Nel Paese dei ghiacci e dei thriller: intervista a Ruth Lillegraven, autrice di “Fiordo profondo”

Intervista a cura di Andrea Carria

È la prima volta che intervisto un’autrice di thriller e, devo proprio confessarlo, un brivido lungo la schiena, a un certo punto, l’ho avvertito. È la suggestione, lo so, ma quando il tuo esordio è un’intervista con l’autrice di un thriller norvegese, capite pure voi che non è solo una suggestione, che non è solo un brivido, sono proprio le gambe che si fanno di cera.

La chiacchierata che ho fatto con la scrittrice Ruth Lillegraven sul suo romanzo Fiordo profondo, recentemente tradotto in italiano da Carbonio Editore (2020, traduzione di Andrea Romanzi), ha superato le mie già alte aspettative, in un susseguirsi di argomenti, spunti e suggestioni.

ANDREA CARRIA: Voi scandinavi avete un vero talento per i thriller, per i noir, per i polizieschi. Stieg Larsson, Henning Mankell, Camilla Läckberg, Liza Marklund, Jo Nesbø, Anne Holt e ora Ruth Lillegraven… Io lavoro in una biblioteca pubblica e posso confermarti che i lettori italiani adorano i vostri libri. Se tu e i tuoi colleghi avete un segreto, penso che ve lo teniate ben stretto. Tuttavia, cosa puoi dirci della vocazione scandinava per questo genere letterario? È solo una coincidenza oppure esiste una ragione precisa?

RUTH LILLEGRAVEN: È bello per me scoprire che ai lettori italiani piacciano i nostri libri. Ammetto che è stato molto commovente per me sperimentare l’interesse e la serietà con cui l’Italia ha accolto quello che, per ora, è il mio primo romanzo poliziesco! Sono davvero molto grata per tutto ciò.
Quello che penso riguardo al successo dei thriller scandinavi è che quando qualcuno fa per la prima volta qualcosa di nuovo poi finisce per ispirare gli altri e creare un spazio adatto per la prosecuzione di quell’esperienza. In realtà è una cosa abbastanza comune in molti settori e in molti ambiti. Se ben ricordo, negli anni ’70, Sjøwall e Wahlöö sono stati la prima coppia di giallisti svedesi a diventare famosa ispirando poi tutti gli altri, tanto da permettere ai polizieschi svedesi di rimanere in prima fila per molto tempo. Ho però sentito anche spiegazioni diverse, come per esempio il fatto che per una lunga parte dell’anno i Paesi scandinavi siano bui e freddi, e ispirerebbero i noir più degli altri generi letterari; oppure c’è chi vede la causa nel fatto che i Paesi del Nord Europa siano ricchi e privilegiati, e che solo in Paesi del genere le persone possono trasformare omicidi e alti fatti dolorosi in intrattenimento… Trovo che questa sia un’ipotesi interessante, tuttavia è un dato di fatto che la narrativa poliziesca venga scritta (e letta) in tutto il mondo. Forse però qualcosa di vero c’è e potrebbe risiedere nel contrasto che emerge tra il nostro Welfare State privilegiato e tutto ciò che si agita al di sotto di esso… Forse è a questa discrepanza che noi scrittori scandinavi siamo interessati, e si spera che lo stesso interesse lo provino i lettori dei nostri libri. Comunque, non è facile a dirsi.

Abbiamo detto che Fiordo profondo, il tuo romanzo, è un poliziesco, tuttavia la tua scrittura privilegia gli aspetti psicologici e sociali piuttosto che quelli più cruenti. Niente bagni di sangue, niente dettagli raccapriccianti, niente violenza “gratuita”, per così dire. Da questo punto di vista, il tuo romanzo è molto “pulito”, le scene di autentica violenza sono tutte essenziali e non sono nemmeno moltissime. Pensi che se tu non fossi stata norvegese e il tuo romanzo non fosse ambientato a Oslo, forse questa intervista sarebbe iniziata in modo diverso?

Hmm, penso che anche questa sia una domanda molto interessante – ma anche abbastanza difficile… dei due, forse sei tu quello più adatto a rispondere!
È vero, parte del mio libro è molto più simile a un qualsiasi altro romanzo che a un giallo, tuttavia credo che questo valga per molti thriller psicologici. In fondo, il campo del crimine è alquanto vasto: alcuni sono molto violenti e privilegiano l’azione, altri sono più storici, altri ancora più psicologici e via dicendo. È vero anche che sono più interessata a ciò che le persone hanno dentro, a ciò che le rende quello che sono o che le motiva, a come il loro passato condizioni le loro vite piuttosto che a parlare e a descrivere la violenza. Sebbene non siano uccisioni alla Jo Nesbø o alla Kepler, è pur vero che nel mio libro ho inserito parecchi omicidi, anche diversi tra loro come tipologia. Una grande differenza rispetto ai tradizionali thriller nordici è che in Fiordo profondo non seguo nessun agente di polizia. La mia prospettiva è quella di una coppia, marito e moglie, che sembra vivere una vita – privilegi a parte – normale. In Norvegia, ancora non sono stati scritti molti thriller psicologici o noir ambientati fra le mura domestiche, e io volevo scriverne uno. Però volevo anche che fosse un ibrido, cioè che avesse elementi sia del thriller politico sia del “nature noir”. E poi volevo anche che la mia coppia avesse i genitori, dei figli, un lavoro, e che si scontrasse con problemi più grandi di quelli che possono capitare in una storia d’amore, sebbene pure l’evolversi del loro rapporto costituisca una parte importante del libro.

Scrivere un thriller non è semplice: tutti i pezzi devono incastrarsi alla perfezione e ogni contraddizione è vietata. Tu hai scritto un libro da differenti punti di vista: due principali e altri secondari – ne ho contati almeno cinque. Come mai questa scelta?

Be’, mi è sempre piaciuto scrivere in prima persona e penso che farlo con un thriller psicologico sia abbastanza normale. Il genere stesso richiede l’intuizione da parte di una mente per essere interessante. Fiordo profondo è partito dall’idea che volevo raccontare la storia di una giovane coppia che sembra funzionare bene ma che in realtà nasconde parecchi segreti. Mi piace molto mostrare quanto l’una veda diversamente la propria vita insieme rispetto a come la vede l’altro, e mi piace pure quanto sia differente la medesima situazione se raccontata da due prospettive completamente diverse. Clara e Haavard, i miei due protagonisti, hanno personalità e background abbastanza divergenti. Quanto alle prospettive secondarie, esse sono arrivate dopo, quando ho capito di averne bisogno per dare una forma all’intero puzzle. Il noir è un genere complicato e tecnico da scrivere, richiede molta pianificazione e tanta trama. Per me era una novità, e anche se l’ho trovato davvero difficile posso dire che come esperienza è stata estremamente interessante e divertente.

Fiordo profondo è un romanzo socialmente impegnato, lo dimostra il fatto che tu parli frequentemente di molti problemi che affliggono la società norvegese attuale. Volevo chiederti se, mentre costruivi la trama, avessi intenzione di sfatare qualche luogo comune o pregiudizio, ad esempio riguardo all’immigrazione e al razzismo.

Non proprio. Ovviamente è un bene che un poliziesco racconti cosa accade nella società, che possa dirci o insegnarci qualcosa, ma questo non era l’obiettivo principale. Volevo raccontare una storia interessante e ben scritta sui miei due protagonisti e i loro segreti, su come i traumi del passato possano segnare le persone. La violenza sui bambini – che è l’argomento centrale del libro – è un problema importante ma non così discusso. Vorrei specificare che maltrattamenti e cose del genere accadono a ogni livello sociale e in tutti gli ambienti, e poiché avevo lavorato otto anni come scrittrice di discorsi in un ministero volevo anche usare questa esperienza per ricreare i luoghi in cui ho ambientato parte del romanzo, il ministero della Giustizia (il quale comunque è diverso dal ministero in cui ho lavorato). Inoltre, mi interessava mostrare quanto, in un luogo come quello, i media dettino l’agenda di tutti coloro che ci lavorano, quanto le cose che vengono diffuse dai media stessi siano spesso semplificate o polarizzate.

Il tuo romanzo affronta due grandi problemi sociali: la violenza sui bambini, per prima, e l’immigrazione, dopo. Entrambi i problemi sono molto sentiti anche in Italia, quindi volevo domandarti: cosa puoi dirci sul dibattito sociale e politico su questi due argomenti in Norvegia?

Certo, abbiamo problemi di questo tipo come in tutti gli altri paesi, anche se qui qualche privilegio in più ce lo abbiamo. Anche in Norvegia il dibattito sull’immigrazione è acceso, proprio come lo è dappertutto. Il governo attuale si è dimostrato molto rigido sull’immigrazione, parecchie persone trovano tutto questo penoso e inquietante, altri invece insistono che, anche così, rimaniamo comunque un Paese liberale. Per quanto riguarda gli episodi di violenza sui minori, penso che sia un argomento meno dibattuto e poco evidenziato, non so come sia dalle altre parti. Proprio per questo motivo è stato interessante poter mettere nel libro qualcosa in più riguardo a questo argomento.

Il titolo italiano del tuo libro è interessante perché ha due significati: il fiordo inteso come il posto affascinante dove si svolgono molte sequenze della storia, ma anche il posto dove si nasconde l’anima ancestrale della Norvegia. Il fiordo è sia il luogo dove vivono brave persone come Leif, sia il luogo dove spuntano le cose più indicibili. Ciò detto, quanto può essere profondo un fiordo norvegese, psicologicamente e socialmente parlando?

Ah, che bella sintesi offre questa tua prospettiva! Per rispondere brevemente – forse troppo brevemente – a una domanda così impegnativa, direi che il fiordo, come metafora dell’anima umana e della società, può essere davvero molto profondo e oscuro, ed è esattamente questa la ragione per cui è impossibile poterne ottenere una visione realistica.

Foto: © Ann sissel Holte

Nel tuo romanzo i personaggi femminili sono dominanti. Tutti sono caratterizzati da luce o ombra, ma solo le donne sembrano colpite nel loro lato più femminile, diciamo così, quello che tradizionalmente ha a che vedere con i sentimenti e il prendersi cura. Tenendo conto di questo dato, dove collocheresti Fiordo profondo sulla scena del femminismo contemporaneo? In che rapporti sei con il femminismo?

Io mi considero una femminista in molti modi; penso che la maggior parte delle donne che conosco lo sia. Ma non sono mai stata una manifestante, direi piuttosto che sono stata e sono una femminista “silenziosa”. Mentre scrivevo il romanzo, non ho avuto molte occasioni per riflettere su questo aspetto. Clara però è una donna con tante capacità diverse, e lo stesso vale per il personaggio di Sabiya. Sono entrambe donne molto intelligenti e molto brave nel lavoro che fanno. Nel caso di Clara, volevo che lei fosse acuta e severa, un po’ fredda e un po’ distaccata, non la solita donna “debole e bisognosa”, non il solito prototipo della vittima femminile, insomma. Se ho pensato al femminismo mentre scrivevo Fiordo profondo, l’ho quindi fatto da questa prospettiva.
Per quanto invece attiene alla prima parte della tua domanda, non saprei, spero di aver compreso quello che intendevi dire. Di certo, non trovo le donne di oggi “bloccate” nel lato più tipico e femminile della loro personalità, quello che tu hai definito “dei sentimenti e del prendersi cura”. Poi, certo, la mia protagonista non risponde a questo canone, è anzi l’esatto contrario di quella tipologia di donna: Clara è una moglie e una madre in carriera, ed è molto presa dal proprio lavoro; è questo il dato più saliente di lei. Suo marito Haavard e suo padre Leif sono tipi molto più premurosi e cordiali sotto tutti gli aspetti; forse quello che intendevi tu è una conseguenza del forte contrasto che scaturisce se si paragona il personaggio di Clara con i due uomini della sua vita.

C’è però anche un altro forte contrasto, ed è quello alla base del libro che vede coinvolte Clara e sua madre Agnes. Come spieghi il fatto che Clara finisca per adottare gli stessi comportamenti di sua madre pur non avendo fatto altro che criticarli per tutta la vita? Distante, poco presente, poco affettuosa, interessata soltanto alla sua carriera… come genitore, Clara ha molti difetti e il motivo è che lei somiglia ad Agnes, sebbene lo neghi. Tanto per dirne una, lei si occupa dei diritti dei minori per lavoro, ma poi si rende conto di come si comporta, da madre, con i propri figli? Secondo te, perché le persone tendono a ripetere gli stessi errori dei loro genitori quando poi arriva il loro turno?

Certo, Clara è figlia di sua madre, per cui ha ereditato alcuni dei suoi lati meno affascinanti come l’essere distante dai figli. Questo è naturale non solo perché ha il DNA di Agnes, ma anche perché non ha avuto nessuna madre che le abbia insegnato a diventare una brava madre. Ci sono però anche molte differenze tra loro due: Agnes, per esempio, non ha mai avuto una carriera e non ha quasi mai lavorato in vita sua. Nel romanzo facciamo la sua conoscenza come paziente di un ospedale per persone con disturbi mentali, ed è lì da trent’anni! Se invece guardiamo alla figlia, vediamo che lei è riuscita a costruirsi una famiglia e a realizzarsi nel lavoro, tanto che, dopo anni passati al ministero della Giustizia come burocrate, il ministro in persona le chiede di entrare in politica. Per molti versi, Clara è l’opposto di sua madre, però ha sicuramente anche qualcosa di lei e in alcune cose le somiglia. E poi, è vero, forse si preoccupa più dei bambini in generale che dei suoi figli. Ha avuto un’infanzia difficile e nel romanzo si impara a comprendere quanto tutto ciò abbia influenzato la persona che è diventata; accade più spesso di quanto si possa credere. Ciascuno di noi, quasi tutti per la verità, è il prodotto dei genitori e del tipo di infanzia che ha avuto – non sempre, certo, ma spesso è così.
Tornando invece alla premessa che hai fatto nella domanda, devo dire che il conflitto tra Clara e Agnes è una parte importante del romanzo, però non dimenticare che Clara ha anche un padre, Leif, con il quale ha un rapporto molto amoroso e profondo. Penso che Leif sia l’unica persona al mondo a cui Clara si senta davvero vicina e dalla quale dipenda. È questo rapporto padre-figlia che volevo in realtà descrivere, e costituisce l’altra metà della base su cui poggia il mio libro. Nel nuovo romanzo che sto scrivendo (e che sarà pubblicato l’anno prossimo), questo triangolo Leif-Clara-Agnes rimane al centro della storia, e uno spazio altrettanto importante lo avrà il rapporto di Clara con i suoi figli, che sono due gemelli.

Tu hai collezionato molte differenti esperienze letterarie, dalla poesia al romanzo passando per la drammaturgia, e ora ecco un thriller come Fiordo profondo. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Mi hai appena detto che avremo presto un sequel, ho capito bene?

Esattamente! Scrivo dal 2005 e durante tutto questo tempo ho scritto molti libri. Anche se sognavo di scriverne uno da tanto tempo, Fiordo profondo è stato il mio primo giallo. Al momento sto cercando di terminare il secondo capitolo della storia, dove torneranno molti personaggi del primo libro; dovrebbe essere pubblicato nel 2021 (probabilmente in primavera, almeno qui in Norvegia). Il mio piano è di farne una trilogia. Allo stesso tempo, sto lavorando anche a una serie incentrata sui crimini dell’infanzia da una prospettiva ambientale; i primi due volumi sono usciti quest’anno, insieme a una raccolta di poesie dedicate a questo strano 2020 e alla pandemia (altri due libri arriveranno sempre nel 2021). Mi piace scrivere poesie e mi piace anche scrivere drammi, quindi credo che continuerò a scrivere cose diverse anche in futuro; il tempo ce lo dirà.
Scrivere un giallo è stata una bella esperienza, così come lo è stata essere tradotta in italiano e in altre lingue; spero proprio di poterlo fare per molti anni a venire. E spero anche, quando il mondo sarà tornato alla normalità, di poter visitare l’Italia e incontrare i lettori italiani.

Il romanzo è dentro, il romanzo è fuori: vita di Daphne du Maurier

Di Gian Luca Nicoletta

Questo articolo si inscrive nella scia spontanea di pezzi che potremmo etichettare “Vite d’autore“, il cui primo episodio sarebbe quello dedicato a Francis Scott Fitzgerald.

Tuttavia la cosa non è stata voluta. È vero, da un lato sono molto affascinato dalle vicende biografiche degli scrittori e delle scrittrici del secolo scorso, ma dall’altro non ho mai sentito la necessità di affrontare in serie questo tema. Ad ogni modo, per la gioia di chi come me cerca punti e spunti nelle vite altrui, questa volta mi concentrerò su una donna che, proprio in maniera del tutto speculare all’americanissimo Scott, non potrei che definire come “europeissima”: Daphne du Maurier.

Il testo dal quale traggo le informazioni è intitolato molto semplicemente Daphne, scritto da Tatiana de Rosnay e pubblicato da BEAT (Biblioteca Editori Associati di Tascabili) nel 2018.
Il titolo originale dell’opera è Manderley for ever e in questo elemento si può già intuire quale sarà il cuore della narrazione di de Rosnay, nonostante lo stesso possa trarre in inganno chi non sia un esperto di du Maurier.
Ma, come al nostro solito, procediamo con ordine.

Daphne è nata in un ambiente letteralmente intriso di arte: il nonno paterno, George, era uno scrittore e pittore, sia il padre che la madre erano attori di teatro, la sorella più grande scrittrice come lei e quella più piccola pittrice come il nonno. La zia paterna, Sylvia, si sposò con Arthur Llewelyn Davies, dalla cui unione nacquero i cinque bambini che ispirarono J. M. Barrie nella creazione di Peter Pan e dei bimbi sperduti. Uno dei cugini Llewelyn Davies, peraltro, divenne editore e pubblicò tutti i romanzi di Angela, la sorella scrittrice.
Insomma: quando l’espressione “figlia d’arte” non basta!

Venendo alla struttura del testo, è bene segnalare il fatto che questo si presenta come una biografia romanzata: ciò significa che, nella prima parte, l’autrice ripercorre in maniera piuttosto puntuale gli anni della fanciullezza di du Maurier, grazie ai diari che la stessa ha lasciato ai posteri; mentre nella seconda parte, precisamente a partire dal 1932 – anno del matrimonio di Daphne con Frederick Browning – la ricostruzione avviene in parte grazie alle numerose relazioni epistolari che la scrittrice ha mantenuto nel corso degli anni e, in parte, attraverso una ricostruzione interiore dei fatti principali della sua vita fatta a opera di Tatiana de Rosnay.

Nonostante il patronimico francese, i du Maurier vivono da almeno due generazioni in Inghilterra (Daphne ne è la terza), tanto da aver quasi del tutto trasformato i retaggi francofoni in vezzi da sfoggiare nelle occasioni mondane. Un filo rosso, però, collega George, il nonno, Gerald, il padre, e Daphne: un ricordo mitico delle loro origini, una sensazione di appartenenza atavica che deve essere seguita, scovata e ricoltivata. Questo senso si manifesta, per ogni generazione, in forme diverse: per George prende le forme di una nostalgia melancolica; per Gerald si manifesta sotto forma di narrazione quasi magica delle vite dei suoi antenati; mentre per Daphne – dal carattere molto più pragmatico rispetto agi altri due – si concretizza in un continuo nonché proficuo studio della lingua francese e in diversi viaggi fatti periodicamente sul continente.

Riassumere qui la lunga e piena vita di Daphne du Maurier sarebbe complicato e, inoltre, vi priverebbe del piacere della lettura, dunque mi soffermerò su due punti che costituiscono i cardini dell’opera: il rapporto di Daphne con la scrittura e il rapporto di Daphne con la critica.

Il rapporto con la scrittura. Se togliamo gli anni della giovinezza, dalla nascita fino all’adolescenza circa, e gli ultimi anni della vecchiaia, dal 1980 sino alla sua morte, Daphne du Maurier ha sempre scritto. Principalmente romanzi e racconti brevi, inframezzati da opere per il teatro e biografie.
Nella pratica scrittoria, a cominciare dai diari privati, Daphne ha sempre trovato il modo migliore per esprimere la propria metà nascosta, la parte più tormentata di lei e che, nella società luminosa e sgargiante che frequentava la sua famiglia, non era assolutamente ammessa se non sul palco scenico. Attraverso i racconti, prima, e i romanzi, poi, Daphne riusciva a mettere meglio a fuoco la realtà, non senza distorcere quella che vedeva quotidianamente. Ma la distorsione che lei creava altro non era che un rovesciamento necessario a vedere meglio e con più ordine ciò che le succedeva attorno, dando anche una valida chiave interpretativa a chi leggeva le sue opere.
Questo movimento osmotico tra la vita vera e quella narrativa trova il maggior esempio in tre nomi: Milton Hall, Menabilly e Manderley. I primi due sono i nomi di due grandi dimore di campagna che Daphne ha visitato in gioventù e in cui, la seconda, ha vissuto per ben venticinque anni. Il terzo è il nome del maniero per eccellenza, quello dove Daphne ha ambientato la sua opera più riuscita e che l’ha consacrata agli onori della storia della letteratura europea contemporanea: la dimora della famiglia di Maxim de Winter, il marito di Rebecca, la prima moglie dell’opera omonima.

Nella poetica di du Maurier i luoghi rivestono un ruolo a dir poco importantissimo: oltre a essere gli spazi del vissuto dei personaggi, sono anche specchio della loro personalità, del loro carattere. Per questo motivo, sin da ragazza, Daphne ha dimostrato una grande predilezione per i vecchi manieri, meglio se abbandonati: sono la concretizzazione del grande ossimoro che è la sua vita. Spazi ampi dove è possibile fare quello che si vuole ma che, in realtà, nascondono dei segreti profondi, dei misteri a volte inviolabili. Prima Cannon Hall, la casa londinese della sua infanzia, poi Fowey, la casa sul mare della sua giovinezza e infine Menabilly, il luogo della piena maturazione e della consacrazione alla scrittura; tutti questi luoghi rappresentano una parte della personalità sfaccettata di Daphne du Maurier e che lei, per vie a volte palesi e a volte nascoste, ha sempre inserito nelle sue opere.

Daphne con suo marito, Frederick Browning, davanti all’ingresso di Menabilly (fonte: npg.org.uk)

Opere che, con l’eccezione di Rebecca, la critica non ha mai pienamente elogiato.
Indubbiamente, all’atto pratico di analisi e riflessione letteraria sui suoi romanzi, Daphne du Maurier non è stata Virginia Woolf; sicuramente la sua produzione non era in linea né in sintonia con i grandi temi cari alla letteratura europea degli anni ’50 e ’60, ma non sono queste le basi sulle quali si giudica un’opera narrativa. Ritengo, francamente, che questo sia stato – e sia tutt’ora – lo sbaglio di gran parte della critica: leggere du Maurier alla caccia di elementi che du Maurier non avrebbe mai inserito, perché semplicemente non la interessavano. Non dimentichiamo che lo scopo primario (e in questo aggettivo rimarco la preminenza di “ciò che viene per primo”) di un’opera è intrattenere, e in questo du Maurier ha senz’altro centrato il bersaglio. Poi, mentre si intrattiene, si può parlare di tutto e di più, si possono utilizzare le più ardite e spettacolari circonvoluzioni sintattiche e lessicali, ma resta di fatto che la nostra opera deve intrattenere. I suoi romanzi sono stati tacciati di blando romanticismo da signore, di essere ancora legati alla letteratura del secolo precedente, quella di Jane Austen e delle sorelle Brontë. La critica di allora voleva vedere il mondo reale, descritto nella sua scientifica separazione in sezioni anatomiche, mentre du Maurier rispondeva con i sentimenti irrazionali di una giovane sposa gelosa, con la vita di personaggi di nicchia della letteratura anglosassone. Forse in Italia, Paese da lei molto apprezzato, le avrebbe giovato la conoscenza del Massimo Bontempelli di Vita e morte di Adria e dei suoi figli.

In altre parole, per chiudere, possiamo dire che la voce di Daphne è la voce dei secondi arrivati: non ha quella potenza innovatrice e travolgente dei primi, ma sarebbe quantomeno ingiusto appiattirla allo stesso livello degli ultimi. Dal suo punto di osservazione sul mondo, certamente privilegiato sotto molti aspetti della vita, Daphne du Maurier ci ha mostrato un lato degli esseri umani che non tutti i grandi ci hanno indicato: da cosa pensa la voce narrante, condannata a non essere protagonista (Rebecca), alla vita di Branwell Brontë, fratello dimenticato delle ben più famose sorelle (Il mondo infernale di Branwell Brontë). Questa differenza, uno scarto non di poco conto ma che va studiato sotto la giusta lente, è stata interpretata da molti critici come una mancanza di raffinatezza, un talento non del tutto sufficiente, o perennemente grezzo. Io, dal mio modesto punto di vista, la considero come un’integrazione, un prezioso insegnamento che ci stimola a tenere a mente che l’interpretazione del mondo è una faccenda complessa e che tutti, dai più grandi ai meno grandi, abbiamo bisogno di più occhi per ricomprendere nel nostro sguardo quanti più dettagli possibile.

Un golem ‘di carta’: intervista a Sarah Blau, autrice del romanzo “Il libro della creazione”

Intervista a cura di Andrea Carria

Qualche settimana fa ho avuto il piacere di leggere e di recensire Il libro della creazione (Carbonio Editore, 2020), e oggi quel piacere si è rinnovato grazie all’intervista che Sarah Blau, l’autrice, ha voluto concedermi.
La mia necessità di chiedere direttamente a lei dice molte cose riguardo alla profondità di questo romanzo, il quale – ve ne accorgerete leggendolo – riunisce in sé una quantità tale di argomenti che una recensione, da sola, non può pretendere di abbracciare.

Ecco dunque l’intervista, originariamente in inglese e da me tradotta per l’occasione; per chi volesse approfondire, rimando alla recensione che ho scritto su questo romanzo.

ANDREA CARRIA: Oggi in Italia non si ha una vera esperienza diretta né di Israele né del giudaismo. Quello che voglio dire è che gli italiani sanno abbastanza riguardo ai fatti storici degli ultimi ottant’anni, ma poi sono distanti dalle questioni religiose e dalla vita reale delle nuove generazioni di ebrei. Questi aspetti della vostra società non sono molto raccontati e in generale trovano poco spazio. Inoltre – a parte la scuola, i telegiornali e scrittori come David Grossman – la maggior parte del nostro immaginario sulla cultura ebraica proviene da film e libri americani (per esempio i romanzi di Philip Roth). Ma gli U.S.A. non sono Israele, e molte informazioni che arrivano da quella parte sono incomplete, superficiali o fuori luogo. Sarah, puoi spiegare a me e al resto dei lettori italiani cosa significa vivere in una famiglia religiosa e strettamente osservante come quella di Telma nell’Israele di oggi? E in particolare: cosa significa questo per una giovane donna?

SARAH BLAU: Oggi mi definisco religious-lite. Voglio dire, sono cresciuta in una famiglia religiosa, ero una ragazza religiosa e un’adolescente religiosa, oggi però la mia religiosità è molto più liberata e liberale. Sono una persona religiosa, ma indipendente: se ad esempio ho dei dubbi decido da sola e non chiedo il parere di un rabbino. Ce ne sono molti altri come me in Israele, tutte persone che danno importanza alla Torah e alla tradizione, ma che pensano che ci sia pure un posto per l’individualità. Credo che oggi la religione ebraica si stia aprendo, e il ruolo stesso delle donne sta diventando più centrale. In passato la donna ebrea era al massimo la moglie del rabbino, oggi invece è lei stessa a insegnare la Torah. Che liberazione e che divertimento! Lo stavamo aspettando da tanti anni, e ora finalmente il mondo si aperto al giudaismo e il giudaismo si è aperto al mondo.

Tu hai scritto Il libro della creazione qualche anno fa, ma è ancora un libro molto attuale, e probabilmente lo rimarrà ancora a lungo. Ho trovato la tua scrittura molto elegante e poetica, ma anche molto moderna. Avevi all’incirca trent’anni quando il tuo romanzo è stato pubblicato in Israele, così mi chiedevo come è cambiata la tua scrittura nel frattempo. Hai qualche modello letterario di riferimento?

A volte rileggo il Libro della creazione e ricordo chi ero quando l’ho scritto. Oggi non sono più in grado di scrivere in quel modo. La rabbia, il dolore, l’angoscia, l’odio verso sé stessi… tutto questo appartiene al mio primo libro. Oggi la mia scrittura è più tranquilla, però le situazioni estreme mi piacciono ancora. Pure adesso uso i miti ebraici o i personaggi della Bibbia in ogni libro che scrivo, sempre. A mio parere, anche le situazioni più moderne possiedono una base che poggia sul passato ebraico. Il mio ultimo libro, per esempio, è un thriller sulle donne che non vogliono avere figli e che per questa ragione vengono uccise. Vi ho incluso anche donne della Bibbia che non erano madri, come Miriam la profetessa e la strega del re Saul.
Riguardo ai miei scrittori preferiti, direi Isaac Bashevis Singer e Margaret Atwood; due geni complessi che sanno tutto della psiche umana.

La famiglia. Come ho sottolineato molte volte nella mia recensione, credo che tu abbia realizzato dei ritratti straordinari. Ho potuto identificarmi in molte situazioni e i personaggi erano migliori delle persone in carne e ossa, soprattutto quelli femminili. Davvero straordinario! Come hai fatto?

Vuoi la verità? Ho usato personaggi della mia cerchia più vicina – famiglia e amici – e poi li ho radicalizzati.
Penso che la famiglia sia un luogo estremo. Nasci e ti ritrovi subito circondata da persone che rimarranno con te per il resto della tua vita. Ma se poi queste persone non sono adatte a te, se non ti piacciono? Cosa puoi fare? La mia soluzione: scrivi un libro su di loro. Mia madre si è offesa per questo; mi ha detto: “Perché hai scritto di me?”. Proprio così, sebbene le avessi spiegato che mi aveva soltanto ispirata.
Sono cresciuta in una famiglia che aveva molte più donne che uomini, le quali peraltro sono le figure dominanti, e ciò si è riflettuto sul libro.

Vorrei parlare un attimo del golem. Ho apprezzato il suo significato letterario: il suo potere rappresenta la forza distruttiva che tema, come semplice persona, non può liberare. Tuttavia, in alcune parti del romanzo, mi è sembrato un po’ esitante e statico. Anche nel finale, quando dovrebbe essere più forte e definitivamente indipendente. Infatti io credo che Telma controlli ogni cosa, in particolare il golem, però lo ignora per tutto il tempo… Telma è la forza, Telma è la chiave di tutto dall’inizio alla fine, ne sono sicuro. Sto forse sbagliando?

Hai assolutamente ragione. Tuttavia c’è anche un’altra spiegazione che si ricollega con il mito del golem nel giudaismo. Il golem originale fu concepito per proteggere gli ebrei dai loro nemici; fu creato per eseguire dei comandi, non aveva una volontà propria e neppure un’anima, quindi non poteva parlare. Ecco, la tragedia di Telma sta tutta qui: vorrebbe che un uomo forte la travolgesse e invece si ritrova con un uomo privo di iniziativa, un uomo che sa soltanto eseguire gli ordini e che aspetta che gli venga detto cosa fare. All’inizio lo combatte, ma poi lentamente si rende conto che il potere è nelle sue mani e finisce per accettarlo. C’è anche un processo inverso, qui: più il golem sta con Telma, più lui diventa forte. Per me tuttavia il libro parla di questo: in un rapporto passivo/aggressivo, chi dei due ha davvero il potere nella relazione?

Nella tua opinione, è corretto dire che scrivere un libro è come evocare un golem? Entrambi sono esempi di creazione e la creazione rende liberi. Ti sei sentita libera quando hai scritto il tuo libro? Non pensi che tu e Telma abbiate condiviso intenzioni e propositi molto simili?

Questa è una diagnosi accurata. Sentivo che il libro mi aveva liberata, liberata da anni di ossessioni e mazzate. Telma ha creato un golem e io ho creato un libro; eravamo entrambe sull’orlo di un’esplosione quando tutto ciò è accaduto, ed entrambe siamo state liberate.

Un altro aspetto che non ho ancora menzionato è il sesso, anche se nel tuo romanzo è una cosa molto importante. Telma è ossessionata dal sesso. Cosa c’è dietro la sua ossessione? In alcune scene ho pensato che lei volesse punire sé stessa… come se stesse usando il sesso per autodistruggersi. È davvero così?

Telma è ossessionata da tutto ciò che ha a che fare con il corpo, da tutto ciò che ha a che fare con l’espressione della propria emotività, da tutto ciò che riguarda il controllo: e il sesso è l’espressione di tutto questo.
Quando ho scritto il libro ero ancora vergine e avevo un’enorme curiosità per il sesso, unita a una grande paura – tutto ciò l’ho messo nel libro. Telma odia sé stessa, mentre il sesso dovrebbe invece essere un’espressione d’amore; lei questo però non lo capisce, quindi non sa nemmeno spiegarsi come le due cose possano andare d’accordo. Ecco perché quando si parla di sesso, ai suoi occhi, tutto si confonde. Da un lato vede amore e tenerezza, dall’altro trova invece potere e giochi di controllo, persino disgusto e desiderio di autodistruzione. Non l’ho scritto esplicitamente, e solo le persone molto sensibili sono state in grado di capirlo.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è torah-89074_1280.jpg

Vorrei riflettere con te su una cosa. Alcune recensioni su Il libro della creazione sottolineano la componente religiosa del tuo romanzo (forse per collegarla alla tua vita), ma io non sono completamente d’accordo. Primo, perché Telma non è te al cento per cento; secondo, perché nel libro la religiosità è nascosta, non appare mai chiaramente. Sacre Scritture, Cabala, riti, celebrazioni, Dio… nessuna di queste cose ha il ruolo primario. Telma è una ribelle, è contraria alle forme religiose della sua famiglia, ma non accusa crisi di fede. Il centro del tuo romanzo è altrove. Allo stesso tempo, tuttavia, la religione è molto presente, e quindi lo è anche nei problemi di Telma. Così a parer mio Il libro della creazione è un buon Bildungsroman che parla di amore e odio, di morte e vita, di sesso e frustrazione, di crescita e maturazione dal punto di vista di una giovane donna coraggiosa. Queste sono le vere tematiche del libro, per me. La sfida di Telma alla religione è solo una conseguenza di tutto ciò. Perché la religione è il paesaggio; perché la religione sono gli abiti indossati dai personaggi; perché la religione è l’aria che ognuno di loro respira; perché, nella cultura ebraica, la religione e Dio sono ovunque e questo spiega il motivo per cui non hai dovuto metterli al centro del tuo romanzo: semplicemente perché non ne avevi alcun bisogno. Cosa ne pensi di questo? È sbagliato?

Sei di nuovo acuto. Telma può essere religiosa, ma la religione non è al centro della sua vita. A volte penso che se Telma fosse laica non avrei bisogno di scriverlo per dare alla sua laicità maggiore spessore, in quanto tutto ciò sarebbe già parte della sua identità.
L’interesse religioso ai miei occhi è proprio la parte mistica, la creazione del golem, il legame con la tradizione ebraica e meno le questioni di fede. Telma non crede in Dio, non è il centro della sua vita. Del resto, qual è il centro della sua vita religiosa? La famiglia ebrea, la storia ebraica e la paura. È una donna giovane, non convenzionale, con molte paure e tanta rabbia; è una donna che è nata in una famiglia religiosa, ma la fede non la smuove ci è semplicemente nata. È come giocare alla roulette: questi sono i numeri che le sono capitati, e sta cercando di fare del suo meglio con quello che ha. Se però avesse potuto, avrebbe scelto altri numeri; l’impressione che ho io di Telma è questa.

Dov’è Telma oggi? Nel 2020, Sarah Blau ha ancora il numero di quella ragazza?

Oggi Telma è molto più calma e molto più matura. La rabbia si è placata e il golem è sepolto nel terreno; lui le manca un po’, però si rende pure conto che la vita va avanti. Lei e Sarah oggi sono ancora buone amiche. Sarah però è sempre attenta: sa infatti che Telma può tornare in un secondo al suo istinto autodistruttivo. Quindi, sì, Sarah è molto attenta…

[Riceviamo e con piacere diffondiamo. Per sostenere la lotta al coronavirus, dal 1° dicembre 2020 fino al 31 marzo 2021, la casa editrice Carbonio devolverà il 10% del prezzo di copertina del suo catalogo al Reparto COVID Ex malattie infettive Presidio Ospedaliero Garibaldi Nesima di Catania (vedi il comunicato stampa)].

“Il libro della creazione” di Sarah Blau: Bildungsroman e contemporaneità

Di Andrea Carria

Se c’è un genere letterario che può essere declinato in forme pressoché infinite, il romanzo di formazione o Bildungsroman è sicuramente uno dei più plasmabili. Tra le meglio codificate che esistano, la sua struttura apparentemente rigida in realtà si sposa perfettamente con il respiro ampio e avvolgente tipico del romanzesco, respiro che proprio i momenti topici del romanzo di formazione incarnano compiutamente. Ma il Bildungsroman è innanzitutto un romanzo, e in quanto tale accoglie al proprio interno innumerevoli possibilità di variazione. L’unico vero paletto si ha a livello della trama e riguarda la trasformazione del protagonista. Per quanto necessaria, la trasformazione (un tempo si sarebbe parlato di crescita) può tuttavia avvenire in molti modi diversi, ed è qui che entrano in gioco quelle variazioni che contribuiscono a fare di questo genere letterario un autentico ever green.

La lettura di Il libro della creazione di Sarah Blau (Carbonio Editore, 2020, traduzione di Elena Loewenthal) mi ha spinto verso queste considerazioni dopo averne apprezzato quella che, a mio parere, costituisce la caratteristica più interessante di questo romanzo: la fusione armoniosa di tradizione e contemporaneità.

Il soggetto alla base del romanzo deriva infatti dalla tradizione ebraica più antica, anzi dalla leggenda. La leggenda è quella del golem, di cui la cultura e la letteratura ebraiche sono piene di riferimenti, alcuni dei quali famosissimi, com’è il caso del romanzo di Gustav Meyrink del 1925, ambientato a Praga e intitolato Il Golem.
A evocare la creatura questa volta è Telma, una giovane insegnante israeliana profondamente insoddisfatta della sua vita. Ingabbiata in una famiglia tradizionale e osservante, ferita nei sentimenti e succube di una cugina che rappresenta tutto quello che lei stessa vorrebbe essere, per Telma tutto cambia con la morte della nonna materna, la quale le lascia un’eredità davvero importante: la casa, nella quale la ragazza si trasferisce, e un libro molto speciale e potente in grado di donare la vita…

Investita da questo straordinario lascito ma ancora incapace di guidare la propria vita dove vorrebbe, Telma, all’ennesima umiliazione, decide di testarne l’efficacia. Con la terra del cimitero dove riposa la nonna impasta un corpo, lo modella in tutte le sue parti e sotto alla lingua gli deposita un cartiglio con la parola segreta che gli donerà la vita. Creare un golem è un’operazione estremamente complessa e pericolosa, a cui Telma adempie con fin troppa disinvoltura ed egoismo. Un golem infatti è una creatura con uno spirito proprio che si rafforza giorno dopo giorno. Chi lo crea non lo fa per gioco né per capriccio, ma solo in condizioni di bisogno estremo per l’intero popolo ebraico. Telma avrebbe dovuto saperlo, invece usa il potere più grande che esiste – un potere che sfida apertamente l’operato di Dio – per assecondare le proprie frustrazioni. Ma la sua leggerezza potrebbe costarle molto cara. Shaul, il nome che ha scelto per il golem che ha creato, diventa più forte ogni giorno che passa, e presto potrebbe ribellarsi all’autorità della sua creatrice mettendo in serio pericolo non solo lei ma anche le persone che la circondano.

Come romanzo, Il libro della creazione è un’opera ambivalente che alterna momenti di autenticità e altri di stasi prolungata. Sarah Blau mostra il meglio di sé alle prese con le dinamiche famigliari confezionando ritratti indimenticabili. La precisione con cui descrive le ruggini e le gelosie tra parenti offrono uno spaccato di vita domestica credibilissimo e in cui il lettore facilmente si rispecchia. Anche la caratterizzazione dei personaggi deve molto alla realtà: ciascuno di essi è perfettamente calato nella piccola parte che recita, e tutti insieme costituiscono un fondale di volti e di voci così ben fatto da tenere a galla il romanzo e spingere il lettore verso la conclusione.

C’è infatti da dire che, pur essendo un romanzo che fa perno su un elemento di fantasia, Il libro della creazione deve la maggioranza dei suoi punti di forza alle scene e alle situazioni verosimiglianti. La parte fantastica, che qui dovrebbe essere quella propriamente romanzesca, è invece un po’ annacquata. Sarah Blau indugia molto – davvero troppo – sulla fragilità e le circonvoluzioni mentali di Telma, torna spesso sui medesimi concetti e fa andare avanti la storia con il contagocce. Il risultato, alla lunga, è un inevitabile calo di tensione e una perdita di presa sul lettore, il quale si ritrova a poche pagine dalla fine ancora in attesa di quello scatto che ogni romanzo ha il dovere di compiere. Quando arriva, il momento clou è abbastanza ordinario e non sorprende più di tanto. Come altrove, anche qui le circonvoluzioni mentali della protagonista ritardano gli eventi e sottraggono loro spazio, tanto da precipitarli anonimamente verso il finale.

Un discorso a parte merita la lingua letteraria di Sarah Blau, una lingua ricca, sfaccettata, abituata a giocare con le parole, ma anche irriverente e provocatoria. La provocazione linguistica è uno dei terreni su cui la scrittrice porta la sua sfida alla tradizione. Contemporaneo e anticonformista, il romanzo illumina con le parole ciò che religione, costumi e usanze relegano da millenni nell’indicibile; e l’illuminazione avviene, riesce proprio perché tali inserti fanno parte di un tessuto linguistico di grande equilibrio. Le figure retoriche e di linguaggio sono interessanti, alcune invero molto belle; godere di certe sfumature in traduzione non è per niente scontato, ecco perché vale la pena di sottolineare anche il lavoro svolto dalla traduttrice Elena Loewenthal, a sua volta scrittrice raffinata, la quale non si è limitata a tradurre in italiano parole e frasi, ma anche il carattere dell’opera.
A parziale compensazione di ciò che la trama si dimentica di fare in termini di dinamicità interviene il passaggio frequente di Telma, protagonista e voce narrante, dalla prima alla terza persona; una scelta stilistica che vuole rimarcare la spaccatura fra Io e Sé che percorre il suo personaggio ricordando non da ultimo che Il libro della creazione, in quanto Bildungsroman, è anche un discreto romanzo psicologico.

Ricapitolando, Il libro della creazione di Sarah Blau è un’opera che, se da una parte ha mostrato qualcosa di nuovo nel romanzo di formazione facendo coabitare modernità e retaggi millenari, dall’altra ha anche inflazionato il punto di vista dell’io narrante rendendolo prolisso e a volte persino sterile. Autentico e calibrato nella descrizione delle scene domestiche, la sua presenza diviene inopportuna in altre parti del libro fino a entrare in competizione con la trama stessa. La componente romanzesca è oggettivamente risicata; il golem, il pezzo forte del romanzo, quello che si carica di più aspettative, ha sicuramente risvolti metaforici e psicologici da ricercare, ma all’atto pratico rimane un convitato di pietra, un personaggio che l’autrice non sempre sa bene dove menare.
Sarah Blau, che proprio nelle prime pagine del romanzo ha invece dimostrato di avere nelle corde un lessico famigliare da far invidia per freschezza e autenticità, ha secondo me innestato un romanzo debole (la storia del golem) su un altro (la storia di Telma e della sua famiglia) che avrebbe potuto essere molto più avvincente, decretando l’inabissamento di quest’ultimo senza riuscire a rafforzare più di tanto il primo.

Jeanne Hébuterne, un’artista a Montparnasse. Dialogo con Grazia Pulvirenti, autrice di “Non dipingerai i miei occhi”

Intervista a cura di Andrea Carria

Se doveste imbattervi nel nome di Jeanne Hébuterne (1898-1920) e rimanere per un attimo interdetti come è successo a me, ci sono due cose che potete fare. La prima, nell’immediato, è non sentirvi eccessivamente in colpa: purtroppo la Storia non è stata generosa con questa artista incredibile e il suo nome non produce ancora l’eco che meriterebbe. La seconda invece è andarvi a leggere Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani (Editoriale Jouvence, 2020) di Grazia Pulvirenti, un romanzo davvero molto intimo e intenso che omaggia la memoria di colei che spesso viene ricordata solo come musa e modella di Modigliani, cercando di mostrarla per quello che realmente è stata: una donna in anticipo rispetto alla media del suo tempo, una compagna innamorata e fedele, un’artista dal talento cristallino e, infine, la protagonista di una tragedia moderna che ha inverato la leggenda di Tristano e Isotta.

«Al risveglio mi guardi, mentre con la tavolozza in mano sto davanti a una tela. Quando mi vedi dipingere mi contempli a lungo, tu il grande Modì, te ne stai lì a scrutare cosa fanno le mie mani, come mescolano i colori, cosa vedono i miei occhi. A volte fai dei ritocchi, dai qualche pennellata, evidenzi un particolare, mi lodi, m’incoraggi, mi guardi compiaciuto. Quando ho dipinto il mio autoritratto hai detto che era più bello di un dipinto di Matisse, che oltre alla forza dei colori possiedo quella delle linee, che avremmo dovuto esporre insieme… Figurarsi Dedo, io devo ancora crescere, maturare, devo vederti dipingere, no, non per imitarti, ma per imparare quella forza con cui catturi l’anima.»

Dopo aver letto questo romanzo, ho avuto il piacere di porre qualche domanda direttamente all’autrice e di soddisfare così molte curiosità.

ANDREA CARRIA. Fra le cose che ho apprezzato di più del suo libro ci sono le pagine in cui lei racconta la vita nella Parigi degli artisti prima, durante e subito dopo la Grande Guerra: secondo me, è riuscita a restituire la giusta atmosfera della capitale francese in quegli anni, mentre era il più grande laboratorio artistico al mondo. Non era un ambiente facile, e per una giovane donna ancora meno. Ecco, vorrei partire proprio da qui perché la cosa mi incuriosisce, e dunque le domando: premettendo che, artisticamente parlando, Jeanne Hébuterne non aveva niente da invidiare a nessuno, quando sognava di diventare un’artista stava solamente sognando oppure stava progettando un futuro che era davvero alla sua portata?

GRAZIA PULVIRENTI. Domanda difficile per incominciare! Come lei ha ben colto, il mio sforzo narrativo in questo romanzo è stato duplice: da una parte restituire la dimensione della corporeità, della sofferenza e dei patimenti della carne e dell’anima a quel gruppo di giovani squattrinati, che vivevano in miseria e in comuni d’artisti. Si trattava di sognatori, visionari, che si riunirono nella Parigi degli anni folli per dare vita a intuizioni potenti e farneticazioni della mente e del gesto pittorico o scultoreo da cui nacquero le grandi rivoluzioni che vanno dall’arte fauves all’espressionismo e al cubismo. Dall’altra, far emergere la personalità e la ricchezza emotiva, artistica e caratteriale di una donna che è rimasta nel cono d’ombra gettato su lei dal più famoso Modigliani. Come fare a restituire lo sguardo di Jeanne sul mondo e liberarla dallo sguardo di Modì che l’ha ingabbiata nei panni della musa e della donna innamorata alla follia? Come riuscire a ritrovare l’autentica voce di Jeanne, visto che la famiglia di lei ha occultato tutti i documenti della sua vita che sarebbero stati utili per ricostruire la Jeanne in carne ed ossa, oltre l’immagine dell’icona confezionata da Modì? La mia via è stata in primo luogo quella di partire dai suoi dipinti e disegni, per indagare, recuperare e far esprimere la visione interiore di Jeanne. A questa si è aggiunta la ricerca di documenti e fonti, fra cui la grande scoperta per me di Jeanne che posa, insieme a delle amiche, per Foujita, svelando tratti inediti della sua personalità, dal momento che in questi dipinti appare in maniera completamente diversa da come la conosciamo. Per arrivare alla sua domanda: io credo di sì, che in quel momento esaltante, anche per l’affermazione di donne-artiste, la giovanissima Jeanne a 19 anni varcò il miraggio di Montparnasse con la determinazione di diventare un’artista, osando misurarsi con coloro che venivano considerati come i “grandi” già allora, Picasso o Matisse per esempio, da cui credo che ella abbia molto imparato. Tra l’altro scelse il sentiero dell’arte in maniera decisa e inequivocabile: studiava alla Accademia Colarossi e a quella di arti applicate.

Jeanne era molto giovane, ma nel libro emerge il profilo di una donna emancipata, moderna e con una volontà ben definita. Si considerava un’artista, era un’artista a tutti gli effetti come lei ha appena ricordato, e il suo stile rimase sempre piuttosto autonomo da quello di Modì. Al tempo stesso era però anche la compagna e la modella di uno dei pittori più straordinari del XX secolo. Da scrittrice, quanto è stato difficile tenere a bada la figura prorompente di Modigliani e rimanere concentrata su Jeanne? Ha usato qualche metodo particolare oppure, mentre scriveva, è subito riuscita a focalizzare l’immagine e la personalità della pittrice?

Io sono partita da Jeanne, ovvero da un dipinto, un suo autoritratto che vidi in una mostra collettanea senza sapere nemmeno chi fosse quella pittrice. Mi interessai a una sconosciuta, di cui mi colpì l’intensità espressiva e la capacità di cogliere e trasfigurare in colori accesi e contrastanti la sofferenza umana. Mi interessava capire la tecnica, lo scavo dell’animo. Solo successivamente scoprii che si trattava della musa e compagna di Modigliani. Questo però instillò in me una sorta di ossessione a scoprire chi fosse realmente quella donna. Per cui direi che la mia attenzione è sempre rimasta focalizzata su lei e sullo sforzo di farne riemergere la voce e la visione del mondo. L’incontro con Modigliani segnò e cambiò la sua vita, ma ancora una volta, anche narrando di ciò, mi ha sempre guidato la volontà di far rivivere questa storia dalla prospettiva di lei, parafrasando la dedica al libro: affinché  il suo “sguardo silente possa ancora parlare…”.

Jeanne Hébuterne in uno scatto del 1917 ca.

Subito dopo aver iniziato a leggere il suo libro, sono andato a cercare una foto di Jeanne Hébuterne su internet e anch’io sono rimasto ipnotizzato dal suo sguardo. I suoi occhi mostrano una consapevolezza di sé che incute quasi timore e impone delle domande. Una di queste è: una donna così, che ha dato prova di una resilienza estrema all’interno di una famiglia tanto opprimente, come ha potuto rinunciare alla carriera di artista proprio quando si era liberata? O forse Jeanne cambiò soltanto la vecchia gabbia con una nuova? A suo parere, l’amore profondo che nutriva per il suo Amedeo, per il suo Dedo, riesce a spiegare fino in fondo una rinuncia così grande?

Lei mi pone solo domande difficili, che scavano nell’animo di Jeanne. Spero di esserne all’altezza e fornire delle risposte che si approssimino alla verità. Nella ricostruzione che ho fatto del carattere di Jeanne attraverso testimonianze di amiche, amici e conoscenti, ma soprattutto attraverso il suo sguardo sul mondo recuperato dai suoi dipinti, Jeanne era non la figura remissiva e passiva che ci viene presentata nelle biografie di Modigliani. Era una ragazzina, giovanissima, questo è vero, ma determinata e audace: in tal senso l’amore assoluto e totalizzante che provò per Modigliani rientra a mio avviso in una ostinazione caparbia e in una determinazione estrema: lei scelse quell’uomo, scelse quell’amore e riuscì ad imporlo anche a lui, che di amori ne cambiava tanti e di continuo, imponendogli anche la sua figura come inizio e fine irraggiungibile della sua ricerca di bellezza e assoluto: nessuna donna, nessuna persona è stata tanto ossessivamente ritratta da Modì, che a Jeanne dedicò più di venti dipinti.

Il libro si intitola Non dipingerai i miei occhi e, anche in base a quello che ci siamo detti finora, mi sembra non possa esserci titolo migliore. Un’idea personale che mi sono fatto è che nemmeno Modigliani sia riuscito a scoprire il segreto dello sguardo di Jeanne e che anzi lei considerasse la propria interiorità una faccenda davvero molto intima, privata. Se fosse stato possibile, cosa avrebbe voluto domandare a Jeanne Hébuterne mentre stava scrivendo questo libro su di lei?

Se è mai stata davvero felice o se il suo ardore e amore li ha vissuti al prezzo di una inesauribile e incessante sofferenza, che è la cosa più pura del mondo.

Jeanne Hébuterne, “Autoritratto”, 1916-17.

Anche se il suo è un libro su Jeanne, mi permetta di porle una domanda su Amedeo. Modigliani non amava i cubisti; ne era amico, come in generale lo erano fra sé tutti gli artisti che animavano l’Ecole de Paris, ma a Modì il cubismo lo ha sempre lasciato piuttosto indifferente, a volte persino infastidito. Scrivendo Non dipingerai i miei occhi, si è accorta di aver usato una tecnica che ricorda molto da vicino quella cubista delle prospettive simultanee e dei punti di vista multipli? Era una cosa voluta?

In parte sì: in quegli anni si scompose la visione del mondo per ricomporsi attraverso altre prospettive. E questa operazione non fu merito di un solo artista, ma di una coralità di individui dalla forte personalità, che vedevano, scomponevano e ricomponevano le tessere dell’animo umano e della loro visione del mondo in maniera del tutto soggettiva e differenziata. Mi interessava far emergere questa “coralità di visioni”, cercando di recuperare nella narrazione i tratti pittorici più differenti, per cui la scrittura diviene a volte più evocativa, come quando prende spunto dalla prospettiva pittorica di Foujita, a volte violenta, come nel caso dei riferimenti all’opera pittorica di Picasso, altre grondante di sangue e decomposizione della carne, come nel caso della visione di Soutine, di follia e squilibrio come nel caso di Utrillo, di assoluto come nel caso della pittura di Modigliani.

Quali insegnamenti possono ricavare da Jeanne Hébuterne le donne e le artiste del XXI secolo? Pensa che la sua figura abbia le caratteristiche giuste per diventare una nuova icona del femminismo?

Credo proprio di sì: Jeanne è un esempio straordinario della devozione a un ideale, a un sogno da inseguire a qualsiasi costo. In tal senso anche il suo suicidio non è un atto di resa incondizionata al fallimento della sua vita e di quella dell’amato, ma una sorta di coronamento dell’ideale romantico: l’inveramento dell’assoluto amore nella morte.

Grazia Pulvirenti (© Grazia Ippolito).

Per farmi perdonare, direi di concludere la nostra chiacchierata con una domanda più facile… almeno in apparenza. Cos’è per lei l’avanguardismo?

Uno sguardo inedito, inatteso, sorprendente sul mondo. Come quello di Jeanne e di Modigliani che pagarono il prezzo della loro innovativa visione artistica con la miseria, la sofferenza dei corpi, i tormenti dell’animo, per ricevere, almeno lui, i meritati riconoscimenti all’opera compiuta solo quando il corpo era freddo nella bara, durante quel funerale in cui i prezzi delle sue opere, fino ad allora venduti a pochissimo o dati in cambio di un pasto, presero a lievitare. A Jeanne questo riconoscimento ancora non è toccato: le sue opere sono state per decenni occultate dalla famiglia e di recente vendute a cifre significative in aste, che ne hanno disperso il corpus. Anche questo è avanguardismo: non venire compresi e apprezzati in vita per l’intensità e innovazione del messaggio, ricevere plausi e riconoscimenti solo post-mortem.

*Immagine in copertina: Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne seduta con il braccio sulla spalliera, 1918, Pasadena, Norton Simon Museum of Art (particolare).

Un posto per due: madre e figlia protagoniste di “La straniera” di Claudia Durastanti

Di Andrea Carria

Pochi giorni fa ho terminato la lettura di La straniera, recente libro di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019), incluso nelle cinquina finalista dell’ultimo Premio Strega, e come sempre desidero condividere con voi le mie impressioni.

La prima cosa da dire è che non siamo in presenza di un romanzo ma di un memoir, di un racconto autobiografico. Non si tratta di una precisazione tecnica né di merito, ma solo di un dato di cui il lettore e le sue aspettative devono essere informati. Non esiste una trama da scoprire, un eroe da imparare a conoscere e a cui affezionarsi, tuttavia una storia c’è e tratta del rapporto della figlia con la madre.

Tutti noi siamo figli e sappiamo che i rapporti con i genitori possono essere molto complessi anche nella più comune delle situazioni. Ma cosa scatta, come si costruisce il rapporto con una madre disabile da parte di una figlia “sana”? La storia raccontata da Claudia Durastanti nel suo libro si confronta proprio con questo delicato argomento, parlando della sua esperienza di figlia nata da due genitori non udenti.

Il libro inizia a Roma, con l’incontro della madre con il futuro compagno. Lui sta meditando di farla finita gettandosi da un ponte sul Tevere, ma il provvidenziale intervento di lei lo blocca, salvandogli molto probabilmente la vita. È l’inizio di una frequentazione burrascosa fatta di fughe e ricongiungimenti in cui nemmeno l’arrivo di due figli riesce a portare un po’ d’ordine. La famiglia cambia spesso città e addirittura Paese, raggiungendo Brooklyn nei primi anni ’80. Ma anche l’America si rivelerà essere solo una tappa, e un bel giorno la donna compra un biglietto di sola andata per la Basilicata, portando con sé i due figli ancora piccoli. Nel paesino natale della madre, la protagonista si scontra con una realtà profondamente diversa da quella americana in cui è nata e ha vissuto fino a quel momento. Al senso di inadeguatezza per essere figlia di genitori disabili si aggiunge così quello di estraniazione, di inettitudine sociale, che si esplica nell’impossibilità di riconoscersi fino in fondo in un gruppo, in una classe, in un solo Paese e in una sola lingua.

durastanti_la_straniera

Come il titolo stesso dichiara in maniera incontrovertibile, l’estraneità è il fil rouge che percorre il libro da cima a fondo. Osservando il dialogo che si instaura tra certi capitoli, è come se Durastanti abbia inteso redigere un catalogo di esempi, luoghi e situazioni in cui una persona, nell’arco della vita, può arrivare a percepirsi come un’estranea, una straniera. Testimoni di questa condizione esistenziale sono due: la protagonista, che racconta in prima persona le varie metamorfosi di questo suo sentimento, e soprattutto la madre, per la quale l’essere straniera è una condizione che si porta dietro dalla nascita. È precisamente su questo punto che l’esperienza di madre e figlia si biforca: per la prima l’estraneità è una condizione che fa parte della sua persona, con la quale convive da sempre, un marchio che le è stato imposto dal destino e dagli altri, ma che è comunque suo, le appartiene fino in fondo; anche per la figlia l’estraneità è un marchio che altri hanno impresso alla sua identità sociale, ma nel suo caso non c’è un’appartenenza diretta, è suo solamente perché ce l’ha la madre, e se fosse nata in una famiglia diversa non l’avrebbe posseduto.

All’eredità segue l’accettazione della stessa. Bollata come «la figlia della muta» dagli abitanti del paese materno, la protagonista comincia ad accettare il giudizio che gli altri hanno formulato su di lei e vi si adegua. Lo farà così bene che sarà poi lei stessa, una volta adulta, a continuare a vedersi fuori posto ovunque, a trovare nuovi motivi di distinzione, quasi come se inseguisse la diversità piuttosto che cercare di affrancarsene.

E ora veniamo alla valutazione del libro. La straniera è un’opera ambiziosa di un’autrice giovane e consapevole delle proprie capacità. La scrittura è piacevole, il lessico ricco, molte delle esperienze descritte trasudano di vita vissuta e di tanta, tanta voglia di comunicare. Il tema della comunicazione e del desiderio di farsi comprendere è ampiamente sviluppato: le pagine in cui Durastanti racconta il mondo privo di suoni della madre, dove traccia e cerca di condividere con il lettore il suo universo semantico, sono piene di sentimento e di verità, in assoluto le migliori di tutto il libro.

italy-1215430_1920
Scorcio di Matera, Basilicata

Per questo motivo l’impronta dalla madre sul testo è particolarmente forte. Durastanti ne fa la protagonista indiscussa di numerosi capitoli, soprattutto nella prima parte, e questo crea subito un particolare interesse nei suoi confronti da parte del lettore. Intanto gli anni passano, la figlia cresce e si emancipa, e nel libro inizia a rivendicare uno spazio narrativo più ampio, che sia tutto suo, sottraendolo edipicamente alla madre. Il rapporto si colora di nuove tinte e sfocia in una larvata competizione madre-figlia che non è raccontata solo dalle parole, ma si osserva anche nel numero delle pagine dedicate all’una oppure all’altra, quasi come se l’indipendenza della figlia sia un problema di quanti riflettori puoi permettersi. Il fatto però è che il rapporto era sbilanciato già in partenza, e non a favore della protagonista-scrittrice. Quello che Claudia Durastanti non ha infatti considerato è che la sua esperienza di vita è letterariamente interessante nella misura in cui viene condizionata dai disagi della madre. Il libro soffre l’allontanamento di quest’ultima più del consentito e l’interesse del lettore stenta a essere risvegliato dalle esperienze autonome della figlia, ormai diventata una giovane donna. Dal punto di vista letterario si assiste così a un esito insolito: gli anni della gioventù, la cui rievocazione ha fatto la fortuna di intere generazioni di scrittori, qui sono privi di mordente e in generale risultano decisamente poco intriganti.

Durastanti cerca di conferire un’aura speciale alle sue esperienze per mezzo di una scrittura ricercata e altamente letteraria, eppure il risultato ottenuto lascia a desiderare. Il problema non è di stile, ma di contenuto: ciò che la scrittrice sviluppa nella parte centrale e finale del libro è un autobiografismo piuttosto ordinario, il racconto di un vissuto comune alla maggioranza dei trentenni di oggi e che la lingua, da sola, non può rendere più interessante. L’impiego di un lessico ricco all’interno di frasi appositamente studiate per fare eco (sebbene abbiano poco da rivelare), può anzi suscitare nel lettore un effetto contrario. La bella scrittura si trasforma così in un esercizio di stile, in un mera ostentazione che, alla lunga, stanca.
Ma, cosa addirittura peggiore, questa lingua e questo stile non hanno saputo definire né dare un nome al malessere esistenziale lamentato dalla voce narrante. Qual è, per esempio, il problema che fa dire alla protagonista che si sarebbe perduta se non fosse arrivato qualcuno a raccoglierla? Dopo aver studiato, viaggiato, lavorato nel proprio settore, scelto liberamente il paese in cui vivere e la persona da avere al proprio fianco, è possibile che il disagio di questa donna poco più che trentenne, emancipata e in salute, continui a essere lo stesso della ragazzina sradicata dal proprio ambiente e che la gente semplice di un paesino lucano chiamava «la figlia della muta»? Non me lo sto chiedendo con retorica, ma perché mi manca un passaggio, e può anche darsi che io non l’abbia semplicemente capito. In tutta onestà, ammetto però di non essere riuscito a provare empatia per la sua afflizione.

Inoltre, il fatto che Durastanti abbia spacchettato la sua vita in tanti episodi, di averla frantumata in schegge non più lunghe di un capitolo e fra loro quasi mai dialoganti, ha pregiudicato lo sviluppo del più effimero andamento narrativo. Un grave limite che ho riscontrato nella Straniera è stata infatti l’impossibilità oggettiva di poterlo leggere come un romanzo. Ci sono evidenti inserti saggistici che però non sono responsabili di questa mancanza (ho sempre pensato che i saggi di Virginia Woolf siano più avvincenti delle sue opere letterarie); al contrario credo, anzi sono sicuro, che l’antiromanzo fosse il modello a cui Durastanti si sia riferita, in quanto è estremamente difficile che una scrittrice/scrittore concepisca un testo — di qualunque genere sia, non importa — e lo privi di tutto il suo potenziale romanzesco.

durastanti
Claudia Durastanti (fonte: raicultura.it)

Considerati pregi e difetti, La straniera non è stata la lettura che mi attendevo, per cui il giudizio che sono costretto a darle non è completamente positivo. In realtà quello che mi sento di fare è esprimere due valutazioni, in quanto, arrivato in fondo, si accresce in me la sensazione di aver letto due libri in uno. Il primo mi ha convinto appieno, impressionandomi piacevolmente; l’altro invece mi ha lasciato perplesso e ho faticato a riconoscermi in ciò che leggevo malgrado le esperienze e i problemi affrontati fossero quelli della mia generazione. Ho fatto fatica a giungere in fondo ad alcuni capitoli, non capivo cosa la scrittrice volesse comunicare della sua vita quando invece era stata così brava, così originale proprio nella descrizione delle barriere comunicative che vigono nel mondo silenzioso della madre.

Forse Durastanti non ha ben compreso che la vera protagonista della sua storia non era Claudia, né avrebbe potuto diventarlo. Questo ruolo era già della madre, ed erano state proprio lei e la sua bella scrittura ad assegnarglielo. Da lettore ho capito la realtà delle parti quando non trovavo più la madre fra le pagine e ne avvertivo la mancanza. La scrittrice ha voluto sovrapporsi a essa fino a sostituirla, credendo che il suo libro/autobiografia ne avrebbe sopportato la sterzata, ma non è stato così. È arrivata a contenderle persino lo status di straniera, quando in realtà la sola evidenza che almeno io ho ricavato da questa lettura è che c’è una straniera soltanto.

L’errore più grande compiuto da Claudia Durastanti è stato quello di non aver capito in tempo che l’unico modo che aveva di stare sul palco era da coprotagonista.

Lo sguardo sull’Europa di un americano: “Ritratto di signora” di Henry James

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi vorrei affrontare con voi come la società europea viene percepita da fuori, ovverosia in che modo la nostra letteratura continentale viene intesa e dunque duplicata.

Data la mia limitata conoscenza delle letterature extraeuropee (mancanza cui sto cercando di porre un rimedio e un freno a partire da questo articolo), ho deciso di rendermi la vita più facile iniziando da un autore che di extraeuropeo aveva assai poco: Henry James. James infatti nacque a New York, ma spese la maggior parte della sua vita in Europa, in particolare fra Parigi e Londra, città dove infine si spense.

Quella di James fu una mente assai prolifica: romanzi, saggi di critica letteraria, opere teatrali, racconti, e per ognuna di queste categorie scrisse molto e abbondantemente. L’elemento che più ci interessa in questo articolo, però, riguarda la prima metà della sua esperienza di scrittore, quella in cui vediamo a confronto la società statunitense e quella europea attraverso il romanzo Ritratto di signora, pubblicato inizialmente a puntate fra il 1880 e il 1881 e di cui, nel 1996, ne venne fatta una bella trasposizione in film con un cast che vedeva in scena Nicole Kidman, John Malkovich, Viggo Mortensen e Christian Bale.

ritratto_di_signora

Per chi di voi non avesse ancora letto il libro, dirò solamente che si narrano le vicende pubbliche e private (cioè esteriori e interiori) principalmente dal punto di vista di colei che viene a più riprese definita “la nostra eroina”, Miss Isabel Archer. La giovane è nata e cresciuta negli Stati Uniti ma, dopo la scomparsa del padre, viene accolta nella famiglia della zia materna, Mrs Touchett, la quale però vive a metà strada fra l’Inghilterra e l’Italia. Se già da queste poche righe intravedete il primo punto di contatto letterario fra gli U.S.A. e l’Europa siete sulla buona strada. È infatti difficile pensare che James non abbia pensato a Jane Austen e al suo Mansfield Park quando ha pensato alle origini di Isabel.

Il resto dei personaggi che ruota attorno alla figura di Isabel è quasi interamente originario degli Stati Uniti e tutti loro, sia che vivano nella campagna inglese, a Parigi, a Firenze o a Roma, rappresentano un nucleo di emigrati privilegiati che hanno abbandonato la terra natia per i più diversi motivi. Volendo raggruppare questi motivi, potremmo dire che le ragioni principali sono due, a seconda che si tratti di uomini o di donne. Per i primi la motivazione è di ordine politico o economico: ci si trasferisce perché la democrazia statunitense ha perso il suo prestigio mentre in Europa la società è ancora fortemente legata all’appartenenza di classe, oppure si parte per questioni di lavoro; per le seconde il motivo è invece sempre il matrimonio. Sarà utile ricordare che la fine del XIX secolo, proprio gli anni di pubblicazione del romanzo, sono gli anni della così detta Gilded Age, l’età di maggior opulenza della società borghese statunitense. Il fasto di quella Europea, al contrario, era solo apparente e in questi anni si registrano molti matrimoni fra ereditiere statunitensi e rampolli di antiche famiglie nobiliari di quasi tutta Europa (la causa di ciò è dovuta al fatto che, contrariamente all’Europa, le figlie dei ricchi signori statunitensi erano destinatarie, oltre alla dote per il matrimonio, anche di una vera e propria eredità, mentre dalle nostre parti il sistema era ancora fortemente incentrato sui figli maschi che disponevano in pieno di tutti i beni appartenuti al padre).

Ecco dunque un punto importante nel quale emerge la prima divergenza di vedute fra i due mondi: come potrete ricordare leggendo l’articolo sul romanzo vittoriano e su George Elliot, i soldi rappresentano un punto essenziale della dinamica narrativa, la quale a sua volta è specchio di quella sociale. Le ragazze di Middlemarch, come prima le ragazze di Orgoglio e pregiudizio sono prede, quasi vittime di un sistema che le vede correre a destra e a manca alla ricerca di un marito che possa garantire loro una vita sicura e lontana dai pericoli della povertà e dell’indigenza. Le donne di Ritratto di signora, al contrario, hanno ben chiara in mente tutta la faccenda politica che si cela dietro a un’unione. Loro non si devono salvare da nulla, ma devono ben valutare con chi sposarsi perché, come dice Mrs Touchett, creare una famiglia è lo stesso che creare una società: bisogna avere ottimi mezzi e soci affinché tutto funzioni e prosperi.

Il secondo punto di scarto fra i nostri romanzi e quello di James sta nella rappresentazione dell’uomo. Il romanzo europeo del ‘700 e dell’800 rappresenta quasi esclusivamente uomini concreti. Pensate appunto a Mr Darcy e alla sua ferrea severità nei confronti di sé stesso, oppure alla fredda meccanica dei pensieri di Claude Frollo, o ancora all’irreprensibile tenacia con cui gli uomini di Verga accumulano i loro beni (per non parlare di Robinson Crusoe, o del Dottor Faust). Questi sono sì colpiti dai sentimenti che, in maniere del tutto diverse, li turbano, ma difficilmente perderanno la loro durezza, la loro convinta percezione del posto che occupano nel mondo. Nel romanzo di James si verifica l’esatto opposto: gli uomini sono dei mansueti animali da salotto che passano le loro giornate a parlottar fra loro o a contemplare estasiati l’angelica bellezza della propria amata o della padrona di casa. Sono remissivi, al limite della passività e se agiscono in maniera attiva è solo perché la società prevede questo. Solo un’eccezione è concessa nel libro: Gilbert Osmond. Osmond viene descritto come un americano che vive come un principe decaduto, uno che nella vita ha sempre aspirato a essere o il meglio del meglio oppure il più invisibile fra gli invisibili. La percezione che ha di sé è molto ben definita, allenata per anni lontano dal cuore della società che vive nella mediocrità, dove si può galleggiare sulla propria zattera sociale fintanto che ci è concesso il tempo di vivere. In questo senso Osmond è pienamente europeo: severo con sé stesso, che tratta nello stesso modo i servi e i principi, perché in fondo sa che nessuno di loro merita di godere della sua compagnia.

Su questo paradigma di opposti si incardina la rappresentazione della nostra società. Una rappresentazione che porta in sé, sul piano metaletterario, alcune interessanti contraddizioni degne di nota: per esempio la profonda immersione dello stile e dei temi europei che divergono da quelli statunitensi, la quale viene usata per mostrare i difetti dei primi a la freschezza dei secondi. Tuttavia sarebbe ingiusto attribuire a James il solo ruolo di antropologo letterario dell’Europa: la sua scrittura è stata di fondamentale importanza per rinnovare la nostra arte dello scrivere. Con lui assistiamo alla consacrazione del cambiamento dello spazio nel quale gli eventi si verificano: da fuori a dentro. Ciò che accade all’esterno è solo la scintilla che accende la miccia, ma l’esplosione avviene all’interno dei personaggi, nella loro intimità e in quella che il filosofo francese Henri Bergson definirà più avanti la durée o tempo interiore. Lo stesso cambiamento di spazio che verrà elaborato finemente e magistralmente da alcune divinità della letteratura europea quali Virignia Woolf, James Joyce e Marcel Proust.

Eleonora d’Arborea raccontata da Bianca Pitzorno: le grandi donne di Sardegna ieri e oggi

Di Andrea Carria

Fra le narrazioni che la storia d’Italia stenta a ricordare esistono vicende davvero sorprendenti. Una di queste ha per protagonista Eleonora d’Arborea (1347 circa – 1404 circa), una delle figure più studiate e amate della storia della Sardegna, la quale ha trovato l’aedo perfetto in un’altra donna sarda, Bianca Pitzorno (Sassari, 1942), la maggiore autrice italiana di racconti per ragazzi.

La prima edizione di Vita di Eleonora d’Arborea. Principessa medievale di Sardegna è del 1984, ma le importanti scoperte avvenute nel frattempo hanno via via permesso alla Pitzorno di consegnare alle stampe edizioni sempre più ricche e documentate del proprio libro (la mia edizione è quella del 2010 della collana Oscar Mondadori). Già, perché di Eleonora d’Arborea si continua comunque a sapere poco. Gli archivi (o meglio, quello che ne è rimasto) esitano a fornire informazioni e dettagli sulla sua vita e l’unica immagine che possediamo di lei è un bassorilievo rovinato dal tempo nella chiesetta gotica di San Gavino, fuori Oristano. Così, fatta piazza pulita delle leggende, per riempire i numerosi vuoti che restano fra un documento e l’altro, il biografo è costretto a dedurre da fonti secondarie e, perché no?, a immaginare. Come? Nel caso di Bianca Pitzorno, grazie a una perfetta consapevolezza storica, proponendo più ipotesi verosimili per lo stesso scenario e narrando alla stregua di un romanzo, senza tuttavia scivolare nelle rappresentazioni romantiche più scontate.

Rappresentazioni alle quali la figura di Eleonora ha più volte prestato il fianco; come per esempio durante il Risorgimento, quando nei quadri veniva rappresentata nei panni di una Giovanna d’Arco sarda che imbracciava le armi per difendere l’indipendenza della propria terra. Niente di più lontano dal vero. Pur immaginando a sua volta, la Pitzorno ha infatti restituito Eleonora al contesto sociale e politico che con ogni probabilità più le apparteneva, consegnando alla divulgazione storica il ritratto di una donna determinata e indipendente, in grado di trattare da pari con gli altri regnanti dell’epoca e, comunque, molto più votata all’attività legislativa che al mestiere della guerra.

vita_di_eleonora_d'arborea

Eleonora fu una giudicessa amata e rispettata dai propri sudditi, tuttavia nessuno alla sua nascita avrebbe potuto prevedere per lei un futuro da regnante. Eleonora era infatti una delle figlie minori del giudice Mariano IV d’Arborea (1317-1375), della dinastia dei De Serra visconti di Bas. I De Serra erano una delle più potenti famiglie della Sardegna e da quasi due secoli erano a capo del giudicato d’Arborea (uno dei quattro giudicati in cui in passato era stata divisa l’isola), un regno nei fatti autonomo anche se formalmente vassallo del re d’Aragona dopo che papa Bonifacio VIII (lo stesso dello schiaffo di Anagni), nel 1297, lo aveva consegnato in feudo a Giacomo II il Giusto. Creando il Regno di Sardegna e Corsica, il papa aveva trattato la Sardegna come se fosse completamente priva di un proprio ordinamento politico, ignorando che i primi giudicati risalivano al tempo in cui sull’isola si dissolse il dominio bizantino e che quindi avevano dalla loro parte una storia e una tradizione secolari, e questo i De Serra Bas non potevano permetterlo. Soprattutto non potevano accettare che la loro dinastia, una monarchia ereditaria a tutti gli effetti, venisse declassata a vassalla di qualcun altro, e fino alla loro estinzione avrebbero combattuto per rivendicare il proprio status di sovrani, pretendendo che gli aragonesi rinunciassero alle proprie mire sull’isola e iniziassero a trattarli da pari.

La capitale del giudicato (Logu) — il cui stemma era un albero sradicato (arbor) in campo bianco — era Oristano, ed è lì, in uno stato di continua alternanza fra guerra e tregua, che Eleonora e i suoi fratelli trascorsero l’infanzia e parte della giovinezza. Alla morte di Mariano, a cui si deve il periodo più prospero per il giudicato, la Corona de Logu passò al figlio Ugone III, il quale, a causa dello stato di guerra permanente e del malcontento generale degli abitanti, finì però assassinato. In mancanza di eredi diretti, Eleonora, che intanto si era sposata con Brancaleone Doria (noto anche come Brancadoria), rivendicò la Corona de Logu. Non per lei, ma per il figlio Federico, in quanto secondo le regole dinastiche del giudicato una donna poteva ambire alla Corona de Logu soltanto come reggente, in attesa che il giudice arrivasse alla maggiore età.

Giudicati_sardi_1.svg

Con Eleonora l’Arborea ritrovò la prosperità perduta. La guerra contro l’Aragona continuava, ma non gravava più sul popolo come ai tempi di suo fratello Ugone. Dopo un lungo periodo di prigionia, Brancaleone si mise a capo dell’esercito giudicale e tenne in scacco Cagliari, Alghero e le altre fortezze aragonesi rimaste sull’isola (ormai quasi tutta in mano arborense), impedendone i rifornimenti provenienti da Barcellona via mare. Intanto a Oristano, nel cuore del giudicato, Eleonora si era stabilmente insediata sul trono e poteva dedicarsi alla sua gente. Nel 1392 la giudicessa promulgò la Carta de Logu, una raccolta di leggi che integrava il precedente codice varato da Mariano e che, in determinati ambiti, introduceva principi giuridici sorprendentemente avanzati per il tempo. La Carta era scritta in lingua sarda, si estendeva a tutti i territori controllati dall’Arborea e i capi delle curatorie avevano l’obbligo di procurarsene una copia a proprie spese. L’aderenza delle leggi di Eleonora alla condizione politica, economica e sociale della Sardegna del tempo era così precisa che la Carta de Logu era destinata a sopravvivere allo stesso regno d’Arborea: nel 1421 gli aragonesi, divenuti intanto gli unici padroni della Sardegna, la estesero infatti a tutta l’isola, dove rimase in vigore fino al 1827, quando i Savoia la sostituirono con i propri statuti.

L’Arborea e la Sardegna si identificavano così profondamente con la dinastia dei De Serra Bas che non seppero resistere alla fine della famiglia giudicale. Quando Eleonora morì — presumibilmente nel 1404 a causa della peste — si aprì una crisi successoria fatta di tradimenti e omicidi. Il figlio Federico era morto bambino anni prima e il secondogenito della giudicessa, Mariano V, fu probabilmente ucciso da Brancaleone, che ne era padre solo formalmente. Fu allora che i sardi — già riuniti in una forma di proto patriottismo noto nei documenti come nación sardesca — offrirono la Corona de Logu a Guglielmo III visconte di Narbona, nipote della sorella di Eleonora, Beratrice, l’ultimo De Serra Bas ancora in vita. Fu un giudicato estremamente breve, quello di Guglielmo, il quale, dopo la sconfitta nella battaglia di Sanluri (1409), se ne tornò in Provenza con la coda fra le gambe, lasciando l’isola alla mercé degli aragonesi. Pochi mesi dopo, Oristano si consegnò spontaneamente al nemico, l’esperienza della nación sardesca si dissolse come neve caduta troppo presto e nel 1410 il giudicato d’Arborea non esisteva già più.

eleonora_darborea_statua
Monumento a Eleonora d’Arborea a Oristano

Nel libro di Bianca Pitzorno viene raccontata questa storia completa di tutti i suoi dettagli e intrighi. Il regno d’Arborea è lo scenario che abitano Eleonora, Brancaleone, Mariano e gli altri protagonisti, ma non è il solo. Pari importanza è infatti assunta anche dalla città di Barcellona, dove la Pitzorno conduce il lettore alla scoperta della vita che si svolgeva alla corte degli avversari dei De Serra Bas. Nel libro, la prospettiva sarda e quella catalana si alternano a vantaggio di una ricostruzione storica più ampia e articolata, che ha fra i suoi scopi anche quello di restituire l’immagine di un regno, quello d’Arborea, saldo, indipendente, prospero e ben inserito all’interno della politica internazionale dell’Europa del Basso Medioevo. Gli stessi rapporti con il regno d’Aragona hanno costretto la Pitzorno ad allargare i confini spaziali e temporali del proprio racconto. Tra Oristano e Barcellona sono infatti esistiti anche periodi di pace e alleanza (Mariano, il padre di Eleonora, era stato educato alla corte del re Alfonso IV e sua madre, Timbors de Rocabertí, proveniva dalla nobiltà catalana), ricchi di legami parentali quanto di scambi economici e culturali; legami e scambi così profondi che il loro ricordo avrebbe poi influenzato direttamente le modalità in cui i due stati si fecero la guerra, vale a dire più come avversari degni di rispetto che come acerrimi nemici da neutralizzare a ogni costo.

La biografia di Eleonora scritta da Bianca Pitzorno è un libro di storia che si legge come un romanzo. Il gusto letterario dell’autrice si ritrova a ogni pagina, a ogni frase, e la sua cura per i particolari aiuta chi legge a destreggiarsi fra le contorte genealogie delle due case regnanti. L’unica cosa che a parer mio manca al suo racconto è una descrizione di Oristano. Che città era la capitale del giudicato al tempo del suo massimo splendore? Chi ci viveva e in quanti erano? Le sue strade e i suoi edifici erano come quelli delle città del continente (Terramaggese) o avevano un carattere proprio? Da curioso di città, avrei gradito avere maggiori informazioni sullo scenario in cui collocare i personaggi di questa storia, tuttavia è assai probabile che se la Pitzorno, laureata in archeologia, non l’ha fatto è dipeso dalla mancanza di fonti (mi stavo infatti dimenticando di dire che gli archivi della cancelleria di Oristano sono andati completamente distrutti), e che se proprio doveva immaginare qualcosa, allora, da buona biografa, era preferibile che lo facesse per lei soltanto, per Eleonora.

L’arte del perturbante, da Daphne du Maurier ad Alfred Hitchcock

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo che reputo estremamente interessante: quello del perturbante. Per cominciare è bene rinfrescarsi la memoria con una semplice definizione tratta dal vocabolario Treccani, cui mai ci stanchiamo di ricorrere quando siamo in dubbio.

perturbare v. tr. [dal lat. perturbare, comp. di per1 e turbare «turbare»]. – Turbare profondamente, sconvolgere, portare agitazione o alterazione in un àmbito di natura sociale, fisica o psichica”

Da questa definizione ci possiamo spostare all’utilizzo di cui ci interessa parlare in questa sede, ovverosia quello letterario, e per farlo prenderò a esempio l’ultimo romanzo che ho terminato di leggere qualche giorno fa: Rebecca di Daphne du Maurier.
Probabilmente ad alcuni di voi questo titolo non sarà sconosciuto (ottimo!), ad altri invece ne ricorderà un altro, Rebecca la prima moglie. Ebbene, sappiate che stiamo parlando dello stesso libro, diventato molti anni fa una celebre pellicola di Alfred Hitchcock e, molto più recentemente, trasposto sul piccolo schermo da Rai 1.

Ma procediamo con calma, senza perdere il filo del discorso.
Con l’aggettivo “perturbante”, in letteratura si intende un qualsiasi elemento, sia esso un oggetto, un volto, un nome, una parola, che irrompe ciclicamente nel flusso della narrazione e che ha come obiettivo quello di destare, nel personaggio della storia così come nell’animo di chi legge, una carica emotiva di tratto negativo, in grado di mettere entrambi a disagio. Badate bene che l’entità perturbante non è mai una persona nella sua totalità, ma sempre e solo la parte di qualcuno o qualcosa. Nella nostra letteratura nazionale si ricorre a questa tecnica già a cavallo fra l’800 e il ‘900, con gli autori della Scapigliatura Lombarda e, più tardi, con Luigi Pirandello.

rebecca1

Daphne du Maurier, invece, decide di innovare il concetto di perturbante adottando un’interessante strategia narrativa. All’interno del suo romanzo costruisce, infatti, una fitta rete di vasi comunicanti dove il pieno e il vuoto, ovverosia la protagonista e la sua negazione, si scambiano di posto, interagiscono in qualche modo. Gli elementi testuali a favore di questo gioco sono innumerevoli, eccone alcuni:
– Il nome della protagonista non viene mai pronunciato, quello della sua nemesi, Rebecca, lo è in continuazione;
– La protagonista è viva, Rebecca è morta;
– La protagonista è bassa, ha i capelli biondi ed è goffa. Rebecca è (era) alta, mora ed estremamente elegante e raffinata;
– La protagonista e Rebecca non hanno nulla in comune e questo, paradossalmente, diventa il tratto che più le unisce: quello che possiede una manca all’altra, e viceversa.

Si potrebbe addirittura elaborare un’intera interpretazione del romanzo secondo la quale la protagonista sia in realtà Rebecca, e la donna anonima la sua nemesi.  Tutto sta nella scelta del personaggio di cui si vogliono prendere le parti.

rebecca2

Con questa rete scatta il meccanismo del perturbante. All’interno del grande scenario dove la protagonista va a vivere dopo aver sposato Maxim de Winter, la magione di Manderley nel Galles, la presenza di Rebecca diventa l’elemento che riesce a dar vita alle pareti: un fazzoletto ricamato, un impermeabile, una spazzola. Come ho scritto sopra, sono tutti elementi parziali di una vita che, tramite le cose che le sono appartenute, fa il suo prepotente ingresso in scena, accompagnata sempre da un ricordo amaro e da un presagio nefasto. Non c’è capitolo che non si chiuda con un’allusione a Rebecca, non c’è momento in cui la casa di Manderley non mostri un oggetto a cui Rebecca era particolarmente affezionata.

Tutto questo si presenta come un terreno estremamente fertile per il Maestro del brivido, Sir Alfred Hitchcock. Nel 1940 decide di dirigere questo film, approfittando della poca attenzione che gli avrebbe potuto dedicare il produttore David O. Selznick poiché proprio in quel periodo era ancora alle prese con il lavoro su Via col vento.
Nel film, girato con effetti “speciali” tanto semplici quanto efficaci, se pensiamo alle tecnologie cui siamo abituati noi, la carica perturbante di Rebecca viene, se possibile, ancor più esasperata, diventa quasi maniacale. Ovunque si leggono le sue iniziali, nessuno deve permettersi di spostare gli oggetti che lei stessa aveva sistemato (su questo aspetto l’adesione al libro è eccezionale). Particolarmente d’aiuto e ben riuscita è la figura della governante, la signora Danvers, interpretata dalla spettrale Judith Anderson.

La lettura di questo libro e la visione di questo film (che potete trovare anche su YouTube!) sono vivamente consigliate. Se volete comprendere l’arte di perturbare le menti in maniera fine e sottile, se cercate uno spunto per migliorare la vostra tecnica di narratrici e narratori dell’inconscio, del brivido e del giallo, sappiate che questa strada, per quanto battuta che sia, non cessa mai di fornire validi strumenti e spunti.
O se, più semplicemente, siete alla ricerca di intrattenimento di qualità, sappiate che troverete sempre, a Manderley come fra le pagine del romanzo, la convinzione di aver visto, magari dietro a una tenda bianca, la sagoma di una donna che vi osserva.

rebecca4

Un mondo sottosopra: considerazioni su Rossella O’Hara e la magia di “Via col vento”

Di Gian Luca Nicoletta

Durante la settimana scorsa ho avuto modo di spuntare dalla mia lista delle “cose da leggere/vedere nell’arco della vita” un elemento che personalmente mi inorgoglisce per la pazienza che richiede. Se state pensando alla Ricerca del tempo perduto arrivate tardi, perché quella l’ho già conclusa un annetto fa. No, quello cui sto facendo riferimento è un grande film, tratto da un grande romanzo, e il cui aggettivo va inteso sia in termini metaforici che in termini spaziali e temporaliVia col vento, diretto da Victor Fleming e tratto dal romanzo Gone with the wind della scrittrice statunitense Margaret Mitchell.

Proprio così: un pomeriggio mi sono messo di buona lena e scorrere le quasi quattro ore (senza pubblicità!) di un film inteso, nella messa in scena, come una grande opera lirica. Quando il film viene prodotto siamo infatti nel 1939, ma in Italia arriverà solo dieci anni dopo, quando l’industria cinematografica non si è ancora svincolata del tutto dal mondo teatrale. Sono emblematici, a questo titolo, i grandi fondali che vengono inseriti nel montaggio della post-produzione e che riportato i titoli dei due grandi atti che compongono l’opera.

La storia, come forse molti di voi sapranno anche solo per sentito dire, si svolge nella seconda metà del 1800, lungo un arco che precede, vive e supera la guerra di secessione americana, meglio nota anche come guerra civile. Uno tra i principali motivi di questa guerra di l’abolizione della schiavitù, applicata in tutti gli Stati del nord e dell’estremo ovest ma ancora lungi dall’arrivare fra gli Stati confederati che componevano il sud-est degli attuali U.S.A.
Protagonista indiscussa di tutta la faccenda, e cui dedicherò l’attenzione, è Rossella O’Hara, eroina di questa epopea statunitense.

vento3

Rossella è la primogenita di casa O’Hara, una grande tenuta che porta il nome di Tara e che, assieme a Le Dodici Querce, rappresenta i due fuochi del cosmo contadino vicino ad Atlanta, in Georgia. Mr. e Mrs. O’Hara, oltre a Rossella, hanno avuto solo altre due figlie, il che rende la primogenita l’ereditiera dell’intera tenuta.
Ricca, bella, vivace e per nulla spaventata dal confrontarsi con gli uomini, Rossella ci viene descritta come il ritratto della sfrontatezza sbarazzina, della provocazione giocosa che la rende la ragazza più ricercata alle feste, quella che tutti vogliono salutare e che si presenta con un drappello di pretendenti da far invidia a tutte le altre sue coetanee. Il suo essere viziata ed estremamente egoista sono i tratti caratteriali che costituiranno il filo rosso dell’intera storia.

L’universo maschile e quello femminile vengono rappresentati come opposti l’uno all’altro: da un lato vediamo quello maschile, dal tratto spiccatamente collegiale, incentrato sull’imminente guerra con gli Stati del nord, con la volontà di mantenere il controllo sui propri commerci di cotone e soprattutto sul diritto di possedere degli schiavi; dall’altro c’è quello femminile, che ha il suo centro sull’individualità di ogni singola donna, descritto come un vorticare continuo di merende, passeggiate e — soprattutto — caratterizzato dalla caccia al miglior partito per un vantaggioso matrimonio. Fate attenzione a un dato di carattere sociale: in questi anni (1860-’70) non esiste una differenza netta tra matrimonio “vantaggioso” e matrimonio “felice”. L’uno è sinonimo dell’altro, ma con uno squilibrio semantico che vede sempre primeggiare il “vantaggio” finanziario.

vento1

Nella prima parte del film assistiamo al raggiungimento dell’apice delle tensioni fra i vari Stati: le incomprensioni e gli interessi si fanno talmente tanti e tali da rendere inevitabile una soluzione violenta: guerra. Tutti i proprietari terrieri gioiscono pregustando la soddisfazione di mostrare ai borghesi industriali del nord quanto siano potenti e valorosi, ma dimenticano un dettaglio fondamentale che uno dei personaggi principali, Rhett Butler (interpretato da Clark Gable) invece coglie prontamente: gli Stati del sud avranno anche gli uomini, ma quelli del nord hanno i cannoni.

La guerra imperversa ovunque e, col tempo, raggiunge Atlanta, Tara e Le Dodici Querce. In questo lasso di tempo, cos’è successo a Rossella?
Ha dovuto affrontare il peggiore nemico di chi è viziato: la penuria. Penuria di cibo, di comodità, persino di attenzioni. La vita ha agito con Rossella nei modi di un contrappasso dantesco: la ragazza che ha sempre avuto tutto, non ha mai ottenuto l’unica cosa che vuole veramente: l’uomo che ama con tutta sé stessa.
Questa mancanza, tuttavia, desta nella più grande delle sorelle O’Hara un sentimento dirompente e che guiderà tutte le sue azioni: l’orgoglio. Un orgoglio inarrestabile, che trasforma il disagio di Rossella in una rabbia tale da farle compiere le azioni più spregiudicate, pur di salvare la sua vita. Al termine della prima parte rimane impressa la scena, da kolossal biblico, della sua sagoma nera, stagliata sullo sfondo rosso di un cielo al tramonto, in cui giura davanti a Dio che mai, mai più Rossella O’Hara avrebbe patito la fame.

vento2

La seconda parte del film è concentrata sul dopoguerra. Quali sono gli effetti del passaggio dei cannoni, dei saccheggiatori e delle nuove leggi che gli Stati confederati hanno dovuto accettare, poiché perdenti?
Le terre non sono più coltivate, moltissimi uomini sono morti, le città devono essere ricostruire dalle donne. E chi, tra loro, dimostrerà quel piglio per gli affari di chi ha veramente voglia di guadagnare, per non vedere mai più mancare il cibo sulla propria tavola? Proprio così, Rossella.
La sua tenacia impressiona chiunque: dai personaggi, ai lettori, agli spettatori, perché ci mostrano il bene e il male di chi non vuole arrendersi alla disperazione, di chi non gliela vuole dare vinta a un nuovo sistema che ha decretato vincitori e vinti. Rossella diventa in questo modo il nuovo emblema, qualche generazione più tardi, dei suoi antenati emigrati dall’Irlanda che arrivarono negli Stati Uniti per un futuro migliore. Lei, indirettamente, decide di riscattare il destino suo e della sua tenuta. La terra, come viene ricordato attraverso le parole Mr. O’Hara, è l’unica cosa per cui valga la pena di lavorare. Il prezzo, però, non viene stabilito. Ma in fondo cos’è un piccolo atto disonesto, se confrontato alle cannonate contro un’intera città? Chi può decidere la giusta proporzione di un riscatto, che ha però un retrogusto di vendetta, per una vita rubata nel più violento dei modi?

Questi dubbi ancora oggi mi tengono fermo a riflettere. Proprio così, perché ancora non sono riuscito a decidere se, in fin dei conti, Rossella O’Hara sia un esempio da imitare, o uno da rigettare. Sono indeciso se considerarla un modello di tenacia, o il ritratto dell’egoismo.