Una riflessione sul Giorno della Memoria: cosa rimane oggi?

Di Gian Luca Nicoletta

 

In occasione del Giorno della Memoria desidero condividere con voi alcune riflessioni sulla Shoah; riflessioni che ho avuto modo di fare durante il mio anno di Servizio Civile, cioè tra il 2017 e il 2018.

Il progetto cui ho preso parte si intitolava La Memoria come strumento di educazione alla pace, l’ho svolto grazie ad Arci Servizio Civile, coinvolgeva oltre a me altre quindici persone da diverse parti d’Italia ed era incentrato su una ricerca, a livello documentale e archivistico ma anche sociologico, della memoria della nostra Resistenza e dell’esperienza della Shoah. Nello specifico abbiamo ricercato nei vari archivi (sia cartacei che on-line) di molti giornali locali e nazionali tutte le informazioni che riguardassero questi due fenomeni, cercando di studiare come le notizie a loro relative venissero impostate, scritte, perfino disposte  sulla pagina per comprendere quale messaggio nel complesso la stampa intendeva trasmettere ai lettori. Parallelamente a questo abbiamo elaborato un questionario di circa trenta domande nel quale chiedevamo, a ragazze e ragazzi di età compresa fra i 18 e i 30 anni, cosa sapessero e cosa pensassero della Shoah e della Resistenza.

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I dati che abbiamo raccolto si sono dimostrati per lo più incoraggianti, sebbene segnati da alcune imprecisioni secondo noi dovute a una visione piuttosto semplificata della Storia nazionale ed europea: l’ombra nel nazismo sui rapporti di potere nell’Italia di allora è sempre molto forte e si tende a credere, in linea generale, che la dittatura mussoliniana quasi non fosse altro che un’appendice di quella hitleriana. Ovviamente così non fu: non bisogna cedere al facile inganno che ci giocano le immagini di una Germania invincibile almeno fino al 1941 e di un’Italia supina e succube negli anni della guerra civile. Ci sono prima e in mezzo molti eventi, grandi dinamiche le cui responsabilità non possono che ricadere sulla nostra parte della ricostruzione storica, a partire dalle ignominiose leggi razziali del 1938. Proprio in merito a questo ci sono giunte delle critiche positive e interessanti che hanno dimostrato come pure noi volontari eravamo, nostro malgrado, vittime di quell’inganno. Nelle domande poste proprio in merito alla responsabilità della promulgazione delle leggi razziali, ci è stato fatto notare da alcuni che mancava una importante opzione: non avevamo pensato che qualcuno potesse dare la colpa dell’approvazione di quelle leggi al Capo di Stato di allora, Re Vittorio Emanuele III che, firmando l’atto a lui presentato, aveva formalmente permesso all’Italia di diventare un Paese dotato di leggi espressamente razziste.

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Fonte: ilpost.it

Ma cosa ci rimane oggi di quell’esperienza? Sicuramente tanto dolore. L’onta dello sterminio di 6.000.000 di ebrei ci riguarda e da vicino, non possiamo ignorarlo né negarlo, come molti ancora oggi vorrebbero fare. Fortunatamente abbiamo chi può testimoniare per via diretta cosa accadde durante quegli anni atroci: le esperienze di Sami ModianoLiliana SegreNedo Fiano e, fino a qualche anno fa, di Shlomo Venezia tra gli altri vanno ascoltate, imparate a memoria e ripetute per filo e per segno a tutti, dai bambini agli adulti. Bisogna accettare che quanto è accaduto non è più modificabile né emendabile, si tratta di un fatto storico che, in quanto tale, può e deve subire almeno due processi: un processo di scientifica analisi storiografica che faccia sempre più luce su tutto quello che è avvenuto; e uno di presa di coscienza che, in quanto fatto verificatosi, può essere ripetuto. Nella mia modesta opinione sbaglia chi dice che Hitler era un pazzo, un folle fuori controllo, perché ciò vorrebbe dire depotenziare la carica di quanto è riuscito a organizzare. Non era pazzo, come non erano pazzi Mengele, Goebbels, Himmler o Priebke. La loro è stata fredda programmazione, calcolo matematico, ragionamento geografico, valutazione di ipotesi e prova delle stesse. Erano esseri umani nel pieno controllo delle loro facoltà, che hanno messo le loro menti a servizio di un ideale fondato sull’odio, sul sangue e sulla morte.

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La Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz Birkenau

Dobbiamo conoscere la Shoah, dobbiamo studiarla e dobbiamo viverla, per renderla una esperienza non solo storica ma anche antropologica, qualcosa che riguardi ogni essere umano e che punti al miglioramento intellettuale della nostra specie: leggiamo di Primo Levi, di Irène Némirovsky, di cosa a loro è successo e di quanto il mondo ha perso, per esempio. Visitiamo i luoghi, conosciamo le persone, direttamente o indirettamente non fa differenza, purché il nostro cervello riservi una parte alla memorizzazione e comprensione di quanto è accaduto settantacinque anni fa.
Sono fatti di ieri e non di più.

Parma Capitale Italiana della Cultura 2020: un programma da non perdere per attività all’insegna della cultura e della sua funzione etica e sociale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Due giorni fa si sono chiuse le celebrazioni per l’inaugurazione di Parma come Capitale Italiana della Cultura 2020, il prestigioso riconoscimento conferito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che viene assegnato, ogni anno, alla città italiana che più di tutte è in grado di presentare progetti culturali per promuovere la cultura italiana fra gli italiani e non solo.

Quest’anno il titolo è stato vinto dalla città Emiliana, la quale ha messo in campo centinaia di progetti fra mostre, incontri e dibattiti volti a stimolare nel pubblico un rinnovato apprezzamento per la nostra cultura e per il nostro ambiente.

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Parma – fonte qualitytravel

Tutte le attività sono state suddivise in categorie, ciascuna caratterizzata da un colore, in modo da rendere più agevole la scelta delle attività cui prendere parte. Tra queste ci sono rassegne d’arte contemporanea, installazioni di nuovi artisti, percorsi museali anche attraverso i grandi restauri, spettacoli di teatro e di musica, incontri sull’ecologia, la democrazia e tanto altro.

Un’importante innovazione di Parma2020 è stata quella di non accentrare su di sé l’intera attenzione e peso dei progetti: un onere e un onore che deriva dall’essere la Capitale della Cultura è indubbiamente quello di essere meta di grandi flussi turistici. Con i suoi progetti, tuttavia, la città di Parma è stata in grado di coinvolgere anche tante altre realtà della provincia, in modo da permettere anche al territorio e chi lo vive quotidianamente di mostrare le proprie bellezze e il proprio potenziale.

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Qui di seguito troverete tutti i link ai programmi e al calendario con ogni data. Molti eventi sono già iniziati alla fine del 2019 e termineranno nel prossimo mese e mezzo, ma tantissimi altri inizieranno con la Primavera e si protrarranno sino a Gennaio 2021.
Il tempo non manca, la strada la conoscete, nessuno di noi ha scuse per evitare di fare una gita a Parma, potrebbe essere un’attività per questo 2020.

Buon viaggio!

Parma Capitale della Cultura Italiana 2020

Il programma generale

Il calendario di Parma 2020

Facciamo conoscenza – il programma dell’Università di Parma

Emilia 2020 – il programma della zona di Parma, Piacenza e Reggio Emilia

 

Il relativo nel diverso: “La dea Fortuna” di Ferzan Özpetek

Di Gian Luca Nicoletta

 

Il mio primo articolo di questo 2020 è incentrato su un film che ho visto di recente: La dea fortuna di Ferzan Özpetek, uscito da poco nelle nostre sale cinematografiche.

Il film è stato prodotto dalla Warner Bros col patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è stato girato parte a Roma, parte nel santuario della dea Fortuna a Palestrina, nel Lazio, e parte a Bagheria, in Sicilia.

La trama, cui rivelerò per sommi capi per non rovinare il gusto della visione di nessuno, è questa: Alessandro e Arturo sono una coppia che vive a Roma da molti anni. Hanno una solida rete di amicizie nel loro quartiere ma vivono la loro vita nella tediosa routine di una relazione diventata ormai soffocante per entrambi. Già dai primi minuti del film si capisce infatti che i due sono ormai da tempo sentimentalmente distanti: hanno frequenti relazioni clandestine e l’uno è a conoscenza dei tradimenti dell’altro.
Accade un giorno che una loro cara amica, Annamaria, passa dal loro appartamento per lasciare in custodia i suoi due figli per qualche giorno, il tempo di fare alcune analisi in ospedale: da lì inizia lo svolgimento vero e proprio della trama che porterà alle grandi valutazioni sulla vita di ognuno dei personaggi, le quali sono, poi, il cuore del film.

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Devo dire che il film mi ha lasciato una piacevole sensazione nel suo complesso. Gli attori principali, Edoardo Leo nel ruolo di Alessandro, Stefano Accorsi in quello di Arturo, Jasmine Trinca in quello di Annamaria e l’interessante cammeo di Barbara Alberti nel ruolo di Elena, la madre di Annamaria, sono stati tutti bravi nel dare ai loro personaggi un’aria di quotidiana normalità.
Particolarmente riuscita trovo una scena nella quale si verifica una litigata doppia: da una parte ci sono Arturo e Alessandro che discutono già colmi del risentimento che nutrono l’un per l’altra e, dalla parte opposta, ci sono i due bambini che, negativamente influenzati dallo screzio fra gli adulti e che ancora devono imparare a gestire le loro emozioni, iniziano una furente lite.

In questo film ho trovato anche molto apprezzabile quello che ho definito nel titolo come il relativo nel diverso, scegliendo appositamente un termine provocatorio. Al centro del film sta il rapporto ormai deteriorato fra Alessandro e Arturo e lì si ferma la caratterizzazione. Non ci sono accenti sulla natura omosessuale, sul percorso che ha segnato la vita di entrambi: la loro unione viene mostrata come un mero dato di fatto e proprio grazie a questo ci si può concentrare su altro. Lo scarto non sta più nel tipo di coppia, ma nel come questa coppia gestisce la propria relazione, relativizzando un elemento che fino a qualche anno fa (e spesso ancora oggi) era il principale se non l’unico punto di attenzione narrativa. Arturo e Alessandro si annoiano come tante altre coppie, si tradiscono come tante altre coppie, si dicono frasi molto gravi e pesanti come tante altre coppie. Ci si sposta dalla forma al contenuto e questo trovo sia un grande segno di pregio per l’intero film.

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LA DEA FORTUNA (red.cultura)

Tuttavia la mia recensione sarebbe incompleta se non parlassi di qualcosa che non mi è piaciuto: ho trovato un po’ affettate alcune scene marcatamente armoniose.
Come in ogni storia, la parabola deve eseguire il percorso positivo-negativo-positivo, dove rispettivamente troviamo armonia-contrasto-armonia; solo che in questo film c’è un quarto segmento negativo da aggiungere all’inizio.
Ciò che ho trovato appunto affettato, a tratti finto, è il secondo segmento della parabola, quello positivo/armonioso: Alessandro e Arturo sembrano aver ritrovato un equilibrio, dato dall’aria fresca che i bambini hanno portato con sé. Si può quindi vedere una serie di scene in cui quest’armonia primeggia grazie a grandi tavolate, balli festosi sotto la pioggia, tante risate. In particolare una sera Alessandro porta la pizza per cena e, come in un grande Mulino Bianco, si affaccia al balcone per chiamare gli amici, i quali, come se fossero tutti in attesa della sua chiamata, si sporgono da ogni angolo del palazzo nel quale vivono tutti insieme facendo grandi cenni e precipitandosi di corsa per il convivio.
Una scena, questa, che forse ci si poteva risparmiare sebbene abbia in fondo la sua funzione: quella di segnare un grande contrasto con la seconda parte del film. Infatti agli ambienti piccoli e pieni di gente allegra della casa della coppia si oppone con forza la grande villa di Elena, dove lei vive con la sua perfida solitudine.

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Villa Valguarnera, fonte: cntraveller.com

Dunque nel complesso, come ho anche detto sopra, trovo La dea fortuna un bel film: una storia che sicuramente meritava di essere raccontata e che Ferzan Özpetek ha saputo raccontare bene come al solito. I difetti non mancano ma, se seguiamo l’insegnamento e i temi di questo film, non possiamo che dedurne che nessuno di noi è perfetto, che ci si fa male anche quando ci si vuol bene e che, tutto sommato, questa vita sgangherata è sempre degna di essere vissuta.

Storia d’amore fra musica e poesia: divorzio all’italiana di un’intima relazione che mai finirà? Parte II

Di Flavio Salvioni

 

Se la tecnica artistica d’Oltralpe, da nord a sud della zona franco-provenzale, consisteva in una continua evoluzione del tramandare la parola in rima, mescolando la poetica con l’arte musicale e canora, la scuola italiana era di tutt’altro avviso.

Nel ‘200 in Italia vi sono stati due centri culturali di fondamentale importanza: la scuola siciliana nella prima metà del ‘200 e l’intera produzione poetica toscana nella seconda metà. Entrambi i centri erano fautori del volgare come lingua del popolo, in contrapposizione al latino che restava in uso come lingua ecclesiastica e politica.

I letterati siciliani e toscani, nel corso del secolo, si distaccarono dalle arti musicali, anzi si dichiararono contrari alla declamazione dei versi in musica. In particolare i letterati della scuola siciliana, che promulgavano produzioni letterarie di alto livello, trovavano la loro formazione nella scuola di Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia, dove però venivano insegnate arti letterarie e visive, ma non musicali. Non erano quindi a conoscenza della musica come arte da apprendere fra i banchi dei loro studi. Lo stesso vale per la successiva scuola toscana, nata dopo la morte di Federico II (1250) che sancì lo smembramento della scuola siciliana e che portò i pochi superstiti di quest’ultima a rifugiarsi nei comuni ghibellini. I componimenti tramandati dagli ultimi esponenti della scuola siciliana trovarono spazio nella neonata scuola toscana che li fece suoi traducendoli nella lingua volgare del luogo.

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In questo ambito si trovano, a livello di terminologia letteraria, diversi lemmi come canzone o sonetto oppure cantare o dire in cantando, che rimandano chiaramente alla musica.

Lo stesso Dante è dell’opinione che «le strutture poetiche riflettono una intenzionalità musicale poiché la strofa è costruita di modo che la sua misura e il suo ritmo verbale possano offrire supporto alla misura e al ritmo della melodia», ma è altrettanto fermo nel dichiarare che il termine canzone ha un valore puramente letterario. Pone quindi la possibilità di musicare e cantare i versi, ma anche in questo caso si richiede una certa tecnica e bravura nel farlo, tecnica acquisita nei secoli da personaggi totalmente avulsi dalle fila dei letterati, ma di certo non meno colti.

Non è da dimenticare che fu a cavallo fra i secoli X e XI, che il monaco benedettino Guido D’Arezzo nel suo trattato musicale Micrologus, idealizza e descrive tutta la semiografia musicale in uso ancora oggi. La coreutica e le attività liturgiche basavano infatti la loro esecuzione sulla lettura del pentagramma e sull’accostamento melodico della parola alla musica, specialmente nei monasteri benedettini poiché il cantare pregando era presente nella loro regola. Anche qui, parallelamente alla specializzazione letteraria, si cominciò a dividere i ruoli fra cantore e musico: entrambi edotti nella lettura musicale, il primo interpretava lo scritto cantandolo sulla musica composta dal secondo. Raro, anche in campo musicale, era trovare la figura che, al giorno d’oggi, chiamiamo Singer-Songwriter. Il cantare divenne quindi appannaggio solo della curia e dei seminari che, oltre a erudire i propri studenti nelle lingue latina e greca, sulla lettura teologica della Bibbia e nella storia, fornivano lezioni di musica, teoriche e pratiche, da utilizzare nella liturgia delle ore di tutti i giorni, dando spazio a tutto il repertorio di musica sacra scritta (polifonica e non) ed eseguita nei riti. Potete quindi immaginare quanto fosse difficile per i letterati delle due scuole interpretare quei complessi segni riprodotti su cinque righe o, peggio ancora, doverli accostare a un suono ben preciso e dalla specifica durata.

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Ecco quindi dove è cominciato il divorzio delle due arti: nella specializzazione delle parti per via del fatto che non vi fosse un vero punto di incontro fra letterati profani e letterati di cultura sacra sugli studi musicali di quest’ultimi. In questa parte del suo discorso, Roncaglia incentra tutto l’argomento del suo articolo non dando apparentemente speranze di nessun ricongiungimento.

Non possiamo però basare tutto su di una sola versione della faccenda e, soprattutto, non possiamo confinare tutto il sapere di entrambe le arti al Vecchio Continente soltanto.

Ritengo che questa necessità di narrare cantando storie o poesie sia una qualità artistica intrinseca nell’uomo, basti pensare al tempo del sogno della mitologia aborigena australiana che, come ci racconta Bruce Chatwin in Le vie dei canti, è un compito dato agli anziani di ogni gruppo il tramandare questi racconti ancestrali sotto forma di canti, adattando la struttura musicale alla morfologia territoriale.

Fra le note degli spiritual afroamericani, con una ritmica semplice affidata alle vanghe e una linea melodica di una voce primaria che lavora sulle risposte polifoniche delle altre voci, si fanno largo figure retoriche e versi di ogni genere. Questo modo nuovo di fare musica è l’antesignano del Blues e, in particolar modo, del Jazz, basato sulla pura interpretazione musicale dove musica e parole si aspettano in una melodia accattivante e piena di sofismi letterari e musicali molto spesso improvvisati; viaggiando lungo la linea del tempo fino ad arrivare all’era moderna, dove gli stessi Rap e Hip Hop della scena americana sono da considerare poesia, in un misto fra cantato e recitato che traversa l’Atlantico per ritornare in Europa.

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Una Europa che vive continui fermenti musicali, specialmente quando si prende la decisione di sganciare (tra il XVII e il XVIII secolo), a poco a poco, la musica dagli ambienti talari, rendendola oltremodo laica e profana, spogliandola dai testi sacri e rivestendola lentamente dalla nudità testuale con parole da recitare cantando sui palchi dell’opera. Un semplice cambio di veste la porta poi ad uscir di sera elegante ma al contempo sportiva, fresca e nuova espressione delle passioni dei cantautori della musica leggera a partire dagli anni ’50.

Continue evoluzioni di entrambe le arti, frutto del contributo degli artisti che con la propria sensibilità le rendono uniche nel loro fascino espressivo: la musica con l’acquisizione continua di un genere nuovo dato dallo studio di nuove sonorità; la poesia con i passaggi degli stili ed esprimendo le passioni sempre più contemporanee. Si possono definire arti a sé stanti: libere, ribelli, eleganti, passionali. Possono lavorare benissimo da sole nei loro specifici settori creando emozioni in chiunque le ascolti, specialmente poi se i loro veneratori sono capaci di lavorare sui dettagli e sull’ascendere e discendere della linea melodica, o testuale, secondo un motus musicus che porta l’uditore a godere fino in fondo delle performance.

Divine ispiratrici per chi vive di passioni ed è nato con una spiccata sensibilità. Libere entità errabonde e solitarie, che accendono i cuori di tutto il mondo consce della loro bellezza e pronte a meravigliare non appena si prendono per mano in un connubio infinito di note e di versi.

Storia d’amore fra musica e poesia: divorzio all’italiana di un’intima relazione che mai finirà? Parte I

Di Flavio Salvioni

 

Rime, figure retoriche, versi ritmati metricamente ineccepibili e quanto altro è contemplato nell’arte della scrittura, sono elementi che caratterizzano i componimenti letterari di ogni epoca nelle diverse culture. Non siamo molto lontani da quanto accade anche nei testi musicali antichi, moderni e contemporanei, tramandati fino ai giorni nostri e declinati sotto infinite combinazioni di generi musicali.

Un legame apparentemente indissolubile fra due arti tipologicamente divergenti, ma che fin dagli albori del genere umano sono unite in sinergia con il semplice scopo di creare emozioni. Un legame matrimoniale non scritto ma idealmente siglato che, al contempo, rende queste due espressioni artistiche libere di vivere la loro essenza.

Se poi da un lato quella fra testi letterari e musicali, agli occhi di alcuni, continui ad apparire come un’unione mai consumata, dall’altro sembra però che a un certo punto della storia un divorzio fra le due sia ugualmente avvenuto.

Ma quanto è vero che non siano insieme, che non lo siano mai state o che lo siano state ma che si siano separate? Quanto vive ancora di questo legame nelle canzoni, perché sono loro l’espressione di questo connubio?

La domanda usata come titolo di questo mio scritto viene naturale osservando la musica contemporanea e notando che, piano piano, nei testi sparisce la metrica e si riducono all’osso le rime in favore di versi liberi, che sono più semplici da gestire all’interno delle regole sancite dai pentagrammi.

Mi sento in dovere di far partire la mia analisi, con il dovuto rispetto e le mie modeste capacità in materia, da un saggio che affronta l’argomento con una analisi storico-artistica e critica. Il filologo e critico letterario Aurelio Roncaglia, nel suo articolo del 1978 intitolato: Sul “Divorzio tra musica e poesia” nel Duecento italiano, si concentra sulla tradizione letteraria dei trovatori provenzali che, a suo avviso, è alla base del «mutato rapporto fra la parola e musica» rapportato alle condizioni socioculturali. Come premessa Roncaglia ci dice che la scarsità di documentazione pervenutaci in materia renderà la sua analisi ancora più perigliosa. Si deve considerare infatti che, molto spesso, i trovatori tramandavano oralmente le storie e le poesie da loro composte e che solo con il passare del tempo abbiano cominciato a trascriverle e raccoglierle in libri.

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Nonostante ciò il professore non si dà per vinto e, attraverso una analisi dei pochi testi a noi pervenuti, ma soprattutto grazie alla voce dei poeti stessi e di coloro che si sono soffermati a riflettere a riguardo, analizza la questione fino a raggiungere l’innesco di questo focolaio.

Egli sostiene che a monte del divorzio ci sia la specializzazione di ciascuna delle due parti. Nello specifico attribuisce alla separazione dei ruoli, fra letterati e poeti abili nella scrittura di testi e musicisti dediti alla composizione di partiture, il principale motivo che ha portato a separare le due arti in causa. Ripercorriamo quindi questo percorso di separazione.

Nel ‘200 i trovatori erano artisti che si dedicavano alla composizione di versi in rima, i quali venivano successivamente riuniti in raccolte chiamate Vidas che raccontavano cioè gesta di eroi, miti e leggende. Questi racconti venivano decantati durante banchetti, eventi o a corte, ma erano utilizzati anche per trasmettere dei messaggi in maniera formale, come per esempio durante le riunioni diplomatiche; bastava infatti mutare il tono del racconto e il lessico utilizzato. Addentrandosi nel secolo vi si aggiunse un accompagnamento musicale, molto spesso con strumenti a corda come liuto o arpa, che ne esaltava la declamazione rendendola di maggior gradimento, ma solo alcuni cominciarono ad intonare i versi seguendo il suono emesso: nacque così il problema di far sposare parole e musica sia dal punto di vista metrico che ritmico.

Bisogna considerare che non tutti i trovatori erano musicisti e che molto spesso improvvisavano oppure chiedevano al musico di comporre una melodia standard che fosse utile per tutti i testi.

Si fanno strada quindi i contrafacta, ovvero dei «componimenti che utilizzano una melodia preesistente e che riprendono lo stesso schema metrico, e molto spesso anche le rime, del modello cui quella melodia era originariamente legata», come spiega Roncaglia. Un esempio di questa sinergia musico-letteraria lo troviamo nei quattro trovatori d’Usiel: Gui, N’Elias, N’Ebles e Peire; dove i primi tre erano dediti all’arte oratoria pura fra composizione di versi e declamazione, Peire era invece colui che arrangiava i testi in musica e li cantava.

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Il trovatore era ormai sempre più concentrato sulla composizione di versi e musica e «la sua ricerca artistica procedeva di pari passo nelle sottigliezze della tessitura verbale e nel raffinamento dell’espressione melodica» e, con il passare degli anni, si cominciarono a vedere solo poesie cantate dalle voci dei trovatori, portandoli ad essere sempre più assimilati ai giullari e sminuendo il loro lavoro letterario. Viene quasi naturale pensare alle performance di un letterato che molto spesso era incapace, non per ignoranza ma per scarsa o assente preparazione musicale, a declamare i già largamente diffusi versi cantati.

Nonostante ciò restava comunque il problema dell’inabilità canora di alcuni trovatori che portò per esempio Peire d’Alvernhe alla conclusione che i propri componimenti dovessero essere cantati da cantori esperti.  Una preoccupazione, questa, che invece non toccava il suo collega Guiraut de Bronelh, il quale componeva versi sia per sé sia per altri. In quest’ultimo caso li affidava a cantori improvvisati (lui stesso lo era, almeno a giudicare da quanto affermò Peire nei suoi riguardi) poiché, a detta sua, non era importante la qualità ma la quantità dei versi scritti, come se cercasse solo la notorietà: bene o male purché se ne parli.

L’arte del perturbante, da Daphne du Maurier ad Alfred Hitchcock

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo che reputo estremamente interessante: quello del perturbante. Per cominciare è bene rinfrescarsi la memoria con una semplice definizione tratta dal vocabolario Treccani, cui mai ci stanchiamo di ricorrere quando siamo in dubbio.

perturbare v. tr. [dal lat. perturbare, comp. di per1 e turbare «turbare»]. – Turbare profondamente, sconvolgere, portare agitazione o alterazione in un àmbito di natura sociale, fisica o psichica”

Da questa definizione ci possiamo spostare all’utilizzo di cui ci interessa parlare in questa sede, ovverosia quello letterario, e per farlo prenderò a esempio l’ultimo romanzo che ho terminato di leggere qualche giorno fa: Rebecca di Daphne du Maurier.
Probabilmente ad alcuni di voi questo titolo non sarà sconosciuto (ottimo!), ad altri invece ne ricorderà un altro, Rebecca la prima moglie. Ebbene, sappiate che stiamo parlando dello stesso libro, diventato molti anni fa una celebre pellicola di Alfred Hitchcock e, molto più recentemente, trasposto sul piccolo schermo da Rai 1.

Ma procediamo con calma, senza perdere il filo del discorso.
Con l’aggettivo “perturbante”, in letteratura si intende un qualsiasi elemento, sia esso un oggetto, un volto, un nome, una parola, che irrompe ciclicamente nel flusso della narrazione e che ha come obiettivo quello di destare, nel personaggio della storia così come nell’animo di chi legge, una carica emotiva di tratto negativo, in grado di mettere entrambi a disagio. Badate bene che l’entità perturbante non è mai una persona nella sua totalità, ma sempre e solo la parte di qualcuno o qualcosa. Nella nostra letteratura nazionale si ricorre a questa tecnica già a cavallo fra l’800 e il ‘900, con gli autori della Scapigliatura Lombarda e, più tardi, con Luigi Pirandello.

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Daphne du Maurier, invece, decide di innovare il concetto di perturbante adottando un’interessante strategia narrativa. All’interno del suo romanzo costruisce, infatti, una fitta rete di vasi comunicanti dove il pieno e il vuoto, ovverosia la protagonista e la sua negazione, si scambiano di posto, interagiscono in qualche modo. Gli elementi testuali a favore di questo gioco sono innumerevoli, eccone alcuni:
– Il nome della protagonista non viene mai pronunciato, quello della sua nemesi, Rebecca, lo è in continuazione;
– La protagonista è viva, Rebecca è morta;
– La protagonista è bassa, ha i capelli biondi ed è goffa. Rebecca è (era) alta, mora ed estremamente elegante e raffinata;
– La protagonista e Rebecca non hanno nulla in comune e questo, paradossalmente, diventa il tratto che più le unisce: quello che possiede una manca all’altra, e viceversa.

Si potrebbe addirittura elaborare un’intera interpretazione del romanzo secondo la quale la protagonista sia in realtà Rebecca, e la donna anonima la sua nemesi.  Tutto sta nella scelta del personaggio di cui si vogliono prendere le parti.

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Con questa rete scatta il meccanismo del perturbante. All’interno del grande scenario dove la protagonista va a vivere dopo aver sposato Maxim de Winter, la magione di Manderley nel Galles, la presenza di Rebecca diventa l’elemento che riesce a dar vita alle pareti: un fazzoletto ricamato, un impermeabile, una spazzola. Come ho scritto sopra, sono tutti elementi parziali di una vita che, tramite le cose che le sono appartenute, fa il suo prepotente ingresso in scena, accompagnata sempre da un ricordo amaro e da un presagio nefasto. Non c’è capitolo che non si chiuda con un’allusione a Rebecca, non c’è momento in cui la casa di Manderley non mostri un oggetto a cui Rebecca era particolarmente affezionata.

Tutto questo si presenta come un terreno estremamente fertile per il Maestro del brivido, Sir Alfred Hitchcock. Nel 1940 decide di dirigere questo film, approfittando della poca attenzione che gli avrebbe potuto dedicare il produttore David O. Selznick poiché proprio in quel periodo era ancora alle prese con il lavoro su Via col vento.
Nel film, girato con effetti “speciali” tanto semplici quanto efficaci, se pensiamo alle tecnologie cui siamo abituati noi, la carica perturbante di Rebecca viene, se possibile, ancor più esasperata, diventa quasi maniacale. Ovunque si leggono le sue iniziali, nessuno deve permettersi di spostare gli oggetti che lei stessa aveva sistemato (su questo aspetto l’adesione al libro è eccezionale). Particolarmente d’aiuto e ben riuscita è la figura della governante, la signora Danvers, interpretata dalla spettrale Judith Anderson.

La lettura di questo libro e la visione di questo film (che potete trovare anche su YouTube!) sono vivamente consigliate. Se volete comprendere l’arte di perturbare le menti in maniera fine e sottile, se cercate uno spunto per migliorare la vostra tecnica di narratrici e narratori dell’inconscio, del brivido e del giallo, sappiate che questa strada, per quanto battuta che sia, non cessa mai di fornire validi strumenti e spunti.
O se, più semplicemente, siete alla ricerca di intrattenimento di qualità, sappiate che troverete sempre, a Manderley come fra le pagine del romanzo, la convinzione di aver visto, magari dietro a una tenda bianca, la sagoma di una donna che vi osserva.

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Un mondo sottosopra: considerazioni su Rossella O’Hara e la magia di “Via col vento”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Durante la settimana scorsa ho avuto modo di spuntare dalla mia lista delle “cose da leggere/vedere nell’arco della vita” un elemento che personalmente mi inorgoglisce per la pazienza che richiede. Se state pensando alla Ricerca del tempo perduto arrivate tardi, perché quella l’ho già conclusa un annetto fa. No, quello cui sto facendo riferimento è un grande film, tratto da un grande romanzo, e il cui aggettivo va inteso sia in termini metaforici che in termini spaziali e temporaliVia col vento, diretto da Victor Fleming e tratto dal romanzo Gone with the wind della scrittrice statunitense Margaret Mitchell.

Proprio così: un pomeriggio mi sono messo di buona lena e scorrere le quasi quattro ore (senza pubblicità!) di un film inteso, nella messa in scena, come una grande opera lirica. Quando il film viene prodotto siamo infatti nel 1939, ma in Italia arriverà solo dieci anni dopo, quando l’industria cinematografica non si è ancora svincolata del tutto dal mondo teatrale. Sono emblematici, a questo titolo, i grandi fondali che vengono inseriti nel montaggio della post-produzione e che riportato i titoli dei due grandi atti che compongono l’opera.

La storia, come forse molti di voi sapranno anche solo per sentito dire, si svolge nella seconda metà del 1800, lungo un arco che precede, vive e supera la guerra di secessione americana, meglio nota anche come guerra civile. Uno tra i principali motivi di questa guerra di l’abolizione della schiavitù, applicata in tutti gli Stati del nord e dell’estremo ovest ma ancora lungi dall’arrivare fra gli Stati confederati che componevano il sud-est degli attuali U.S.A.
Protagonista indiscussa di tutta la faccenda, e cui dedicherò l’attenzione, è Rossella O’Hara, eroina di questa epopea statunitense.

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Rossella è la primogenita di casa O’Hara, una grande tenuta che porta il nome di Tara e che, assieme a Le Dodici Querce, rappresenta i due fuochi del cosmo contadino vicino ad Atlanta, in Georgia. Mr. e Mrs. O’Hara, oltre a Rossella, hanno avuto solo altre due figlie, il che rende la primogenita l’ereditiera dell’intera tenuta.
Ricca, bella, vivace e per nulla spaventata dal confrontarsi con gli uomini, Rossella ci viene descritta come il ritratto della sfrontatezza sbarazzina, della provocazione giocosa che la rende la ragazza più ricercata alle feste, quella che tutti vogliono salutare e che si presenta con un drappello di pretendenti da far invidia a tutte le altre sue coetanee. Il suo essere viziata ed estremamente egoista sono i tratti caratteriali che costituiranno il filo rosso dell’intera storia.

L’universo maschile e quello femminile vengono rappresentati come opposti l’uno all’altro: da un lato vediamo quello maschile, dal tratto spiccatamente collegiale, incentrato sull’imminente guerra con gli Stati del nord, con la volontà di mantenere il controllo sui propri commerci di cotone e soprattutto sul diritto di possedere degli schiavi; dall’altro c’è quello femminile, che ha il suo centro sull’individualità di ogni singola donna, descritto come un vorticare continuo di merende, passeggiate e — soprattutto — caratterizzato dalla caccia al miglior partito per un vantaggioso matrimonio. Fate attenzione a un dato di carattere sociale: in questi anni (1860-’70) non esiste una differenza netta tra matrimonio “vantaggioso” e matrimonio “felice”. L’uno è sinonimo dell’altro, ma con uno squilibrio semantico che vede sempre primeggiare il “vantaggio” finanziario.

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Nella prima parte del film assistiamo al raggiungimento dell’apice delle tensioni fra i vari Stati: le incomprensioni e gli interessi si fanno talmente tanti e tali da rendere inevitabile una soluzione violenta: guerra. Tutti i proprietari terrieri gioiscono pregustando la soddisfazione di mostrare ai borghesi industriali del nord quanto siano potenti e valorosi, ma dimenticano un dettaglio fondamentale che uno dei personaggi principali, Rhett Butler (interpretato da Clark Gable) invece coglie prontamente: gli Stati del sud avranno anche gli uomini, ma quelli del nord hanno i cannoni.

La guerra imperversa ovunque e, col tempo, raggiunge Atlanta, Tara e Le Dodici Querce. In questo lasso di tempo, cos’è successo a Rossella?
Ha dovuto affrontare il peggiore nemico di chi è viziato: la penuria. Penuria di cibo, di comodità, persino di attenzioni. La vita ha agito con Rossella nei modi di un contrappasso dantesco: la ragazza che ha sempre avuto tutto, non ha mai ottenuto l’unica cosa che vuole veramente: l’uomo che ama con tutta sé stessa.
Questa mancanza, tuttavia, desta nella più grande delle sorelle O’Hara un sentimento dirompente e che guiderà tutte le sue azioni: l’orgoglio. Un orgoglio inarrestabile, che trasforma il disagio di Rossella in una rabbia tale da farle compiere le azioni più spregiudicate, pur di salvare la sua vita. Al termine della prima parte rimane impressa la scena, da kolossal biblico, della sua sagoma nera, stagliata sullo sfondo rosso di un cielo al tramonto, in cui giura davanti a Dio che mai, mai più Rossella O’Hara avrebbe patito la fame.

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La seconda parte del film è concentrata sul dopoguerra. Quali sono gli effetti del passaggio dei cannoni, dei saccheggiatori e delle nuove leggi che gli Stati confederati hanno dovuto accettare, poiché perdenti?
Le terre non sono più coltivate, moltissimi uomini sono morti, le città devono essere ricostruire dalle donne. E chi, tra loro, dimostrerà quel piglio per gli affari di chi ha veramente voglia di guadagnare, per non vedere mai più mancare il cibo sulla propria tavola? Proprio così, Rossella.
La sua tenacia impressiona chiunque: dai personaggi, ai lettori, agli spettatori, perché ci mostrano il bene e il male di chi non vuole arrendersi alla disperazione, di chi non gliela vuole dare vinta a un nuovo sistema che ha decretato vincitori e vinti. Rossella diventa in questo modo il nuovo emblema, qualche generazione più tardi, dei suoi antenati emigrati dall’Irlanda che arrivarono negli Stati Uniti per un futuro migliore. Lei, indirettamente, decide di riscattare il destino suo e della sua tenuta. La terra, come viene ricordato attraverso le parole Mr. O’Hara, è l’unica cosa per cui valga la pena di lavorare. Il prezzo, però, non viene stabilito. Ma in fondo cos’è un piccolo atto disonesto, se confrontato alle cannonate contro un’intera città? Chi può decidere la giusta proporzione di un riscatto, che ha però un retrogusto di vendetta, per una vita rubata nel più violento dei modi?

Questi dubbi ancora oggi mi tengono fermo a riflettere. Proprio così, perché ancora non sono riuscito a decidere se, in fin dei conti, Rossella O’Hara sia un esempio da imitare, o uno da rigettare. Sono indeciso se considerarla un modello di tenacia, o il ritratto dell’egoismo.