La malattia ‘letteraria’ in “Senilità” di Italo Svevo

Di Matteo Maci

Senilità è il secondo romanzo di Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo, pubblicato nel 1898. L’opera conobbe un successo molto limitato, probabilmente per lo stile innovativo del romanzo, che si discosta dallo standard naturalista/verista dominante per adottare soluzioni che diventeranno tipiche dei romanzi psicologici del XX secolo. Non è un caso che James Joyce, autore dell’Ulisse, aiutò Svevo a farsi conoscere nel panorama europeo: l’affinità tematica tra i due fu la base della loro amicizia.

La trama di Senilità si incentra sulle vicende di un impiegato, Emilio Brentani, che conduce un’esistenza monotona divisa tra il lavoro e la sorella Amalia, senza aver mai avuto in precedenza esperienze sentimentali o amorose. È per questa ragione che decide di intraprendere una relazione senza pretese con una giovane, Angiolina Zarri, facendosi consigliare dall’amico Stefano Balli, uno scultore che non ha conosciuto troppo successo in ambito artistico, ma che è totalmente opposto a Emilio per stile di vita: egli è descritto come un uomo imponente, non solo dal punto di vista fisico ma anche psicologico, capace di mettersi al centro dell’attenzione e di attrarre numerose donne, tra le quali, inconsapevolmente, Amalia, la cui passione nascosta per lo scultore la porterà un giorno alla follia e alla morte. In contemporanea a questi fatti, Emilio decide di abbandonare Angiolina, anche alla luce dei numerosi tradimenti di cui viene a conoscenza nel corso della vicenda: l’ex amante finisce per fuggire in un altro paese con un altro uomo.

Svevo
Italo Svevo

L’opera aveva originariamente un altro titolo, Il Carnevale di Emilio, con palese riferimento non solo al periodo nel quale si svolgono i fatti, che è quello dei festeggiamenti del Carnevale, ma anche alla realtà pirandelliana raccontata: tutti i personaggi indossano una maschera che cade con la forte analisi psicologica operata dall’autore. Scopriamo infatti che Emilio non è l’uomo che vorrebbe essere, non è padrone di sé, è incapace di dare una direzione alla sua vita ed è succube di schemi letterari che non coincidono mai con la realtà e che lo portano ad idealizzare la figura di Angiolina, descritta come una donna-angelo piena di vita che ricorda la Laura di Petrarca; scopriamo che la sorella Amalia, che in apparenza potrebbe risultare la figura più coerente della vicenda, non è sorda alla passione amorosa ma da essa si fa travolgere fino alla morte; scopriamo che Angiolina non è la donna onesta e pura che Brentani credeva di aver conosciuto; persino Balli non è l’uomo forte e indipendente che si mostra e finisce per essere anch’egli succube di visioni ideali fatte di immagini artistiche, anche queste, come quelle di Emilio, lontane dalla realtà effettiva. Senilità, il titolo definitivo del romanzo, rimarca con forza la “vecchiaia” dell’animo di Emilio, ne sottolinea l’inettitudine, l’incapacità di dare una svolta alla propria esistenza, l’essere succube a delle idee cui cerca continuamente di dare un (inesistente) riscontro nella realtà.

L’opera di Svevo risente di numerose influenze filosofiche e prende in esame temi che diverranno predominanti nell’indagine filosofica nella prima metà del Novecento, come la funzione del sogno, che verrà approfondita nella psicanalisi di Freud in opere come L’interpretazione dei sogni. Il sogno per Amalia, che conduce un’esistenza scandita dal colore grigio (Svevo usa questo colore per dipingere la donna, adoperato per indicare talora la carnagione talora gli occhi), costituisce un rifugio nel quale evadere dalla realtà e realizzare i suoi propositi proibiti, come quello del matrimonio. Senilità tratta anche le tematiche legate all’inconscio, centrali nella psicanalisi freudiana. Da Freud si distacca nel ruolo attribuito alla psicanalisi, che per Svevo non ha alcun valore terapeutico ma è un efficace strumento di indagine della realtà. Altri riferimenti filosofici in Senilità sono ravvisabili nella figura di Stefano Balli, che incarna la figura del superuomo, in contrasto con quella dell’inetto Emilio: a differenza di quest’ultimo, lo scultore è totalmente padrone della sua vita, riesce a vivere i sentimenti a cui aspira con coraggio e volontà di potenza, cioè l’esatto opposto della senilità che contraddistingue Brentani. Più che l’Ubermensch delineato da Nietzsche, Balli si avvicina alla figura del superuomo dannunziano, un esteta votato all’arte, pervaso dallo spirito dionisiaco che emerge quando immagina di ritrarre Angiolina come una Baccante, ossia come una sacerdotessa di Dioniso, in preda ad un passionale furor bacchico. L’intera visione della vita di Brentani sembra rifarsi alla filosofia di Schopenhauer: la volontà altro non è, in ultima istanza, che un noumeno che non ha nessun riscontro nella realtà fenomenica ed è quindi causa del dolore, o, più nello specifico, della malattia, parola chiave del romanzo. La malattia non è solo quella psicofisica di Amalia che la porterà alla morte, ma anche quella di Emilio, la sua inettitudine da cui vorrebbe “guarire” come afferma egli stesso a più riprese nel corso della vicenda. Persino Balli, pur vivendo seguendo pienamente la sua volontà, non accetta la realtà lucidamente ma si propone di plasmarla secondo i propri personali parametri, ovviamente fallendo. Un altro dei numerosi rimandi alla filosofia nel romanzo è ravvisabile nei propositi stessi di Emilio, in bilico tra il desiderio di assumere la figura del seduttore o del Don Giovanni nei confronti di Angiolina e quello di agire da pater familias nei riguardi della cagionevole e debole sorella Amalia, entrambi atteggiamenti umani rilevabili nella filosofia di Kierkegaard.

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Il porto di Trieste, città natale di Svevo, in una fotografia del 1885.

Alla fine del romanzo, l’inetto Brentani non riuscirà a realizzare nessuna delle due intenzioni: Angiolina gli sfugge definitivamente; Amalia muore anche per la sua noncuranza, che lo porta a non accorgersi che la sorella ha iniziato a consumare etere per trovare conforto alla sua insoddisfazione sentimentale, il che sarà la reale causa del delirio e della morte di questa. Il tema della scelta attraversa il romanzo mostrando come solo Angiolina e Balli siano capaci di decidere per la loro vita con fierezza e consapevolezza: Emilio ed Amalia inseguono dei sogni compiendo delle scelte esclusivamente condizionati da questi e non riescono ad accettarne le conseguenze, finendo per tornare continuamente sui loro passi, in un vero e proprio circolo vizioso che non trova una vera conclusione — alla fine del romanzo, Emilio idealizzerà come simbolo di un futuro socialista ancora la radiosa figura di Angiolina, questa volta immaginata col carattere schivo e mite della sorella, non riuscendo quindi ad accettare che la donna è esattamente quello che si è dimostrata: una persona immorale e infedele che ha approfittato dei suoi sentimenti.

Nel capitolo XIV, che chiude il romanzo, Emilio fa una riflessione profonda sulla condizione umana:

«Strano — pensò, — sembrerebbe che metà dell’umanità esista per vivere e l’altra per essere vissuta».

senilità

Con questa potente osservazione Emilio si accorge che Angiolina esiste perché egli possa vivere: senza la sua figura egli sarebbe cioè totalmente perso. Oltre che ad Angiolina, è bene considerare che Emilio fa dipendere fortemente le sue decisioni dal consiglio di Stefano Balli. Si osserva infatti come l’amicizia tra lo scultore e Brentani nasca da due necessità puramente egoistiche dei personaggi: quella di Stefano di avere un amico con il quale poter fare vanto di sé e delle sue abilità e quella di Emilio di avere una figura di riferimento nella vita, quasi paterna. Il protagonista ipotizza questa sorte per almeno la metà degli esseri umani, incapaci di vivere “per sé” ma unicamente in funzione di qualcuno o di qualcosa, succubi delle loro idee e dei loro desideri che non riescono a realizzare per la loro senilità. Svevo getta in questo modo un’ombra sul destino dell’uomo: siamo davvero padroni di noi stessi, capaci di dirigere in modo indipendente la nostra vita? O è forse più coerente ammettere di essere schiavi delle circostanze e di vivere secondo schemi dai quali non riusciamo a liberarci, mentre cerchiamo di raggiungere i nostri obiettivi? È per questo motivo che leggere le vicende di Emilio e seguirlo nei suoi ragionamenti è come guardarsi allo specchio: è spontaneo trovare frammenti di sé nell’inettitudine di un uomo che in ogni suo gesto si riscopre essere “umano, troppo umano”.

La pittura del Novecento, parte IV: l’Italia al tempo delle avanguardie

Di Andrea Carria

Negli articoli precedenti di questa serie (#1; #2; #3) abbiamo iniziato l’esplorazione delle avanguardie  del Novecento, ma ancora non abbiamo mai menzionato l’Italia, quasi come se non avesse avuto alcun ruolo nel rinnovamento artistico di inizio secolo. In realtà l’Italia un ruolo lo ha avuto, ed è stato quello di una grande protagonista. Nell’articolo di oggi interamente dedicato a essa, vedremo insieme caratteri e volti dell’avanguardismo di casa nostra e degli altri movimenti, cominciando dai primi passi compiuti in tale direzione dagli artisti italiani, quando il Novecento e le avanguardie appartenevano a un futuro ancora lontano.

La prima esperienza da ricordare è sicuramente quella dei macchiaioli, un gruppo di artisti che nel 1855, al Caffè Michelangiolo di Firenze, gettò le basi di un nuovo stile di pittura. Come rivelato dal loro nome, i macchiaioli (Fattori, Lega, Signorini, per citare solo i più noti) ripensarono il modo di stendere il colore sulla tela unendo un disappunto e una constatazione: il disappunto andava verso la pittura classicheggiante di cui le accademie italiane del tempo e non solo si facevano epigoni, mentre la constatazione ravvisava la necessità di superare le impostazioni e le tecniche tradizionali per giungere a rappresentazioni più fedeli alla realtà. Così via le linee di contorno e i merletti fatti col pennello, via anche le scene mitologiche e le solite composizioni manierate: benvenuti paesaggi e scene di genere, ritratti e scorci di battaglie costruiti a macchie di colore e contrapposizioni tonali.

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Giovanni Fattori, Il riposo, 1887, Pinacoteca di Brera, Milano

Innovatori sì e patrioti risorgimentali pure, ma non rivoluzionari fino in fondo. A differenza dei futuri innovatori del Novecento, i macchiaioli volevano andare oltre le convenzioni stilistiche, desideravano, sì, abdicare a qualche mito antiquato, ma non erano dei secessionisti e continuavano perciò a ritenersi interpreti della tradizione pittorica a tutti gli effetti. Classicismo a parte, la pittura del tempo era dominata dal realismo (in Francia erano gli anni d’oro della scuola di Barbizon e quindi di Corot, Millet, Courbet), ed è come innovativi interpreti del realismo italiano che devono essere considerati i macchiaioli, proprio come gli impressionisti, di lì a qualche anno, lo sarebbero stati del realismo francese.

Le connessioni fra macchiaioli e impressionisti sono state a lungo dibattute e anche il parallelismo fra l’arte italiana e quella francese in quegli stessi anni. L’innovazione nella pittura dei due paesi sarebbe proseguita con un movimento neoimpressionista nato in Francia col nome di pointillisme negli anni ’70 dell’Ottocento. Figlio dello studio che gli impressionisti avevano compiuto sull’uso della luce e del colore, il pointillisme o puntinismo era innanzitutto una tecnica che prevedeva l’accostamento di migliaia di puntini di colori primari, i quali, visti da lontano e tutti insieme, andavano a formare tutti i volumi, le forme e le sfumature del dipinto, come si può vedere nei quadri più famosi di Georges Seurat e Paul Signac. Da noi questa tecnica ebbe uno sviluppo ulteriore (il punto poteva essere sostituito dal tratteggio, per esempio) e acquisì vasta risonanza soprattutto in area lombarda, dove si impose col nome di divisionismo grazie all’opera di numerosi artisti spesso animati da un profondo impegno politico-sociale: Segantini, Previati, Pellizza da Volpedo, Balla e il giovane Umberto Boccioni.

Maggi Giovanni---foto Quarto Stato dopo servizio da Milano
Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato, 1901, Museo del Novecento, Milano

Se agli sgoccioli del XIX secolo il divisionismo dimostrava che l’arte italiana era pienamente al passo coi tempi, allo sbocciare delle prime avanguardie l’élite culturale del Paese non si fece cogliere impreparata e nel 1909 un gruppo decisamente agguerrito composto da letterati e artisti capitanati da Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) pubblicò il Manifesto Futurista, dando ufficialmente inizio all’avventura dell’Italia nel frastagliato panorama delle avanguardie europee.

Senza nulla togliere alle altre arti, il lascito più visibile del futurismo va forse ricercato nella pittura. Molti pittori italiani aderirono al movimento fin dalla fase iniziale (tra cui Balla, Boccioni, Severini, Carrà, Russolo), e nel 1910 redassero ben due manifesti concernenti i principi ispiratori del loro stile e del loro linguaggio pittorico: il Manifesto dei pittori futuristi e il Manifesto tecnico della pittura futurista. Com’è noto, la poetica futurista in senso esteso esaltava il progresso e tutto ciò che si combinava con esso in termini di movimento, dinamismo, velocità, forza, vigore, virilità, aggressività e belligeranza; la traduzione di questi concetti nelle arti visive non era però scontata e presupponeva l’acquisizione di tecniche che, soprattutto all’inizio, i pittori futuristi mutuarono dalle esperienze artistiche che avevano avuto in precedenza, il divisionismo prima di ogni altra. Balla — soprattutto — ma pure Boccioni testimoniarono la transizione dal vecchio al nuovo con i loro quadri: La città che sale di Boccioni (1910-11) costituisce un buon esempio di tale incontro, dove la frenesia futurista della scena ritratta (i lavori in un cantiere di Milano) viene resa attraverso la tecnica divisionista del tratteggio.

Un punto di svolta nella pittura futurista è rappresentato dall’incontro con il cubismo, che a Parigi si era ormai imposto come la più influente delle avanguardie. Il linguaggio cubista portò nuova linfa ai pittori del gruppo e dotò loro di nuovi strumenti per esprimere graficamente il dinamismo e la velocità. La scomposizione degli oggetti in piani si sposava bene con l’esigenza di rendere il movimento degli oggetti nello spazio e di mettere a fuoco la simultaneità degli episodi che si assiepano in un’unica scena, rafforzando la sensazione di “aggrovigliamento” propria di molte composizioni futuriste. Composizioni a cui fu la tecnica cubista ad adattarsi, e non viceversa. Città, strade, automobili, biciclette, folla: tutto ciò che si muoveva nello spazio, che si sovrapponeva allo spazio, che lo penetrava era degno dell’attenzione del pittore futurista, per il quale la staticità delle nature morte e dei ritratti cubisti non aveva invece il minimo interesse.

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Umberto Boccioni, La città che sale, 1910-11, Museum of Modern Art, New York

Il futurismo, l’unica avanguardia italiana in quanto fu l’unico movimento ad aver redatto un manifesto programmatico, ebbe una vita piuttosto lunga, scandita in fasi diverse e con irradiazioni anche verso la Russia, la Francia e altrove, ma per alcuni giovani artisti del gruppo esso fu solo un momento della loro carriera. Uno di questi, Carlo Carrà (1881-1966), che nel 1909 aveva ventotto anni, lo dimostrò divenendo un chiaro esponente di un altro movimento fondamentale per l’arte italiana del tempo: la metafisica.

«Pigliamo un esempio: io entro in una stanza, vedo pendere una gabbia con dentro un canarino, sul muro scorgo dei quadri, in una biblioteca dei libri; tutto ciò mi colpisce, non mi stupisce poiché la collana dei ricordi che si allacciano l’un l’altro mi spiega la logica di ciò che vedo; ma ammettiamo che per un momento e per cause inspiegabili e indipendenti dalla mia volontà si spezzi il filo di tale collana, chissà come vedrei l’uomo seduto, la gabbia, i quadri, la biblioteca; chissà allora quale stupore, quale terrore e forse anche quale dolcezza e quale consolazione proverei io mirando quella scena. La scena però non sarebbe cambiata, sono io che la vedrei sott’un altro angolo. Eccoci all’aspetto metafisico delle cose. Deducendo si può concludere che ogni cosa abbia due aspetti: uno corrente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica […]».

Queste parole provengono da Sull’arte metafisica (1919), uno degli scritti teorici di Giorgio De Chirico (1888-1978), l’iniziatore di questo nuovo stile di pittura. Prima ancora di vederne i principi e le tecniche, va rilevato che la pittura metafisica si caratterizzò immediatamente per il suo contenuto concettuale, proponendosi come un’esplorazione — lo dice la parola stessa metá-physiká — oltre i limiti naturali dell’esperienza sensibile, in terreni molto prossimi a quelli del sogno e dell’inconscio (e con intenzioni spesso affini a quelle della speculazione filosofica).

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Giorgio De Chirico, Les Plaisirs du Poète, 1912, Zurigo, collezione privata

Come stile, la metafisica nacque intorno al 1910-1911 dal lavoro solitario di Giorgio De Chirico, pittore dall’animo conteso fra classicismo e modernismo, che dalla propria giovinezza in Grecia, dove il padre era andato a lavorare come ingegnere ferroviario, seppe trarre sensibilità e ispirazione profonde. Gli albori della pittura metafisica di De Chirico precedettero di molto il nome con cui tuttora la chiamiamo e risalgono almeno al dipinto del 1910 L’enigma dell’oracolo: la rappresentazione di un interno dominata dalla figura scura di un uomo voltato di spalle che se ne sta a fissare il vuoto dalla soglia di un’arcata; sulla destra, oltre il muro di mattoni che divide in due la scena, la testa di una statua greca svetta sopra una tenda tirata. Non c’è forse parola più adatta di enigma per designare un’opera di questo tipo, eppure, come dicevo, questo era soltanto l’inizio.

Gli anni fra il 1911 e il 1915 sono quelli in cui De Chirico definì i caratteri salienti del suo nuovo stile: originale e sui generis senz’altro, ma anche nutrito di citazioni simbolistico-decadenti che andavano dalla filosofia di Nietzsche alla pittura di Arnold Böcklin, passando inevitabilmente per i classici della cultura greco-romana. La tipica composizione alla De Chirico è una natura morta oppure un vasto spazio aperto dove gli oggetti rappresentati sono visibilmente fuori posto. Che sia un casco di banane in mezzo a uno spiazzo, una grande piazza nella quale si affacciano edifici vuoti e silenziosi, oppure un tavolato dove dei manichini se ne stanno immobili e tutto l’intorno prende la fisionomia di un teatro con tanto di quinte e di palco, non c’è quadro in cui De Chirico non abbia voluto comunicare un senso d’inquietudine e di mistero. L’atmosfera è perennemente sospesa, immobile e irreale; c’è una staticità fuori dal tempo, marmorea, molto più solida di quella che si potrebbe vedere in qualunque altra natura morta, dove magari è la luce a dare quel guizzo in più. Ma non qui. Qui pure la luce è una lastra piatta e uniforme che paralizza e inchioda gli oggetti al loro posto. Stabilire l’ora della giornata è impossibile anche se si volesse: non c’è orario terrestre per quella luce, per quel cielo petrolio, per quelle ombre così lunghe riunite tutte insieme, e lo stesso De Chirico gioca con questa ambiguità nel quadro del 1911 L’enigma dell’ora. Sempre riguardo alla luce, la sua fonte non è mai rivelata, si può solo intuire grazie al gioco delle ombre sebbene nemmeno queste siano sempre come dovrebbero essere, poiché le prospettive vertiginose tracciate specialmente nella serie delle Piazze d’Italia sono molto spesso delle false prospettive dai molteplici punti di fuga, e le figure vi si adeguano proiettando la propria ombra in più direzioni senza nessuna regola.

I principi delineati autonomamente da De Chirico destarono l’interesse di letterati come Guillaume Apollinaire, Giovanni Papini e di altri artisti, fino a costituire un piccolo gruppo a cui aderirono suo fratello Andrea (in arte Alberto Savinio), Carlo Carrà, Filippo De Pisis e Giorgio Morandi. L’incontro veramente fondamentale fu tuttavia quello di De Chirico con Carrà, avvenuto a Ferrara nel 1916, il quale consolidò lo stile — da quel momento definitivamente chiamato metafisica — attorno ai suoi caratteri fondamentali. L’ex futurista produsse vari quadri secondo i nuovi canoni, ma anziché spazi aperti e architetture monumentali, la sua preferenza andava agli interni e ai manichini, quest’ultimi cari però anche a De Chirico (p.e. Le muse inquietanti, 1916; Ettore e Andromaca, 1917).

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Carlo Carrà, La musa metafisica, 1917, Milano, collezione privata

Nonostante la breve durata del sodalizio fra De Chirico e Carrà, la pittura metafisica si protrasse sino all’inizio degli anni Venti, quando i tempi erano ormai maturi perché la sua eredità venisse raccolta dal nascente surrealismo. Ciò che colpisce è come sia De Chirico sia Carrà abbiano reagito cercando riparo e rassicurazione tra le braccia di uno stile più tradizionale, l’uno dipingendo scene di ispirazione classica e autoritratti in costume, l’altro soprattutto paesaggi; avremo modo di riparlarne quando ci occuperemo della pittura nell’Italia del Dopoguerra.

Per oggi il viaggio finisce qui, ma prima di salutarci eccovi il mio consiglio di lettura, quest’oggi sdoppiato vista la vastità degli argomenti: Boccioni e il futurismo del grande storico dell’arte Roberto Longhi (Abscondita, 2016) e il recente Giorgio De Chirico. Immagini metafisiche di Fabio Benzi (La nave di Teseo, 2019).

*Immagine di copertina: Umberto Boccioni, La risata, 1911, Museum of Modern Art, New York.

Una storia di donne e madri: “La Nemica” di Irène Némirovsky

Di Gian Luca Nicoletta

Nell’elenco dei topoi della letteratura moderna e contemporanea il rapporto tra genitori e figli (padre-figlio e madre-figlia) occupa uno dei posti più rilevanti. Da quando, all’inizio del secolo scorso, la psicanalisi ha svelato una lunga serie di problemi irrisolti e difficoltà relazionali legate al rapporto di una persona coi suoi genitori, la Letteratura immediatamente si è messa all’opera per arricchire il caleidoscopio dei casi possibili.

Nel corso delle nostre esplorazioni in questo campo abbiamo già incontrato testi del genere (uno con Tommaso Giagni in Prima di perderti) e oggi ne tratteremo un altro, proveniente dalla penna di Irène Némirovsky (di cui abbiamo anche parlato qui) il cui titolo emblematico è La Nemica.

Questo romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1928, quando Némirovsky aveva appena 25 anni. Si tratta del secondo, in ordine cronologico, e precede l’opera che la farà assurgere agli onori della critica e del pubblico, cioè David Golder pubblicato l’anno seguente.
Siamo a Parigi, a cavallo della Grande Guerra. La protagonista è Gabri, una ragazza dodicenne di modesta estrazione sociale che conduce una vita essenzialmente serena e particolarmente libera: passa gran parte delle sue giornate in giro, quando non è a scuola, con la sorellina Michette e lontana da qualsiasi tipo di sorveglianza da parte di un adulto. Questo perché suo padre, un impiegato dal cervello fino e l’animo pavido, è partito per la Polonia a cercar fortuna mentre sua madre, Francine, spende intere giornate a imbellettarsi davanti allo specchio e a far conquiste per i quartieri bene della capitale di Francia.
I ruoli del padre e della madre sono del tutto sproporzionati: a partire dalla presenza nei capitoli fino ai riferimenti nei dialoghi, il papà di Gabri e Michette è quasi un fantasma. Rende bene la cifra di questa irrilevanza il fatto che, tolta la presentazione del personaggio, egli venga chiamato «Bragance», cioè col solo cognome.
Francine, all’opposto, è quasi onnipresente.

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Il fatto che il romanzo abbia questo titolo rappresenta un’interessante strategia narrativa: Némirovsky si risparmia parte delle spiegazioni e sin dalle prime pagine abbiamo ben chiari quali siano gli equilibri. Se la narratrice è Gabri e l’unica donna con cui si interfaccia è la madre, chi può essere la Nemica? La risposta affiora nella nostra mente da subito.
Un punto che già all’inizio della sua brillante carriera letteraria caratterizza sia questo romanzo come l’ultimo, l’incompiuto Suite Francese, è la determinazione degli esiti sociali dei personaggi. Ovverosia spiegare come un personaggio evolve in base al suo ambiente sociale d’origine, generalmente limitato alla più stretta giovinezza. Perché infatti anche Gabri sperimenta un radicale cambio di ambiente sociale, ma laddove questo cambiamento potenzia in sua madre lacune e difetti, in lei questo comporta un arricchimento della sua personalità, che trae il meglio dal nuovo status.

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André Edouard Marty, Le matin dans le parc (1919)

Questo cambiamento di status è anche l’origine della profonda mutazione dei sentimenti di Gabri per Francine. Le due donne (assistiamo anche a un rapido scorrere degli anni) oramai  vivono stili di vita che, tolti i punti di contatto inevitabili quali mangiare alla stessa tavola e condividere lo stesso tetto, sono agli antipodi. Un unico elemento, però, stravolge la vita di entrambe e mischia le posizioni sul piano tanto affettivo quanto morale, rendendo difficile a chi legge esprimere un giudizio definitivo sulle due. Parte del paradigma madre-figlia viene rovesciato e in questo modo Némirovsky crea una prospettiva distorta dalla quale niente sembra più la stessa cosa, le nostre certezze vengono messe in dubbio da noi per primi.

Rispetto a Suite Francese questo è senza dubbio un romanzo più inesperto, pieno di elementi testuali che, con l’esperienza, la pratica e il pieno sviluppo del talento, verranno poi meno. Ma l’acutezza dello sguardo nel tracciare, con toni impressionistici a volte, le sfumature di una città come Parigi alle prime decadi del XX secolo e i grandi turbamenti familiari che già conosceva a causa del suo personale vissuto, valgono assolutamente l’intero romanzo. Anche questo rappresenta una perla che Némirovsky ci ha lasciato e che necessariamente merita di essere riportato alla luce.

Tutte le strade portano in India: il “Grande Gioco” di inglesi e russi in Asia Centrale nel XIX secolo

Di Andrea Carria

 

Quando Dino Buzzati immaginò l’arrivo dei tartari dal deserto (un arrivo destinato a non verificarsi), forse non aveva considerato che la stessa cosa aveva valore anche a parti invertite. Se infatti nei secoli passati l’Occidente ha temuto più volte un’invasione da parte delle orde mongole, nell’Ottocento i discendenti di quei cavalieri hanno provato un’inquietudine simile per la comparsa all’orizzonte dei reggimenti russi o inglesi. I quali erano a loro volta costantemente sul chi vive, in quanto ogni esitazione, ogni rinuncia poteva essere sfruttata contro di loro dai rivali.

Il racconto della rivalità anglo-russa in Asia durante il XIX secolo è la storia del Grande Gioco o Torneo delle Ombre, come veniva chiamato in Russia: una competizione mai ufficializzata che di fatto ha scritto parte della storia di un intero continente. Il Grande Gioco (Adelphi, 2004) è pure il titolo del libro di Peter Hopkirk nel 1990: un volume ponderoso in cui il giornalista inglese è riuscito a raccontare in modo dettagliato e stupendamente appagante oltre cento anni di imperialismo europeo in Asia centrale.

Poche pagine, ed ecco subito la prima sorpresa. Che Napoleone avesse manie di grandezza ipertrofiche e che perseguisse l’annientamento della sua rivale storica, la Gran Bretagna, non è un mistero, ma che avesse addirittura progettato insieme allo zar Paolo di invadere l’India passando dalla Persia è una nota curiosa che si perde nel gran polverone sollevato da tutte le sue imprese. Imprese fa rima con sorprese, e la storia del Grande Gioco è una sequenza pressoché ininterrotta di entrambe. Per parlare di esso si potrebbe anche scegliere di ripercorrere le vite avventurose dei suoi eroi: sarebbe una narrazione avvincente ma che in questa sede ci porterebbe troppo lontano. Hopkirk dà comunque grande risalto ai protagonisti e li segue nelle loro peripezie in quelli che al tempo erano alcuni dei luoghi più remoti della Terra (e che in molti casi lo sono tutt’ora). È una storia che si compone di centinaia di fili, questa: fili solitari come lo erano molti degli uomini che presero parte al Grande Gioco da ambo le parti (ufficiali, esploratori, avventurieri, cartografi, agenti diplomatici o sotto copertura, spie, infiltrati, mercenari, contrabbandieri), ma che tutti insieme formano un arazzo vasto quanto il continente al centro della contesa.

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Per destreggiarsi in una storia tanto lunga, aggrovigliata e percorsa da migliaia di rivoli è necessario procedere con ordine e fissare qualche elemento. A inizio Ottocento la Gran Bretagna controllava l’India, ma i suoi territori non erano amministrati direttamente dalla Corona bensì dalla British East India Company, una compagnia a capitale privato che nel 1860 fu costretta a cedere alla regina Vittoria, appena proclamata imperatrice dell’India, la gestione delle colonie, che da quel momento avrebbero ospitato un viceré.

Per tutto questo periodo (e pure dopo) la Russia non smise di guardare verso Oriente nemmeno per un istante. A livello diplomatico i rapporti con la Gran Bretagna erano altalenanti ma in genere cordiali, e il fatto che i comandanti russi si fossero specializzati nel praticare una politica aggressiva diametralmente opposta a quella ufficiale fin troppo rassicurante, non disorientò né infastidì più di tanto gli inglesi, veterani di intrighi internazionali. L’India era l’obiettivo. Dal primo degli ufficiali all’ultimo dei cosacchi dello zar, lo sapevano tutti, era il più comune fra gli oggetti di discussione fra la truppa; e se durante una missione un agente russo incontrava un collega-rivale inglese da qualche parte sulle montagne o nel deserto, lo invitava a bere nella sua tenda e, sorridendo, lo informava che probabilmente la prossima volta si sarebbero sparati l’uno contro l’altro sul campo di battaglia.

A voce era facile, ma prima di giungere in vista dei contrafforti montuosi che difendevano l’India occorreva attraversare migliaia e migliaia di chilometri di deserti e di montagne inaccessibili, terre senza legge dove spadroneggiavano regnanti indigeni che si arricchivano grazie alle razzie e alla schiavitù. Per la Russia i regni musulmani dell’Asia centrale (khanati) rappresentavano da tempo una spina nel fianco di cui sbarazzarsi, ma le estati torride e gli inverni rigidissimi che si registravano al centro del Continente rendevano impraticabile un’invasione da parte di un esercito moderno con tanto di artiglieria al seguito. Dopo i fallimenti clamorosi delle prime campagne contro il khan di Khiva, fu solo con la presa di Tashkent nel 1865 che lo zar ebbe la forza e l’organizzazione necessarie per intraprendere l’avanzata verso est a lungo rincorsa. In una manciata di anni l’Impero russo incorporò tutti i khanati che si estendevano fra il Caspio e lo Xingjiang (il cosiddetto Turkestan cinese, abitato da popolazioni di etnia e lingua turche con fede musulmana), espugnando o convincendo alla resa città leggendarie come Khiva (il mercato di schiavi più importante dell’Asia centrale), Bukhara e Samarcanda. Saldamente attestato nel suo quartier generale a Tashkent, guidava l’espansione il generale von Kaufman, passato alla storia come “l’architetto” dell’Impero russo in Asia.

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Lord George Curzon, Viceré dell’India dal 1899 al 1905

Era dai tempi di Caterina la Grande che gli zar sognavano di mettere le mani sull’India, terra dalle ricchezze favolose che rappresentava la trave nell’occhio di tutti i rivali della Gran Bretagna, e finalmente la Russia si stava progressivamente avvicinando alle sue frontiere all’impressionante ritmo di centocinquanta chilometri quadrati al giorno. Ma cosa si stava facendo a Londra e nella sede del governo coloniale a Calcutta, nel frattempo? C’è da dire che per tutta la durata del Grande Gioco l’Inghilterra mantenne una visione prettamente difensiva delle proprie manovre in Asia, manovre che erano volte — tutte — a prevenire un’aggressione russa del subcontinente. L’attesa gravida di minaccia alla Buzzati valeva così non solo per i khanati, poi effettivamente inglobati nell’Impero zarista, ma anche per la Gran Bretagna, la quale considerava i suoi possedimenti asiatici fatalmente esposti alle brame del colosso settentrionale. Le mire russe sull’India erano conosciute sia a Londra che a Calcutta, e sebbene i russofobi ne ingigantissero il pericolo, ogni volta che gli eserciti indiani si mossero dalle guarnigioni di frontiera fu per scongiurare il rischio che Pietroburgo si aprisse una via per l’India attraverso i deserti, le steppe e i sistemi montuosi del Nord. Peter Hopkirk, nel cui libro privilegia il punto di vista britannico, sembra infatti scartare l’ipotesi che le spedizioni inglesi di quel periodo avessero fini espansionistici, e infatti le presenta più come un’incombenza che come un’opportunità da cogliere al volo. L’interesse territoriale del Parlamento e della Corona era limitato all’India; se ne avevano uno anche per l’Asia centrale esso era soltanto commerciale e da ottenere con la diplomazia, non certo con le armi.

Ciò non toglie che le armi, gli inglesi, le abbiano usate più di una volta e che esse abbiano procurato nuovi territori all’Impero. La prima, grande guerra combattuta dai sudditi di Sua Maestà durante il Grande Gioco fu quella in Afghanistan nel 1839. Al tempo il paese era retto da una monarchia indipendente, ma le ingerenze russe nella politica afghana destarono parecchie preoccupazioni negli inglesi, i quali pronosticavano un’imminente annessione di Kabul da parte dello zar. Per scongiurare quest’esito, le truppe della Compagnia invasero l’Afghanistan da sud e insediarono sul trono un sovrano di loro gradimento. La crisi sembrava essere stata risolta brillantemente e con tempismo, se non che una rivolta popolare mal gestita e la coalizzazione delle varie fazioni tribali trasformarono l’Afghanistan in una trappola mortale e l’invasione nella peggiore disfatta militare da parte delle truppe britanniche in Asia.

L’assetto geopolitico che Londra riteneva ideale per i suoi interessi asiatici prevedeva una cintura di stati cuscinetto retti da sovrani filoinglesi lungo tutta la frontiera settentrionale dell’India: in questo modo, se i russi si fossero spinti troppo a sud, avrebbero comunque trovato la strada sbarrata da fedeli alleati di Sua Maestà. Questa necessità cresceva via via che le missioni diplomatiche e commerciali scoprivano che le catene montuose che saldavano il subcontinente all’Asia non erano inviolabili come si era sempre creduto. Il Pamir, il Karakorum, l’Hindu Kush e lo stesso Himalaya erano sistemi montuosi imponenti ma di cui si conosceva poco o nulla, per cui la fama che circondava la loro impenetrabilità era più una supposizione che una certezza verificata. Fu proprio durante il Grande Gioco che le esplorazioni geografiche conobbero una stagione particolarmente intensa. Vennero mappate intere aree, scoperti nuovi valichi e nuove valli, testata la navigabilità di numerosi fiumi e si constatò che quasi mai le distanze presunte venivano confermate dalle misurazioni sul campo, tanto che tra un punto e l’altro della carta — si scoprì — potevano nascondersi interi reami fino ad allora ignoti.

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L’Impero britannico durante la sua massima espansione all’inizio del XX secolo

In tutto questo gli asiatici non avevano voce in capitolo. Alleati oggi e pedine sacrificabili domani, i regni dei khan e dei maraja erano lo strumento con cui russi e inglesi si facevano guerra per interposta persona. I sovrani locali venivano scelti dagli uni o dagli altri in base ai propri interessi, e destituiti se non convenivano più o diventavano troppo minacciosi. Gli inglesi in questo erano maestri, e tolta la disfatta afghana dimostrarono una spregiudicatezza e una tempistica d’intervento quasi chirurgica.

Alla fine i russi non giunsero mai in India e nemmeno vi si avvicinarono. L’ultima corsa riguardò il Tibet, paese semiautonomo dell’Impero cinese che gli inglesi, con la solita preoccupazione di anticipare i generali dello zar, invasero nel 1904. Nello stesso anno scoppiò la guerra tra Russia e Giappone, un conflitto che mostrò al mondo tutta la debolezza e l’impreparazione delle armate russe, le quali fino ad allora avevano dimostrato la loro presupposta invincibilità soltanto contro paesi con armamenti desueti. La cocente sconfitta contro i giapponesi e i gravi problemi sociali che si preparavano all’orizzonte segnarono l’uscita di scena della Russia dal Grande Gioco. Da parte sua l’Inghilterra mantenne tutti i suoi possedimenti in Oriente e, all’inizio del nuovo secolo, si confermava essere la maggiore potenza mondiale.

Se volete conoscere altro a proposito di questa storia così ricca e affascinante, le letture non mancano. In lingua inglese esistono numerosi resoconti di viaggio, diari e pamphlet scritti dagli stessi protagonisti del Grande Gioco o da cronisti coevi, ma probabilmente non sono così facilmente reperibili. A trent’anni di distanza, il libro di Peter Hopkirk resta ancora oggi un’opera imprescindibile che vi regalerà a ogni pagina il piacere di una lettura intensa. Personalmente lo considero uno dei più bei libri che abbia letto negli ultimi anni. Se invece desiderate qualcosa di più letterario, sono due i romanzi che non possono mancare alla vostra lista: Michele Strogoff di Jules Verne (l’edizione italiana più recente è quella Mondadori del 2016) e Kim di Rudyard Kipling, il romanzo che ha contribuito a rendere l’espressione Grande Gioco così popolare.

 

 

Immagine in copertina: Edwin Lord Weeks, Along the Gaths, Mathura, 1880 ca, Los Angeles County Museum of Art

L’attesa prima dell’orrore: creazione della suspance e altre meraviglie in “Carrie”, di Stephen King

Di Gian Luca Nicoletta

 

Questa settimana ho voluto fare un esperimento.
Premetto che da sempre ho una profonda avversione per tutto ciò che è horror: dai film alle case stregate dei parchi giochi, passando ovviamente per i libri. Tuttavia la mia curiosità di critico è stata più forte e ho voluto approcciare il genere in letteratura ponendomi un quesito: utilizzando uno strumento che non ha a disposizione immagini, suoni, effetti speciali né sonori e quant’altro, ma solo una pagina bianca da riempire con delle parole, com’è possibile creare la paura?

In passato avevo già letto dei romanzi horror, risalenti a più d’un secolo fa come Dracula e la serie di racconti La catena del destino, entrambi di Bram Stoker, ma quei testi erano basati su ben altre sensibilità, altri paradigmi sociali ed etici che ponevano altrove l’asticella dell’orrore rispetto al nostro punto di vista. Mi sono dunque rivolto, con gran timore lo confesso, al maestro del brivido contemporaneo, Stephen King, iniziando dalla sua prima opera pubblicata nel 1974, Carrie.

King

Con mia grande sorpresa è accaduta una cosa che solo un’altra volta mi era personalmente capitata: ho iniziato e terminato il romanzo nello stesso giorno. Dalla mattina alla sera, nell’arco di una dozzina d’ore, pasti inclusi, mi sono letteralmente lasciato trasportare dalla vicenda, seguendo ogni sviluppo, prendendo la mano del narratore e seguendolo, con un misto di paura e curiosità, per i vicoli bui della città di Chamberlain, nel Maine. Ma la cosa che mi ha colpito di più, anche se di fatto non ha risposto all’interrogativo iniziale, non è stato vedere come si costruisce l’orrore, bensì come si costruisce la suspance. In questo (o meglio, anche in questo) King è un vero maestro, ma vediamo più da vicino cercando di schematizzare la struttura narrativa del romanzo.

  1. Punti di vista multipli: la storia di Carrie White, giovane adolescente timida e bullizzata dalle sue coetanee, viene raccontata sulla falsa riga di un’inchiesta scientifica. Vengono riprodotte prove scritte quali lettere, saggi, articoli di giornale, tutte assemblate nella più grande cornice ad opera della voce narrante, che non si rivela mai ma che possiamo presumibilmente ipotizzare essere un o una testimone dei fatti;
  2. Strutturare in uno schema “incatenato” l’intreccio narrativo. In una struttura di base di qualsiasi storia si hanno tre elementi, che possiamo denominare A, B e C. A = presentazione dei fatti e dei personaggi; B = climax degli eventi; C = risoluzione dei conflitti e conclusione. Lo schema A-B-C definisce in modo lineare l’intreccio. King, in quest’opera, utilizza uno schema incatenato, cioè nell’ordine A-C-B. In questo modo lui ci presenta i personaggi, anticipa già la loro fine e solo dopo ci conduce verso il climax, il punto massimo della tensione.
  3. Creazione della suspance: combinando i punti 1 e 2 otteniamo una visione chiara di come King ha strutturato Carrie. Conosciamo i personaggi e di loro sappiamo già tutto, da questo punto di vista non ci sono colpi di scena: chi è buono rimane buono, chi è cattivo rimane cattivo. Sappiamo a cosa andranno incontro ma, quello che non sappiamo, è il come. Questo elemento mancante diventa il centro di tutte le nostre attenzioni, quello che in critica viene definito l’orizzonte d’attesa di chi legge. Sappiamo già cosa succederà alla fine, ma moriamo dalla voglia di sapere in che modo ci si arriverà e questo crea una grande aspettativa, che si carica di tensione dal momento che sappiamo che il finale sarà inesorabilmente tragico. Chi ce lo dice? Una delle fonti del punto 1(A) anticipando il finale attraverso il punto 2(C).

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Come vedete la struttura è piuttosto semplice, è bastato invertire un elemento dello schema lineare di narrazione. Poi, chiaramente, ci sono il talento e il duro lavoro: la scelta degli aggettivi, l’immenso lavoro che ogni aspirante autore e autrice deve fare sul lessico, l’attenta selezione dei tratti caratteriali, dei particolari che ci lasciano intendere molto altro, di non detto, che appare nella storia e che arricchisce tutto l’affresco; la saggia e scaltra disseminazione di segnali, indizi, bigliettini che ci esplodono fra le mani quando arriviamo in precisi punti del romanzo.

Rimane, dopo la costruzione di questa linea narrativa arricchita dalla suspance, che costituiscono la spina dorsale di tutto il testo, un tratteggio dei personaggi che definirei quasi impressionistico. King utilizza grandi pennellate per descrivere i personaggi che interagiscono con noi: pochi tratti caratteriali ma importanti, sfaccettature ben precise degli atteggiamenti che, visti da una certa distanza, ci danno già l’impressione globale di chi abbiamo di fronte. In questo modo possiamo intuire correttamente chi sono i pedoni e come si muovo sulla scacchiera che ha creato per noi.
Carrie però non è solo questo. I temi che vengono affrontati e dai quali ricaviamo grandi spunti di riflessione sono i più vari e sono ancora vivi oggigiorno: il fanatismo religioso, il rapporto genitori-figli, la fede, la salvazione dell’anima, l’incontrovertibilità della ricerca scientifica e l’eterno interrogativo sulle attività paranormali. Un intero mondo di idee racchiuso in qualche centinaio di pagine, un trampolino che ci lancia da un interrogativo all’altro, facendoci provare il brivido di non vedere dove stiamo atterrando.

 

 

[Immagine in evidenza: dailybest.it]

La pittura del Novecento, parte III: Fauves, ovvero i colori dell’espressionismo francese

Di Andrea Carria

 

Nello scorso articolo di questa serie (vedi qui), si è vista la nascita delle secessioni artistiche all’interno dei gruppi espressionisti di Germania e Austria, ma se si pensasse che l’espressionismo sia stato una prerogativa del mondo germanofono e nordico, si potrebbe dissentire. In ritardo solo di qualche anno, in Francia si stava affermando un gruppo di artisti il cui nome, scelto dai critici come sempre, la diceva lunga sulle caratteristiche del loro stile: erano i Fauves, le bestie selvagge.

Ma chi erano queste belve? Erano, come spesso accade, un gruppo abbastanza eterogeneo di artisti giovani, o comunque emergenti, che affidavano la propria pittura al potere espressivo del colore. Il fatto che fossero giovani o emergenti è particolarmente vero se si considera che il fauvismo durò circa un paio di anni, e che presto tutti loro furono chiamati a sviluppare uno stile che indirizzasse altrove le proprie carriere. Henri Matisse (1869-1951), pittore per il quale il periodo Fauves rappresentò una fase particolarmente importante, fu un grande sperimentatore che non rinunciò mai alla sua passione per il colore, tanto che nel 1917 si trasferì sulla Costa Azzurra per poter trarre la maggiore ispirazione possibile dai luminosi paesaggi mediterranei. Nei primi anni Dieci, lo stile Fauves era ancora visibile nei suoi quadri e, anziché scomparire, si fuse insieme ad esperienze come l’Art Nouveau, la pittura naïf e il collage, le quali fecero raggiungere alla sua arte un maggiore grado di stilizzazione.
Un altro esponente di punta era André Derain (1880-1954). A differenza di altri sperimentatori, in Derain l’influsso per i maestri del passato rimase sempre vivo e lasciò che influenzasse le sue opere, le quali in genere seppero stemperare, a vantaggio dell’equilibrio della composizione, il virulento cromatismo di tanti altri suoi colleghi, come Maurice de Vlaminck (1876-1958), uno tra gli esponenti più convinti del fauvismo, e lo stesso Matisse.
Georges Braque (1882-1963), grande pittore cubista, fu un altro Fauves della prima ora. Il suo apporto personale al movimento, senza dubbio significativo, sarebbe stato in parte ridimensionato dal raggiungimento della propria maturità artistica, segnata dall’incontro con Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso nel 1907. Le composizioni cubiste di Braque, raffiguranti ritratti e molte nature morte, spostavano il suo interesse di artista dal colore alla scomposizione del soggetto in vari piani, lasciando sulla sua tavolozza solo una larga scelta di toni che andavano dal bruno all’ocra.

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Georges Braque, Il porto di Anversa, 1906, National Gallery of Canada di Ottawa

Ma ora torniamo ai Fauves e ai loro colori. La parabola fulminea del gruppo si fa generalmente cominciare nel 1905 con l’esposizione al Salon d’Automne di Parigi, ritrovo per gli artisti indipendenti, quando ad attirare l’attenzione di pubblico e critica furono alcune opere dal forte impatto cromatico. Il carattere ferino di questa pittura era una conseguenza dell’uso “aggressivo” che facevano del colore: steso puro, a pennellate larghe e con una decisa predilezione per i primari, il colore era protagonista assoluto dei loro quadri, tanto da mettere in secondo piano il soggetto della rappresentazione, o meglio di non avere preferenze riguardo a cosa raffigurare. I soggetti spaziavano: paesaggi, nature morte, ritratti e perfino rappresentazioni fantasiose. Già compromesso dal colore, il realismo non era infatti tenuto in nessun conto dai Fauves, per i quali, a dispetto degli impressionisti, il colore era puro impatto visivo ed esaltazione vitalistica: non veniva impiegato, cioè, né per riprodurre la realtà così come appare allo sguardo, né per dare profondità e spessore alla scena. La bidimensionalità dei dipinti era scarsamente attenuata dai giochi di luce, dove anche le ombre, spesso sulle tonalità del viola o del violetto, si mantenevano nella zona “calda” della scala cromatica.

Questa scelta ricalcava un’impostazione precisa, forse l’elemento che discosta maggiormente il fauvismo dall’espressionismo di area germanica. A differenza dei loro colleghi al di là del Reno, interpreti originali dei perturbamenti interiori e critici implacabili della contemporaneità, Matisse e gli altri pittori del gruppo vedevano il bicchiere mezzo pieno e attraverso il colore intendevano omaggiare le emozioni, la vitalità e la gioia di vivere — la quale è pure il titolo di un quadro di Matisse del 1905-06.
Alcuni hanno collegato — molto probabilmente a ragione — l’esuberanza artistica dei Fauves con la situazione della Francia di allora, la quale, rispetto alla rigida e militaresca Germania guglielmina, godeva tutti i benefici di un ordinamento politico liberale e di una temperie socio-culturale che ben si sostanziava nell’espressione Belle Époque. Rendiamocene conto osservando cosa stava accadendo ai massimi livelli della cultura nei due Paesi: mentre in Germania si stava giusto cominciando a raccogliere la controversa eredità di Nietzsche e ci si interrogava, con Dilthey, sul senso e sui possibili approdi della Storia, in Francia Henri Bergson, il maggiore filosofo della sua generazione, aveva uno sguardo diverso e proprio in quegli anni stava lavorando all’Evoluzione creatrice (1907) e al concetto di “slancio vitale” (élan vital), la forza grazie alla quale gli organismi biologici possono intraprendere il proprio cammino evolutivo.

Se però si vuole avvicinare il fauvismo nel modo giusto, prima di qualsiasi riferimento culturale bisogna considerare i maestri della generazione precedente, quando ancora non si parlava né di espressionismo né di avanguardie, ma che proprio su di loro hanno avuto un’influenza enorme. Così, se per gli espressionisti tedeschi fu Edvard Munch, per i Fauves i primi punti di riferimento sono stati Paul Gauguin (1849-1903) e Vincent Van Gogh (1853-1890), pittori post- o neo-impressionisti che dir si voglia, tra i primi a rivoluzionare l’uso del colore con tinte e sfumature che non si riconoscono in natura. Colori ma anche soggetti, come quelli delle barche, sembrano derivare dai quadri di Van Gogh, eppure il contatto più diretto è con Gauguin, per il quale, poco dopo la sua morte, il Salon d’Automne organizzò una retrospettiva di opere sue: per Matisse e gli altri dovette essere una buona occasione per ammirarle e avvicinarsi così alle nuove frontiere dell’arte. Il terzo nome — non per importanza, ma per cronologia — è stato Paul Cézanne (1839-1906), neoimpressionista a sua volta, a cui il Salon dedicò una retrospettiva nel 1907. Insieme a Gauguin, Munch e Van Gogh, Cézanne ha svolto un ruolo strategico nella transizione dall’impressionismo alle avanguardie; il suo stile, uno fra i più singolari e sfaccettati del tardo Ottocento, è stato riconosciuto come punto di riferimento di tutti quei movimenti artistici che, come lui, ambivano a superare la percezione diretta che si ricava dalla natura per raggiungere — attraverso il colore, la luce e il tocco della pennellata — la struttura nascosta della realtà.

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Paul Cézanne, Monte Saint-Victoire, 1904-06, Sammlung C.S. Tyson di Filadelfia

Per molti pittori Fauves il confronto con Cézanne fu rivelativo e li indusse ad approfondire la ricerca del proprio linguaggio pittorico. Il 1907 è infatti anche l’anno in cui la critica dà per terminata l’esperienza del fauvismo, una data non più convenzionale di molte altre ma di per sé capace di farne un movimento dalla durata tanto breve quanto intensa. In verità ci sono anche motivi più prosaici che determinarono questo destino: il fatto, ad esempio, di non essersi mai dotati di un manifesto programmatico né di una vera confraternita, lasciò ai pittori la libertà di muoversi come meglio credevano e di assorbire tutte le influenze che aleggiavano nel frizzante clima artistico-culturale del tempo, dove in realtà vi era ben poco di codificato. Tutto questo fece sì che gli artisti del gruppo imboccassero percorsi differenti pur continuando a frequentarsi: alcuni, come Matisse, proseguirono la carriera sperimentando tecniche diverse mentre mantenevano almeno un occhio sul recente passato; altri, come Braque, confluirono in nuove avanguardie che professavano un’estetica opposta; mentre altri ancora — è questo il caso di Derain — reagirono a tanto modernismo tornando a ispirarsi ai canoni della tradizione.

Insomma, nell’Europa di inizio Novecento c’era posto un po’ per tutti gli stili e le istanze di rinnovamento, e se un artista aveva talento e abbastanza carattere da farsi scivolare addosso le critiche irriguardose dei tradizionalisti, poteva, tasche permettendo, sperare di raccogliere un bel po’ di soddisfazioni.

Prima di darvi appuntamento al prossimo articolo di questa serie, vi lascio il consueto riferimento bibliografico. Purtroppo non sono a conoscenza di recenti monografie dedicate ai Fauves, per cui oggi vi rimando direttamente ai protagonisti: Scritti e pensieri sull’arte di Henri Matisse (Abscondita, 2017) è una raccolta di testi in cui il grande maestro dà forma scritta alle idee che hanno guidato la sua lunga carriera.

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Immagine di copertina: Henri Matisse, La tavola imbandita (armonia in rosso), 1908, Ermitage Museum di San Pietroburgo.-

Chiuso in casa per fuggire dal mondo: “Controcorrente” di Karl-Joris Huysmans

Di Gian Luca Nicoletta

 

Anche questo articolo parla di persone chiuse in casa, proprio come noi. Ciò che fa la differenza, però, è che il protagonista del romanzo di cui vi parlo oggi lo fa di sua spontanea volontà.

Il libro è Controcorrente (À rebours), scritto da Joris-Karl Huysmans e pubblicato per la prima volta nel 1884, cioè quando il naturalismo francese aveva già iniziato la parte discendente della sua parabola, tuttavia ancora dominante nel panorama letterario.

Il titolo di quest’opera rappresenta il manifesto intellettuale e spirituale che impregna ogni pagina. Andare controcorrente è la missione di vita che il protagonista, Des Esseintes, sposa dal momento in cui diventa maturo e si libera dal giogo dei genitori. Grazie a un’educazione impartitagli dai Gesuiti e da un ingente patrimonio ereditato dal padre e dalla madre, il protagonista decide di costruirsi una personale torre d’avorio all’interno della quale chiudersi e abbandonare così la vita mondana di Parigi.

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Ma non dovete pensare che Des Esseintes decida di abbracciare un’ascetica solitudine in uno spartano romitaggio per passare la sua vita, tutt’altro: ciò che lui detesta dell’uomo (e questo è già il primo punto controcorrente, cioè nel pieno del positivismo ritenere l’essere umano una creatura deprecabile) è tutto quello che afferisce alla sfera sociale, mentre quel che deriva dall’intelletto e dall’ingegno ha per lui la massima attrattiva.
Seguendo questo principio egli cerca la dimora ideale:

«Batté i dintorni della capitale e scoprì una bicocca in vendita, sopra Fontenay-aux-Roses, in un angolo appartato, senza vicini, vicino al forte: il suo sogno si era realizzato. In quel paese, non ancora invaso dai parigini, era certo di essere al sicuro. Le difficoltà nelle comunicazioni, malamente garantite da una ridicola ferrovia che si trovava all’estremità del paese e da piccoli tram che partivano e compivano il tragitto come potevano, lo rassicuravano. Pensando alla nuova vita che avrebbe avviato, provava una felicità viva, perché si vedeva già abbastanza lontano, al riparo della sponda così da non essere più raggiunto dalla fiumana di Parigi e allo stesso tempo sufficientemente vicino perché la prossimità della capitale lo rendesse più fermo nella sua solitudine.»

Al suo interno questa “bicocca” viene ristrutturata e progettata nei minimi particolari: ogni singolo metro quadro viene dotato o di un’invenzione per garantire ogni comfort, o di un’opera d’arte finemente ricercata, ma di qualsiasi cosa si tratti una cosa la deve caratterizzare, cioè deve essere inequivocabilmente unica. Il rifiuto della massa è anche il rifiuto di ciò che la diverte e la allieta, e questo riguarda anche le opere di letteratura, le stampe, i dipinti, le sculture, persino gli orari.
Proprio così: Des Esseintes inizia a condurre uno stile di vita che definiremmo vampiresco: si alza alle cinque del pomeriggio per poi coricarsi alle cinque del mattino seguente. Durante quelle dodici ore la sua vita scorre tranquilla tra pasti frugali, preziose miscele di liquori e l’osservazione di tutte le sue opere d’arte.

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Passiamo alla composizione dell’opera, che pure merita di essere studiata perché anch’essa va controcorrente. Innanzitutto ogni capitolo di questo libro è strutturato come una piccola enciclopedia: utilizzando gli interessi di Des Esseintes come valido espediente, Huysmans ne approfitta per sciorinare tutte le sue conoscenze in molti campi del sapere, dalla letteratura medioevale alla storia dell’arte, dallo studio delle pietre alla teoria del colore, passando per le proprietà di liquori e cibi. Questo modello di struttura, basato su lunghe digressioni e un tono più saggistico che romanzesco, riprende le opere del secolo precedente, mentre in quello di Huysmans tutto ciò che era esterno e superficiale veniva arbitrariamente tagliato dai naturalisti per fare posto all’analisi psicologica e sociale del personaggi. Intuizioni e sensibilità che troveranno piena legittimazione all’inizio del 1900 grazie agli studi di Sigmund Freud.

Un secondo elemento di grande interesse riguarda il modo in cui Des Esseintes fa esperienza dei suoi ricordi. Tendenzialmente in piena solitudine e, cosa ben più importante, grazie a stimoli che gli giungono da profumi e sapori. C’è forse un altro autore francese coevo a Huysmans che ha fatto di questa tecnica il suo segno distintivo? Proprio così: il collegamento con Marcel Proust è innegabile e in questo senso possiamo dire che l’impianto della Recherche è direttamente speculare a quello di À rebours, proprio per il focus quasi maniacale sull’alta società parigina e per l’esaltazione di oggetti, in Proust, che vengono disprezzati in Huysmans e viceversa.

Questo romanzo ci dà l’opportunità di guardare la solitudine e l’isolamento da prospettive inedite e sicuramente non convenzionali. Assistiamo al trasloco del mondo in una casa, a volte addirittura in una sola stanza. Un mondo diverso da quello cui siamo stati abituati a leggere nel corso del ‘900, quello di Huysmans è ancora e comunque un mondo all’apice dell’espansione sociale, tecnologica e coloniale, un mondo nel quale l’imperativo della società dominava anche la più piccola sfera dell’intimità di ognuno di noi, ma che ha in ogni caso segnato una pietra miliare nel nostro sviluppo collettivo e individuale.

Ghost Town: 8 luoghi da scoprire dal divano aspettando la riapertura

Di Andrea Carria

 

In queste settimane a casa mi sono imbattuto in una serie di documentari che, oltre a costituire un inquietante parallelismo con la situazione attuale delle nostre città, mi hanno permesso di viaggiare dal divano e di affacciarmi su un mondo di cui fino ad allora conoscevo poco o nulla: quello delle ghost town, le città fantasma.

Su Rai Play Ghost Town è il titolo della serie che ho guardato io: 8 puntate alla scoperta dei paesi disabitati sparsi per l’Italia, e qualcuno anche in giro per il mondo. L’attore e fotografo Sandro Giordano è la guida che conduce lo spettatore fra le macerie di questi posti usciti dalla grazia di Dio, destreggiandosi fra percorsi impervi, nottate all’addiaccio, fotografie e interviste ai testimoni. È una serie ben fatta, intrigante e che consiglio a tutti di vedere.

Ma come fa una città, un paese a perdere tutti i suoi abitanti e diventare una ghost town? Non esiste un’unica ragione, eppure la casistica è alquanto ridotta e quasi sempre è legata a un evento catastrofico come un’alluvione o un terremoto.
Le 8 località che vi presento qua sotto sono quelle che Sandro Giordano ha visitato per la realizzazione dei documentari. Quando l’emergenza da Coronavirus sarà rientrata, potrebbero essere mete per delle gite fuori porta, ma intanto accontentiamoci di vederle in questo articolo e poi, soprattutto, sperando che raccogliate l’invito, gratuitamente on line.

Pyramiden (Isole Svalbard, Norvegia). Il primo episodio della serie si svolge alla latitudine estrema del circolo polare artico. Qui, nell’arcipelago delle Isole Svalbard, dove è più facile incontrare un orso bianco che un’altra persona, c’è la ghost town di Pyramiden, un’enclave russa in terra di Norvegia che durante l’Unione Sovietica fu un centro minerario attivissimo, dedito all’estrazione del carbone. Al tempo del suo massimo splendore Pyramiden contava un migliaio di abitanti, i quali alloggiavano negli enormi casermoni concepiti dall’architettura comunista: palazzi immensi di molti piani i cui appartamenti godevano di ogni comodità tranne una: la cucina. Tutti i pasti venivano infatti consumati in comune nella grande mensa, pure questa, al pari dei casermoni, una caratteristica della filosofia sociale comunista.
Per quanto attiva e ricca, Pyramiden non sopravvisse a lungo al tracollo dell’Unione Sovietica. Dopo un incidente aereo nel quale rimasero uccisi molti dei suoi abitanti, gli ultimi residenti lasciarono la cittadina nel 1998 a seguito della decisione del governo russo di chiudere la colonia. Oggi a Pyramiden vivono solo sei guardiani incaricati della manutenzione delle strutture.

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La Piazza Rossa di Pyramiden con in primo piano il busto di Lenin

Apice (Bn). Nella storia di Apice i terremoti sono sempre stati una costante, ma quelli che hanno inciso di più sul suo destino si sono verificati nel Novecento a meno di venti anni di distanza l’uno dall’altro. Il primo fu quello del 1962, che lesionò gravemente il paese costringendo parecchi residenti a trasferirsi ad Apice Nuova, l’abitato che venne costruito a seguito di quell’evento. Il colpo di grazia arrivò diciotto anni dopo, la notte del 23 novembre 1980, quando a tremare fu tutta l’Irpinia. Apice, già danneggiata ma ancora in piedi almeno in parte, non resse il nuovo urto e si spopolò completamente. Oggi è una ghost town dove, tra la vegetazione che ha invaso i suoi ruderi, si può solo intuire la vivacità che la contraddistingueva osservando ciò che rimane delle sue piazze e dei suoi palazzetti nobiliari, sui quali veglia, ancora oggi imponente, il Castello dell’Ettore. 

Craco (Mt). In Basilicata, il borgo di Craco domina ancora oggi il territorio circostante dall’alto dei suoi quasi 400 metri. A dargli ulteriore slancio è la Torre Normanna, posta proprio in vetta all’abitato, il quale è costituito da costruzioni in pietra che quasi si confondono con il colore delle rocce cui sono aggrappate. Nonostante il carattere pittoresco, Craco è un paese fantasma dal 1963, quando gli smottamenti provocati da una violenta alluvione determinarono il suo spopolamento. Buona parte del suo territorio comunale è infatti a elevato rischio idrogeologico (i calanchi che si osservano in zona non sono mai state bellezze naturali sorte lì a caso), una circostanza che purtroppo non è stata tenuta in adeguata considerazione nemmeno quando, negli anni ’60, venne costruito il nuovo abitato di Craco Peschiera, il quale accolse una parte degli sfollati del centro storico. Gli altri — forse addirittura più di quelli che rimasero — presero la via dell’emigrazione e si dispersero in giro per il mondo, dall’America all’Australia, e ancora oggi cercano di mantenere viva la memoria del paese di origine mediante associazioni o gruppi social.

Bodie (California, USA). In quella che oggi è solo una landa desolata della California orientale, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 dell’Ottocento si estendeva una fiorente cittadina che contava diverse migliaia di abitanti. Il suo nome, Bodie, era quello del primo cercatore che scoprì oro in quel territorio nel 1859, dando iniziò a uno dei capitoli più emblematici della Gold rush statunitense. Il destino di questa città di frontiera era legato a filo doppio con i suoi giacimenti auriferi: l’inizio fu così entusiasmante che Bodie nacque e raggiunse l’apice del proprio sviluppo nel giro di pochissimi anni, ospitando tutte quelle attività che caratterizzavano la vita di una città dell’epoca. Oltre alle miniere, cuore pulsante di Bodie erano i saloon; lungo la Main Street se ne contavano a decine, e c’è da scommettere che le scene che si potevano vedere al loro interno fra gli avventori non fossero troppo diverse da quelle che il cinema western avrebbe immortalato anni dopo.
La fine di Bodie fu segnata dall’esaurimento dei filoni minerari. Già prima dell’inizio del nuovo secolo, la città aveva perduto irrimediabilmente il proprio slancio e stava cominciando a spopolarsi. Tra inverni rigidi, siccità, epidemie, terremoti e incendi in particolar modo, Bodie sopravvisse alla bell’e meglio fino agli anni ’40 del Novecento, quando anche gli ultimi irriducibili se ne andarono, riconsegnando la città al deserto al quale l’avevano solo momentaneamente sottratta.

Craco
Veduta di Craco

Romagnano al Monte (Sa). Il terremoto dell’Irpinia del 1980 è tra i più devastanti che l’Italia ricordi, e oggi il borgo di Romagnano al Monte è uno dei luoghi simbolo di quel disastro. Fino al giorno prima di quel fatidico 23 novembre, Romagnano era un paese vivo sebbene di dimensioni limitate. Costruito su un costone roccioso a strapiombo sulle gole del torrente Platano, ciò che oggi rimane di Romagnano al Monte sono pochi ruderi e un panorama mozzafiato sull’Appennino Calabro-Lucano. Il terreno era così impervio e lo spazio a disposizione così limitato che le case di Romagnano si susseguono le une in fila alle altre sulla strada principale, conferendo all’abitato un impianto stretto e allungato che si allarga solo attorno alla piazza. Qui si affacciano la chiesa madre e lo spiazzo sopraelevato dove un tempo si ergeva un castello. Nei secoli, la scarpata intorno al castello andò a ospitare varie abitazioni le quali, disposte ad anelli concentrici e ad altezze sfalsate, conferiscono a Romagnano al Monte l’aspetto di un paese-presepe.

Roghudi (Rc). Le gole dell’Aspromonte assicurano un isolamento naturale nel quale non soltanto uomini e animali possono vivere pressoché indisturbati, ma anche, a quanto pare, le lingue. Roghudi, il cui ultimo avamposto è un’enclave nel comune di Melito di Porto Salvo, è stato per secoli e secoli uno sperduto borgo di montagna dove si parlava il grecanico, un dialetto antichissimo risalente al tempo in cui i primi coloni Greci giunsero sulle sponde della Magna Grecia calabra. In epoca moderna, l’area e la vitalità del grecanico si sono sempre più ridotte, ma non sempre per mano o volontà degli uomini. Nel 1971 una violenta alluvione fece franare una parte del costone roccioso sul quale è abbarbicato il paese, decidendone così la sorte. Roghudi, dichiarato inagibile, venne abbandonato dai suoi abitanti che si spostarono nella frazione di Ghorìo (poi anch’essa evacuata due anni dopo a causa di una nuova alluvione), oppure nei comuni limitrofi tra cui Melito di Porto Salvo, dove più tardi sarebbe sorta l’enclave.
Oggi l’antico borgo di Roghudi è una ghost town veramente spettrale. Lo sperone di roccia dove fu costruito gli assicurava una posizione strategica, ma anche molto, molto pericolosa: case e vie sono infatti sospese sul largo letto della fiumara Amendolea, un corso d’acqua dal flusso torrentizio la cui portata, in inverno, può generare una potenza devastante in grado di travolgere ogni cosa.

Bodie
Alcuni degli edifici in legno rimasti a Bodie

Poggioreale (Tp). La Valle del Belice, nella Sicilia Occidentale, è una terra ricca e fertile che però rischia sempre di venire ricordata soltanto per il terremoto che la devastò nel 1968. I danni furono ingenti e fra i paesi disastrati o distrutti ci fu anche Poggioreale, un borgo agricolo che da tempo aveva raggiunto l’aspetto e le dimensioni di una ridente cittadina. Come sarebbe successo altre volte in futuro, anche nel caso di Poggioreale si decise di non riparare il vecchio paese e di costruirne uno nuovo a poca distanza. Purtroppo il progetto non riscosse grande entusiasmo da parte della popolazione (anche perché l’assetto modernista scelto per la nuova Poggioreale non si sposava granché con il territorio circostante né con la cultura e le tradizioni che gli abitanti del luogo si impegnavano a tenere vive), e così a moltissimi poggiorealesi non rimase altra scelta se non l’emigrazione.
Immaginarsi come fosse Poggioreale prima del terremoto è forse impossibile per chi non l’ha conosciuta quand’era piena di vita; basta però considerare le dimensioni della sua piazza, cuore pulsante della vita sociale, per farsi un’idea del fermento che doveva animarla nei suoi anni migliori.

Gairo (Nu). Le zone ad alto rischio idrogeologico ricoprono l’Italia in lungo e in largo, isole comprese. L’antico paese di Gairo ne è un chiaro esempio. Situato sulle alture della Barbagia ogliastrina, Gairo era un piccolo borgo dalle case di pietra quando nel 1951 un’alluvione devastante portò al suo abbandono, il quale si concluse nel 1963 con l’addio degli ultimi residenti. L’area era infatti troppo pericolosa per ricostruire il paese dov’era e com’era, e così gli abitanti furono costretti a ricominciare altrove. Trovandosi però in disaccordo su dove costruire la nuova Gairo, gli abitanti presero strade diverse e si sparpagliarono.
La Sardegna è una delle regioni che ha sofferto di più lo spopolamento e in certe sue aree esso è ancora attivo. Fra le molte ragioni di questo fenomeno ci sono anche le dismissioni — relativamente recenti — dei numerosi complessi minerari che per lungo tempo hanno costituito l’ossatura della sua economia, ognuna delle quali ha creato i suoi quartieri e paesi fantasma.

Roghudi
Scorcio di Roghudi

E voi conoscete qualche altra ghost town? Se la risposta è sì e vi va di condividerla, lasciate un commento qua sotto!

Di porte chiuse e altre quarantene: “L’enigma della stanza impenetrabile”

Di Gian Luca Nicoletta

 

In questi giorni siamo tutti abituati a vederci circondati da pareti e solo pareti, la quarantena di quest’anno ci impone una profonda riflessione sulla nostra capacità di occupare uno spazio. Ma cosa succede quando a questo spazio noi non abbiamo accesso? E se proprio lì si perpetrasse un insolito delitto?
Questi elementi, tolto un virus e il suo espandersi come pandemia, concorrono alla creazione del giallo di Derek Smith, autore nel 1953 de L’enigma della stanza impenetrabile (Whistle up the Devil).

L’opera si inscrive pienamente nel grande ciclo dei romanzi gialli inglesi o all’inglese, e più specificamente nel settore dei “delitti della camera chiusa”. Il perché è presto detto e gli ingredienti di base ci sono tutti: il rampollo di una ricca famiglia, un vecchio maniero di campagna e una maledizione che aleggia sulla casa e sulla famiglia da tempo immemore. Immancabile, trattandosi di un giallo, un giovane detective che mette al servizio del caso tutto il suo acume al rischio pure della vita.

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Componente essenziale attorno al quale tutta la storia fa perno è la stanza dove il delitto avviene e che è sempre rigorosamente serrata al momento della morte della vittima.
Non ci sono botole, in questa stanza, né passaggi segreti, né librerie a scomparsa o candelabri a parete da tirare per aprire qualche misterioso passaggio. La camera dove si consuma il misfatto è un semplice spazio delimitato da quattro pareti, un pavimento e un soffitto, cui si accede tramite una sola porta o, eventualmente, una sola finestra. Come può avvenire il crimine se sia la porta che la finestra sono sorvegliate? Le ipotesi sono due: o l’assassino è qualcuno che doveva sorvegliare gli ingressi, oppure l’assassino è già dentro alla camera prima che questa venga chiusa. Potrebbe essercene una terza, ma non ve lo dirò mai perché spero leggerete questo bel romanzo.

Passiamo ora al giudizio complessivo sull’opera, senza tralasciare alcune parole sul progetto editoriale nel suo insieme. Derek Smith nella sua vita ha scritto solo tre romanzi, tutti gialli e tutti prodotti intorno agli anni ’50 del 1900. Purtroppo all’epoca il testo di cui vi parlo oggi non fu preso in grande considerazione dagli editori, tra i quali sono uno decise di dare una chance a Smith stampando l’opera in tiratura limitata.
Indubbiamente non si tratta di un’opera di alta letteratura, ma non credo neanche sia nata con questo obiettivo, ci sono alcuni cliché narrativi che, oggi, ci sembrano ormai del tutto stantii. Tuttavia quel che è certo è che la struttura dell’intrigo e soprattutto il percorso che viene fatto per giungere alla scoperta del colpevole mostrano un vero talento nel saper creare un enigma apparentemente impossibile e allo stesso tempo del tutto plausibile al momento della sua risoluzione.

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Per quel che ho potuto leggere, ritengo uno tra i punti di riferimento letterari di Derek Smith, oltre a John Dickson Carr e Clayton Rawson citati nella quarta di copertina, sia stato anche Sir Arthur Conan Doyle: infatti ci sono alcuni elementi, tipici di questo genere di gialli, che mi hanno fatto pensare a Il mastino dei Baskerville (1902) di cui pure consiglio caldamente la lettura.

Chiudo questo articolo con un plauso alla collana Mistery Collector’s Edition e alla Casa Editrice Polillo Editore che ne cura l’edizione. Questa collana è nata con l’esplicito obiettivo di far conoscere di nuovo e diffondere maggiormente alcune opere di letteratura che, nonostante non abbiamo riscosso un grande successo di pubblico ai loro tempi, meritano in tutto e per tutto di essere riscoperte e apprezzate. Una collana fatta di perle nascoste nelle nicchie, gemme inaspettate che ci fanno capire bene come la letteratura non sia solo quella prodotta dalle grandi case editrici che in realtà hanno più l’aspetto di multinazionali, ma che la ricerca di un buon libro assomiglia più a una ricerca di oro in un ruscello che a all’ammirazione di un quadro in un museo.

La pittura del Novecento, parte II: le secessioni

Di Andrea Carria

 

Nell’articolo inaugurale di questa serie (vedi qui) abbiamo osservato come l’arte del primo Novecento avesse cominciato ad assumere un atteggiamento riflessivo verso sé stessa e le proprie funzioni, fino a sviluppare quei tratti e quelle tecniche meta-artistiche che già contraddistinguevano, per esempio, il modernismo letterario e teatrale. A queste considerazioni se ne aggiunge un’altra, ossia che l’arte aveva maturato un livello di autoconsapevolezza mai raggiunto fino a quel momento, che si sarebbe affermato sia con le parole sia con i fatti a partire da quei movimenti di rinnovamento artistico che, sul finire del XIX secolo, presero il nome di secessioni.

A proposito di parole (i fatti li vedremo tra non molto), il termine secession apparve nel 1892 a Monaco di Baviera, dove un gruppo di giovani artisti guidati da Franz von Stuck diede vita a un movimento artistico che intendeva inaugurare un capitolo nuovo nella storia dell’arte, spezzando ogni legame con il mondo della tradizione e delle accademie. Di fatto fu la stessa cosa che gli impressionisti avevano già ottenuto, con l’ostracismo da parte dell’establishment artistico francese, venti-venticinque anni prima, ma la differenza stavolta sta nel fatto che la rottura fu voluta, cercata, preparata e teorizzata dagli stessi innovatori. I protagonisti della secessione di Monaco era numerosi, giovani e dai profili sfaccettati: non solo pittori, ma anche incisori, illustratori, galleristi, editori e architetti; mossi, tutti quanti, da un’ideale di innovazione e di liberazione che consentisse all’arte di raccogliere gli stimoli della modernità e di tracciare un’alternativa.

Dipingere però non era tutto, bisognava anche che le idee della secessione raggiungessero il grande pubblico, rendendolo edotto di quanto stava accadendo alla cultura e all’arte tedesca. La rivista «Jugend», fondata nel 1896 sempre a Monaco, andava proprio in questa direzione; facendosi alfiere della nuova estetica modernista, «Jugend» non fu solo una vetrina e un punto di riferimento imprescindibile, ma ebbe anche il merito di dare il nome a un intero movimento artistico, un qualcosa di molto più vasto della secessione locale dalla quale era partito e che ormai si era allargato al resto della Germania: lo Jugendstil, lo stile Liberty tedesco.

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Franz Marc, Grandi cavalli azzurri, 1911, Walker Art Center di Minneapolis. Marc è stato uno dei maggiori esponenti del Blaue Reiter.

Monaco, infatti, fu solo l’inizio; qualche anno dopo l’esempio dei secessionisti bavaresi venne ripetuto con successo in altre parti della Germania e non solo. A Berlino, città dal clima artistico e culturale effervescente, la secessione venne proclamata da Max Liebermann nel 1898, ma già da qualche anno nella capitale si erano levate autorevoli voci di dissenso contro le accademie e venivano organizzate mostre indipendenti di pittori sia tedeschi che stranieri (Munch vi espose nel 1892). Gli artisti che — a Berlino come a Monaco come a Dresda — esponevano nei nuovi spazi erano quelli che la critica posteriore avrebbe classificato come espressionisti, ma allora non si chiamavano così ed operavano piuttosto autonomamente. L’espressionismo tedesco, di cui le secessioni hanno rappresentato le esperienze più significative della fase iniziale, fu il primo movimento con caratteristiche d’avanguardia del Novecento, ma anche una corrente dai contorni temporali difficili da stabilire e dalla geografia assai frammentata. Negli anni Dieci del Novecento il secessionismo delle origini era ormai lontano, ma la pittura espressionista era più viva che mai. I due gruppi maggiori, il Die Brücke a Dresda e il Blaue Reiter a Monaco, furono dei laboratori straordinari che soltanto il nazismo, alla fine, riuscì ad affossare.

Se però c’è una città a cui la parola secessione è indissolubilmente legata, questa è Vienna. È un fenomeno particolare su cui molti si sono interrogati, eppure sul finire del XIX secolo è come se Vienna stesse convertendo in arte e cultura tutta l’importanza che andava invece perdendo sul piano politico e strategico. La città si arricchiva di nuove esperienze e cambiava pelle; venne compiuto un imponente piano urbanistico che ne ridisegnò la pianta, e i palazzi di nuove e prestigiose istituzioni andarono a impreziosire le sue strade e le sue vedute. Le nuove costruzioni adottarono i canoni estetici dello Jugendstil, dove al classicismo di base della linea si unirono inserti architettonici modernisti, ornamenti sinuosi frutto della stilizzazione degli elementi naturali, vetrate policrome e pregevoli oggetti di design. A questi principi si ispirò anche l’architetto Joseph Maria Olbrich per il progetto del Palazzo della Secessione (1897-1898), lo spazio espositivo dedicato a quel gruppo di artisti che nel 1896 diedero avvio a una stagione di rinascita culturale a trecentosessanta gradi conosciuta come secessione viennese.

Gli iniziatori della secessione furono diciannove personalità emergenti dell’arte austriaca, polemici nei confronti dell’Accademia di Belle Arti, dalla quale, con quel gesto, presero definitivamente le distanze. Come già era successo a Monaco, Dresda e Berlino, i loro profili erano variegati. Che il modernismo accogliesse sotto allo stesso tetto professionisti dal background eterogeneo era qualcosa di molto più di una coincidenza. Per tutti loro la nuova arte doveva estirpare le barriere che nei secoli generazioni di accademici avevano eretto fra le discipline artistiche, promuovendone l’incontro e la sinergia.

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Parte superiore del Palazzo della Secessione di Vienna

Si trattava degli stessi ideali che in quegli anni si stavano facendo largo un po’ dappertutto in Europa. Finora si è parlato di Jugendstil perché abbiamo osservato cosa si muoveva in Germania e Austria sul finire del XIX secolo, ma esiste un’espressione che sintetizza le varie esperienze nazionali e che tutti noi conosciamo col nome di Art Nouveau: la nuova arte, l’arte dell’epoca moderna e dell’industria, della neonata società dei consumi, della produzione in serie e della classe borghese. In un mondo in così rapida evoluzione, le vecchie categorizzazioni come quelle difese dell’Accademia di Belle Arti di Vienna, così rigide e immutabili, nuocevano all’arte molto più delle nuove sfide che la tecnica le lanciava quotidianamente. La tecnica anzi poteva diventare un’alleata dell’arte, ed è proprio quello che comprese l’Art Nouveau con il design e le arti applicate, dimostrando con i fatti che all’interno dell’arte non aveva più senso parlare di gerarchie. Dalla pittura all’architettura, dall’ebanisteria al design, ogni espressione dell’ingegno e dell’abilità umana in grado di foggiare opere esteticamente apprezzabili doveva essere considerata arte poiché arte, di fatto, lo era già.

Tornando ai nostri secessionisti viennesi, pittura e architettura furono i campi in cui la svolta artistica fu più evidente. Tuttavia, se all’interno del loro gruppo dovessimo individuare un artista simbolo, la scelta sarebbe solo apparente e ricadrebbe senza esitazione alcuna su Gustav Klimt (1862-1918), l’indiscusso capostipite della nuova generazione di pittori e fondatore della rivista «Ver Sacrum», il periodico del movimento secessionista viennese.
Prima di diventare il pittore che oggi tutto il mondo conosce e ammira, Klimt era già un artista stimato che sapeva ben interpretare il gusto della propria epoca, tanto che nel 1894 ottenne l’incarico di affrescare il soffitto dell’aula magna dell’Università di Vienna. Il tema era molto classico: avrebbe dovuto rappresentare le allegorie della Filosofia, della Medicina e della Giurisprudenza esaltando il trionfo della Luce (la Ragione) sulle Tenebre (l’ignoranza). Ma Klimt tradì le aspettative dei suoi committenti realizzando soggetti che contravvenivano a tutti i canoni estetici del tempo, facendo uno sfoggio indecoroso dei propri corpi e della propria sensualità.

Per capire cosa era accaduto a Gustav Klimt bisogna rivolgersi di nuovo alla realtà culturale che contraddistingueva la capitale austriaca del tempo. Alla fine del XIX secolo Vienna ospitava quanto di meglio la comunità scientifica e filosofica di allora avesse da offrire. L’Università era un’eccellenza riconosciuta, ma il merito di questo rigoglio era anche dei numerosi professionisti privati che seppero approfittare dell’apertura intellettuale che fermentava negli ambienti più esclusivi della città. Tutta Vienna era come un immenso salotto dove la crema della società si dava appuntamento per parlare di novità culturali e confrontarsi. Una particolarità tutta viennese era che in questi salotti avveniva uno scambio trasversale di esperienze molto intenso: medici, scienziati, filosofi, letterati, artisti, tutti si confrontavano con tutti e mettevano a parte gli altri del sapere accumulato nel rispettivo campo fino a quel momento.

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Gustav Klimt, particolare dell’Allegoria della Medicina nell’aula magna dell’Università di Vienna

Artista estroso, aperto alle novità e dai tratti bohémien piuttosto accentuati, Klimt era un frequentatore di questi salotti; molto probabilmente fu in occasione di una di queste occasioni mondane che venne a conoscenza delle recenti scoperte di Sigmund Freud riguardo ai contenuti impulsionali dell’inconscio, e se ne lasciò conquistare. La sensualità che i professori dell’Università di Vienna riconobbero negli affreschi dell’aula magna era infatti l’interpretazione artistica che egli rese alle tesi freudiane. Da quel momento il corpo della donna divenne uno dei soggetti preferiti di Klimt. Pose, sguardi e atteggiamenti avevano perduto ogni traccia della purezza accademica ed esibivano senza vergogna l’intimità femminile; ma non per turbare od ostentare, come invece affermarono il pubblico e i critici di allora, quanto per svelare la parte nascosta della natura umana.
La pittura di Klimt aveva cambiato radicalmente volto, ma ancora era solo l’inizio: la vista dei mosaici di Ravenna inaugurò il suo “periodo aureo”, caratterizzato da grandi ritratti femminili su sfondo dorato. La donna nell’arte di Klimt andò così configurandosi sempre più sia come oggetto del desiderio sia come mistero e origine della vita. Anche nelle pose più seducenti, i corpi che ritraeva non si offrono mai completamente allo spettatore, il quale di fronte alla loro fierezza come di fronte alla loro fragilità è sempre colto da un momento di contemplazione pànica che lo costringe a fermarsi e a riflettere.

Klimt fu il più grande e forse migliore apripista che l’arte dell’inconscio potesse avere. In netto anticipo su tutte le avanguardie, il grande maestro viennese prestò il proprio pennello alle pulsioni dell’uomo e, da vero artista moderno quale egli era, intellettualizzò la propria arte ben oltre il simbolismo — di cui pure si avvalse — non chiedendo più allo spettatore solo di riconoscere il messaggio veicolato dal dipinto, bensì di interrogarsi, di individuare quali contenuti latenti della propria psiche possono essere risvegliati dall’osservazione di un’opera d’arte.

La secessione viennese non si esaurì con Klimt: presto altri artisti andarono a popolare la scena austriaca, e poi europea e infine mondiale dell’arte del Novecento. Due nomi su tutti — che vi faccio anche per prepararvi alla lettura inerente a questo bellissimo, sconfinato argomento che sto per consigliarvi — sono quelli di Egon Schiele (1890-1918) e di Oskar Kokoschka (1886-1980), due artisti che seppero declinare in un linguaggio pittorico personale e più marcatamente espressionista i caratteri della secessione viennese visti sino a qui. Il libro con cui intendo salutarvi questa volta è L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni di Eric Kandel (Raffaello Cortina Editore, 2016), un saggio straordinario di psicologia dell’arte a opera di uno scienziato premio Nobel per la Medicina nel 2000.

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Al prossimo appuntamento!