Tabacco, contrabbando e libertas: il caso unico dell’ex Repubblica di Cospaia

Di Andrea Carria

 

Il 29 giugno 1440, facendosi beffe dell’appartenenza politica che li avrebbe voluti dalla parte dello Stato della Chiesa, circa 2.000 biturgensi, uomini di Sansepolcro, si unirono a Niccolò Piccinino, comandante delle truppe milanesi, per combattere contro il papa e i fiorentini. Lo scontro avvenne nella piana del Tevere, sotto le mura di un paese che avrebbe poi dato il proprio nome a quella battaglia, passata alla storia come la battaglia di Anghiari.

Il verdetto del campo fu positivo per il papa e i fiorentini e negativo per i milanesi, i quali dovettero abbandonare definitivamente le proprie mire espansionistiche sulla Toscana. Ma anche per gli abitanti di Sansepolcro le cose stavano per cambiare: dieci anni prima papa Eugenio IV, alleato di Firenze ma con essa indebitato, aveva infatti dato in pegno la cittadina di confine di Sansepolcro per 25.000 fiorini d’oro, e questa, di fronte all’insolvenza del Papato, nel 1441 entrò a far parte dei territori fiorentini.

Ciascuno Stato incaricò una propria commissione di tracciare il nuovo confine, e ciò fu fatto senza rivendicazioni o rimostranze. A mettere tutti d’accordo era un piccolo corso d’acqua, comunemente chiamato Rio, che scorreva a pochi chilometri da Sansepolcro: dalla sponda nord sarebbero cominciati i possedimenti fiorentini, dalla sponda sud quelli papali. Quale confine migliore di quello che la natura stessa indicava avrebbe infatti potuto mettere d’accordo gli uomini? Ma la natura della zona era generosa e così di rii, in quel tratto di terra, ne scorrevano due paralleli a meno di un chilometro l’uno dall’altro.
Ignorando le caratteristiche del territorio, entrambe le commissioni stabilirono i confini dei rispettivi Stati lungo il primo corso d’acqua incontrato venendo da Firenze o da Roma: accadde così che rimase fuori una striscia di terra non rivendicata da nessuno, ampia circa 3,2 km² e non più larga di 700 metri, nella quale sorgeva un villaggio minuscolo chiamato Cospaia.
A Cospaia vivevano solo contadini, ma questi, per quanto contadini del Basso Medioevo e quindi del tutto analfabeti, fiutando l’opportunità unica che si presentava loro, si affrettarono a rivendicare la propria indipendenza. Dal canto loro, Firenze e Roma, le due responsabili, non mossero un dito. L’equilibrio geopolitico italiano era già alquanto precario (per la pace di Lodi era ancora presto), e rischiare di scatenare una nuova guerra per un lembo di terra di nessuna importanza non conveniva a nessuna delle due.
Fu così che nell’Anno Domini 1441, a cavallo di quello che ancora oggi è il confine fra la Toscana orientale e l’Umbria settentrionale, nacque la Repubblica di Cospaia.

Ma, concretamente, in cosa consisteva questo sedicente, microscopico Stato, questo granello di sabbia rimasto incastrato, per volere della sorte, in mezzo a due colossi della politica italiana ed europea del tempo? Come abbiamo visto, Cospaia era solo un villaggio di contadini, e tale rimase per l’intera durata della sua non breve storia. La popolazione, molto al di sotto del migliaio di unità, era divisa in un centinaio di famiglie, le quali partecipavano direttamente all’autogoverno della Repubblica, retto da un Consiglio degli Anziani e Capi famiglia che aveva voce in capitolo su tutto. Al Consiglio prendeva parte anche il curato della chiesa del villaggio, consacrata all’Annunziata, e lo faceva sia come autorità riconosciuta da tutti sia come depositario del sapere (è molto probabile che fosse il solo a saper leggere e scrivere, e quindi l’unico in grado di redigere i verbali). All’Annunziata, nel 1613, venne intitolata anche una Confraternita e in occasione della sua fondazione, sull’architrave della chiesa, i cospaiesi incisero quello che d’ora in avanti sarebbe stato il motto della Repubblica: Perpetua et firma libertas.

Cospaia-storia
Il villaggio di Cospaia a inizio Novecento (fonte: repubblicadicospaia.it)

L’economia di Cospaia era quasi esclusivamente agricola. La sua posizione di confine agevolava i commerci sia con Firenze sia con lo Stato della Chiesa, e in più la mancanza di tasse, dazi e dogane rendeva la Repubblica una piccola oasi di libertà o, per dirla più prosaicamente, una vera zona franca di cui si accorsero i contrabbandieri e tutti coloro che per un motivo o per l’altro fuggivano dalla giustizia dei paesi confinanti.
A proposito di paesi vicini, i cospaiesi furono bravi a tenere rapporti di buon vicinato con gli altri centri della valle, possibili pretendenti. Sebbene i luoghi del potere fossero lontani, l’Alta Valle del Tevere era infatti una zona ben popolata. Sansepolcro e Città di Castello, rispettivamente a nord e a sud della Repubblica, erano centri abitati di tutto rispetto, presentavano una stratificazione sociale di tipo urbano ed erano pure sedi vescovili (per la precisione, Sansepolcro lo sarebbe diventata solo nel 1520, mentre Città di Castello, allora Tifernum, lo era già sul finire dell’epoca romana). Non dimentichiamo inoltre la secolare importanza della Valtiberina per il transito di merci e persone. La presenza sul suo territorio di strade e di numerosi valichi percorribili (Verghereto, via Maggio, bocca Serriola), unitamente al suo favorevolissimo orientamento geografico, ne facevano un crocevia naturale fra quattro regioni: la Romagna a nord, le Marche e  a est, l’Umbria a sud e la Toscana a ovest.

Un fatto molto importante che riconduce di nuovo Cospaia alla storia di Sansepolcro avvenne nel 1574, quando il cardinale Niccolò Tornabuoni inviò al vescovo biturgense i semi di una pianta da poco giunta in Francia dalle Americhe: il tabacco. Questa pianta attecchì così bene in Valtiberina che ancora oggi rappresenta la principale coltura della zona, da Sansepolcro fino a Umbertide e oltre.
In netto anticipo sugli altri valligiani, i contadini di Cospaia cominciarono a coltivare il tabacco e si specializzarono nella sua produzione. Da pianta officinale, presto il tabacco divenne una pianta del vizio: il fumo fu dapprima oggetto di condanna morale, poi papa Urbano VIII, nel 1642, arrivò perfino a minacciare di scomunica tutti coloro che fossero stati sorpresi a farne uso nelle chiese o nei loro dintorni.

Le proibizioni ecclesiastiche e le peculiarità del luogo non tardarono a fare della Repubblica di Cospaia un ricettacolo di traffici proibiti e di contrabbandieri. Quest’ultimi, molto attivi in Valtiberina prima dell’unità d’Italia, si specializzarono nello spaccio di tabacco e polvere da sparo. I loro percorsi, in parte riabilitati in tempi recenti per tutti gli appassionati di trekking ed escursionismo, si snodavano per l’Alpe di Catenaia toccando le località di Ponte alla Piera e Chitignano, situate sul crinale che divide la Valtiberina dal Casentino. In particolare a Chitignano, piccolo comune montano della provincia di Arezzo, esisteva un’antica manifattura di polvere da sparo che per lungo tempo ha alimentato una fitta rete di scambi proibiti con le zone circostanti, fra le quali c’era anche Cospaia. Oggi il ricordo di quei tempi passati costituisce la parte più viva dell’identità di questi luoghi, e a Chitignano ha dato origine al Museo della polvere da sparo e del contrabbando.

castello bufalini
Il castello Bufalini di San Giustino (Pg)

L’indipendenza di Cospaia finì prima con la discesa di Napoleone in Italia e poi, definitivamente, il 26 giugno 1826, quando il minuscolo Stato venne ricongiunto allo Stato della Chiesa, dove rimase fino all’unità nazionale. Sotto il Papato cambiarono molte cose: venne istituita una dogana dove non ce n’erano mai state (il toponimo che ne porta il nome esiste tutt’ora) e ogni capofamiglia ricevette come indennizzo una moneta d’argento (il cosiddetto Papetto), anche se la cosa forse più importante per i cospaiesi fu che il Vaticano non tentò mai più di sabotare l’economia della comunità e le sue piante di tabacco!

Oggi il territorio dell’ex Repubblica di Cospaia fa parte del comune di San Giustino, in provincia di Perugia. La zona è ormai urbanizzata e il tabacco non costituisce più la fonte di reddito principale dei suoi abitanti (secondo lo storico Alvaro Tacchini, nel secondo Dopoguerra i lavoratori del tabacco rappresentavano ancora il 90% del numero complessivo di addetti al settore industriale della Valtiberina umbra).
Ormai il ricordo dei tempi passati è stato affidato al folklore e, come a Chitignano, anche a San Giustino si è pensato di preservare la cultura del territorio costituendo un apposito ente museale: il Museo Storico e Scientifico del Tabacco, fondato nel 1997 e gestito dalla fondazione omonima, rappresenta una risorsa fondamentale per la tutela e la trasmissione della civiltà contadina, e neanche a dirlo buona parte del sapere, delle tradizioni e della cultura materiale che il Museo si impegna a salvaguardare deriva direttamente da loro: dall’ex Repubblica di Cospaia e dalle sue preziose piante di tabacco.

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