Il romanzo è dentro, il romanzo è fuori: vita di Daphne du Maurier

Di Gian Luca Nicoletta

Questo articolo si inscrive nella scia spontanea di pezzi che potremmo etichettare “Vite d’autore“, il cui primo episodio sarebbe quello dedicato a Francis Scott Fitzgerald.

Tuttavia la cosa non è stata voluta. È vero, da un lato sono molto affascinato dalle vicende biografiche degli scrittori e delle scrittrici del secolo scorso, ma dall’altro non ho mai sentito la necessità di affrontare in serie questo tema. Ad ogni modo, per la gioia di chi come me cerca punti e spunti nelle vite altrui, questa volta mi concentrerò su una donna che, proprio in maniera del tutto speculare all’americanissimo Scott, non potrei che definire come “europeissima”: Daphne du Maurier.

Il testo dal quale traggo le informazioni è intitolato molto semplicemente Daphne, scritto da Tatiana de Rosnay e pubblicato da BEAT (Biblioteca Editori Associati di Tascabili) nel 2018.
Il titolo originale dell’opera è Manderley for ever e in questo elemento si può già intuire quale sarà il cuore della narrazione di de Rosnay, nonostante lo stesso possa trarre in inganno chi non sia un esperto di du Maurier.
Ma, come al nostro solito, procediamo con ordine.

Daphne è nata in un ambiente letteralmente intriso di arte: il nonno paterno, George, era uno scrittore e pittore, sia il padre che la madre erano attori di teatro, la sorella più grande scrittrice come lei e quella più piccola pittrice come il nonno. La zia paterna, Sylvia, si sposò con Arthur Llewelyn Davies, dalla cui unione nacquero i cinque bambini che ispirarono J. M. Barrie nella creazione di Peter Pan e dei bimbi sperduti. Uno dei cugini Llewelyn Davies, peraltro, divenne editore e pubblicò tutti i romanzi di Angela, la sorella scrittrice.
Insomma: quando l’espressione “figlia d’arte” non basta!

Venendo alla struttura del testo, è bene segnalare il fatto che questo si presenta come una biografia romanzata: ciò significa che, nella prima parte, l’autrice ripercorre in maniera piuttosto puntuale gli anni della fanciullezza di du Maurier, grazie ai diari che la stessa ha lasciato ai posteri; mentre nella seconda parte, precisamente a partire dal 1932 – anno del matrimonio di Daphne con Frederick Browning – la ricostruzione avviene in parte grazie alle numerose relazioni epistolari che la scrittrice ha mantenuto nel corso degli anni e, in parte, attraverso una ricostruzione interiore dei fatti principali della sua vita fatta a opera di Tatiana de Rosnay.

Nonostante il patronimico francese, i du Maurier vivono da almeno due generazioni in Inghilterra (Daphne ne è la terza), tanto da aver quasi del tutto trasformato i retaggi francofoni in vezzi da sfoggiare nelle occasioni mondane. Un filo rosso, però, collega George, il nonno, Gerald, il padre, e Daphne: un ricordo mitico delle loro origini, una sensazione di appartenenza atavica che deve essere seguita, scovata e ricoltivata. Questo senso si manifesta, per ogni generazione, in forme diverse: per George prende le forme di una nostalgia melancolica; per Gerald si manifesta sotto forma di narrazione quasi magica delle vite dei suoi antenati; mentre per Daphne – dal carattere molto più pragmatico rispetto agi altri due – si concretizza in un continuo nonché proficuo studio della lingua francese e in diversi viaggi fatti periodicamente sul continente.

Riassumere qui la lunga e piena vita di Daphne du Maurier sarebbe complicato e, inoltre, vi priverebbe del piacere della lettura, dunque mi soffermerò su due punti che costituiscono i cardini dell’opera: il rapporto di Daphne con la scrittura e il rapporto di Daphne con la critica.

Il rapporto con la scrittura. Se togliamo gli anni della giovinezza, dalla nascita fino all’adolescenza circa, e gli ultimi anni della vecchiaia, dal 1980 sino alla sua morte, Daphne du Maurier ha sempre scritto. Principalmente romanzi e racconti brevi, inframezzati da opere per il teatro e biografie.
Nella pratica scrittoria, a cominciare dai diari privati, Daphne ha sempre trovato il modo migliore per esprimere la propria metà nascosta, la parte più tormentata di lei e che, nella società luminosa e sgargiante che frequentava la sua famiglia, non era assolutamente ammessa se non sul palco scenico. Attraverso i racconti, prima, e i romanzi, poi, Daphne riusciva a mettere meglio a fuoco la realtà, non senza distorcere quella che vedeva quotidianamente. Ma la distorsione che lei creava altro non era che un rovesciamento necessario a vedere meglio e con più ordine ciò che le succedeva attorno, dando anche una valida chiave interpretativa a chi leggeva le sue opere.
Questo movimento osmotico tra la vita vera e quella narrativa trova il maggior esempio in tre nomi: Milton Hall, Menabilly e Manderley. I primi due sono i nomi di due grandi dimore di campagna che Daphne ha visitato in gioventù e in cui, la seconda, ha vissuto per ben venticinque anni. Il terzo è il nome del maniero per eccellenza, quello dove Daphne ha ambientato la sua opera più riuscita e che l’ha consacrata agli onori della storia della letteratura europea contemporanea: la dimora della famiglia di Maxim de Winter, il marito di Rebecca, la prima moglie dell’opera omonima.

Nella poetica di du Maurier i luoghi rivestono un ruolo a dir poco importantissimo: oltre a essere gli spazi del vissuto dei personaggi, sono anche specchio della loro personalità, del loro carattere. Per questo motivo, sin da ragazza, Daphne ha dimostrato una grande predilezione per i vecchi manieri, meglio se abbandonati: sono la concretizzazione del grande ossimoro che è la sua vita. Spazi ampi dove è possibile fare quello che si vuole ma che, in realtà, nascondono dei segreti profondi, dei misteri a volte inviolabili. Prima Cannon Hall, la casa londinese della sua infanzia, poi Fowey, la casa sul mare della sua giovinezza e infine Menabilly, il luogo della piena maturazione e della consacrazione alla scrittura; tutti questi luoghi rappresentano una parte della personalità sfaccettata di Daphne du Maurier e che lei, per vie a volte palesi e a volte nascoste, ha sempre inserito nelle sue opere.

Daphne con suo marito, Frederick Browning, davanti all’ingresso di Menabilly (fonte: npg.org.uk)

Opere che, con l’eccezione di Rebecca, la critica non ha mai pienamente elogiato.
Indubbiamente, all’atto pratico di analisi e riflessione letteraria sui suoi romanzi, Daphne du Maurier non è stata Virginia Woolf; sicuramente la sua produzione non era in linea né in sintonia con i grandi temi cari alla letteratura europea degli anni ’50 e ’60, ma non sono queste le basi sulle quali si giudica un’opera narrativa. Ritengo, francamente, che questo sia stato – e sia tutt’ora – lo sbaglio di gran parte della critica: leggere du Maurier alla caccia di elementi che du Maurier non avrebbe mai inserito, perché semplicemente non la interessavano. Non dimentichiamo che lo scopo primario (e in questo aggettivo rimarco la preminenza di “ciò che viene per primo”) di un’opera è intrattenere, e in questo du Maurier ha senz’altro centrato il bersaglio. Poi, mentre si intrattiene, si può parlare di tutto e di più, si possono utilizzare le più ardite e spettacolari circonvoluzioni sintattiche e lessicali, ma resta di fatto che la nostra opera deve intrattenere. I suoi romanzi sono stati tacciati di blando romanticismo da signore, di essere ancora legati alla letteratura del secolo precedente, quella di Jane Austen e delle sorelle Brontë. La critica di allora voleva vedere il mondo reale, descritto nella sua scientifica separazione in sezioni anatomiche, mentre du Maurier rispondeva con i sentimenti irrazionali di una giovane sposa gelosa, con la vita di personaggi di nicchia della letteratura anglosassone. Forse in Italia, Paese da lei molto apprezzato, le avrebbe giovato la conoscenza del Massimo Bontempelli di Vita e morte di Adria e dei suoi figli.

In altre parole, per chiudere, possiamo dire che la voce di Daphne è la voce dei secondi arrivati: non ha quella potenza innovatrice e travolgente dei primi, ma sarebbe quantomeno ingiusto appiattirla allo stesso livello degli ultimi. Dal suo punto di osservazione sul mondo, certamente privilegiato sotto molti aspetti della vita, Daphne du Maurier ci ha mostrato un lato degli esseri umani che non tutti i grandi ci hanno indicato: da cosa pensa la voce narrante, condannata a non essere protagonista (Rebecca), alla vita di Branwell Brontë, fratello dimenticato delle ben più famose sorelle (Il mondo infernale di Branwell Brontë). Questa differenza, uno scarto non di poco conto ma che va studiato sotto la giusta lente, è stata interpretata da molti critici come una mancanza di raffinatezza, un talento non del tutto sufficiente, o perennemente grezzo. Io, dal mio modesto punto di vista, la considero come un’integrazione, un prezioso insegnamento che ci stimola a tenere a mente che l’interpretazione del mondo è una faccenda complessa e che tutti, dai più grandi ai meno grandi, abbiamo bisogno di più occhi per ricomprendere nel nostro sguardo quanti più dettagli possibile.