Jeanne Hébuterne, un’artista a Montparnasse. Dialogo con Grazia Pulvirenti, autrice di “Non dipingerai i miei occhi”

Intervista a cura di Andrea Carria

Se doveste imbattervi nel nome di Jeanne Hébuterne (1898-1920) e rimanere per un attimo interdetti come è successo a me, ci sono due cose che potete fare. La prima, nell’immediato, è non sentirvi eccessivamente in colpa: purtroppo la Storia non è stata generosa con questa artista incredibile e il suo nome non produce ancora l’eco che meriterebbe. La seconda invece è andarvi a leggere Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani (Editoriale Jouvence, 2020) di Grazia Pulvirenti, un romanzo davvero molto intimo e intenso che omaggia la memoria di colei che spesso viene ricordata solo come musa e modella di Modigliani, cercando di mostrarla per quello che realmente è stata: una donna in anticipo rispetto alla media del suo tempo, una compagna innamorata e fedele, un’artista dal talento cristallino e, infine, la protagonista di una tragedia moderna che ha inverato la leggenda di Tristano e Isotta.

«Al risveglio mi guardi, mentre con la tavolozza in mano sto davanti a una tela. Quando mi vedi dipingere mi contempli a lungo, tu il grande Modì, te ne stai lì a scrutare cosa fanno le mie mani, come mescolano i colori, cosa vedono i miei occhi. A volte fai dei ritocchi, dai qualche pennellata, evidenzi un particolare, mi lodi, m’incoraggi, mi guardi compiaciuto. Quando ho dipinto il mio autoritratto hai detto che era più bello di un dipinto di Matisse, che oltre alla forza dei colori possiedo quella delle linee, che avremmo dovuto esporre insieme… Figurarsi Dedo, io devo ancora crescere, maturare, devo vederti dipingere, no, non per imitarti, ma per imparare quella forza con cui catturi l’anima.»

Dopo aver letto questo romanzo, ho avuto il piacere di porre qualche domanda direttamente all’autrice e di soddisfare così molte curiosità.

ANDREA CARRIA. Fra le cose che ho apprezzato di più del suo libro ci sono le pagine in cui lei racconta la vita nella Parigi degli artisti prima, durante e subito dopo la Grande Guerra: secondo me, è riuscita a restituire la giusta atmosfera della capitale francese in quegli anni, mentre era il più grande laboratorio artistico al mondo. Non era un ambiente facile, e per una giovane donna ancora meno. Ecco, vorrei partire proprio da qui perché la cosa mi incuriosisce, e dunque le domando: premettendo che, artisticamente parlando, Jeanne Hébuterne non aveva niente da invidiare a nessuno, quando sognava di diventare un’artista stava solamente sognando oppure stava progettando un futuro che era davvero alla sua portata?

GRAZIA PULVIRENTI. Domanda difficile per incominciare! Come lei ha ben colto, il mio sforzo narrativo in questo romanzo è stato duplice: da una parte restituire la dimensione della corporeità, della sofferenza e dei patimenti della carne e dell’anima a quel gruppo di giovani squattrinati, che vivevano in miseria e in comuni d’artisti. Si trattava di sognatori, visionari, che si riunirono nella Parigi degli anni folli per dare vita a intuizioni potenti e farneticazioni della mente e del gesto pittorico o scultoreo da cui nacquero le grandi rivoluzioni che vanno dall’arte fauves all’espressionismo e al cubismo. Dall’altra, far emergere la personalità e la ricchezza emotiva, artistica e caratteriale di una donna che è rimasta nel cono d’ombra gettato su lei dal più famoso Modigliani. Come fare a restituire lo sguardo di Jeanne sul mondo e liberarla dallo sguardo di Modì che l’ha ingabbiata nei panni della musa e della donna innamorata alla follia? Come riuscire a ritrovare l’autentica voce di Jeanne, visto che la famiglia di lei ha occultato tutti i documenti della sua vita che sarebbero stati utili per ricostruire la Jeanne in carne ed ossa, oltre l’immagine dell’icona confezionata da Modì? La mia via è stata in primo luogo quella di partire dai suoi dipinti e disegni, per indagare, recuperare e far esprimere la visione interiore di Jeanne. A questa si è aggiunta la ricerca di documenti e fonti, fra cui la grande scoperta per me di Jeanne che posa, insieme a delle amiche, per Foujita, svelando tratti inediti della sua personalità, dal momento che in questi dipinti appare in maniera completamente diversa da come la conosciamo. Per arrivare alla sua domanda: io credo di sì, che in quel momento esaltante, anche per l’affermazione di donne-artiste, la giovanissima Jeanne a 19 anni varcò il miraggio di Montparnasse con la determinazione di diventare un’artista, osando misurarsi con coloro che venivano considerati come i “grandi” già allora, Picasso o Matisse per esempio, da cui credo che ella abbia molto imparato. Tra l’altro scelse il sentiero dell’arte in maniera decisa e inequivocabile: studiava alla Accademia Colarossi e a quella di arti applicate.

Jeanne era molto giovane, ma nel libro emerge il profilo di una donna emancipata, moderna e con una volontà ben definita. Si considerava un’artista, era un’artista a tutti gli effetti come lei ha appena ricordato, e il suo stile rimase sempre piuttosto autonomo da quello di Modì. Al tempo stesso era però anche la compagna e la modella di uno dei pittori più straordinari del XX secolo. Da scrittrice, quanto è stato difficile tenere a bada la figura prorompente di Modigliani e rimanere concentrata su Jeanne? Ha usato qualche metodo particolare oppure, mentre scriveva, è subito riuscita a focalizzare l’immagine e la personalità della pittrice?

Io sono partita da Jeanne, ovvero da un dipinto, un suo autoritratto che vidi in una mostra collettanea senza sapere nemmeno chi fosse quella pittrice. Mi interessai a una sconosciuta, di cui mi colpì l’intensità espressiva e la capacità di cogliere e trasfigurare in colori accesi e contrastanti la sofferenza umana. Mi interessava capire la tecnica, lo scavo dell’animo. Solo successivamente scoprii che si trattava della musa e compagna di Modigliani. Questo però instillò in me una sorta di ossessione a scoprire chi fosse realmente quella donna. Per cui direi che la mia attenzione è sempre rimasta focalizzata su lei e sullo sforzo di farne riemergere la voce e la visione del mondo. L’incontro con Modigliani segnò e cambiò la sua vita, ma ancora una volta, anche narrando di ciò, mi ha sempre guidato la volontà di far rivivere questa storia dalla prospettiva di lei, parafrasando la dedica al libro: affinché  il suo “sguardo silente possa ancora parlare…”.

Jeanne Hébuterne in uno scatto del 1917 ca.

Subito dopo aver iniziato a leggere il suo libro, sono andato a cercare una foto di Jeanne Hébuterne su internet e anch’io sono rimasto ipnotizzato dal suo sguardo. I suoi occhi mostrano una consapevolezza di sé che incute quasi timore e impone delle domande. Una di queste è: una donna così, che ha dato prova di una resilienza estrema all’interno di una famiglia tanto opprimente, come ha potuto rinunciare alla carriera di artista proprio quando si era liberata? O forse Jeanne cambiò soltanto la vecchia gabbia con una nuova? A suo parere, l’amore profondo che nutriva per il suo Amedeo, per il suo Dedo, riesce a spiegare fino in fondo una rinuncia così grande?

Lei mi pone solo domande difficili, che scavano nell’animo di Jeanne. Spero di esserne all’altezza e fornire delle risposte che si approssimino alla verità. Nella ricostruzione che ho fatto del carattere di Jeanne attraverso testimonianze di amiche, amici e conoscenti, ma soprattutto attraverso il suo sguardo sul mondo recuperato dai suoi dipinti, Jeanne era non la figura remissiva e passiva che ci viene presentata nelle biografie di Modigliani. Era una ragazzina, giovanissima, questo è vero, ma determinata e audace: in tal senso l’amore assoluto e totalizzante che provò per Modigliani rientra a mio avviso in una ostinazione caparbia e in una determinazione estrema: lei scelse quell’uomo, scelse quell’amore e riuscì ad imporlo anche a lui, che di amori ne cambiava tanti e di continuo, imponendogli anche la sua figura come inizio e fine irraggiungibile della sua ricerca di bellezza e assoluto: nessuna donna, nessuna persona è stata tanto ossessivamente ritratta da Modì, che a Jeanne dedicò più di venti dipinti.

Il libro si intitola Non dipingerai i miei occhi e, anche in base a quello che ci siamo detti finora, mi sembra non possa esserci titolo migliore. Un’idea personale che mi sono fatto è che nemmeno Modigliani sia riuscito a scoprire il segreto dello sguardo di Jeanne e che anzi lei considerasse la propria interiorità una faccenda davvero molto intima, privata. Se fosse stato possibile, cosa avrebbe voluto domandare a Jeanne Hébuterne mentre stava scrivendo questo libro su di lei?

Se è mai stata davvero felice o se il suo ardore e amore li ha vissuti al prezzo di una inesauribile e incessante sofferenza, che è la cosa più pura del mondo.

Jeanne Hébuterne, “Autoritratto”, 1916-17.

Anche se il suo è un libro su Jeanne, mi permetta di porle una domanda su Amedeo. Modigliani non amava i cubisti; ne era amico, come in generale lo erano fra sé tutti gli artisti che animavano l’Ecole de Paris, ma a Modì il cubismo lo ha sempre lasciato piuttosto indifferente, a volte persino infastidito. Scrivendo Non dipingerai i miei occhi, si è accorta di aver usato una tecnica che ricorda molto da vicino quella cubista delle prospettive simultanee e dei punti di vista multipli? Era una cosa voluta?

In parte sì: in quegli anni si scompose la visione del mondo per ricomporsi attraverso altre prospettive. E questa operazione non fu merito di un solo artista, ma di una coralità di individui dalla forte personalità, che vedevano, scomponevano e ricomponevano le tessere dell’animo umano e della loro visione del mondo in maniera del tutto soggettiva e differenziata. Mi interessava far emergere questa “coralità di visioni”, cercando di recuperare nella narrazione i tratti pittorici più differenti, per cui la scrittura diviene a volte più evocativa, come quando prende spunto dalla prospettiva pittorica di Foujita, a volte violenta, come nel caso dei riferimenti all’opera pittorica di Picasso, altre grondante di sangue e decomposizione della carne, come nel caso della visione di Soutine, di follia e squilibrio come nel caso di Utrillo, di assoluto come nel caso della pittura di Modigliani.

Quali insegnamenti possono ricavare da Jeanne Hébuterne le donne e le artiste del XXI secolo? Pensa che la sua figura abbia le caratteristiche giuste per diventare una nuova icona del femminismo?

Credo proprio di sì: Jeanne è un esempio straordinario della devozione a un ideale, a un sogno da inseguire a qualsiasi costo. In tal senso anche il suo suicidio non è un atto di resa incondizionata al fallimento della sua vita e di quella dell’amato, ma una sorta di coronamento dell’ideale romantico: l’inveramento dell’assoluto amore nella morte.

Grazia Pulvirenti (© Grazia Ippolito).

Per farmi perdonare, direi di concludere la nostra chiacchierata con una domanda più facile… almeno in apparenza. Cos’è per lei l’avanguardismo?

Uno sguardo inedito, inatteso, sorprendente sul mondo. Come quello di Jeanne e di Modigliani che pagarono il prezzo della loro innovativa visione artistica con la miseria, la sofferenza dei corpi, i tormenti dell’animo, per ricevere, almeno lui, i meritati riconoscimenti all’opera compiuta solo quando il corpo era freddo nella bara, durante quel funerale in cui i prezzi delle sue opere, fino ad allora venduti a pochissimo o dati in cambio di un pasto, presero a lievitare. A Jeanne questo riconoscimento ancora non è toccato: le sue opere sono state per decenni occultate dalla famiglia e di recente vendute a cifre significative in aste, che ne hanno disperso il corpus. Anche questo è avanguardismo: non venire compresi e apprezzati in vita per l’intensità e innovazione del messaggio, ricevere plausi e riconoscimenti solo post-mortem.

*Immagine in copertina: Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne seduta con il braccio sulla spalliera, 1918, Pasadena, Norton Simon Museum of Art (particolare).

Un posto per due: madre e figlia protagoniste di “La straniera” di Claudia Durastanti

Di Andrea Carria

Pochi giorni fa ho terminato la lettura di La straniera, recente libro di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019), incluso nelle cinquina finalista dell’ultimo Premio Strega, e come sempre desidero condividere con voi le mie impressioni.

La prima cosa da dire è che non siamo in presenza di un romanzo ma di un memoir, di un racconto autobiografico. Non si tratta di una precisazione tecnica né di merito, ma solo di un dato di cui il lettore e le sue aspettative devono essere informati. Non esiste una trama da scoprire, un eroe da imparare a conoscere e a cui affezionarsi, tuttavia una storia c’è e tratta del rapporto della figlia con la madre.

Tutti noi siamo figli e sappiamo che i rapporti con i genitori possono essere molto complessi anche nella più comune delle situazioni. Ma cosa scatta, come si costruisce il rapporto con una madre disabile da parte di una figlia “sana”? La storia raccontata da Claudia Durastanti nel suo libro si confronta proprio con questo delicato argomento, parlando della sua esperienza di figlia nata da due genitori non udenti.

Il libro inizia a Roma, con l’incontro della madre con il futuro compagno. Lui sta meditando di farla finita gettandosi da un ponte sul Tevere, ma il provvidenziale intervento di lei lo blocca, salvandogli molto probabilmente la vita. È l’inizio di una frequentazione burrascosa fatta di fughe e ricongiungimenti in cui nemmeno l’arrivo di due figli riesce a portare un po’ d’ordine. La famiglia cambia spesso città e addirittura Paese, raggiungendo Brooklyn nei primi anni ’80. Ma anche l’America si rivelerà essere solo una tappa, e un bel giorno la donna compra un biglietto di sola andata per la Basilicata, portando con sé i due figli ancora piccoli. Nel paesino natale della madre, la protagonista si scontra con una realtà profondamente diversa da quella americana in cui è nata e ha vissuto fino a quel momento. Al senso di inadeguatezza per essere figlia di genitori disabili si aggiunge così quello di estraniazione, di inettitudine sociale, che si esplica nell’impossibilità di riconoscersi fino in fondo in un gruppo, in una classe, in un solo Paese e in una sola lingua.

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Come il titolo stesso dichiara in maniera incontrovertibile, l’estraneità è il fil rouge che percorre il libro da cima a fondo. Osservando il dialogo che si instaura tra certi capitoli, è come se Durastanti abbia inteso redigere un catalogo di esempi, luoghi e situazioni in cui una persona, nell’arco della vita, può arrivare a percepirsi come un’estranea, una straniera. Testimoni di questa condizione esistenziale sono due: la protagonista, che racconta in prima persona le varie metamorfosi di questo suo sentimento, e soprattutto la madre, per la quale l’essere straniera è una condizione che si porta dietro dalla nascita. È precisamente su questo punto che l’esperienza di madre e figlia si biforca: per la prima l’estraneità è una condizione che fa parte della sua persona, con la quale convive da sempre, un marchio che le è stato imposto dal destino e dagli altri, ma che è comunque suo, le appartiene fino in fondo; anche per la figlia l’estraneità è un marchio che altri hanno impresso alla sua identità sociale, ma nel suo caso non c’è un’appartenenza diretta, è suo solamente perché ce l’ha la madre, e se fosse nata in una famiglia diversa non l’avrebbe posseduto.

All’eredità segue l’accettazione della stessa. Bollata come «la figlia della muta» dagli abitanti del paese materno, la protagonista comincia ad accettare il giudizio che gli altri hanno formulato su di lei e vi si adegua. Lo farà così bene che sarà poi lei stessa, una volta adulta, a continuare a vedersi fuori posto ovunque, a trovare nuovi motivi di distinzione, quasi come se inseguisse la diversità piuttosto che cercare di affrancarsene.

E ora veniamo alla valutazione del libro. La straniera è un’opera ambiziosa di un’autrice giovane e consapevole delle proprie capacità. La scrittura è piacevole, il lessico ricco, molte delle esperienze descritte trasudano di vita vissuta e di tanta, tanta voglia di comunicare. Il tema della comunicazione e del desiderio di farsi comprendere è ampiamente sviluppato: le pagine in cui Durastanti racconta il mondo privo di suoni della madre, dove traccia e cerca di condividere con il lettore il suo universo semantico, sono piene di sentimento e di verità, in assoluto le migliori di tutto il libro.

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Scorcio di Matera, Basilicata

Per questo motivo l’impronta dalla madre sul testo è particolarmente forte. Durastanti ne fa la protagonista indiscussa di numerosi capitoli, soprattutto nella prima parte, e questo crea subito un particolare interesse nei suoi confronti da parte del lettore. Intanto gli anni passano, la figlia cresce e si emancipa, e nel libro inizia a rivendicare uno spazio narrativo più ampio, che sia tutto suo, sottraendolo edipicamente alla madre. Il rapporto si colora di nuove tinte e sfocia in una larvata competizione madre-figlia che non è raccontata solo dalle parole, ma si osserva anche nel numero delle pagine dedicate all’una oppure all’altra, quasi come se l’indipendenza della figlia sia un problema di quanti riflettori puoi permettersi. Il fatto però è che il rapporto era sbilanciato già in partenza, e non a favore della protagonista-scrittrice. Quello che Claudia Durastanti non ha infatti considerato è che la sua esperienza di vita è letterariamente interessante nella misura in cui viene condizionata dai disagi della madre. Il libro soffre l’allontanamento di quest’ultima più del consentito e l’interesse del lettore stenta a essere risvegliato dalle esperienze autonome della figlia, ormai diventata una giovane donna. Dal punto di vista letterario si assiste così a un esito insolito: gli anni della gioventù, la cui rievocazione ha fatto la fortuna di intere generazioni di scrittori, qui sono privi di mordente e in generale risultano decisamente poco intriganti.

Durastanti cerca di conferire un’aura speciale alle sue esperienze per mezzo di una scrittura ricercata e altamente letteraria, eppure il risultato ottenuto lascia a desiderare. Il problema non è di stile, ma di contenuto: ciò che la scrittrice sviluppa nella parte centrale e finale del libro è un autobiografismo piuttosto ordinario, il racconto di un vissuto comune alla maggioranza dei trentenni di oggi e che la lingua, da sola, non può rendere più interessante. L’impiego di un lessico ricco all’interno di frasi appositamente studiate per fare eco (sebbene abbiano poco da rivelare), può anzi suscitare nel lettore un effetto contrario. La bella scrittura si trasforma così in un esercizio di stile, in un mera ostentazione che, alla lunga, stanca.
Ma, cosa addirittura peggiore, questa lingua e questo stile non hanno saputo definire né dare un nome al malessere esistenziale lamentato dalla voce narrante. Qual è, per esempio, il problema che fa dire alla protagonista che si sarebbe perduta se non fosse arrivato qualcuno a raccoglierla? Dopo aver studiato, viaggiato, lavorato nel proprio settore, scelto liberamente il paese in cui vivere e la persona da avere al proprio fianco, è possibile che il disagio di questa donna poco più che trentenne, emancipata e in salute, continui a essere lo stesso della ragazzina sradicata dal proprio ambiente e che la gente semplice di un paesino lucano chiamava «la figlia della muta»? Non me lo sto chiedendo con retorica, ma perché mi manca un passaggio, e può anche darsi che io non l’abbia semplicemente capito. In tutta onestà, ammetto però di non essere riuscito a provare empatia per la sua afflizione.

Inoltre, il fatto che Durastanti abbia spacchettato la sua vita in tanti episodi, di averla frantumata in schegge non più lunghe di un capitolo e fra loro quasi mai dialoganti, ha pregiudicato lo sviluppo del più effimero andamento narrativo. Un grave limite che ho riscontrato nella Straniera è stata infatti l’impossibilità oggettiva di poterlo leggere come un romanzo. Ci sono evidenti inserti saggistici che però non sono responsabili di questa mancanza (ho sempre pensato che i saggi di Virginia Woolf siano più avvincenti delle sue opere letterarie); al contrario credo, anzi sono sicuro, che l’antiromanzo fosse il modello a cui Durastanti si sia riferita, in quanto è estremamente difficile che una scrittrice/scrittore concepisca un testo — di qualunque genere sia, non importa — e lo privi di tutto il suo potenziale romanzesco.

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Claudia Durastanti (fonte: raicultura.it)

Considerati pregi e difetti, La straniera non è stata la lettura che mi attendevo, per cui il giudizio che sono costretto a darle non è completamente positivo. In realtà quello che mi sento di fare è esprimere due valutazioni, in quanto, arrivato in fondo, si accresce in me la sensazione di aver letto due libri in uno. Il primo mi ha convinto appieno, impressionandomi piacevolmente; l’altro invece mi ha lasciato perplesso e ho faticato a riconoscermi in ciò che leggevo malgrado le esperienze e i problemi affrontati fossero quelli della mia generazione. Ho fatto fatica a giungere in fondo ad alcuni capitoli, non capivo cosa la scrittrice volesse comunicare della sua vita quando invece era stata così brava, così originale proprio nella descrizione delle barriere comunicative che vigono nel mondo silenzioso della madre.

Forse Durastanti non ha ben compreso che la vera protagonista della sua storia non era Claudia, né avrebbe potuto diventarlo. Questo ruolo era già della madre, ed erano state proprio lei e la sua bella scrittura ad assegnarglielo. Da lettore ho capito la realtà delle parti quando non trovavo più la madre fra le pagine e ne avvertivo la mancanza. La scrittrice ha voluto sovrapporsi a essa fino a sostituirla, credendo che il suo libro/autobiografia ne avrebbe sopportato la sterzata, ma non è stato così. È arrivata a contenderle persino lo status di straniera, quando in realtà la sola evidenza che almeno io ho ricavato da questa lettura è che c’è una straniera soltanto.

L’errore più grande compiuto da Claudia Durastanti è stato quello di non aver capito in tempo che l’unico modo che aveva di stare sul palco era da coprotagonista.

Lo sguardo sull’Europa di un americano: “Ritratto di signora” di Henry James

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi vorrei affrontare con voi come la società europea viene percepita da fuori, ovverosia in che modo la nostra letteratura continentale viene intesa e dunque duplicata.

Data la mia limitata conoscenza delle letterature extraeuropee (mancanza cui sto cercando di porre un rimedio e un freno a partire da questo articolo), ho deciso di rendermi la vita più facile iniziando da un autore che di extraeuropeo aveva assai poco: Henry James. James infatti nacque a New York, ma spese la maggior parte della sua vita in Europa, in particolare fra Parigi e Londra, città dove infine si spense.

Quella di James fu una mente assai prolifica: romanzi, saggi di critica letteraria, opere teatrali, racconti, e per ognuna di queste categorie scrisse molto e abbondantemente. L’elemento che più ci interessa in questo articolo, però, riguarda la prima metà della sua esperienza di scrittore, quella in cui vediamo a confronto la società statunitense e quella europea attraverso il romanzo Ritratto di signora, pubblicato inizialmente a puntate fra il 1880 e il 1881 e di cui, nel 1996, ne venne fatta una bella trasposizione in film con un cast che vedeva in scena Nicole Kidman, John Malkovich, Viggo Mortensen e Christian Bale.

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Per chi di voi non avesse ancora letto il libro, dirò solamente che si narrano le vicende pubbliche e private (cioè esteriori e interiori) principalmente dal punto di vista di colei che viene a più riprese definita “la nostra eroina”, Miss Isabel Archer. La giovane è nata e cresciuta negli Stati Uniti ma, dopo la scomparsa del padre, viene accolta nella famiglia della zia materna, Mrs Touchett, la quale però vive a metà strada fra l’Inghilterra e l’Italia. Se già da queste poche righe intravedete il primo punto di contatto letterario fra gli U.S.A. e l’Europa siete sulla buona strada. È infatti difficile pensare che James non abbia pensato a Jane Austen e al suo Mansfield Park quando ha pensato alle origini di Isabel.

Il resto dei personaggi che ruota attorno alla figura di Isabel è quasi interamente originario degli Stati Uniti e tutti loro, sia che vivano nella campagna inglese, a Parigi, a Firenze o a Roma, rappresentano un nucleo di emigrati privilegiati che hanno abbandonato la terra natia per i più diversi motivi. Volendo raggruppare questi motivi, potremmo dire che le ragioni principali sono due, a seconda che si tratti di uomini o di donne. Per i primi la motivazione è di ordine politico o economico: ci si trasferisce perché la democrazia statunitense ha perso il suo prestigio mentre in Europa la società è ancora fortemente legata all’appartenenza di classe, oppure si parte per questioni di lavoro; per le seconde il motivo è invece sempre il matrimonio. Sarà utile ricordare che la fine del XIX secolo, proprio gli anni di pubblicazione del romanzo, sono gli anni della così detta Gilded Age, l’età di maggior opulenza della società borghese statunitense. Il fasto di quella Europea, al contrario, era solo apparente e in questi anni si registrano molti matrimoni fra ereditiere statunitensi e rampolli di antiche famiglie nobiliari di quasi tutta Europa (la causa di ciò è dovuta al fatto che, contrariamente all’Europa, le figlie dei ricchi signori statunitensi erano destinatarie, oltre alla dote per il matrimonio, anche di una vera e propria eredità, mentre dalle nostre parti il sistema era ancora fortemente incentrato sui figli maschi che disponevano in pieno di tutti i beni appartenuti al padre).

Ecco dunque un punto importante nel quale emerge la prima divergenza di vedute fra i due mondi: come potrete ricordare leggendo l’articolo sul romanzo vittoriano e su George Elliot, i soldi rappresentano un punto essenziale della dinamica narrativa, la quale a sua volta è specchio di quella sociale. Le ragazze di Middlemarch, come prima le ragazze di Orgoglio e pregiudizio sono prede, quasi vittime di un sistema che le vede correre a destra e a manca alla ricerca di un marito che possa garantire loro una vita sicura e lontana dai pericoli della povertà e dell’indigenza. Le donne di Ritratto di signora, al contrario, hanno ben chiara in mente tutta la faccenda politica che si cela dietro a un’unione. Loro non si devono salvare da nulla, ma devono ben valutare con chi sposarsi perché, come dice Mrs Touchett, creare una famiglia è lo stesso che creare una società: bisogna avere ottimi mezzi e soci affinché tutto funzioni e prosperi.

Il secondo punto di scarto fra i nostri romanzi e quello di James sta nella rappresentazione dell’uomo. Il romanzo europeo del ‘700 e dell’800 rappresenta quasi esclusivamente uomini concreti. Pensate appunto a Mr Darcy e alla sua ferrea severità nei confronti di sé stesso, oppure alla fredda meccanica dei pensieri di Claude Frollo, o ancora all’irreprensibile tenacia con cui gli uomini di Verga accumulano i loro beni (per non parlare di Robinson Crusoe, o del Dottor Faust). Questi sono sì colpiti dai sentimenti che, in maniere del tutto diverse, li turbano, ma difficilmente perderanno la loro durezza, la loro convinta percezione del posto che occupano nel mondo. Nel romanzo di James si verifica l’esatto opposto: gli uomini sono dei mansueti animali da salotto che passano le loro giornate a parlottar fra loro o a contemplare estasiati l’angelica bellezza della propria amata o della padrona di casa. Sono remissivi, al limite della passività e se agiscono in maniera attiva è solo perché la società prevede questo. Solo un’eccezione è concessa nel libro: Gilbert Osmond. Osmond viene descritto come un americano che vive come un principe decaduto, uno che nella vita ha sempre aspirato a essere o il meglio del meglio oppure il più invisibile fra gli invisibili. La percezione che ha di sé è molto ben definita, allenata per anni lontano dal cuore della società che vive nella mediocrità, dove si può galleggiare sulla propria zattera sociale fintanto che ci è concesso il tempo di vivere. In questo senso Osmond è pienamente europeo: severo con sé stesso, che tratta nello stesso modo i servi e i principi, perché in fondo sa che nessuno di loro merita di godere della sua compagnia.

Su questo paradigma di opposti si incardina la rappresentazione della nostra società. Una rappresentazione che porta in sé, sul piano metaletterario, alcune interessanti contraddizioni degne di nota: per esempio la profonda immersione dello stile e dei temi europei che divergono da quelli statunitensi, la quale viene usata per mostrare i difetti dei primi a la freschezza dei secondi. Tuttavia sarebbe ingiusto attribuire a James il solo ruolo di antropologo letterario dell’Europa: la sua scrittura è stata di fondamentale importanza per rinnovare la nostra arte dello scrivere. Con lui assistiamo alla consacrazione del cambiamento dello spazio nel quale gli eventi si verificano: da fuori a dentro. Ciò che accade all’esterno è solo la scintilla che accende la miccia, ma l’esplosione avviene all’interno dei personaggi, nella loro intimità e in quella che il filosofo francese Henri Bergson definirà più avanti la durée o tempo interiore. Lo stesso cambiamento di spazio che verrà elaborato finemente e magistralmente da alcune divinità della letteratura europea quali Virignia Woolf, James Joyce e Marcel Proust.

Eleonora d’Arborea raccontata da Bianca Pitzorno: le grandi donne di Sardegna ieri e oggi

Di Andrea Carria

Fra le narrazioni che la storia d’Italia stenta a ricordare esistono vicende davvero sorprendenti. Una di queste ha per protagonista Eleonora d’Arborea (1347 circa – 1404 circa), una delle figure più studiate e amate della storia della Sardegna, la quale ha trovato l’aedo perfetto in un’altra donna sarda, Bianca Pitzorno (Sassari, 1942), la maggiore autrice italiana di racconti per ragazzi.

La prima edizione di Vita di Eleonora d’Arborea. Principessa medievale di Sardegna è del 1984, ma le importanti scoperte avvenute nel frattempo hanno via via permesso alla Pitzorno di consegnare alle stampe edizioni sempre più ricche e documentate del proprio libro (la mia edizione è quella del 2010 della collana Oscar Mondadori). Già, perché di Eleonora d’Arborea si continua comunque a sapere poco. Gli archivi (o meglio, quello che ne è rimasto) esitano a fornire informazioni e dettagli sulla sua vita e l’unica immagine che possediamo di lei è un bassorilievo rovinato dal tempo nella chiesetta gotica di San Gavino, fuori Oristano. Così, fatta piazza pulita delle leggende, per riempire i numerosi vuoti che restano fra un documento e l’altro, il biografo è costretto a dedurre da fonti secondarie e, perché no?, a immaginare. Come? Nel caso di Bianca Pitzorno, grazie a una perfetta consapevolezza storica, proponendo più ipotesi verosimili per lo stesso scenario e narrando alla stregua di un romanzo, senza tuttavia scivolare nelle rappresentazioni romantiche più scontate.

Rappresentazioni alle quali la figura di Eleonora ha più volte prestato il fianco; come per esempio durante il Risorgimento, quando nei quadri veniva rappresentata nei panni di una Giovanna d’Arco sarda che imbracciava le armi per difendere l’indipendenza della propria terra. Niente di più lontano dal vero. Pur immaginando a sua volta, la Pitzorno ha infatti restituito Eleonora al contesto sociale e politico che con ogni probabilità più le apparteneva, consegnando alla divulgazione storica il ritratto di una donna determinata e indipendente, in grado di trattare da pari con gli altri regnanti dell’epoca e, comunque, molto più votata all’attività legislativa che al mestiere della guerra.

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Eleonora fu una giudicessa amata e rispettata dai propri sudditi, tuttavia nessuno alla sua nascita avrebbe potuto prevedere per lei un futuro da regnante. Eleonora era infatti una delle figlie minori del giudice Mariano IV d’Arborea (1317-1375), della dinastia dei De Serra visconti di Bas. I De Serra erano una delle più potenti famiglie della Sardegna e da quasi due secoli erano a capo del giudicato d’Arborea (uno dei quattro giudicati in cui in passato era stata divisa l’isola), un regno nei fatti autonomo anche se formalmente vassallo del re d’Aragona dopo che papa Bonifacio VIII (lo stesso dello schiaffo di Anagni), nel 1297, lo aveva consegnato in feudo a Giacomo II il Giusto. Creando il Regno di Sardegna e Corsica, il papa aveva trattato la Sardegna come se fosse completamente priva di un proprio ordinamento politico, ignorando che i primi giudicati risalivano al tempo in cui sull’isola si dissolse il dominio bizantino e che quindi avevano dalla loro parte una storia e una tradizione secolari, e questo i De Serra Bas non potevano permetterlo. Soprattutto non potevano accettare che la loro dinastia, una monarchia ereditaria a tutti gli effetti, venisse declassata a vassalla di qualcun altro, e fino alla loro estinzione avrebbero combattuto per rivendicare il proprio status di sovrani, pretendendo che gli aragonesi rinunciassero alle proprie mire sull’isola e iniziassero a trattarli da pari.

La capitale del giudicato (Logu) — il cui stemma era un albero sradicato (arbor) in campo bianco — era Oristano, ed è lì, in uno stato di continua alternanza fra guerra e tregua, che Eleonora e i suoi fratelli trascorsero l’infanzia e parte della giovinezza. Alla morte di Mariano, a cui si deve il periodo più prospero per il giudicato, la Corona de Logu passò al figlio Ugone III, il quale, a causa dello stato di guerra permanente e del malcontento generale degli abitanti, finì però assassinato. In mancanza di eredi diretti, Eleonora, che intanto si era sposata con Brancaleone Doria (noto anche come Brancadoria), rivendicò la Corona de Logu. Non per lei, ma per il figlio Federico, in quanto secondo le regole dinastiche del giudicato una donna poteva ambire alla Corona de Logu soltanto come reggente, in attesa che il giudice arrivasse alla maggiore età.

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Con Eleonora l’Arborea ritrovò la prosperità perduta. La guerra contro l’Aragona continuava, ma non gravava più sul popolo come ai tempi di suo fratello Ugone. Dopo un lungo periodo di prigionia, Brancaleone si mise a capo dell’esercito giudicale e tenne in scacco Cagliari, Alghero e le altre fortezze aragonesi rimaste sull’isola (ormai quasi tutta in mano arborense), impedendone i rifornimenti provenienti da Barcellona via mare. Intanto a Oristano, nel cuore del giudicato, Eleonora si era stabilmente insediata sul trono e poteva dedicarsi alla sua gente. Nel 1392 la giudicessa promulgò la Carta de Logu, una raccolta di leggi che integrava il precedente codice varato da Mariano e che, in determinati ambiti, introduceva principi giuridici sorprendentemente avanzati per il tempo. La Carta era scritta in lingua sarda, si estendeva a tutti i territori controllati dall’Arborea e i capi delle curatorie avevano l’obbligo di procurarsene una copia a proprie spese. L’aderenza delle leggi di Eleonora alla condizione politica, economica e sociale della Sardegna del tempo era così precisa che la Carta de Logu era destinata a sopravvivere allo stesso regno d’Arborea: nel 1421 gli aragonesi, divenuti intanto gli unici padroni della Sardegna, la estesero infatti a tutta l’isola, dove rimase in vigore fino al 1827, quando i Savoia la sostituirono con i propri statuti.

L’Arborea e la Sardegna si identificavano così profondamente con la dinastia dei De Serra Bas che non seppero resistere alla fine della famiglia giudicale. Quando Eleonora morì — presumibilmente nel 1404 a causa della peste — si aprì una crisi successoria fatta di tradimenti e omicidi. Il figlio Federico era morto bambino anni prima e il secondogenito della giudicessa, Mariano V, fu probabilmente ucciso da Brancaleone, che ne era padre solo formalmente. Fu allora che i sardi — già riuniti in una forma di proto patriottismo noto nei documenti come nación sardesca — offrirono la Corona de Logu a Guglielmo III visconte di Narbona, nipote della sorella di Eleonora, Beratrice, l’ultimo De Serra Bas ancora in vita. Fu un giudicato estremamente breve, quello di Guglielmo, il quale, dopo la sconfitta nella battaglia di Sanluri (1409), se ne tornò in Provenza con la coda fra le gambe, lasciando l’isola alla mercé degli aragonesi. Pochi mesi dopo, Oristano si consegnò spontaneamente al nemico, l’esperienza della nación sardesca si dissolse come neve caduta troppo presto e nel 1410 il giudicato d’Arborea non esisteva già più.

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Monumento a Eleonora d’Arborea a Oristano

Nel libro di Bianca Pitzorno viene raccontata questa storia completa di tutti i suoi dettagli e intrighi. Il regno d’Arborea è lo scenario che abitano Eleonora, Brancaleone, Mariano e gli altri protagonisti, ma non è il solo. Pari importanza è infatti assunta anche dalla città di Barcellona, dove la Pitzorno conduce il lettore alla scoperta della vita che si svolgeva alla corte degli avversari dei De Serra Bas. Nel libro, la prospettiva sarda e quella catalana si alternano a vantaggio di una ricostruzione storica più ampia e articolata, che ha fra i suoi scopi anche quello di restituire l’immagine di un regno, quello d’Arborea, saldo, indipendente, prospero e ben inserito all’interno della politica internazionale dell’Europa del Basso Medioevo. Gli stessi rapporti con il regno d’Aragona hanno costretto la Pitzorno ad allargare i confini spaziali e temporali del proprio racconto. Tra Oristano e Barcellona sono infatti esistiti anche periodi di pace e alleanza (Mariano, il padre di Eleonora, era stato educato alla corte del re Alfonso IV e sua madre, Timbors de Rocabertí, proveniva dalla nobiltà catalana), ricchi di legami parentali quanto di scambi economici e culturali; legami e scambi così profondi che il loro ricordo avrebbe poi influenzato direttamente le modalità in cui i due stati si fecero la guerra, vale a dire più come avversari degni di rispetto che come acerrimi nemici da neutralizzare a ogni costo.

La biografia di Eleonora scritta da Bianca Pitzorno è un libro di storia che si legge come un romanzo. Il gusto letterario dell’autrice si ritrova a ogni pagina, a ogni frase, e la sua cura per i particolari aiuta chi legge a destreggiarsi fra le contorte genealogie delle due case regnanti. L’unica cosa che a parer mio manca al suo racconto è una descrizione di Oristano. Che città era la capitale del giudicato al tempo del suo massimo splendore? Chi ci viveva e in quanti erano? Le sue strade e i suoi edifici erano come quelli delle città del continente (Terramaggese) o avevano un carattere proprio? Da curioso di città, avrei gradito avere maggiori informazioni sullo scenario in cui collocare i personaggi di questa storia, tuttavia è assai probabile che se la Pitzorno, laureata in archeologia, non l’ha fatto è dipeso dalla mancanza di fonti (mi stavo infatti dimenticando di dire che gli archivi della cancelleria di Oristano sono andati completamente distrutti), e che se proprio doveva immaginare qualcosa, allora, da buona biografa, era preferibile che lo facesse per lei soltanto, per Eleonora.

L’arte del perturbante, da Daphne du Maurier ad Alfred Hitchcock

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo che reputo estremamente interessante: quello del perturbante. Per cominciare è bene rinfrescarsi la memoria con una semplice definizione tratta dal vocabolario Treccani, cui mai ci stanchiamo di ricorrere quando siamo in dubbio.

perturbare v. tr. [dal lat. perturbare, comp. di per1 e turbare «turbare»]. – Turbare profondamente, sconvolgere, portare agitazione o alterazione in un àmbito di natura sociale, fisica o psichica”

Da questa definizione ci possiamo spostare all’utilizzo di cui ci interessa parlare in questa sede, ovverosia quello letterario, e per farlo prenderò a esempio l’ultimo romanzo che ho terminato di leggere qualche giorno fa: Rebecca di Daphne du Maurier.
Probabilmente ad alcuni di voi questo titolo non sarà sconosciuto (ottimo!), ad altri invece ne ricorderà un altro, Rebecca la prima moglie. Ebbene, sappiate che stiamo parlando dello stesso libro, diventato molti anni fa una celebre pellicola di Alfred Hitchcock e, molto più recentemente, trasposto sul piccolo schermo da Rai 1.

Ma procediamo con calma, senza perdere il filo del discorso.
Con l’aggettivo “perturbante”, in letteratura si intende un qualsiasi elemento, sia esso un oggetto, un volto, un nome, una parola, che irrompe ciclicamente nel flusso della narrazione e che ha come obiettivo quello di destare, nel personaggio della storia così come nell’animo di chi legge, una carica emotiva di tratto negativo, in grado di mettere entrambi a disagio. Badate bene che l’entità perturbante non è mai una persona nella sua totalità, ma sempre e solo la parte di qualcuno o qualcosa. Nella nostra letteratura nazionale si ricorre a questa tecnica già a cavallo fra l’800 e il ‘900, con gli autori della Scapigliatura Lombarda e, più tardi, con Luigi Pirandello.

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Daphne du Maurier, invece, decide di innovare il concetto di perturbante adottando un’interessante strategia narrativa. All’interno del suo romanzo costruisce, infatti, una fitta rete di vasi comunicanti dove il pieno e il vuoto, ovverosia la protagonista e la sua negazione, si scambiano di posto, interagiscono in qualche modo. Gli elementi testuali a favore di questo gioco sono innumerevoli, eccone alcuni:
– Il nome della protagonista non viene mai pronunciato, quello della sua nemesi, Rebecca, lo è in continuazione;
– La protagonista è viva, Rebecca è morta;
– La protagonista è bassa, ha i capelli biondi ed è goffa. Rebecca è (era) alta, mora ed estremamente elegante e raffinata;
– La protagonista e Rebecca non hanno nulla in comune e questo, paradossalmente, diventa il tratto che più le unisce: quello che possiede una manca all’altra, e viceversa.

Si potrebbe addirittura elaborare un’intera interpretazione del romanzo secondo la quale la protagonista sia in realtà Rebecca, e la donna anonima la sua nemesi.  Tutto sta nella scelta del personaggio di cui si vogliono prendere le parti.

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Con questa rete scatta il meccanismo del perturbante. All’interno del grande scenario dove la protagonista va a vivere dopo aver sposato Maxim de Winter, la magione di Manderley nel Galles, la presenza di Rebecca diventa l’elemento che riesce a dar vita alle pareti: un fazzoletto ricamato, un impermeabile, una spazzola. Come ho scritto sopra, sono tutti elementi parziali di una vita che, tramite le cose che le sono appartenute, fa il suo prepotente ingresso in scena, accompagnata sempre da un ricordo amaro e da un presagio nefasto. Non c’è capitolo che non si chiuda con un’allusione a Rebecca, non c’è momento in cui la casa di Manderley non mostri un oggetto a cui Rebecca era particolarmente affezionata.

Tutto questo si presenta come un terreno estremamente fertile per il Maestro del brivido, Sir Alfred Hitchcock. Nel 1940 decide di dirigere questo film, approfittando della poca attenzione che gli avrebbe potuto dedicare il produttore David O. Selznick poiché proprio in quel periodo era ancora alle prese con il lavoro su Via col vento.
Nel film, girato con effetti “speciali” tanto semplici quanto efficaci, se pensiamo alle tecnologie cui siamo abituati noi, la carica perturbante di Rebecca viene, se possibile, ancor più esasperata, diventa quasi maniacale. Ovunque si leggono le sue iniziali, nessuno deve permettersi di spostare gli oggetti che lei stessa aveva sistemato (su questo aspetto l’adesione al libro è eccezionale). Particolarmente d’aiuto e ben riuscita è la figura della governante, la signora Danvers, interpretata dalla spettrale Judith Anderson.

La lettura di questo libro e la visione di questo film (che potete trovare anche su YouTube!) sono vivamente consigliate. Se volete comprendere l’arte di perturbare le menti in maniera fine e sottile, se cercate uno spunto per migliorare la vostra tecnica di narratrici e narratori dell’inconscio, del brivido e del giallo, sappiate che questa strada, per quanto battuta che sia, non cessa mai di fornire validi strumenti e spunti.
O se, più semplicemente, siete alla ricerca di intrattenimento di qualità, sappiate che troverete sempre, a Manderley come fra le pagine del romanzo, la convinzione di aver visto, magari dietro a una tenda bianca, la sagoma di una donna che vi osserva.

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Un mondo sottosopra: considerazioni su Rossella O’Hara e la magia di “Via col vento”

Di Gian Luca Nicoletta

Durante la settimana scorsa ho avuto modo di spuntare dalla mia lista delle “cose da leggere/vedere nell’arco della vita” un elemento che personalmente mi inorgoglisce per la pazienza che richiede. Se state pensando alla Ricerca del tempo perduto arrivate tardi, perché quella l’ho già conclusa un annetto fa. No, quello cui sto facendo riferimento è un grande film, tratto da un grande romanzo, e il cui aggettivo va inteso sia in termini metaforici che in termini spaziali e temporaliVia col vento, diretto da Victor Fleming e tratto dal romanzo Gone with the wind della scrittrice statunitense Margaret Mitchell.

Proprio così: un pomeriggio mi sono messo di buona lena e scorrere le quasi quattro ore (senza pubblicità!) di un film inteso, nella messa in scena, come una grande opera lirica. Quando il film viene prodotto siamo infatti nel 1939, ma in Italia arriverà solo dieci anni dopo, quando l’industria cinematografica non si è ancora svincolata del tutto dal mondo teatrale. Sono emblematici, a questo titolo, i grandi fondali che vengono inseriti nel montaggio della post-produzione e che riportato i titoli dei due grandi atti che compongono l’opera.

La storia, come forse molti di voi sapranno anche solo per sentito dire, si svolge nella seconda metà del 1800, lungo un arco che precede, vive e supera la guerra di secessione americana, meglio nota anche come guerra civile. Uno tra i principali motivi di questa guerra di l’abolizione della schiavitù, applicata in tutti gli Stati del nord e dell’estremo ovest ma ancora lungi dall’arrivare fra gli Stati confederati che componevano il sud-est degli attuali U.S.A.
Protagonista indiscussa di tutta la faccenda, e cui dedicherò l’attenzione, è Rossella O’Hara, eroina di questa epopea statunitense.

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Rossella è la primogenita di casa O’Hara, una grande tenuta che porta il nome di Tara e che, assieme a Le Dodici Querce, rappresenta i due fuochi del cosmo contadino vicino ad Atlanta, in Georgia. Mr. e Mrs. O’Hara, oltre a Rossella, hanno avuto solo altre due figlie, il che rende la primogenita l’ereditiera dell’intera tenuta.
Ricca, bella, vivace e per nulla spaventata dal confrontarsi con gli uomini, Rossella ci viene descritta come il ritratto della sfrontatezza sbarazzina, della provocazione giocosa che la rende la ragazza più ricercata alle feste, quella che tutti vogliono salutare e che si presenta con un drappello di pretendenti da far invidia a tutte le altre sue coetanee. Il suo essere viziata ed estremamente egoista sono i tratti caratteriali che costituiranno il filo rosso dell’intera storia.

L’universo maschile e quello femminile vengono rappresentati come opposti l’uno all’altro: da un lato vediamo quello maschile, dal tratto spiccatamente collegiale, incentrato sull’imminente guerra con gli Stati del nord, con la volontà di mantenere il controllo sui propri commerci di cotone e soprattutto sul diritto di possedere degli schiavi; dall’altro c’è quello femminile, che ha il suo centro sull’individualità di ogni singola donna, descritto come un vorticare continuo di merende, passeggiate e — soprattutto — caratterizzato dalla caccia al miglior partito per un vantaggioso matrimonio. Fate attenzione a un dato di carattere sociale: in questi anni (1860-’70) non esiste una differenza netta tra matrimonio “vantaggioso” e matrimonio “felice”. L’uno è sinonimo dell’altro, ma con uno squilibrio semantico che vede sempre primeggiare il “vantaggio” finanziario.

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Nella prima parte del film assistiamo al raggiungimento dell’apice delle tensioni fra i vari Stati: le incomprensioni e gli interessi si fanno talmente tanti e tali da rendere inevitabile una soluzione violenta: guerra. Tutti i proprietari terrieri gioiscono pregustando la soddisfazione di mostrare ai borghesi industriali del nord quanto siano potenti e valorosi, ma dimenticano un dettaglio fondamentale che uno dei personaggi principali, Rhett Butler (interpretato da Clark Gable) invece coglie prontamente: gli Stati del sud avranno anche gli uomini, ma quelli del nord hanno i cannoni.

La guerra imperversa ovunque e, col tempo, raggiunge Atlanta, Tara e Le Dodici Querce. In questo lasso di tempo, cos’è successo a Rossella?
Ha dovuto affrontare il peggiore nemico di chi è viziato: la penuria. Penuria di cibo, di comodità, persino di attenzioni. La vita ha agito con Rossella nei modi di un contrappasso dantesco: la ragazza che ha sempre avuto tutto, non ha mai ottenuto l’unica cosa che vuole veramente: l’uomo che ama con tutta sé stessa.
Questa mancanza, tuttavia, desta nella più grande delle sorelle O’Hara un sentimento dirompente e che guiderà tutte le sue azioni: l’orgoglio. Un orgoglio inarrestabile, che trasforma il disagio di Rossella in una rabbia tale da farle compiere le azioni più spregiudicate, pur di salvare la sua vita. Al termine della prima parte rimane impressa la scena, da kolossal biblico, della sua sagoma nera, stagliata sullo sfondo rosso di un cielo al tramonto, in cui giura davanti a Dio che mai, mai più Rossella O’Hara avrebbe patito la fame.

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La seconda parte del film è concentrata sul dopoguerra. Quali sono gli effetti del passaggio dei cannoni, dei saccheggiatori e delle nuove leggi che gli Stati confederati hanno dovuto accettare, poiché perdenti?
Le terre non sono più coltivate, moltissimi uomini sono morti, le città devono essere ricostruire dalle donne. E chi, tra loro, dimostrerà quel piglio per gli affari di chi ha veramente voglia di guadagnare, per non vedere mai più mancare il cibo sulla propria tavola? Proprio così, Rossella.
La sua tenacia impressiona chiunque: dai personaggi, ai lettori, agli spettatori, perché ci mostrano il bene e il male di chi non vuole arrendersi alla disperazione, di chi non gliela vuole dare vinta a un nuovo sistema che ha decretato vincitori e vinti. Rossella diventa in questo modo il nuovo emblema, qualche generazione più tardi, dei suoi antenati emigrati dall’Irlanda che arrivarono negli Stati Uniti per un futuro migliore. Lei, indirettamente, decide di riscattare il destino suo e della sua tenuta. La terra, come viene ricordato attraverso le parole Mr. O’Hara, è l’unica cosa per cui valga la pena di lavorare. Il prezzo, però, non viene stabilito. Ma in fondo cos’è un piccolo atto disonesto, se confrontato alle cannonate contro un’intera città? Chi può decidere la giusta proporzione di un riscatto, che ha però un retrogusto di vendetta, per una vita rubata nel più violento dei modi?

Questi dubbi ancora oggi mi tengono fermo a riflettere. Proprio così, perché ancora non sono riuscito a decidere se, in fin dei conti, Rossella O’Hara sia un esempio da imitare, o uno da rigettare. Sono indeciso se considerarla un modello di tenacia, o il ritratto dell’egoismo.

Sulle orme della Maestra: come Virginia Woolf non ha ancora smesso di darci lezioni

Di Gian Luca Nicoletta
[Se ancora non l’avete fatto, ora potete dare un’occhiata al nuovo indice de Lo Specchio di Ego, dove troverete tutti gli articoli pubblicati divisi per argomento e in ordine cronologico!]

 

Con l’articolo di oggi vorrei parlarvi di un libro che mi è finito tra le mani quando sono andato alla Fiera del Libro di Firenze, a Settembre dell’anno scorso. La fiera era appena alla sua seconda edizione, ma nel complesso si è trattato di un evento davvero ben riuscito e soprattutto con case editrici di qualità.

Una tra queste, La Vita Felice, presentava all’interno del proprio catalogo molti e diversi testi di letteratura, uno dei quali mi ha particolarmente colpito: Leggere, Scrivere, Recensire, di Virginia Woolf. Si tratta di una raccolta di piccoli saggi e lettere, tutti scritti tra il 1919 e il 1939, che ruotano attorno alle tre attività che Woolf considerava essenziali per fare letteratura: appunto leggere, scrivere e recensire. In questo esatto ordine, badate bene, perché ognuna è il preludio all’altra, in un percorso che idealmente va sempre verso l’alto finché non vengono praticate contemporaneamente.
I testi di Woolf costituiscono il cuore della pubblicazione e si trovano al centro. Prima e dopo stanno, rispettivamente, una introduzione di Franco Venturi e una nota al testo di Leonard Woolf. Il fatto poi che Virginia – una tra le icone più brillanti del movimento di emancipazione delle donne – si trovi preceduta e seguita da un uomo è senza ombra di dubbio non voluto dall’editore, che invece è stato estremamente gentile e informato su ogni libro che vendeva di persona.

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fonte: ilcartello.eu

Ebbene, di cosa trattano questi saggi e queste lettere, tolto l’ovvio riferimento ai titoli?
Essi sono il frutto delle riflessioni di Virginia Woolf prima e durante il suo periodo d’oro, in cui partorì capolavori come La Signora Dalloway, o Gita al faro, o ancora Orlando. Il suo impegno e la sua dedizione alla scrittura e alla letteratura furono totali nel senso più ampio e profondo del termine: lei scriveva di tutto, su tutto, e da ogni singolo elemento cercava di trarre uno spunto per illuminare con garbo e intelletto il grandissimo mondo della Letteratura. In questa breve raccolta, i saggi e le lettere sono affrontati con piglio svelto e audace, con una scrittura scorrevole e soprattutto leggera, a metà strada fra la trattazione saggistica e il racconto breve. Come in Una stanza tutta per sé, le nozioni fondamentali che Woolf vuole trasmettere a chi la legge (ovverosia gli elementi tipici del saggio) sono meravigliosamente amalgamati all’interno di una cornice narrativa che vive delle riflessioni e dei gesti di personaggi creati spesse volte ad hoc (elementi tipici del racconto). Sembra a volte di guardare un bellissimo tappeto: da lontano vediamo l’insieme inscindibile di colori e disegni, ma se ci avviciniamo abbastanza possiamo vedere addirittura il percorso di tutti i fili che formano la trama e l’ordito.

Ma veniamo ora alle tre attività di chi vuole fare letteratura: come ho accennato all’inizio, queste hanno un ordine ben preciso e nel corso del tempo devono diventare attività simultanee.
1) Leggere: a quest’attività è riservato il primo saggio-racconto. Se vi aspettate un compendio di romanzi da leggere o di autori da conoscere, siete fuori strada! In questo primo testo, il nodo principale è quello di un gruppo di bambini che, mentre i genitori sono intenti a preparare un pasto festivo, decidono di uscire nella neve per andare a caccia di lucciole.
Siete perplessi? Non preoccupatevi, è l’effetto Virginia. Cos’è che bisogna saper fare per poter leggere bene un libro? Scorrere solamente le frasi dall’inizio alla fine? Di certo non basta: per leggere bene bisogna imparare a osservare i dettagli, le minuzie, il sotterraneo. È esattamente quello che fa la voce narrante del racconto: lei scopre per la prima volta un mondo incantato dietro al fascio di luce della lanterna, alla forma che prende la neve che cade al buio, a come si comporta il bambino più esperto di tutti e diventato capo della spedizione di caccia. Quell’esperienza è una pratica dimostrazione di cos’è la lettura, di come dobbiamo porci di fronte a un testo di cui vogliamo conoscere ogni singolo dettaglio.

2) Scrivere: una volta che abbiamo imparato a leggere, parallelamente a quest’attività, possiamo iniziare a scrivere. Ancora una volta Virginia Woolf ci stupisce parlando apparentemente d’altro: si esibisce infatti in una lettera sull’arte dello scrivere lettere, non romanzi! Ma sebbene ci parli di una scrittura di per sé non creativa bensì informativa, utilizza questi elementi per condurci tramite vie traverse a ciò che le interessava dirci: nel corso del tempo abbiamo assistito alla trasformazione della scrittura. Da che, una volta, le lettere erano scritte bene non solo sintatticamente ma anche graficamente poiché erano destinate a una lettura collettiva, l’avvento delle cartoline (che viaggiavano più veloci) e del telegrafo ha permesso una trasformazione delle lettere che, da pubbliche e informative, sono diventate private e comunicative. Private perché destinate a una sola persona, comunicative dato che erano incentrate sul altri temi quali sentimenti, pensieri, idee intime. Le prime, per la loro natura, arrivavano di per sé stesse a uno stadio molto simile alla pubblicazione di un romanzo o di un racconto, le seconde, per contrasto, trattando argomenti personali ma scritti con maggior sentimento e trasporto, dovevano rimanere celate al pubblico.
Il discorso non punta a decretare un vincitore, ma a fare un quadro chiaro della faccenda. In Woolf non troverete mai discorsi di parte, ma solo analisi terze, che ci mostrano il bello e il brutto di ogni cosa, proprio il lavoro che ogni scrittore e scrittrice dovrebbe fare.

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fonte: National Portrait Gallery, Londra

3) Recensire: in quest’ultima parte del percorso di arriva a parlare di Letteratura! È necessario però fare una piccola specificazione. Nel testo Inglese che si trova a fronte, Woolf usa solo il verbo review, che in Italiano ha una doppia diramazione semantica: da una parte recensire, dall’altra editare. Infatti nella mente di Woolf il lavoro di chi recensisce un libro è uno solo, e non si concentra solo sul giudizio di valore del libro, pubblicando un articolo su di una rivista specializzata, ma si tratta anche del lavoro di edizione del testo, di correzione degli errori, di miglioramento e potenziamento della storia, di vera e propria critica.
Chi recensisce un libro viene qui immaginato, in un mondo ideale in cui scrittore e critico guadagnano ugualmente e possono scrivere ciò che vogliono con i loro tempi e secondo le loro esigenze (argomenti nei quali vedo un chiaro riferimento a Una stanza tutta per sé), come un medico chirurgo. L’autore o autrice presenta al critico il suo testo, proprio nello stesso modo in cui un malato porta il proprio caso al suo medico curante. Questi prendono un appuntamento e, dopo un’analisi franca e scientifica, giungono al miglior modo per risolvere i problemi e rendere più facile la vita del paziente. I due non sono nemici, né antagonisti in qualche modo. Lavorano entrambi a un medesimo fine, che riguarda in pieno le sorti della Letteratura e la sua buona sopravvivenza al mondo che cambia, popolato sempre più (qui si intravede anche una critica sociale) da persone che non sono interessate alla qualità di quanto viene scritto.

Questo è l’affresco che ci viene donato dalla tumultuosa mente di Virginia Woolf. Un affresco in cui chi fa letteratura non ha solo una passione da seguire, ma anche e soprattutto una missione da compiere. «L’arte dello scrivere è un’arte difficile», dice lei a un certo punto dell’ultimo saggio. Chi di noi vuole fare letteratura, in qualsiasi modo, deve tenere conto di queste tre attività cardinali, per difendere la bellezza dei mondi che sappiamo costruire e soprattutto per permettere al fuoco che ci brucia dentro di scaldare e illuminare sempre più persone, sempre più lontano.

La saga dei Melrose, parte I: “Non importa”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo articolo voglio inaugurare una nuova serie di cinque puntate e dedicata a un’altra saga di romanzi che da poco ho iniziato a leggere. Si tratta della storia della famiglia Melrose, ideata dallo scrittore britannico Edward St Aubyn e presente qui in Italia con la onnicomprensiva (di sicuro non tascabile!) edizione di Neri Pozza, collana Bloom.

Come ho fatto per i Cazalet, anche questa dunque vedrà un articolo per ogni libro, i cui titoli sono, in ordine: Non importa, Cattive notizie, Speranza, Latte materno, Lieto fine. Oggi cominciamo dal primo.

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Volendo procedere per paragoni con la saga di Elizabeth J. Howard, possiamo dire da subito che St Aubyn ambienta la sua storia in un passato molto più recente rispetto a quello dei Cazalet. Siamo infatti (presumo), intorno agli anni ’70/’80 del ‘900. Il dato si può dedurre da alcuni elementi di contesto, quali il riferimento ad astronavi e uomini nello spazio (dunque un termine post quem che parte almeno dal 1969) ma la presenza dei passaporti per andare dall’Inghilterra alla Francia (e quindi un termine ante quem non posteriore al 2004, anno in cui l’accordo di Schengen fu esteso anche a beneficio del Regno Unito).

Il protagonista di questo primo volume è David Melrose, un uomo che incontriamo già sulla soglia dei sessant’anni. Il suo nucleo familiare è piuttosto ristretto (piccolissimo in confronto ai Cazalet), e comprende solamente sua moglie Eleanor e il loro unico figlio di cinque anni, Patrick.
A questo punto è bene chiarire una cosa: i Melrose sono molto ricchi. La ricchezza proviene da Eleanor, la quale ha parenti americani per parte di madre che si sono fatti strada nel mondo degli affari generando un ingente patrimonio.
Patrimonio al quale ha puntato David in gioventù, essendo stato diseredato dal padre dopo che si è rifiutato di seguire la carriera militare per prediligere, invece, quella di medico.

Eleanor, d’altra parte, non sembra aver mai avuto alcuna passione o ambizione. Si sente disgustata dal mondo che vive, completamente plasmato sulla forma dei soldi, e immerge le sue timide riflessioni in bevande super alcoliche.

Patrick, che dovrebbe essere l’anima della casa, ha un carattere piuttosto schivo con gli altri, particolarmente col padre, ma nasconde in sé una grande interiorità. Certo, con due genitori come quelli non poteva che venir su prepotente e viziato con gli altri, severo in maniera decisamente eccessiva con sé stesso.

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Come sapete non amo indugiare troppo sulla trama, e credo di aver detto già abbastanza, dunque mi concentrerò su altro: l’analisi.
Stando ai risultati di alcune ricerche che ho fatto sull’autore, è emerso che parte delle vicende narrate ha origine autobiografica. Edward St Aubyn, come potrebbe suggerire il nome, proviene infatti da un’antica famiglia che ha vissuto e vive tutt’ora in Cornovaglia da circa nove secoli (“immagina la noia…” direbbe Scuttle de La Sirenetta)! Il mondo patinato che si basa su «ricordi che non appartenevano nemmeno a loro, ricordi su come avevano vissuto i loro nonni che, tra l’altro, non corrispondevano minimamente alla realtà» è sempre presente sullo sfondo dei personaggi, i quali sono tutti tormentati da ricordi di parenti non più in vita, da scene del loro passato, da traumi mai affrontati né superati.

Trovo in questo senso molto ben riuscito il profondo senso di disgusto che letteralmente trasuda dalle pagine del romanzo. Un disgusto tuttavia seducente, palese agli occhi dei personaggi più attenti – generalmente donne – che però si lasciano sedurre anche contro la loro volontà. Un disgusto fatto di abusi, prepotenze, manipolazioni, terrorismo psicologico, tutto a danno dell’intero gruppo che, in qualche occasione, si trova riunito attorno a un tavolo.

Particolarmente inquietante è il personaggio di David, il più caratterizzato dall’autore. Nasconde in sé una passione depravata per lo studio del limite di sopportazione e di sudditanza delle persone, indipendentemente da chi siano. Il suo essere un diseredato, prima, e un mantenuto, poi, dev’essere la chiave che può permetterci di sbloccare il meccanismo del funzionamento della sua contorta psicologia. Lui è, deve essere, il dominatore, il despota, l’autorità, perché se non fosse questo, probabilmente non sarebbe nulla di nulla. Per essere ciò, quindi, cerca con cura le persone da seviziare: una domestica che non può lamentarsi, una moglie che cede inerme ai suoi sguardi fulminei, un amico a metà strada fra un ammiratore e un invidioso, un bambino che non deve parlare di certe cose. Questo atteggiamento, dunque, dimostra anche la viltà di persone di tal foggia.

Ma St Aubyn non si risparmia nemmeno nelle critiche alla Donna. Se l’uomo è ritratto come un depravato e vigliacco, la donna è colei che cede alle insistenze, che rimane accanto a un uomo perché non sa come mantenersi, nemmeno se i soldi sono i suoi (e in questo Eleanor e il ricordo di sua madre sono molto simili); la donna è quella che si fa succube, che odia quel ruolo ma che tuttavia gli si abbandona ogni volta.

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Edward St Aubyn

Il mondo visto invece dalla prospettiva del piccolo Patrick è sin da subito contaminato da quanto succede in quello degli adulti. Anche qui si segnano punti diametralmente opposti con i Cazalet. I figli di Hugh, o di Villy, o di Rupert, vivono all’interno di una bolla, mentre l’erede di casa Melrose mostra da subito i segni di un forte squilibrio familiare: una propensione a far giochi evidentemente pericolosi anche per un bambino, una inspiegabile (almeno per lui) paura del padre, che genera a sua volta un attaccamento morboso e mai assecondato nei confronti della madre e delle figure femminili più in generale.

Quello che ci viene mostrato, per chiudere, è un affresco a fosche tinte dell’essere umano contemporaneo dato che Non importa è del 1992. C’è una crudezza tipica dei romanzi degli anni ’90 e 2000, la stessa che nella letteratura nostrana troviamo in Tommaso Giagni, o in Walter Siti.
È successo qualcosa, prima di quel decennio, che ha trasformato la nostra visione del mondo da positiva a negativa, da sognante a disincantata. Edward St Aubyn ci fa svegliare con una secchiata d’acqua gelida, e lo fa con lo sguardo compiaciuto di chi sa di averci fatto un gran favore.

C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… Il Manifesto di Ventotene

Di Gian Luca Nicoletta

 

In vista del voto per le elezioni europee di domani, ho ritenuto opportuno dedicare l’articolo conclusivo della serie sull’Europa al testo che per primo ne ha gettato le basi, grazie alla riflessione di quattro brillanti cervelli che hanno improntato le loro vite e le loro opere a questo progetto. Sto parlando di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann e il testo in questione è il Manifesto di Ventotene.

Il Manifesto, edito per la prima volta nel 1944 ma scritto precedentemente, costituisce un documento imprescindibile per ciò che concerne l’ideazione e l’idealizzazione di un progetto tanto vaso e complesso come l’Europa.

Il testo nacque a Ventotene, isola sulla quale Spinelli e Rossi furono confinati dal regime fascista. I due intellettuali, con l’aiuto di Colorni e di Hirschmann, misero per iscritto e con intento programmatico il frutto di anni di dibattiti e di studi politici: progettare una nuova Europa, costituita da Stati interdipendenti affinché catastrofi del calibro della guerra allora in corso non potessero più ripetersi.

Il sottotitolo del Manifesto riporta: Per un’Europa libera e unita. In questo senso si muovono Spinelli e Rossi nella stesura del testo. Svegliare le coscienze, educare quelle giovani, affinché si giunga alla conclusione che un’Europa “libera e unita” non solo è necessaria ma prima di tutto è possibile.

«Si è affermato l’eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell’organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore i suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo. […] La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera il suo “spazio vitale” territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.»[1]

Spinelli, autore delle prime due parti del testo mentre Rossi redigerà la terza, parte da un concetto storicamente affermato: i popoli, almeno quelli moderni, si sono autodeterminati e riconosciuti per mezzo delle medesime tradizioni storico-culturali ed etniche che li accomunavano. Questi poi hanno sviluppato le forme di governo a loro più adatte e nel corso del loro sviluppo hanno elaborato l’idea dello “spazio vitale”, ovverosia la necessità di possedere uno spazio geografico sempre maggiore rispetto a quello già posseduto in modo da poter esplicitare le proprie funzioni di Stato in maniera piena, legittima. Questa espansione geografica però implica, inevitabilmente, la sopraffazione di altri popoli che abitavano quelle terre. In questo modo si giunge a un sistema duale, nel quale una parte dello Stato governa mentre un’altra è soggetta al potere dei governanti:

«Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze.»[2]

Lo sviluppo della necessità di uno spazio vitale è stato il metodo principale sfruttato dal regime nazista per giustificare la propria politica di invasione nei confronti di altri popoli europei, che sono stati definiti come altro-inferiore. Spinelli scrive chiaramente che la Germania di Hitler ha rappresentato il non plus ultra di questa involuzione del genere umano: è interessante segnalare come questa affermazione rientri all’interno di un testo politico. L’intento è chiaro, non ripercorrere gli errori del passato non basta: bisogna ricordare che cosa fosse la Germania nazista e pensare a quella tutte le volte che assistiamo alla violazione della Libertà.

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Bozzetto (2016 – tratto da una foto) di Ursula Hirschmann. Fonte: Gariwo

La seconda parte del Manifesto riporta il sottotitolo I compiti del dopoguerra – l’unità europea. All’interno di questa parte del testo, Spinelli teorizza cosa accadrà una volta che il conflitto sarà giunto al termine. Scrive che gli uomini ragionevoli dovranno mantenere salde le proprie idee di libertà poiché la classe dirigente ancorata a un’idea vecchia di ordinamento politico tenterà in ogni modo di restaurare l’ordine vigente prima del 1939. In altre parole si correrà il grande rischio di riportare tutto a com’era e dunque di ripristinare le stesse condizioni che hanno causato lo scoppio della guerra, un rischio che nessuno può più permettersi.

«La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell’Europa secondo il nostro ideale di civiltà.
Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche, e si daranno ostinatamente a ricostruire i vecchi organismi statali.»[3]

Si presti attenzione ai tempi verbali adottati: il futuro semplice esprime certezza, assoluta sicurezza di qualcosa che sarà. Spinelli oltre a immaginare la situazione dell’immediato dopoguerra lancia anche un monito per tutti coloro che avranno la lucidità per ragionare su ciò che dovrà essere fatto. Non è un pericolo, quello delle vecchie classi dirigenti che ripartiranno alla carica per ristabilire il vecchio ordine, è una certezza. Le cose non potranno che andar così e dunque è necessario sviluppare una coscienza politica nuova in chiave internazionalistica. Abbattere i nazionalismi o i patriottismi infervorati; l’unica via sarà quella che condurrà tutti gli europei a una condizione nuova di comunità:

«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali. […] Tutti gli uomini ragionevoli riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di stati europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di condizioni con gli altri paesi, né si può spezzettare la Germania e tenerle il piede sul collo una volta che sia vinta.»[4]

Da una parte Spinelli esprime con forza il fatto che dopo la fine della guerra le cose dovranno necessariamente cambiare: gli Stati sovrani dovranno cedere, senza obiezioni, parte della loro sovranità in favore di qualcosa di più grande: un sistema unico, democratico, pacifico che abbia come obiettivo primario garantire la coesistenza fra tutti i popoli d’Europa in nome della pace.

In secondo luogo Spinelli sostiene che una comunità nuova non può nascere sulle ceneri di uno Stato distrutto quale sarà la Germania. La soppressione totale del Paese tedesco non è pensabile poiché anche questo fa e farà parte della nuova Europa; come ha scritto anche Montale nel suo articolo apparso su Il Mondo: “E la Germania ha cessato per ora di esistere: è indispensabile che risorga”[5].

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Altiero Spinelli (1907-1986)

Sia Spinelli che Montale avevano già compreso che la Germania di Hitler non era la Germania dei Tedeschi: un errore del genere sarebbe imperdonabile in fase di costituzione dell’unione europea. Le tappe più macabre e cruente della storia di uno Stato segnano indubbiamente il suo percorso e la cultura di tutto il popolo che lo compone, ma rimane altresì vero che queste tappe non possono influire totalmente sul giudizio espresso nei riguardi di un’intera nazione: i Tedeschi sono stati nazisti, gli Italiani sono stati fascisti, ma non è possibile affermare che la Germania sia nazista, che l’Italia sia fascista. Esperienze di vent’anni come quelle dei totalitarismi non possono cancellare tutta la storia precedente di un Paese. Non si può sacrificare l’Italia rinascimentale per demolire qualsiasi traccia di fascismo come allo stesso modo non si può rinnegare la Germania dello Sturm und Drang per abbattere le radici del nazismo. È doveroso avere chiaro il quadro d’insieme e dunque ricordare che il nazismo è esistito, che il fascismo è esistito, ma in virtù dei drammi generati si deve ragionare con cognizione di causa nel momento in cui si progetta un nuovo ordine politico e preparare le condizioni affinché ciò che è stato non si ripeta mai più.

Spinelli prosegue il suo programma e immagina un’Europa che abbia rapporti pacifici non solo al suo interno, ma anche con gli altri Stati extraeuropei. Il movimento di unione dell’Europa, auspica lui, sarà un movimento popolare virtuoso e pacifico, tanto che a lungo andare anche gli altri Paesi degli altri continenti giungeranno a un comune accordo di convivenza civile e pacifica. Queste le sue ultime parole in conclusione della seconda parte del Manifesto:

«E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo. […] Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell’ultimo ventennio. Poiché sarà l’ora di opere nuove, sarà anche l’ora di uomini nuovi, del movimento per l’Europa libera e unita!»[6]

La terza parte del Manifesto, redatta da Rossi, si concentra sulle riforme che dovranno avere luogo all’interno della società per favorire la formazione e la continuità del nuovo ordine europeo.

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In questa parte i punti programmatici sono frutto dalla cultura politica di Rossi e Spinelli, dunque azioni concrete di mutamento della società politicamente orientate, ovverosia la base indispensabile per formare l’Europa è quella di un sistema politico unitario:

«Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. […] La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.»[7]

Il movimento che unirà l’Europa viene definito come “rivoluzione”. L’idea di Rossi relativamente alla nascita della nuova comunità è quella di un corso del tutto nuovo, libero dalle categorie politiche precedentemente imposte all’infuori di quella socialista. Per lui come per Spinelli, antifascisti che hanno attivamente operato in opposizione al regime, il socialismo coincide con l’unica via logica nonché politicamente adatta a rimettere in piedi un continente devastato dagli estremismi di segno politico opposto. Dunque l’Europa unita sarà sinonimo di “emancipazione delle classi lavoratrici” e condizioni di vita dignitose per tutti i cittadini:

«Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori.»[8]

L’Europa nascerà in nome di una dimensione sicuramente non nazi-fascista ma neanche caratterizzata da un’unica ideologia politica. Il testo prosegue con una lista di punti da prendere in considerazione obbligatoriamente se si vuole costruire un’Europa libera e democratica. Rossi dunque scrive di come non sia più possibile lasciare ai privati le imprese, che svolgono un’attività necessariamente monopolistica. Le masse dei lavoratori vengono sfruttate e, in base a ciò che producono, vengono sfruttate anche le masse dei consumatori. Le grandi imprese private devono essere smantellate e amministrate equamente da tutti gli operai che vi lavorano, poiché il potere delle imprese può aumentare a dismisura ed influenzare le attività politiche se il settore che dominano a livello industriale si rivela fondamentale per lo Stato, influenzando in questo modo l’attività politica per volgerla a loro vantaggio.

Un punto è dedicato anche alle giovani generazioni: Rossi afferma che i giovani debbano essere assistiti con provvidenze necessarie per ridurre le distanze fra varie posizioni sociali, di modo che tutti si trovino ad avere le medesime condizioni di partenza a parità di competenze acquisiste e potenzialità dimostrabili. La nuova politica dovrà favorire i più idonei anziché i più ricchi. Questo punto si collega ad un altro molto importante:

«La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;»[9]

La società della nuova Europa non sarà una società dedita alla carità bensì una società dedita al lavoro. Dovranno essere create soluzioni assistenzialistiche per favorire i meno abbienti e risanare le disuguaglianze economiche e sociali che dividono il Paese. In questo modo le classi sociali saranno coinvolte in un processo di omogeneizzazione e si potranno abbattere definitivamente le differenze tra persone che causano conflitti e fratture all’interno della medesima società.

Nell’ultima parte del documento, Rossi punta a sciogliere un nodo politico-istituzionale che ha caratterizzato l’operato del fascismo e che verrà ridiscusso anche dai Padri Costituenti:

«Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l’alleanza col fascismo andrà senz’altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico.»[10]

La religione non dovrà più influire sulla vita politica e civile della società, i piani dovranno essere ben distinti e non influenzabili l’uno dall’altro.

Questi i punti fondamentali sui quali si dovrà basare la nuova comunità europea: una comunità libera dai totalitarismi (tanto nazi-fascisti quanto comunisti), una comunità dove i membri della società siano essenzialmente considerati come esseri umani e dove le differenze sociali vengano appianate da un serio lavoro politico volto alla piena espressione della persona; una comunità nella quale il lavoro sia il mezzo migliore per l’affermazione di sé e attraverso il quale ognuno possa apportare il proprio, positivo, contributo al miglioramento della società nella sua interezza in primo luogo, in secondo luogo al miglioramento dei rapporti internazionali che ispireranno anche gli altri Paesi del resto del mondo sino alla formazione di un unico e grande governo mondiale, fondato sulla pace e sul rispetto della persona umana in quanto tale.

 

 

 

[1] A. Spinelli, E. Rossi, E. Colorni “Il Manifesto per un’Europa libera e unita”, parte I La crisi della civiltà moderna, punto 1.

[2] Ibidem, punto 3

[3] Ibidem, parte II “I compiti del dopoguerra – l’unità europea”, corsivo mio.

[4] Ibidem, corsivo mio.

[5] E. Montale L’Europa e la sua ombra, 18/06/1949, in “Il secondo mestiere. Prose 1920/1978”, Mondadori, Milano 1996, tomo II, p. 822

[6] A. Spinelli, E. Rossi, E. Colorni “Il Manifesto per un’Europa libera e unita”, parte II I compiti del dopoguerra – l’unità europea

[7] Ibidem, parte III I compiti del dopoguerra – la riforma della società, corsivo mio.

[8] Ibidem

[9] Ibidem.

[10] Ibidem.

Un omaggio (tragicomico) per la donna eroina di tutti i giorni: Susan, la moglie del vicario

Di Gian Luca Nicoletta

 

Non potevamo esimerci dall’esprimere il nostro modesto contributo in una giornata come questa: l’8 Marzo. Nel ricordare il valore umano, sociale, economico, filosofico, letterario, artistico della Donna nella storia dell’intera umanità, vorrei portare alla vostra attenzione un modello a mio parere significativo ma proposto in chiave tragicomica di un personaggio di donna, interpretato magistralmente da un’altra fantastica donna che da poco ci ha lasciati: Anna Marchesini.

Anna Marchesini è stata, come tutti ben sappiamo, un’attrice comica di grandissimo spessore, talento e successo. Memorabili sono personaggi come La signora Flora, o la sessuologa Merope Generosa, partorite direttamente dal suo genio.
Oggi però vi parlo di un personaggio che da lei è stato solo interpretato e non generato. Sto facendo riferimento a uno dei tanti spettacoli teatrali tenuti da Anna Marchesini e in questo in particolare, dal titolo Parlano da sole, lei rappresenta il monologo scritto da Alan Bennett Un letto fra le lenticchie. Unica protagonista è Susan, la moglie del Vicario Geoffrey, un pastore protestante che vive nella gioia della routine di un piccolo villaggio inglese.

La scena è fissa: cioè non ci sono cambi di scenografia. Susan sta al tavolo della cucina e consuma un intero pacchetto di sigarette (senza aspirare nemmeno una boccata) nel raccontar-si/-ci la frustrazione di vivere accanto a un uomo che praticamente la ignora e, quando non lo fa, la tratta come una studentessa mediocre ma da incoraggiare: «giusta osservazione, Susan» è la battuta d’esordio riportata dalla protagonista. Altri personaggi che costellano la vita della povera Susan sono Mrs Belcher, Mrs Shrubsole e Miss Frobisher. L’arena dove queste fiere si scontrano è la parrocchia, la quale ruota, ovviamente, attorno al Vicario Geoffrey.

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Anna Marchesini, fonte: Repubblica

Rispetto all’ambiente domestico che è sempre chiuso, privato, il dominio indiscusso di ogni signora dabbene, quello pubblico della parrocchia è segnato dalla rivalità fra le donne: fra chi compone il vaso più bello e armonioso prima della funzione, fra chi avrà l’onore di decorare l’altare, fra chi riuscirà a diventare la leader delle associazioni di beneficenza. Susan si ritrova dunque a essere prigioniera della sua routine e deve sottostare a questo giochetto sociale, questo circo nel quale si ritrova su un monociclo a dover far ruotare le mazze, in gara con altre molto più brave di lei.

«C’è stato un tempo in cui la mia vita era tutta pianificata… o perlomeno una buona metà. Non avevo chiaro cosa avrei fatto nella prima parte, ma al traguardo dei cinquanta sarei diventata una donna perfetta… moglie di un dottore, o di un vicario, o meglio ancora del presidente del Consiglio Parrocchiale, un pilastro del Volontariato Donne.»

Fin qui vi ho riportato gli elementi che compongono quello che potremmo definire il “fondale sociale” nel quale Susan si trova: una cornice fatta di relazioni, obblighi sociali, ruoli imposti.
Ora la domanda: cos’è che rende Susan un personaggio femminile che, nella mia modesta opinione, può adeguatamente incarnare lo spirito di questo 8 Marzo? Il fatto che, a Susan, di tutto questo, non importa assolutamente nulla! Susan, è vero, è molto sofferente rispetto alla vita che si ritrova fra le mani, ma proprio questa sofferenza, questa mal sopportazione degli incarichi (che comunque sa di svolgere inadeguatamente) la portano a criticare il mondo nel quale vive, a farsi domande importanti che soggiaciono alle sue battute di spirito e alla tragicomicità che la caratterizzano: perché? Perché ci si aspetta che la moglie di un Vicario debba essere una fervente cristiana? Perché la moglie di un Vicario deve partecipare a tutte le funzioni e sempre in prima fila? Perché deve vedersi identificata col ruolo ricoperto dal marito?
Un passaggio significativo, che merita molta più attenzione di quanta non ne riceva, sta nel momento in cui Susan ci racconta di quando venne a cena il Vescovo e questi, riferendosi a lei in terza persona (poiché la conversazione a tavola è solo fra il Vescovo e Geoffrey) la chiama “la signora vicario”. Questa semplice trasposizione rappresenta uno dei modi attraverso i quali si pratica l’appiattimento che Susan tanto lamenta.

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Alan Bennett, fonte: The Spectator

Ma come uscire da questa routine cancerogena? Durante una delle sue fughe dalla quotidianità (vuoi per andare al supermercato, vuoi per andare a rifornire la sagrestia del vino per la comunione), Susan ha un fortunato incontro con Mr Ramesh, l’uomo che grazie alle lenticchie farà scattare qualcosa nella nostra eorina e la aiuterà a liberarsi, seppur solo nella sua fantasia, delle briglie che la legano.
Mr Ramesh rappresenta la fantasia di Susan, la parte più ardimentosa della donna che riesce ad agire e a liberarsi di suo marito, di Mrs Belcher, Miss Frobisher e tutte le altre.
Ovviamente non vi dirò come si conclude il monologo, ma per fortuna l’itera rappresentazione si trova su YouTube e qui di seguito vi riporto i link a tutte le parti.
Quello che voglio evidenziare di Susan, ancora una volta, è la sua capacità di criticare il mondo nel quale vive, delinearne i contorni claustrofobici, i limiti e le contraddizioni.
Il messaggio di Alan Bennett, l’autore di questo testo, è invece più ampio: attraverso un personaggio femminile mette in scena lo scontro di ruoli che anima la nostra società, uno scontro fatto di uomini che opprimono le donne con la loro semplice presenza, creando nel tempo un fitto intrico sociale che rende le donne dipendenti da loro. Col suo taglio tragicomico non può giungere a un lieto fine da fiaba, ma grazie al taglio che decide di dare al suo testo raggiunge un obiettivo ancor più grande: mettere in moto delle riflessioni che hanno al centro la nostra società, il nostro modo di vivere e di affrontare la quotidianità.

Dovremmo imparare tutte e tutti, donne e uomini, femmine e maschi, a essere un po’ più come Susan, a saper affrontare la vita armati di mille interrogativi. Come Susan probabilmente non riusciremo a dare una risposta a tutto, ma almeno ci avremo provato e questo ci renderà quanto meno consapevoli della nostra natura e di quella degli altri.

Susan, la moglie del vicario parte 1/5
Susan, la moglie del vicario parte 2/5
Susan, la moglie del vicario parte 3/5
Susan, la moglie del vicario parte 4/5
Susan, la moglie del vicario parte 5/5

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