La distopia è un genere raffinato: “La tuffatrice” di Julia von Lucadou

Di Andrea Carria

Proprio così, la distopia è un genere letterario raffinato. A ricordarlo a tutti è Julia von Lucadou, autrice tedesca classe 1982 che col romanzo d’esordio La tuffatrice (2018) ha stupito sia il pubblico che la critica, e vinto lo Schweizer Literaturpreise 2019. In Italia il romanzo è apparso nel maggio scorso nella collana Cielo Stellato di Carbonio Editore, con la traduzione di Angela Ricci.

In un futuro imprecisato ma comunque non molto lontano da noi, Riva Karnovsky è una star dello skydiving: la sua specialità è quella di tuffarsi dai grattaceli più alti della città e di ammaliare i fan con le sue evoluzioni a centinaia di metri da terra. Riva è arrivata all’apice della carriera dopo anni di lavoro durissimo, ma è stata ben ripagata per i propri sacrifici: un appartamento lussuoso nel centro della città, un compagno col quale condividerlo, crediti sufficienti a soddisfare ogni suo desiderio, fama, notorietà, sponsor facoltosissimi e milioni, forse miliardi di fan che la seguono h24.

«Quando la donna raggiunge l’orlo del tetto, gli spettatori trattengono il fiato. Con indosso il suo FlysuitTM scintillante sembra una creatura soprannaturale. La gente in strada, il pubblico sulle tribune dell’edificio di fronte e gli spettatori nello SkyboxTM tendono le braccia verso di lei.»

Riva ha poco più di vent’anni e possiede tutto, eppure qualcosa nella sua vita non va. L’annuncio del suo ritiro avviene all’improvviso tra lo sbigottimento generale di fan e investitori. Nemmeno Dom Wu, capo dell’accademia sportiva che l’ha vista crescere, sa spiegarselo. Le uniche due cose certe sono che Riva adesso trascorre le proprie giornate come un vegetale nel proprio appartamento, e che a causa sua l’immagine dell’accademia sta colando a picco insieme agli investimenti ingentissimi degli sponsor. Per evitare il peggio, Riva deve tornare a tuffarsi senza perdere altro tempo e Hitomi Yoshida, psicologa della PsySolution, è stata incaricata di aiutarla a tornare in sé.

Il romanzo inizia da qui, con Hitomi che racconta in prima persona le sue giornate a monitorare Riva dal pc grazie alle telecamere nascoste impiantate nell’appartamento. È uno spionaggio a tutti gli effetti di cui però nessuno si scandalizza più: è solo il Grande Fratello di Orwell che si è dotato di sistemi di controllo ancora più sottili e pervasivi. Malgrado tutto l’arsenale tecnico a disposizione, non passa molto tempo prima che la Hitomi capisca di essersi imbattuta in uno dei casi più difficili che potessero capitarle, e che dal successo dell’incarico dipenderà il suo futuro alla PsySolution, e forse molto altro. In un mondo in cui del resto contano solo i risultati e le performance, chiunque può finire fuori strada da un momento all’altro.

«Nel tuo contratto con l’accademia hai rinunciato a tutti i tuoi diritti personali, Riva. Finché sei assunta, tutto quello che fai appartiene all’accademia.»

Anche in assenza di un grave disastro che segni una discontinuità tra il mondo di Riva e il nostro, lo scenario immaginato da Lucadou rientra a pieno titolo nel canone distopico: un mondo preapocalittico e alienante, dove gli esseri umani sono ridotti a numeri, i rapporti interpersonali non esistono e le vite di tutti sono nelle mani di una ristretta oligarchia fondata sul potere economico-finanziario. Non si hanno riferimenti a nazioni o a continenti; le città, o meglio le megalopoli, sono l’unica realtà conosciuta dagli abitanti di un pianeta alle soglie del collasso. Sovrappopolate così tanto che la sterilizzazione è ormai diventata una prassi, la classica distinzione fra città e campagna è stata annullata da un’immensa distesa urbana di cui, se esistono, nessuno sa fin dove si spingono i confini. A pensarci bene, forse c’è una sola città ed è immensa. Il flusso tra essa e le periferie avviene in entrambi i sensi, ma si connota in maniera molto diversa, tanto che a tornare verso quest’ultime è soltanto chi ha fallito. La città è l’unico luogo nel quale una persona abbia la speranza di realizzarsi, ma non è facile potervi accedere. I requisiti minimi da soddisfare sono alti, la burocrazia pretende permessi anche se si è solo di passaggio e, come succede già adesso in molte città dagli standard abitativi elevati, avere un lavoro all’interno del suo perimetro non assicura di poterci anche abitare.

La distopia evocata da Lucadou è un mix coerente e funzionale di novità e vecchie conoscenze, ma la sua penna è abbastanza avveduta da valorizzare gli elementi giusti e mantenere gli altri sullo sfondo. Così facendo il lettore si concentra su ciò che è veramente essenziale. Il suo interesse viene subito catturato dalla storia di Riva e in questo modo finisce per accorgersi che molte delle tecnologie descritte sono quelle attualmente in uso, col vantaggio di poter considerare a distanza di sicurezza le loro implicazioni più perverse. Nonostante il numero e la qualità delle situazioni, la scrittrice prende le distanze dallo stile descrittivo per abbracciare quello soggettivo di Hitomi, che presenta i fatti in prima persona ora come in un resoconto ora come in un diario. La sua professione e il lavoro concreto che svolge con Riva incentivano l’esplorazione psicologica dei personaggi e delle situazioni in cui questi sono calati, ma la cosa forse più interessante di questo sguardo è osservare lo spiraglio di luce farsi strada lentamente verso le molle segrete che determinano l’agire di ognuno.
La scrittura raffinata di Lucadou si adegua perfettamente a tali esigenze di contesto e mantiene un livello elevato di chiarezza dall’inizio alla fine. Della sua prosa si apprezzano l’equilibrio della composizione e la precisione narrativa: poche parole, ma giuste, per descrivere ogni risvolto di trama e ogni esitazione della mente. Per il lettore è sempre un piacere incontrare una scrittura così limpida e senza sbavature. Sarà anche un’opera prima, ma con La tuffatrice Julia von Lucadou ha dimostrato di avere nelle corde uno stile letterario abbastanza maturo da attirare verso sé paragoni importanti.

Romanzo di medie dimensioni, La tuffatrice sviluppa una trama compatta che non perde mai di vista il proprio percorso. Le digressioni sono quasi assenti, e gli unici arricchimenti sono gli aneddoti dell’infanzia di Hitomi. Nonostante questa apparente semplicità, Lucadou valorizza al massimo il potenziale narrativo del suo romanzo, fino a deviarne la rotta con la sicurezza di un capitano di lungo corso che non lascia accorgere i passeggeri fino a manovra ultimata. È infatti proprio quando la vicenda di Riva sembra ormai prossima alla risoluzione che il lettore si accorge di dove la trama lo ha veramente condotto, e che il ruolo assegnato fino a quel momento ai personaggi è probabilmente da rivedere. La scrittrice ottiene questo effetto senza ricorrere a colpi di teatro o accelerazioni improvvise (di cui, anzi, non fornisce esempi degni di nota), ma con una lenta e graduale opera di spostamento del baricentro narrativo. Così, come Hitomi si ritrova a dirigere la vita di Riva, la mano invisibile di Julia von Lucadou assicura il corretto fluire del romanzo. Forse avrebbe potuto osare di più in alcuni passaggi e imprimere qualche sterzata più vigorosa che prendesse il lettore in contropiede facendolo sussultare, tuttavia questa prima prova è stata ampiamente superata dalla scrittrice e ha creato grandi aspettative attorno al suo nome.

Julia von Lucadou (© Maria Ursprung)

Lucadou è sicuramente consapevole di tutto questo e sa quale tipo di ascendente può esercitare un romanzo attuale come il suo. In ottemperanza a quella che può essere riconosciuta come la sua funzione etica e sociale, La tuffatrice è un romanzo che scava dentro il presente mettendoci in guardia verso alcune delle aberrazioni che già interessano lo stadio odierno della nostra civiltà tecnologica. Fortunatamente non disponiamo ancora di un Activity Tracker che disciplini la nostra attività fisica giornaliera né eseguiamo un esercizio di mindfulness dopo l’altro per ristabilire un equilibro psichico sempre sull’orlo del tracollo, ma questo non può e non deve farci sentire al sicuro. La tuffatrice racconta un avvenire che può ancora essere evitato, ma ancora prima di questo è una critica lucidissima al presente e all’incomprensibile non-modo che noi umani abbiamo di prenderci cura del nostro futuro.

I libri sono in pericolo: distopia e contemporaneità

Di Gian Luca Nicoletta

 

Titolo allarmante? Forse ma, sapete, questo è un tema che a mio modo di vedere sta diventando sempre più pressante, e in maniera inversamente proporzionale sempre meno affrontato, nella nostra contemporaneità. I libri sono in pericolo? Dipende dal punto di vista:

  • Commerciale: ogni anno si registra un aumento di libri pubblicati, tant’è che solo nel 2017 sono stati più di 72.000;
  • Imprenditoriale: l’anno scorso sono state censite circa 5.000 case editrici attive (cioè quelle che hanno pubblicato almeno un libro);
  • Economico: è stato stimato che il catalogo dei libri in commercio comprende più di 1.000.000 di titoli.

[La fonte di questi dati è disponibile qui]
Eppure… eppure il numero dei lettori non cresce e nemmeno cresce il numero delle ore che si dedicano alla lettura. Aumenta però il numero di ore che passiamo on-line, sui social network o davanti a uno smartphone. Su un altro versante aumentano le “informazioni” che circolano in rete, prodotte con ritmi che farebbero resuscitare e poi di nuovo morire, ma stavolta dall’invidia, Henry Ford e Frederick Taylor. Dunque la questione, il pomo della discordia: leggiamo di meno ma si producono più informazioni, la gente si considera sempre più informata (e riflettiamo un secondo sull’etimo di questo termine, in+formare) perché sta su internet e sa che lì ci sono le notizie, quelle vere.
Viviamo al contempo in una società che forse viaggia a una velocità per noi non più sostenibile, fatta di impulsi e risposte che devono giocoforza essere immediate: condivisione e like, like e commento, commento e risposta, tag e condivisione, dunque di nuovo condivisione e like… all’infinito.

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Viviamo anche in un mondo in cui sta diventando difficile difendere le posizioni di chi esprime un proprio pensiero in virtù di quanto ha letto e di quanto ha studiato. Forse è complice proprio la rivoluzione digitale della nostra generazione, quella dei millennials: abbiamo avuto in sorte l’irripetibile possibilità di nascere in un mondo in cui le distanze geografiche sono pressoché annullate, la nostra generazione ha fondato un mezzo di comunicazione la cui portata sarà paragonata all’invenzione della ruota o alla scoperta del fuoco, tutti possiamo parlare ed esprimere la nostra posizione ma… ciò che viene espresso è intuizione pura, speculazione dilettante. Viviamo in un mondo in cui le indicazioni sull’acquisto di un telefonino valgono più dei consigli di medici specialisti, siamo alla mercé di sistemi di comunicazione che mettono al centro della costruzione retorica (perché quella non morirà mai e anzi, diventerà una disciplina alchemica e segreta) l’odio verso gli altri.

C’è stato un tempo, a metà del secolo scorso, in cui uno scrittore di nome Ray Bradubury e uno scrittore di nome George Orwell immaginarono un mondo nel quale fosse vietato leggere, dove ci si dovesse informare tramite mezzi di comunicazione avveniristici e nel quale da grandi schermi televisivi ci veniva detto chi era il nemico della nazione, chi doveva essere l’oggetto del nostro odio. Quel mondo si trova in due romanzi oggi fondamentali della letteratura distopica, mi sto riferendo a 1984 e a Fahrenheit 451, pubblicati rispettivamente per la prima volta nel 1949 e 1953.
Il genere distopico è uno dei filoni letterari della più grande famiglia “fantascienza” e ha come peculiarità quella di essere ambientata nel futuro, generalmente dopo un grande sconvolgimento sociopolitico (che può essere un’epidemia mondiale, la terza guerra mondiale e via dicendo). In questi romanzi dunque ci viene riportata la realtà dopo il grande sconvolgimento, il quale ha solo la mera funzione di collocare la storia nel tempo. Il cuore di tutto l’impianto narrativo è quello dei nuovi stili di vita, del nuovo ordine sociale che, per gli abitanti di questi due romanzi, è dato come un elemento certo e immutabile.

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In questi due romanzi i rispettivi protagonisti vivono serenamente le loro vite, convinti di non avere alcun ruolo speciale al di là di quello che la società nella quale vivono ha loro assegnato. Si trovano però costretti a rendersi conto che qualcosa non quadra, i conti non tornano perché intuiscono che l’essere umano può fare di più e meglio, comprendono che l’elemento di maggior rischio per il potere costituito e dominante è quello rappresentato da una larga moltitudine di persone che leggono, pensano e criticano (nel senso più profondo del termine, cioè analizzano i fatti). Entrambi i protagonisti troveranno una parziale via di fuga in due elementi che ci sono particolarmente cari: uno nella scrittura, l’altro nella lettura. Queste però, nel mondo distopico, sono pratiche illegali e perseguite a norma di legge. La cultura e la letteratura diventano atti illeciti e da punire, perché la società che precede lo sconvolgimento sociopolitico è stata indottrinata a credere che non sia necessario pensare con la propria testa, che i libri siano oggetti fuorvianti e che vincolano mortalmente il pensiero, anziché liberarlo.

Ecco, io ho il timore di credere che noi siamo quella società. Non vivremo tanto a lungo da vedere la distopia realizzarsi, ma con la nostra generazione si sta avviando il processo che si concluderà con la messa al bando dei libri, dello studio, della ricerca della conoscenza seguendo le orme di chi ci ha preceduto e ha saputo illuminare il buio pesto dell’ignoranza. Siamo portatori di una grande missione che si ripercuoterà sulle future generazioni: ripristinare il valore pratico, etico, morale e giusto della lettura, della conoscenza per la conoscenza, dell’arte per l’arte e di tutte queste per l’umanità. Non lasciamoci intimidire, come tanti nei romanzi distopici, da chi urla, da chi aggredisce verbalmente e fisicamente, perché l’unico vero scudo che può salvarci è quello fatto di carta, quello fatto di parole pensate e sensate.
Salviamo il nostro futuro e la nostra libertà di pensiero: leggiamo!