Quando i bambini mangiavano glutine: un abbaglio scientifico dal sapore italiano

Di Andrea Carria

 

Di recente mi è capitato fra le mani un libretto (ossia un opuscolo) che quando lo apro provoca ogni volta il mio sorriso amaro. Ciò è dovuto alla mia storia personale, ma in sé si tratta invece di un documento interessantissimo che dovrebbe ricordarci quante battute d’arresto e cantonate debba prendere la scienza prima di progredire.

Gli incidenti costellano la storia della scienza fin dalle sue origini e sono previsti da quello che viene insegnato nelle scuole di tutto il mondo con il nome di metodo scientifico. Le probabilità che si verifichino aumentano però quando la scienza si combina con la tecnica, la quale, fungendo spesso da suo braccio armato, ne potenzia a dismisura gli effetti. In teoria non c’è niente di strano o di esecrabile, anche perché solitamente sia la scienza che la tecnica si pongono al servizio dell’umanità e del suo benessere. Quando però questi incidenti si ripercuotono direttamente sulla vita delle persone (e il pensiero corre veloce al caso Eternit e a tutti gli altri disastri di questo tipo), la ragione ha il suo bel da fare nell’addolcire la pillola e serve a poco dire che si è trattato di effetti inaspettati.

Per venire al tema di oggi, il libretto in questione è una pubblicazione a scopo divulgativo dei primi anni Quaranta, a cura «dell’ufficio scientifico della S. A. Gio. & F.lli Buitoni Sansepolcro», la nota azienda alimentare toscana che in Italia fu una delle prime a compiere ricerche sulle proprietà nutrizionali del glutine. Ora, dimenticatevi quello che sapete sul glutine e sulla celiachia oggi perché vi porterebbe fuori strada. Ricordatevi, siamo nei primi anni Quaranta, nel 1943 per l’esattezza, e allora fisiologi e biochimici di fama riponevano sul glutine grandi aspettative!

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Da celiaco nato e cresciuto in Valtiberina, potete capire il perché del mio sorriso amaro! Il glutine, il mio nemico, non solo veniva prodotto negli stabilimenti per essere poi aggiunto alle preparazioni alimentari, ma all’epoca ciò avveniva anche grazie all’impulso tecnologico e industriale di una delle maggiori aziende della mia terra!

«Scendemmo a Sansepolcro, all’estremo limite della Toscana. Il viaggio mattutino tra vallate incantevoli e un’aria limpida e frizzante di primo autunno mi prometteva una giornata serena ed interessante».

Che cos’è il glutine (questo il titolo dell’opuscolo) inizia così. Si tratta della cronaca di una visita agli stabilimenti Buitoni di Sansepolcro da parte di un anonimo — ipotizzo, giacché non lo dice — inviato del Ministero. Il viaggio in treno a cui fa riferimento e il verbo scendere impiegato proprio all’inizio, lasciano infatti intendere che l’autore provenga da Arezzo (una delle fermate sulla linea Roma-Firenze), allora collegata a Sansepolcro dalla Ferrovia dell’Appennino Centrale Arezzo-Fossato di Vico (FAC), poi distrutta dai bombardamenti bellici e mai più ricostruita. Il taglio narrativo di questo breve scritto (appena una trentina di pagine) lascia gradualmente il passo a dati e nozioni tecniche che intendono fornire al lettore un quadro generale sulle scoperte riguardanti il glutine e sui benefici che questa proteina avrebbe portato all’alimentazione.

Il glutine venne scoperto nel 1728 dal bolognese Jacopo Bartolomeo Beccari (ricordato soprattutto per essere stato il maestro di Luigi Galvani), e la prima caratteristica che venne notata era la sua somiglianza con la carne. Più tardi, nel 1819, Gioacchino Taddei ne descrisse la struttura distinguendo due parti proteiche che chiamò gliadina e zimoma, oggi glutenina. Da quel momento il glutine cominciò a essere studiato con sempre maggior interesse — il boom degli studi si ebbe proprio in Italia a partire dal 1929 — perché esso costituiva uno dei composti vegetali con la maggiore quantità di proteine e aminoacidi, tanto da meritarsi l’appellativo di «carne vegetale».

In un periodo in cui una larga fetta della popolazione dei paesi più sviluppati non poteva ancora contare su un regime alimentare adeguato, gli scienziati credettero di aver compiuto una scoperta importantissima, e i toni entusiastici che si incontrano nelle loro pubblicazioni, compreso il mio libretto, ne danno prova.

Ma ancora non siamo arrivati a dire della cosa veramente decisiva, ossia che il glutine poteva essere prodotto industrialmente, e che gli stabilimenti Buitoni di Sansepolcro erano uno dei centri meglio attrezzati. L’autore fornisce una breve spiegazione del procedimento, e quando ha finalmente sotto agli occhi il risultato finale, queste sono le parole intrise di partecipazione che usa per descriverlo:

«[…] la massa del glutine, bianco-giallastra tenacissima sembrava davvero un gran muscolo bianco, ricco di lacerti e lacinie e mi colpiva la suggestiva somiglianza con quella che vien detta comunemente carne, cioè con la parte muscolare degli animali commestibili».

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Una massa di glutine appena lavorata (foto tratta dal volume)

A questo punto il glutine era pronto per essere integrato nella preparazione dei prodotti alimentari dell’azienda, i cosiddetti glutinati.

«Una normale farina contiene l’8-10% di glutine; con  l’aggiunta di quantità opportune di glutine fresco, estratto da farine selezionate, si ottiene con accorgimenti brevettati speciali, il prodotto glutinato al 25% di sostanze proteiche. È ovvio l’aumento notevolissimo del potere nutritivo dell’alimento: rilevarsi, ancora, che il prodotto assume un sapore gradevolissimo, squisito, e riesce di massima digeribilità e assimilabilità [sic!]».

La digeribilità del glutine è proprio lo scoglio insormontabile di fronte al quale oggi si trovano i celiaci, per i quali l’assunzione di alimenti contenenti glutine provoca l’infiammazione cronica della mucosa intestinale e l’atrofia dei villi (le piccole appendici che rivestono la mucosa e che consentono l’assorbimento delle sostanze nutritive), tuttavia all’epoca c’era una totale ignoranza al riguardo. Anzi, come si è visto, c’era l’assoluta sicurezza che il glutine fosse perfettamente digeribile e assimilabile, e non solo da parte di persone adulte e in salute. Insieme ai debilitati e ai malati di vario genere, i bambini furono infatti i destinatari principali dei prodotti dietetici glutinati, ai quali la classe medica tout court attribuiva grandi meriti per una crescita sana e un precoce sviluppo.

«Del resto quale medico ormai non usa la pastina glutinata per i propri bambini, per i convalescenti, per i malati?».

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Gli stabilimenti Buitoni a Sansepolcro, oggi non più esistenti (foto tratta dal volume)
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Sansepolcro oggi in una veduta aerea

Oggi le cose non sono più così e purtroppo sappiamo che il glutine arreca più svantaggi che vantaggi. Svantaggi che, in questo specifico caso, conservano però un collegamento diretto con le scelte compiute in passato, a cominciare dalla selezione effettuata sui grani sia per la loro resa sia per le loro caratteristiche organolettiche. Non solo a livello industriale, dove la produzione di linee dietetiche specificamente formulate per celiaci continua a espandersi, ma anche a livello agronomico, oggi la tendenza è quella di privilegiare cereali e grani antichi, dimenticati fino a tempi molto recenti e quindi letteralmente da riscoprire.

Anche Sansepolcro è una realtà molto diversa da quella che era allora. La fiorente cittadina che a inizio Novecento vedeva crescere il proprio indotto attorno all’azienda Buitoni da un lato e ai tabacchifici dall’altro, oggi ha perso entrambi i suoi poli produttivi e pure il collegamento ferroviario con il capoluogo di provincia, Arezzo (attualmente è il terminal Nord della Ferrovia Centrale Umbra, sebbene proprio il suo tratto settentrionale sia protagonista di una storia tutt’ora molto travagliata…). In compenso ha investito molto sulla cultura, promuovendo in Italia e all’estero lo straordinario patrimonio artistico lasciatole in eredità dal più glorioso dei suoi figli, Piero della Francesca, tra i quali ricordo il maestoso affresco della Resurrezione (1450-1463), custodito presso il Museo Civico.

La Buitoni, nata come azienda familiare, oggi è un marchio della multinazionale Nestlé. Lo storico stabilimento di Sansepolcro, nel Dopoguerra ricostruito nella zona industriale di Santa Fiora, seppur tra mille difficoltà e cicliche minacce di chiusura, è attualmente attivo. Da circa un anno a questa parte non più attivo è invece il centro ricerche di Casa Buitoni, la bella residenza di famiglia costruita alla fine dell’Ottocento e che da allora domina dall’alto sull’abitato di Sansepolcro (era la villa che per tanto tempo si trovava riprodotta sul logo dell’azienda). Molti cronisti locali hanno giustamente ricordato che il centro ricerche era l’ultimo legame che univa il marchio al territorio valtiberino dove nacque nel lontano 1827, e ora il suo destino è incerto. Le voci più insistenti dicono che diventerà un resort di lusso al pari di tanti altri, magnifici siti della nostra bella ma depredata Italia.

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Casa Buitoni sulle colline sopra Sansepolcro (Fonte: Huffingtonpost.it)
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