I libri sono in pericolo: distopia e contemporaneità

Di Gian Luca Nicoletta

 

Titolo allarmante? Forse ma, sapete, questo è un tema che a mio modo di vedere sta diventando sempre più pressante, e in maniera inversamente proporzionale sempre meno affrontato, nella nostra contemporaneità. I libri sono in pericolo? Dipende dal punto di vista:

  • Commerciale: ogni anno si registra un aumento di libri pubblicati, tant’è che solo nel 2017 sono stati più di 72.000;
  • Imprenditoriale: l’anno scorso sono state censite circa 5.000 case editrici attive (cioè quelle che hanno pubblicato almeno un libro);
  • Economico: è stato stimato che il catalogo dei libri in commercio comprende più di 1.000.000 di titoli.

[La fonte di questi dati è disponibile qui]
Eppure… eppure il numero dei lettori non cresce e nemmeno cresce il numero delle ore che si dedicano alla lettura. Aumenta però il numero di ore che passiamo on-line, sui social network o davanti a uno smartphone. Su un altro versante aumentano le “informazioni” che circolano in rete, prodotte con ritmi che farebbero resuscitare e poi di nuovo morire, ma stavolta dall’invidia, Henry Ford e Frederick Taylor. Dunque la questione, il pomo della discordia: leggiamo di meno ma si producono più informazioni, la gente si considera sempre più informata (e riflettiamo un secondo sull’etimo di questo termine, in+formare) perché sta su internet e sa che lì ci sono le notizie, quelle vere.
Viviamo al contempo in una società che forse viaggia a una velocità per noi non più sostenibile, fatta di impulsi e risposte che devono giocoforza essere immediate: condivisione e like, like e commento, commento e risposta, tag e condivisione, dunque di nuovo condivisione e like… all’infinito.

fahrenhei451_4

Viviamo anche in un mondo in cui sta diventando difficile difendere le posizioni di chi esprime un proprio pensiero in virtù di quanto ha letto e di quanto ha studiato. Forse è complice proprio la rivoluzione digitale della nostra generazione, quella dei millennials: abbiamo avuto in sorte l’irripetibile possibilità di nascere in un mondo in cui le distanze geografiche sono pressoché annullate, la nostra generazione ha fondato un mezzo di comunicazione la cui portata sarà paragonata all’invenzione della ruota o alla scoperta del fuoco, tutti possiamo parlare ed esprimere la nostra posizione ma… ciò che viene espresso è intuizione pura, speculazione dilettante. Viviamo in un mondo in cui le indicazioni sull’acquisto di un telefonino valgono più dei consigli di medici specialisti, siamo alla mercé di sistemi di comunicazione che mettono al centro della costruzione retorica (perché quella non morirà mai e anzi, diventerà una disciplina alchemica e segreta) l’odio verso gli altri.

C’è stato un tempo, a metà del secolo scorso, in cui uno scrittore di nome Ray Bradubury e uno scrittore di nome George Orwell immaginarono un mondo nel quale fosse vietato leggere, dove ci si dovesse informare tramite mezzi di comunicazione avveniristici e nel quale da grandi schermi televisivi ci veniva detto chi era il nemico della nazione, chi doveva essere l’oggetto del nostro odio. Quel mondo si trova in due romanzi oggi fondamentali della letteratura distopica, mi sto riferendo a 1984 e a Fahrenheit 451, pubblicati rispettivamente per la prima volta nel 1949 e 1953.
Il genere distopico è uno dei filoni letterari della più grande famiglia “fantascienza” e ha come peculiarità quella di essere ambientata nel futuro, generalmente dopo un grande sconvolgimento sociopolitico (che può essere un’epidemia mondiale, la terza guerra mondiale e via dicendo). In questi romanzi dunque ci viene riportata la realtà dopo il grande sconvolgimento, il quale ha solo la mera funzione di collocare la storia nel tempo. Il cuore di tutto l’impianto narrativo è quello dei nuovi stili di vita, del nuovo ordine sociale che, per gli abitanti di questi due romanzi, è dato come un elemento certo e immutabile.

fahrenhei451_5

In questi due romanzi i rispettivi protagonisti vivono serenamente le loro vite, convinti di non avere alcun ruolo speciale al di là di quello che la società nella quale vivono ha loro assegnato. Si trovano però costretti a rendersi conto che qualcosa non quadra, i conti non tornano perché intuiscono che l’essere umano può fare di più e meglio, comprendono che l’elemento di maggior rischio per il potere costituito e dominante è quello rappresentato da una larga moltitudine di persone che leggono, pensano e criticano (nel senso più profondo del termine, cioè analizzano i fatti). Entrambi i protagonisti troveranno una parziale via di fuga in due elementi che ci sono particolarmente cari: uno nella scrittura, l’altro nella lettura. Queste però, nel mondo distopico, sono pratiche illegali e perseguite a norma di legge. La cultura e la letteratura diventano atti illeciti e da punire, perché la società che precede lo sconvolgimento sociopolitico è stata indottrinata a credere che non sia necessario pensare con la propria testa, che i libri siano oggetti fuorvianti e che vincolano mortalmente il pensiero, anziché liberarlo.

Ecco, io ho il timore di credere che noi siamo quella società. Non vivremo tanto a lungo da vedere la distopia realizzarsi, ma con la nostra generazione si sta avviando il processo che si concluderà con la messa al bando dei libri, dello studio, della ricerca della conoscenza seguendo le orme di chi ci ha preceduto e ha saputo illuminare il buio pesto dell’ignoranza. Siamo portatori di una grande missione che si ripercuoterà sulle future generazioni: ripristinare il valore pratico, etico, morale e giusto della lettura, della conoscenza per la conoscenza, dell’arte per l’arte e di tutte queste per l’umanità. Non lasciamoci intimidire, come tanti nei romanzi distopici, da chi urla, da chi aggredisce verbalmente e fisicamente, perché l’unico vero scudo che può salvarci è quello fatto di carta, quello fatto di parole pensate e sensate.
Salviamo il nostro futuro e la nostra libertà di pensiero: leggiamo!

Elizabeth e le altre: le personalità multiple in “Lizzie”, capolavoro di Shirley Jackson

Di Andrea Carria

 

È risaputo: un’efficace comunicazione commerciale non promuove soltanto il prodotto in questione, ma crea interesse tutt’intorno a esso. Questa semplice realtà è sotto agli occhi di tutti, ma ai miei è stata suggerita dalla serie tv l’Incubo di Hill House, la recente produzione targata Netflix che in Italia ha puntato un potente riflettore anche sull’omonimo romanzo di Shirley Jackson e sul resto della sua opera.

A questo romanzo ho già avuto modo di dedicare un articolo qualche tempo fa (visualizzabile qui), descrivendolo come un libro a cavallo fra il genere gotico e l’horror moderno, dove le dinamiche psicologiche hanno un’importanza pari o addirittura superiore al fattore paura. Ma la Jackson non ha dimostrato il proprio interesse per i fenomeni psicologici per la prima volta con L’incubo di Hill House: ne è un esempio Lizzie, il precedente romanzo del 1954, in cui la protagonista, Elizabeth Richmond, soffre di un caso particolarmente serio di disturbo dissociativo dell’identità.

Il romanzo inizia con la presentazione di Elizabeth, una giovane donna di ventiquattro anni che lavora come impiegata al museo della cittadina di Owenstown. La sua personalità schiva e ossequiosa si riflette perfettamente nelle mansioni tranquille che svolge in ufficio e nella morigeratezza del suo stile di vita in casa con sua zia Morgen, sorella della madre defunta. Questa Elizabeth, tuttavia, è come la superficie di un mare in bonaccia sotto alla quale si agitano correnti vorticose e potentissime, destinate a scatenarsi. Sarà grazie all’intervento del dottor Wright, a cui Elizabeth si rivolge dopo che una serie di strani avvenimenti cominciano a buttare all’aria la sua ordinata routine, che la ragazza, una seduta ipnotica dopo l’altra, scopre di ospitare molteplici personalità, diversissime fra loro e in continuo contrasto. Accanto alla timida e contrita Elizabeth ci sono infatti anche la garbata e ammaliante Beth, alla quale è impossibile non volere bene; Betsy, dispettosa e indisponente, nonché pianificatrice della fuga a New York di sé stessa e delle sue “sorelle”; e poi, da ultima in ordine di comparsa, la cinica e avara Bess, il cui unico interesse, oltre a vestiti e gioielli, è di escogitare il sistema migliore per gestire la sua cospicua eredità.

p069d75p

La trama di Lizzie consiste nel percorso di guarigione di Elizabeth approntato dal dottor Wright con il contributo decisivo della zia Morgen. Si tratta di una struttura narrativa sulla carta molto semplice, in cui le quattro personalità di Elizabeth interpretano ora il buono ora il cattivo tempo, intricando e districando la matassa a seconda delle situazioni. A livello pratico, la storia presenta invece difficoltà tecniche e stilistiche non indifferenti; per esempio: come far interagire le quattro personalità fra loro, tenendo conto che possono manifestarsi soltanto una alla volta? Ebbene, è proprio nelle risposte pratiche a domande come questa che emerge l’abilità straordinaria di Shirley Jackson, che con Lizzie ha secondo me dato prova di un talento immenso. Si tratta di un talento e di un’abilità autentici, nel senso che le trovate e gli espedienti individuati (mi riferisco soprattutto alla resa narrativa del conflitto fra Betsy e Bess, le due personalità più forti, ma anche ai loro divertenti siparietti) testimoniano il raggiungimento di un livello tecnico-stilistico elevatissimo, di un raffinato senso letterario e di un’immaginazione mai scontata, prossima alla genialità.

Come accade ai grandi libri dei grandi scrittori, anche in Lizzie di Shirley Jackson il tipo di storia e la sua forma sono solo una parte del progetto complessivo del romanzo, il quale si fa veicolo di messaggi più profondi. La frammentazione dell’identità di Elizabeth offre infatti alla Jackson l’occasione di trattare alcuni dei temi a lei più cari. Primo fra tutti il difficile rapporto con la figura materna, a cui la scrittrice destina la maggior parte dei suoi protagonisti femminili. Elizabeth, figlia non voluta e non amata come la Jackson stessa, è stata profondamente colpita dalla morte della madre (Elizabeth come lei), nel giorno del suo compleanno: il trauma che la figlia ne ha riportato si trova all’origine della frammentazione della propria identità. Figura complementare di questo stereotipo negativo è, quindi, la zia Morgen che, in quanto sorella della madre di Elizabeth, rappresenta la naturale prosecuzione della linea attraverso cui passa il contrasto madre-figlia, e che in lei si manifesta nella ruvidità dei modi, nella mania di controllo e nella mancanza di riguardo tanto per l’intimità quanto per l’autodeterminazione della nipote.

9788845928918_0_0_1600_75

Un secondo tema portante è, poi, quello della ricerca di sé stessi, che per la Jackson non può prescindere dal riconoscimento degli altri. Non sapere chi si è, non possedere un nome, essere una soggettività non degna di considerazione in quanto sé stessa sono, per Elizabeth come per le altre, fonte di grave turbamento. Ogni personalità lotta per esistere a scapito delle altre, negando fermamente l’esistenza delle rivali a vantaggio della propria (come fa Bess), oppure denigrandole agli occhi del dottor Wright e della zia Morgen (come invece fa Betsy). Non c’è cattiveria in questo comportamento, in nessuna delle quattro; anzi, è proprio sbagliato parlarne. In palio c’è la facoltà di esistere e un unico posto a disposizione, e proprio come si comporterebbero uomini e donne comuni in competizione nella vita, le quattro personalità, o almeno le due più forti, non fanno sconti a nessuno.

Correlata all’esigenza di esistere come un’individualità unitaria e indivisibile vi è la volontà di vivere che Betsy e Bess invocano a gran voce. Vivere, ossia, vedere le cose, meravigliarsi, essere responsabili delle proprie scelte, del proprio volere: in altre parole, essere libere.

«L’idea del mondo la sopraffece, l’idea della gente che viveva attorno a lei, che cantava, ballava, rideva; sembrava una cosa inaspettata e gioiosa che in tutto quel grande mondo cittadino ci fossero migliaia di posti dove avrebbe potuto andare a vivere in perfetta beatitudine, fra amici che la stavano aspettando proprio lì, nella folla indaffarata della città […]; forse c’era già chi la scrutava ansioso, un viso dopo l’altro, chiedendosi quando sarebbe arrivata Betsy».

Ernst-Mach-self-portrait-Inner-Perspective-1870
Ernest Mach, “Prospettiva” (1870)

La concezione di libertà di cui la Jackson parla nei suoi libri risente di un senso di attesa, o meglio ancora di aspettativa. Nell’articolo dedicato all’Incubo di Hill House, ho paragonato la protagonista, Eleanor, a una bambina che vede il mondo per la prima volta, pensando, nella sua ingenuità, che le cose e le altre persone siano lì appositamente per lei. In Lizzie il modello si ripete, e ciascuna delle quattro personalità in cui Elizabeth è divisa assume un punto di vista analogo. La libertà, dunque, si unisce a un altro tema, che è quello della rinascita, del (ri)cominciare a vivere. I personaggi ritratti da Shirley Jackson si trovano spesso a dover fare i conti con una libertà improvvisa o di recente conquista che non sanno come gestire. La scrittrice dedica pagine intere agli sforzi di Betsy, appena arrivata a New York, per orientarsi, capire cosa fare e relazionarsi con le persone (le stesse modalità che caratterizzano anche il comportamento di Eleanor nell’Incubo), dimostrando così che il suo interesse per le fasi immediatamente successive alla liberazione non è mai un’accidentalità della trama, quanto un autentico oggetto di ricerca e di sperimentazione narrativa.

La mobilità dei punti di vista, il passaggio dell’io narrante dalla terza alla prima persona, la pluralità di stili e registri, i balzi repentini da una personalità all’altra, la misura in cui i dettagli sul passato di Elizabeth vengono centellinati, sono gli elementi che infondono maggiore dinamicità al romanzo. Malgrado di avvenimenti in senso stretto non ne accadano così tanti, la commistione di stili usata dalla Jackson inquadra la storia da angolazioni sempre nuove, stimolando l’attenzione e la curiosità del lettore. Questa mobilità è altresì provvidenziale per dilatare il mondo ristretto che fa da sfondo alla storia, la cui vera ambientazione non è rappresentata dallo spazio fisico occupato dai personaggi. Il vero palcoscenico della storia è la famiglia di Elizabeth: passata, presente e futura. Il raggio d’azione della ragazza è limitato dal perimetro della famiglia, la cui oppressione viene esasperata dall’enfatizzazione dei difetti di chi ne fa parte.

lizzie
Un’immagine dal film “Lizzie” (1957), di Hugo Haas, con Eleanor Parker e Richard Boone

Per quanto forte, spesso il desiderio di libertà non ce la fa a spezzare tutti i legami e le barriere. Anche se Elizabeth dovesse guarire dal suo disturbo riassorbendo le varie Beth, Betsy e Bess — le quali avranno comunque più di una voce in capitolo nella determinazione della sua personalità futura — la ragazza non godrà facilmente della libertà cui anela. Il finale, un’immagine ecumenica della sua famiglia futura, vede lei camminare per la strada insieme alla zia Morgen e al dottor Wright: tema di discussione è il nome che la ragazza dovrà avere da quel momento in avanti, ora che la vecchia Elizabeth non esiste più. Il compromesso a cui giungono i suoi due tutori è rivelatore sul domani della giovane, per la quale non si prevedono grandi spazi di autonomia in cui esercitare il proprio arbitrio, segno che una sana unità non si traduce automaticamente in libertà, cosa lunga e difficile da ottenere anche per chi può permettersi di concentrare in quell’unica direzione tutte le energie di cui è in possesso.

“Le vite impossibili di Greta Wells” di Andrew Sean Greer

Di Gian Luca Nicoletta

 

Siamo sinceri con noi stessi, diciamocelo francamente: non sempre la nostra vita ci piace. Spesso avremmo, anzi abbiamo, voglia di stravolgerla, magari fare a cambio con qualcuno che conosciamo e la cui vita ci sembra migliore, più facile, meno problematica della nostra.

Questo tema, insieme ad altri, viene affrontato da Andrew Sean Greer in uno dei suoi romanzi, in Le vite impossibili di Greta Wells, per l’esattezza. Di Greer vi abbiamo già parlato qui: è un autore statunitense e quest’anno ha vinto il Premio Pulitzer per la letteratura, uno dei più prestigiosi riconoscimenti in campo letterario (secondo solo al Nobel, il cui declino però è sempre più eclatante per motivi cui abbiamo accennato in questo articolo).

Greta Wells

Ma veniamo a noi: chi è Greta Wells? Come risposta a caldo potrei dire che si tratta di una povera disgraziata come chiunque, intrappolata nella morsa di una vita non realizzata e inseguita da dolori e dispiaceri. A freddo, invece, vi dico che Greta Wells siamo tutti noi, perché tutti noi conduciamo una vita più o meno realizzata (a patto di non trovare, come scrive il Prof. Sobrero in un bellissimo testo, Il Cristallo e la fiamma, delle “alternative felici” ai nostri progetti e piani per il futuro), tutti noi siamo raggiunti, prima o poi, da qualche dispiacere.
Solo che Greta Wells non ce la fa.

Non ce la fa perché la morte di suo fratello è un evento troppo grande da gestire, non ce la fa perché il compagno con cui convive da anni la lascia quando lei avrebbe maggior bisogno di lui… e non siamo ancora al capitolo 2! E dunque cosa decide di fare Greta per superare questo terribile periodo? Si affida a un medico esperto che la sottopone a una “terapia elettroconvulsivante”, meglio nota come elettroshock. Il medico che prende in cura la protagonista è il Dottor Cerletti, e scegliendo questo nome Greer fa un colto quanto cortese riferimento a Ugo Cerletti (1877-1963) il medico italiano che, insieme al Dottor Bini, inventò e sperimentò per primo gli effetti di questa pratica medica.

Greta si sottopone alla terapia e, dopo la prima sessione, si sveglia nella sua stanza, nel suo appartamento, ma i mobili sono diversi, i vestiti che porta sono diversi, la strada dove vive è diversa: si trova nel 1918. L’elettroshock ha sortito un effetto collaterale, effetto che Greta deve cercare di comprendere per tornare a casa al più presto, ma si rende conto che alcune cose che nella sua vita (siamo nel 1985) si sono verificate, in queste altre vite parallele non lo hanno fatto: il suo compagno l’ha sposata e il suo amato fratello gemello è vivo. Si accorgerà, poi, che ad ogni seduta il salto temporale si ripete ciclicamente, portandola anche nel 1941, poi di nuovo al punto di partenza nel 1985 per ricominciare nel ’18. Così ogni settimana…

Greta Wells3

Il desiderio di essere qualcun altro rappresenta uno dei tratti caratteristici degli esseri umani: nel corso dei millenni siamo stati divinità, semidei, eroi, titani, maghi, ninfe, muse, streghe e perfino anche altre copie di noi stessi. Con questo bel romanzo ci viene aperta una finestra su mondi plausibili, realizzabili nel limite delle ragionevoli varianti del tempo, dello spazio e, soprattutto, delle scelte di ognuno di noi. Non vi dirò in quale delle sue vite Greta decide di vivere, perché questa scelta deve rimanere custodita fra le pagine del libro. Vi dirò però che quest’opera ci permette di riflettere su noi stessi, il che rappresenta l’obiettivo primario se non unico di ogni mattone che costituisce l’immensa libreria della Letteratura mondiale. Però, dal mio personale punto di vista, la soluzione che trova Greta non rappresenta il modo giusto di affrontare la realtà: lei, a pensarci bene, che cosa fa? Fugge dal dolore, cosa che noi non possiamo permetterci di fare.

Il tema dell’insoddisfazione derivante dalle nostre vite, il tema di una parte ancora oggi molto controversa della storia della medicina, il tema della morte, del lutto e dell’elaborazione di questo, il tema della fuga, tutti questi argomenti che hanno meritato e meritano più d’un libro ciascuno sono raggruppati nell’unico racconto delle esperienze di Greta Wells, disposte con delicatezza e calma, senza la foga di giungere al cuore dell’azione o di sorprendere il lettore con colpi di scena esplosivi. È il giusto modo di narrare la vita, la vita di un singolo, minuscolo, essere umano come me e come voi

La riscossa olandese, seconda parte: Amsterdam, emporium mundi

Di Andrea Carria

 

Nel primo articolo di questa rubrica dedicata all’Olanda del Seicento (consultabile qui), abbiamo incontrato i protagonisti della letteratura olandese del cosiddetto “periodo classico”. In quello di oggi ci immergeremo invece nelle strade delle città olandesi, cercando di immaginarci cosa vedessero gli scrittori e gli artisti dell’epoca quando si chiudevano la porta di casa alle spalle.

Prima di partire, è bene ricordare che nel secolo d’oro delle Province Unite le città ricoprirono un ruolo importantissimo e insostituibile. Ogni centro urbano era a capo di una propria rete commerciale che si era sviluppata grazie all’abbondanza di vie di comunicazione presenti sul territorio e a una campagna fortemente antropizzata dalla secolare opera di bonifica. I polders – questo il nome delle terre strappate alle acque del Mare del Nord – assicuravano raccolti abbondanti e diversificati, alla base dell’approvvigionamento delle città.

Vermeer-view-of-delft
Jan Vermeer, “Veduta di Delft” (1660-1661), Mauritshuis, L’Aja

Negli urbanizzati Paesi Bassi, metà della popolazione viveva in città. L’interconnessione fra quest’ultima e la campagna era quindi, in un certo senso, ancora più “forzata”, in quanto le brevi distanze che separavano l’una dall’altra ne aumentavano la dipendenza reciproca: la campagna provvedeva al sostentamento della città rifornendo i suoi mercati di alimenti (soprattutto ortaggi e prodotti caseari), combustibile (torba) e altre materie prime, mentre la città metteva a disposizione della campagna i servizi, tra cui le sedi dei vari uffici e delle istituzioni pubbliche.

Non tutto il territorio dei Paesi Bassi era disseminato di centri abitati con la stessa densità. Se le province occidentali, infatti, erano caratterizzate da numerose città di media grandezza (Delft, Haarlem, Leida, Gouda, Rotterdam, Utrecht), intervallate da qualche metropoli (Amsterdam, L’Aja) e da estensioni agricole ridotte, le province orientali presentavano una situazione molto diversa: poche città (per lo più piccole) e ampie proprietà agricole che assicuravano allo stile di vita rurale lo stesso primato che aveva nel resto dell’Europa moderna.

La città più grande della provincia d’Olanda e di tutta la Repubblica era Amsterdam, una metropoli che in meno di cento anni era passata dai 30.000 abitanti del 1570 ai 200.000 degli anni Cinquanta e Sessanta del XVII secolo. Guidata da un governo oligarchico composto dai maggiori esponenti dell’alta borghesia cittadina (i regenten), Amsterdam non fu l’unica città a essere interessata dall’incremento demografico, il quale fu un fenomeno comune a tutto il territorio della Repubblica delle Sette Province Unite, dapprima relativo solo all’Olanda e alle altre province occidentali, ma poi esteso anche alle aree agricole dell’Est. Tale aumento si spiega innanzitutto con la forte immigrazione che, a cominciare dall’ultimo venticinquennio del XVI secolo, portò nei Paesi Bassi settentrionali numerosi profughi fiamminghi e valloni, tuttavia fu anche la prosperità generale – in netta contrapposizione con la situazione europea nel suo complesso, afflitta da guerre, carestie ed epidemie – a influenzare questo aumento.

IMG_5236
I Paesi Bassi settentrionali in una carta del XVI secolo, tratta dalla “Descrittione di tutti i Paesi Bassi, altrimenti detti Germania inferiore” di Lodovico Guicciardini (Anversa, 1567)

Per far fronte alla nuova massa di persone che venivano per restare, Amsterdam dovette inevitabilmente approntare dei progetti di ampliamento urbano. Ma parlare di ampliamento in una città del genere, la cui esistenza dipendeva dal mantenimento del precario equilibrio fra acque e lavoro dell’uomo, poteva rivelarsi un’impresa immane. I primi progetti di ingrandimento risalivano già alla seconda parte del Cinquecento e tra gli obiettivi figuravano sia la costruzione di nuovi quartieri, sia la sistemazione delle zone critiche della città, a rischio costante di allagamento. Un passo importante in questa direzione fu compiuto già all’epoca del Principe d’Orange Guglielmo il Taciturno, il quale dotò Amsterdam di nuove fortificazioni che andarono a rinforzare i bastioni già esistenti. I canali, la maggiore caratteristica della città, si svilupparono durante il XVII secolo, quando vennero integrati nel tessuto urbano quelli che in origine erano stati fossati difensivi.

Al termine della stagione degli interventi edilizi – che impegnarono quasi tutto il XVII secolo – la città di Amsterdam era già il primo scalo commerciale d’Europa. La città, infatti, sorgeva sulle acque ed era proiettata totalmente verso di esse; a testimoniarlo era la forma stessa della sua pianta: un semicerchio il cui diametro era interamente occupato dal molo del porto. Quello che spesso non emerge è che Amsterdam non aveva (e non ha) uno sbocco diretto sul Mare del Nord, nonostante quest’ultimo si trovi a poca distanza. Una delle metropoli europee più grandi del Seicento era in effetti una città fluviale, sorta alla confluenza del fiume Amstel (dal quale deriva il suo nome) con l’Ij, un ramo dello Zuiderzee, il mare interno dell’Olanda oggi in gran parte bonificato. Per raggiungere il suo porto, dunque, occorreva essere intenzionati a farlo, e nel XVII secolo non mancavano certo i motivi. Tuttavia attraccare non doveva essere così semplice: i problemi maggiori riguardavano i bassi fondali, l’autorizzazione all’accesso, rilasciata dalle autorità preposte al traffico marittimo, e, subito dopo, la mancanza di punti d’attracco a causa del grande affollamento di pescherecci, mercantili e navi di tutti i tipi.

windmills-2752678_1920

Malgrado gli inconvenienti arrecati dalla sua felice ma non sempre comodissima posizione geografica, Amsterdam era irresistibile per un gran numero di uomini, molti dei quali sceglievano di rimanere. L’Olanda dei primi trenta-quarant’anni del Seicento era infatti un Paese in piena crescita e come tale offriva numerose opportunità con un buon grado di riuscita. Amsterdam era il fiore all’occhiello della Repubblica e il suo palcoscenico sul mondo. Come emporium mundi, la città concentrava su di sé la percentuale più elevata degli scambi internazionali: al suo porto facevano capo, nel periodo di massima espansione mercantile e coloniale dell’Olanda, le più lucrative rotte commerciali, le quali connettevano Amsterdam ai quattro angoli del mondo.

I prodotti che vi giungevano a bordo delle navi erano quindi i più disparati e tutti trovavano posto nei suoi magazzini, pronti per essere riesportati. Solo alcuni di questi prodotti venivano lavorati direttamente ad Amsterdam, dove avevano sede i cantieri navali, le raffinerie di zucchero, varie botteghe orafe e artigiane.

Anche ad Amsterdam molti mestieri erano riuniti in corporazioni. Ogni corporazione – di cui facevano parte in genere soltanto i maestri – dettava le proprie regole interne in fatto di materie prime e qualità della produzione, ma doveva anche sottostare alle direttive imposte dall’amministrazione civile, la quale pare fosse particolarmente ligia nell’effettuazione dei controlli. A volte i poteri pubblici e quelli corporativi entravano in contrasto a causa di una visione diversa del mercato e dei sistemi di produzione: i primi tendevano a essere meno rigidi e più liberali, soprattutto riguardo all’integrazione di lavoratori non olandesi; i secondi, invece, erano sostenitori di una politica protezionistica atta a limitare la concorrenza e a ingessare i sistemi di produzione.

The_New_Town_Hall_in_Amsterdam_(1668)_Jan_van_der_Heyden
Jan van der Heyden, “Il municipio di Amsterdam” (1667), Galleria degli Uffizi, Firenze

La città di Amsterdam era economicamente efficiente anche grazie alle sue numerose infrastrutture. La Borsa e il Banco di cambio erano i più rilevanti, ma di certo non gli unici. Altre strutture utili alle attività finanziarie e commerciali della città erano la pesa pubblica, il servizio postale, quello di senseria e gli istituti previdenziali, fra cui, comprensibilmente, spiccavano le assicurazioni marittime.

Come ogni altra grande città europea, ad Amsterdam viveva una comunità ebraica piuttosto numerosa. Il suo nucleo originario, di stirpe sefardita, proveniva dalla Penisola Iberica; si trattava di gente dedita ai commerci che in città trovò un ambiente particolarmente favorevole alla conduzione dei propri affari. In seguito giunsero dall’Europa Orientale gruppi più numerosi di stirpe ashkenazita, tra i quali molti Rabbi e studiosi delle Scritture. Caratteristica importantissima della comunità di Amsterdam consisteva nell’essere forse l’unica comunità ebraica di una grande città europea a non risiedere in un ghetto, ma in un quartiere come gli altri, il Vloonburg. Questo era possibile grazie alla politica tollerante professata dalle autorità civili cittadine e repubblicane, le quali avevano precocemente intuito che la pace religiosa era una condizione non negoziabile per la prosperità dei commerci.

“È ancora possibile la poesia?” riflessioni sul discorso di Eugenio Montale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo articolo voglio approfondire uno degli aspetti accennati nell’articolo su Piero Gobetti. Nello specifico vi ho parlato di Eugenio Montale e, nell’ambito dei suoi innumerevoli successi letterari, del discorso che tenne il 12 Dicembre 1975 a Stoccolma, quando fu insignito del Premio Nobel per la letteratura.

Montale non era uomo da ridursi ai saluti istituzionali, non in un’occasione tanto importante quanto la cerimonia d’assegnazione del Premio. E dunque, in quanto rappresentante dell’Italia all’estero e dell’intero mondo letterario, ha tratto un ottimo vantaggio dall’attenzione di cui godeva durante la serata per pronunciare un importante discorso che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per chiunque voglia interrogarsi sul rapporto sempre più complesso fra società contemporanea e letteratura.

Montale2

«Secondo opinioni assai diffuse, opera di aruspici non sempre attendibili, in questo anno o negli anni che possono dirsi imminenti il mondo intero (o almeno quella parte del mondo che può dirsi civilizzata) conoscerebbe una svolta storica di proporzioni colossali. Non si tratta ovviamente di una svolta escatologica, della fine dell’uomo stesso, ma dell’avvento di una nuova armonia sociale di cui esistono presentimenti solo nei vasti domini dell’Utopia. Alla scadenza dell’evento il premio Nobel sarà centenario e solo allora potrà farsi un completo bilancio di quanto la Fondazione Nobel e il connesso Premio abbiano contribuito al formarsi di un nuovo sistema di vita comunitaria, sia esso quello de Benessere o del Malessere universale, ma di tale portata da mettere fine, almeno per molti secoli, alla multisecolare diatriba sul significato della vita.»

Sin dai primi paragrafi del suo discorso, Montale punta a mettere molti importanti temi al centro dell’attenzione. Con questo tono piuttosto profetico (e che pare rivolgersi al periodo che noi stiamo vivendo) e sospeso tra l’Utopia e la Catastrofe escatologica, si mettono a confronto due mondi a Stoccolma riuniti: quello letterario, incarnato dal vincitore e dall’Accademia stessa, e quello civile e politico, rappresentato dal Re di Svezia il quale, per tradizione, assegna fisicamente la preziosa medaglia. Che rapporto c’è tra i due, oggi? A un primo sguardo potremmo dire un rapporto di squilibrio numerico, poiché:

«infinitamente più lungo e praticamente impossibile a identificarsi la legione, l’esercito di coloro che lavorano per l’umanità in infiniti modi anche senza rendersene conto e che non aspirano mai ad alcun possibile premio perché non hanno scritto opere, atti e comunicazioni accademiche e mai hanno pensato di “far gemere i torchi” come dice un diffuso luogo comune.»

R

Le persone che operano per migliorare il mondo attraverso vie differenti da quella letteraria ce ne sono, ma sono comunque insufficienti rispetto a quelle che contribuiscono alla diffusione di uno “spirito utilitario” della vita dell’uomo che lo conduce al ricatto, all’omicidio, a tutti quegli atti disastrosi che rendono la sua vita misera. Questo spirito è, credo, a un tempo il cancro e il futuro del nostro tempo; stando alla visione di Montale. Questi infatti, dopo aver tratteggiato per grandi linee la storia dell’evoluzione della poesia sin dai canti tribali, passando per la poesia provenzale e siciliana, per arrivare alle più moderne innovazioni stilistiche italiane e inglesi, giunge a un punto in cui, anche a seguito di eventi terribilmente devastanti come la Seconda Guerra Mondiale e in particolare il lancio delle bombe atomiche, l’Arte smette di essere tale ma si trasforma in oggetto, prodotto. Questo perché il meccanizzarsi della nostra intera esistenza, l’appiattimento sociale e psicologico sul sistema industriale della creazione in serie di benessere, ha influito inevitabilmente su tutti gli artisti che, loro malgrado, vivono nello stesso mondo degli altri esseri umani.

«Evidentemente le arti, tutte le arti visuali, stanno democraticizzandosi nel senso peggiore della parola. L’arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l’uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza.»

Montale1

Colpa di questo abbrutimento dei costumi e dell’etica (per non dire morale) è dei nuovi sistemi di comunicazione, a partire dalla televisione (e il povero Eugenio non ha vissuto abbastanza per vedere l’avvento dei social network!) che crea un vero e proprio distaccamento tra l’essere umano e la sua realtà, fatta di un mondo esteriore nel quale agisce ma anche di un mondo interiore nel quale deve riflettere, pensare, creare. Grazie, però, al lavoro incessante di quelle persone che non vogliono cedere all’abbattimento della propria individualità umana, della propria indipendenza critica e poetica, rappresentati e difesi da istituzioni quali l’Accademia di Svezia, che hanno il merito di restituire  all’Arte e alla poesia la sua essenza non-di-serie, è possibile sperare in un rapporto dialogico fra queste due sovra-culture mondiali: da una parte la distruzione dell’individuo e, dall’altra, la sua difesa. Tuttavia è bene ricordare che nemmeno le sale intrise di cultura dell’Accademia di Svezia sono immuni dallo spirito utilitario accennato sopra: come infatti saprete, quest’anno non ci sarà alcun premio per la Letteratura per via delle ripercussioni, sull’intera Accademia, di alcune denunce per molestie sessuali rivolte al marito di uno dei membri. Dunque Montale ha dato prova di lungimiranza quando parlava dei nostri mali e questa, senza dubbio, è una delle caratteristiche principali dei veri Poeti:

«L’idea di scrivere per i così detti happy few non è mai stata la mia. In realtà l’arte è sempre per tutti e per nessuno. Ma quel che resta imprevedibile è il suo vero begetter, il suo destinatario. L’arte-spettacolo, l’arte di massa, l’arte che vuole produrre una sorta di massaggio fisico-psichico su un ipotetico fruitore ha dinanzi a sé infinite strade perché la popolazione del mondo è in continuo aumento. Ma il suo limite è il vuoto assoluto. […] Il mondo è in crescita, quale sarà il suo avvenire non può dirlo nessuno. Ma non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione.»

Questa cultura che deve agire da “argine e riflessione” ha un obiettivo molto semplice, in realtà: quello di ricordare a tutti noi, a partire dai suoi creatori, gli scrittori in primis, che indipendentemente dal credo religioso o meno, dalla propria filosofia di vita, dalla propria storia personale, laica o atea che sia, nessuno di noi gode di un particolare privilegio rispetto non solo agli altri, ma rispetto all’intero sistema nel quale si vive (l’ecosistema, per dirla in termini biologici). Compito dell’essere umano è indubbiamente quello di elevarsi, tentare di raggiungere le vette più alte del proprio spirito, del proprio intelletto. Per farlo ha bisogno di tornare con i piedi per terra ma puntando lo sguardo in alto, conscio del fatto che, infondo, “Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti. È come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione“.

La riscossa olandese, prima parte: la letteratura nel secolo d’oro delle Province Unite

Di Andrea Carria

[Dopo “La riscossa irlandese” curata da Gian Luca Nicoletta, (di cui, se ve li foste persi, potete leggere gli articoli ai seguenti link: #1, #2, #3), con l’articolo di oggi inauguriamo una nuova rubrica in tre uscite: “La riscossa olandese”.]

 

Non so se questo pensiero abbia sfiorato anche voi, ma non per tutte le nazioni è facile individuare il nome di un autore in grado di riassumere buona parte della tradizione letteraria del proprio paese. Non serve andare a prendere esempi troppo lontani da noi, casi del genere esistono pure nel cuore dell’Europa, dove paesi importanti in settori strategici, come la politica o l’economia, e tecnologicamente all’avanguardia fanno registrare un silenzio sorprendente nel campo delle arti e, magari, proprio in quello della letteratura. Fra questi – almeno da una prospettiva italiana, quella che in questo momento penso di poter rappresentare – vanno inclusi i Paesi Bassi, un territorio e un popolo che hanno dato moltissimo alla scienza, alla cultura e all’arte, ma che in campo letterario non hanno mai saputo esprimere una tradizione né dei nomi capaci di valicare i già di per sé limitati confini nazionali.

La percezione, tuttavia, è destinata a rovesciarsi qualora si assuma il punto di vista dei neerlandesi. Pure la loro letteratura — risponderebbero  ha avuto il suo “periodo classico”, un momento di straordinario rigoglio che è coinciso con il massimo sviluppo economico, politico e culturale dell’allora Repubblica delle Sette Province Unite: il Seicento della Gouden Eeuw, il secolo d’oro dell’Olanda. Quindi, se d’ora in poi userò l’espressione “letteratura olandese” per riferirmi alla produzione letteraria delle Province Unite tout court, il motivo è il seguente: delle sette province confederate che costituivano la Repubblica (Olanda, Zelanda, Frisia, Drenthe, Overijssel, Gheldria e Utrecht), l’Olanda – e in essa la città di Amsterdam – rappresentava il centro nevralgico di tutta la sua intelaiatura: economica e finanziaria in primo luogo, ma poi anche politica, istituzionale, sociale e culturale.

VERMEER_-_El_astrónomo_(Museo_del_Louvre,_1688)
Jan Vermeer, “L’astronomo” (1668), Museo del Louvre di Parigi

Lasciando da parte inutili paragoni per concentrarsi sul fenomeno letterario in sé, della letteratura olandese del Seicento si può dire tutto tranne che fosse carente o poco rappresentativa. Rispetto ai secoli precedenti, la tradizione medievale continuava a rivestire molta importanza, le vecchie Camere di retorica non avevano ancora abdicato al proprio primato culturale e il latino opponeva una strenua resistenza all’affermazione del neerlandese, tuttavia il numero di autori allora in attività e la diversificazione dei generi letterari non mancarono di segnare un salto di qualità importante, degno di essere ricordato.

I maggiori autori del Seicento olandese furono coloro che seppero meglio interpretare il gusto della gente, combinando le caratteristiche più rappresentative della tradizione popolare neerlandese con i canoni della cultura classica e rinascimentale. Cinque vi riuscirono più degli altri; vi riuscirono così bene da essere considerati i pilastri della letteratura olandese del secolo d’oro.

Primo fra tutti – almeno in senso cronologico – fu Jacob Cats (1577-1660), uno dei poeti olandesi più amati di sempre. Originario della Zelanda e giurista di formazione, durante la sua vita Cats si divise fra politica e poesia, viaggiando all’estero e ricevendo incarichi importanti (fu Gran Pensionario d’Olanda dal 1636 al 1651). La sua opera poetica, ricca di citazioni e rimandi agli autori greco-latini, era contraddistinta da uno stile moralizzante che risentiva dell’etica calvinista, della quale contribuì a diffondere i valori.

Jacob Cats

Pieter Corneliszoon Hooft (1581-1647) era figlio di un borgomastro di Amsterdam. Fu poeta dottissimo e amante della letteratura rinascimentale italiana, della quale incrementò la propria conoscenza compiendo un viaggio nella nostra Penisola. Scrisse drammi e tragedie, nutrendo al contempo l’interesse verso la storia e la politica. Nel 1628 iniziò un lavoro monumentale che avrebbe dovuto narrare la guerra dei Paesi Bassi contro la Spagna prendendo come esempio le cronache di Tacito, ma l’opera – nota col titolo di Storie olandesi – non venne mai terminata.

Pieter Cornelisz Hooft, by Joachim von Sandrart
Pieter Corneliszoon Hooft

Gerbrand Adrienszoon Bredero (1585-1618) fu un artista estremamente versatile (poeta, drammaturgo e perfino pittore), ma dalla vita breve. Morì a trentatré anni nel pieno della sua carriera, ma riuscì comunque a lasciare più di qualche traccia nella cultura olandese. Meno dotto sia di Cats che di Hooft, si sentiva più vicino al mondo rude e virulento dei popolani, ai quali si ispirava per comporre i propri scritti cercando al contempo di incontrarne i gusti. Amava altresì Amsterdam, la sua città, spesso celebrata nei suoi versi. Di lui si ricorda soprattutto la commedia teatrale Il brabantino spagnolo, un’opera di discreto interesse letterario che però rifletteva i limiti della sua erudizione (il grande storico olandese Johan Huizinga ne ha parlato come del poeta «in cui meno si avverte l’erudizione umanistica presente allora in quasi ogni poesia»).

Bredero
Gerbrand Adrienszoon Bredero

Quarto in ordine di tempo, ma forse primo quanto a grandezza, è Joost van den Vondel (1587-1679), la cui presentazione migliore la si deve ancora una volta a Huizinga e alla sua La civiltà olandese del Seicento (1933):

«Di fronte allo splendore di Vondel tutto impallidisce. Noi olandesi siamo fermamente convinti che Vondel è stato uno dei più grandi poeti di tutti i tempi. Sappiamo anche, e lo accettiamo come un dato di fatto, che il mondo non lo conosce e mai lo conoscerà».

Il tempo sembra che stia continuando a dare ragione a Huizinga, tuttavia, almeno in Olanda, il nome di Vondel non dovette attendere per godere di popolarità. In vita egli rimase sempre al centro dell’attenzione dei suoi contemporanei, ripagando la stima e gli onori tributatigli attraverso i suoi componimenti. Fra i suoi temi prediletti spiccavano i soggetti religiosi e biblici, ma anche gli avvenimenti storici e politici fornivano legna al fuoco della sua arte, sempre pronta per essere messa al servizio dell’Olanda e della Casa d’Orange. Ma Vondel non fu solo il “vate” per le Province Unite, bensì anche il loro poeta di più ampio respiro, interessato a quello che succedeva nel resto del continente e per questo più aperto degli altri a coglierne le suggestioni. Seguì le vicende inglesi dell’epoca di Cromwell, i repentini capovolgimenti della Guerra dei Trent’anni e si convertì al cattolicesimo. Un bell’azzardo vista la sua fama (in Olanda la fede principale era il calvinismo), ma il fatto di vivere in un paese religiosamente tollerante gli permise comunque di continuare a godere dei benefici della propria arte fino alla veneranda età di novantuno anni.

J_vondel
Joost van den Vondel

Ed eccoci infine all’altolocato e dottissimo Constantijn Huygens (1596-1687), segretario personale del principe d’Orange e possessore al massimo grado di tutto il sapere che l’istruzione umanistica del tempo era in grado di fornire. I suoi interessi erano molteplici – tanto letterari e filosofici, quanto scientifici e artistici – e la sua innata curiosità trovava adeguato appagamento nella sterminata biblioteca che possedeva. Conosceva varie lingue, merito dei numerosi viaggi compiuti all’estero, ed era in contatto con i maggiori intellettuali del suo tempo. Colto, inserito, perspicace e smanioso di conoscere, un uomo completo è quanto di meno si potrebbe dire al suo riguardo. Eppure non bastò. Huizinga ha scritto di lui: «era una di quelle persone infaticabili che sanno far fruttare dieci volte il tempo di cui dispongono, un talento universale, sia pure senza genialità». La genialità di cui parla Huizinga è la capacità di creare innovando; se infatti si guarda l’insieme complessivo dell’opera di Huygens, l’impressione finale è quella di un autore dotto, profondo conoscitore dei classici, sensibile e raffinato, ma anche – ed è questo il fatto – il più alto interprete della tradizione letteraria olandese. È come fedele interprete di questa tradizione che si ravvisa la sua mancanza di genialità: malgrado sapesse usare la penna come pochi e conoscesse i classici a menadito, neppure lui riuscì a proporre qualcosa di veramente nuovo. Il suo stile era perfetto, elegante, ricercato, ma i soggetti – a posteriori – non gli resero giustizia.

Constantijn-Huygens-door-JanLievens-detail
Constantijn Huygens

La ripetitività di temi e soggetti, di stili e generi, fu la tara più importante patita da tutta la letteratura olandese del Seicento, non soltanto da Constantijn Huygens. Quanto detto sulla sua opera andrebbe infatti esteso a tutti gli altri poeti e scrittori, sia a quelli già citati sia a quelli che non hanno trovato spazio in questo articolo. Le lettere, nell’Olanda della Gouden Eeuw, rimasero fedeli ai canoni tradizionali, raggiunsero buoni livelli, furono apprezzate dai contemporanei, ma non eguagliarono l’importanza, non solo letteraria, raggiunta, per esempio, dalle lettere inglesi durante la cosiddetta Golden Age elisabettiana.

Per quanto materiali ed esperienze non fossero mancati, innovazione – stilistica o contenutistica – non ce ne fu. I capitani olandesi, per esempio, furono tra i primi ad acquisire dimestichezza con la prosa nella redazione dei giornali di bordo, e qualcuno di loro si dimostrò pure un discreto narratore, tuttavia per l’affermazione di questo genere letterario era ancora presto, in Olanda come altrove.

Se si esclude il singolarissimo caso del Diario di Anna Frank, quattro secoli dopo la letteratura olandese contemporanea si ritrova ancora impantanata nel proprio provincialismo, sebbene con prospettive di crescita più interessanti rispetto al passato. Romanzieri come Herman Koch, Michel Faber, Arnon Grunberg sono tradotti in varie lingue e in Italia pubblicano con alcune delle più importanti case editrici, mentre nuovi autori stanno continuando ad affacciarsi sul mercato librario nostrano con alterna fortuna (fondamentale a tal riguardo è l’attività della casa editrice Iperborea, specializzata in narrativa scandinava e nordeuropea, al momento una delle realtà più interessanti dell’editoria italiana). Completano il quadro gli apporti forniti dagli studi critici, con la (ri)scoperta di figure dimenticate come Etty Hillesum, la scrittrice ebrea-olandese morta ad Auschwitz nel 1943, il cui Diario — uno scrigno pieno di considerazioni etiche, religiose e umane — pare non tarderà a essere accolto fra i classici della letteratura mondiale.

 

La lezione di Piero Gobetti, fra letteratura e impegno

Di Gian Luca Nicoletta

 

Oggi non vorrei parlarvi di letteratura ma di uno degli aspetti a questa strettamente collegato, ovvero il ruolo dell’intellettuale e la figura che a mio avviso meglio riassume la sintesi fra arte e impegno civile: Piero Gobetti.

Piero Gobetti è nato a Torino del 1901. Proveniva da una modesta famiglia e data la sua età è sfuggito al carnaio della Grande Guerra. Aveva un cervello a dir poco eccezionale: nell’arco di venticinque anni ha completato le letture di grandi intellettuali e filosofi del 1800, ha fondato ben due riviste, ha scritto recensioni di opere teatrali e romanzi, ha fondato una sua casa editrice. Pensate che è stato il primo, il primo, a dare credito a un giovane scrittore ligure, di cinque anni più grande, pubblicando la sua prima raccolta di poesie: Ossi di seppia vi dice niente? Ebbene sì, Piero Gobetti, a soli 24 anni, è stato il primo editore di Eugenio Montale.

Gobetti4
La prima edizione di Ossi di seppia pubblicata da Piero Gobetti Editore nel 1925

Il suo talento nel campo letterario non si esauriva solo con l’ottimo fiuto per chi aveva in sé il sacro fuoco dell’Arte (ricordiamo il Premio Nobel a Montale assegnatogli nel 1975, occasione in cui il poeta enunciò uno dei suoi discorsi più importanti e che approfondiremo presto), ma anche con l’impegno che ha dimostrato nel comprendere l’importanza della letteratura e il suo tanto inestimabile quanto intrinseco valore di mezzo attraverso il quale raggiungere la libertà, la dignità e lo sviluppo pieno della persona umana. Questo percorso, però, non ha gambe abbastanza forti per reggersi in piedi da solo, e di certo non si può pretendere che in ogni lettore risieda anche uno scrittore. Il compito della letteratura può essere svolto pienamente solo se accompagnato da un sano e serio impegno civile. Agire nel mondo dev’essere un imperativo per tutti gli uomini e le donne che si sentano e vogliano continuare a sentirsi parte di una comunità, membri non sottovalutabili né ignorabili di una società moderna e libera.

Non è un caso che termini quali “libertà”, “dignità” e “comunità” emergano nei testi e nei discorsi relativi a Gobetti. Nemmeno lui, infatti, è stato esentato dalla repressione operata dal regime fascista che non vedeva di buon occhio le idee esposte sulle riviste del giovane intellettuale, a cominciare da “La Rivoluzione Liberale”, uscita per la prima volta nel 1922 e non più di tre anni dopo, nel 1925, soppressa per esplicito ordine di Mussolini. I temi principali trattati da questa rivista erano invisi alla dittatura: si parlava di libertà di pensiero e d’espressione, di libera circolazione delle idee e soprattutto si difendevano i diritti delle singole persone. Nel 1924, dopo due anni di gestazione, a questa rivista si aggiunge un supplemento letterario: “Il Baretti”.

Gobetti3
Il supplemento letterario de “La Rivoluzione Liberale”

E con questo supplemento si arriva alla concretizzazione di quanto ho anticipato poco sopra: il lavoro di raggiungimento delle libertà dev’essere svolto su solide gambe. Quindi alla robusta base della difesa dei valori civili e politici di ognuno di noi si aggiunge uno dei modi per raggiungere questi obiettivi, ovverosia la Letteratura. Con il supplemento letterario, tutto il lavoro di Gobetti converge in un’unica direzione: la gestione delle sue riviste e l’inserimento di contenuti di valore di alto livello su questa.
Vi domanderete: come può la letteratura garantirci dei diritti? La risposta a questa domanda sta in quello che io ritengo sia il sunto del pensiero gobettiano in questo ambito: la necessità di formare una classe dirigente “docente”. Ovverosia uomini e donne di alto e indiscutibile valore morale che, attraverso le loro opere e le loro azioni sappiano trasmettere alla società gli insegnamenti migliori dell’etica e della morale laica del nostro tempo.

Mi permetto di aggiungere una mia personale riflessione: il ramo della narrativa (specifico necessariamente, dato che la Letteratura nella visione di Gobetti comprende anche le scienze fisiche e morali, l’economia, il diritto etc.) può ambire a un ruolo ben superiore a quello delle altre discipline. Questo perché, come ben sappiamo, ogni romanzo, poesia, racconto, ci permette di proiettare le nostre vite in un quadro ben più ampio della nostra esistenza in quanto esseri umani. Solo lì possiamo interiorizzare realmente tutto quello che apprendiamo dalle nostre letture, mettere a sistema un insieme potenzialmente infinito di ragionamenti, virtù, valori e idee che gli altri rami della letteratura ci hanno consegnato nel corso del tempo.

Gobetti2

L’esperienza di Piero Gobetti è stata segnante, seppur brevemente, per un periodo storico e culturale del nostro Paese che ha visto le più grandi menti europee incontrarsi e poi separarsi a causa della guerra. Le sue idee non erano condivise da tutti, specialmente dal regime, e questo gli assicurò un’infausta condanna a morte a soli venticinque anni, segno questo della pochezza di una dittatura che stronca sul nascere giovani menti per conservare il proprio potere. Questa storia, in via indiretta e attraverso un interessante gioco di corrispondenze e dialoghi indiretti, è stato raccontato anche da Paolo di Paolo in uno dei suoi ultimi romanzi: Mandami tanta vita.

Grazie anche a lui, come grazie ai tanti Centri di studi, borse, biblioteche e archivi, gli ideali e gli insegnamenti di Piero Gobetti non moriranno. Si è realizzata, alla fine, parte del suo progetto.