L’arte del perturbante, da Daphne du Maurier ad Alfred Hitchcock

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo che reputo estremamente interessante: quello del perturbante. Per cominciare è bene rinfrescarsi la memoria con una semplice definizione tratta dal vocabolario Treccani, cui mai ci stanchiamo di ricorrere quando siamo in dubbio.

perturbare v. tr. [dal lat. perturbare, comp. di per1 e turbare «turbare»]. – Turbare profondamente, sconvolgere, portare agitazione o alterazione in un àmbito di natura sociale, fisica o psichica”

Da questa definizione ci possiamo spostare all’utilizzo di cui ci interessa parlare in questa sede, ovverosia quello letterario, e per farlo prenderò a esempio l’ultimo romanzo che ho terminato di leggere qualche giorno fa: Rebecca di Daphne du Maurier.
Probabilmente ad alcuni di voi questo titolo non sarà sconosciuto (ottimo!), ad altri invece ne ricorderà un altro, Rebecca la prima moglie. Ebbene, sappiate che stiamo parlando dello stesso libro, diventato molti anni fa una celebre pellicola di Alfred Hitchcock e, molto più recentemente, trasposto sul piccolo schermo da Rai 1.

Ma procediamo con calma, senza perdere il filo del discorso.
Con l’aggettivo “perturbante”, in letteratura si intende un qualsiasi elemento, sia esso un oggetto, un volto, un nome, una parola, che irrompe ciclicamente nel flusso della narrazione e che ha come obiettivo quello di destare, nel personaggio della storia così come nell’animo di chi legge, una carica emotiva di tratto negativo, in grado di mettere entrambi a disagio. Badate bene che l’entità perturbante non è mai una persona nella sua totalità, ma sempre e solo la parte di qualcuno o qualcosa. Nella nostra letteratura nazionale si ricorre a questa tecnica già a cavallo fra l’800 e il ‘900, con gli autori della Scapigliatura Lombarda e, più tardi, con Luigi Pirandello.

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Daphne du Maurier, invece, decide di innovare il concetto di perturbante adottando un’interessante strategia narrativa. All’interno del suo romanzo costruisce, infatti, una fitta rete di vasi comunicanti dove il pieno e il vuoto, ovverosia la protagonista e la sua negazione, si scambiano di posto, interagiscono in qualche modo. Gli elementi testuali a favore di questo gioco sono innumerevoli, eccone alcuni:
– Il nome della protagonista non viene mai pronunciato, quello della sua nemesi, Rebecca, lo è in continuazione;
– La protagonista è viva, Rebecca è morta;
– La protagonista è bassa, ha i capelli biondi ed è goffa. Rebecca è (era) alta, mora ed estremamente elegante e raffinata;
– La protagonista e Rebecca non hanno nulla in comune e questo, paradossalmente, diventa il tratto che più le unisce: quello che possiede una manca all’altra, e viceversa.

Si potrebbe addirittura elaborare un’intera interpretazione del romanzo secondo la quale la protagonista sia in realtà Rebecca, e la donna anonima la sua nemesi.  Tutto sta nella scelta del personaggio di cui si vogliono prendere le parti.

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Con questa rete scatta il meccanismo del perturbante. All’interno del grande scenario dove la protagonista va a vivere dopo aver sposato Maxim de Winter, la magione di Manderley nel Galles, la presenza di Rebecca diventa l’elemento che riesce a dar vita alle pareti: un fazzoletto ricamato, un impermeabile, una spazzola. Come ho scritto sopra, sono tutti elementi parziali di una vita che, tramite le cose che le sono appartenute, fa il suo prepotente ingresso in scena, accompagnata sempre da un ricordo amaro e da un presagio nefasto. Non c’è capitolo che non si chiuda con un’allusione a Rebecca, non c’è momento in cui la casa di Manderley non mostri un oggetto a cui Rebecca era particolarmente affezionata.

Tutto questo si presenta come un terreno estremamente fertile per il Maestro del brivido, Sir Alfred Hitchcock. Nel 1940 decide di dirigere questo film, approfittando della poca attenzione che gli avrebbe potuto dedicare il produttore David O. Selznick poiché proprio in quel periodo era ancora alle prese con il lavoro su Via col vento.
Nel film, girato con effetti “speciali” tanto semplici quanto efficaci, se pensiamo alle tecnologie cui siamo abituati noi, la carica perturbante di Rebecca viene, se possibile, ancor più esasperata, diventa quasi maniacale. Ovunque si leggono le sue iniziali, nessuno deve permettersi di spostare gli oggetti che lei stessa aveva sistemato (su questo aspetto l’adesione al libro è eccezionale). Particolarmente d’aiuto e ben riuscita è la figura della governante, la signora Danvers, interpretata dalla spettrale Judith Anderson.

La lettura di questo libro e la visione di questo film (che potete trovare anche su YouTube!) sono vivamente consigliate. Se volete comprendere l’arte di perturbare le menti in maniera fine e sottile, se cercate uno spunto per migliorare la vostra tecnica di narratrici e narratori dell’inconscio, del brivido e del giallo, sappiate che questa strada, per quanto battuta che sia, non cessa mai di fornire validi strumenti e spunti.
O se, più semplicemente, siete alla ricerca di intrattenimento di qualità, sappiate che troverete sempre, a Manderley come fra le pagine del romanzo, la convinzione di aver visto, magari dietro a una tenda bianca, la sagoma di una donna che vi osserva.

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Un mondo sottosopra: considerazioni su Rossella O’Hara e la magia di “Via col vento”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Durante la settimana scorsa ho avuto modo di spuntare dalla mia lista delle “cose da leggere/vedere nell’arco della vita” un elemento che personalmente mi inorgoglisce per la pazienza che richiede. Se state pensando alla Ricerca del tempo perduto arrivate tardi, perché quella l’ho già conclusa un annetto fa. No, quello cui sto facendo riferimento è un grande film, tratto da un grande romanzo, e il cui aggettivo va inteso sia in termini metaforici che in termini spaziali e temporaliVia col vento, diretto da Victor Fleming e tratto dal romanzo Gone with the wind della scrittrice statunitense Margaret Mitchell.

Proprio così: un pomeriggio mi sono messo di buona lena e scorrere le quasi quattro ore (senza pubblicità!) di un film inteso, nella messa in scena, come una grande opera lirica. Quando il film viene prodotto siamo infatti nel 1939, ma in Italia arriverà solo dieci anni dopo, quando l’industria cinematografica non si è ancora svincolata del tutto dal mondo teatrale. Sono emblematici, a questo titolo, i grandi fondali che vengono inseriti nel montaggio della post-produzione e che riportato i titoli dei due grandi atti che compongono l’opera.

La storia, come forse molti di voi sapranno anche solo per sentito dire, si svolge nella seconda metà del 1800, lungo un arco che precede, vive e supera la guerra di secessione americana, meglio nota anche come guerra civile. Uno tra i principali motivi di questa guerra di l’abolizione della schiavitù, applicata in tutti gli Stati del nord e dell’estremo ovest ma ancora lungi dall’arrivare fra gli Stati confederati che componevano il sud-est degli attuali U.S.A.
Protagonista indiscussa di tutta la faccenda, e cui dedicherò l’attenzione, è Rossella O’Hara, eroina di questa epopea statunitense.

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Rossella è la primogenita di casa O’Hara, una grande tenuta che porta il nome di Tara e che, assieme a Le Dodici Querce, rappresenta i due fuochi del cosmo contadino vicino ad Atlanta, in Georgia. Mr. e Mrs. O’Hara, oltre a Rossella, hanno avuto solo altre due figlie, il che rende la primogenita l’ereditiera dell’intera tenuta.
Ricca, bella, vivace e per nulla spaventata dal confrontarsi con gli uomini, Rossella ci viene descritta come il ritratto della sfrontatezza sbarazzina, della provocazione giocosa che la rende la ragazza più ricercata alle feste, quella che tutti vogliono salutare e che si presenta con un drappello di pretendenti da far invidia a tutte le altre sue coetanee. Il suo essere viziata ed estremamente egoista sono i tratti caratteriali che costituiranno il filo rosso dell’intera storia.

L’universo maschile e quello femminile vengono rappresentati come opposti l’uno all’altro: da un lato vediamo quello maschile, dal tratto spiccatamente collegiale, incentrato sull’imminente guerra con gli Stati del nord, con la volontà di mantenere il controllo sui propri commerci di cotone e soprattutto sul diritto di possedere degli schiavi; dall’altro c’è quello femminile, che ha il suo centro sull’individualità di ogni singola donna, descritto come un vorticare continuo di merende, passeggiate e — soprattutto — caratterizzato dalla caccia al miglior partito per un vantaggioso matrimonio. Fate attenzione a un dato di carattere sociale: in questi anni (1860-’70) non esiste una differenza netta tra matrimonio “vantaggioso” e matrimonio “felice”. L’uno è sinonimo dell’altro, ma con uno squilibrio semantico che vede sempre primeggiare il “vantaggio” finanziario.

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Nella prima parte del film assistiamo al raggiungimento dell’apice delle tensioni fra i vari Stati: le incomprensioni e gli interessi si fanno talmente tanti e tali da rendere inevitabile una soluzione violenta: guerra. Tutti i proprietari terrieri gioiscono pregustando la soddisfazione di mostrare ai borghesi industriali del nord quanto siano potenti e valorosi, ma dimenticano un dettaglio fondamentale che uno dei personaggi principali, Rhett Butler (interpretato da Clark Gable) invece coglie prontamente: gli Stati del sud avranno anche gli uomini, ma quelli del nord hanno i cannoni.

La guerra imperversa ovunque e, col tempo, raggiunge Atlanta, Tara e Le Dodici Querce. In questo lasso di tempo, cos’è successo a Rossella?
Ha dovuto affrontare il peggiore nemico di chi è viziato: la penuria. Penuria di cibo, di comodità, persino di attenzioni. La vita ha agito con Rossella nei modi di un contrappasso dantesco: la ragazza che ha sempre avuto tutto, non ha mai ottenuto l’unica cosa che vuole veramente: l’uomo che ama con tutta sé stessa.
Questa mancanza, tuttavia, desta nella più grande delle sorelle O’Hara un sentimento dirompente e che guiderà tutte le sue azioni: l’orgoglio. Un orgoglio inarrestabile, che trasforma il disagio di Rossella in una rabbia tale da farle compiere le azioni più spregiudicate, pur di salvare la sua vita. Al termine della prima parte rimane impressa la scena, da kolossal biblico, della sua sagoma nera, stagliata sullo sfondo rosso di un cielo al tramonto, in cui giura davanti a Dio che mai, mai più Rossella O’Hara avrebbe patito la fame.

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La seconda parte del film è concentrata sul dopoguerra. Quali sono gli effetti del passaggio dei cannoni, dei saccheggiatori e delle nuove leggi che gli Stati confederati hanno dovuto accettare, poiché perdenti?
Le terre non sono più coltivate, moltissimi uomini sono morti, le città devono essere ricostruire dalle donne. E chi, tra loro, dimostrerà quel piglio per gli affari di chi ha veramente voglia di guadagnare, per non vedere mai più mancare il cibo sulla propria tavola? Proprio così, Rossella.
La sua tenacia impressiona chiunque: dai personaggi, ai lettori, agli spettatori, perché ci mostrano il bene e il male di chi non vuole arrendersi alla disperazione, di chi non gliela vuole dare vinta a un nuovo sistema che ha decretato vincitori e vinti. Rossella diventa in questo modo il nuovo emblema, qualche generazione più tardi, dei suoi antenati emigrati dall’Irlanda che arrivarono negli Stati Uniti per un futuro migliore. Lei, indirettamente, decide di riscattare il destino suo e della sua tenuta. La terra, come viene ricordato attraverso le parole Mr. O’Hara, è l’unica cosa per cui valga la pena di lavorare. Il prezzo, però, non viene stabilito. Ma in fondo cos’è un piccolo atto disonesto, se confrontato alle cannonate contro un’intera città? Chi può decidere la giusta proporzione di un riscatto, che ha però un retrogusto di vendetta, per una vita rubata nel più violento dei modi?

Questi dubbi ancora oggi mi tengono fermo a riflettere. Proprio così, perché ancora non sono riuscito a decidere se, in fin dei conti, Rossella O’Hara sia un esempio da imitare, o uno da rigettare. Sono indeciso se considerarla un modello di tenacia, o il ritratto dell’egoismo.

Sulle orme della Maestra: come Virginia Woolf non ha ancora smesso di darci lezioni

Di Gian Luca Nicoletta
[Se ancora non l’avete fatto, ora potete dare un’occhiata al nuovo indice de Lo Specchio di Ego, dove troverete tutti gli articoli pubblicati divisi per argomento e in ordine cronologico!]

 

Con l’articolo di oggi vorrei parlarvi di un libro che mi è finito tra le mani quando sono andato alla Fiera del Libro di Firenze, a Settembre dell’anno scorso. La fiera era appena alla sua seconda edizione, ma nel complesso si è trattato di un evento davvero ben riuscito e soprattutto con case editrici di qualità.

Una tra queste, La Vita Felice, presentava all’interno del proprio catalogo molti e diversi testi di letteratura, uno dei quali mi ha particolarmente colpito: Leggere, Scrivere, Recensire, di Virginia Woolf. Si tratta di una raccolta di piccoli saggi e lettere, tutti scritti tra il 1919 e il 1939, che ruotano attorno alle tre attività che Woolf considerava essenziali per fare letteratura: appunto leggere, scrivere e recensire. In questo esatto ordine, badate bene, perché ognuna è il preludio all’altra, in un percorso che idealmente va sempre verso l’alto finché non vengono praticate contemporaneamente.
I testi di Woolf costituiscono il cuore della pubblicazione e si trovano al centro. Prima e dopo stanno, rispettivamente, una introduzione di Franco Venturi e una nota al testo di Leonard Woolf. Il fatto poi che Virginia – una tra le icone più brillanti del movimento di emancipazione delle donne – si trovi preceduta e seguita da un uomo è senza ombra di dubbio non voluto dall’editore, che invece è stato estremamente gentile e informato su ogni libro che vendeva di persona.

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fonte: ilcartello.eu

Ebbene, di cosa trattano questi saggi e queste lettere, tolto l’ovvio riferimento ai titoli?
Essi sono il frutto delle riflessioni di Virginia Woolf prima e durante il suo periodo d’oro, in cui partorì capolavori come La Signora Dalloway, o Gita al faro, o ancora Orlando. Il suo impegno e la sua dedizione alla scrittura e alla letteratura furono totali nel senso più ampio e profondo del termine: lei scriveva di tutto, su tutto, e da ogni singolo elemento cercava di trarre uno spunto per illuminare con garbo e intelletto il grandissimo mondo della Letteratura. In questa breve raccolta, i saggi e le lettere sono affrontati con piglio svelto e audace, con una scrittura scorrevole e soprattutto leggera, a metà strada fra la trattazione saggistica e il racconto breve. Come in Una stanza tutta per sé, le nozioni fondamentali che Woolf vuole trasmettere a chi la legge (ovverosia gli elementi tipici del saggio) sono meravigliosamente amalgamati all’interno di una cornice narrativa che vive delle riflessioni e dei gesti di personaggi creati spesse volte ad hoc (elementi tipici del racconto). Sembra a volte di guardare un bellissimo tappeto: da lontano vediamo l’insieme inscindibile di colori e disegni, ma se ci avviciniamo abbastanza possiamo vedere addirittura il percorso di tutti i fili che formano la trama e l’ordito.

Ma veniamo ora alle tre attività di chi vuole fare letteratura: come ho accennato all’inizio, queste hanno un ordine ben preciso e nel corso del tempo devono diventare attività simultanee.
1) Leggere: a quest’attività è riservato il primo saggio-racconto. Se vi aspettate un compendio di romanzi da leggere o di autori da conoscere, siete fuori strada! In questo primo testo, il nodo principale è quello di un gruppo di bambini che, mentre i genitori sono intenti a preparare un pasto festivo, decidono di uscire nella neve per andare a caccia di lucciole.
Siete perplessi? Non preoccupatevi, è l’effetto Virginia. Cos’è che bisogna saper fare per poter leggere bene un libro? Scorrere solamente le frasi dall’inizio alla fine? Di certo non basta: per leggere bene bisogna imparare a osservare i dettagli, le minuzie, il sotterraneo. È esattamente quello che fa la voce narrante del racconto: lei scopre per la prima volta un mondo incantato dietro al fascio di luce della lanterna, alla forma che prende la neve che cade al buio, a come si comporta il bambino più esperto di tutti e diventato capo della spedizione di caccia. Quell’esperienza è una pratica dimostrazione di cos’è la lettura, di come dobbiamo porci di fronte a un testo di cui vogliamo conoscere ogni singolo dettaglio.

2) Scrivere: una volta che abbiamo imparato a leggere, parallelamente a quest’attività, possiamo iniziare a scrivere. Ancora una volta Virginia Woolf ci stupisce parlando apparentemente d’altro: si esibisce infatti in una lettera sull’arte dello scrivere lettere, non romanzi! Ma sebbene ci parli di una scrittura di per sé non creativa bensì informativa, utilizza questi elementi per condurci tramite vie traverse a ciò che le interessava dirci: nel corso del tempo abbiamo assistito alla trasformazione della scrittura. Da che, una volta, le lettere erano scritte bene non solo sintatticamente ma anche graficamente poiché erano destinate a una lettura collettiva, l’avvento delle cartoline (che viaggiavano più veloci) e del telegrafo ha permesso una trasformazione delle lettere che, da pubbliche e informative, sono diventate private e comunicative. Private perché destinate a una sola persona, comunicative dato che erano incentrate sul altri temi quali sentimenti, pensieri, idee intime. Le prime, per la loro natura, arrivavano di per sé stesse a uno stadio molto simile alla pubblicazione di un romanzo o di un racconto, le seconde, per contrasto, trattando argomenti personali ma scritti con maggior sentimento e trasporto, dovevano rimanere celate al pubblico.
Il discorso non punta a decretare un vincitore, ma a fare un quadro chiaro della faccenda. In Woolf non troverete mai discorsi di parte, ma solo analisi terze, che ci mostrano il bello e il brutto di ogni cosa, proprio il lavoro che ogni scrittore e scrittrice dovrebbe fare.

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fonte: National Portrait Gallery, Londra

3) Recensire: in quest’ultima parte del percorso di arriva a parlare di Letteratura! È necessario però fare una piccola specificazione. Nel testo Inglese che si trova a fronte, Woolf usa solo il verbo review, che in Italiano ha una doppia diramazione semantica: da una parte recensire, dall’altra editare. Infatti nella mente di Woolf il lavoro di chi recensisce un libro è uno solo, e non si concentra solo sul giudizio di valore del libro, pubblicando un articolo su di una rivista specializzata, ma si tratta anche del lavoro di edizione del testo, di correzione degli errori, di miglioramento e potenziamento della storia, di vera e propria critica.
Chi recensisce un libro viene qui immaginato, in un mondo ideale in cui scrittore e critico guadagnano ugualmente e possono scrivere ciò che vogliono con i loro tempi e secondo le loro esigenze (argomenti nei quali vedo un chiaro riferimento a Una stanza tutta per sé), come un medico chirurgo. L’autore o autrice presenta al critico il suo testo, proprio nello stesso modo in cui un malato porta il proprio caso al suo medico curante. Questi prendono un appuntamento e, dopo un’analisi franca e scientifica, giungono al miglior modo per risolvere i problemi e rendere più facile la vita del paziente. I due non sono nemici, né antagonisti in qualche modo. Lavorano entrambi a un medesimo fine, che riguarda in pieno le sorti della Letteratura e la sua buona sopravvivenza al mondo che cambia, popolato sempre più (qui si intravede anche una critica sociale) da persone che non sono interessate alla qualità di quanto viene scritto.

Questo è l’affresco che ci viene donato dalla tumultuosa mente di Virginia Woolf. Un affresco in cui chi fa letteratura non ha solo una passione da seguire, ma anche e soprattutto una missione da compiere. «L’arte dello scrivere è un’arte difficile», dice lei a un certo punto dell’ultimo saggio. Chi di noi vuole fare letteratura, in qualsiasi modo, deve tenere conto di queste tre attività cardinali, per difendere la bellezza dei mondi che sappiamo costruire e soprattutto per permettere al fuoco che ci brucia dentro di scaldare e illuminare sempre più persone, sempre più lontano.

La saga dei Melrose, parte II: “Cattive notizie”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo secondo articolo proseguo la serie iniziata dieci giorni fa, tutta concentrata sulla saga di Edward St Aubyn.
Il volume in oggetto è intitolato Cattive notizie (Bad news) e prosegue la storia iniziata con Non importa.
In merito al primo volume mi occorre fare una precisazione cronologica, poiché avevo scritto che:

«Siamo infatti (presumo), intorno agli anni ’70/’80 del ‘900. Il dato si può dedurre da alcuni elementi di contesto, quali il riferimento ad astronavi e uomini nello spazio (dunque un termine post quem che parte almeno dal 1969) ma la presenza dei passaporti per andare dall’Inghilterra alla Francia (e quindi un termine ante quem non posteriore al 2004, anno in cui l’accordo di Schengen fu esteso anche a beneficio del Regno Unito).»

Bene, il dato cronologico viene meglio definito all’interno del secondo romanzo. Patrick Melrose, qui ventiduenne, dichiara a un personaggio la data di nascita del padre: nove Giugno 1906. Dunque se in Non importa David ha sessant’anni, siamo nel 1966. Ne consegue che Patrick (il quale allora ne aveva cinque) è nato nel 1961 e che questo romanzo è ambientato nel 1983.

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Fatte le dovute precisazioni, possiamo andare avanti: Patrick Melrose è un drogato.
L’infanzia terribile che ha vissuto (ricorderete la presenza mortificante del padre, la distanza della madre, il terrore psicologico che aleggiava costantemente nell’aria) lo ha condotto sulla via perennemente in discesa delle sostanze stupefacenti, con l’effetto collaterale che la risalita è spesse volte del tutto impossibile.
Ci troviamo a New York e, come apprendiamo dalle primissime pagine del volume, Patrick si trova nella Grande Mela per recuperare il corpo di suo padre, morto qualche giorno prima. L’intero romanzo è incentrato sul recupero delle ceneri di David e sulla breve permanenza di Patrick nella città, in un doppio viaggio nell’intimità del nuovo protagonista della serie: uno fra i suoi pensieri e i ricordi turbati, l’altro fra le sue allucinazioni dovute all’assunzione di droghe, principalmente cocaina ed eroina.

Il senso generalizzato di disgusto del primo volume subisce, in questa seconda parte, un’evoluzione in termini psicologici, concettuali e narrativi. Da una visione diffusa, cioè dai plurimi punti di vista, la via si stringe drasticamente fino ad arrivare all’unica visuale che viene concessa a chi legge: quella di Patrick.
Il suo sguardo è ipercritico, disincantato all’inverosimile, deluso, amareggiato. Ciò che i suoi occhi e il suo intelletto (acuto nonostante le droghe, ma che va via via indebolendosi a detta dello stesso Patrick) percepiscono per primi sono la palese ridicolaggine che caratterizza i personaggi secondari che costituiscono lo sfondo e il contesto sociale e di riferimento di New York: ricchi uomini d’affari compiaciuti della loro superficialità e pochezza, le loro mogli anoressiche e depresse. Al lato opposto, l’altra faccia di New York, ci sono tassisti immigrati che non parlano l’Inglese e spacciatori consumati, resi irriconoscibili dal loro abuso di droghe.

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Abuso cui non sfugge nemmeno Patrick: il suo continuo uso di sostanze, reso tale anche dall’abbondante disponibilità economica che glielo permette, scandisce il ritmo di tutte le sue giornate. Lui non sa che ore sono guardando l’orologio, lo sa perché è perfettamente conscio della durata degli effetti di ogni droga che assume e, quando questi finiscono, calcola in un istante quante ore sono passate dall’ultima assunzione.
Di queste assunzioni, St Aubyn ne fa sempre accurate descrizioni: mostra con dettagli scientifici le vene che si gonfiano, il diverso colore che hanno, e soprattutto come queste si trasformino nel giro di pochi istanti nel vettore che apre nuovi spaventosi mondi. Gli effetti delle droghe, lo sappiamo bene anche se non ne facciamo uso, sono notoriamente devastanti, ma difficilmente sappiamo cosa succede: terrore iniziale, sudore, allucinazioni, differente percezione dei nostri sensi, della spazialità del nostro corpo, tremore, catalessi.
Un passaggio in particolare merita un encomio: dopo una serata passata a procacciarsi la sua preziosa dose, Patrick diventa la preda di una forte allucinazione, la quale prende la forma di una scissione della personalità in almeno una decina di voci diverse. Queste parlano tutte a turno e con modi e stili diversi, inscenando dialoghi a metà strada fra il surreale e il tragicomico. Un esercizio di stile che non vedevo da Il nome della rosa e che merita un plauso alla bravura dell’autore.

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Il mondo che popola New York e che diventa carotaggio del genere umano è un mondo da cui non c’è molto da aspettarsi, meglio fuggire. Fuggire dal ricatto di una vita che chiede il conto, fuggire dal ricordo terribile di una persona che però viene costantemente elogiata dagli altri, fuggire dalle proprie memorie e, perché no, fuggire da sé stessi.
Il tempo di Patrick è un tempo diverso, lento e acceso nello stesso istante, che oscilla fra la volontà di far passare le ore e quella di non sciupare troppo in fretta gli effetti delle droghe. Quali sono le cattive notizie che ci si presentano, quindi? La morte di una persona cara? La nostra condizione di solitudine? O forse la consapevolezza che da questo mondo non c’è via d’uscita?

 

La saga dei Melrose, parte I: “Non importa”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo articolo voglio inaugurare una nuova serie di cinque puntate e dedicata a un’altra saga di romanzi che da poco ho iniziato a leggere. Si tratta della storia della famiglia Melrose, ideata dallo scrittore britannico Edward St Aubyn e presente qui in Italia con la onnicomprensiva (di sicuro non tascabile!) edizione di Neri Pozza, collana Bloom.

Come ho fatto per i Cazalet, anche questa dunque vedrà un articolo per ogni libro, i cui titoli sono, in ordine: Non importa, Cattive notizie, Speranza, Latte materno, Lieto fine. Oggi cominciamo dal primo.

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Volendo procedere per paragoni con la saga di Elizabeth J. Howard, possiamo dire da subito che St Aubyn ambienta la sua storia in un passato molto più recente rispetto a quello dei Cazalet. Siamo infatti (presumo), intorno agli anni ’70/’80 del ‘900. Il dato si può dedurre da alcuni elementi di contesto, quali il riferimento ad astronavi e uomini nello spazio (dunque un termine post quem che parte almeno dal 1969) ma la presenza dei passaporti per andare dall’Inghilterra alla Francia (e quindi un termine ante quem non posteriore al 2004, anno in cui l’accordo di Schengen fu esteso anche a beneficio del Regno Unito).

Il protagonista di questo primo volume è David Melrose, un uomo che incontriamo già sulla soglia dei sessant’anni. Il suo nucleo familiare è piuttosto ristretto (piccolissimo in confronto ai Cazalet), e comprende solamente sua moglie Eleanor e il loro unico figlio di cinque anni, Patrick.
A questo punto è bene chiarire una cosa: i Melrose sono molto ricchi. La ricchezza proviene da Eleanor, la quale ha parenti americani per parte di madre che si sono fatti strada nel mondo degli affari generando un ingente patrimonio.
Patrimonio al quale ha puntato David in gioventù, essendo stato diseredato dal padre dopo che si è rifiutato di seguire la carriera militare per prediligere, invece, quella di medico.

Eleanor, d’altra parte, non sembra aver mai avuto alcuna passione o ambizione. Si sente disgustata dal mondo che vive, completamente plasmato sulla forma dei soldi, e immerge le sue timide riflessioni in bevande super alcoliche.

Patrick, che dovrebbe essere l’anima della casa, ha un carattere piuttosto schivo con gli altri, particolarmente col padre, ma nasconde in sé una grande interiorità. Certo, con due genitori come quelli non poteva che venir su prepotente e viziato con gli altri, severo in maniera decisamente eccessiva con sé stesso.

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Come sapete non amo indugiare troppo sulla trama, e credo di aver detto già abbastanza, dunque mi concentrerò su altro: l’analisi.
Stando ai risultati di alcune ricerche che ho fatto sull’autore, è emerso che parte delle vicende narrate ha origine autobiografica. Edward St Aubyn, come potrebbe suggerire il nome, proviene infatti da un’antica famiglia che ha vissuto e vive tutt’ora in Cornovaglia da circa nove secoli (“immagina la noia…” direbbe Scuttle de La Sirenetta)! Il mondo patinato che si basa su «ricordi che non appartenevano nemmeno a loro, ricordi su come avevano vissuto i loro nonni che, tra l’altro, non corrispondevano minimamente alla realtà» è sempre presente sullo sfondo dei personaggi, i quali sono tutti tormentati da ricordi di parenti non più in vita, da scene del loro passato, da traumi mai affrontati né superati.

Trovo in questo senso molto ben riuscito il profondo senso di disgusto che letteralmente trasuda dalle pagine del romanzo. Un disgusto tuttavia seducente, palese agli occhi dei personaggi più attenti – generalmente donne – che però si lasciano sedurre anche contro la loro volontà. Un disgusto fatto di abusi, prepotenze, manipolazioni, terrorismo psicologico, tutto a danno dell’intero gruppo che, in qualche occasione, si trova riunito attorno a un tavolo.

Particolarmente inquietante è il personaggio di David, il più caratterizzato dall’autore. Nasconde in sé una passione depravata per lo studio del limite di sopportazione e di sudditanza delle persone, indipendentemente da chi siano. Il suo essere un diseredato, prima, e un mantenuto, poi, dev’essere la chiave che può permetterci di sbloccare il meccanismo del funzionamento della sua contorta psicologia. Lui è, deve essere, il dominatore, il despota, l’autorità, perché se non fosse questo, probabilmente non sarebbe nulla di nulla. Per essere ciò, quindi, cerca con cura le persone da seviziare: una domestica che non può lamentarsi, una moglie che cede inerme ai suoi sguardi fulminei, un amico a metà strada fra un ammiratore e un invidioso, un bambino che non deve parlare di certe cose. Questo atteggiamento, dunque, dimostra anche la viltà di persone di tal foggia.

Ma St Aubyn non si risparmia nemmeno nelle critiche alla Donna. Se l’uomo è ritratto come un depravato e vigliacco, la donna è colei che cede alle insistenze, che rimane accanto a un uomo perché non sa come mantenersi, nemmeno se i soldi sono i suoi (e in questo Eleanor e il ricordo di sua madre sono molto simili); la donna è quella che si fa succube, che odia quel ruolo ma che tuttavia gli si abbandona ogni volta.

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Edward St Aubyn

Il mondo visto invece dalla prospettiva del piccolo Patrick è sin da subito contaminato da quanto succede in quello degli adulti. Anche qui si segnano punti diametralmente opposti con i Cazalet. I figli di Hugh, o di Villy, o di Rupert, vivono all’interno di una bolla, mentre l’erede di casa Melrose mostra da subito i segni di un forte squilibrio familiare: una propensione a far giochi evidentemente pericolosi anche per un bambino, una inspiegabile (almeno per lui) paura del padre, che genera a sua volta un attaccamento morboso e mai assecondato nei confronti della madre e delle figure femminili più in generale.

Quello che ci viene mostrato, per chiudere, è un affresco a fosche tinte dell’essere umano contemporaneo dato che Non importa è del 1992. C’è una crudezza tipica dei romanzi degli anni ’90 e 2000, la stessa che nella letteratura nostrana troviamo in Tommaso Giagni, o in Walter Siti.
È successo qualcosa, prima di quel decennio, che ha trasformato la nostra visione del mondo da positiva a negativa, da sognante a disincantata. Edward St Aubyn ci fa svegliare con una secchiata d’acqua gelida, e lo fa con lo sguardo compiaciuto di chi sa di averci fatto un gran favore.

Ho visto un uomo volare. Impressioni di un profano alle Terme di Caracalla

Di Gian Luca Nicoletta

 

Chiedo scusa da subito per il lessico incompetente e profano che utilizzerò in questo articolo, poiché mi dedicherò a un argomento che mai ho frequentato: la danza classica.
L’occasione mi viene fornita da uno spettacolo al quale ho assistito il 10 Luglio scorso: infatti ho avuto la possibilità di guardare lo spettacolo “Roberto Bolle and friends” tenuto nella spettacolare cornice delle Terme di Caracalla, a Roma, a due passi dal Circo Massimo.

Mi è capitato di assistere a degli spettacoli dal vivo di danza classica, al Teatro dell’Opera di Roma e altrove, ma mai avevo visto dal vivo Roberto Bolle danzare. Posso garantirvi che è stata un’esperienza unica, felice sotto ogni aspetto. Ma è meglio procedere con calma, data la selva inesplorata che rappresenta per me questo argomento.

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Lo spettacolo “Roberto Bolle and friends” va in scena ormai da qualche anno, dal 2011, e vede la collaborazione di più artisti che, chiamati a raccolta dalla nostra étoile, si riuniscono per deliziare il pubblico con assaggi di danza e musica classica, ma non solo.
I ballerini e le ballerine che si sono esibiti erano di diverse nazionalità, eccone i nomi e, dove possibile, il link ad alcune informazioni:

Lo stesso vale per i coreografi, da William Forsythe a Massimo Volpini e altri. Lo spettacolo era diviso in due atti, all’interno dei quali si sono esibiti gli artisti con degli assoli, dei pas de deux, tutte coreografie che hanno lasciato il pubblico in visibilio. Bolle, nella sua saggezza elegante di direttore artistico, chiaramente non era onnipresente. Ha aperto e chiuso lo spettacolo e si è esibito anche al fianco di alcuni suoi colleghi.

Tuttavia l’elemento in assoluto più stupefacente è stato la commistione fra diversi generi e stili di danza e musica. Questo spettacolo non è stato una semplice rassegna di estratti di danza classica per educare un pubblico più o meno competente (nonostante di competenti ce ne fossero eccome, fra noi), ma una vera e propria officina, un laboratorio di sperimentazione artistica all’interno del quale si sono superati i confini che tengono separate la danza classica e la musica contemporanea.
In particolare sono stati tre i punti in cui questo esperimento è stato condotto, tutte e tre le volte con successo: “Opus 100 – Für Maurice“, “In the middle of somewhat elevated” e “Waves“. In tutti questi era presente Roberto Bolle che ha ballato, rispettivamente, con Alexandre Riabko, Elena Vostrotina e in assolo e le cui coreografie erano di John Neumeier, William Forsythe e Massimo Volpini. Queste coreografie sono state in grado non solo di mostrarci le infinite possibilità di movimento e direzioni che può prendere un corpo umano, ma anche e soprattutto di raccontare una storia. La musica è diventata una pagina bianca, solo con delle righe segnate, mentre i corpi si sono fatti penna e inchiostro, per scrivere di vicende d’amore, d’amicizia, di allontanamenti e ricongiungimenti. Tutto per tratti essenziali, come i fuochi di una costellazione che sta a noi collegare per vedere la figura nel suo insieme.

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E infine, l’assolo conclusivo. La sperimentazione ha toccato il punto più alto di tutto lo spettacolo perché, come già da qualche anno, Bolle si è esibito con la luce. Laser, nello specifico, resi visibili grazie a del fumo disperso sul palco.
Grazie all’intervento della tecnologia in scena, i sensi della vista e dell’udito hanno preso il sopravvento sul pubblico, catalizzando tutta la concentrazione e facendoci dimenticare del resto dei nostri corpi. Di corpo ce n’era uno solo, il quale incarnava innanzitutto un ossimoro esistenziale, dato dalla solidità dei muscoli ma anche dalla leggerezza dei movimenti che questi permettevano di fare; in secondo luogo il corpo è diventato un prototipo di essere umano: una figura senza volto e senza sesso che interagiva con la luce, con i suoni, con una gabbia luminosa che a tratti costringeva e a tratti liberava. Lo stesso proiettore dei laser non è stato risparmiato, anche lui ha avuto un ruolo: nell’impossibilità di poterlo nascondere dietro a un fondale (cosa che lo scenario delle Terme di per sé non permette), la macchina è diventata personaggio, animale mitico col quale Bolle ha interagito lanciandogli delle sfide, raccogliendone altre.

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Al termine dello spettacolo è avventa per tutti noi la catarsi che il teatro ha l’obiettivo di raggiungere. Una purificazione spirituale e morale che ci ha permesso di guardare alle cose con un altro sguardo. Personalmente, uscito dalle Terme, ho avuto per un momento la sensazione che tutto fosse ridimensionato, inquadrato in un’ottica migliore, più oggettiva. Vedere le potenzialità del corpo umano mi ha fatto riflettere sulla macchina portentosa di cui siamo dotati e che dovremmo sempre tenere nella giusta considerazione. Le persone che si sono esibite quella sera erano come delle semi-divinità, a seconda che fossero sul palco o no. Ma quando ne sono scese, sono tornati gli esseri umani che erano fino a poco prima di salirvi, gli stessi esseri umani che vivono il mondo e la vita come lo viviamo noi altri. Solo che loro, quella sera, hanno compiuto qualcosa di molto importante: da esseri umani hanno aiutato altri esseri umani a sentirsi più belli nella loro umanità, più leggeri nelle loro preoccupazioni e più grandi nella loro piccola realtà.
Grazie alla Danza, all’Arte, al Teatro. A Roberto Bolle e ai suoi amici!

Teoria dello specchio e della fotografia ne “Il Barone e il guardacaccia” di François Vallejo

Di Gian Luca Nicoletta

 

Ho da poco terminato la lettura di questo piccolo romanzo edito da Sellerio nel 2006, Il Barone e il guardacaccia, dello scritto franco-spagnolo François Vallejo (classe 1960) e oggi ve ne vorrei parlare.

La vicenda, come si deduce dal titolo, è principalmente quella del Barone d’Aubépine  Perrières, possidente di un vasto latifondo nella Francia occidentale, e del suo fedele guardacaccia, Monsieur Lambert. Il periodo storico è quello dei moti comunardi e rivoluzionari del 1848, anno più anno meno.
La storia non inizia in maniera classica, con grandi descrizioni o introduzioni dei personaggi, tutt’altro: all’inizio del romanzo ci troviamo nel 2004, quando il narratore di questo primo capitolo si imbatte inavvertitamente in una vecchia foto di famiglia, dove sta ritratto un signore ben vestito ma — particolarità della foto — desta attenzione il fatto che questa non sia venuta molto bene a causa di un grosso cane nero che irrompe nel campo e disturba soggetto e fotografo. Il narratore, confrontando la foto con una identica finita su un giornale, non ha dubbi che quella ritragga uno degli spietati carcerieri delle colonie francesi di un tempo.

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Terminato questo preambolo, il filone narrativo si stacca dalla nostra contemporaneità e salta indietro di più di un secolo e mezzo, portandoci alle avventure di M. de l’Aubépine e M. Lambert. Da qui entra in gioco l’abilità, che non sospettavo non avendo mai letto null’altro di Vallejo, dello scrittore: la fotografia sparisce completamente dai pensieri del lettore, perché tutto si concentra su quella che ho definito nel titolo come “teoria dello specchio“: i personaggi principali sono perfettamente speculari l’uno all’altro, ma in maniera del tutto sorprendente. Il Barone, figlio di un uomo spietato, freddo e prepotente, è un cultore della filosofia e fervente sostenitore della causa repubblicana; mentre il suo guardacaccia, un uomo piuttosto rozzo nei modi e molto attaccato alla sua terra e alla sua preziosa muta di cani, è fermamente convinto che se le cose sono in un certo modo è perché così devono essere, dunque che i baroni facciano i baroni e che i contadini facciano i contadini.

Alla base di questo interessante gioco di prospettive, il quale non riduce minimamente la complessità dei personaggi che vengono costantemente arricchiti e particolareggiati, sta una taciuta analisi dei bisogni degli stessi: il barone è cresciuto in un mondo soffocante, nel quale tutti si aspettavano qualcosa da lui, qualcosa che non aveva in termini di abilità di caccia, severità nel gestire la propria servitù, rigore nel riscuotere le proprie rendite, dunque propende sinceramente verso un progetto socio-politico che veda al centro il sovvertimento della piramide, puntando all’abolizione di qualsiasi privilegio nobiliare. Dall’altra parte invece sta Lambert che, nel suo modesto cantuccio con la sua famiglia, non è in grado di immaginare un mondo diverso; il suo ragionamento è molto più terreno rispetto a quello del barone: se i titoli nobiliari fossero aboliti non avremmo più un barone, e se non abbiamo un barone, chi ci dà lavoro?

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Frutto di questo scambio sono i dialoghi ben strutturati, veloci e spigliati. I due personaggi, i quali si rinfacciano le rispettive priorità che vuole la società del XIX secolo, sono lo strumento migliore che permette di immaginare la incongruenze di allora. Particolarmente interessante ho trovato i pensieri di Lambert, quelli che non ha cuore di dire al suo padrone, che molto spesso indugia su un’espressione quando riflette su ciò che il barone vorrebbe fare ma che non deve fare: “non bisogna“, tradotto dal francese probabilmente (non ho il testo originale) da “il ne faut pas“, letteralmente “non serve, non è necessario”.

Parallelamente a questo scambio vispo, Vallejo concentra l’attenzione sulle turbe dei personaggi, sui loro feticci e in particolar modo quelli del barone: tendenze erotiche, desideri della carne cui, nel buio del castello, il barone cede senza freni e che vengono uditi dalla famiglia di Lambert che vive in un casino poco distante. In questo modo viene anche ben tratteggiata l’intimità che c’era nelle grandi magioni di una volta, dove servitore e servito vivevano dopotutto sotto lo stesso tetto e che, sebbene i muri sociali fossero invalicabili di giorno, quel che succedeva di notte era di omertoso dominio pubblico-domestico.

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Ma voi, che siete lettori ben più attenti, vi domanderete: sì va bene, ma la foto?
Ebbene Vallejo ha una risposta anche per quella: una risposta elegante perché la storia della fotografia è in realtà il romanzo stesso. Solo che, con una prosa agile e furbescamente architettata, il lettore non se ne rende conto. Solo alla fine di tutta la vicenda, senza farvene accorgere, vi ritrovate ad aver letto una storia familiare ricca e complessa e, soprattutto, vi renderete conto bene del perché, dopo moltissimi anni, in una famiglia è rimasta una foto sfocata di una persona di cui nessuno ricorda più il nome.