogno (un collegamento diretto con la Romagna, per esempio) furono realizzate molto tardivamente.

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La stazione di Arezzo nel 1886. I treni come questo, che partivano dal primo binario, erano diretti a Fossato di Vico

Fu così che, dopo ripetuti no, nel 1886 si giunse all’inaugurazione della Ferrovia dell’Appennino Centrale (F.A.C.), il cui comitato promotore era stato fondato appena otto anni prima, nel 1878. La ferrovia, che collegava Arezzo a Fossato di Vico, se da un lato faceva uscire la vallata dal proprio immobilismo logistico, dall’altro era a tutti gli effetti un contentino. Le ragioni di questa affermazione sono più di una. Tanto per cominciare la linea della F.A.C. era del tutto secondaria all’interno della rete ferroviaria nazionale, della quale peraltro non fece mai formalmente parte: responsabile della sua gestione era infatti un consorzio le cui basi erano costituite da capitali privati. Sul piano tecnico, inoltre, la F.A.C. era a binario unico e scartamento ridotto (detto in soldoni, i binari erano più stretti del 26% rispetto a quelli normali), il che permetteva, sì, di risolvere più agilmente i problemi posti dalla complessa orografia appenninica, ma all’arrivo nelle stazioni di raccordo con la Rete Ferroviaria Italiana (R.F.I), Arezzo da una parte e Fossato di Vico dall’altra (in quest’ultima località esistevano perfino due stazioni distinte), i treni non potevano transitare sui binari a scartamento normale, creando così rallentamenti e disagi durante le operazioni di trasbordo di passeggeri e merci.

Il percorso della Ferrovia dell’Appennino Centrale era lungo poco meno di 134 km e si snodava attraverso l’Umbria settentrionale e la Toscana orientale. Come abbiamo visto, uno dei terminal era il borgo appenninico di Fossato di Vico, una scelta tutt’altro che casuale. Già allora Fossato era infatti una delle stazioni della R.F.I. sulla linea Roma-Ancona, e per la F.A.C. rappresentava il punto di raccordo naturale. Prima di giungere alla stazione di Arezzo e congiungersi alla linea Roma-Firenze, il treno della F.A.C., per tutti il trenino, faceva, tra stazioni e caselli, ben trentuno fermate. Le principali erano in corrispondenza dei centri abitati più grandi: Gubbio, Umbertide, Città di Castello (dove si trovavano le officine sociali e la sede locale della direzione), Sansepolcro e Anghiari. I tratti più impervi erano quello fra le stazioni di Mocaiana e di Monte Corona, e quello fra le stazioni di Anghiari e Arezzo: in essi il trenino percorreva parecchi chilometri in mezzo a strette valli boscose scarsamente popolate, dove i torrenti e i dislivelli imponevano la costruzione di ponti, rampe e parecchie gallerie. Quasi la totalità di queste si trovava nel secondo dei due tratti, passante per la valle del torrente Cerfone: fu infatti l’ultimo a essere completato, ma anche quello che richiese il dispendio più grosso in termini di tempo, uomini e risorse (per la pericolosità rappresentata dei suoi dislivelli, nello spezzone compreso fra Arezzo e Palazzo del Pero venne introdotto un sistema di controllo della velocità). In compenso esistevano anche tratti pianeggianti dislocati, pure questi, in due aree ben distinte: la valle di Gubbio, da Branca a Mocaiana, e la valle del Tevere, da Monte Corona ad Anghiari, una valle ampia e lunga più del doppio rispetto alla precedente, dove la ferrovia passava il fiume in tre punti soltanto.

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Il tracciato della F.A.C. con le località più importanti in evidenza

L’intero percorso veniva coperto in tempi diversi a seconda della direzione: poco meno di cinque ore da Arezzo a Fossato, e circa cinque ore e mezzo da Fossato ad Arezzo. Il tempo in più serviva a rifornire la locomotiva di acqua e carbone (prima del passaggio al diesel, il sistema di trazione era a vapore), in quanto i convogli che provenivano da Fossato — a differenza di quelli provenienti da Arezzo, per i quali era previsto il cambio della locomotiva a Città di Castello — erano gli unici a percorrere tutta la linea. Nel 1936 fecero la loro comparsa le prime automotrici diesel, le quali, garantendo una velocità massima di 70 km/h rispetto ai 35 km/h di prima, abbatterono sensibilmente i tempi di percorrenza.

Malgrado quelli che i pendolari di oggi considererebbero autentici disagi, la popolazione dell’Alta Valle del Tevere trasse da subito importanti benefici dal passaggio della ferrovia. Gli spostamenti divennero più rapidi e più comodi per tutti, le merci poterono circolare molto più rispetto al passato, e per gli abitanti della parte toscana significò anche poter andare e venire dal proprio capoluogo in giornata. Per fare la stessa cosa, i loro corrispettivi umbri dovettero invece attendere fino al 1915, quando la F.A.C. venne agganciata, all’altezza della stazione di Monte Corona, dalla Linea Centrale Umbra, costituendo il primo — ma pur sempre tardivo — collegamento ferroviario tra Perugia e i comuni della Valtiberina umbra.

La Ferrovia dell’Appennino Centrale rimase attiva cinquantotto anni. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale i bombardamenti tanto dei tedeschi quanto degli Alleati arrecarono danni gravissimi al suo tracciato, causando ripetute interruzioni ai convogli. Le stazioni stesse vennero prese di mira. Emblematico è il caso di quella di Arezzo, completamente distrutta dagli intensi bombardamenti che si abbatterono sulla città nel dicembre del 1943: furono così devastanti che il trenino smise di raggiungere il proprio capolinea sei mesi prima della soppressione del servizio.
In generale fu l’intera linea della F.A.C. a essere gravemente danneggiata. Binari, ponti, stazioni, convogli: tutto ciò che finiva a tiro degli aerei veniva fatto saltare in aria. A fronte di una situazione simile, il 18 giugno 1944 il Ministero dei Trasporti dispose l’interruzione definitiva del servizio, e un anno dopo, con l’ordine di servizio n. 1 del 22 maggio 1945, la Società diede comunicazione che la ferrovia, visti gli ingenti danni subiti, non sarebbe stata ricostruita, ma che il personale licenziato avrebbe goduto di una «preferenza alla riassunzione per l’Esercizio della Umbertide-Sansepolcro».

galleria trenino
Ex galleria della F.A.C. in località Val de’ Gatti, nei pressi di Anghiari

Già allora i documenti governativi stavano dunque facendo emergere una volontà precisa: quella di ripristinare, in un futuro più o meno lontano, soltanto il collegamento fra i due vertici della Valtiberina e di convertirlo, magari, allo scartamento normale. L’ipotesi di ricostruire l’intera linea venne abbandonata fin dall’inizio, col risultato che le comunità delle valli appenniniche — più impervie da raggiungere e proprio per questo ancora più bisognose — tornarono al loro isolamento. Tra queste comunità c’era anche Gubbio. Se infatti i centri altotiberini vennero di nuovo collegati nel 1956 grazie al prolungamento fino a Sansepolcro della Linea Centrale Umbra, Gubbio rimase tagliata fuori da ogni relazione ferroviaria. Nei periodi successivi questa deficienza infrastrutturale non è mai stata risolta, e ancora oggi Gubbio, con i suoi trentamila abitanti e il suo turismo, è servita soltanto dalla strada gommata (credo infatti che non sia sufficiente che l’attuale stazione di Fossato di Vico ospiti nella propria segnaletica anche il nome di Gubbio, è un compromesso che funziona poco e male: la distanza fra le due località è di oltre venti chilometri!).

La F.A.C. è stata una delle pochissime linee ferroviarie dell’Italia Centrale distrutte durante la Seconda guerra mondiale a non essere ricostruita. Fu una scelta dettata dal disinteresse, dalla mancanza di opportunità e di risorse o dal mero calcolo sulla convenienza? Credo che nessuno di questi fattori debba essere scartato, anche se penso che la gestione privata della ferrovia abbia fatto scivolare agli ultimi posti la sua eventuale ricostruzione da parte della R.F.I., già oberata dal ripristino della propria rete ferroviaria.

Dopo pochi anni dalla chiusura, della Ferrovia dell’Appennino Centrale rimaneva ben poco. I materiali vennero riciclati nella ricostruzione dei paesi e delle case, le locomotive furono vendute a ditte private, la vegetazione si riappropriò del vecchio tracciato e iniziò a minacciare i vecchi caselli di campagna, sebbene molti dei quali, oggi, siano stati recuperati e trasformati in abitazioni private.

libro

Se questa storia vi ha interessato, potrete trovare maggiori informazioni nel volume di Mariano Garzi e Piero Muscolino La Ferrovia dell’Appennino Centrale – Linea Arezzo-Fossato, ricco di fotografie d’epoca e documenti. Purtroppo la seconda edizione di quest’opera (2002) è fuori commercio già da molti anni, e l’editore, al momento, pare non avere intenzione di ristamparla. Se sarete più fortunati di me, potreste trovarla in qualche mercatino dell’usato: io l’ho cercata a lungo, ma finora l’unica che sono riuscito a stringere fra le mani è la copia della biblioteca comunale di Anghiari.

L’Italiano prima degli italiani: alle origini della nostra letteratura, parte 1/2

Di Gian Luca Nicoletta

 

Vi siete mai chiesti dove ha avuto origine la nostra letteratura nazionale? Vi siete mai posti domande del tipo “ma chi sarà stato il primo poeta italiano?”, “dove sarà nata la nostra letteratura?”
Ebbene, in caso vi foste fatti domande del genere ma non avete avuto fortuna con le risposte, o se dubbi amletici di tal foggia non vi abbiano mai sfiorato, oggi sono qui per aiutarvi con la soluzione.

Ho deciso di dividere questo discorso in due articoli, poiché la faccenda si presenta non priva di precisazioni necessarie. La prima riguarda la definizione di lingua italiana, poiché questa riduce in maniera troppo semplicistica le reali sfaccettature che hanno reso tanto ricca la nostra lingua. Ho scritto nella prima riga “letteratura nazionale“, il quale è un termine che, per il discorso che affronteremo, è caratterizzato da diverse insidie. Utilizzando l’aggettivo “nazionale” faccio implicito riferimento a una nazione, l’Italia, e questa sappiamo che ha visto la luce nel 1861, grazie all’Unità.
Prima di questa, molto prima di questa, in realtà, la nostra letteratura aveva già conosciuto periodi di splendore indiscussi. Altrimenti come considereremmo Dante, Leopardi, Goldoni, Alfieri, Vico etc. se non, appunto, autori italiani?

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Quindi è bene correggere quanto sopra ho scritto: sostituiamo letteratura nazionale con letteratura in lingua italiana.
Questa soluzione vi sembra più adatta? Forse sì, ma sappiate che le insidie ancora non sono terminate: se consideriamo la letteratura italiana come quell’insieme eterogeneo di prosa e poesia scritto da autori e autrici nati e cresciuti nella nostra penisola e che ne parlano la lingua… beh, potremmo correre il rischio di dire una grande imprecisione. Infatti già dall’Alto Medioevo, circa tra il IX e il X secolo, la penisola italiana altro non era che un vero e proprio ricettacolo di dialetti: siciliano, tosco-umbro, veneziano, fiorentino, milanese, etc. Molti di questi erano caratterizzati da diverse connotazioni linguistiche e grammaticali, dunque come considerare le rispettive opere nell’ambito della definizione di “letteratura italiana”, quando dell’Italiano che intendiamo e parliamo oggi avevano ben poco?

Facciamo allora un altro passo indietro: 476 d.C., cade l’Impero Romano d’Occidente. Dal nord e dall’est Europa giungono le popolazioni comunemente definite “barbariche” che smantellano un’intero apparato statale fino ad allora dominante. Cambia la classe dirigente, cambia la geografia politica (nascono i cosiddetti regni romano-barbarici), cambia la piramide sociale. Le grandi città si svuotano dopo i saccheggi e il grosso della popolazione si muove verso i piccoli centri fuori dalle città. Ha così il via il fenomeno sociale e urbanistico dell’incastellamento: nascono i nostri tipici borghi medievali.
Fino al 476 d.C., la lingua parlata da tutta la società era il latino, seppur sostanzialmente diverso dal Latino dell’epoca di Cicerone e di Augusto. Era un latino del popolo, che non faceva uso di complesse strutture sintattiche e nemmeno di termini propri delle classi più colte. Ricordate che la classe dirigente era stata azzerata, dunque nessuno più si esprimeva nel Latino che oggi troviamo solo scritto sui libri.

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Questo latino popolare si trova esattamente a metà fra il Latino classico e i dialetti dell’Alto Medioevo, e data la sua peculiarità che lo rende in sé definito e diverso dagli altri, oggi viene definito come Mediolatino. Questo, finalmente, è il terreno comune e fertile dal quale tutti i dialetti posteriori hanno attinto prima di svilupparsi nell’arco di circa dieci secoli. A questo antenato, ancor prima che al Latino, fanno capo il siciliano, il toscano, il fiorentino, il milanese etc. Ognuno di questi dialetti, per motivi storici e politici, ha subito influenze diversissime da altre lingue europee, ma tutte si ritrovano ad affondare le radici nel Mediolatino e nel Latino.

Quindi, per chiudere il cerchio e tornare alla primigena definizione di letteratura in lingua italiana, possiamo definire come tale tutta quella produzione di prosa e poesia scritta in uno dei dialetti parlati nella penisola italiana, isole comprese, che ha discendenza diretta dal Mediolatino. In questo modo siamo sicuri di comprendere il 100% della produzione scritta e anche il 100% dei dialetti parlati.
Come vedremo nel prossimo articolo, quello in cui affronteremo direttamente le tradizioni della letteratura, l’Italia del Medioevo è una penisola particolarmente frizzante, sia a livello sociale che politico. L’immaginario del Medioevo quale periodo dei “secoli bui” non avrà nulla a che spartire col periodo in cui hanno vissuto e scritto i veri e propri fondatori della nostra lingua.

Vi do quindi appuntamento alla seconda parte dell’articolo, quando ci ritroveremo nella bellissima Sicilia e lì assisteremo alla nascita della Letteratura!

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Fonte: Il Corriere del Mezzogiorno