Lo stile tropicale della decadenza: “Acque morte” di William Somerset Maugham

Di Andrea Carria

 

Il libro di cui vi parlo oggi mi è finito tra le mani per caso. Era da tempo che volevo leggere qualcosa di William Somerset Maugham (1874-1965), ma il problema di autori con una bibliografia sterminata come la sua è capire da dove iniziare. Acque morte (1932) non rientra nel novero delle opere più conosciute dello scrittore inglese e difficilmente troverete qualcuno che ve lo presenti come il suo capolavoro. Nondimeno, rimane uno dei suoi libri meglio riusciti e, per me, uno dei pochi che ho avuto più voglia di rileggere (in genere, non sono il tipo che torna sullo stesso libro più di una volta). Ma vediamo brevemente di cosa tratta questa storia, evitando accuratamente ogni spoiler.

Siamo nel primo Novecento. Il dottor Saunders, il protagonista, è un medico inglese che abita a Fuchu, una città cinese sulla costa non ben collocata, dove la sua professionalità è così apprezzata dagli asiatici che un giorno i figli di un facoltoso uomo d’affari con problemi di cataratte non esitano a partire per un lungo viaggio via mare pur di assicurarsi le sue prestazioni. Il dottore accetta e dopo alcune settimane di viaggio e numerosi scali raggiunge l’isola dove abita il suo paziente, «in fondo all’arcipelago malese». L’intervento dura poco e sortisce gli effetti desiderati, ma Saunders non può tornare subito a casa: in quell’angolo di mondo non esistono servizi di trasporto e per spostarsi fra un’isola e l’altra bisogna attendere che arrivi qualche vascello che segua più o meno la stessa rotta. Così, mentre il dottore si prepara di malavoglia a un lungo e noioso soggiorno, alla locanda del porto arrivano due forestieri con i quali Saunders si intrattiene per una bevuta. Sono il capitano Nichols, un briccone poco di buono che di traffico in traffico solca da decenni le acque tra l’Australia e l’India, e un giovane australiano piuttosto diffidente di nome Fred Blake. I due dicono di essere in viaggio per affari, ma Saunders, pure lui uomo di mondo, è pronto a scommettere che in realtà siano impegnati in qualche traffico illecito, forse d’oppio. Decide comunque di farseli amici nella speranza di un passaggio a bordo della loro barca, il Fenton, ma prima deve riuscire a vincere la netta opposizione di Fred Blake, il quale, per Saunders non ci sono dubbi, deve nascondere un segreto davvero importante…

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Acque morte esercita su di me una forza magnetica di cui non conosco nulla. Mi piace pensare che sia una sorta di potere occulto nel cui sortilegio è caduto lo stesso Maugham. Nella Prefazione, l’autore riferisce infatti come questa storia sia nata a causa di una speciale intromissione nella sua mente di scrittore: quella del dottor Saunders, niente meno.

«Un personaggio che credevi di aver liquidato, un personaggio di cui ti eri curato non più di tanto, non si dilegua nell’oblio. Ti accade di ripensarci. Spesso è una cosa molto irritante. Ne hai fatto quel che volevi, non ti serve più. […] Ma lui se ne infischia. Incurante del decoroso sepolcro che gli hai allestito, continua caparbiamente a vivere, è anzi sotto sotto attivissimo; e un giorno, con tua sorpresa, scopri che si è spinto fin nella prima linea dei tuoi pensieri; e non c’è che fare, devi dargli retta».

E anche per il lettore non è troppo diverso: Saunders, effettivamente, è uno di quei personaggi nati con un carattere proprio a cui si continua a pensare. Forse perché il suo profilo umano è uno specchio dove è facile riconoscersi. In lui pregi e difetti si riuniscono senza dare come risultato nessuna somma morale. È un uomo di mondo che ne ha viste e vissute abbastanza per permettersi di essere quello che è: un accanito fumatore d’oppio, probabilmente omosessuale, egoista, disinteressato e cinico, ma è anche un tipo alla mano, profondo conoscitore del carattere umano, mezzo filosofo, schietto nella parola e senza pregiudizi.

La storia — ve ne renderete conto leggendo il libro — non fa grandi investimenti sulla maggior parte di quegli elementi che rendono i romanzi avvincenti in senso convenzionale (non si tratta di un romanzo di avventure), eppure avvincente rimane l’aggettivo più giusto per parlarne. Tutto ruota intorno all’incontro di questi tre uomini, diversissimi in tutto e ognuno con il proprio vissuto alle spalle: quello di Fred Blake rappresenta il mistero con cui Maugham pungola la curiosità del lettore. Cosa avrai mai combinato di tanto grave il giovane australiano da costringerlo a prendere la via del mare insieme a un individuo poco raccomandabile come Nichols? E Nichols? Una bella sagoma di personaggio pure la sua; lui che cambia versione dei fatti a seconda di come tira il vento, ma che, annunciandosi già con la faccia, proprio per questo non delude nemmeno un po’ chi lo sta a sentire…

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Ma Acque morte è anche altro: almeno per me, infatti, è l’atmosfera decadente che le sue pagine rilasciano a costituire il più dolce narcotico. È un sentimento che non ha niente a che fare con l’oppio né con il languore dei tramonti dell’Oriente; è qualcosa di molto più essenziale e persistente, come se tutto quello che i tre uomini incontrano durante il loro viaggio, cose e persone, sia sfiorato dall’ombra cupa del decadimento e della morte. Delle alterne fortune del mondo, quei remoti paradisi conservano una memoria di pietra e di marmo. Sull’isola di Kanda, dove Saunders avrebbe finalmente potuto trovare un piroscafo per tornare a casa, le vestigia della potenza commerciale olandese di un tempo sono i grandi palazzi vuoti che si affacciano sul porto, e che a loro volta avevano sostituito gli edifici dei precedenti padroni, i portoghesi, del cui passaggio rimane la rocca in rovina che domina l’isola. Qui vive gente che non è un popolo, ma un misto di tutti i popoli della terra; vivono vicini, ma non insieme, ognuno preso dai propri miseri traffici o perso nella propria solitudine. Proprio come Erik Christessen, arrivato dalla Danimarca insieme alla compagnia commerciale del proprio paese, il quale ha poi fatto di tutto per trasformare quel soggiorno temporaneo in una permanenza:

«Il paese è morto. Viviamo di ricordi, è questo che dà all’isola il suo carattere. Un tempo, col traffico che c’era, il porto a volte era pieno e le navi dovevano aspettare al largo che la partenza di una flotta permettesse l’attracco. Spero che vi tratterrete abbastanza per una visita, vi farò da guida. È una delizia. Un’isola insospettata in mari remoti».

Non tristi ma malinconici, sono i tropici descritti da Maugham in questo libro, dove anche il periodo storico scelto per l’ambientazione fa parte di uno dei tanti crepuscoli di cui è costellata la storia. È una malinconia contagiosa, che s’attacca addosso affettando l’anima, che miete vittime soprattutto fra i più giovani — i quali sono pure i più vulnerabili. Ciascuno dei personaggi viene da una storia di miserie, e nessuno appartiene più a qualcosa. Tutti, tutti loro sono relitti di un mondo che è sfuggito alla loro presa. I luoghi di provenienza sono lontani, hanno dovuto abbandonarli o non sono loro mai appartenuti: non a Saunders, radiato dall’Ordine dei medici e ora professionista affermato solo tra i nativi di Fuchu; non a Nichols, capitano esperto ma alla perenne ricerca di lavoro; non a Fred Blake, che a soli vent’anni ha dovuto abbandonare la sua città nel cuore della notte, come un fuggiasco; e nemmeno a Christessen il sognatore e al suo quasi suocero Frith che, dopo vent’anni nella sperduta Kanda, alimenta ancora la fantasia di farsi un nome traducendo in inglese i Lusiadi di Camões. Ma mentre i più vecchi possono opporre la propria dura scorza alla putrescenza di un mondo che sta rapidamente cambiando, di questo mondo i più giovani sono le vittime predilette. Proprio come il sommozzatore giapponese senza «nerbo» di cui il capitano Nichols si ritrova a celebrare un improvvisato funerale, poiché, come dice lui, «quando uno muore su una nave inglese deve avere un funerale inglese».

Acque morte non è un romanzo adatto per tutti i palati. Bisogna essere dei decadenti e dei nostalgici per apprezzarlo appieno; dei cinici, dei disincantati, ma anche dei romantici. Si regge su un sottile equilibrio tra vita e morte, tra indifferenza e sarcasmo, che soltanto una penna come quella di Maugham, una delle migliori del XX secolo senza esagerare, poteva condurre con una simile, impareggiabile maestria («il romanzo perfetto», si legge sulla quarta di copertina della nuova edizione adelphiana…).

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Ma, apprezzamenti personali a parte, Acque morte è pure un modello per qualsiasi aspirante scrittore. Saprete infatti senz’altro che i dialoghi sono una delle parti più difficili nella scrittura di un romanzo e che spesso una buona idea può naufragare a causa di un cattivo scambio di battute. Ebbene, questo in Acque morte non succede nemmeno una volta; la bravura di Maugham, forte anche della sua esperienza come sceneggiatore, restituisce dialoghi vividi e spassosi da leggere, dove la voce di ogni personaggio è sempre perfettamente modulata e riconoscibile. Sapiente è la scelta delle forme sintattiche più appropriate per ogni contesto (stilisticamente ammirabili, per esempio, sono gli aneddoti del capitano Nichols inseriti all’interno dei discorsi diretti), mentre colorito è l’uso degli idiomatismi, i quali, da parte loro, sono i principali apportatori di quell’humor tipicamente britannico con cui Maugham ama spruzzare le sue prose. Se c’è infatti una cosa alla quale la decadenza e la malinconia di questa storia non si attaccano, questa è proprio la scrittura di Maugham, fresca e viva come un ruscello di montagna.
Prima di chiudere il discorso sulla lingua e lo stile, un elogio meritato e importante va anche alla traduzione di Franco Salvatorelli, sempre attentissimo a restituire a ogni pagina il suo respiro originario.

Decadenti o meno che siate, spero di avervi convinto che Acque morte è un’opera di qualità innegabile a prescindere dai gusti. È pura fiction, ossia tutto ciò che la teoria del romanzo prescrive e definisce come intrattenimento. Rivela però anche dei significati profondi, parte dei quali li abbiamo visti e che la rendono ancora oggi attualissima nonostante i suoi 87 anni. Chi di voi, infatti, non ha mai provato la sensazione, almeno una volta nella vita, di sentirsi estraneo rispetto a un posto o a un tempo, e di vedersi senza scampo? I personaggi di Acque morte (il cui titolo originale inglese è The Narrow Corner) provano lo stesso sentimento, si sentono in trappola, e per scappare adottano soluzioni differenti. Ma le acque a cui si affidano sono morte. Morte, non tanto per ciò che vi alligna, ma perché scarsissime, limitatissime — morte, appunto — sono le vie di fuga che possono offrire:

«E sospirò, perché in ogni modo, si avverassero pure i sogni più fervidi della fantasia, alla fine non restava altro che illusione».

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L’italiano prima degli italiani: alle origini della nostra letteratura, parte 2/2

Di Gian Luca Nicoletta

 

Come vi avevo annunciato nel mio ultimo articolo, oggi concluderemo il breve discorso sulle origini della letteratura italiana.
Ci eravamo fermati alla definizione di lingua italiana e a tutte le implicazioni che questa comporta dal punto di vista storico e culturale. Ora, finalmente, arriviamo alla parte più interessante: la nascita dei testi!

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Esempio di manoscritto medievale. Fonte: festivaldelmedioevo.it

Tutto comincia in Provenza, la regione a sud-est della Francia confinante con l’Italia (voi penserete: ma non s’era detto che saremmo partiti dalla Sicilia? Sì è vero, ma vi chiedo solo un altro po’ di pazienza). Lì, già a partire dal X-XI secolo d.C., la cultura delle corti feudali è improntata alla narrazione in poesia delle virtù e dei vizi dei cavalieri. Fate attenzione a non confondere ciò con le canzoni di gesta, ovverosia i grandi poemi cavallereschi come quello su Orlando Tristano e Isotta. Anche quelli sono francesi ma riguardano il nord, con forti legami con la cultura anglosassone e il ciclo arturiano di cui prima o poi vi parlerò.
Con la nascita e l’espandersi del Sacro Romano Impero, la Provenza ne venne inglobata e questo causò un doppio effetto: da un lato il particolarismo della cultura provenzale sparì nella sua autonomia, dall’altro però i poeti provenzali e soprattutto i temi da loro cantati si diffusero praticamente in tutta l’Europa di allora: Francia, Germania e Italia principalmente.

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Statua di Federico II a Jesi, sua città natale

Un ruolo strategico in tutto questo è ricoperto da Federico II di Svevia, il quale divenne re di Sicilia (eccoci finalmente!) e imperatore del Sacro Romano Impero agli inizi del XIII secolo. Federico II era per parte di padre tedesco e per parte di madre francese, ciò significa che ricevette un’educazione culturale proveniente da entrambi gli ambienti dei genitori.
Diventando sovrano di un impero molto esteso, dal nord dell’Europa continentale sino al sud della Sicilia (eccezion fatta per il nord e il centro Italia dove governavano rispettivamente le municipalità comunali e il Papa), e non essendovi ancora un concetto di capitale di uno Stato come quello che abbiamo noi oggi, Federico II diede vita a quella che oggi viene definita “corte itinerante“, cioè periodicamente l’imperatore e tutto il suo seguito di notabili, amministratori, consiglieri e poeti si spostava da una parte all’altra del suo vasto impero.
Sede privilegiata del suo peregrinare fu il sud Italia: prendiamo a titolo d’esempio il Palazzo dei Normanni a Palermo, residenza reale dello stesso Federico, a Napoli c’è l’importante università che porta il suo nome e in Puglia (dove Federico morì) è sempre meta di visite Castel del Monte. I soggiorni siciliani furono particolarmente importanti per la trasmissione della letteratura. I poeti siciliani al servizio dell’impero — cioè notai e amministratori che, sapendo leggere e scrivere, potevano anche comporre opere letterarie — entrarono in contatto con i poeti francesi discesi in Italia assieme all’imperatore e lì, grazie a questo fortunato scambio, nacque la vera e propria letteratura italiana, con la formazione della Scuola siciliana il cui padre ancora oggi viene ricordato e studiato: Giacomo da Lentini. Questi, ricevuta l’eredità letteraria dai poeti provenzali, ne rielaborò i temi e le forme, creando quella composizione metrica in poesia che ha segnato la storia della letteratura di tutto il continente: il sonetto.

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Castel del Monte, nella provincia di Barletta-Andria-Trani

La fortuna della Scuola siciliana durò per tutto il regno di Federico II, particolarmente dal 1220 al 1250. In questo trentennio hanno visto la luce importanti componimenti quali Meravigliosamente dello stesso Lentini e il più comico Contrasto di Cielo d’Alcamo. Terminata questa stagione d’oro, però, la Storia vi fece il suo ingresso: i rapporti fra impero e papato si inasprirono, e videro un ruolo sempre maggiore i guelfighibellini: i primi erano per la supremazia del papato sulle questioni non solo spirituali ma anche terrene, mentre i secondi privilegiavano una visione dei poteri separati, lasciando all’impero il controllo delle terre. Queste due fazioni si trovavano in tutto il centro e nord italia, più nello specifico i guelfi nel centro, dove regnava il Papa, mentre i ghibellini nel nord, dove l’autorità era mantenuta da figure laiche.
Ora, dato che in Sicilia vi era un imperatore, quale poteva essere la fazione più popolare di laggiù? I ghibellini, ovviamente! Dunque i poeti siciliani, che ricordiamo erano notai e amministratori, iniziarono a intrattenere rapporti sempre più stretti con altri notai e amministratori (e dunque poeti) ghibellini del centro-nord Italia. Grazie a questa comunicazione tra le due parti della penisola avvenne un altro fondamentale scambio culturale: nel 1266 le truppe angioine (che sostenevano il Papa) sconfissero a Benevento Manfredi, erede di Federico II, e così nel sud Italia si installò la dinastia D’Angiò. Tuttavia a questa conquista corrispose anche la “migrazione” della letteratura siciliana, la quale venne accolta a braccia aperte in Umbria, Toscana ed Emilia. Qui assistiamo alla nascita dei poeti “siculo-toscani”, cioè di coloro che ripeterono con la poesia siciliana lo stesso lavoro che i siciliani fecero a loro tempo con la poesia provenzale. Si passò dal dialetto siciliano a quello umbro e poi toscano, il quale divenne sempre più un dialetto ricercato, raffinato, per dare ai temi cavallereschi e soprattutto d’amore il lustro che meritavano, giungendo, a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, alla nascita del dolce stil novo battezzato Da Dante nel XXIV canto del Purgatorio.

Ecco qui, per grandi linee e facendo passi lunghi quanto secoli, una brevissima descrizione della nascita della nostra letteratura. Come vi dicevo, il Medio Evo non fu solo un periodo di oscurantismo, di caccia alle streghe e di epidemie, nient’affatto. Fu il periodo in cui germogliarono i semi delle nostre radici europee, una serie di temi, argomenti, scambi culturali e politici che hanno caratterizzato in senso culturale e antropologico un intero continente. A quel tempo si viaggiava e tanto: pensate alla corte di Federico II, pensate al lungo esilio di Dante che in un ventennio l’ha portato in molte delle più importanti città del nord Italia dell’epoca. C’era vero scambio culturale e vera osmosi tra menti e testi, tra idee e filosofie che, se trovassimo il modo di riproporre anche oggi, non credo farebbero gran danno, anzi.

La Ferrovia dell’Appennino Centrale: una storia di bombe e provincia

Di Andrea Carria

 

All’indomani dell’Unità d’Italia, la Valtiberina o Alta Valle del Tevere (un triangolo di terra diviso a metà fra la Toscana orientale e l’Umbria settentrionale) era ancora una zona periferica e isolata. A partire dagli anni ’40 dell’Ottocento, i Granduchi si erano dati parecchio da fare per dotare la Toscana di una rete ferroviaria moderna ed efficiente, ma i loro sforzi si erano sempre concentrati altrove, tanto che la linea Firenze-Arezzo, la cosiddetta Ferdinanda, fu una delle ultime a essere aperte alla circolazione.

Vero è che la realizzazione di nuove infrastrutture nella Toscana sud-orientale era aggravata dalla politica antimoderna dello Stato Pontificio. Ciò era particolarmente evidente in Valtiberina, dove non si poteva concepire nessun progetto senza coinvolgere anche la parte umbra della vallata. I comuni altotiberini vedevano nella ferrovia un modo per rompere il forzato isolamento in cui erano stati lasciati negli ultimi secoli, e dopo il 1861 cercarono più volte di far includere nei piani del governo centrale i propri interessi. Certo, le possibilità non mancavano: la Valtiberina è un crocevia naturale fra quattro regioni, e la storia ha dimostrato che le cause dell’isolamento in cui è sprofondata con la fine del Rinascimento sono da imputare più alle scelte compiute che alla mancanza di opportunità. Ne è la riprova il fatto che, quando venivano pianificate le tratte ferroviarie che ancora oggi cuciono insieme l’Italia, la Valtiberina è stata sempre scartata in favore di altre zone (la Valdichiana, il Trasimeno, la parte inferiore dell’appennino umbro-marchigiano), oppure semplicemente ignorata perché alcune delle opere di cui si avvertiva il bisogno (un collegamento diretto con la Romagna, per esempio) furono realizzate molto tardivamente.

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La stazione di Arezzo nel 1886. I treni come questo, che partivano dal primo binario, erano diretti a Fossato di Vico

Fu così che, dopo ripetuti no, nel 1886 si giunse all’inaugurazione della Ferrovia dell’Appennino Centrale (F.A.C.), il cui comitato promotore era stato fondato appena otto anni prima, nel 1878. La ferrovia, che collegava Arezzo a Fossato di Vico, se da un lato faceva uscire la vallata dal proprio immobilismo logistico, dall’altro era a tutti gli effetti un contentino. Le ragioni di questa affermazione sono più di una. Tanto per cominciare la linea della F.A.C. era del tutto secondaria all’interno della rete ferroviaria nazionale, della quale peraltro non fece mai formalmente parte: responsabile della sua gestione era infatti un consorzio le cui basi erano costituite da capitali privati. Sul piano tecnico, inoltre, la F.A.C. era a binario unico e scartamento ridotto (detto in soldoni, i binari erano più stretti del 26% rispetto a quelli normali), il che permetteva, sì, di risolvere più agilmente i problemi posti dalla complessa orografia appenninica, ma all’arrivo nelle stazioni di raccordo con la Rete Ferroviaria Italiana (R.F.I), Arezzo da una parte e Fossato di Vico dall’altra (in quest’ultima località esistevano perfino due stazioni distinte), i treni non potevano transitare sui binari a scartamento normale, creando così rallentamenti e disagi durante le operazioni di trasbordo di passeggeri e merci.

Il percorso della Ferrovia dell’Appennino Centrale era lungo poco meno di 134 km e si snodava attraverso l’Umbria settentrionale e la Toscana orientale. Come abbiamo visto, uno dei terminal era il borgo appenninico di Fossato di Vico, una scelta tutt’altro che casuale. Già allora Fossato era infatti una delle stazioni della R.F.I. sulla linea Roma-Ancona, e per la F.A.C. rappresentava il punto di raccordo naturale. Prima di giungere alla stazione di Arezzo e congiungersi alla linea Roma-Firenze, il treno della F.A.C., per tutti il trenino, faceva, tra stazioni e caselli, ben trentuno fermate. Le principali erano in corrispondenza dei centri abitati più grandi: Gubbio, Umbertide, Città di Castello (dove si trovavano le officine sociali e la sede locale della direzione), Sansepolcro e Anghiari. I tratti più impervi erano quello fra le stazioni di Mocaiana e di Monte Corona, e quello fra le stazioni di Anghiari e Arezzo: in essi il trenino percorreva parecchi chilometri in mezzo a strette valli boscose scarsamente popolate, dove i torrenti e i dislivelli imponevano la costruzione di ponti, rampe e parecchie gallerie. Quasi la totalità di queste si trovava nel secondo dei due tratti, passante per la valle del torrente Cerfone: fu infatti l’ultimo a essere completato, ma anche quello che richiese il dispendio più grosso in termini di tempo, uomini e risorse (per la pericolosità rappresentata dei suoi dislivelli, nello spezzone compreso fra Arezzo e Palazzo del Pero venne introdotto un sistema di controllo della velocità). In compenso esistevano anche tratti pianeggianti dislocati, pure questi, in due aree ben distinte: la valle di Gubbio, da Branca a Mocaiana, e la valle del Tevere, da Monte Corona ad Anghiari, una valle ampia e lunga più del doppio rispetto alla precedente, dove la ferrovia passava il fiume in tre punti soltanto.

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Il tracciato della F.A.C. con le località più importanti in evidenza

L’intero percorso veniva coperto in tempi diversi a seconda della direzione: poco meno di cinque ore da Arezzo a Fossato, e circa cinque ore e mezzo da Fossato ad Arezzo. Il tempo in più serviva a rifornire la locomotiva di acqua e carbone (prima del passaggio al diesel, il sistema di trazione era a vapore), in quanto i convogli che provenivano da Fossato — a differenza di quelli provenienti da Arezzo, per i quali era previsto il cambio della locomotiva a Città di Castello — erano gli unici a percorrere tutta la linea. Nel 1936 fecero la loro comparsa le prime automotrici diesel, le quali, garantendo una velocità massima di 70 km/h rispetto ai 35 km/h di prima, abbatterono sensibilmente i tempi di percorrenza.

Malgrado quelli che i pendolari di oggi considererebbero autentici disagi, la popolazione dell’Alta Valle del Tevere trasse da subito importanti benefici dal passaggio della ferrovia. Gli spostamenti divennero più rapidi e più comodi per tutti, le merci poterono circolare molto più rispetto al passato, e per gli abitanti della parte toscana significò anche poter andare e venire dal proprio capoluogo in giornata. Per fare la stessa cosa, i loro corrispettivi umbri dovettero invece attendere fino al 1915, quando la F.A.C. venne agganciata, all’altezza della stazione di Monte Corona, dalla Linea Centrale Umbra, costituendo il primo — ma pur sempre tardivo — collegamento ferroviario tra Perugia e i comuni della Valtiberina umbra.

La Ferrovia dell’Appennino Centrale rimase attiva cinquantotto anni. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale i bombardamenti tanto dei tedeschi quanto degli Alleati arrecarono danni gravissimi al suo tracciato, causando ripetute interruzioni ai convogli. Le stazioni stesse vennero prese di mira. Emblematico è il caso di quella di Arezzo, completamente distrutta dagli intensi bombardamenti che si abbatterono sulla città nel dicembre del 1943: furono così devastanti che il trenino smise di raggiungere il proprio capolinea sei mesi prima della soppressione del servizio.
In generale fu l’intera linea della F.A.C. a essere gravemente danneggiata. Binari, ponti, stazioni, convogli: tutto ciò che finiva a tiro degli aerei veniva fatto saltare in aria. A fronte di una situazione simile, il 18 giugno 1944 il Ministero dei Trasporti dispose l’interruzione definitiva del servizio, e un anno dopo, con l’ordine di servizio n. 1 del 22 maggio 1945, la Società diede comunicazione che la ferrovia, visti gli ingenti danni subiti, non sarebbe stata ricostruita, ma che il personale licenziato avrebbe goduto di una «preferenza alla riassunzione per l’Esercizio della Umbertide-Sansepolcro».

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Ex galleria della F.A.C. in località Val de’ Gatti, nei pressi di Anghiari

Già allora i documenti governativi stavano dunque facendo emergere una volontà precisa: quella di ripristinare, in un futuro più o meno lontano, soltanto il collegamento fra i due vertici della Valtiberina e di convertirlo, magari, allo scartamento normale. L’ipotesi di ricostruire l’intera linea venne abbandonata fin dall’inizio, col risultato che le comunità delle valli appenniniche — più impervie da raggiungere e proprio per questo ancora più bisognose — tornarono al loro isolamento. Tra queste comunità c’era anche Gubbio. Se infatti i centri altotiberini vennero di nuovo collegati nel 1956 grazie al prolungamento fino a Sansepolcro della Linea Centrale Umbra, Gubbio rimase tagliata fuori da ogni relazione ferroviaria. Nei periodi successivi questa deficienza infrastrutturale non è mai stata risolta, e ancora oggi Gubbio, con i suoi trentamila abitanti e il suo turismo, è servita soltanto dalla strada gommata (credo infatti che non sia sufficiente che l’attuale stazione di Fossato di Vico ospiti nella propria segnaletica anche il nome di Gubbio, è un compromesso che funziona poco e male: la distanza fra le due località è di oltre venti chilometri!).

La F.A.C. è stata una delle pochissime linee ferroviarie dell’Italia Centrale distrutte durante la Seconda guerra mondiale a non essere ricostruita. Fu una scelta dettata dal disinteresse, dalla mancanza di opportunità e di risorse o dal mero calcolo sulla convenienza? Credo che nessuno di questi fattori debba essere scartato, anche se penso che la gestione privata della ferrovia abbia fatto scivolare agli ultimi posti la sua eventuale ricostruzione da parte della R.F.I., già oberata dal ripristino della propria rete ferroviaria.

Dopo pochi anni dalla chiusura, della Ferrovia dell’Appennino Centrale rimaneva ben poco. I materiali vennero riciclati nella ricostruzione dei paesi e delle case, le locomotive furono vendute a ditte private, la vegetazione si riappropriò del vecchio tracciato e iniziò a minacciare i vecchi caselli di campagna, sebbene molti dei quali, oggi, siano stati recuperati e trasformati in abitazioni private.

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Se questa storia vi ha interessato, potrete trovare maggiori informazioni nel volume di Mariano Garzi e Piero Muscolino La Ferrovia dell’Appennino Centrale – Linea Arezzo-Fossato, ricco di fotografie d’epoca e documenti. Purtroppo la seconda edizione di quest’opera (2002) è fuori commercio già da molti anni, e l’editore, al momento, pare non avere intenzione di ristamparla. Se sarete più fortunati di me, potreste trovarla in qualche mercatino dell’usato: io l’ho cercata a lungo, ma finora l’unica che sono riuscito a stringere fra le mani è la copia della biblioteca comunale di Anghiari.

L’Italiano prima degli italiani: alle origini della nostra letteratura, parte 1/2

Di Gian Luca Nicoletta

 

Vi siete mai chiesti dove ha avuto origine la nostra letteratura nazionale? Vi siete mai posti domande del tipo “ma chi sarà stato il primo poeta italiano?”, “dove sarà nata la nostra letteratura?”
Ebbene, in caso vi foste fatti domande del genere ma non avete avuto fortuna con le risposte, o se dubbi amletici di tal foggia non vi abbiano mai sfiorato, oggi sono qui per aiutarvi con la soluzione.

Ho deciso di dividere questo discorso in due articoli, poiché la faccenda si presenta non priva di precisazioni necessarie. La prima riguarda la definizione di lingua italiana, poiché questa riduce in maniera troppo semplicistica le reali sfaccettature che hanno reso tanto ricca la nostra lingua. Ho scritto nella prima riga “letteratura nazionale“, il quale è un termine che, per il discorso che affronteremo, è caratterizzato da diverse insidie. Utilizzando l’aggettivo “nazionale” faccio implicito riferimento a una nazione, l’Italia, e questa sappiamo che ha visto la luce nel 1861, grazie all’Unità.
Prima di questa, molto prima di questa, in realtà, la nostra letteratura aveva già conosciuto periodi di splendore indiscussi. Altrimenti come considereremmo Dante, Leopardi, Goldoni, Alfieri, Vico etc. se non, appunto, autori italiani?

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Quindi è bene correggere quanto sopra ho scritto: sostituiamo letteratura nazionale con letteratura in lingua italiana.
Questa soluzione vi sembra più adatta? Forse sì, ma sappiate che le insidie ancora non sono terminate: se consideriamo la letteratura italiana come quell’insieme eterogeneo di prosa e poesia scritto da autori e autrici nati e cresciuti nella nostra penisola e che ne parlano la lingua… beh, potremmo correre il rischio di dire una grande imprecisione. Infatti già dall’Alto Medioevo, circa tra il IX e il X secolo, la penisola italiana altro non era che un vero e proprio ricettacolo di dialetti: siciliano, tosco-umbro, veneziano, fiorentino, milanese, etc. Molti di questi erano caratterizzati da diverse connotazioni linguistiche e grammaticali, dunque come considerare le rispettive opere nell’ambito della definizione di “letteratura italiana”, quando dell’Italiano che intendiamo e parliamo oggi avevano ben poco?

Facciamo allora un altro passo indietro: 476 d.C., cade l’Impero Romano d’Occidente. Dal nord e dall’est Europa giungono le popolazioni comunemente definite “barbariche” che smantellano un’intero apparato statale fino ad allora dominante. Cambia la classe dirigente, cambia la geografia politica (nascono i cosiddetti regni romano-barbarici), cambia la piramide sociale. Le grandi città si svuotano dopo i saccheggi e il grosso della popolazione si muove verso i piccoli centri fuori dalle città. Ha così il via il fenomeno sociale e urbanistico dell’incastellamento: nascono i nostri tipici borghi medievali.
Fino al 476 d.C., la lingua parlata da tutta la società era il latino, seppur sostanzialmente diverso dal Latino dell’epoca di Cicerone e di Augusto. Era un latino del popolo, che non faceva uso di complesse strutture sintattiche e nemmeno di termini propri delle classi più colte. Ricordate che la classe dirigente era stata azzerata, dunque nessuno più si esprimeva nel Latino che oggi troviamo solo scritto sui libri.

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Questo latino popolare si trova esattamente a metà fra il Latino classico e i dialetti dell’Alto Medioevo, e data la sua peculiarità che lo rende in sé definito e diverso dagli altri, oggi viene definito come Mediolatino. Questo, finalmente, è il terreno comune e fertile dal quale tutti i dialetti posteriori hanno attinto prima di svilupparsi nell’arco di circa dieci secoli. A questo antenato, ancor prima che al Latino, fanno capo il siciliano, il toscano, il fiorentino, il milanese etc. Ognuno di questi dialetti, per motivi storici e politici, ha subito influenze diversissime da altre lingue europee, ma tutte si ritrovano ad affondare le radici nel Mediolatino e nel Latino.

Quindi, per chiudere il cerchio e tornare alla primigena definizione di letteratura in lingua italiana, possiamo definire come tale tutta quella produzione di prosa e poesia scritta in uno dei dialetti parlati nella penisola italiana, isole comprese, che ha discendenza diretta dal Mediolatino. In questo modo siamo sicuri di comprendere il 100% della produzione scritta e anche il 100% dei dialetti parlati.
Come vedremo nel prossimo articolo, quello in cui affronteremo direttamente le tradizioni della letteratura, l’Italia del Medioevo è una penisola particolarmente frizzante, sia a livello sociale che politico. L’immaginario del Medioevo quale periodo dei “secoli bui” non avrà nulla a che spartire col periodo in cui hanno vissuto e scritto i veri e propri fondatori della nostra lingua.

Vi do quindi appuntamento alla seconda parte dell’articolo, quando ci ritroveremo nella bellissima Sicilia e lì assisteremo alla nascita della Letteratura!

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Fonte: Il Corriere del Mezzogiorno

 

Gli ebrei di San Nicandro, una storia dimenticata

Di Andrea Carria

 

Le pause caffè possono essere istruttive. La storia di cui infatti sto per parlarvi mi è stata raccontata durante una di queste da un collega, che in ufficio gode della meritata fama di dispensatore di aneddoti spassosi e di storie memorabili.

«Hai mai sentito parlare di San Nicandro?».
«No, non mi pare. Non so neanche dove sia. Perché?».

Mentre la macchinetta finiva di erogare i nostri caffè, il mio collega ha cominciato a raccontarmi la storia più improbabile che potesse esserci, i cui fatti sembravano essere usciti direttamente dalla sceneggiatura di un film. Due giorni dopo si presenta al lavoro con un libro: se avevo ancora dei dubbi — mi dice — questo me li avrebbe fatti sparire.

E il libro ce l’ho qui davanti ancora adesso, fresco di lettura. Non è un romanzo, ma un libro di storia, un saggio. Elena Cassin (1909-2011), l’autrice, è stata una storica delle religioni italiana, specializzata in culture mesopotamiche. Dopo aver conseguito il dottorato all’Università di Roma nel 1933, lasciò l’Italia per la Francia, dove condusse per intero la propria carriera accademica, divenendo membro di alcuni degli istituti di ricerca più prestigiosi d’Oltralpe, come l’École des Annales (fondata da Marc Bloch e Lucien Febvre negli anni Venti) e il Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS).

Nel 1957 la Cassin pubblica in Francia un libro che si allontana dai suoi studi abituali e che racconta una storia alla quale è molto legata. Il libro si intitola San Nicandro: histoire d’une conversion, ma in Italia verrà pubblicato in un’edizione aggiornata solo nel 1995 dalla casa editrice Corbaccio, la stessa che ho consultato io. La Prefazione — molto utile e interessante — è di Alberto Cavaglion, uno dei nostri maggiori studiosi della storia e della cultura ebraiche. Ho scelto di ricordare questo dato perché, oltre a fornire validissime indicazioni di metodo, penso che la sua lettura sia quantomai propedeutica: la storia che introduce si sottrae infatti alle esperienze e alle categorie storiografiche note, colorando con sfumature inaspettate un periodo della storia del nostro paese in cui si è generalmente portati a non vederne.

Siamo nel 1935. San Nicandro è un paese del promontorio del Gargano abitato da gente semplice, principalmente braccianti agricoli e pastori. È un borgo collinare appartato, difficile da raggiungere, dove l’isolamento naturale è reso meno duro dalla presenza di altri piccoli centri nelle medesime condizioni, sparsi nei dintorni. Le città sono lontane, stanno in pianura (Foggia dista più di cinquanta chilometri; San Severo, da dove parte il trenino locale che serve San Nicandro e gli altri borghi del monte Gargano, poco meno di trenta). A San Nicandro vive Donato Manduzio. Ha cinquant’anni e da giovane ha combattuto nella Prima guerra mondiale, riportando una lieve invalidità che gli permette di percepire una piccola pensione. In compenso è stato proprio al fronte che Donato ha imparato a leggere e scrivere (è un uomo intelligente), e nelle giornate di ozio che la sua inabilità gli impone si dedica alla lettura di romanzi e libri di magia (ha fama di essere un abile guaritore, e in occasione delle feste paesane si reinventa anche come organizzatore di spettacoli).

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Donato Manduzio (1885-1948)

Negli anni Trenta il Gargano, terra con una tradizione mistica molto forte, è toccato, al pari di altre zone del Sud Italia, da alcuni moti di rinnovamento religioso. Uno dei gruppi più attivi sul territorio è quello valdese, i cui proseliti svolgono un’intensa opera di predicazione. Donato è uno dei primi sannicandresi a prestare ascolto alle loro parole e a frequentare i loro incontri. Al centro della fede valdese sta la parola di Dio, e un giorno Donato riceve da uno dei membri della congregazione una Bibbia. Questo regalo cambierà per sempre la sua vita: leggendo il libro, Donato apprende infatti verità sulle quali non aveva mai riflettuto prima, e in particolare si fa strada in lui la convinzione che la vera religione non sia quella cattolica che gli è stata trasmessa e neppure quella verso la quale vorrebbero attirarlo i suoi amici valdesi; il solo modo corretto di servire Dio, crede Donato, è quello degli ebrei così come viene descritto nell’Antico Testamento.

A questa lettura incredibilmente intensa della Bibbia, Donato fa seguire la scrittura di un diario dettagliatissimo e l’istituzione di pratiche devozionali vere e proprie (feste, cerimonie, diete e digiuni), che nelle sue intenzioni dovranno ristabilire il culto perduto del popolo d’Israele. Perduto, sì, perché Donato Manduzio, ingenuo come solo un provinciale di quel tempo poteva essere, è convinto che quello ebraico sia un popolo scomparso al pari dei babilonesi o degli egizi, e che lui e lo sparuto gruppo di sannicandresi che intanto ha convertito grazie alle sue doti di trascinatore siano gli unici seguaci rimasti di questa antica religione. A farlo accorgere dell’abbaglio che ha preso ci pensa un ambulante che ha per caso sentito ciò che Donato diceva a un altro convertito. Ebrei? Certo che ci sono! In città ne abitano tanti. A Bari, Napoli, Firenze, Roma… A Manduzio si apre un mondo. Se ci sono altri ebrei, lui deve conoscerli.

Comincia a scrivere lettere su lettere alle quali, all’inizio, fatica a ricevere risposte: il regime fascista impone agli ebrei italiani maggiore cautela e Donato Manduzio, questo sedicente ebreo spuntato dal nulla, potrebbe essere un provocatore o, peggio, una spia. Alla fine è il rabbino capo di Roma a scrivergli, ma si tratta ancora di una lettera che vuole mantenere le distanze. Le cose cambiano qualche tempo dopo con il nuovo rabbino David Prato, il quale decide di inviare a San Nicandro un suo delegato perché constati personalmente l’esistenza di un gruppo di ebrei nel promontorio del Gargano. Si tratta di Raffaele Cantoni, colui che per anni rimarrà il principale punto di riferimento della comunità di San Nicandro, fornendo i paramenti sacri con cui Donato può officiare i culti nella propria casa — di fatto riconosciuta da tutti come la sinagoga del paese —, i sillabari dove studiare la lingua ebraica e, non da ultimo, il proprio sostegno morale. Durante la guerra, quando il regime manderà Cantoni al confino sulle isole Tremiti, a solo una ventina di chilometri dalla costa garganica, Donato si incaricherà di rifornirlo con generi alimentari e di consumo per alleviare la sua detenzione.

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Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, il gruppo è ancora saldo sebbene diviso al proprio interno. I fascisti non hanno mai preso iniziative repressive, molto probabilmente perché stentano a comprendere ciò che sta avvenendo a San Nicandro e, tranne alcune convocazioni in Prefettura per Donato e altri suoi confratelli, non pensano di dover prendere la cosa troppo sul serio. Del resto come trattare, nella limitatissima casistica prevista dal regime, chi era italiano per nascita ma al tempo stesso si dichiarava ebreo?

«Qui si racconta una piccola storia, luminosa: come, da un cammino di tenebre, uscì una luce; una luce che brilla nelle tenebre e nell’ombra della morte».

Durante tutto questo tempo, Donato non ha mai smesso di aggiornare il proprio diario. Esso è (ma sarebbe meglio dire era, giacché se ne sono da tempo perse le tracce) una via di mezzo fra il diario propriamente detto e una cronaca molto soggettiva della vita della comunità. Donato vi annota tutto ciò che reputa importante, ma i brani più numerosi riguardano i sogni e le visioni attraverso cui passerebbe il suo dialogo con Dio. Delle sue esperienze, che potremmo tranquillamente definire extrasensoriali, Donato fornisce descrizioni molto precise che scendono nel dettaglio. Gli scenari, che tendono a ripetersi con pochissime variazioni, sono mutuati dal mondo agricolo e pastorale tipico della realtà sannicandrese, e Donato, che spesso li invoca prima di prendere una decisione importante per la comunità, li tratta al pari di segni (dei veri e propri omina) o, in casi più rari, di ordalie.

Un fatto di fondamentale importanza si verifica nel settembre del 1943. Il fronte sta risalendo l’Italia ed entro la fine del mese Foggia e il Gargano passano definitivamente sotto il controllo degli Alleati. Anche da San Nicandro passano le divisioni angloamericane, e un giorno una di queste viene richiamata da una bandiera sventolante dove campeggia la stella di David. Sono Donato e gli altri che, come guidati da un istinto atavico che gli suggerisce cosa fare, improvvisano lo stendardo che gli varrà l’incontro, carico di conseguenze, con il maggiore Spitzer alias Phinn E. Lapide (il futuro autore di Mosè in Puglia, il primo libro sulla storia degli ebrei di San Nicandro) e il resto della Brigata Israeliana.

Ho parlato di incontro fondamentale perché da questo momento nel gruppo si fa ufficialmente strada il sionismo. Donato, che finora ha esercitato un ascendente fortissimo su tutti i fratelli grazie ai messaggi che Dio gli avrebbe inviato sotto forma di visioni e sogni, non pensa che il gruppo debba disperdersi in Palestina, ma ormai non può nemmeno zittire coloro che hanno un’opinione diversa dalla sua e sono già sul piede di partenza. L’ultimo rito che vede unita la comunità è la circoncisione rituale, avvenuta nell’agosto del 1946 ad opera del rabbino di Ravenna, intervenuto allo scopo. Ora che anche l’ultimo segno esteriore che differenziava gli ebrei di San Nicandro da tutti gli altri è stato cancellato, Donato Manduzio sente vicino il completamento della sua missione e può spegnersi in pace. La morte sopraggiunge il 15 marzo 1948, all’età di sessantatré anni.

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San Nicandro Garganico oggi

Scomparso il fondatore, la comunità segue il destino che il comportamento di alcuni suoi membri aveva tracciato. Molti partono per la Palestina insieme alle proprie famiglie, dando un contributo concreto alla creazione dello Stato di Israele: si istalleranno nei kibbutz e qualcuno combatterà perfino nella prima Guerra arabo-israeliana del 1948. Altri invece restano a San Nicandro, rispettando così la volontà di Donato.

L’edizione italiana del libro di Elena Cassin comprende diverse integrazioni rispetto a quella francese originaria. L’autrice riferisce, ad esempio, del suo ultimo viaggio in Israele compiuto nei primi anni Novanta, dove ha incontrato i discendenti dei sannicandresi emigrati nell’immediato Dopoguerra: sono indistinguibili dai loro coetanei israeliani e perfettamente integrati. I cambiamenti più sostanziali hanno riguardato invece San Nicandro, un paese che la Cassin trova molto mutato rispetto al borgo di braccianti che aveva conosciuto al tempo delle sue prime ricerche, e che è ormai del tutto proteso verso la modernità. Qui, fra case nuove e vie asfaltate, la studiosa scopre che quello che resta della comunità è costituito da sole donne, le quali vivono la religione ebraica in una versione privata e domestica il cui sforzo maggiore consiste nel cercare di educare i figli al rispetto della legge del Sinai. Oggi gli sparuti ebrei di San Nicandro sopravvivono più o meno allo stesso modo, con in più la consapevolezza di dover cercare di preservare a ogni costo la propria memoria.

A distanza di tanti anni, l’impresa di Donato Manduzio non smette di stupire. Essa infatti non ha costituito solo un unicum per quel che riguarda la storia delle conversioni, ma rappresenta anche un caso di studio interessantissimo per quel che concerne il contesto socio-politico avverso in cui si è realizzata. Uno degli aspetti meno trattati dal libro della Cassin sono proprio le modalità in cui l’ebraismo sannicandrese si è sviluppato nonostante il regime fascista, il quale, ricordiamolo, approvava proprio in quegli anni (1938) il Manifesto della Razza e le leggi razziali. Sarebbe interessante chiarire anche questo aspetto, e magari la direzione in cui muoversi potrebbe essere quella di inquadrare il fenomeno San Nicandro all’interno di un contesto storico più ampio, cercando, ossia, di vedere anche qualcosa in più rispetto all’unicità e al provincialismo di cui questa «piccola storia, luminosa» necessariamente è pervasa.

C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… Il Manifesto di Ventotene

Di Gian Luca Nicoletta

 

In vista del voto per le elezioni europee di domani, ho ritenuto opportuno dedicare l’articolo conclusivo della serie sull’Europa al testo che per primo ne ha gettato le basi, grazie alla riflessione di quattro brillanti cervelli che hanno improntato le loro vite e le loro opere a questo progetto. Sto parlando di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann e il testo in questione è il Manifesto di Ventotene.

Il Manifesto, edito per la prima volta nel 1944 ma scritto precedentemente, costituisce un documento imprescindibile per ciò che concerne l’ideazione e l’idealizzazione di un progetto tanto vaso e complesso come l’Europa.

Il testo nacque a Ventotene, isola sulla quale Spinelli e Rossi furono confinati dal regime fascista. I due intellettuali, con l’aiuto di Colorni e di Hirschmann, misero per iscritto e con intento programmatico il frutto di anni di dibattiti e di studi politici: progettare una nuova Europa, costituita da Stati interdipendenti affinché catastrofi del calibro della guerra allora in corso non potessero più ripetersi.

Il sottotitolo del Manifesto riporta: Per un’Europa libera e unita. In questo senso si muovono Spinelli e Rossi nella stesura del testo. Svegliare le coscienze, educare quelle giovani, affinché si giunga alla conclusione che un’Europa “libera e unita” non solo è necessaria ma prima di tutto è possibile.

«Si è affermato l’eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell’organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore i suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo. […] La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera il suo “spazio vitale” territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.»[1]

Spinelli, autore delle prime due parti del testo mentre Rossi redigerà la terza, parte da un concetto storicamente affermato: i popoli, almeno quelli moderni, si sono autodeterminati e riconosciuti per mezzo delle medesime tradizioni storico-culturali ed etniche che li accomunavano. Questi poi hanno sviluppato le forme di governo a loro più adatte e nel corso del loro sviluppo hanno elaborato l’idea dello “spazio vitale”, ovverosia la necessità di possedere uno spazio geografico sempre maggiore rispetto a quello già posseduto in modo da poter esplicitare le proprie funzioni di Stato in maniera piena, legittima. Questa espansione geografica però implica, inevitabilmente, la sopraffazione di altri popoli che abitavano quelle terre. In questo modo si giunge a un sistema duale, nel quale una parte dello Stato governa mentre un’altra è soggetta al potere dei governanti:

«Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze.»[2]

Lo sviluppo della necessità di uno spazio vitale è stato il metodo principale sfruttato dal regime nazista per giustificare la propria politica di invasione nei confronti di altri popoli europei, che sono stati definiti come altro-inferiore. Spinelli scrive chiaramente che la Germania di Hitler ha rappresentato il non plus ultra di questa involuzione del genere umano: è interessante segnalare come questa affermazione rientri all’interno di un testo politico. L’intento è chiaro, non ripercorrere gli errori del passato non basta: bisogna ricordare che cosa fosse la Germania nazista e pensare a quella tutte le volte che assistiamo alla violazione della Libertà.

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Bozzetto (2016 – tratto da una foto) di Ursula Hirschmann. Fonte: Gariwo

La seconda parte del Manifesto riporta il sottotitolo I compiti del dopoguerra – l’unità europea. All’interno di questa parte del testo, Spinelli teorizza cosa accadrà una volta che il conflitto sarà giunto al termine. Scrive che gli uomini ragionevoli dovranno mantenere salde le proprie idee di libertà poiché la classe dirigente ancorata a un’idea vecchia di ordinamento politico tenterà in ogni modo di restaurare l’ordine vigente prima del 1939. In altre parole si correrà il grande rischio di riportare tutto a com’era e dunque di ripristinare le stesse condizioni che hanno causato lo scoppio della guerra, un rischio che nessuno può più permettersi.

«La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell’Europa secondo il nostro ideale di civiltà.
Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche, e si daranno ostinatamente a ricostruire i vecchi organismi statali.»[3]

Si presti attenzione ai tempi verbali adottati: il futuro semplice esprime certezza, assoluta sicurezza di qualcosa che sarà. Spinelli oltre a immaginare la situazione dell’immediato dopoguerra lancia anche un monito per tutti coloro che avranno la lucidità per ragionare su ciò che dovrà essere fatto. Non è un pericolo, quello delle vecchie classi dirigenti che ripartiranno alla carica per ristabilire il vecchio ordine, è una certezza. Le cose non potranno che andar così e dunque è necessario sviluppare una coscienza politica nuova in chiave internazionalistica. Abbattere i nazionalismi o i patriottismi infervorati; l’unica via sarà quella che condurrà tutti gli europei a una condizione nuova di comunità:

«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali. […] Tutti gli uomini ragionevoli riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di stati europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di condizioni con gli altri paesi, né si può spezzettare la Germania e tenerle il piede sul collo una volta che sia vinta.»[4]

Da una parte Spinelli esprime con forza il fatto che dopo la fine della guerra le cose dovranno necessariamente cambiare: gli Stati sovrani dovranno cedere, senza obiezioni, parte della loro sovranità in favore di qualcosa di più grande: un sistema unico, democratico, pacifico che abbia come obiettivo primario garantire la coesistenza fra tutti i popoli d’Europa in nome della pace.

In secondo luogo Spinelli sostiene che una comunità nuova non può nascere sulle ceneri di uno Stato distrutto quale sarà la Germania. La soppressione totale del Paese tedesco non è pensabile poiché anche questo fa e farà parte della nuova Europa; come ha scritto anche Montale nel suo articolo apparso su Il Mondo: “E la Germania ha cessato per ora di esistere: è indispensabile che risorga”[5].

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Altiero Spinelli (1907-1986)

Sia Spinelli che Montale avevano già compreso che la Germania di Hitler non era la Germania dei Tedeschi: un errore del genere sarebbe imperdonabile in fase di costituzione dell’unione europea. Le tappe più macabre e cruente della storia di uno Stato segnano indubbiamente il suo percorso e la cultura di tutto il popolo che lo compone, ma rimane altresì vero che queste tappe non possono influire totalmente sul giudizio espresso nei riguardi di un’intera nazione: i Tedeschi sono stati nazisti, gli Italiani sono stati fascisti, ma non è possibile affermare che la Germania sia nazista, che l’Italia sia fascista. Esperienze di vent’anni come quelle dei totalitarismi non possono cancellare tutta la storia precedente di un Paese. Non si può sacrificare l’Italia rinascimentale per demolire qualsiasi traccia di fascismo come allo stesso modo non si può rinnegare la Germania dello Sturm und Drang per abbattere le radici del nazismo. È doveroso avere chiaro il quadro d’insieme e dunque ricordare che il nazismo è esistito, che il fascismo è esistito, ma in virtù dei drammi generati si deve ragionare con cognizione di causa nel momento in cui si progetta un nuovo ordine politico e preparare le condizioni affinché ciò che è stato non si ripeta mai più.

Spinelli prosegue il suo programma e immagina un’Europa che abbia rapporti pacifici non solo al suo interno, ma anche con gli altri Stati extraeuropei. Il movimento di unione dell’Europa, auspica lui, sarà un movimento popolare virtuoso e pacifico, tanto che a lungo andare anche gli altri Paesi degli altri continenti giungeranno a un comune accordo di convivenza civile e pacifica. Queste le sue ultime parole in conclusione della seconda parte del Manifesto:

«E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo. […] Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell’ultimo ventennio. Poiché sarà l’ora di opere nuove, sarà anche l’ora di uomini nuovi, del movimento per l’Europa libera e unita!»[6]

La terza parte del Manifesto, redatta da Rossi, si concentra sulle riforme che dovranno avere luogo all’interno della società per favorire la formazione e la continuità del nuovo ordine europeo.

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In questa parte i punti programmatici sono frutto dalla cultura politica di Rossi e Spinelli, dunque azioni concrete di mutamento della società politicamente orientate, ovverosia la base indispensabile per formare l’Europa è quella di un sistema politico unitario:

«Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. […] La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.»[7]

Il movimento che unirà l’Europa viene definito come “rivoluzione”. L’idea di Rossi relativamente alla nascita della nuova comunità è quella di un corso del tutto nuovo, libero dalle categorie politiche precedentemente imposte all’infuori di quella socialista. Per lui come per Spinelli, antifascisti che hanno attivamente operato in opposizione al regime, il socialismo coincide con l’unica via logica nonché politicamente adatta a rimettere in piedi un continente devastato dagli estremismi di segno politico opposto. Dunque l’Europa unita sarà sinonimo di “emancipazione delle classi lavoratrici” e condizioni di vita dignitose per tutti i cittadini:

«Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori.»[8]

L’Europa nascerà in nome di una dimensione sicuramente non nazi-fascista ma neanche caratterizzata da un’unica ideologia politica. Il testo prosegue con una lista di punti da prendere in considerazione obbligatoriamente se si vuole costruire un’Europa libera e democratica. Rossi dunque scrive di come non sia più possibile lasciare ai privati le imprese, che svolgono un’attività necessariamente monopolistica. Le masse dei lavoratori vengono sfruttate e, in base a ciò che producono, vengono sfruttate anche le masse dei consumatori. Le grandi imprese private devono essere smantellate e amministrate equamente da tutti gli operai che vi lavorano, poiché il potere delle imprese può aumentare a dismisura ed influenzare le attività politiche se il settore che dominano a livello industriale si rivela fondamentale per lo Stato, influenzando in questo modo l’attività politica per volgerla a loro vantaggio.

Un punto è dedicato anche alle giovani generazioni: Rossi afferma che i giovani debbano essere assistiti con provvidenze necessarie per ridurre le distanze fra varie posizioni sociali, di modo che tutti si trovino ad avere le medesime condizioni di partenza a parità di competenze acquisiste e potenzialità dimostrabili. La nuova politica dovrà favorire i più idonei anziché i più ricchi. Questo punto si collega ad un altro molto importante:

«La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;»[9]

La società della nuova Europa non sarà una società dedita alla carità bensì una società dedita al lavoro. Dovranno essere create soluzioni assistenzialistiche per favorire i meno abbienti e risanare le disuguaglianze economiche e sociali che dividono il Paese. In questo modo le classi sociali saranno coinvolte in un processo di omogeneizzazione e si potranno abbattere definitivamente le differenze tra persone che causano conflitti e fratture all’interno della medesima società.

Nell’ultima parte del documento, Rossi punta a sciogliere un nodo politico-istituzionale che ha caratterizzato l’operato del fascismo e che verrà ridiscusso anche dai Padri Costituenti:

«Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l’alleanza col fascismo andrà senz’altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico.»[10]

La religione non dovrà più influire sulla vita politica e civile della società, i piani dovranno essere ben distinti e non influenzabili l’uno dall’altro.

Questi i punti fondamentali sui quali si dovrà basare la nuova comunità europea: una comunità libera dai totalitarismi (tanto nazi-fascisti quanto comunisti), una comunità dove i membri della società siano essenzialmente considerati come esseri umani e dove le differenze sociali vengano appianate da un serio lavoro politico volto alla piena espressione della persona; una comunità nella quale il lavoro sia il mezzo migliore per l’affermazione di sé e attraverso il quale ognuno possa apportare il proprio, positivo, contributo al miglioramento della società nella sua interezza in primo luogo, in secondo luogo al miglioramento dei rapporti internazionali che ispireranno anche gli altri Paesi del resto del mondo sino alla formazione di un unico e grande governo mondiale, fondato sulla pace e sul rispetto della persona umana in quanto tale.

 

 

 

[1] A. Spinelli, E. Rossi, E. Colorni “Il Manifesto per un’Europa libera e unita”, parte I La crisi della civiltà moderna, punto 1.

[2] Ibidem, punto 3

[3] Ibidem, parte II “I compiti del dopoguerra – l’unità europea”, corsivo mio.

[4] Ibidem, corsivo mio.

[5] E. Montale L’Europa e la sua ombra, 18/06/1949, in “Il secondo mestiere. Prose 1920/1978”, Mondadori, Milano 1996, tomo II, p. 822

[6] A. Spinelli, E. Rossi, E. Colorni “Il Manifesto per un’Europa libera e unita”, parte II I compiti del dopoguerra – l’unità europea

[7] Ibidem, parte III I compiti del dopoguerra – la riforma della società, corsivo mio.

[8] Ibidem

[9] Ibidem.

[10] Ibidem.

Perché leggere “Il Mediterraneo” di Fernand Braudel oggi?

Di Andrea Carria

 

La storia, spesso si dice, ha il cattivo vizio di ripetersi. Ma il presente ne possiede uno ancora peggiore, quello di focalizzare l’attenzione su di sé fino a dare l’impressione che quanto lo riguarda stia accadendo oggi per la prima volta e abbia l’aspetto di un complicatissimo rebus senza indizi. In realtà non c’è niente di più sbagliato: indizi e precedenti esistono il più delle volte, ma per poterli riconoscere c’è bisogno che la storia — e a maggior ragione se si tratta di una geo-storia — dialoghi con tutti i fattori che concorrono a determinare l’essenza di uno spazio.

Questa semplice ma importantissima regola è stata la bussola di Fernand Braudel (1902-1985), uno dei maggiori storici dell’École des Annales, il quale intendeva la storia come una disciplina trasversale percorsa da fittissime interconnessioni da studiare sul lungo periodo (longue durée), in cui i particolari più minuti della quotidianità potevano rivelarsi perfino più importanti dei grandi avvenimenti politici e militari.
Esperto
 eminente dei sistemi economico-commerciali dell’età moderna e del capitalismo, a Braudel si devono anche alcune delle descrizioni più lucide e suggestive del mondo mediterraneo. Mediterraneo è anche il titolo del volume collettaneo del 1985 da lui curato e in larga parte scritto. Si tratta di uno dei suoi libri più famosi e letti, un piccolo capolavoro che in dodici contributi si propone di raccontare l’essenza del Mare Nostrum.

Cinque di questi portano la firma di Braudel. Fresca e gioiosa, la sua scrittura è prima di tutto uno stile personalissimo con cui raccontare la storia. Senza nulla togliere agli altri autori del volume — studiosi di formazione diversa, del calibro di Filippo Coarelli, Maurice Aymard, Roger Arnaldez, Jean Gaudemet e Piergiorgio Solinas —, solo quando si leggono i saggi di Braudel i fatti diventano protagonisti di una narrazione. Succede allora che quei fatti, di colpo, non sono più quelli che conosciamo fin dall’epoca delle prime lezioni di storia a scuola, ma diventano qualcosa di diverso, come diverso è un paesaggio quando si cambia punto d’osservazione. La differenza è che con Braudel il punto d’osservazione non può che salire, permettendo di vedere millenni di storia riuniti in poche pagine. Pagine non solo belle letterariamente — di respiro calviniano, oserei dire —, ma anche illuminanti e ricchissime di spunti. Leggere Mediterraneo è comprendere tutto d’un fiato il senso del passare dei secoli.

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Sebbene la narrazione dei fatti passati sia la cifra comune alla maggior parte dei saggi di questo libro, il principale merito di Braudel e degli altri autori è aver attualizzato il più possibile la storia. E lo hanno fatto in virtù del principio che ricordavo all’inizio, secondo cui per ogni fatto storico è possibile individuare uno o più precedenti che, se adeguatamente contestualizzati, forniscono la naturale cartina al tornasole della maggior parte delle sfide del presente. Ciò non vuol dire che la storia sia la magistra vitae dei Latini, e nemmeno che su di essa si possano fare delle previsioni: la cosa che invece viene messa in luce è la strettissima concatenazione di cause ed effetti che lo storico usa per interpretare il passato secondo i suoi modelli, e che il resto degli uomini dovrebbe invece acquisire per non considerarsi alla completa deriva degli eventi. Mediterraneo costituisce un esempio mirabile di questo procedimento, e ci restituisce un libro meta-storico dal quale chiunque può trarre importanti insegnamenti da applicare alla vita di tutti i giorni.

Leggere Mediterraneo oggi è prima di tutto confrontarsi con un classico della storiografia. Ma la storia è solo una delle sue identità. Archeologia, antropologia, etnologia, storia del diritto e della religione: ognuna di queste discipline aggiunge la propria pennellata a questo grande affresco, il cui risultato finale è a dir poco straordinario: raccontare i caratteri di uno spazio, il Mediterraneo, che non è raccontabile per la sua stessa conformazione di bacino liquido stretto in mezzo a popoli e a culture diversissime, che il mare avvicina e allontana ogni volta che cambia il vento della storia.

Leggere Mediterraneo oggi è anche capire dove l’attuale vento ci sta portando. Lo scontro fra civiltà è una corrente che le onde del Mare Nostrum hanno già assecondato, così come pure le spinte migratorie o la diffusione di usi, costumi, prodotti, mercanzie, idee. Perché? Perché il Mediterraneo è sia confine che soglia, ma se si vuole sopravvivere sulle sue sponde — tanto belle quanto difficili da dominare — è come soglia che dobbiamo considerarlo:

«La decadenza, le crisi e i malesseri del Mediterraneo coincidono appunto con i guasti, le insufficienze, le fratture del sistema di circolazione che lo attraversa, lo travalica e lo circonda, e che per secoli lo [ha] posto al di sopra di se stesso».

No, non è retorica da intellettuali, ma la scoperta che hanno fatto migliaia di anni fa i popoli neolitici il giorno in cui hanno messo la prima barca in mare, probabilmente da qualche parte lungo la costa fenicia: un giorno fortunato perché è in quel preciso momento che è stata impressa l’accelerazione più grande allo sviluppo delle civiltà.

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È nel palcoscenico del Mediterraneo che del resto si sono sviluppati i sistemi culturali di riferimento del mondo occidentale e di quello mediorientale, sistemi che in passato si sono scontrati varie volte, ma che ancora più spesso si sono semplicemente integrati e sovrapposti senza darlo a vedere, senza clamori. Forse è proprio per questo che ci ricordiamo più delle Crociate o di Lepanto, dell’invasione turca dei Balcani o della Reconquista: come i momenti d’ozio, anche quelli di mediazione e confronto tendono a lasciare il posto, nella memoria collettiva, agli avvenimenti più rumorosi, fra i quali si sceglie poi di dare credito alla voce che intona la nostra stessa canzone. Ma non è così che funzionano le cose, men che meno in un mondo complesso, stratificato e interdipendente come quello mediterraneo, un mondo nel quale, come Braudel giustamente ricorda:

«[…] l’uomo occidentale non deve ascoltare soltanto le voci che gli suonano familiari; ce ne sono sempre altre, estranee, e la tastiera esige l’uso di entrambe le mani».

Il capitolo Migrazioni dello storico Maurice Aymard, è uno dei contributi fondamentali di questo libro, e leggerlo alla luce dei populismi di oggi ci mostra quante verità vengono nascoste sotto al tappeto da certe retoriche politiche, semplicistiche e di bassa lega.

«Per tre o quattro millenni le migrazioni avevano fatto la storia e l’unità del Mediterraneo: oggi minacciano di disfarla. Contro tale minaccia va attualmente un po’ dappertutto lo stesso spirito di rivolta, la stessa ricerca appassionata di un’identità che rischia di essere distrutta dal livellamento linguistico, politico ed economico».

È l’esatta descrizione di ciò che sta avvenendo adesso, eppure chi, leggendo queste parole, darebbe loro 34 anni di età? La minaccia dell’altro — invasore o forestiero che sia — è il Leitmotiv che sta alla base di tutta la storia del Mediterraneo, un mare che da tremila anni — dice ancora Aymard — «non ha mai cessato di attrarre popoli venuti da fuori, dalla foresta, dalla steppa o dal deserto». Se c’è una cosa che non appartiene alla storia del Mediterraneo e che invece ne corrompe l’intima natura, questa cosa è proprio l’istituzione di nuove frontiere: muri, recinti spinati, porti chiusi.

Leggere Mediterraneo oggi significa dunque essere uomini e donne più consapevoli dei tempi in cui viviamo, tempi in cui la semplificazione e la strumentalizzazione della storia indirizzano mentalità e coscienze, gonfiando i risultati elettorali. Detta nel modo più prosaico, leggere Mediterraneo è la dimostrazione, evidente a tutti, che la storia non è mai così come appare e che il semplice riferito a essa sta solo nello stile letterario in cui si decide di raccontarla.