La pittura del Novecento, parte X: la mimesis impossibile del surrealismo

Di Andrea Carria

La decima puntata della serie “La pittura del Novecento” (che oggi sono contento di poter finalmente riprendere) ci farà compiere un importante balzo in avanti nel nostro percorso in quanto, con l’articolo odierno, compiremo un autentico giro di boa salutando la prima, densissima, metà del secolo. Per fare un balzo in avanti di questa portata è bene essere preparati; se ve le foste perse, vi rimando quindi agli articoli precedenti (ecco qui i link: #1, #2, #3, #4, #5, #6, #7, #8 e #9), ma soprattutto vi invito a mettervi comodi, a procurarvi una poltrona o un lettino (il perché vi sarà chiaro fra un momento) mentre cominciamo la nostra esplorazione del surrealismo.

Il surrealismo è generalmente considerato la più tarda delle avanguardie storiche: stando infatti alla cronologia, vediamo che il suo primo manifesto venne scritto dal poeta André Breton (1896-1966) solo nel 1924 (per poi redigerne una seconda versione nel 1929), ossia a diversi anni di distanza da quelli delle altre avanguardie, tutte sorte e completamente formatesi entro la fine del decennio precedente. Le ragioni di questo “ritardo”, se così possiamo considerarlo, sono molteplici e di natura diversa, ma analizzarle ci porterebbe davvero troppo lontano e quindi ne vedremo solo qualcuna en passant.
C’è però da dire che il surrealismo così come lo conosciamo è l’espressione, rielaborata, delle esperienze artistiche che lo hanno preceduto (espressionismo, dadaismo, cubismo, metafisica, astrattismo…), oltreché il frutto dell’impegno, da parte della cerchia artistico-intellettuale che orbitava intorno a Breton, volto a tradurre in linguaggio artistico le teorie psicanalitiche di Sigmund Freud.

S. Dalí, “Sogno causato dal volo di un’ape”, 1944, Lugano, Collezione Thyssen-Bornemizsa.

Non era la prima volta che la psicanalisi proiettava la propria influenza direttamente sull’arte; era già accaduto a inizio secolo, in Austria, con Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka, per poi irradiarsi verso il resto dell’area germanica e attecchire in particolare negli ambienti espressionisti di Berlino e delle altre città tedesche interessate dal clima avanguardista. Ma fino ad allora si era trattato di reinterpretazioni libere e molto soggettive le quali, proprio in virtù di questo loro carattere, mettevano in luce delle teorie freudiane solo gli aspetti che interessavano i singoli pittori, ovvero quelli più affini alla loro arte o che potevano rivelarsi loro utili per esprimere certi significati. Con il surrealismo, il cono d’ombra della psicanalisi sull’arte si allargò ai Paesi non germanofoni, dimostrando – dopo decenni di studi, dibattiti, convegni e traduzioni in giro per il mondo – come nel frattempo gli artisti avessero raggiunto un livello di consapevolezza sull’argomento fino ad allora inedito, e che faceva da pendant a un radicamento irreversibile, ormai davvero molto profondo, in seno alla cultura e alla società occidentali (europea in primis, ma anche americana).
Il passo successivo riguardava le modalità dell’espressione artistica nel suo senso più ampio, ed è proprio quello che Breton e il suo manifesto intendevano preparare. Dopo aver contemplato e poi “archiviato” le opere del primo entusiasmo (Klimt, ma anche Schnitzler, Groddeck), dopo aver studiato e approfondito, dopo aver digerito e completamente assimilato concetti psicologici e medici spinosi per gli stessi addetti ai lavori (di cui gli stessi artisti e autori di inizio secolo avevano soltanto potuto iniziare a prendere coscienza), gli esponenti dell’arte postbellica al gran completo – pittori, attori, scrittori, poeti e drammaturghi, ora dotatisi anche di un nuovo manifesto – erano finalmente pronti a tradurre in immagini e in versi meno aleatori, più consapevoli, tutta la portata della rivoluzione psicanalitica.

In pittura, le opere surrealiste mettevano in immagini i contenuti irrazionali e latenti dell’inconscio. Scenari e personaggi raffigurati partivano da una base “realistica” per poi combinare, come avviene nei sogni, gli elementi della composizione in modo innaturale, assurdo, visionario. Una delle più “grafiche” fra le avanguardie (nel senso che molti suoi interpreti, come Dalí o Magritte, seppero resistere all’astrazione delle forme), il surrealismo esprimeva per mezzo di paradossi e tecniche quali l’automatismo psichico importanti significati simbolici che spesso traevano origine dalla sfera sessuale umana. Appropriandosi del linguaggio del sogno, le loro opere si popolarono di contenuti rimossi, di riferimenti sessuali che la censura operata dalla coscienza poteva ammettere solo sotto mentite spoglie. Da questo punto di vista, osservando certe opere, verrebbe da dire che il surrealismo avesse rimesso le “braghe” ai nudi discinti ritratti da Klimt, ma in realtà il suo erotismo divenne ancora più acceso e smaliziato. A suggerire questa impressione errata è la necessità di interpretare l’opera, proprio come, interpretando un sogno, è possibile scoprire un coito nell’immagine di qualcuno che addenta una mela. Un dipinto molto famoso che mi viene in mente da prendere come esempio è La vestizione della sposa di Max Ernst (1939-40), un’opera davvero densa di significati sessuali (e non solo) nascosti dietro a un’accurata simbologia e a pose classicheggianti.

M. Ernst, “La vestizione della sposa”, 1939-40, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim.

Mi spingo inoltre a dire che, da una certa prospettiva, il surrealismo è stato l’ultima, grande corrente mimetica dell’arte del Novecento. Se infatti consideriamo il sogno come un oggetto sensibile al pari di una natura morta, un paesaggio o addirittura una battaglia, ovvero come un qualsiasi altro fenomeno in grado di essere esperito (cosa che del resto facciamo quasi ogni notte), allora possiamo anche affermare che quella surrealista, nel suo sforzo di rappresentare i contenuti onirici sulla tela, è stata un’arte mimetica di interesse e valore indubbi, che aveva la particolarità (la difficoltà, se si vuole) di raggiungere il proprio modello naturale solo facendo una passeggiata nei sogni anziché all’aria aperta.

Tutto questo non ha però interessato l’arte surrealista come se fosse stata un blocco unitario. Come la maggior parte delle avanguardie, anche il surrealismo è stato un movimento artistico variegato al suo interno e dalla geografia ampia, distesa su buona parte dell’Europa Occidentale (Francia, Germania, Spagna, Belgio) fino agli Stati Uniti e all’America Latina. Per esempio, nelle opere di Salvador Dalí l’aspetto onirico (il quale passa anche attraverso l’intermediazione della metafisica dechiricana), fortemente calcato, si abbina al figurativismo; stessa cosa, ma con peculiarità diverse da artista ad artista, la si riscontra anche nel tedesco Max Ernst (1891-1976), pittore con un profondo sguardo teoretico, e nel belga René Magritte (artista molto prolifico, amante dei giochi di parole e dei paradossi grafici), ma non è stato così per tutti gli artisti; molti altri, come ad esempio Joan Miró (1893-1983) o Yves Tanguy (1900-1955), virarono decisamente verso uno stile più astratto o, ancora meglio, non figurativo.

Juan Miró, “Arcobaleno e Poetessa”, 1940, New York, Museum of Modern Art.

Benché nato relativamente tardi, il surrealismo fu una delle avanguardie più longeve. Sopravvisse alla Seconda guerra mondiale e continuò a imporsi sulla scena artistica e culturale dell’immediato Dopoguerra finché non venne spodestato da correnti e scuole di pensiero più giovani. Lasciò un’impronta profonda in vari campi: da ricordare sono quella sulla scultura (da Alberto Giacometti fino alla rivisitazione dei ready-made duchampiani quali Telefono aragosta di Dalí o gli inquietanti manichini scomposti di Hans Bellmer), sul teatro, sul cinema e sulla letteratura.
Per quanto riguarda quest’ultima, il surrealismo fu una corrente vera e propria con i suoi dogmi e le sue tecniche (fra quest’ultime, ricordo la scrittura automatica, già in voga nei circoli spiritici, e i cadavre exquis, utilizzati tanto nella scrittura che nel disegno), una scuola che forgiò la generazione poetica francese tra le due guerre (Breton, Artaud, Jarry, Éluard, Crevel, Cocteau, Bataille) e che contribuì a formare quella che, tornata la pace, avrebbe risollevato lo spirito del Paese.

Il consiglio bibliografico sull’argomento di oggi dà la parola direttamente ai protagonisti, anzi all’iniziatore: Il surrealismo e la pittura di André Breton (Abscondita, 2018) raccoglie alcuni scritti teorici del fondatore del surrealismo; un’esperienza di lettura che porta con sé il sapore di un’altra epoca, un’epoca in cui le cose possedevano ancora un lato insondabile e l’arte era quel ponte che, negli animi più sensibili, serviva ancora a mettere in dialogo scienza e superstizione.

*Immagine in copertina: R. Magritte, L’uso della parola I, 1928-29, New York, collezione privata.

Un classico per il 25 dicembre: il “Canto di Natale” di Charles Dickens

Di Gian Luca Nicoletta

Nei momenti di maggiore incertezza, quando il mondo che conosciamo si trova di fronte a un cambiamento generazionale imposto da motivazioni esterne come quello che stiamo vivendo dall’inizio del 2020, trovo confortante l’idea di una lettura che sia in grado di ricondurci alla nostra infanzia, quando tutto ci sembrava fermo, certo e immutabile nella sua statica presenza – nonostante quella presenza ci sembrasse allora così opprimente da far scaturire in noi una voglia di maturità che oggi, vigliaccamente, saremmo tentati di rinnegare.

La lettura che vi presento oggi è il grande classico della letteratura inglese natalizia: il Canto di Natale, o A Christmas Carol che dir si voglia, di Charles Dickens. La versione che ho io è quella del 2014 in inglese della Usborne Illustrated Originals ma, data la fama mondiale di quest’opera, oggi mi concentrerò su una disamina multi-mediale, cioè concentrandomi sui differenti mezzi di comunicazione grazie ai quali il racconto di Dickens è diventato un caposaldo della letteratura per l’infanzia e, più in generale, della poetica del Natale.

In principio c’era il testo.
Come ogni racconto, la culla del Canto di Natale è la carta: prima scritta a mano (siamo nel 1843) e poi stampata. Il supporto cartaceo del testo, particolarmente in un racconto pensato per i bambini, rappresenta il perfetto strumento per rispondere alle esigenze sociali e culturali dell’epoca. È bene ricordare, infatti, che nel XIX secolo la lettura esplicitava le proprie funzioni su due livelli: quello della lettura individuale e quello della lettura collettiva.
Il primo dei due, più recente nella genesi è oggi del tutto dominante, agisce sulla nostra sensibilità e sulla percezione che abbiamo del mondo che ci circonda e del modo di interpretarlo, di leggere i suoi segni.
Il secondo, oggi ridotto a sporadiche apparizioni, è stato quello che ha segnato generazioni e generazioni di ascoltatori prima che di lettori: il libro era un fatto sociale prima ancora che un oggetto dell’intimo come è oggi. Questo Dickens lo sapeva e, nel realizzare la sua opera, ha praticato un ribaltamento delle prospettive adottate, dal testo al pubblico e dal pubblico al testo. Se prendiamo, a titolo di esempio, la possibile dinamica durante una lettura pubblica di Mansfield Park di Jane Austen, dovremmo riconoscere che la prospettiva si muove dall’intimo di Fanny per arrivare all’intimo dell’eventuale pubblico, di ogni singolo spettatore. Nel Canto di Natale, invece, la prospettiva parte dall’intimo di Ebeneizer Scrooge per arrivare alla dimensione collettiva dell’intero pubblico.

Secolo nuovo, tecnologie nuove.
Con l’avvento del 1900 e il prepotente ingresso, nella comunicazione pubblica, di strumenti portentosi quali la cinepresa e, successivamente, la radio, ciò che prima era testo perde la sua componente più pesante per restare solamente corpo immateriale: voce, immagine. Facendo una semplice ricerca, infatti, possiamo scoprire che i primi adattamenti cinematografici del Canto di Natale vengono prodotti già nella prima decade del 1900. La dimensione pubblica della rappresentazione ancora permane, questo è evidente, ma ciò che deve necessariamente essere registrato è un restringimento della connessione pubblica all’interno dello stesso pubblico. Per meglio dire: dal momento che al posto di un lettore (un attore o chi stesso ha scritto l’opera) ci troviamo davanti a un telo sul quale vengono proiettate delle immagini o davanti a una scatola che emette solo dei suoni, viene a mancare un pezzo fondamentale della dinamica performer-pubblico. L’uditorio, pur nella sua molteplicità di elementi, si trova da solo e scivola non volente in una nuova dimensione individuale. Non c’è scambio, non c’è intesa né sintonia con chi enuncia le parole che formano il testo.

2001, odissea nello spazio (filmico).
Il nostro secolo, per chiudere questa rapida carrellata, è quello dei film in 3D. Il supporto cartaceo è diventato quasi del tutto inesistente e, allo stesso modo, la dimensione collettiva dell’esperienza del racconto. Anzi, la stessa dimensione individuale viene a sua volta schiacciata da un’altra ancor più ristretta, quella immersiva.
All’inizio ci trovavamo seduti in mezzo a una platea e ascoltavamo un attore, poi ci siamo trovati da soli, seppur insieme ad altre persone che a loro volta erano da sole, nel rapportarci a una macchina e, infine, siamo stati catapultati addirittura dentro alla macchina stessa. Quella che in principio era un’esperienza interamente legata al mondo immaginativo ora è prerogativa assoluta del mondo fisico: l’uso della fantasia viene drasticamente ridotto per implementare, al suo posto, l’intervento dei cinque sensi; a partire dalla vista. Particolarmente efficace fu, nel 2009, la versione in performance capture diretta da Robert Zemeckis e, tra i notabili, Jim Carrey e Gary Oldman.
Ciò non vuol dire che il progresso tecnologico ci ha condotti verso un’evoluzione sempre più asettica del nostro rapporto con la lettura (ricordo tonanti profezie che annunciavano la fine della civiltà per mano dell’ebook, cosa che non è successa), ma ciò che è indubitabile è che qualcosa è cambiato e siamo stati proprio noi a cambiarlo.

Attraverso questi sconvolgimenti sociali e culturali, tuttavia, un elemento rimane e rimarrà: il contenuto. Ciò che ci fa viaggiare con la fantasia e immergere in nuovi mondi restando fermi dove siamo. La tecnologia, nella mia visione modesta e parziale, altro non è che un supporto, qualcosa che veicola il contenuto del testo e, grazie al quale, possiamo conoscere e comprendere che cosa ha reso Scrooge così arido, qual è la metafora celata dietro ai tre Fantasmi del Natale passato, presente e futuro, qual è lo spirito che caratterizza l’aspetto più laico di una festività che, in concomitanza con la fine di un anno, ci fornisce gli strumenti per guardare più in là, attraverso la nebbia dell’incertezza che viviamo quotidianamente.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte IV: Camilleri, “Le scarpe nuove” e “La rivelazione”

Di Gian Luca Nicoletta

Con oggi portiamo avanti la nostra serie sulla vita in Sicilia (qui trovate le puntate precedenti #1, #2 e #3) e ci avviciniamo alla conclusione del primo filone. I racconti che vi presento oggi hanno come filo conduttore la Seconda guerra mondiale e i rovesci di fortuna che possono intercambiarsi nell’arco della nostra esistenza. Dunque cominciamo!

Il primo dei due racconti, intitolato Le scarpe nuove e ambientato nel 1939, vede come protagonista la famiglia Sgargiato. Loro sono cinque: Bartolomè e Assunta che sono marito e moglie e i loro tre figli, Jachino, Ngilino e Catarina.
Gli Sgargiato vivono sulla montagna del Crasto, la quale si trova fuori dal centro storico di Vigàta, e lì coltivano le due salme di terra sulle quali sorge anche la loro piccola casetta. Ogni giorno Bartolomè si alza alle quattro e, aiutato dai figli maschi, carica l’asino di tutti i prodotti del loro orto per scendere in paese e venderli.

Accade un giorno che l’asino, ormai molto vecchio, muore e dunque Bartolomè ne deve comprare uno nuovo con i pochi risparmi che la famiglia è riuscita a mettere da parte. In questo modo entra in scena Mussolini, detto Curù, ovverosia il nuovo somaro dei Sgargiato.
All’inizio la famiglia non va affatto d’accordo col somaro: è lento, pigro e soprattutto ha il brutto vizio, tipico, di piantarsi in mezzo alla via proprio nei momenti meno adatti. Dei cinque componenti della famiglia, l’unico che va d’accordo con l’animale è Jachino, che non prende mai parte alle ingiuste sessioni di bastonate che i Sgargiato gli riservano periodicamente . Lui, al contrario, ci parla e gli dà da mangiare e da bere.

Durante la festa di San Calogero, uno dei tanti Calogero che ci sono, come precisa a un certo punto il narratore, mentre gli Sgargiato sono in giro per il paese a guardare le bancarelle o a bere un bicchiere di vino, il solo a essere rimasto con Curù è proprio Jachino: insieme attendono il loro turno per entrare in chiesa e, come da tradizione, scaricare dall’animale tutto il pane preparato appositamente per la festa.
Qui accade il primo miracolo: Jachino vorrebbe comprarsi delle belle scarpe nuove, ma purtroppo sono molto care. Dopo essersene andato e aver lasciato il pane in chiesa, Curù sputa dalle fauci un borsello pieno di soldi grazie ai quali, contento come un bambino, Jachino può comprarsi le sue scarpe.

Il secondo miracolo si verifica qualche anno dopo: tutta la famiglia fatica assai per tirare fuori l’acqua da un pozzo, lavoro necessario per irrigare l’orto. Dopo essersi spaccati la schiena per diversi giorni, una mattina Curù si piazza vicino alla pesante leva della pompa installata vicino al pozzo e, con gran facilità, la addenta facendola muovere e, in questo modo, facendo arrivare abbondante acqua all’orto.

Il terzo miracolo si verifica a metà del 1943: gli Alleati stanno liberando la Sicilia e ciò comporta numerosi bombardamenti. Jachino è partito tempo addietro per la leva e, durante la guerra, non si è saputo nulla di lui. Un giorno, mentre Bartolomè stava lavorando l’orto con Ngilino e Assunta e Catarina erano in casa, Curù inizia a ragliare festoso e si precipita sul sentiero che porta a Vigàta. Tutti pensano che abbia sentito il ritorno di Jachino e, contenti e trepidanti, lo seguono di corsa. Un momento dopo aver preso la stradina, una bomba cade vicino alla casa distruggendola per metà.
Curù ha salvato tutta la famiglia.
Nell’esplosione, però, va persa una delle due scarpe nuove che Jachino aveva comprato grazie a Curù e che purtroppo, a causa del lavoro nei campi e della partenza per la leva militare, non aveva ancora mai messo.
Riuscirà a indossarle, infine?

Il secondo racconto, La rivelazione, ci propone uno spaccato di vita della sezione del PCI di Vigàta. A guerra finita, tutte le organizzazioni che sotto il fascismo erano state dichiarate illegali – partiti politici in testa – riprendono la loro attività. Fra queste c’è la sezione di Vigàta, all’interno della quale tutti i tesserati stanno aspettando con grande trepidazione il rientro del più fervente dei loro componenti: Luigi (Luici) Prestìa.
Questi, comunista inossidabile, fu dapprima arrestato e poi mandato al confino accumulando in questo modo un’assenza da casa di ben dieci anni. Come giunge in paese la notizia della sua liberazione a opera degli americani, che comunque vengono criticati da Prestìa in quanto capitalisti, il corpo degli attivisti di Vigàta ha già le idee chiare: aspettare il ritorno di Luigi per nominarlo Segretario della sezione locale. Il tempo passa, ma Luigi non torna:

«Arrisultò che Prestìa, appena che si era fatto persuadiri d’essiri libbiro, era annato ‘n casa dell’ex segretario fascista di Lipari e l’aviva pigliato a càvuci. Era stato arristato e cunnannato a un anno di càrzaro. “E alluri che minchia di liberazioni è?” aviva addimannato ai carrabbineri che l’ammanittavano.»

Passa un altro anno e Lugi continua a farsi arrestare di nuovo, e di nuovo, e di nuovo, tanto che alcuni suoi compagni cominciano a sospettare una cosa: Luigi non vuole essere libero perché non vuole tornare a Vigàta. I suoi amici cominciano a indagare su quali possano essere le cause: quella che si fa strada all’inizio è che Luigi, in tempi precedenti all’arresto, si era fatto trovare dalla moglie a letto con altre due ragazze così che lei, Nunzia, dopo avergliene sonoramente cantate quattro, gli abbia promesso di finire il lavoro dopo la sua scarcerazione.

I due protagonisti del racconto, Tararà e Turiddruzzo, dopo aver battuto quella strada, non senza un interessante guadagno per uno dei due, continuano le ricerche e arrivano a coinvolgere persino il senatore Pasqualotto che per primo aveva comunicato a Luigi che entrambi erano stati liberati. Il senatore, nel ripercorrere insieme ai due i fatti salienti della vicenda, fa emergere un fatto nuovo: non essendo più tornato a Vigàta, Luigi non ha potuto rinnovare la tessera del partito, dunque non può diventarne il segretario. Il Partito ci farebbe una pessima figura se un senatore si spendesse per qualcuno che non è più un iscritto, e dunque il senatore rinuncia a prendere parte all’avventura.

L’ultima tappa da prendere in considerazione, l’estrema ultima spiaggia per dei comunisti che avevano fatto la guerra, è rivolgersi al prete. Questi, dall’alto della sua pia conoscenza del mondo e dei fatti degli uomini, afferma in tutta franchezza che, nel corso dei dieci anni passati lontano da casa, Luigi si sia ravveduto e abbia finalmente compreso la vacuità di tutta l’ideologia comunista e che, dunque, non abbia alcun interesse a tornare per guidare un partito nel quale non si riconosce.

La risposta a questo mistero, la vera rivelazione cui rimanda il titolo, sta scritta appena qualche pagina dopo e, nel pieno rispetto delle dinamiche camilleriane, è tutta da scoprire e da gustare.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte II: Camilleri, “Di padre ignoto” e “Un giro in giostra”

Di Gian Luca Nicoletta

Col secondo appuntamento della nostra nuova serie siciliana prosegue il viaggio nel tempo nella Vigàta del secolo scorso. I due episodi che vi presento oggi, sempre presi da quelli usciti con “La Repubblica“, si intitolano Di padre ignoto e Un giro in giostra.

Il primo episodio, ci troviamo nel 1910, è divisibile in due parti che potremmo etichettare, con gusto petrarchesco, “in vita di Amalia” e “in morte di Amalia”. Protagonista della prima parte è, infatti, la giovanissima Amalia Privitera, una bella bambina di sei anni. Un anno il parroco di Vigàta, padre Costantino, chiede il permesso ai genitori di Amalia per poterle fare impersonare la Madonna nel presepe vivente che vuole allestire per quel Natale. Il giorno della rappresentazione, tanta è la meraviglia di tutti i vigàtisi scaturita dalla bellezza della bimba, che molti di loro iniziano a confessare i propri peccati ai piedi della piccola. Da quel momento, Amalia sarà conosciuta da tutti come “la Madunnuzza”.

Gli anni passano, Amalia si fa sempre più bella per a causa di un violento temporale i suoi genitori muoiono e così la giovane ragazza rimane orfana. Viene cresciuta dalla nonna Nunziata e dallo zio Duardo, del quale ci viene dato un ritratto che lascia poco spazio alla fantasia:

«Duardo era uno sdisbosciato buttaneri senz’arti né parti, che mai nella sò vita aviva avuta la minima gana di travagliare e che aviva macari il vizio del joco d’azzardo. E il bello era che pirdiva sempri.»

Con lo zio Duardo, Amalia scopre forse il lato più meschino degli uomini adulti: la loro voglia carnale. La ragazza infatti riceve le periodiche “visite” notturne da parte dell’uomo e, nella mia personale interpretazione del testo, questo fatto segnerà tutto lo sviluppo psicologico della ragazza.

La seconda parte del racconto è ambientata nel 1950 e il protagonista stavolta è Benvenuto Privitera, figlio di Amalia e “di padre ignoto”. Il ragazzo, nato in concomitanza di una disgrazia, cioè la morte della madre a seguito di una brutta caduta in un pozzo, torna a Vigàta perché i cambiamenti progettati nel nuovo piano regolatore interessano direttamente la casa e il terreno che furono di sua madre. In quest’occasione, curiosando per casa e rovistando tra vecchie foto, Benvenuto scopre alcuni fatti su sua madre, in particolare una nota nella quale la donna aveva riportato un calendario settimanale e i nomi di diversi uomini.

Ripercorrendo la sua breve storia familiare, grazie soprattutto ai benevoli abitanti di Vigàta che lo accompagnano nei luoghi che furono di Amalia, Benvenuto trova una comunità accogliente, ricca di storie piacevoli e dove il ricordo di sua madre brilla quasi a ogni angolo.
Da che era cresciuto orfano, il giovane Benvenuto conoscerà il caldo abbraccio di ben cinque padri adottivi, tra i quali uno sarà più caldo degli altri.

Il secondo racconto si intitola Un giro in giostra e ci mostra la storia di Benito “Nito” Cirrincione, professore di latino e greco.
Benito è nato a Vigàta e la sua salute è stata sempre molto cagionevole. I continui malanni sin dalla più tenera età lo hanno segnato tanto nell’aspetto fisico che nello spirito.
Durante la seconda guerra mondiale, Benito perde il padre e così sua madre, la signora Concetta, è costretta a prostituirsi per far sì che sulla tavola non manchi mai il cibo per il figlio. Una bella notizia arriva qualche anno dopo, quando sua madre parte col signor Pirrotta (sicuramente parente del dottor Pirrotta che appare nel racconto precedente) il quale, vedovo e senza figli, le ha chiesto di sposarla. L’uomo fa il commerciante, ha una posizione economica ben salda e questo permetterebbe a Concetta e a Nito di vivere una vita tranquilla e senza preoccupazioni. Nito nel frattempo è cresciuto e, godendo della generosità di Pirrotta, può trasferirsi in un appartamento di proprietà a Palermo per frequentare l’università.

La vita di Nito passa tranquillamente ma un grande vuoto lo perseguita: è un vuoto d’amore, la profonda necessità di avere qualcuno da amare. Il suo aspetto purtroppo non gioca a favore: è molto secco, sta già perdendo i capelli, e neanche il suo savoir fare è dei migliori. La solitudine si conferma come il tratto caratteristico di Nito, il quale diventa un unico corpo con l’appartamento a Palermo e da cui osserva la vita farglisi sempre più stretta intorno.

In età ormai adulta, alla soglia dei sessant’anni, Nito fa un incontro del tutto inaspettato e un grande sconvolgimento emotivo prende il suo cuore: finalmente si innamora. Ha conosciuto una ragazza, molto giovane e molto bella, che perde la testa per lui. Il suo cuore e il suo cervello fanno a botte per cercare di sbrogliare la matassa e capire cosa stia succedendo, quando infine il cuore ha la meglio e riesce a liberare Nito da tutte le sue paure, facendolo proprio su una giostra con i cavalli che condurrà all’epilogo del racconto.

Fonte: La Repubblica

Questi due racconti ci mostrano, tra le ironie a volte caustiche della lingua di Camilleri, uno degli aspetti più scuri della vita di Vigàta e della vita in generale: quanto gli esseri umani si approfittino l’un dell’altro. Lo sfruttamento sessuale assurge a campione di tutti i vizi: non si fanno sconti alla condizione di bisogno, alla giovane età, perfino alla parentela. I rapporti di potere si determinano anche in questo modo e la dinamica si ripete tanto fra i vigàtisi umili come fra quelli più illustri.
Il mosaico che abbiamo iniziato a ricostruire col primo articolo si arricchisce sempre di più e ci parla della Sicilia oscura, la quale diventa chiara metafora del nostro mondo.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte I: Camilleri, “La Trovatura” e “La Congiura”

Di Gian Luca Nicoletta

Con oggi inauguriamo un nuovo filone tematico de Lo Specchio di Ego il quale, come avrete capito dal titolo, è dedicato alla Sicilia. Vedremo le caratteristiche di questa magnifica terra attraverso tre gruppi di opere: inizieremo da Le storie di Vigàta di Andrea Camilleri (le quali sono in uscita settimanalmente con “La Repubblica“), poi faremo un passo indietro e approderemo nei luoghi dei Malavoglia e di Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga, e infine chiuderemo facendo un’ulteriore tappa nella Sicilia immediatamente post-unitaria, quella descritta nell’Inchiesta omonima di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino.

Cominciamo con i primi due racconti della raccolta Le Storie di Vigàta di Camilleri: La Trovatura e La Congiura.
Ci troviamo a Vigàta, celebre località siciliana nata dalla fantasia di Camilleri e che vede svolgersi le appassionanti indagini del commissario Montalbano.
Nel primo racconto vediamo che, un sabato mattina del 1939, tutte le strade sono coperte da manifesti che annunciano l’arrivo della maga di Zammut, Arsenia. La maga starà nel paesino solo per pochi giorni e così tutti i vigàtisi sono invitati a venire a consulto per farsi predire il futuro da questa eccezionale “chiaromante chiaroviggenti”. La cittadinanza accoglie in maniera molto fredda la nuova venuta, salvo poi ricredersi dopo che Arsenia dimostra la potenza delle proprie doti quando, durante un consulto con la signora Rosa Indelicato, prodigiosamente le dà i numeri per un terno sulla ruota di Palermo.

In questo modo, nel giro di una notte, la camera dell’albergo dove la maga alloggia e riceve diventa il centro non solo del paese, ma quasi di tutta la provincia di Montelusa. La stanza di Arsenia (che poi rivela essere Caterina il suo vero nome) si trasforma nel sancta sanctorum dove tutti gli abitanti manifestano i loro più profondi desideri, uno solo per volta e al prezzo di cinque lire. Caterina viene a conoscenza di cosa muove Vigàta e la provincia, ma in lei non c’è animo di truffatrice. Fa degli intrighi, certo, inganna e raggira, ma puntando alla felicità di chi davvero la merita: gente disgraziata, povera, cui i magici poteri divinatori di Arsenia possono essere realmente d’aiuto. Il giro di nomi e fatti della vita si chiude quando giunge la rivelazione della trovatura, un tesoro, nascosto in un orticello abbandonato e lontano da tutti e che Don Milluso, il ricco e mafioso del posto, vuole per sé. Il tesoro da cosa è composto? Oro, gioielli forse? Questa trovatura è senza dubbio una grande metafora, cui Camilleri dà, di volta in volta, un valore diverso per ciascuno dei suoi personaggi.

Il secondo racconto si intitola La Congiura, e cronologicamente si colloca un decennio prima dei fatti della Trovatura. Coprotagonista, assieme a Gaetana Buccè, è Francesco “Ciccino” Firrera, detto Beccheggio. Un uomo che ci viene descritto icasticamente così:

«Ciccino Firrera era un quarantino abbunnanti accussì laido da fari spavento. Piluso come a ‘na scimmia, la fronti vascia, con un occhio a Cristo e l’altro a San Giuvanni, àvuto sì e no un metro e cinquanta, la tistuzza nica nica da lucertola supra alla quali c’era ‘na tali massa di capilli nìvuri e ricci da pariri un cappeddro, aviva un paro di gamme accussì ad arco che quanno caminava pariva preciso ‘ntifico a ‘na navi che beccheggiava.»

Insomma, certamente non un fotomodello…
Il fatto che stupisce la signora Buccè è che Ciccino, all’apparenza rispettosissimo delle signore che frequenta per via della professione di sarto che svolge con inimitabile professionalità ed efficienza, pare nasconda l’animo di un focoso amatore, in grado di soddisfare le voglie di tutte le donne che frequenta, chiaramente in termini extraconiugali. Ma ciò che invece allarma Gaetana, la quale pure ha tentato di sedurre Ciccino ma con scarsi risultati, è aver notato che il sarto porta sulla via del peccato solo le donne i cui mariti ricoprono importanti ruoli nell’organizzazione del partito fascista locale. La moglie del console, la moglie del vicesegretario e così via. Possibile che Ciccino abbia ordito un piano, una congiura appunto, per macchiare d’infamia tutto il partito di Vigàta, sostenuto dai comunisti? La donna, da sempre pronta a denunciare misfatti di questo tipo, tanto che ricopre il ruolo di “Segretaria della sezione femminile fascista di Vigàta”, omonima femminile del ruolo che ricopre suo marito, indaga con l’aiuto di alcune sue amiche fino a scrivere una lettera alla Federazione per denunciare il fatto.
L’epilogo delle indagini, racchiuso in poche righe, non tradirà la tensione tenuta lungo tutta l’arco della narrazione.

Dalla lettura di questi due primi racconti possiamo già evidenziare alcuni elementi importanti per una interpretazione complessiva:
1) il mondo di Vigàta ruota attorno ad alcune figure sociali di riferimento, che possono essere caricate di significato positivo o negativo. Possiamo prendere a titolo di esempio, rispettivamente per ogni racconto, Arsenia/Caterina in chiave positiva e Don Paolino Milluso in quella negativa; mentre nel secondo episodio abbiamo Ciccino e Gaetana Buccè;
2) le donne del mondo di Vigàta sono donne molto forti. Il loro ruolo sociale rispecchia quello della società del tempo, dunque sono tutte dipendenti da una figura maschile di fatto dominante, ma nell’ambito domestico o comunque nell’ambito di tutto ciò che non arriva alle orecchie dei maschi, le donne agiscono e lo fanno con determinazione. I personaggi femminili sono tendenzialmente guidati da stimoli che ricadono sul sé: cercano di riparare un torto subito o causato, cercano di rendersi indipendenti, cercano di affermare la propria posizione nel loro ambiente; i personaggi maschili invece tendono alla dominazione sugli altri: vogliono la terra, vogliono i soldi, vogliono la donna d’altri.

Con questo articolo abbiamo iniziato a spolverare un vecchio mosaico, fatto di mare e sangue, di agrumi e invidia, un mosaico di una terra affascinante che col tempo è diventata un vero e proprio personaggio della letteratura italiana.

10 libri per l’estate: come affrontare il caldo fuggendo altrove

Di Gian Luca Nicoletta

Sia che decidiate di partire o di trascorrere le vacanze a casa, ecco per voi un piccolo aiuto per passare il tempo: una lista di 10 libri tra i quali potrete scegliere quello che più fa per voi, per prendere la tintarella in compagnia di una buona lettura.

Sandro Veronesi, Il Colibrì: vincitore del Premio Strega 2020 ed edito da La Nave di Teseo, racconta la storia di Marco, uno spirito particolarmente affine ai fatti del mondo e della vita delle persone che gli ruotano attorno. Proprio come il battito d’ali del colibrì e come il suo movimento, un susseguirsi di alti e bassi, di movimenti rapidi e improvvisi caratterizza la sua vita.

Peter Washington (a cura di), Love Letters: una raccolta di lettere d’amore dei grandi personaggi della storia e della letturatura, da Honoré de Balzac alla Regina Vittoria, passando per Napoleone e Vita Sackville-West. Il libro è edito da Alfred A. Knopf nella collana Everyman’s library pocket poets, del quale purtroppo ancora attendiamo una traduzione in italiano.

Thomas Mann, La morte a Venezia: un romanzo ambientato durante una villeggiatura al mare nella celebre città lagunare. Un incontro del tutto inaspettato innescherà una rivoluzione nel cuore del vecchio signor Gustav von Aschenbach.

Irène Némirovsky, La Nemica: la storia intensa e drammaticamente vivace di una madre e delle sue due figlie, alle prese con la società e il mondo che cambiano dopo la Grande Guerra.

Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby: lasciatevi trascinare dalle meravigliose e sfrenate feste di J. Gatsby e dalla New York degli Anni ’20, mettete su un charleston scintillante o un po’ di pomata sui vostri capelli e cominciate a ballare a ritmo di swing mentre il padrone di casa scruta tutti gli ospiti alla ricerca della sua amata.

Elizabeth Jane Howard, I Cazalet: se siete amanti delle saghe familiari e dell’Inghilterra verde delle case in campagna, allora questa serie fa per voi. Partite alla volta di Home Place e godetevi un po’ di aria buona assieme ai membri di questa famiglia tutt’altro che ordinaria.

Michael Holroyd, Lytton Strachey – L’arte di vivere a Bloomsbury: la biografia del più celebre biografo inglese del ‘900. Un ritratto ampio e particolareggiato del fervente gruppo intellettuale del circolo di Bloomsbury: pittori, scrittori, intellettuali, tutti si incrociano nel salotto immaginario costruito attorno alla vita di Strachey.

Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita: la storia di Piero Gobetti vista da un occhio esterno, quello di un giovane studente universitario che convive con i grandi mutamenti della Torino e dell’Italia alle prese col sempre più ingombrante fascismo mussoliniano.

Virginia Woolf, La signora Dalloway: uno dei romanzi che ha cambiato la storia della letteratura novecentesca. La tradizione e l’innovazione si incontrano a casa di Clarissa, mentre lei sta organizzando la sua grande festa. Tecniche di narrazione intimistica e corale si alternano per tratteggiare un affresco della società londinese del 1925.

Marcel Proust, Jean Santeuil: l’opera dalla quale, qualche anno dopo, ha visto la luce l’epopea dell’io interiore, il monumento della letteratura d’Europa: La Ricerca del tempo perduto. In questo romanzo si vede l’impalcatura che Proust più tardi ritoccherà sino a dare vita alla serie della Recherche, un punto di vista privilegiato sulla maturazione e l’affinamento delle tecniche scrittorie, non senza alcune cadute di stile tipiche di uno scrittore alle prime armi.

La lista potrebbe andare ancora avanti, ma il bello delle liste è proprio la loro incompletezza. Gustatevi queste letture, disconnettete ogni dispositivo elettronico e immergetevi nel mondo che questi libri dischiudono solo per voi.

La saga dei Melrose, parte IV: “Latte materno”

Di Gian Luca Nicoletta

È passato molto tempo dall’ultima volta che ho scritto di questa saga familiare, (i cui articoli precedenti potete trovare cliccando i link alle parti I, II e III) il problema era che non riuscivo a superare quella che, all’inizio, mi aveva colto come una novità deludente. Ad oggi però vi posso dire che il quarto volume di questa serie affascinante e interessante che ruota attorno alla famiglia da cui prende il nome, edita da Neri Pozza, merita tanto quanto gli altri.

Ebbene quello che aveva stroncato il mio interesse è stato un improvviso cambio di prospettiva: l’autore del volume sposta lo sguardo e ci dona, di nuovo, gli occhi di un bambino. Lo fa dopo averci abituati allo sguardo sempre più maturo e caustico di Patrick, tanto che le prime pagine sembrano quasi far scemare tutto l’interesse. Deluso, avevo messo da parte il volume e tutta la saga, salvo poi tornarci di nuovo, qualche settimana fa, e ritrovare in quello sguardo una particolare luce, un vero e proprio nuovo paio di occhi.

È il talento di St Aubyn che, nonostante la sterzata decisamente brusca (cui tuttavia avrei dovuto essere abituato, se è vero com’è vero che venivo già da tre volumi della saga), è riuscito a far emergere nuovamente in me la passione per questa storia. C’è anche da dire che ogni libro ha il suo tempo per essere letto, interpretato e interiorizzato. Probabilmente non era il tempo per me, dovevo attendere.

Come già dal titolo ci viene suggerito, in questo volume viene affrontato il grande tema del rapporto con la madre: da vari punti di vista e attraverso il racconto, quindi, di vari personaggi. Si torna nuovamente a un nucleo famigliare, quello di Patrick che ora viaggia sulla quarantina, e lo schema del libro ripercorre le dinamiche dei volumi precedenti: genitori, mancanze, viaggi, gelosie. Solo che, stavolta, i personaggi bambini sono diventati adulti, mentre gli adulti ora sono anziani.

In una prospettiva più ampia, se consideriamo ogni volume come il capitolo di una grande storia, vediamo chiaramente che ci si avvicina alla resa dei conti: Patrick sembra aver raggiunto l’apice della sua evoluzione di personaggio: è disintossicato, ha messo la testa a posto, vive la propria situazione di padre e di figlio con molta consapevolezza – tratto da sempre distintivo tanto nell’aspetto positivo che negativo – e proprio in quanto persona consapevole esige qualcosa da sua madre. Molti equilibri sono cambiati, i rapporti di forza vengono rivoluzionati da accadimenti esterni, quale l’introduzione di nuovi personaggi, o interni, come malattie croniche o degenerative.

Ripercorrere la storia di Patrick, in questo volume, vuol dire studiarla meglio da un duplice punto di vista, quello del padre e quello del figlio, di suo figlio, che vede per la prima volta il vasto mondo e capisce, come succede a tutti i bambini, che i propri genitori non sono i supereroi che ci si era immaginati, ma degli esseri umani tutt’altro che perfetti. Questa scoperta viene fatta dal bambino e concettualizzata, su un binario parallelo, dall’adulto nel rapporto con i suoi genitori o, più propriamente, con l’intera generazione che l’ha preceduto. Si verifica in questo modo un doppio movimento, verticale e orizzontale: verticale è quello intergenerazionale padre-figlio-padre, mentre quello orizzontale si verifica nella dinamica marito-moglie-amici. I discorsi si amplificano, presentati all’occhio di chi legge come diversi punti di vista, tutti coesistenti ma ignari l’uno dell’esistenza dell’altro.

È il ritratto della società del 2000, che affronta un problema solo da prospettive strettamente individualistiche e prepotenti. La vena quasi distruttiva di St Aubyn non perde la propria efficacia e anzi continua a descrivere minuziosamente il mondo nel quale ci troviamo, la società che ha generato i propri scarti.

La soluzione è sotto al tuo naso: un caso di Agatha Christie

Di Gian Luca Nicoletta

Avevo dimenticato che recentemente, giusto tre anni fa(!), volevo andare al cinema per guardare Mistero a Crooked House, la più recente versione filmica di È un problema (Crooked House nella versione in inglese), uno dei tanti racconti gialli scritti da Agatha Christie e che la stessa autrice definì il suo preferito.

Così ho deciso di cogliere l’occasione non solo per guardare il film ma anche per leggere il relativo racconto, per rinfrescare la memoria.

È un problema, pubblicato nel 1949 in Inghilterra, e in Italia l’anno seguente, rappresenta uno dei pochi racconti di Christie che non si collega ai prolifici filoni narrativi che hanno come protagonisti Hercules Poirot o Miss Marple. D’altro canto, l’impalcatura della vicenda così come alcuni elementi narrativi ci fanno immediatamente vedere l’impronta artistica che ha generato questa storia.

Ci troviamo in Inghilterra, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, in una grande casa di campagna nel piccolo villaggio di Swinley Dean. Il miliardario e anziano Aristide Leonides, un emigrato greco giunto da ragazzo nel Regno Unito per far fortuna, muore avvelenato a seguito di un’iniezione fatale di eserina. Il protagonista della vicenza, Charles Hayward, viene chiamato da Sophia Leonides, nipote di Aristide, per affiancare la polizia e condurre in questo modo della indagini informali che possano far emergere con più chiarezza quello che la polizia potrebbe trovare con gran difficoltà.
Il problema che accompagna questo delitto, infatti, è lo strettissimo legame fra la morte del patriarca e gli altri componenti della famiglia Leonides, i quali vivono tutti sotto allo stesso tetto.

Grazie al dono di Christie di farci capire in non più di tre o quattro tratti i caratteri principali dei suoi personaggi, entriamo in contatto con tutte le anime che popolano la Casa Sbilenca più volte richiamata nel corso dell’opera e che, in Inglese, risponde al titolo proprio traducendosi in crooked house. Dunque scopriamo che oltre ad Aristide vivono in quella grande casa Edith de Haviland, sorella della prima moglie di Aristide, morta prima della vicenda che ci viene raccontata; Brenda, la sua giovane seconda moglie; Roger il primogenito, sposato con Clemency; Philip il figlio cadetto, marito di Magda e padre di Sophia, Eustace e Josephine. Ruotano attorno alla famiglia anche Nanny, la tata, e Lawrence Brown, il precettore dei due Leonides più giovani.
Dopo questo elenco mi urge precisare che quella appena descritta è la genealogia del libro. Nella versione cinematografica del 2017 l’ordine di primogenitura di Roger e Philip è invertito.

Max Irons, Glenn Close e Stefanie Martini interpretano, rispettivamente, Charles Hayword, Edith de Haviland e Sophia Leonides

Quindi seguiamo Mr Hayward nelle sue indagini sotto copertura, esplorando i meandri di una casa mai abbastanza grande per contenere le segrete ambizioni e le inconfessate passioni familiari. La passione, difatti, è il filo rosso che percorre tutta la vicenda e lo fa attraverso il senso primo del termine: sofferenza. Edith de Haviland giunse alla grande casa per assistere la sorella in fin di vita, e lì rimase dopo che questa spirò. Roger e Clemency, così come Philip, Magda e i loro figli, vengono catturati dalla casa poiché la guerra ha cambiato molti equilibri e ha reso Londra un posto inabitabile per vari motivi. I più giovani dei nipoti vorrebbero esprimere la propria personalità ma rimangono soffocati dalla presenza del nonno che impera con la sua autorità. Gli stessi sentimenti che animano Aristide sono segnati da questa sofferenza: vuole avere i propri figli e nipoti accanto a sé, ma questo desiderio si trasforma in una bramosia di potere sulle loro vite. Nella convinzione di agire per il bene dei suoi familiari, li costringe a fare ciò che non vogliono e questi, guidati dal desiderio di far piacere a un uomo che stimano, si incatenano a una vita che li reprime. La morte del capofamiglia, però, giunge inaspettata e spezza all’improvviso la catena delle costrizioni, generando il paradossale quadro di una famiglia affranta per la morte di Aristide ma che contemporaneamente respira la libertà per la prima volta. A causa di questi sentimenti contrastanti Charles Hayward si trova a dover rispondere a un pericoloso interrogativo: di quel gruppo di prigionieri, chi è l’assassino?

Le indagini di Hayward mostrano le fragilità di questa grande famiglia e tutti i limiti dell’essere umano contemporaneo: c’è chi ha accettato di dirigere l’azienda paterna senza però essere minimamente portato per gli affari, c’è chi sacrifica il proprio geloso amore per il marito e accetta, suo malgrado, di dividerlo con gli altri familiari, c’è ancora chi insegue il sogno di diventare una stella del teatro, rifiutandosi di accettare la propria mediocrità sul palco scenico.
Un solo personaggio rimane solido nelle sue convinzioni e raggiunge in questo modo il ruolo di capofamiglia: Sophia Leonides. La giovane donna è dotata di grande intelligenza, senso della proporzione e, inquietante tratto in comune col nonno, una ferrea disciplina e un senso del dovere tali da imporre la propria volontà al resto della famiglia.

Una complicazione che non di rado mette i bastoni fra le ruote di Charles è il suo profondo amore per Sophia. Nel corso delle indagini, mentre nella sua mente si forma sempre più chiara l’immagine dell’omicida, il suo sentimento giunge puntuale e smantella il castello delle sue ipotesi. Sophia ama Charles, ma ama anche la sua famiglia e qualunque nome possa pronunciare la polizia accostandolo all’accusa di assassinio, sarà per Sophia un grande dolore cui il giovane Hayward avrà contribuito suo malgrado.
La risposta a questi dubbi, ne sono tutti certi, sta dentro alla grande casa sbilenca, e l’unica cosa che Charles deve fare è guardare sotto al suo naso. Avrà il coraggio necessario?

Una storia di donne e madri: “La Nemica” di Irène Némirovsky

Di Gian Luca Nicoletta

Nell’elenco dei topoi della letteratura moderna e contemporanea il rapporto tra genitori e figli (padre-figlio e madre-figlia) occupa uno dei posti più rilevanti. Da quando, all’inizio del secolo scorso, la psicanalisi ha svelato una lunga serie di problemi irrisolti e difficoltà relazionali legate al rapporto di una persona coi suoi genitori, la Letteratura immediatamente si è messa all’opera per arricchire il caleidoscopio dei casi possibili.

Nel corso delle nostre esplorazioni in questo campo abbiamo già incontrato testi del genere (uno con Tommaso Giagni in Prima di perderti) e oggi ne tratteremo un altro, proveniente dalla penna di Irène Némirovsky (di cui abbiamo anche parlato qui) il cui titolo emblematico è La Nemica.

Questo romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1928, quando Némirovsky aveva appena 25 anni. Si tratta del secondo, in ordine cronologico, e precede l’opera che la farà assurgere agli onori della critica e del pubblico, cioè David Golder pubblicato l’anno seguente.
Siamo a Parigi, a cavallo della Grande Guerra. La protagonista è Gabri, una ragazza dodicenne di modesta estrazione sociale che conduce una vita essenzialmente serena e particolarmente libera: passa gran parte delle sue giornate in giro, quando non è a scuola, con la sorellina Michette e lontana da qualsiasi tipo di sorveglianza da parte di un adulto. Questo perché suo padre, un impiegato dal cervello fino e l’animo pavido, è partito per la Polonia a cercar fortuna mentre sua madre, Francine, spende intere giornate a imbellettarsi davanti allo specchio e a far conquiste per i quartieri bene della capitale di Francia.
I ruoli del padre e della madre sono del tutto sproporzionati: a partire dalla presenza nei capitoli fino ai riferimenti nei dialoghi, il papà di Gabri e Michette è quasi un fantasma. Rende bene la cifra di questa irrilevanza il fatto che, tolta la presentazione del personaggio, egli venga chiamato «Bragance», cioè col solo cognome.
Francine, all’opposto, è quasi onnipresente.

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Il fatto che il romanzo abbia questo titolo rappresenta un’interessante strategia narrativa: Némirovsky si risparmia parte delle spiegazioni e sin dalle prime pagine abbiamo ben chiari quali siano gli equilibri. Se la narratrice è Gabri e l’unica donna con cui si interfaccia è la madre, chi può essere la Nemica? La risposta affiora nella nostra mente da subito.
Un punto che già all’inizio della sua brillante carriera letteraria caratterizza sia questo romanzo come l’ultimo, l’incompiuto Suite Francese, è la determinazione degli esiti sociali dei personaggi. Ovverosia spiegare come un personaggio evolve in base al suo ambiente sociale d’origine, generalmente limitato alla più stretta giovinezza. Perché infatti anche Gabri sperimenta un radicale cambio di ambiente sociale, ma laddove questo cambiamento potenzia in sua madre lacune e difetti, in lei questo comporta un arricchimento della sua personalità, che trae il meglio dal nuovo status.

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André Edouard Marty, Le matin dans le parc (1919)

Questo cambiamento di status è anche l’origine della profonda mutazione dei sentimenti di Gabri per Francine. Le due donne (assistiamo anche a un rapido scorrere degli anni) oramai  vivono stili di vita che, tolti i punti di contatto inevitabili quali mangiare alla stessa tavola e condividere lo stesso tetto, sono agli antipodi. Un unico elemento, però, stravolge la vita di entrambe e mischia le posizioni sul piano tanto affettivo quanto morale, rendendo difficile a chi legge esprimere un giudizio definitivo sulle due. Parte del paradigma madre-figlia viene rovesciato e in questo modo Némirovsky crea una prospettiva distorta dalla quale niente sembra più la stessa cosa, le nostre certezze vengono messe in dubbio da noi per primi.

Rispetto a Suite Francese questo è senza dubbio un romanzo più inesperto, pieno di elementi testuali che, con l’esperienza, la pratica e il pieno sviluppo del talento, verranno poi meno. Ma l’acutezza dello sguardo nel tracciare, con toni impressionistici a volte, le sfumature di una città come Parigi alle prime decadi del XX secolo e i grandi turbamenti familiari che già conosceva a causa del suo personale vissuto, valgono assolutamente l’intero romanzo. Anche questo rappresenta una perla che Némirovsky ci ha lasciato e che necessariamente merita di essere riportato alla luce.

L’attesa prima dell’orrore: creazione della suspance e altre meraviglie in “Carrie”, di Stephen King

Di Gian Luca Nicoletta

Questa settimana ho voluto fare un esperimento.
Premetto che da sempre ho una profonda avversione per tutto ciò che è horror: dai film alle case stregate dei parchi giochi, passando ovviamente per i libri. Tuttavia la mia curiosità di critico è stata più forte e ho voluto approcciare il genere in letteratura ponendomi un quesito: utilizzando uno strumento che non ha a disposizione immagini, suoni, effetti speciali né sonori e quant’altro, ma solo una pagina bianca da riempire con delle parole, com’è possibile creare la paura?

In passato avevo già letto dei romanzi horror, risalenti a più d’un secolo fa come Dracula e la serie di racconti La catena del destino, entrambi di Bram Stoker, ma quei testi erano basati su ben altre sensibilità, altri paradigmi sociali ed etici che ponevano altrove l’asticella dell’orrore rispetto al nostro punto di vista. Mi sono dunque rivolto, con gran timore lo confesso, al maestro del brivido contemporaneo, Stephen King, iniziando dalla sua prima opera pubblicata nel 1974, Carrie.

King

Con mia grande sorpresa è accaduta una cosa che solo un’altra volta mi era personalmente capitata: ho iniziato e terminato il romanzo nello stesso giorno. Dalla mattina alla sera, nell’arco di una dozzina d’ore, pasti inclusi, mi sono letteralmente lasciato trasportare dalla vicenda, seguendo ogni sviluppo, prendendo la mano del narratore e seguendolo, con un misto di paura e curiosità, per i vicoli bui della città di Chamberlain, nel Maine. Ma la cosa che mi ha colpito di più, anche se di fatto non ha risposto all’interrogativo iniziale, non è stato vedere come si costruisce l’orrore, bensì come si costruisce la suspance. In questo (o meglio, anche in questo) King è un vero maestro, ma vediamo più da vicino cercando di schematizzare la struttura narrativa del romanzo.

  1. Punti di vista multipli: la storia di Carrie White, giovane adolescente timida e bullizzata dalle sue coetanee, viene raccontata sulla falsa riga di un’inchiesta scientifica. Vengono riprodotte prove scritte quali lettere, saggi, articoli di giornale, tutte assemblate nella più grande cornice ad opera della voce narrante, che non si rivela mai ma che possiamo presumibilmente ipotizzare essere un o una testimone dei fatti;
  2. Strutturare in uno schema “incatenato” l’intreccio narrativo. In una struttura di base di qualsiasi storia si hanno tre elementi, che possiamo denominare A, B e C. A = presentazione dei fatti e dei personaggi; B = climax degli eventi; C = risoluzione dei conflitti e conclusione. Lo schema A-B-C definisce in modo lineare l’intreccio. King, in quest’opera, utilizza uno schema incatenato, cioè nell’ordine A-C-B. In questo modo lui ci presenta i personaggi, anticipa già la loro fine e solo dopo ci conduce verso il climax, il punto massimo della tensione.
  3. Creazione della suspance: combinando i punti 1 e 2 otteniamo una visione chiara di come King ha strutturato Carrie. Conosciamo i personaggi e di loro sappiamo già tutto, da questo punto di vista non ci sono colpi di scena: chi è buono rimane buono, chi è cattivo rimane cattivo. Sappiamo a cosa andranno incontro ma, quello che non sappiamo, è il come. Questo elemento mancante diventa il centro di tutte le nostre attenzioni, quello che in critica viene definito l’orizzonte d’attesa di chi legge. Sappiamo già cosa succederà alla fine, ma moriamo dalla voglia di sapere in che modo ci si arriverà e questo crea una grande aspettativa, che si carica di tensione dal momento che sappiamo che il finale sarà inesorabilmente tragico. Chi ce lo dice? Una delle fonti del punto 1(A) anticipando il finale attraverso il punto 2(C).
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Come vedete la struttura è piuttosto semplice, è bastato invertire un elemento dello schema lineare di narrazione. Poi, chiaramente, ci sono il talento e il duro lavoro: la scelta degli aggettivi, l’immenso lavoro che ogni aspirante autore e autrice deve fare sul lessico, l’attenta selezione dei tratti caratteriali, dei particolari che ci lasciano intendere molto altro, di non detto, che appare nella storia e che arricchisce tutto l’affresco; la saggia e scaltra disseminazione di segnali, indizi, bigliettini che ci esplodono fra le mani quando arriviamo in precisi punti del romanzo.

Rimane, dopo la costruzione di questa linea narrativa arricchita dalla suspance, che costituiscono la spina dorsale di tutto il testo, un tratteggio dei personaggi che definirei quasi impressionistico. King utilizza grandi pennellate per descrivere i personaggi che interagiscono con noi: pochi tratti caratteriali ma importanti, sfaccettature ben precise degli atteggiamenti che, visti da una certa distanza, ci danno già l’impressione globale di chi abbiamo di fronte. In questo modo possiamo intuire correttamente chi sono i pedoni e come si muovo sulla scacchiera che ha creato per noi.
Carrie però non è solo questo. I temi che vengono affrontati e dai quali ricaviamo grandi spunti di riflessione sono i più vari e sono ancora vivi oggigiorno: il fanatismo religioso, il rapporto genitori-figli, la fede, la salvazione dell’anima, l’incontrovertibilità della ricerca scientifica e l’eterno interrogativo sulle attività paranormali. Un intero mondo di idee racchiuso in qualche centinaio di pagine, un trampolino che ci lancia da un interrogativo all’altro, facendoci provare il brivido di non vedere dove stiamo atterrando.

Immagine in evidenza: dailybest.it