L’Italia dopo la tragedia: il Neorealismo

Di Gian Luca Nicoletta

 

In questi giorni di quarantena nazionale a causa del COVID-19 mi è capitato più d’una volta di pensare alla grande narrazione che tutti noi stiamo facendo della nostra esperienza e di quella che se ne farà quando tutto sarà finito: al telefono, sui social, alla televisione, o in forma scritta e privatamente, nessuno si esime dal raccontare quel che sta passando e come lo sta affrontando.
Non è la prima volta che succede, al nostro popolo, di fare una cosa del genere e già molto prima di me ben più illustri psicologi e antropologi hanno studiato come un’esperienza traumatica spinga le persone a esternare la propria esperienza.

L’ultima volta che lo abbiamo fatto è stato nel 1945, immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tutti i sopravvissuti: civili, soldati alleati, partigiani, reduci dei campi di concentramento finanche a chi aveva combattuto dalla parte del regime, tutti prima o poi si sono messi attorno a un fuoco, a un tavolo o davanti a una macchina da scrivere, o a una cinepresa, e hanno iniziato a raccontare cosa è capitato loro. Nasceva il Neorealismo.

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A questa esperienza collettiva hanno aderito, per la parte di produzione artistica che principalmente trattiamo qui, alcuni tra i più grandi autori e autrici della nostra letteratura nazionale. Tra questi, uno in particolare decise di fissare per iscritto il valore di quell’esperienza dandole uno statuto letterario e a farlo fu Italo Calvino nel 1964, grazie a una prefazione alla nuova edizione del suo primo romanzo, Il Sentiero dei nidi di ragno, edito per la prima volta da Einaudi nel 1947 e scritto a cavallo fra il ’45 e il ’46.

«La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle “mense del popolo”, ogni donna nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.»

Un evento di portata epocale che ha sovvertito le vite di milioni di persone li ha resi tutti protagonisti, sconvolgendo in maniera profonda le esistenze di ognuno. Abbiamo scoperto che la guerra non era solo quella di chi partiva per il fronte o combatteva sui monti assieme ai partigiani, ma era anche la guerra dei bambini che giocavano tra le macerie degli edifici distrutti dai bombardamenti, delle donne che hanno fatto sia da madre che da padre ai loro figli e spesso anche ai figli degli altri.

Questo desiderio di esprimere un sentimento, il frutto dell’apprendimento della vita, ha trovato un terreno estremamente fertile in quella generazione di artisti degli anni ’40 e ’50 e si propagò in tutti i campi: dai romanzi come ai film, dai trattati filosofici alla pittura sebbene non sempre trovò il gusto del pubblico ricettore: emblematico è l’episodio, diventato ormai leggenda, della proiezione del film Roma città aperta di Rossellini: fu girato tra le macerie ancora fumanti di Roma, nel 1945, e fu aspramente criticato in Italia perché riportava il pubblico in uno scenario già visto, troppo recente nella mente e nelle orecchie delle persone, mentre all’estero fu quasi osannato.

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Può sembrare contraddittorio che un movimento così ampio non incontrò il gusto del pubblico che lo alimentava, ma ciò non deve stupire se teniamo a mente l’origine popolare di questo coro autodidatta:

«Il “neorealismo” non fu una scuola. […] Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche – o specialmente – delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l’una all’altra – o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato “neorealismo”.»

L’importanza del racconto, della trasmissione di contenuti significativi è la chiave che ci permette di comprendere a analizzare meglio questo fenomeno collettivo basato però su esperienze individuali e portato avanti attraverso una pratica individuale quale solo la scrittura può essere.
Oggi, a settantacinque anni di distanza da quell’esperienza, ci troviamo di nuovo a dover affrontare un evento epocale che già sta cambiando il nostro modo di vivere. E domani come allora ci incontreremo sui treni, nelle piazze e nei bar, ci racconteremo cosa ci è capitato, cos’è capitato a chi conoscevamo daremo vita, ancora una volta, a un coro di voci particolari e preziose che ci faranno assaporare di nuovo il piacere del racconto.

8 Marzo di ogni epoca: il potere della donna a corte, sul trono e…

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’approssimarsi della Giornata internazionale della Donna, ho pensato di condividere con voi le riflessioni di una penna illustre della scrittura al e del femminile: Benedetta Craveri.

L’opera in particolare che vi presento oggi è stata pubblicata nel 2005 da Adelphi, il cui titolo emblematico è Amanti e regine. Il potere delle donne, un bellissimo nonché godibilissimo testo nel quale Craveri traccia una storia del potere femminile nell’ambito dell’esercizio di quello tipicamente maschile, ovverosia l’amministrazione e il governo di un regno, quello Francese, dal XVI al XVIII secolo.

La scrittura di Craveri, ben nota a chi è appassionato del mondo francofono, alterna momenti di scientifica trattazione storica a momenti di più leggera descrizione romanzesca, in un connubio che non rende mai la lettura stancante e anzi, incuriosisce e sprona a procedere (questo, a mio avviso, il miglior modo di fare una divulgazione di qualità).

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Entriamo dunque nel testo vero e proprio e osserviamo chi sono le donne che Craveri ci invita a conoscere più da vicino: sono regine consorti (le quali sono investite del titolo solo in virtù del matrimonio col sovrano, dunque differenti dalle regine regnanti che invece esercitano il loro diritto personale di regnare, come lo sono state Elisabetta I, la regina Vittoria e l’attuale Elisabetta II, per citare solo le più note), poi ci sono le cortigiane e le amanti. Ci tengo a fare una piccola specificazione tra i ruoli di cortigiana e amante, perché le prime esercitavano la loro influenza meramente grazie alla loro astuzia e intelligenza, mentre le seconde potevano avvalersi anche del proprio corpo come mezzo di persuasione e convincimento. Queste tre categorie di donne non solo vivevano sotto allo stesso fastoso tetto, si pensi a Versailles dal periodo di Luigi XIV in poi, ma ruotavano anche attorno allo stesso uomo, il re.

«Nella Francia del Cinquecento sovrane e principesse non sono, però, le sole a tenere la scena. In loro assenza, accanto a loro, spesso in aperto antagonismo con loro, avanzano le regine dei cuori, le potentissime favorite reali…»

Se infatti la regina consorte giungeva ai ranghi più alti della società di corte per matrimonio, cioè quasi sempre in forza di un accordo precedentemente preso fra i genitori dello sposo e i genitori della sposa senza che gli interessati potessero esprimere un proprio parere, la favorita (una cortigiana che assurge al ruolo di amante) diventava tale grazie a un palese apprezzamento del sovrano. Quest’ultimo lo dimostrava attraverso gesti profondamente simbolici e pubblici quali il saluto, la parola e il dono a chi, tra le donne che popolavano la sua corte, fosse quella che lui stesso aveva giudicato superiore alle altre. Poco importava che la favorita potesse essere già sposata o che la regina consorte ne potesse avere a male.
Sin qui potreste pensare che tutto ruota attorno alle scelte del re, quindi dove si manifesta il potere femminile?

Per rispondere alla domanda proporrò due esempi tratti dal testo: il primo è quello di Caterina de’ Medici, il secondo è quello di Madame de Pompadour.

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Édouard Debat-Ponsan ritrae Caterina de’ Medici che osserva le vittime del massacro di San Bartolomeo

Caterina de’ Medici fu regina consorte di Francia grazie al matrimonio con Enrico II di Valois. Dalla loro unione nacquero, seppur con molte difficoltà e dopo ben dieci anni di matrimonio, molti figli di cui però non tutti giunsero all’età adulta. Nel 1559 ella rimase vedova e da allora sino al 1589 fu di fatto la regine reggente di Francia, aiutando i due figli che si succedettero sul trono. Quella di Caterina de’ Medici fu senza dubbio un’acuta strategia politica, volta ad assicurare attorno alla sua figura un’aura di clemente austerità che le garantisse il primato a corte dopo la morte di Enrico II:

«Tutta la sua autorità derivava dall’essere vedova e madre, condizioni che per incutere rispetto esigevano la rinuncia a ogni forma di vanità femminile, la devozione al marito scomparso, l’austerità, la castità, la totale dedizione all’educazione dei figli e agli interessi del piccolo re. […] La sua severità non aveva però niente di arcigno: una incipiente pinguedine contribuiva a conferirle un’aria rassicurante, bonaria, resa ancora più convincente da una squisita cortesia e da un tono suadente. […] la sua grande capacità di persuasione, unita a un notevole acume psicologico e a un’arte consumata della dissimulazione, faceva di Caterina una straordinaria mediatrice e una abilissima diplomatica.»

L’impalcatura che Caterina costruì attorno alla sua figura per sostenerla nell’incertezza di una donna sola al comando si basò sul sapiente utilizzo di simboli: fu lei ad adottare l’utilizzo del nero per esprimere il proprio lutto, quando in precedenza si usava il bianco, fu lei a codificare in una indistruttibile ritualità tutti i cerimoniali di corte, delle udienze e delle feste. Mai, durante la sua reggenza (che potremmo benissimo definir regno se non per timore di sbagliare giuridicamente), il cerimoniale di corte si fermò un solo giorno, neanche durante le guerre, neanche durante il sanguinoso fratricidio che furono le lotte religiose tra cattolici e ugonotti. Il suo obiettivo principale fu e rimase il mantenimento e l’accrescimento dell’autorità regale, placando e contrastando le spinte che dal basso venivano rinfocolate dai feudatari che reclamavano sempre meno vincoli con la corona. Il suo lavoro di regina reggente si esplicitò nei termini di una conservazione di quella che sarebbe stata, alla sua morte, l’eredità del regno ai suoi figli e il mantenimento sul trono della dinastia Valois.

Il secondo esempio di questa espressione di potere (al) femminile viene da Jeanne Antoinette Poisson, meglio conosciuta come “Reinette” o Madame de Pompadour.
Il caso di Madame de Pompadour ci mostra l’ascesa sociale che la giovane “Reinette” (“reginetta”) fece dal suo ambiente alto borghese di provenienza. Grazie alla sua acuta e seducente personalità riuscì non solo a farsi introdurre alla corte di Versailles di Luigi XV, ma anche a diventarne la favorita per quasi vent’anni.

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La Marchesa di Pompadour, ritratto di François Boucher

«Si riteneva la marchesa colpevole di incoraggiare Luigi XV a isolarsi dalla sua corte per meglio dominarlo, e di influire sulla scelta dei pochi fortunati chiamati a condividerne l’intimità, il che equivaleva ad appropriarsi surrettiziamente di una prerogativa esclusiva del sovrano: l’esercizio del favore.»

Questo elemento, l’esercizio del favore, sta alle favorite nella stessa proporzione in cui la conservazione del potere regale sta alla regina reggente: è semplicemente tutto. Sono i massimi cui le due categorie di donne possono ambire, proprio perché rappresentano l’essenza stessa del potere del sovrano: la regalità e il favore, l’autodeterminazione e il giudizio. Ricordiamo il percorso diverso dal quale le regine e le amanti giungono in cima alla piramide sociale: la regina dall’esterno, l’amante dall’interno. Dunque se il potere e il favore sono gli strumenti che il re ha utilizzato per dare loro il dominio sul regno e sulla corte, parimenti potere e favore diventano ciò cui queste donne ambiscono per potersi autodeterminare. Nel caso di Caterina de’ Medici era chiaro, in quello di Madame de Pompadour è più sottile, perché si tratta di una favorita: isolando il re e tenendolo sempre più stretto a sé, Reinette riesce a impadronirsi del potere, di pertinenza esclusiva del sovrano, di scegliere, selezionare chi può avere accesso ai salotti e alle feste che lei organizza e di cui lei sola compone la lista degli invitati. La figura maschile viene svuotata della sua facoltà senza che il detentore di tale facoltà se ne accorga.

Oltre a questi, Craveri ci racconta molte altre storie, tutte interessanti e ugualmente efficaci, che aiutano la nostra coscienza ad ampliare e a moltiplicare lo sguardo sul potere multiforme della donna, mai privo di osservazioni contrastanti da parte di storici e critici, dandoci al contempo una bella lezione di storia, sia moderna che contemporanea.

La pittura del Novecento, parte I: le avanguardie artistiche

Di Andrea Carria

 

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la stagione delle avanguardie ha rivoluzionato il mondo dell’arte sotto ogni punto di vista, andando a stravolgere non soltanto l’oggetto artistico propriamente detto — l’opera d’arte — ma anche il suo concetto e le relative finalità. Animate da una tensione innovatrice esuberante e mai paga, le avanguardie hanno abbattuto gli steccati fra le singole arti elevando a regola la contaminazione delle tecniche e degli stili. Era una sperimentazione a trecentosessanta gradi, la loro, tuttavia la pittura rimaneva il centro d’irradiazione indiscusso, nonché il laboratorio privilegiato, di questo travolgente vortice innovativo.

Tutto cominciò sullo scorcio del XIX secolo: in Francia, un gruppo di artisti refrattario al mondo delle accademie diede vita a un movimento pittorico scandaloso e rivoluzionario. Erano gli impressionisti, pittori che rompevano con la tradizione delle belle arti mettendo a punto tecniche nuove e ritraendo soggetti non convenzionali. Gli impressionisti furono infatti i primi a esplorare fino in fondo le potenzialità della luce e del colore puro. Steso a pennellate ampie e guizzanti che ne favorivano l’accostamento piuttosto che la mescolanza, il colore era il solo strumento attraverso cui gli artisti giungevano alla definizione tanto delle forme quanto dei volumi. Anche la prospettiva era opera del colore: nei quadri impressionisti non c’è traccia di costruzioni prospettiche, la profondità è una questione puramente cromatica che si ottiene mediante il contrasto chiaro-scuro e la gamma più vasta di gradazioni di tonalità.

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Franz Marc, Grandi cavalli azzurri, 1911, Walker Art Center di Minneapolis

L’attenzione impressionista per il colore fu dapprima ereditata da artisti quali Cézanne, Gauguin e Van Gogh e poi, attraverso la loro mediazione, dall’espressionismo, la prima fra le avanguardie propriamente dette. Con l’espressionismo (di cui si ricordano autori di area nord europea come Munch, Marc e Kirchner) l’uso del colore divenne ancora più audace, tanto da sovvertire completamente il cromatismo naturale delle cose. A monte di questo passaggio ci fu un netto cambio di prospettiva: dall’osservazione diretta del mondo, en plein air, tipica dell’impressionismo, l’artista passò a proiettare, su quello stesso mondo, il proprio paesaggio interiore. Ma non solo. Negli ambienti artistici più avanzati si era intanto fatta strada l’idea che la riproduzione fedele della natura non avrebbe dischiuso il segreto della realtà, il quale, come la scienza stava rivelando sotto molteplici ambiti, si nascondeva proprio sotto alle forme più ordinarie. L’espressionismo fu, quindi, la prima sfida consapevole e dichiarata mossa dall’arte al concetto di mimesis, con lo scopo di raggiungere un altro livello di rappresentazione della realtà.

Legato all’espressionismo per ciò che riguarda la dimensione interiore è il surrealismo. Il surrealismo, una delle avanguardie più tardive, nacque in Francia negli anni Venti del XX secolo e fu forse il movimento più trasversale di tutti, interessando non solo la pittura ma anche la letteratura, la poesia e il cinema. André Breton (1896-1966), il suo teorico, ne scrisse il manifesto nel 1924, convertendo in programma alcune delle teorie contenute nell’Interpretazione dei sogni di Freud. A differenza dell’espressionismo che privilegiava la soggettività dell’artista, il surrealismo indagò infatti un’altra dimensione interiore, quella dell’inconscio e della sfera onirica. I quadri si popolarono così di scenari e creature irreali, le leggi fisiche venivano spesso eluse proprio come accade nei sogni e grande importanza nel processo creativo veniva assegnata al cosiddetto “automatismo psichico”, ossia all’associazione casuale di immagini, idee, concetti e parole. A livello pittorico i surrealisti (fra cui Dalí, Magritte, Ernst e per certi versi pure Chagall) mantennero più di altri loro colleghi avanguardisti la forma grafica del soggetto, preferendo scombinarla e ricombinarla nell’aspetto, oppure calarla in scenari paradossali, piuttosto che procedere alla sua stilizzazione.

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René Magritte, Gli amanti, 1928, Museum of Modern Art di New York

Non si dimentichi inoltre che quanto si stava verificando a livello grafico sulla tela era sostenuto da una consistente riflessione teorica. I movimenti d’avanguardia redigevano manifesti in cui dichiaravano i propri princìpi e scopi artistici (lo abbiamo visto con Breton), ma a volte la teorizzazione si spingeva oltre i punti programmatici. L’astrattismo, per esempio, si connotò da subito come una corrente fortemente intellettualizzata. Vasilij Kandinskij (1866-1944), suo fondatore e massimo esponente, fu un pittore attivissimo con i pennelli e alacre nel lavoro con la penna. A lui si debbono alcuni degli scritti metafisici più rivoluzionari sul concetto di arte e di pittura. Il più famoso di tutti è Lo spirituale nell’arte (1912), un testo di “arte comparata” in cui la vena visionaria del pittore russo naturalizzato francese illustra un interessante parallelismo fra pittura e colori da una parte, e musica e suoni dall’altra.

In generale, comunque, erano lo sguardo e l’approccio a essere cambiati. Riprendendo quanto ho già scritto poco sopra, gli avanguardisti non avevano rinunciato a descrivere la realtà né a cercare la verità: si erano però accorti che le tecniche tradizionali erano inadeguate e che la mimesis lasciava da parte troppe cose. L’interiorità dell’uomo e la sua parte sommersa, per esempio, ma anche l’integrità delle forme, la purezza del colore, lo scorrere del tempo. Il tempo, in particolare, fu una delle tematiche filosofiche e scientifiche più discusse a inizio Novecento che l’arte seppe a suo modo reinterpretare. La relatività einsteiniana aveva dimostrato che il tempo fisico non scorre sempre allo stesso modo, mentre dal canto suo il filosofo Henri Bergson (1859-1942) era giunto alla conclusione che il tempo della coscienza, la cosiddetta durata (durée), era un flusso ininterrotto che si accresceva continuamente, una corrente senza tagli e senza cesure in cui nulla si perdeva e che aveva ben poco a che vedere con il tempo della fisica, rigorosamente scandito in istanti fra loro consecutivi ma separati. È probabile che questa cornice intellettuale debba rimanere quello che è — una semplice cornice, appunto — e che di filiazioni dirette non ce ne siano state; tuttavia ciò che è interessante notare è come anche l’arte, nel caso della problematizzazione del concetto tempo, abbia saputo intercettare uno dei temi caldi dell’epoca, ritagliandosi un posto nel dibattito grazie alle proprie peculiarità.

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Pablo Picasso, Les Demoiselles d’Avignon, 1907, Museum of Modern Art di New York

L’approdo del tempo in pittura si deve a Pablo Picasso (1881-1973) e al cubismo: se infatti fino a quel momento i quadri avevano sempre rappresentato un solo punto di vista, vale a dire un unico e preciso istante del tempo, nelle opere cubiste i punti di vista si moltiplicano di pari passo con gli istanti, e l’immagine viene presentata contemporaneamente da varie angolazioni. È precisamente a questo che ci si riferisce con il nome “quarta dimensione”, la principale novità introdotta dal cubismo che, da sola, riuscì a mettere fra parentesi qualcosa come cinquecento anni di prospettiva geometrica!

A proposito di geometria, le linee e le forme pure sono state uno dei territori di ricerca di molte avanguardie artistiche, prima fra tutte il già ricordato astrattismo — compresa la sua filiazione suprematista. Affidandosi esclusivamente a esse e al colore, i pittori astrattisti dimostrarono che in arte la rappresentazione degli oggetti reali poteva essere superata e sostituita con altro. Ma cosa vedere, cosa cercare in dipinti come quelli, davanti ai quali la mente dell’osservatore di oggi, come quella dell’osservatore di allora, si trova smarrita? Un linguaggio nuovo: ecco la risposta che con ogni probabilità avrebbero dato Kandinskij, Malevič e gli altri. Un linguaggio nuovo legato alla purezza delle forme e dei colori, ai loro significati profondi e alle sensazioni che sono in grado di ispirare. Forma e colore possono formare combinazioni infinite, ma solo alcune ne esprimono fino in fondo il potenziale. E Kandinskij proprio questo analizzava in saggi come Punto, linea, superficie (1926); saggi che non so se è azzardato definire filosofia dell’arte, fatto sta che proprio essi costituiscono la dimostrazione tangibile di come perfino l’arte, al tempo, più incomprensibile di tutte possedesse basi teoriche solidissime. Basi che, tra l’altro, potevano essere confermate per più d’una via.

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Vasilij Kandinskij, Giallo, rosso, blu, 1925, Musée National d’Art Moderne di Parigi

Una via come quella che intraprese quasi parallelamente Piet Mondrian (1872-1944), ad esempio. Fine paesaggista in gioventù, fu proprio verso il 1912 che il pittore olandese giunse a una stilizzazione della natura che teneva insieme due cose ben distinte: l’esperienza cubista e l’osservazione diretta delle forme. Mondrian, in sostanza, si era accorto che la linea non era altro che la semplificazione estrema di qualunque oggetto naturale e, di conseguenza, l’elemento più “puro” a disposizione dell’artista. Lo si può capire molto bene osservando la serie dei suoi Alberi: realistico nelle forme ed espressionistico nel colore quello del 1908, nelle versioni successive l’albero si spoglia ogni volta di più dei suoi dettagli, i rami diventano archi e linee, le campiture fra quest’ultime si allargano fino a che la bidimensionalità del dipinto crea una sorta di fusione tra sfondo e oggetto, nel dissolvimento della reciproca alterità. Da lì ai quadrati con linee nere che avrebbero impresso il sigillo alla maturità artistica del pittore di Amersfoort non c’era che un passo.

Mondrian era meno scrittore di Kandinskij e non aveva la sua stessa indole speculativa; eppure anche lui si ritrovò a lasciare su carta parte delle sue idee sull’arte. Non è infatti da trascurare la sua attività di collaboratore a «De Stijl», la rivista uscita nel 1917 su iniziativa dell’architetto Theo van Doesburg (1883-1931), in cui vennero presentati, promossi e diffusi i princìpi artistici (ma anche spirituali e pratici della vita) del neoplasticismo, un’avanguardia tutta olandese che, soprattutto in architettura, avrebbe avuto contatti intensissimi con i principali esponenti del Bauhaus.

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Piet Mondrian, Albero grigio, 1911, Gemeentemuseum di L’Aja

Pure Mondrian, Van Doesburg e gli altri partirono quindi da una ricerca; una ricerca pittorica ed artistica in senso lato che però non era estranea a propositi epistemologici e, quindi, anche filosofici: una ricerca di conoscenza circa l’essenza delle cose; una ricerca da tradurre in arte, sì, ma che, mentre cercava e scopriva, si occupava di una cosa sola, del Vero.

Cosa successe, dunque, all’arte durante la stagione delle avanguardie? Nel primo articolo di questa nuova serie abbiamo visto insieme il contesto e i caratteri generali, ma il percorso è solo all’inizio; per rispondere potremmo però già dire di aver verificato una prima cosa molto importante: che la pittura, durante la stagione delle avanguardie, aveva fatto principalmente due cose: da una parte aveva rinunciato ai canoni estetici secolari che da sempre garantivano all’osservatore, in termini di riconoscimento, la fruizione visiva di qualsiasi opera, anche di quella simbolicamente più complessa; dall’altra — riflettendo su di sé, sulle sue tecniche e sui suoi fini — si era decisamente intellettualizzata, assumendo quei tratti meta-artistici che già interessavano sfere diverse dell’arte, come la letteratura e il teatro. La differenza più grande fra la pittura avanguardistica e quella dei secoli precedenti è secondo me questa, ossia che gli artisti avessero spinto moltissimo sulla parte mentale, senza che la platea dei fruitori, come accade sempre in casi come questo, avesse avuto il tempo di accorgersi che nel frattempo si era compiuto un ribaltamento concettuale ed estetico epocale.

A conclusione di ogni articolo di questa serie vi segnalerò un libro sull’argomento su cui ci siamo intrattenuti: per questo primo appuntamento di La pittura del novecento, il libro che vi consiglio è Il secolo spezzato delle avanguardie di Philippe Daverio (Rizzoli, 2014).

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Al prossimo appuntamento!

 

 

 

Immagine in copertina: George Grosz, Metropolis, 1916-17, Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid

Parma Capitale Italiana della Cultura 2020: un programma da non perdere per attività all’insegna della cultura e della sua funzione etica e sociale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Due giorni fa si sono chiuse le celebrazioni per l’inaugurazione di Parma come Capitale Italiana della Cultura 2020, il prestigioso riconoscimento conferito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che viene assegnato, ogni anno, alla città italiana che più di tutte è in grado di presentare progetti culturali per promuovere la cultura italiana fra gli italiani e non solo.

Quest’anno il titolo è stato vinto dalla città Emiliana, la quale ha messo in campo centinaia di progetti fra mostre, incontri e dibattiti volti a stimolare nel pubblico un rinnovato apprezzamento per la nostra cultura e per il nostro ambiente.

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Parma – fonte qualitytravel

Tutte le attività sono state suddivise in categorie, ciascuna caratterizzata da un colore, in modo da rendere più agevole la scelta delle attività cui prendere parte. Tra queste ci sono rassegne d’arte contemporanea, installazioni di nuovi artisti, percorsi museali anche attraverso i grandi restauri, spettacoli di teatro e di musica, incontri sull’ecologia, la democrazia e tanto altro.

Un’importante innovazione di Parma2020 è stata quella di non accentrare su di sé l’intera attenzione e peso dei progetti: un onere e un onore che deriva dall’essere la Capitale della Cultura è indubbiamente quello di essere meta di grandi flussi turistici. Con i suoi progetti, tuttavia, la città di Parma è stata in grado di coinvolgere anche tante altre realtà della provincia, in modo da permettere anche al territorio e chi lo vive quotidianamente di mostrare le proprie bellezze e il proprio potenziale.

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Qui di seguito troverete tutti i link ai programmi e al calendario con ogni data. Molti eventi sono già iniziati alla fine del 2019 e termineranno nel prossimo mese e mezzo, ma tantissimi altri inizieranno con la Primavera e si protrarranno sino a Gennaio 2021.
Il tempo non manca, la strada la conoscete, nessuno di noi ha scuse per evitare di fare una gita a Parma, potrebbe essere un’attività per questo 2020.

Buon viaggio!

Parma Capitale della Cultura Italiana 2020

Il programma generale

Il calendario di Parma 2020

Facciamo conoscenza – il programma dell’Università di Parma

Emilia 2020 – il programma della zona di Parma, Piacenza e Reggio Emilia

 

La Perla delle Città: viaggio a Samarcanda insieme a Franco Cardini

Di Andrea Carria

 

La tentazione è forte: cominciare a parlare della città di Samarcanda dalla celebre canzone di Roberto Vecchioni è, per un italiano, quasi un atto dovuto. Ognuno di noi ha le sue note nelle orecchie e almeno una volta l’ha canticchiata. È un patrimonio nazionale… anzi un Patrimonio dell’Umanità. Sì, perché Samarcanda non è solo una canzone o un luogo leggendario, ma una città vera fatta di pietra e mattoni, di marmo e maioliche, di cupole e minareti, di maestose arcate e altri monumenti di straordinaria bellezza.

Mi piacerebbe dirvi che l’articolo di oggi è il frutto di un viaggio compiuto in prima persona in Uzbekistan, ma mentirei. Se però anche i libri possono essere un viaggio — anzi, sono un viaggio a tutti gli effetti — allora pure io posso impiegare tranquillamente questa parola e aggiungere, tra l’altro, di aver viaggiato insieme a un compagno d’eccezione.

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La lettura di Samarcanda. Un sogno color turchese di Franco Cardini (Il Mulino, 2016), professore emerito di Storia medievale presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane, è stato il mio viaggio di Natale a tutti gli effetti. Scovato per caso in libreria, questo volumetto da una parte mi ha permesso di avventurarmi in un argomento che ho sempre desiderato approfondire (sono un lettore di storie di città piuttosto appassionato), mentre dall’altra ho avuto la possibilità di riscoprire ciò che mi affascina veramente della Storia (le storie di frontiera o di periferia, quelle che nessuno ti insegna e che devi andarti a cercare), con la quale, checché ne dica il mio percorso universitario, ho un rapporto contrastante…

Ma veniamo ora al libro di Cardini e, attraverso esso, a Samarcanda, «Perla delle Città». Si tratta di un volumetto compatto e denso di informazioni, ma al tempo stesso agile ed estremamente godibile, dal quale il lettore amante della storia saprà sicuramente trarre adeguata soddisfazione. Ma etichettarlo solo come un libro di storia non sarebbe tuttavia opportuno. Come le sue monografie precedenti su Istanbul e Gerusalemme, anche questa su Samarcanda rimane, da parte di Franco Cardini, il profilo di una città tracciato da uno storico professionista; tuttavia, se è vero che per una città la propria storia vuole dire tanto, questo non significa che una città sia soltanto la sua storia. Così, mentre l’autore si accinge a ripercorrere con puntualità e rigore le varie epoche di Samarcanda dalle origini sino ai giorni nostri, parallelamente non manca di indagarla sotto altri punti di vista (come quello del flâneur, per esempio), né di dispensare informazioni, dritte e consigli di prima mano agli aspiranti viaggiatori, tanto che alla fine, il libro, non si nega troppo neanche come guida turistica.

Molto piacevole è il modo in cui l’autore prende direttamente parte al racconto parlando dei suoi viaggi, ricordi, aneddoti e sogni di studente legati al nome di Samarcanda: è un modo garbato e non intrusivo di vivacizzare un saggio pensato per la divulgazione. Come infatti Cardini stesso confessa, Samarcanda (o Afrasiab, come pure voi scoprirete leggendo il libro) è una città reale che l’obiettiva lontananza geografica e i miti che da sempre ammantano il suo nome tendono a collocare — nell’immaginario comune come in quello del viaggiatore più istruito ed esperto — al di là di ogni possibile. Per gli occidentali greci e latini, non a caso, essa sorgeva in quella parte di mondo, per la maggior parte ignota, da loro chiamata Sogdiana, ovvero Transoxiana, la “terra al di là del fiume Oxus” (oggi Amu Darya), nell’antichità classica considerato un limite naturale quasi inviolabile agli estremi confini del Mondo, oltre il quale si erano spinti soltanto dèi ed ero leggendari, oppure uomini fuori dal comune come Alessandro Magno. È anche per questo, dunque, che il nome di Samarcanda — insieme alla fama di città ricca che la segue almeno dalla sua prima fioritura, tra VI e VIII secolo d.C. — ha da sempre esercitato un potere immaginifico unico, un potere che l’autore descrive nei termini di una «struggente violenza della fantasia che fa aggio su una realtà lontana e avvolta nelle nubi di sabbia del deserto».

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Violenza della fantasia che Cardini comunque bilancia, o meglio àncora alla realtà, grazie a una ricostruzione storica che è il risultato di un riuscito compromesso fra completezza e sintesi. Facendosi strada fra le leggende di fondazione, la pluralità dei nomi, le prime fioriture e le successive cadute, ecco che si giunge già meravigliati al cuore del libro, coincidente con la creazione dell’Impero Timuride fra il XIV e il XV secolo a opera di Amir Timur (1336ca-1405), colui che l’autore — avendone preventivamente spiegato la ragione — si vieta di chiamare con l’epiteto spregiativo, ma più noto, di Tamerlano. Quella che infatti è arrivata fino ai giorni nostri non è la Samarcanda persiana, né la Maracanda di Alessandro Magno, né la città musulmana che, ben prima del passaggio di Marco Polo, costituiva già uno snodo carovaniero di primaria importanza lungo la Via della Seta; la Samarcanda dei mausolei, delle belle moschee, delle madrase smaltate affacciate sul Reghistan (la grande piazza dei mercanti), degli alti minareti e delle cupole color del cielo, la città dal 2001 protetta dall’UNESCO è infatti la Samarcanda risorta dopo la devastazione di Gengis Khan nel XIII secolo, ma soprattutto, stratificazioni storiche a parte, è la città concepita e voluta da Amir Timur, il suo più grande sovrano, che ne fece la capitale di un impero smisurato che si estendeva dalla Cina al Mar Nero. A quel tempo Samarcanda era ciò che oggi definiremmo una “potenza mondiale”: temibile, rispettata, ricca, piena di vita e di cultura, impreziosita di monumenti e opere d’arte pregevolissime, fu allora che essa si guadagnò l’appellativo meritatissimo di «Perla delle Città».

Il momento di vero splendore di Samarcanda durò tuttavia solo una manciata di anni, estendendosi poco oltre la morte del suo grande sovrano nel 1405; Ulugh Beg (1394-1449), suo nipote, ne prolungò di circa mezzo secolo l’egemonia politica e culturale, ma le lotte intestine in cui nel frattempo l’Impero era sprofondato fecero sì che nel XVI secolo la città perdesse addirittura la propria indipendenza a vantaggio della potente città di Bukhara, alla quale Samarcanda rimase soggetta per tre lunghi secoli. Per la «Perla delle Città» un domani di grandezza non ci sarebbe più stato, eppure, al volgere del XIV secolo, Samarcanda — scrive Cardini — sembrava davvero «destinata a divenire uno dei centri immortali del mondo come lo erano state Roma, Costantinopoli, Baghdad, Pechino e come sarebbero state Esfahan, Mosca, Delhi».

Così come ci accompagna verso la sua ascesa, lo storico non trascura infatti i tempi più bui della città — o del «torpore», come lui li definisce — tra il XVII e il XIX secolo, quando Samarcanda, complice la disgregazione dell’Impero Timuride che l’aveva vista sottomettersi a Bukhara e la crisi irreversibile della Via della Seta, si era letteralmente svuotata di abitanti e merci, regredendo ad anonimo caravanserraglio (caravansaray) lungo le piste desertiche dell’antica Transoxiana, ormai Turkestan a tutti gli effetti.

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Statua di Amir Timur a Kesh (oggi Shakhrisabz), sua città natale

La Storia tornò a interessarsi a essa, a Bukhara, a Tashkent, a Khiva, a Kokand e agli altri ex fiorenti centri mercantili sulla strada per la Cina soltanto a metà Ottocento, durante quello che gli Inglesi chiamarono «Il Grande Gioco». In realtà non si trattò di un gioco ma di una feroce spartizione territoriale, una vera lotta di conquista a scapito degli Asiatici condotta quasi sempre a colpi di cannone tra gli Inglesi stessi, saldamente attestati in India ma con chiare mire espansionistiche verso Nord, e i loro rivali, i Russi. Nel 1868 l’antica capitale di Timur venne annessa all’Impero zarista di Alessandro II e conobbe un’altra profonda trasformazione, non soltanto politico-culturale ma stavolta anche urbana: a fianco della città vecchia, abitata da Tagiki e Uzbeki, vennero infatti costruiti nuovi quartieri “all’Occidentale” con ampi viali radiali, la stazione della ferrovia transcaspiana (che raggiunse Samarcanda nel 1888) e palazzi in stile europeo, dove andarono a vivere i nuovi coloni borghesi provenienti dalla Russia.

Il racconto di questa fase della storia della città, così come pure quello dedicato al periodo sovietico, non è meno interessante di quelli relativi alle sue glorie passate, soprattutto perché Cardini sa quali elementi storici, culturali e religiosi mettere in evidenza per esprimere la portata epocale di questi due passaggi. Riguardo al terzo, quello contemporaneo post-sovietico, l’autore passa a considerazioni che invitano alla riflessione e ne approfitta per fare chiarezza su alcuni “nodi” poco conosciuti in Europa, come ad esempio i problemi etnici e religiosi che la fine delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ha riportato a galla. Si impara così che a suo tempo l’attacco comunista condotto contro la tradizione islamica centroasiatica — originariamente estranea alle correnti fondamentaliste diffuse invece in altre aree del mondo musulmano — ha facilitato la penetrazione al suo interno proprio di quest’ultime (vedi il caso afghano), oppure che i confini aggrovigliati di Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan attuali non sono bastati a sbrogliare la matassa dei popoli, tanto che la Samarcanda di oggi — il secondo centro urbano uzbeko per dimensioni dopo la capitale Tashkent — possiede in realtà una fortissima identità tagika che la rende di fatto una città contesa fra i due Stati.

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Il Reghistan, cuore pulsante di Samarcanda all’apice del suo splendore

Riassumere millenni di storia in appena trecento pagine è un’operazione difficile e rischiosa, e anche uno storico di professione può trovarsi in imbarazzo di fronte alla semplificazione o all’omissione di certi avvenimenti cosiddetti secondari, ma che secondari in realtà non sono. L’abilità di Franco Cardini è consistita nell’aver condotto una narrazione che ha fatto di tutto per armonizzare gli inevitabili salti temporali, minimizzando contemporaneamente la dispersione delle informazioni. La sua Samarcanda rimane comunque un libro piuttosto tecnico, dove è l’argomento stesso a richiedere riferimenti abbondanti a lingue, culture, realtà, fatti e tradizioni con cui il lettore italiano medio ha scarsa familiarità. Cartine, note e il glossario posto in fondo al volume aiutano, tuttavia per certe questioni relative all’Islam o alla storia e alla geografia dell’Asia Centrale potrebbero rendersi necessari (lo testimonio) approfondimenti da effettuare in parallelo con la lettura del saggio.

Consiglio la lettura di questo interessantissimo volume a tutti quelli che, come me, abbiano interesse per la storia delle antiche città e dell’Oriente, e in modo particolare a coloro per i quali il viaggio comincia dalle pagine di un libro. Samarcanda. Un sogno color turchese di Franco Cardini è uno di quei libri che ci ricordano di quante trame straordinarie ma nascoste si compone il grandioso arazzo della Storia.

E ora terrò fede alla tentazione dalla quale ero partito concludendo questo viaggio sulle note della Samarcanda di Vecchioni (1977). Buon ascolto!