Ghost Town: 8 luoghi da scoprire dal divano aspettando la riapertura

Di Andrea Carria

 

In queste settimane a casa mi sono imbattuto in una serie di documentari che, oltre a costituire un inquietante parallelismo con la situazione attuale delle nostre città, mi hanno permesso di viaggiare dal divano e di affacciarmi su un mondo di cui fino ad allora conoscevo poco o nulla: quello delle ghost town, le città fantasma.

Su Rai Play Ghost Town è il titolo della serie che ho guardato io: 8 puntate alla scoperta dei paesi disabitati sparsi per l’Italia, e qualcuno anche in giro per il mondo. L’attore e fotografo Sandro Giordano è la guida che conduce lo spettatore fra le macerie di questi posti usciti dalla grazia di Dio, destreggiandosi fra percorsi impervi, nottate all’addiaccio, fotografie e interviste ai testimoni. È una serie ben fatta, intrigante e che consiglio a tutti di vedere.

Ma come fa una città, un paese a perdere tutti i suoi abitanti e diventare una ghost town? Non esiste un’unica ragione, eppure la casistica è alquanto ridotta e quasi sempre è legata a un evento catastrofico come un’alluvione o un terremoto.
Le 8 località che vi presento qua sotto sono quelle che Sandro Giordano ha visitato per la realizzazione dei documentari. Quando l’emergenza da Coronavirus sarà rientrata, potrebbero essere mete per delle gite fuori porta, ma intanto accontentiamoci di vederle in questo articolo e poi, soprattutto, sperando che raccogliate l’invito, gratuitamente on line.

Pyramiden (Isole Svalbard, Norvegia). Il primo episodio della serie si svolge alla latitudine estrema del circolo polare artico. Qui, nell’arcipelago delle Isole Svalbard, dove è più facile incontrare un orso bianco che un’altra persona, c’è la ghost town di Pyramiden, un’enclave russa in terra di Norvegia che durante l’Unione Sovietica fu un centro minerario attivissimo, dedito all’estrazione del carbone. Al tempo del suo massimo splendore Pyramiden contava un migliaio di abitanti, i quali alloggiavano negli enormi casermoni concepiti dall’architettura comunista: palazzi immensi di molti piani i cui appartamenti godevano di ogni comodità tranne una: la cucina. Tutti i pasti venivano infatti consumati in comune nella grande mensa, pure questa, al pari dei casermoni, una caratteristica della filosofia sociale comunista.
Per quanto attiva e ricca, Pyramiden non sopravvisse a lungo al tracollo dell’Unione Sovietica. Dopo un incidente aereo nel quale rimasero uccisi molti dei suoi abitanti, gli ultimi residenti lasciarono la cittadina nel 1998 a seguito della decisione del governo russo di chiudere la colonia. Oggi a Pyramiden vivono solo sei guardiani incaricati della manutenzione delle strutture.

Pyramiden
La Piazza Rossa di Pyramiden con in primo piano il busto di Lenin

Apice (Bn). Nella storia di Apice i terremoti sono sempre stati una costante, ma quelli che hanno inciso di più sul suo destino si sono verificati nel Novecento a meno di venti anni di distanza l’uno dall’altro. Il primo fu quello del 1962, che lesionò gravemente il paese costringendo parecchi residenti a trasferirsi ad Apice Nuova, l’abitato che venne costruito a seguito di quell’evento. Il colpo di grazia arrivò diciotto anni dopo, la notte del 23 novembre 1980, quando a tremare fu tutta l’Irpinia. Apice, già danneggiata ma ancora in piedi almeno in parte, non resse il nuovo urto e si spopolò completamente. Oggi è una ghost town dove, tra la vegetazione che ha invaso i suoi ruderi, si può solo intuire la vivacità che la contraddistingueva osservando ciò che rimane delle sue piazze e dei suoi palazzetti nobiliari, sui quali veglia, ancora oggi imponente, il Castello dell’Ettore. 

Craco (Mt). In Basilicata, il borgo di Craco domina ancora oggi il territorio circostante dall’alto dei suoi quasi 400 metri. A dargli ulteriore slancio è la Torre Normanna, posta proprio in vetta all’abitato, il quale è costituito da costruzioni in pietra che quasi si confondono con il colore delle rocce cui sono aggrappate. Nonostante il carattere pittoresco, Craco è un paese fantasma dal 1963, quando gli smottamenti provocati da una violenta alluvione determinarono il suo spopolamento. Buona parte del suo territorio comunale è infatti a elevato rischio idrogeologico (i calanchi che si osservano in zona non sono mai state bellezze naturali sorte lì a caso), una circostanza che purtroppo non è stata tenuta in adeguata considerazione nemmeno quando, negli anni ’60, venne costruito il nuovo abitato di Craco Peschiera, il quale accolse una parte degli sfollati del centro storico. Gli altri — forse addirittura più di quelli che rimasero — presero la via dell’emigrazione e si dispersero in giro per il mondo, dall’America all’Australia, e ancora oggi cercano di mantenere viva la memoria del paese di origine mediante associazioni o gruppi social.

Bodie (California, USA). In quella che oggi è solo una landa desolata della California orientale, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 dell’Ottocento si estendeva una fiorente cittadina che contava diverse migliaia di abitanti. Il suo nome, Bodie, era quello del primo cercatore che scoprì oro in quel territorio nel 1859, dando iniziò a uno dei capitoli più emblematici della Gold rush statunitense. Il destino di questa città di frontiera era legato a filo doppio con i suoi giacimenti auriferi: l’inizio fu così entusiasmante che Bodie nacque e raggiunse l’apice del proprio sviluppo nel giro di pochissimi anni, ospitando tutte quelle attività che caratterizzavano la vita di una città dell’epoca. Oltre alle miniere, cuore pulsante di Bodie erano i saloon; lungo la Main Street se ne contavano a decine, e c’è da scommettere che le scene che si potevano vedere al loro interno fra gli avventori non fossero troppo diverse da quelle che il cinema western avrebbe immortalato anni dopo.
La fine di Bodie fu segnata dall’esaurimento dei filoni minerari. Già prima dell’inizio del nuovo secolo, la città aveva perduto irrimediabilmente il proprio slancio e stava cominciando a spopolarsi. Tra inverni rigidi, siccità, epidemie, terremoti e incendi in particolar modo, Bodie sopravvisse alla bell’e meglio fino agli anni ’40 del Novecento, quando anche gli ultimi irriducibili se ne andarono, riconsegnando la città al deserto al quale l’avevano solo momentaneamente sottratta.

Craco
Veduta di Craco

Romagnano al Monte (Sa). Il terremoto dell’Irpinia del 1980 è tra i più devastanti che l’Italia ricordi, e oggi il borgo di Romagnano al Monte è uno dei luoghi simbolo di quel disastro. Fino al giorno prima di quel fatidico 23 novembre, Romagnano era un paese vivo sebbene di dimensioni limitate. Costruito su un costone roccioso a strapiombo sulle gole del torrente Platano, ciò che oggi rimane di Romagnano al Monte sono pochi ruderi e un panorama mozzafiato sull’Appennino Calabro-Lucano. Il terreno era così impervio e lo spazio a disposizione così limitato che le case di Romagnano si susseguono le une in fila alle altre sulla strada principale, conferendo all’abitato un impianto stretto e allungato che si allarga solo attorno alla piazza. Qui si affacciano la chiesa madre e lo spiazzo sopraelevato dove un tempo si ergeva un castello. Nei secoli, la scarpata intorno al castello andò a ospitare varie abitazioni le quali, disposte ad anelli concentrici e ad altezze sfalsate, conferiscono a Romagnano al Monte l’aspetto di un paese-presepe.

Roghudi (Rc). Le gole dell’Aspromonte assicurano un isolamento naturale nel quale non soltanto uomini e animali possono vivere pressoché indisturbati, ma anche, a quanto pare, le lingue. Roghudi, il cui ultimo avamposto è un’enclave nel comune di Melito di Porto Salvo, è stato per secoli e secoli uno sperduto borgo di montagna dove si parlava il grecanico, un dialetto antichissimo risalente al tempo in cui i primi coloni Greci giunsero sulle sponde della Magna Grecia calabra. In epoca moderna, l’area e la vitalità del grecanico si sono sempre più ridotte, ma non sempre per mano o volontà degli uomini. Nel 1971 una violenta alluvione fece franare una parte del costone roccioso sul quale è abbarbicato il paese, decidendone così la sorte. Roghudi, dichiarato inagibile, venne abbandonato dai suoi abitanti che si spostarono nella frazione di Ghorìo (poi anch’essa evacuata due anni dopo a causa di una nuova alluvione), oppure nei comuni limitrofi tra cui Melito di Porto Salvo, dove più tardi sarebbe sorta l’enclave.
Oggi l’antico borgo di Roghudi è una ghost town veramente spettrale. Lo sperone di roccia dove fu costruito gli assicurava una posizione strategica, ma anche molto, molto pericolosa: case e vie sono infatti sospese sul largo letto della fiumara Amendolea, un corso d’acqua dal flusso torrentizio la cui portata, in inverno, può generare una potenza devastante in grado di travolgere ogni cosa.

Bodie
Alcuni degli edifici in legno rimasti a Bodie

Poggioreale (Tp). La Valle del Belice, nella Sicilia Occidentale, è una terra ricca e fertile che però rischia sempre di venire ricordata soltanto per il terremoto che la devastò nel 1968. I danni furono ingenti e fra i paesi disastrati o distrutti ci fu anche Poggioreale, un borgo agricolo che da tempo aveva raggiunto l’aspetto e le dimensioni di una ridente cittadina. Come sarebbe successo altre volte in futuro, anche nel caso di Poggioreale si decise di non riparare il vecchio paese e di costruirne uno nuovo a poca distanza. Purtroppo il progetto non riscosse grande entusiasmo da parte della popolazione (anche perché l’assetto modernista scelto per la nuova Poggioreale non si sposava granché con il territorio circostante né con la cultura e le tradizioni che gli abitanti del luogo si impegnavano a tenere vive), e così a moltissimi poggiorealesi non rimase altra scelta se non l’emigrazione.
Immaginarsi come fosse Poggioreale prima del terremoto è forse impossibile per chi non l’ha conosciuta quand’era piena di vita; basta però considerare le dimensioni della sua piazza, cuore pulsante della vita sociale, per farsi un’idea del fermento che doveva animarla nei suoi anni migliori.

Gairo (Nu). Le zone ad alto rischio idrogeologico ricoprono l’Italia in lungo e in largo, isole comprese. L’antico paese di Gairo ne è un chiaro esempio. Situato sulle alture della Barbagia ogliastrina, Gairo era un piccolo borgo dalle case di pietra quando nel 1951 un’alluvione devastante portò al suo abbandono, il quale si concluse nel 1963 con l’addio degli ultimi residenti. L’area era infatti troppo pericolosa per ricostruire il paese dov’era e com’era, e così gli abitanti furono costretti a ricominciare altrove. Trovandosi però in disaccordo su dove costruire la nuova Gairo, gli abitanti presero strade diverse e si sparpagliarono.
La Sardegna è una delle regioni che ha sofferto di più lo spopolamento e in certe sue aree esso è ancora attivo. Fra le molte ragioni di questo fenomeno ci sono anche le dismissioni — relativamente recenti — dei numerosi complessi minerari che per lungo tempo hanno costituito l’ossatura della sua economia, ognuna delle quali ha creato i suoi quartieri e paesi fantasma.

Roghudi
Scorcio di Roghudi

E voi conoscete qualche altra ghost town? Se la risposta è sì e vi va di condividerla, lasciate un commento qua sotto!

La Perla delle Città: viaggio a Samarcanda insieme a Franco Cardini

Di Andrea Carria

 

La tentazione è forte: cominciare a parlare della città di Samarcanda dalla celebre canzone di Roberto Vecchioni è, per un italiano, quasi un atto dovuto. Ognuno di noi ha le sue note nelle orecchie e almeno una volta l’ha canticchiata. È un patrimonio nazionale… anzi un Patrimonio dell’Umanità. Sì, perché Samarcanda non è solo una canzone o un luogo leggendario, ma una città vera fatta di pietra e mattoni, di marmo e maioliche, di cupole e minareti, di maestose arcate e altri monumenti di straordinaria bellezza.

Mi piacerebbe dirvi che l’articolo di oggi è il frutto di un viaggio compiuto in prima persona in Uzbekistan, ma mentirei. Se però anche i libri possono essere un viaggio — anzi, sono un viaggio a tutti gli effetti — allora pure io posso impiegare tranquillamente questa parola e aggiungere, tra l’altro, di aver viaggiato insieme a un compagno d’eccezione.

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La lettura di Samarcanda. Un sogno color turchese di Franco Cardini (Il Mulino, 2016), professore emerito di Storia medievale presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane, è stato il mio viaggio di Natale a tutti gli effetti. Scovato per caso in libreria, questo volumetto da una parte mi ha permesso di avventurarmi in un argomento che ho sempre desiderato approfondire (sono un lettore di storie di città piuttosto appassionato), mentre dall’altra ho avuto la possibilità di riscoprire ciò che mi affascina veramente della Storia (le storie di frontiera o di periferia, quelle che nessuno ti insegna e che devi andarti a cercare), con la quale, checché ne dica il mio percorso universitario, ho un rapporto contrastante…

Ma veniamo ora al libro di Cardini e, attraverso esso, a Samarcanda, «Perla delle Città». Si tratta di un volumetto compatto e denso di informazioni, ma al tempo stesso agile ed estremamente godibile, dal quale il lettore amante della storia saprà sicuramente trarre adeguata soddisfazione. Ma etichettarlo solo come un libro di storia non sarebbe tuttavia opportuno. Come le sue monografie precedenti su Istanbul e Gerusalemme, anche questa su Samarcanda rimane, da parte di Franco Cardini, il profilo di una città tracciato da uno storico professionista; tuttavia, se è vero che per una città la propria storia vuole dire tanto, questo non significa che una città sia soltanto la sua storia. Così, mentre l’autore si accinge a ripercorrere con puntualità e rigore le varie epoche di Samarcanda dalle origini sino ai giorni nostri, parallelamente non manca di indagarla sotto altri punti di vista (come quello del flâneur, per esempio), né di dispensare informazioni, dritte e consigli di prima mano agli aspiranti viaggiatori, tanto che alla fine, il libro, non si nega troppo neanche come guida turistica.

Molto piacevole è il modo in cui l’autore prende direttamente parte al racconto parlando dei suoi viaggi, ricordi, aneddoti e sogni di studente legati al nome di Samarcanda: è un modo garbato e non intrusivo di vivacizzare un saggio pensato per la divulgazione. Come infatti Cardini stesso confessa, Samarcanda (o Afrasiab, come pure voi scoprirete leggendo il libro) è una città reale che l’obiettiva lontananza geografica e i miti che da sempre ammantano il suo nome tendono a collocare — nell’immaginario comune come in quello del viaggiatore più istruito ed esperto — al di là di ogni possibile. Per gli occidentali greci e latini, non a caso, essa sorgeva in quella parte di mondo, per la maggior parte ignota, da loro chiamata Sogdiana, ovvero Transoxiana, la “terra al di là del fiume Oxus” (oggi Amu Darya), nell’antichità classica considerato un limite naturale quasi inviolabile agli estremi confini del Mondo, oltre il quale si erano spinti soltanto dèi ed ero leggendari, oppure uomini fuori dal comune come Alessandro Magno. È anche per questo, dunque, che il nome di Samarcanda — insieme alla fama di città ricca che la segue almeno dalla sua prima fioritura, tra VI e VIII secolo d.C. — ha da sempre esercitato un potere immaginifico unico, un potere che l’autore descrive nei termini di una «struggente violenza della fantasia che fa aggio su una realtà lontana e avvolta nelle nubi di sabbia del deserto».

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Violenza della fantasia che Cardini comunque bilancia, o meglio àncora alla realtà, grazie a una ricostruzione storica che è il risultato di un riuscito compromesso fra completezza e sintesi. Facendosi strada fra le leggende di fondazione, la pluralità dei nomi, le prime fioriture e le successive cadute, ecco che si giunge già meravigliati al cuore del libro, coincidente con la creazione dell’Impero Timuride fra il XIV e il XV secolo a opera di Amir Timur (1336ca-1405), colui che l’autore — avendone preventivamente spiegato la ragione — si vieta di chiamare con l’epiteto spregiativo, ma più noto, di Tamerlano. Quella che infatti è arrivata fino ai giorni nostri non è la Samarcanda persiana, né la Maracanda di Alessandro Magno, né la città musulmana che, ben prima del passaggio di Marco Polo, costituiva già uno snodo carovaniero di primaria importanza lungo la Via della Seta; la Samarcanda dei mausolei, delle belle moschee, delle madrase smaltate affacciate sul Reghistan (la grande piazza dei mercanti), degli alti minareti e delle cupole color del cielo, la città dal 2001 protetta dall’UNESCO è infatti la Samarcanda risorta dopo la devastazione di Gengis Khan nel XIII secolo, ma soprattutto, stratificazioni storiche a parte, è la città concepita e voluta da Amir Timur, il suo più grande sovrano, che ne fece la capitale di un impero smisurato che si estendeva dalla Cina al Mar Nero. A quel tempo Samarcanda era ciò che oggi definiremmo una “potenza mondiale”: temibile, rispettata, ricca, piena di vita e di cultura, impreziosita di monumenti e opere d’arte pregevolissime, fu allora che essa si guadagnò l’appellativo meritatissimo di «Perla delle Città».

Il momento di vero splendore di Samarcanda durò tuttavia solo una manciata di anni, estendendosi poco oltre la morte del suo grande sovrano nel 1405; Ulugh Beg (1394-1449), suo nipote, ne prolungò di circa mezzo secolo l’egemonia politica e culturale, ma le lotte intestine in cui nel frattempo l’Impero era sprofondato fecero sì che nel XVI secolo la città perdesse addirittura la propria indipendenza a vantaggio della potente città di Bukhara, alla quale Samarcanda rimase soggetta per tre lunghi secoli. Per la «Perla delle Città» un domani di grandezza non ci sarebbe più stato, eppure, al volgere del XIV secolo, Samarcanda — scrive Cardini — sembrava davvero «destinata a divenire uno dei centri immortali del mondo come lo erano state Roma, Costantinopoli, Baghdad, Pechino e come sarebbero state Esfahan, Mosca, Delhi».

Così come ci accompagna verso la sua ascesa, lo storico non trascura infatti i tempi più bui della città — o del «torpore», come lui li definisce — tra il XVII e il XIX secolo, quando Samarcanda, complice la disgregazione dell’Impero Timuride che l’aveva vista sottomettersi a Bukhara e la crisi irreversibile della Via della Seta, si era letteralmente svuotata di abitanti e merci, regredendo ad anonimo caravanserraglio (caravansaray) lungo le piste desertiche dell’antica Transoxiana, ormai Turkestan a tutti gli effetti.

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Statua di Amir Timur a Kesh (oggi Shakhrisabz), sua città natale

La Storia tornò a interessarsi a essa, a Bukhara, a Tashkent, a Khiva, a Kokand e agli altri ex fiorenti centri mercantili sulla strada per la Cina soltanto a metà Ottocento, durante quello che gli Inglesi chiamarono «Il Grande Gioco». In realtà non si trattò di un gioco ma di una feroce spartizione territoriale, una vera lotta di conquista a scapito degli Asiatici condotta quasi sempre a colpi di cannone tra gli Inglesi stessi, saldamente attestati in India ma con chiare mire espansionistiche verso Nord, e i loro rivali, i Russi. Nel 1868 l’antica capitale di Timur venne annessa all’Impero zarista di Alessandro II e conobbe un’altra profonda trasformazione, non soltanto politico-culturale ma stavolta anche urbana: a fianco della città vecchia, abitata da Tagiki e Uzbeki, vennero infatti costruiti nuovi quartieri “all’Occidentale” con ampi viali radiali, la stazione della ferrovia transcaspiana (che raggiunse Samarcanda nel 1888) e palazzi in stile europeo, dove andarono a vivere i nuovi coloni borghesi provenienti dalla Russia.

Il racconto di questa fase della storia della città, così come pure quello dedicato al periodo sovietico, non è meno interessante di quelli relativi alle sue glorie passate, soprattutto perché Cardini sa quali elementi storici, culturali e religiosi mettere in evidenza per esprimere la portata epocale di questi due passaggi. Riguardo al terzo, quello contemporaneo post-sovietico, l’autore passa a considerazioni che invitano alla riflessione e ne approfitta per fare chiarezza su alcuni “nodi” poco conosciuti in Europa, come ad esempio i problemi etnici e religiosi che la fine delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ha riportato a galla. Si impara così che a suo tempo l’attacco comunista condotto contro la tradizione islamica centroasiatica — originariamente estranea alle correnti fondamentaliste diffuse invece in altre aree del mondo musulmano — ha facilitato la penetrazione al suo interno proprio di quest’ultime (vedi il caso afghano), oppure che i confini aggrovigliati di Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan attuali non sono bastati a sbrogliare la matassa dei popoli, tanto che la Samarcanda di oggi — il secondo centro urbano uzbeko per dimensioni dopo la capitale Tashkent — possiede in realtà una fortissima identità tagika che la rende di fatto una città contesa fra i due Stati.

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Il Reghistan, cuore pulsante di Samarcanda all’apice del suo splendore

Riassumere millenni di storia in appena trecento pagine è un’operazione difficile e rischiosa, e anche uno storico di professione può trovarsi in imbarazzo di fronte alla semplificazione o all’omissione di certi avvenimenti cosiddetti secondari, ma che secondari in realtà non sono. L’abilità di Franco Cardini è consistita nell’aver condotto una narrazione che ha fatto di tutto per armonizzare gli inevitabili salti temporali, minimizzando contemporaneamente la dispersione delle informazioni. La sua Samarcanda rimane comunque un libro piuttosto tecnico, dove è l’argomento stesso a richiedere riferimenti abbondanti a lingue, culture, realtà, fatti e tradizioni con cui il lettore italiano medio ha scarsa familiarità. Cartine, note e il glossario posto in fondo al volume aiutano, tuttavia per certe questioni relative all’Islam o alla storia e alla geografia dell’Asia Centrale potrebbero rendersi necessari (lo testimonio) approfondimenti da effettuare in parallelo con la lettura del saggio.

Consiglio la lettura di questo interessantissimo volume a tutti quelli che, come me, abbiano interesse per la storia delle antiche città e dell’Oriente, e in modo particolare a coloro per i quali il viaggio comincia dalle pagine di un libro. Samarcanda. Un sogno color turchese di Franco Cardini è uno di quei libri che ci ricordano di quante trame straordinarie ma nascoste si compone il grandioso arazzo della Storia.

E ora terrò fede alla tentazione dalla quale ero partito concludendo questo viaggio sulle note della Samarcanda di Vecchioni (1977). Buon ascolto!

La riscossa olandese, seconda parte: Amsterdam, emporium mundi

Di Andrea Carria

 

Nel primo articolo di questa rubrica dedicata all’Olanda del Seicento (consultabile qui), abbiamo incontrato i protagonisti della letteratura olandese del cosiddetto “periodo classico”. In quello di oggi ci immergeremo invece nelle strade delle città olandesi, cercando di immaginarci cosa vedessero gli scrittori e gli artisti dell’epoca quando si chiudevano la porta di casa alle spalle.

Prima di partire, è bene ricordare che nel secolo d’oro delle Province Unite le città ricoprirono un ruolo importantissimo e insostituibile. Ogni centro urbano era a capo di una propria rete commerciale che si era sviluppata grazie all’abbondanza di vie di comunicazione presenti sul territorio e a una campagna fortemente antropizzata dalla secolare opera di bonifica. I polders – questo il nome delle terre strappate alle acque del Mare del Nord – assicuravano raccolti abbondanti e diversificati, alla base dell’approvvigionamento delle città.

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Jan Vermeer, “Veduta di Delft” (1660-1661), Mauritshuis, L’Aja

Negli urbanizzati Paesi Bassi, metà della popolazione viveva in città. L’interconnessione fra quest’ultima e la campagna era quindi, in un certo senso, ancora più “forzata”, in quanto le brevi distanze che separavano l’una dall’altra ne aumentavano la dipendenza reciproca: la campagna provvedeva al sostentamento della città rifornendo i suoi mercati di alimenti (soprattutto ortaggi e prodotti caseari), combustibile (torba) e altre materie prime, mentre la città metteva a disposizione della campagna i servizi, tra cui le sedi dei vari uffici e delle istituzioni pubbliche.

Non tutto il territorio dei Paesi Bassi era disseminato di centri abitati con la stessa densità. Se le province occidentali, infatti, erano caratterizzate da numerose città di media grandezza (Delft, Haarlem, Leida, Gouda, Rotterdam, Utrecht), intervallate da qualche metropoli (Amsterdam, L’Aja) e da estensioni agricole ridotte, le province orientali presentavano una situazione molto diversa: poche città (per lo più piccole) e ampie proprietà agricole che assicuravano allo stile di vita rurale lo stesso primato che aveva nel resto dell’Europa moderna.

La città più grande della provincia d’Olanda e di tutta la Repubblica era Amsterdam, una metropoli che in meno di cento anni era passata dai 30.000 abitanti del 1570 ai 200.000 degli anni Cinquanta e Sessanta del XVII secolo. Guidata da un governo oligarchico composto dai maggiori esponenti dell’alta borghesia cittadina (i regenten), Amsterdam non fu l’unica città a essere interessata dall’incremento demografico, il quale fu un fenomeno comune a tutto il territorio della Repubblica delle Sette Province Unite, dapprima relativo solo all’Olanda e alle altre province occidentali, ma poi esteso anche alle aree agricole dell’Est. Tale aumento si spiega innanzitutto con la forte immigrazione che, a cominciare dall’ultimo venticinquennio del XVI secolo, portò nei Paesi Bassi settentrionali numerosi profughi fiamminghi e valloni, tuttavia fu anche la prosperità generale – in netta contrapposizione con la situazione europea nel suo complesso, afflitta da guerre, carestie ed epidemie – a influenzare questo aumento.

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I Paesi Bassi settentrionali in una carta del XVI secolo, tratta dalla “Descrittione di tutti i Paesi Bassi, altrimenti detti Germania inferiore” di Lodovico Guicciardini (Anversa, 1567)

Per far fronte alla nuova massa di persone che venivano per restare, Amsterdam dovette inevitabilmente approntare dei progetti di ampliamento urbano. Ma parlare di ampliamento in una città del genere, la cui esistenza dipendeva dal mantenimento del precario equilibrio fra acque e lavoro dell’uomo, poteva rivelarsi un’impresa immane. I primi progetti di ingrandimento risalivano già alla seconda parte del Cinquecento e tra gli obiettivi figuravano sia la costruzione di nuovi quartieri, sia la sistemazione delle zone critiche della città, a rischio costante di allagamento. Un passo importante in questa direzione fu compiuto già all’epoca del Principe d’Orange Guglielmo il Taciturno, il quale dotò Amsterdam di nuove fortificazioni che andarono a rinforzare i bastioni già esistenti. I canali, la maggiore caratteristica della città, si svilupparono durante il XVII secolo, quando vennero integrati nel tessuto urbano quelli che in origine erano stati fossati difensivi.

Al termine della stagione degli interventi edilizi – che impegnarono quasi tutto il XVII secolo – la città di Amsterdam era già il primo scalo commerciale d’Europa. La città, infatti, sorgeva sulle acque ed era proiettata totalmente verso di esse; a testimoniarlo era la forma stessa della sua pianta: un semicerchio il cui diametro era interamente occupato dal molo del porto. Quello che spesso non emerge è che Amsterdam non aveva (e non ha) uno sbocco diretto sul Mare del Nord, nonostante quest’ultimo si trovi a poca distanza. Una delle metropoli europee più grandi del Seicento era in effetti una città fluviale, sorta alla confluenza del fiume Amstel (dal quale deriva il suo nome) con l’Ij, un ramo dello Zuiderzee, il mare interno dell’Olanda oggi in gran parte bonificato. Per raggiungere il suo porto, dunque, occorreva essere intenzionati a farlo, e nel XVII secolo non mancavano certo i motivi. Tuttavia attraccare non doveva essere così semplice: i problemi maggiori riguardavano i bassi fondali, l’autorizzazione all’accesso, rilasciata dalle autorità preposte al traffico marittimo, e, subito dopo, la mancanza di punti d’attracco a causa del grande affollamento di pescherecci, mercantili e navi di tutti i tipi.

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Malgrado gli inconvenienti arrecati dalla sua felice ma non sempre comodissima posizione geografica, Amsterdam era irresistibile per un gran numero di uomini, molti dei quali sceglievano di rimanere. L’Olanda dei primi trenta-quarant’anni del Seicento era infatti un Paese in piena crescita e come tale offriva numerose opportunità con un buon grado di riuscita. Amsterdam era il fiore all’occhiello della Repubblica e il suo palcoscenico sul mondo. Come emporium mundi, la città concentrava su di sé la percentuale più elevata degli scambi internazionali: al suo porto facevano capo, nel periodo di massima espansione mercantile e coloniale dell’Olanda, le più lucrative rotte commerciali, le quali connettevano Amsterdam ai quattro angoli del mondo.

I prodotti che vi giungevano a bordo delle navi erano quindi i più disparati e tutti trovavano posto nei suoi magazzini, pronti per essere riesportati. Solo alcuni di questi prodotti venivano lavorati direttamente ad Amsterdam, dove avevano sede i cantieri navali, le raffinerie di zucchero, varie botteghe orafe e artigiane.

Anche ad Amsterdam molti mestieri erano riuniti in corporazioni. Ogni corporazione – di cui facevano parte in genere soltanto i maestri – dettava le proprie regole interne in fatto di materie prime e qualità della produzione, ma doveva anche sottostare alle direttive imposte dall’amministrazione civile, la quale pare fosse particolarmente ligia nell’effettuazione dei controlli. A volte i poteri pubblici e quelli corporativi entravano in contrasto a causa di una visione diversa del mercato e dei sistemi di produzione: i primi tendevano a essere meno rigidi e più liberali, soprattutto riguardo all’integrazione di lavoratori non olandesi; i secondi, invece, erano sostenitori di una politica protezionistica atta a limitare la concorrenza e a ingessare i sistemi di produzione.

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Jan van der Heyden, “Il municipio di Amsterdam” (1667), Galleria degli Uffizi, Firenze

La città di Amsterdam era economicamente efficiente anche grazie alle sue numerose infrastrutture. La Borsa e il Banco di cambio erano i più rilevanti, ma di certo non gli unici. Altre strutture utili alle attività finanziarie e commerciali della città erano la pesa pubblica, il servizio postale, quello di senseria e gli istituti previdenziali, fra cui, comprensibilmente, spiccavano le assicurazioni marittime.

Come ogni altra grande città europea, ad Amsterdam viveva una comunità ebraica piuttosto numerosa. Il suo nucleo originario, di stirpe sefardita, proveniva dalla Penisola Iberica; si trattava di gente dedita ai commerci che in città trovò un ambiente particolarmente favorevole alla conduzione dei propri affari. In seguito giunsero dall’Europa Orientale gruppi più numerosi di stirpe ashkenazita, tra i quali molti Rabbi e studiosi delle Scritture. Caratteristica importantissima della comunità di Amsterdam consisteva nell’essere forse l’unica comunità ebraica di una grande città europea a non risiedere in un ghetto, ma in un quartiere come gli altri, il Vloonburg. Questo era possibile grazie alla politica tollerante professata dalle autorità civili cittadine e repubblicane, le quali avevano precocemente intuito che la pace religiosa era una condizione non negoziabile per la prosperità dei commerci.