L’italiano prima degli italiani: alle origini della nostra letteratura, parte 2/2

Di Gian Luca Nicoletta

 

Come vi avevo annunciato nel mio ultimo articolo, oggi concluderemo il breve discorso sulle origini della letteratura italiana.
Ci eravamo fermati alla definizione di lingua italiana e a tutte le implicazioni che questa comporta dal punto di vista storico e culturale. Ora, finalmente, arriviamo alla parte più interessante: la nascita dei testi!

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Esempio di manoscritto medievale. Fonte: festivaldelmedioevo.it

Tutto comincia in Provenza, la regione a sud-est della Francia confinante con l’Italia (voi penserete: ma non s’era detto che saremmo partiti dalla Sicilia? Sì è vero, ma vi chiedo solo un altro po’ di pazienza). Lì, già a partire dal X-XI secolo d.C., la cultura delle corti feudali è improntata alla narrazione in poesia delle virtù e dei vizi dei cavalieri. Fate attenzione a non confondere ciò con le canzoni di gesta, ovverosia i grandi poemi cavallereschi come quello su Orlando Tristano e Isotta. Anche quelli sono francesi ma riguardano il nord, con forti legami con la cultura anglosassone e il ciclo arturiano di cui prima o poi vi parlerò.
Con la nascita e l’espandersi del Sacro Romano Impero, la Provenza ne venne inglobata e questo causò un doppio effetto: da un lato il particolarismo della cultura provenzale sparì nella sua autonomia, dall’altro però i poeti provenzali e soprattutto i temi da loro cantati si diffusero praticamente in tutta l’Europa di allora: Francia, Germania e Italia principalmente.

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Statua di Federico II a Jesi, sua città natale

Un ruolo strategico in tutto questo è ricoperto da Federico II di Svevia, il quale divenne re di Sicilia (eccoci finalmente!) e imperatore del Sacro Romano Impero agli inizi del XIII secolo. Federico II era per parte di padre tedesco e per parte di madre francese, ciò significa che ricevette un’educazione culturale proveniente da entrambi gli ambienti dei genitori.
Diventando sovrano di un impero molto esteso, dal nord dell’Europa continentale sino al sud della Sicilia (eccezion fatta per il nord e il centro Italia dove governavano rispettivamente le municipalità comunali e il Papa), e non essendovi ancora un concetto di capitale di uno Stato come quello che abbiamo noi oggi, Federico II diede vita a quella che oggi viene definita “corte itinerante“, cioè periodicamente l’imperatore e tutto il suo seguito di notabili, amministratori, consiglieri e poeti si spostava da una parte all’altra del suo vasto impero.
Sede privilegiata del suo peregrinare fu il sud Italia: prendiamo a titolo d’esempio il Palazzo dei Normanni a Palermo, residenza reale dello stesso Federico, a Napoli c’è l’importante università che porta il suo nome e in Puglia (dove Federico morì) è sempre meta di visite Castel del Monte. I soggiorni siciliani furono particolarmente importanti per la trasmissione della letteratura. I poeti siciliani al servizio dell’impero — cioè notai e amministratori che, sapendo leggere e scrivere, potevano anche comporre opere letterarie — entrarono in contatto con i poeti francesi discesi in Italia assieme all’imperatore e lì, grazie a questo fortunato scambio, nacque la vera e propria letteratura italiana, con la formazione della Scuola siciliana il cui padre ancora oggi viene ricordato e studiato: Giacomo da Lentini. Questi, ricevuta l’eredità letteraria dai poeti provenzali, ne rielaborò i temi e le forme, creando quella composizione metrica in poesia che ha segnato la storia della letteratura di tutto il continente: il sonetto.

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Castel del Monte, nella provincia di Barletta-Andria-Trani

La fortuna della Scuola siciliana durò per tutto il regno di Federico II, particolarmente dal 1220 al 1250. In questo trentennio hanno visto la luce importanti componimenti quali Meravigliosamente dello stesso Lentini e il più comico Contrasto di Cielo d’Alcamo. Terminata questa stagione d’oro, però, la Storia vi fece il suo ingresso: i rapporti fra impero e papato si inasprirono, e videro un ruolo sempre maggiore i guelfighibellini: i primi erano per la supremazia del papato sulle questioni non solo spirituali ma anche terrene, mentre i secondi privilegiavano una visione dei poteri separati, lasciando all’impero il controllo delle terre. Queste due fazioni si trovavano in tutto il centro e nord italia, più nello specifico i guelfi nel centro, dove regnava il Papa, mentre i ghibellini nel nord, dove l’autorità era mantenuta da figure laiche.
Ora, dato che in Sicilia vi era un imperatore, quale poteva essere la fazione più popolare di laggiù? I ghibellini, ovviamente! Dunque i poeti siciliani, che ricordiamo erano notai e amministratori, iniziarono a intrattenere rapporti sempre più stretti con altri notai e amministratori (e dunque poeti) ghibellini del centro-nord Italia. Grazie a questa comunicazione tra le due parti della penisola avvenne un altro fondamentale scambio culturale: nel 1266 le truppe angioine (che sostenevano il Papa) sconfissero a Benevento Manfredi, erede di Federico II, e così nel sud Italia si installò la dinastia D’Angiò. Tuttavia a questa conquista corrispose anche la “migrazione” della letteratura siciliana, la quale venne accolta a braccia aperte in Umbria, Toscana ed Emilia. Qui assistiamo alla nascita dei poeti “siculo-toscani”, cioè di coloro che ripeterono con la poesia siciliana lo stesso lavoro che i siciliani fecero a loro tempo con la poesia provenzale. Si passò dal dialetto siciliano a quello umbro e poi toscano, il quale divenne sempre più un dialetto ricercato, raffinato, per dare ai temi cavallereschi e soprattutto d’amore il lustro che meritavano, giungendo, a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, alla nascita del dolce stil novo battezzato Da Dante nel XXIV canto del Purgatorio.

Ecco qui, per grandi linee e facendo passi lunghi quanto secoli, una brevissima descrizione della nascita della nostra letteratura. Come vi dicevo, il Medio Evo non fu solo un periodo di oscurantismo, di caccia alle streghe e di epidemie, nient’affatto. Fu il periodo in cui germogliarono i semi delle nostre radici europee, una serie di temi, argomenti, scambi culturali e politici che hanno caratterizzato in senso culturale e antropologico un intero continente. A quel tempo si viaggiava e tanto: pensate alla corte di Federico II, pensate al lungo esilio di Dante che in un ventennio l’ha portato in molte delle più importanti città del nord Italia dell’epoca. C’era vero scambio culturale e vera osmosi tra menti e testi, tra idee e filosofie che, se trovassimo il modo di riproporre anche oggi, non credo farebbero gran danno, anzi.

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L’Italiano prima degli italiani: alle origini della nostra letteratura, parte 1/2

Di Gian Luca Nicoletta

 

Vi siete mai chiesti dove ha avuto origine la nostra letteratura nazionale? Vi siete mai posti domande del tipo “ma chi sarà stato il primo poeta italiano?”, “dove sarà nata la nostra letteratura?”
Ebbene, in caso vi foste fatti domande del genere ma non avete avuto fortuna con le risposte, o se dubbi amletici di tal foggia non vi abbiano mai sfiorato, oggi sono qui per aiutarvi con la soluzione.

Ho deciso di dividere questo discorso in due articoli, poiché la faccenda si presenta non priva di precisazioni necessarie. La prima riguarda la definizione di lingua italiana, poiché questa riduce in maniera troppo semplicistica le reali sfaccettature che hanno reso tanto ricca la nostra lingua. Ho scritto nella prima riga “letteratura nazionale“, il quale è un termine che, per il discorso che affronteremo, è caratterizzato da diverse insidie. Utilizzando l’aggettivo “nazionale” faccio implicito riferimento a una nazione, l’Italia, e questa sappiamo che ha visto la luce nel 1861, grazie all’Unità.
Prima di questa, molto prima di questa, in realtà, la nostra letteratura aveva già conosciuto periodi di splendore indiscussi. Altrimenti come considereremmo Dante, Leopardi, Goldoni, Alfieri, Vico etc. se non, appunto, autori italiani?

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Quindi è bene correggere quanto sopra ho scritto: sostituiamo letteratura nazionale con letteratura in lingua italiana.
Questa soluzione vi sembra più adatta? Forse sì, ma sappiate che le insidie ancora non sono terminate: se consideriamo la letteratura italiana come quell’insieme eterogeneo di prosa e poesia scritto da autori e autrici nati e cresciuti nella nostra penisola e che ne parlano la lingua… beh, potremmo correre il rischio di dire una grande imprecisione. Infatti già dall’Alto Medioevo, circa tra il IX e il X secolo, la penisola italiana altro non era che un vero e proprio ricettacolo di dialetti: siciliano, tosco-umbro, veneziano, fiorentino, milanese, etc. Molti di questi erano caratterizzati da diverse connotazioni linguistiche e grammaticali, dunque come considerare le rispettive opere nell’ambito della definizione di “letteratura italiana”, quando dell’Italiano che intendiamo e parliamo oggi avevano ben poco?

Facciamo allora un altro passo indietro: 476 d.C., cade l’Impero Romano d’Occidente. Dal nord e dall’est Europa giungono le popolazioni comunemente definite “barbariche” che smantellano un’intero apparato statale fino ad allora dominante. Cambia la classe dirigente, cambia la geografia politica (nascono i cosiddetti regni romano-barbarici), cambia la piramide sociale. Le grandi città si svuotano dopo i saccheggi e il grosso della popolazione si muove verso i piccoli centri fuori dalle città. Ha così il via il fenomeno sociale e urbanistico dell’incastellamento: nascono i nostri tipici borghi medievali.
Fino al 476 d.C., la lingua parlata da tutta la società era il latino, seppur sostanzialmente diverso dal Latino dell’epoca di Cicerone e di Augusto. Era un latino del popolo, che non faceva uso di complesse strutture sintattiche e nemmeno di termini propri delle classi più colte. Ricordate che la classe dirigente era stata azzerata, dunque nessuno più si esprimeva nel Latino che oggi troviamo solo scritto sui libri.

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Questo latino popolare si trova esattamente a metà fra il Latino classico e i dialetti dell’Alto Medioevo, e data la sua peculiarità che lo rende in sé definito e diverso dagli altri, oggi viene definito come Mediolatino. Questo, finalmente, è il terreno comune e fertile dal quale tutti i dialetti posteriori hanno attinto prima di svilupparsi nell’arco di circa dieci secoli. A questo antenato, ancor prima che al Latino, fanno capo il siciliano, il toscano, il fiorentino, il milanese etc. Ognuno di questi dialetti, per motivi storici e politici, ha subito influenze diversissime da altre lingue europee, ma tutte si ritrovano ad affondare le radici nel Mediolatino e nel Latino.

Quindi, per chiudere il cerchio e tornare alla primigena definizione di letteratura in lingua italiana, possiamo definire come tale tutta quella produzione di prosa e poesia scritta in uno dei dialetti parlati nella penisola italiana, isole comprese, che ha discendenza diretta dal Mediolatino. In questo modo siamo sicuri di comprendere il 100% della produzione scritta e anche il 100% dei dialetti parlati.
Come vedremo nel prossimo articolo, quello in cui affronteremo direttamente le tradizioni della letteratura, l’Italia del Medioevo è una penisola particolarmente frizzante, sia a livello sociale che politico. L’immaginario del Medioevo quale periodo dei “secoli bui” non avrà nulla a che spartire col periodo in cui hanno vissuto e scritto i veri e propri fondatori della nostra lingua.

Vi do quindi appuntamento alla seconda parte dell’articolo, quando ci ritroveremo nella bellissima Sicilia e lì assisteremo alla nascita della Letteratura!

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Fonte: Il Corriere del Mezzogiorno

 

C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… Il Manifesto di Ventotene

Di Gian Luca Nicoletta

 

In vista del voto per le elezioni europee di domani, ho ritenuto opportuno dedicare l’articolo conclusivo della serie sull’Europa al testo che per primo ne ha gettato le basi, grazie alla riflessione di quattro brillanti cervelli che hanno improntato le loro vite e le loro opere a questo progetto. Sto parlando di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann e il testo in questione è il Manifesto di Ventotene.

Il Manifesto, edito per la prima volta nel 1944 ma scritto precedentemente, costituisce un documento imprescindibile per ciò che concerne l’ideazione e l’idealizzazione di un progetto tanto vaso e complesso come l’Europa.

Il testo nacque a Ventotene, isola sulla quale Spinelli e Rossi furono confinati dal regime fascista. I due intellettuali, con l’aiuto di Colorni e di Hirschmann, misero per iscritto e con intento programmatico il frutto di anni di dibattiti e di studi politici: progettare una nuova Europa, costituita da Stati interdipendenti affinché catastrofi del calibro della guerra allora in corso non potessero più ripetersi.

Il sottotitolo del Manifesto riporta: Per un’Europa libera e unita. In questo senso si muovono Spinelli e Rossi nella stesura del testo. Svegliare le coscienze, educare quelle giovani, affinché si giunga alla conclusione che un’Europa “libera e unita” non solo è necessaria ma prima di tutto è possibile.

«Si è affermato l’eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell’organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore i suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo. […] La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera il suo “spazio vitale” territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.»[1]

Spinelli, autore delle prime due parti del testo mentre Rossi redigerà la terza, parte da un concetto storicamente affermato: i popoli, almeno quelli moderni, si sono autodeterminati e riconosciuti per mezzo delle medesime tradizioni storico-culturali ed etniche che li accomunavano. Questi poi hanno sviluppato le forme di governo a loro più adatte e nel corso del loro sviluppo hanno elaborato l’idea dello “spazio vitale”, ovverosia la necessità di possedere uno spazio geografico sempre maggiore rispetto a quello già posseduto in modo da poter esplicitare le proprie funzioni di Stato in maniera piena, legittima. Questa espansione geografica però implica, inevitabilmente, la sopraffazione di altri popoli che abitavano quelle terre. In questo modo si giunge a un sistema duale, nel quale una parte dello Stato governa mentre un’altra è soggetta al potere dei governanti:

«Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze.»[2]

Lo sviluppo della necessità di uno spazio vitale è stato il metodo principale sfruttato dal regime nazista per giustificare la propria politica di invasione nei confronti di altri popoli europei, che sono stati definiti come altro-inferiore. Spinelli scrive chiaramente che la Germania di Hitler ha rappresentato il non plus ultra di questa involuzione del genere umano: è interessante segnalare come questa affermazione rientri all’interno di un testo politico. L’intento è chiaro, non ripercorrere gli errori del passato non basta: bisogna ricordare che cosa fosse la Germania nazista e pensare a quella tutte le volte che assistiamo alla violazione della Libertà.

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Bozzetto (2016 – tratto da una foto) di Ursula Hirschmann. Fonte: Gariwo

La seconda parte del Manifesto riporta il sottotitolo I compiti del dopoguerra – l’unità europea. All’interno di questa parte del testo, Spinelli teorizza cosa accadrà una volta che il conflitto sarà giunto al termine. Scrive che gli uomini ragionevoli dovranno mantenere salde le proprie idee di libertà poiché la classe dirigente ancorata a un’idea vecchia di ordinamento politico tenterà in ogni modo di restaurare l’ordine vigente prima del 1939. In altre parole si correrà il grande rischio di riportare tutto a com’era e dunque di ripristinare le stesse condizioni che hanno causato lo scoppio della guerra, un rischio che nessuno può più permettersi.

«La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell’Europa secondo il nostro ideale di civiltà.
Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche, e si daranno ostinatamente a ricostruire i vecchi organismi statali.»[3]

Si presti attenzione ai tempi verbali adottati: il futuro semplice esprime certezza, assoluta sicurezza di qualcosa che sarà. Spinelli oltre a immaginare la situazione dell’immediato dopoguerra lancia anche un monito per tutti coloro che avranno la lucidità per ragionare su ciò che dovrà essere fatto. Non è un pericolo, quello delle vecchie classi dirigenti che ripartiranno alla carica per ristabilire il vecchio ordine, è una certezza. Le cose non potranno che andar così e dunque è necessario sviluppare una coscienza politica nuova in chiave internazionalistica. Abbattere i nazionalismi o i patriottismi infervorati; l’unica via sarà quella che condurrà tutti gli europei a una condizione nuova di comunità:

«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali. […] Tutti gli uomini ragionevoli riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di stati europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di condizioni con gli altri paesi, né si può spezzettare la Germania e tenerle il piede sul collo una volta che sia vinta.»[4]

Da una parte Spinelli esprime con forza il fatto che dopo la fine della guerra le cose dovranno necessariamente cambiare: gli Stati sovrani dovranno cedere, senza obiezioni, parte della loro sovranità in favore di qualcosa di più grande: un sistema unico, democratico, pacifico che abbia come obiettivo primario garantire la coesistenza fra tutti i popoli d’Europa in nome della pace.

In secondo luogo Spinelli sostiene che una comunità nuova non può nascere sulle ceneri di uno Stato distrutto quale sarà la Germania. La soppressione totale del Paese tedesco non è pensabile poiché anche questo fa e farà parte della nuova Europa; come ha scritto anche Montale nel suo articolo apparso su Il Mondo: “E la Germania ha cessato per ora di esistere: è indispensabile che risorga”[5].

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Altiero Spinelli (1907-1986)

Sia Spinelli che Montale avevano già compreso che la Germania di Hitler non era la Germania dei Tedeschi: un errore del genere sarebbe imperdonabile in fase di costituzione dell’unione europea. Le tappe più macabre e cruente della storia di uno Stato segnano indubbiamente il suo percorso e la cultura di tutto il popolo che lo compone, ma rimane altresì vero che queste tappe non possono influire totalmente sul giudizio espresso nei riguardi di un’intera nazione: i Tedeschi sono stati nazisti, gli Italiani sono stati fascisti, ma non è possibile affermare che la Germania sia nazista, che l’Italia sia fascista. Esperienze di vent’anni come quelle dei totalitarismi non possono cancellare tutta la storia precedente di un Paese. Non si può sacrificare l’Italia rinascimentale per demolire qualsiasi traccia di fascismo come allo stesso modo non si può rinnegare la Germania dello Sturm und Drang per abbattere le radici del nazismo. È doveroso avere chiaro il quadro d’insieme e dunque ricordare che il nazismo è esistito, che il fascismo è esistito, ma in virtù dei drammi generati si deve ragionare con cognizione di causa nel momento in cui si progetta un nuovo ordine politico e preparare le condizioni affinché ciò che è stato non si ripeta mai più.

Spinelli prosegue il suo programma e immagina un’Europa che abbia rapporti pacifici non solo al suo interno, ma anche con gli altri Stati extraeuropei. Il movimento di unione dell’Europa, auspica lui, sarà un movimento popolare virtuoso e pacifico, tanto che a lungo andare anche gli altri Paesi degli altri continenti giungeranno a un comune accordo di convivenza civile e pacifica. Queste le sue ultime parole in conclusione della seconda parte del Manifesto:

«E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo. […] Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell’ultimo ventennio. Poiché sarà l’ora di opere nuove, sarà anche l’ora di uomini nuovi, del movimento per l’Europa libera e unita!»[6]

La terza parte del Manifesto, redatta da Rossi, si concentra sulle riforme che dovranno avere luogo all’interno della società per favorire la formazione e la continuità del nuovo ordine europeo.

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In questa parte i punti programmatici sono frutto dalla cultura politica di Rossi e Spinelli, dunque azioni concrete di mutamento della società politicamente orientate, ovverosia la base indispensabile per formare l’Europa è quella di un sistema politico unitario:

«Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. […] La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.»[7]

Il movimento che unirà l’Europa viene definito come “rivoluzione”. L’idea di Rossi relativamente alla nascita della nuova comunità è quella di un corso del tutto nuovo, libero dalle categorie politiche precedentemente imposte all’infuori di quella socialista. Per lui come per Spinelli, antifascisti che hanno attivamente operato in opposizione al regime, il socialismo coincide con l’unica via logica nonché politicamente adatta a rimettere in piedi un continente devastato dagli estremismi di segno politico opposto. Dunque l’Europa unita sarà sinonimo di “emancipazione delle classi lavoratrici” e condizioni di vita dignitose per tutti i cittadini:

«Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori.»[8]

L’Europa nascerà in nome di una dimensione sicuramente non nazi-fascista ma neanche caratterizzata da un’unica ideologia politica. Il testo prosegue con una lista di punti da prendere in considerazione obbligatoriamente se si vuole costruire un’Europa libera e democratica. Rossi dunque scrive di come non sia più possibile lasciare ai privati le imprese, che svolgono un’attività necessariamente monopolistica. Le masse dei lavoratori vengono sfruttate e, in base a ciò che producono, vengono sfruttate anche le masse dei consumatori. Le grandi imprese private devono essere smantellate e amministrate equamente da tutti gli operai che vi lavorano, poiché il potere delle imprese può aumentare a dismisura ed influenzare le attività politiche se il settore che dominano a livello industriale si rivela fondamentale per lo Stato, influenzando in questo modo l’attività politica per volgerla a loro vantaggio.

Un punto è dedicato anche alle giovani generazioni: Rossi afferma che i giovani debbano essere assistiti con provvidenze necessarie per ridurre le distanze fra varie posizioni sociali, di modo che tutti si trovino ad avere le medesime condizioni di partenza a parità di competenze acquisiste e potenzialità dimostrabili. La nuova politica dovrà favorire i più idonei anziché i più ricchi. Questo punto si collega ad un altro molto importante:

«La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;»[9]

La società della nuova Europa non sarà una società dedita alla carità bensì una società dedita al lavoro. Dovranno essere create soluzioni assistenzialistiche per favorire i meno abbienti e risanare le disuguaglianze economiche e sociali che dividono il Paese. In questo modo le classi sociali saranno coinvolte in un processo di omogeneizzazione e si potranno abbattere definitivamente le differenze tra persone che causano conflitti e fratture all’interno della medesima società.

Nell’ultima parte del documento, Rossi punta a sciogliere un nodo politico-istituzionale che ha caratterizzato l’operato del fascismo e che verrà ridiscusso anche dai Padri Costituenti:

«Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l’alleanza col fascismo andrà senz’altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico.»[10]

La religione non dovrà più influire sulla vita politica e civile della società, i piani dovranno essere ben distinti e non influenzabili l’uno dall’altro.

Questi i punti fondamentali sui quali si dovrà basare la nuova comunità europea: una comunità libera dai totalitarismi (tanto nazi-fascisti quanto comunisti), una comunità dove i membri della società siano essenzialmente considerati come esseri umani e dove le differenze sociali vengano appianate da un serio lavoro politico volto alla piena espressione della persona; una comunità nella quale il lavoro sia il mezzo migliore per l’affermazione di sé e attraverso il quale ognuno possa apportare il proprio, positivo, contributo al miglioramento della società nella sua interezza in primo luogo, in secondo luogo al miglioramento dei rapporti internazionali che ispireranno anche gli altri Paesi del resto del mondo sino alla formazione di un unico e grande governo mondiale, fondato sulla pace e sul rispetto della persona umana in quanto tale.

 

 

 

[1] A. Spinelli, E. Rossi, E. Colorni “Il Manifesto per un’Europa libera e unita”, parte I La crisi della civiltà moderna, punto 1.

[2] Ibidem, punto 3

[3] Ibidem, parte II “I compiti del dopoguerra – l’unità europea”, corsivo mio.

[4] Ibidem, corsivo mio.

[5] E. Montale L’Europa e la sua ombra, 18/06/1949, in “Il secondo mestiere. Prose 1920/1978”, Mondadori, Milano 1996, tomo II, p. 822

[6] A. Spinelli, E. Rossi, E. Colorni “Il Manifesto per un’Europa libera e unita”, parte II I compiti del dopoguerra – l’unità europea

[7] Ibidem, parte III I compiti del dopoguerra – la riforma della società, corsivo mio.

[8] Ibidem

[9] Ibidem.

[10] Ibidem.

“Essere matita è segreta ambizione”, lo sguardo ai desideri nascosti

Di Gian Luca Nicoletta

 

Noi de Lo Specchio di Ego siamo sempre molto attenti allo studio delle vostre tendenze di lettura rispetto ai nostri articoli. E dunque grazie a un’attenta analisi fatta da Andrea Carria, abbiamo notato che la poesia di Valerio Magrelli “Essere matita è segreta ambizione” ha destato non poco il vostro interesse.
Per darvi giusta soddisfazione, quindi, dedicherò questo articolo a una tra le mie attività preferite: l’analisi del testo.

           Essere matita è segreta ambizione.
           Bruciare sulla carta lentamente
           e nella carta restare
           in altra nuova forma suscitato.
5          Diventare così da carne segno,
           da strumento ossatura
           esile del pensiero.
           Ma questa dolce
           eclissi della materia
10       non sempre è concessa.
           C’è chi tramonta solo col suo corpo:
           allora più doloroso ne è il distacco.

La poesia di Magrelli si presenta come un unico componimento, il quale non è diviso in strofe ed è caratterizzato da versi liberi. Tuttavia, per una migliore comprensione e analisi, possiamo suddividere il testo in quattro sezioni narrative: i versi 1-4; 5-7; 8-10 e 11-12.

I. vv. 1-4: il primo verso si apre con un’importante metafora, seguita da un’inversione. L’uso di questa figura sintattica ha il compito di dare maggior risalto alla parola che viene posta a fine verso, indipendentemente dal suo posto nell’ordinaria disposizione logica. Dunque ambizione è il sostantivo sul quale deve concentrarsi di più la nostra attenzione: in tutti noi c’è il desiderio profondo ma mai svelato, segreto. In cosa consiste questo desiderio? A questo punto è necessario sciogliere la metafora essere matita:  ciò vuol dire farsi segno scritto, diventare qualcosa che rimane sulla carta e che, anche in assenza di uno scrivente, rimane.
Bruciare sulla carta lentamente/e nella carta restare: 
prosegue il significato lanciato dalla prima metafora, ossia il desiderio di tutti noi segue la linea logica di una matita, la quale si consuma, brucia in quanto fatta di legno, sul foglio di carta mentre adempie compito per il quale è nata, ovverosia restare sulla carta ma in che modo? Ce lo dice Magrelli stesso, in una nuova forma, poiché non saremmo più un esile stelo di grafite, saremmo parola nuova, messaggio veicolato, ragionato e infine scritto.

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II. vv. 5-7: la metamorfosi della nostra ambizione, che coincide con noi stessi, prosegue nella prima metà del componimento, ci viene descritto molto più da vicino a cosa andiamo incontro quando decidiamo di farci matita. Diventiamo da carne segno, smettiamo i nostri panni umani e prendiamo le sembianze di qualcosa di molto più esile, una frase, una parola se non una sola lettera, e da mero strumento quale siamo nella nostra forma umana (uno strumento che può avere mille sfaccettature: una macchina per la riproduzione, un mezzo per produrre e svolgere lavoro…) assurgiamo a una funzione molto più nobile seppur sempre funzionale a qualcosa: ossatura esile del pensiero. Qui torna uno dei più grandi e studiati leitmotiv della letteratura mondiale: l’eterno scarto fra il pensiero e la parola, l’impossibilità tipica degli esseri umani di far coincidere quel che pensano con quanto scrivono. Possiamo conoscere tutte le parole del mondo, ogni sfumatura di significato di ogni sinonimo, ma non riusciremo mai a riprodurre fedelmente i nostri pensieri tramite la parola. Possiamo veicolare i messaggi, certo, dunque siamo ossatura ma rimarremo sempre un’ossature esile, fragile.

 

III. vv. 8-10: nella seconda metà del componimento però accade qualcosa. L’ambizione, come tutti i desideri, può non compiersi nonostante la nostra volontà e il nostro impegno. E come nell’Infinito di Leopardi dove la cascata di pensieri viene introdotta da una semplice tuttavia fatale congiunzione, allo stesso modo Magrelli attiva un’altra linea di pensieri dopo aver sigillato le speranze con un ma. La sublimazione del nostro corpo, il passaggio dallo stato solido di carne a quello più etereo di segno, definito come una vera eclissi non sempre è possibile, anzi, non sempre è concessa. In questo termine sta un altro dei motivi della letteratura, cioè tutto il mondo di discorsi e opere che ruotano attorno all’ispirazione poetica, la quale giunge da fuori tipicamente da Dio o, prima ancora, dalle Muse. Dunque la capacità di scrivere non è qualcosa che noi costruiamo, bensì una possibilità che ci viene concessa da qualcosa o qualcuno che si trova al di fuori di noi stessi.

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IV. vv. 11-12: cosa accade a coloro cui non viene concesso il privilegio di trasformarsi in matita, ossia di scrivere? Al termine della loro esistenza trapassano senza lasciare nulla di sé, chi non ha avuto questo dono tramonta solo. Lo sguardo di Magrelli si rivolge indirettamente a chi rimane in vita, persone che non hanno più nulla a cui aggrapparsi per poter ricordare la persona amata: non rimane un messaggio, una lettera, nemmeno un pensiero. Il taglio è brusco e la separazione è immediata, dunque il distacco diventa molto più doloroso.

Questo bellissimo componimento, così semplice nella lingua ma dai risvolti assai pregni di significato, rappresenta un invito a tutti noi a scrivere. Non a diventare scrittori, che è cosa diversa, ma più semplicemente a lasciare traccia dei nostri pensieri. Esistono i diari, che ultimamente vengono riscoperti dalla critica e dagli studi sull’autobiografia, anche di chi non ha mai fatto della scrittura creativa il proprio mestiere, come ci ricorda il bellissimo esempio dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.
In fondo tutti abbiamo questa segreta ambizione, cui potremmo concedere una possibilità se solo trovassimo il coraggio di fare i conti con la nostra intimità, con la profondità spesse volte oscura dei nostri pensieri.

Una città dentro: l’evoluzione narrativa in “Prima di perderti” di Tommaso Giagni

Di Gian Luca Nicoletta

 

Da tanto tempo avevo voglia di scrivere questo articolo, perché da tanto tempo avevo voglia di leggere Prima di perderti di Tommaso Giagni.
Se questo nome non vi è nuovo la causa può essere imputabile a due motivi: 1) siete dei veri bongustai della letteratura contemporanea; 2) avete letto il primo articolo che scrissi su questo autore e che trovate qui.

Oggi vi parlo, appunto, dell’ultima opera di questo scrittore che, secondo il mio parere di laureato in Lettere con una certa esperienza, farà strada. Anche questo romanzo è stato pubblicato da Einaudi nella collana “Stile libero – big” e pensate che dalla sua data di pubblicazione ho impiegato tre anni per riuscire a trovare il tempo per dedicarmici come merita, che vergogna!

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Ma veniamo al testo: il romanzo è diviso in due parti, intitolate rispettivamente “al primo sangue” e “all’ultimo sangue”. Il protagonista della vicenda si chiama Fausto e suo padre, Giuseppe, si è appena suicidato.
Non è un giallo, non ci sono assassini da scoprire, è tutto splendidamente chiaro: Giuseppe è un vigliacco, uno spaventato dalla vita, uno scrittore di biografie e che in quanto tale ha passato la propria sopravvivenza (dire vita sarebbe troppo) raccontando l’esistenza di altri. Non è uno scrittore mediocre, però, le sue biografie sono apprezzate ma tutti si domandano quand’è che prenderà in mano il proprio talento per produrre qualcosa di veramente suo. Anche qui non ci sono misteri: mai.

Ma allora cos’è che dobbiamo scoprire? Su quale aspetto della vicenda si concentra l’orizzonte d’attesa di chi legge? Sul rapporto tra Fausto e Giuseppe. Anche Fausto è uno scrittore, ma a differenza del padre lui ha avuto da subito un grande successo con i suoi romanzi, con le sue opere letterarie. Una tra queste, in particolare, torna sovente nel corso del testo e si tratta di Esoticoatto, opera molto significativa poiché rappresenta un romanzo nel romanzo il cui protagonista altri non è che uno dei personaggi secondari che lo stesso Giagni ha inserito nel suo libro d’esordio: L’Estraneo. Un bel gioco di rimandi che crea un’interessantissima rete che già Cesare Segre aveva battezzato intertestualità. Questo collegamento così forte, mi sono detto, non può essere casuale, e dunque ho deciso di leggere Prima di perderti alla luce de L’Estraneo e ora propongo a voi la mia interpretazione di questa lettura inter-testuale.

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Entrambi i romanzi sono ambientati a Roma e, come ne L’Estraneo, anche qui c’è un raffronto –  che ha sempre il sapore di una lotta fratricida – tra la Roma di periferia e la Roma bene (Roma di Quaresima e Roma delle Rovine, ricordate?). Fausto, dopo la morte del padre, decide una mattina di prendere le sue ceneri per poterle spargere in un grande prato adiacente a un cantiere che sembra esso stesso un’altra città. Qui arriviamo al secondo punto di contatto, la differenza fra ciò che viene antropologicamente definito “luogo” e cosa invece è “non-luogo” (dunque vi ripropongo la fondamentale lezione di Marc Augé per inquadrare meglio il discorso sulla città, mentre se volete fare un passo indietro in senso cronologico vi consiglio La metropoli e la vita dello spirito di Georg Simmel). Ma ecco che il romanzo prende una piega del tutto inaspettata: quando Fausto sta per spargere le ceneri del padre, a seguito di un improvviso fascio di luce si manifesta davanti a suoi occhi, in carne e ossa, Giuseppe! Un’apparizione? Un fantasma? La figura è solida, pienamente cosciente e parla direttamente col figlio.
Prende vita (scusate il gioco di parole…) in questo modo il confronto finale tra il protagonista e suo padre, ma ciò avviene con la struttura di un duello. Dopo Giuseppe, quindi, appaiono Benedetta, l’ex moglie nonché madre di Fausto; Catia, la sua ex ragazza, e un susseguirsi di persone, luoghi e non-luoghi che hanno avuto, in proporzioni e momenti diversi della vita del protagonista, un ruolo nella determinazione di chi è diventato Fausto oggi.

Ciò che mi interessa evidenziare (non proseguirò con la trama perché vi consiglio caldamente di acquistare il libro) è l’evoluzione della narrativa che ho visto con questo secondo testo di Tommaso Giagni, in particolare confrontandolo col primo.
Vedete, se ne L’Estraneo il protagonista anonimo si aggira per Roma, vuole vivere i quartieri periferici dopo aver già tentato di vivere i quartieri ricchi della capitale, dunque c’è un’unità atomica che esplora lo spazio circostante, in questo secondo romanzo il rapporto è completamente invertito: è l’ambiente che si coagula all’interno di un’unità atomica, definendo l’identità di quest’ultima non più come risultato dei luoghi che vive nel presente ma come risultato dei luoghi che ritrova nella memoria e che rivive attraverso un’esperienza intima. L’Estraneo è un romanzo fortemente incentrato sul presente: una nuova vita, un nuovo quartiere, una nuova ragazza; mentre Prima di perderti è fortemente incentrato sul passato: il rapporto che Fausto aveva coi genitori, il rapporto che lui aveva con la fidanzata, il quartiere dove lui viveva prima di andare a stare da solo. Rimane la dinamica, che poi può essere definita come una delle cifre stilistiche e narrative di Giagni, che vede al centro l’individuo e lo spazio che vive/non-vive, ma c’è stato un radicale ribaltamento di punti di vista che, come tutte le cose ribaltate, offre notevoli spunti di riflessione e approfondimenti interpretativi per l’uno e l’altro testo.

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Questa evoluzione apre anche un altro grande capitolo che supera, in termini di ampiezza, il discorso su Giagni e copre ogni scrittore che voglia fare questo mestiere seriamente: la ricerca. Scrivere un’opera letteraria vuol dire prima di tutto confrontarsi con sé stessi. Non per scrivere di esperienze segnanti nel proprio vissuto (quello lo reputo facoltativo), piuttosto per calibrare quanto si è in grado di cogliere sfumature, temi, “segni e motivi” per dirla con Avalle, che una volta organizzati in maniera organica possono dar vita a un testo letterario. Trovata una combinazione sarebbe quanto meno mediocre limitarsi alla ripetizione meccanica della stessa, operando una banale sostituzione di nomi, luoghi e sostantivi. Chiunque voglia diventare un professionista dello scrivere (e non dico questo da una cattedra, ma affondando fino ai fianchi nel terreno da arare della mia abilità di scrittura) ha il compito di ricercare nuovi punti di vista, nuove prospettive di un essere umano che si confronta con l’esistenza multiforme di ciò che accade nel mondo, sia fisico che interiore.
Questo Tommaso Giagni lo sta facendo bene, e gli auguro di continuare così!

C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… parte VI

Di Gian Luca Nicoletta

 

La nostra rassegna sull’esperienza dell’Europa, in chiave letteraria, filosofica e, più ampiamente, intellettuale si trova al giro di boa. Con l’articolo di oggi affrontiamo la questione europea dal punto di vista di un intellettuale svizzero che ha vissuto in Francia, in Germania durante il nazismo, e poi negli Stati Uniti durante gli anni più aspri del secondo conflitto mondiale: Denis De Rougemont.

La conferenza di De Rougemont si apre con un’affermazione significativa:

«On m’a prié de vous parler ce soir d’une Europe à laquelle je reviens après six ans d’absence, et certains événements.»[1]

Sappiamo che l’impegno letterario, civile e politico di De Rougemont si è manifestato maggiormente in direzione federalista ed anti-totalitarista e dunque leggere questa sua affermazione alla luce delle sue esperienze sia di intellettuale e scrittore impegnato (la fondazione della Lega del Gottardo nel 1940 e nello stesso anno la pubblicazione di Mission ou Démission de la Suisse), sia di scrittore in esilio negli Stati Uniti, seppur per motivi di sicurezza (è del 1941 il suo The heart of Europe: Switzerland, a small scale model of a working federalized Europe), ci aiuta a guardare alla questione dello studio dello spirito europeo in tutta la sua problematicità.

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Il punto di vista dal quale De Rougemont scrive è quindi interno per quel che riguarda la concezione e l’esperienza di appartenenza alla cultura europea, ma allo stesso tempo esterno per quel che concerne gli anni più violenti della guerra, lo scrittore ha infatti trascorso all’estero il periodo tra il 1940-’41 e il 1946.

De Rougemont, scrive, si sente come se tornasse a parlare con una vecchia amica, l’Europa, che non vedeva da anni e il primo giudizio è un giudizio d’insieme: tutta l’Europa ha perso la guerra, inutile negarlo.
De Rougemont spiega il perché di quanto dice: egli sostiene che Hitler è stato sconfitto militarmente ma durante la guerra lui e tutti i nazisti che con convinzione lo hanno seguito hanno lasciato del segni che valgono una vittoria. Per spiegarsi meglio lo scrittore ricorre a una similitudine: poniamo che due uomini, uno violento che inneggia alla brutalità e un gentiluomo che crede nella diplomazia, si confrontino. Se il violento decidesse di aggredire il gentiluomo e questi reagisse per difendersi, nessuno dei due sarebbe più distinguibile durante la rissa. Anche in caso di vittoria del gentiluomo, egli sarebbe tumefatto, sporco, con gli abiti stracciati. Il gentiluomo avrebbe vinto, ma la brutalità avrebbe senz’altro vinto su di lui. Questo, secondo De Rougemont, è esattamente ciò che è accaduto all’Europa.

La similitudine ora impiegata non va interpretata come se l’Europa-gentiluomo sia stata aggredita da un violento estraneo, bensì l’opposto. Sia il violento che il gentiluomo sono entrambi europei:

«L’Europe a été façonnée par le judéo-christianisme, par la notion grecque de l’individu, par le droit romain, par le culte de la vérité objective, et malgré le nationalisme. Hitler représentait exactement, et point par point, le refus et la destruction de tous ces éléments – l’anti-europe.»[3]

Sino ad ora si è visto trattare il fenomeno del nazi-fascismo in modi diversi: l’esasperazione delle diversità per Benda; una tappa inevitabile di un processo secondo Flora; un vero e proprio dramma per Guéhenno. Tuttavia nessuno fra gli intervenuti ha considerato con palese coscienza autocritica il fatto che quello del nazi-fascismo sia stato un fenomeno tutto europeo e non una violenza perpetrata ai nostri danni da parte di un corpo alieno: gli europei si sono fatti la guerra tra loro e sempre loro hanno distrutto l’idea di Europa che i sopravvissuti al conflitto (la medesima generazione che ha dato inizio alla guerra) hanno poi pianto.

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Il discorso di De Rougemont prosegue su questa linea che potremmo definire di disincanto: l’intellettuale richiama alla memoria dei presenti alcuni elementi che hanno fatto grande l’Europa ma che poi si sono rivelati nocivi.

Come in principio del suo intervento, si parte da una premessa significativa:

«Avant cette guerre, le nom d’Europe évoquait un foyer intense dont le rayonnement s’élargissait sur tous les autres continents. L’Europe nous semblait donc plus grande qu’elle n’était.»[4]

E poi di seguito:

«Pendant des siècles d’expansion irrésistible, impérialiste ou généreuse, l’Europe a diffusé sur la planète, sans distinction, ses découvertes et ses utopies, les secrets mêmes de sa puissance et les germes de ses maladies.»[5]

Questo passaggio si collega a ciò che hanno in precedenza sostenuto Francesco Flora e Jean Rodolphe De Salis: l’Europa ha plasmato, direttamente o indirettamente, usi, costumi, modi di pensare e agire che possono essere rintracciati in tutto il mondo. Il nodo da sciogliere è: quanto c’è di buono in tutto quello che nel corso dei secoli abbiamo esportato, o meglio, perché non riconosciamo più come europeo ciò che nacque da “germi europei”? Con il nostro esplorare e colonizzare il mondo abbiamo trasmesso ad altre culture ciò che avevamo sia di positivo che di negativo; ed ora siamo noi stessi a pagarne le conseguenze dovendo esser costretti ad assistere alla rovina dell’Europa mentre i suoi stessi frutti, da fuori, la conquistano:

«Née d’analyses et de pressentiments de nos défaillances interne, elle (l’idée de progrès) se voit confirmée et comme objectivée par la rapide élévation de deux empires extra-européens. Ce sont eux qui ont gagné la guerre, et non pas nous. Ce sont eux qui ont repris en charge le Progrès et la foi au progrès. Et nous restons avec l’héritage d’une défaite, notre conscience inquiète et fatiguée, notre scepticisme lucide…»[6]

Qualcosa non ha funzionato durante il processo di “esportazione dell’Europa”. De Rougemont guarda direttamente agli Stati Uniti e all’U.R.S.S. definendoli, neanche troppo metaforicamente, “imperi extraeuropei” decretando ciò che per lui è già realtà. Una questione alla quale però continua a pensare riguarda le fondamenta di quelli che potremmo definire i nuovi impero d’Occidente e impero d’Oriente che ad oggi si disputano il mondo: se questi derivano direttamente dall’Europa, perché gli elementi europei sui quali si fondano non hanno prosperato nel nostro continente?

«Mais alors, comment et pourquoi ces créations européennes n’ont-elles pas connu en Europe leur plein succès ? Et comment et pourquoi, hors d’Europe, ont-elles subi cette croissance gigantesque ? Pourquoi n’ont-elles produit chez nous ni tout leur bien, ni tout leur mal ? C’est qu’en Europe, elles se trouvaient toujours en état de composition, tandis qu’ailleurs, pour le bien et le mal, elles se sont déployées sans freins ni contrepoids.»[7]

Stando al passaggio, si può dedurre che la stessa colonizzazione del mondo da parte degli europei abbia consentito ai due imperi di trionfare. Evidentemente l’impiantare e lasciar radicare in culture altre i «segni e i motivi» sviluppati per primi in Europa ha permesso ai nuovi imperi di svilupparsi naturalmente e dunque in questo modo si è potuto verificare che i germi della classe imperialista e borghese hanno dato vita all’impero statunitense, mentre quelli di provenienza socialista e operaia hanno generato l’impero U.R.S.S.

L’Europa, al contrario, essendo il luogo d’origine dello “stato di composizione” dei segni e dei motivi poi esportati non ne ha sviluppato pienamente nessuno e quindi si è giunti allo scontro omicida.

Alla fine del conflitto, una volta che sono state raccolte le macerie, che cosa rimane però? Si è ben visto come tutti siano certi del fatto che sia necessario andare avanti e non ricostruire i miraggi di vecchie glorie mai realizzate; ma concretamente quali solo le prospettive che si profilano per l’Europa?

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De Rougemont tenta una previsione: si domanda se, considerando il momento storico che tutti stanno vivendo, sia ancora possibile parlare di una «défense de l’Europe» e dunque ostinarsi a rimanere ancorati ai propri resti e alle proprie rovine, o piuttosto chiamare in soccorso «forces jeunes». In fin dei conti, a che valgono i lamenti di dolore se non c’è più nulla da perdere? La via migliore per ricostruire l’Europa è quella di concentrarsi sulle nuove generazioni, quelle che vivranno la loro vita senza il ricordo della guerra: quale sarà dunque la loro Europa? Sarà un museo per la contemplazione di un sogno irrealizzato o sarà una colonia di uno dei due nuovi imperi?

«… une Europe américanisée – ce serait par goût – soviétisée – ce serait par contrainte – dans les deux cas colonisée. Un musée ou une colonie… autant dire : une Europe absente…»[8]

 Museo o colonia, in entrambi i casi l’Europa perderebbe la propria voce e sarebbe irrimediabilmente assente. L’assenza derivante dalla sua museificazione sarebbe dovuta allo svuotamento di tutte le sue forze una volta motrici: non ci sarebbe più nulla di nuovo se non un perpetuo ricordare. L’assenza, forse più grave, che deriverebbe dalla colonizzazione sarebbe dovuta allo schiacciamento che le nuove forze dominanti eserciterebbero sul nostro continente senza lasciar spazio a nuove forme di autocoscienza.

L’unica alternativa a questo scenario annichilente, secondo De Rougemont, è il ritorno ad una concezione della vita, sia dal punto di vista sociale che politico, di cui l’essere umano è il centro.

«Ce n’est donc pas au nom de je ne sais quel nationalisme européen qu’il nous faut défendre l’Europe, mais au seul nom de l’humanité la plus consciente et la plus créatrice de l’homme.»[9]

Particolarmente evidente in questo passaggio è il collegamento con il pensiero di Francesco Flora: entrambi sostengono che il futuro dell’Europa non si fonderà su assetti politici nuovi ma sul ruolo chiave che avrà la coscienza dell’uomo nei confronti di sé stesso; prima di tutto fuori da qualsiasi appartenenza culturale o nazionale.

 

 

 

[1] Denis De Rougemont in R.I.G., conferenza dell’8 Settembre 1946, p. 172

[2] Ibidem, p. 173, corsivo mio

[3] Ibidem, p. 174

[4] Ibidem, p. 179

[5] Ibidem, p. 180, corsivo mio

[6] Ibidem, p. 178, parentesi mia, corsivo del testo

[7] Ibidem, p. 180, corsivo del teso

[8] Ibidem, p. 184

[9] Ibidem, p. 184

Brucia un monumento, brucia un romanzo

Di Gian Luca Nicoletta

 

Sicuramente avrete visto i telegiornali di ieri sera, i titoli a caratteri cubitali sui social: la cattedrale di Nôtre Dame de Paris è andata a fuoco.

A leggerlo si fa fatica a crederci, anche le immagini che inondano home, bacheche, tv e carta sembrano fotomontaggi di un film apocalittico statunitense ma invece così non è. Uno dei simboli della cultura occidentale, uno dei monumenti più visitati (circa 13 milioni di visitatori ogni anno, 13.000.000!) non più tardi di ieri ha vissuto una transizione storica: da immagine a ricordo. Non so se sarà possibile ricostruirla, certo è che siamo tutti profondamente segnati.

Quando ho visto le prime immagini in tv, ho immediatamente pensato al romanzo di Victor Hugo, Nôtre Dame de Paris, al quale sono molto affezionato e a cui la cattedrale è strettamente legata e non solo per essere il luogo deputato a fulcro di tutta l’azione narrativa.

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Prima pagina del manoscritto Nôtre Dame de Paris. 1482. Fonte: BNF bibliothèque nationale de France

Il romanzo di Hugo fu pubblicato per la prima volta nel 1831 e, come in tutti i romanzi storici europei dell’epoca, la vicenda viene ambientata in un passato ben documentato e immerso nel medioevo. In particolare ci troviamo nella Parigi di fine XV secolo, sotto il regno di Luigi XI e durante il papato di Sisto IV. Se leggendo questo articolo vi viene in mente l’adattamento della Disney, sappiate che siete ampiamente fuori strada!

Premetto che ho letto questo romanzo molti anni fa (più di quanti ne voglia ricordare!) ma ancora oggi ricordo distintamente due tratti che porto sempre con me quando leggo un romanzo storico o quando scrivo: le descrizioni infinitamente minuziose e la doppia natura dei personaggi.

Veniamo al primo punto: uno dei capitoli di Nôtre Dame è interamente dedicato alla descrizione di Parigi, il titolo è infatti Parigi a volo d’uccello se la memoria non m’inganna. Circa quaranta pagine di una città medioevale vista dall’alto, con tutti i suoi tetti, le stradine infangate, la senna che si muove pigra e sinuosa; un’intera città che, dalla prospettiva di Hugo e anche dalla nostra, ricorda molto più un villaggio che una metropoli moderna. Questo lungo e a volte difficoltoso capitolo, che potrebbe sembrare più un esercizio di stile che vera e propria produzione letteraria, svolge in realtà una funzione importantissima: calare chi legge nel mondo antico e ritrovato del tardo medioevo francese (preciso che all’epoca dei fatti le Americhe non erano ancora state scoperte).
In mezzo a queste viuzze, su un’isola fluviale che per i romani potrebbe ricordare l’isola Tiberina, sta la cattedrale di Nôtre Dame: vecchia, austera, rigida.

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Gli inquilini della cattedrale, chi non li conosce, sono i due protagonisti dell’intera opera: Quasimodo e Claude Frollo. Il primo è il beniamino di tutti noi bambini, il secondo un personaggio tutto da scoprire e dalle interpretazioni assai contrastanti.
Come vi accennavo prima, dimenticate la Disney e pensate al complesso lavoro di uno scrittore del calibro di Victor Hugo: rispetto alla doppia natura dei personaggi io ancora oggi sono fermamente convinto che il Claude Frollo del romanzo sia essenzialmente un personaggio buono! La sua psicologia viene presentata attraverso i suoi gesti, le sue letture e i suoi esperimenti. Infatti Frollo è un fine intellettuale, uno studioso divoratore di libri e alchimista, il quale passa molto del suo tempo chiuso in un piccolo studio in uno dei punti più difficili da raggiungere della grande cattedrale.

Il suo amore per Quasimodo è genuino, sebbene torbido nelle manifestazioni. Severo quanto volete, austero e imperscrutabile nei modi e nelle intenzioni, ma in tutto il romanzo è la figura che più si avvicina, per il gobbo storpio, cieco a un occhio e sordo, a un padre. L’arrivo della giovane Esmeralda a Parigi destabilizza un equilibrio che si nutriva della sua stessa stasi: i due cedono all’amore e questo, seppur mai confessato apertamente, macera una relazione che si basava, continuo a ripeterlo, sull’affetto.

Non proseguirò su questa linea e smetterò immediatamente di sconvolgere tutte le vostre credenze e l’iconografia di un Frollo scuro, crudele e vile che ci hanno tramandato i cartoni. Protagonista indiscussa del romanzo, e di questo articolo, stasera è la cattedrale.
Dovete sapere infatti che all’epoca della stesura e pubblicazione del romanzo, la nostra Nôtre Dame versava in uno stato che oggi definiremmo di totale incuria: tetti pericolanti, legno marcio, abbandono. Nessuno, guardando la grande chiesa, pensava a un simbolo per la propria città. Questo è stato uno dei motivi che ha spinto Hugo a eleggere quel luogo diventato poi così familiare per tutti noi: uno dei temi fondamentali del romanticismo nordeuropeo (nord francese, inglese, tedesco, danese) è la riscoperta del medioevo. I romanzieri romantici vedono nel medioevo quello che gli scultori rinascimentali vedevano nell’arte classica: un modello da imitare ma, prima ancora, da riscoprire. Per questo la cattedrale, sola e abbandonata, così gotica e medioevale, non poteva essere lasciata lì, senza lode, no! Divenne così luogo d’ambientazione di un romanzo che riscosse un grande successo e, sulla sponda di quel successo, finalmente ricevette un importante quanto accurato lavoro di restauro, giungendo ai nostri occhi così come la vediamo oggi.

O meglio, come la vedevamo fino a ieri.

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