Lo sguardo sull’Europa di un americano: il “Ritratto di signora” di Henry James

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi vorrei affrontare con voi come la società europea viene percepita da fuori, ovverosia in che modo la nostra letteratura continentale viene intesa e dunque duplicata.

Data la mia limitata conoscenza delle letterature extraeuropee (mancanza cui sto cercando di porre un rimedio e un freno a partire da questo articolo), ho deciso di rendermi la vita più facile iniziando da un autore che di extraeuropeo aveva assai poco: Henry James. James infatti nacque a New York, ma spese la maggior parte della sua vita in Europa, in particolare fra Parigi e Londra, città dove infine si spense.

Quella di James fu una mente assai prolifica: romanzi, saggi di critica letteraria, opere teatrali, racconti, e per ognuna di queste categorie scrisse molto e abbondantemente. L’elemento che più ci interessa in questo articolo, però, riguarda la prima metà della sua esperienza di scrittore, quella in cui vediamo a confronto la società statunitense e quella europea attraverso il romanzo Ritratto di signora, pubblicato inizialmente a puntate fra il 1880 e il 1881 e di cui, nel 1996, ne venne fatta una bella trasposizione in film con un cast che vedeva in scena Nicole Kidman, John Malkovich, Viggo Mortensen e Christian Bale.

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Per chi di voi non avesse ancora letto il libro, dirò solamente che si narrano le vicende pubbliche e private (cioè esteriori e interiori) principalmente dal punto di vista di colei che viene a più riprese definita “la nostra eroina”, Miss Isabel Archer. La giovane è nata e cresciuta negli Stati Uniti ma, dopo la scomparsa del padre, viene accolta nella famiglia della zia materna, Mrs Touchett, la quale però vive a metà strada fra l’Inghilterra e l’Italia. Se già da queste poche righe intravedete il primo punto di contatto letterario fra gli U.S.A. e l’Europa siete sulla buona strada. È infatti difficile pensare che James non abbia pensato a Jane Austen e al suo Mansfield Park quando ha pensato alle origini di Isabel.

Il resto dei personaggi che ruota attorno alla figura di Isabel è quasi interamente originario degli Stati Uniti e tutti loro, sia che vivano nella campagna inglese, a Parigi, a Firenze o a Roma, rappresentano un nucleo di emigrati privilegiati che hanno abbandonato la terra natia per i più diversi motivi. Volendo raggruppare questi motivi, potremmo dire che le ragioni principali sono due, a seconda che si tratti di uomini o di donne. Per i primi la motivazione è di ordine politico o economico: ci si trasferisce perché la democrazia statunitense ha perso il suo prestigio mentre in Europa la società è ancora fortemente legata all’appartenenza di classe, oppure si parte per questioni di lavoro; per le seconde il motivo è invece sempre il matrimonio. Sarà utile ricordare che la fine del XIX secolo, proprio gli anni di pubblicazione del romanzo, sono gli anni della così detta Gilded Age, l’età di maggior opulenza della società borghese statunitense. Il fasto di quella Europea, al contrario, era solo apparente e in questi anni si registrano molti matrimoni fra ereditiere statunitensi e rampolli di antiche famiglie nobiliari di quasi tutta Europa (la causa di ciò è dovuta al fatto che, contrariamente all’Europa, le figlie dei ricchi signori statunitensi erano destinatarie, oltre alla dote per il matrimonio, anche di una vera e propria eredità, mentre dalle nostre parti il sistema era ancora fortemente incentrato sui figli maschi che disponevano in pieno di tutti i beni appartenuti al padre).

Ecco dunque un punto importante nel quale emerge la prima divergenza di vedute fra i due mondi: come potrete ricordare leggendo l’articolo sul romanzo vittoriano e su George Elliot, i soldi rappresentano un punto essenziale della dinamica narrativa, la quale a sua volta è specchio di quella sociale. Le ragazze di Middlemarch, come prima le ragazze di Orgoglio e pregiudizio sono prede, quasi vittime di un sistema che le vede correre a destra e a manca alla ricerca di un marito che possa garantire loro una vita sicura e lontana dai pericoli della povertà e dell’indigenza. Le donne di Ritratto di signora, al contrario, hanno ben chiara in mente tutta la faccenda politica che si cela dietro a un’unione. Loro non si devono salvare da nulla, ma devono ben valutare con chi sposarsi perché, come dice Mrs Touchett, creare una famiglia è lo stesso che creare una società: bisogna avere ottimi mezzi e soci affinché tutto funzioni e prosperi.

Il secondo punto di scarto fra i nostri romanzi e quello di James sta nella rappresentazione dell’uomo. Il romanzo europeo del ‘700 e dell’800 rappresenta quasi esclusivamente uomini concreti. Pensate appunto a Mr Darcy e alla sua ferrea severità nei confronti di sé stesso, oppure alla fredda meccanica dei pensieri di Claude Frollo, o ancora all’irreprensibile tenacia con cui gli uomini di Verga accumulano i loro beni (per non parlare di Robinson Crusoe, o del Dottor Faust). Questi sono sì colpiti dai sentimenti che, in maniere del tutto diverse, li turbano, ma difficilmente perderanno la loro durezza, la loro convinta percezione del posto che occupano nel mondo. Nel romanzo di James si verifica l’esatto opposto: gli uomini sono dei mansueti animali da salotto che passano le loro giornate a parlottar fra loro o a contemplare estasiati l’angelica bellezza della propria amata o della padrona di casa. Sono remissivi, al limite della passività e se agiscono in maniera attiva è solo perché la società prevede questo. Solo un’eccezione è concessa nel libro: Gilbert Osmond. Osmond viene descritto come un americano che vive come un principe decaduto, uno che nella vita ha sempre aspirato a essere o il meglio del meglio oppure il più invisibile fra gli invisibili. La percezione che ha di sé è molto ben definita, allenata per anni lontano dal cuore della società che vive nella mediocrità, dove si può galleggiare sulla propria zattera sociale fintanto che ci è concesso il tempo di vivere. In questo senso Osmond è pienamente europeo: severo con sé stesso, che tratta nello stesso modo i servi e i principi, perché in fondo sa che nessuno di loro merita di godere della sua compagnia.

Su questo paradigma di opposti si incardina la rappresentazione della nostra società. Una rappresentazione che porta in sé, sul piano metaletterario, alcune interessanti contraddizioni degne di nota: per esempio la profonda immersione dello stile e dei temi europei che divergono da quelli statunitensi, la quale viene usata per mostrare i difetti dei primi a la freschezza dei secondi. Tuttavia sarebbe ingiusto attribuire a James il solo ruolo di antropologo letterario dell’Europa: la sua scrittura è stata di fondamentale importanza per rinnovare la nostra arte dello scrivere. Con lui assistiamo alla consacrazione del cambiamento dello spazio nel quale gli eventi si verificano: da fuori a dentro. Ciò che accade all’esterno è solo la scintilla che accende la miccia, ma l’esplosione avviene all’interno dei personaggi, nella loro intimità e in quella che il filosofo francese Henri Bergson definirà più avanti la durée o tempo interiore. Lo stesso cambiamento di spazio che verrà elaborato finemente e magistralmente da alcune divinità della letteratura europea quali Virignia Woolf, James Joyce e Marcel Proust.

Il compromesso vittoriano: un’analisi a caldo ne “L’età vittoriana nella letteratura” di G. K. Chesterton

Di Gian Luca Nicoletta

 

Non è possibile affrontare lo studio della letteratura e della società vittoriana senza imbattersi, almeno una volta, in Gilbert Keith Chesterton il quale, insieme a Lytton Strachey, rappresenta uno dei massimi esponenti del pensiero critico britannico su quest’epoca.

Il saggio di cui vi parlo oggi è stato pubblicato per la prima volta nel 1913, dodici anni dopo la morte della regina che ha dato il nome a questa stagione (secondo me) d’oro della società moderna e una trentina d’anni prima che finissero gli strascichi di questo periodo in grado di impregnare e carpire scienza, arte, cultura e società. Perché l’età vittoriana questo è stato: un segmento di storia che ha coperto un lasso di tempo talmente lungo e che ha permeato la vita di almeno quattro generazioni di donne e uomini che, era ovvio già nelle sue premesse, non è stato possibile seppellire assieme alla sua sovrana.

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Judy Dench interpreta la Regina Vittoria nel film 2017 “Victoria & Abdul”, di Stephen Frears

Come Chesterton dice bene, iniziando la sua dissertazione fine e pungente, questo periodo storico è stato l’epoca del così detto “compromesso vittoriano”, una sorta di patto sociale che ha pacificato due fazioni che da più di un secolo in Europa si davano battaglia: la borghesia e l’aristocrazia. Nella sua spiegazione non è presente l’interpretazione che oggi è più in voga presso gli studiosi del settore, come nei manuali di letteratura inglese. Secondo questi, infatti, il “compromesso” nasce dalla coabitazione, in uno stesso schema sociale, della grande opulenza borghese dei capitani d’industria con la finanziera nera e il cilindro, dotati di grandi basette e favoriti; e i loro operai: poveri, costretti a vivere in grandi conglomerati abitativi privi di qualsiasi servizio fognario o tutela igienico-sanitaria; salari inesistenti e diritti nemmeno immaginabili dalle più fervide menti che sicuramente tra loro ci sono state ma che abbiamo perduto per sempre.

Chesterton, invece, fa risalire il germoglio del “compromesso” alla rivoluzione francese: nel 1789 la società borghese afferma la propria esistenza a danno della nobiltà e lo fa con un gesto violento. Una fetta, seppur piccola, del mondo di allora riesce ad appropriarsi di beni, servizi e soprattutto ricchezza. Sino ad allora nulla era stato loro concesso in termini di opportunità: si diventava ricchi per eredità ricevuta, mentre con l’inizio del XIX secolo si può diventar ricchi grazie alla propria intraprendenza. La classe borghese porta avanti la sua lotta contro la nobiltà e i privilegi che questa detiene: gestione diretta della stragrande maggioranza delle ricchezze, sia in termini economici che finanziari; privilegi ereditari; diritto di voto e di eleggibilità; addirittura (per quanto concerne l’Inghilterra) un ramo del Parlamento esclusivamente riservato a loro e che, nonostante importanti leggi approvate nel 1911, 1949 e 1999, porta ancora il nome di House of Lords.

In Inghilterra, nel 1837, sale al trono la Regina Vittoria. In tutta Europa, nel 1848, prende piede la “Primavera dei popoli”, anche conosciuta come “moti del ‘48”: un’ondata di rivoluzioni guidate dalla borghesia sempre più potente che voleva rovesciare i monarchi tornati sui troni dopo la Restaurazione. Chesterton evidenzia che tutto questo in Inghilterra non è avvenuto, perché? Perché le due parti in lotta, nobiltà e borghesia, sono giunte a un “compromesso”.

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La rivoluzione prevede, quasi per definizione, che un sistema politico e sociale attualmente vigente sia del tutto spazzato via e sostituito da uno nuovo. Il tutto, come si è detto per la rivoluzione del 1789, tramite un atto violento. Ciò in Inghilterra non è avvenuto: la nobiltà non è stata soppiantata dalla borghesia, ma le due si sono venute incontro. La nobiltà ha rinunciato ad alcuni suoi privilegi e stili di vita, ammettendo i ricchi borghesi nei propri salotti e castelli, permettendo loro di entrare in relazione con le più alte sfere del Regno Unito ma conservando pur sempre la maggior parte delle proprie prerogative in termini politici. Per contro, la borghesia ha rinunciato ad un potere prettamente politico per acquisirne uno economico (dunque politico anche se indirettamente): i borghesi si sono costruiti grandi e fastose dimore in campagna, hanno potuto prosperare economicamente. Effetto di questo, verso la fine del 1800 e sino agli anni ’20 e ’30 del secolo successivo, sarà il proliferare di matrimoni “socialmente misti”: borghesi all’apice della prosperità sposano nobili in decadimento. Il potere economico dei borghesi e l’estinzione di cospicue rendite fondiarie dei nobili ha permesso questo scambio, confondendo le due classi sociali e giungendo alla nascita di quella che potremmo definire una “borghesia nobile”. Esempio irripetibile nonché sintesi perfetta di questo clima politico e sociale fu l’intera famiglia Rothschild.La classe operaia, come abbiamo visto sopra, rimane miseramente dimenticata.

E ora la domanda: cosa c’entra tutto questo con la letteratura? Chesterton ci dice che questi effetti sociali sono riportati direttamente all’interno delle opere dei grandi scrittori vittoriani: Eliot, Collins, Dickens:

«Una delle caratteristiche essenziali dello spirito vittoriano fu la tendenza a sostituire gli estremi della tragedia e della comicità con una certa serietà più o meno soddisfatta. Lo si riscontra tanto in un certo mutamento in George Eliot quanto in una certa limitatezza o moderazione in Dickens. Quest’ultimo incarnava il Popolo, quale esso era nel Settecento e come in larga misura è ancora, a dispetto di tutti i discorsi a favore o contro le leggi sull’istruzione: comico, tragico, realistico, senza peli sulla lingua, molto più licenzioso nelle parole che nei fatti. È segno della forza e della pressione tacitamente esercitate dallo spirito della borghesia vittoriana che neppure a Dickens venne mai in mente di resuscitare la grossolanità verbale di Smollett o di Swift.»

In questo passaggio si conferma, quindi, l’effetto del “compromesso”: una pressione costante e silenziosa che porta all’annullamento dei caratteri più accesi della letteratura, in favore di uno stile molto più piatto, morigerato, di cui neppure scrittori di indiscussa levatura come Dickens riescono a rendersi conto, pur essendone immersi completamente.

«Qualcosa nella letteratura vittoriana lasciò davvero a desiderare, ma intuirlo è molto più facile che esprimerlo. Non si trattò tanto di una superiorità degli uomini di altre età rispetto ai vittoriani; si trattò di una superiorità dei vittoriani rispetto a se stessi. Gli individui erano ineguali. È forse questa la ragione per cui la società diventò ineguale; non saprei dirlo.»

Waddesdon Manor, dimora tutt’oggi di proprietà della famiglia Rothschild

Cos’è che lasciò a desiderare? La rivoluzione. Il compromesso vittoriano riuscì a disinnescare la bomba che era esplosa in molti altri Paesi europei come la Francia, gli stati mitteleuropei, la Prussia e gli stati italiani. Ma questo determinò anche una certa arretratezza politica rispetto al resto d’Europa. La circolazione delle idee socialiste prese piede in tutti questi Paesi, molto meno in Inghilterra. La mancanza di questa circolazione ha fatto sì che borghesia e nobiltà tenessero salde le proprie posizioni, almeno sino alla prima guerra mondiale. La contestazione di questo vecchio sistema fu meno incisiva rispetto a quello che succedeva oltremanica, si pensi alla Comune di Parigi o all’esperimento importante seppur di breve durata della Repubblica Romana.

Dal canto suo, Chesterton fu uno dei contestatori del vigente sistema sociale in Inghilterra. Non fu un socialista ma affermò il suo personale pensiero politico e diede vita al distributismo, una corrente politico-economica che puntava alla ridistribuzione non delle ricchezze, bensì dei mezzi di produzione di queste. Una corrente che ebbe un discreto successo negli ambienti intellettuali dove riuscì a penetrare e che in ogni caso rappresentò la cifra di quanto, anni dopo, l’intellettuale inglese affermerà: qualcosa “lasciò a desiderare”.

L’età vittoriana è stato questo: un’età di grandi progressi negli ambiti più disparati del sapere umano, ma anche un periodo di grandi contraddizioni e di non detti. Grande benessere ma anche grande disagio. Sfavillante vita sociale ma anche soffocanti convenzioni matrimoniali e sociali.

In un’ottica storica, sullo sfondo di migliaia di anni di civilizzazione, ha rappresentato un non nulla, e come tutte le epoche, così come la nostra, non è stata perfetta. Ma sono ammirevoli la lucidità e il distacco che Chesterton impiega nel descrivere un periodo storico che è stato il suo dall’inizio alla fine e che difficilmente è stato possibile criticare a così stretto giro dalla sua conclusione.

Letteratura vittoriana e contemporaneità, riflessioni su “Middlemarch” e sul mondo di oggi

di Gian Luca Nicoletta

[Riproponiamo qui un articolo di Gian Luca Nicoletta uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

Nel 2018 non ci si aspetterebbe di riscoprire in Middlemarch di George Eliot l’attualità della letteratura vittoriana. Eppure questo romanzo, pubblicato a puntate tra il 1871 e il 1872, presenta molte analogie con il mondo di oggi, se si osserva da vicino.

A partire dal contesto letterario nel quale questo romanzo vittoriano si colloca, si nota la tendenza della letteratura dell’epoca a dipingere la società moderna. Basta dare uno sguardo alla produzione europea e possiamo notare che, per esempio, Victor Hugo aveva già pubblicato Nôtre Dame de Paris e Les Misérables, mentre Alessandro Manzoni aveva da tempo terminato la redazione de I Promessi Sposi. Questi romanzi raccontano le vicende di personaggi verosimili e sono ambientati o in un passato storico (Nôtre Dame de Paris e I Promessi Sposi che tornano indietro di secoli) o recente (Les Misérables e, per l’appunto, Middlemarch che invece ci fanno viaggiare indietro nel tempo di quasi mezzo secolo rispetto alla pubblicazione).

Nel caso che qui mi interessa spiegare, il collegamento fra il romanzo di Eliot e gli elementi della società di oggi che vanno riscoperti sono molteplici. Primeggiano su tutti i problemi, le questioni complesse che allora come oggi i personaggi devono affrontare in quanto individui o gruppi.

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In Middlemarch, un problema essenziale per i personaggi è costituito dal denaro: la società vittoriana, strutturata e chiusa nei suoi confini tra classi sociali, vede nell’uomo che raggiunge l’apice del successo grazie all’accumulo di capitale il prototipo dell’uomo moderno, il perfetto prodotto della middleclass, la borghesia. Alcuni personaggi nati dalla penna di Eliot sono letteralmente ossessionati dai soldi: ci sono, specularmente, personaggi che traggono profitto da traffici illeciti per realizzare la propria fortuna di uomini d’affari, si guardi Nicholas Bulstrode, mentre altri, come Fred Vincy, che puntano pigramente a cospicue eredità per dedicarsi a una vita di agi e svaghi (appannaggio, questo, di una nobiltà ormai polverosa e provinciale, che trae il proprio prestigio dai privilegi, come nel caso di Sir James Chettam).

L’universo femminile, parimenti, è popolato da personaggi antitetici: ci sono donne che desiderano realizzare i propri sogni grazie a un lavoro onesto seppur non di prestigio, come Mary Garth, o altre che desiderano contrarre un matrimonio vantaggioso, e questo è il caso di Rosamond Vincy.

Meritano un’attenzione speciale i due coprotagonisti: Dorothea Brooke e Tertius Lydgate. Questi, in una società concentrata sul denaro e specialmente sulla sua mancanza, o sul bisogno di accumulare soldi, se si capovolge la prospettiva, mantengono alti i loro principi concentrandosi sui valori che guidano le loro azioni e i loro pensieri, diventando in questo modo gli eroi vittoriani di un romanzo epico moderno nel quale la grande sfida da affrontare è quella della propria realizzazione. Entrambi al servizio degli altri, entrambi impegnati a migliorare le condizioni di vita della collettività – seppur con mezzi e per vie molto diverse – fronteggiano le difficoltà di una società spesso cieca e sorda ai loro sforzi e alle loro denunce.

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Esiste un collegamento fra questi elementi (soldi, desiderio di realizzarsi, società per molti versi ostile) caratteristici di un testo che ha quasi centocinquant’anni, e il mondo di oggi?

A mio parere sì. Innanzitutto oggigiorno vediamo tornare in auge il problema del denaro: la crisi economica che ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle ha creato una cesura nella società e nuovamente si ripresenta lo scontro fra coloro che utilizzano mezzi scaltri per ottenere il successo, altri che riescono a generare una facile rendita che permette loro una vita agiata, e infine coloro che si impegnano per ripristinare la dignità del lavoro che svolgono quotidianamente. Un esempio letterario di questo è il bel ritratto che ha fatto Walter Siti nel suo Il contagio: droga, ricatti e violenza sono le chiavi e le leve che permettono ai suoi personaggi di illudersi di essersi allontanati dal fondo periferico e abbandonato della città nella quale vivono e che li intrappola. Varietà sociale ed economica che viene rappresentata anche ne Il seggio vacante, punta letteraria da valorizzare per sdoganare l’immagine di una J. K. Rowling capace solo di creare storie fantasy.

Secondo: il conflitto con la società. Nel romanzo di Eliot la società è degli adulti, di coloro che si sono realizzati e di quelli che hanno il controllo del denaro, delle opportunità, in una certa prospettiva anche della vita degli altri. La sfida che i giovani si trovano a dover raccogliere è quella di riuscire a scalzare i loro padri, conquistare il proprio status sociale ma in maniera originale, non ripercorrendo le orme di chi li ha preceduti. Un complesso di Edipo allargato a un’intera generazione che deve fare i conti con i grandi e che nel corso del Novecento diventerà dominante. A questo proposito si noti che i personaggi che hanno il monopolio del presente, Nicholas Bulstrode, Peter Featherstone e Edward Casaubon, sono anziani proprietari terrieri, o banchieri e sono saldamente attaccati al loro primato nella società, mentre coloro che devono farsi strada sono i giovani che si ritrovano coinvolti in dinamiche di successione ereditaria, scontro familiare, ribellione per conquistare l’indipendenza.

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Nella società degli ultimi anni rivediamo le stesse dinamiche: una società globale controllata da adulti che tengono saldamente il monopolio del mondo che hanno ereditato, scontrandosi con le giovani individualità che cercano di autodeterminarsi in opposizione e in alternativa a loro. Le dinamiche individuali e di gruppo si sono riproposte, all’apparenza molto diverse ma in sostanza simili se non immutate dopo un secolo e mezzo da quelle che ritraeva George Eliot. Cosa significa questo? Che il mondo non è cambiato, che la nostra società è regredita a un periodo molto lontano dal nostro? Nient’affatto. Significa che lo scontro generazionale è sempre in atto, la sfida che ogni persona si ritrova a dover affrontare per autodeterminarsi in quanto essere individuale innanzitutto ma anche come parte di un gruppo viene periodicamente rinnovata. In Middlemarch, infatti, chi ha il coraggio di prendere in mano la propria vita riesce a raggiungere i suoi obiettivi, segnando una delle cifre caratteristiche della letteratura vittoriana. Non è mai facile e la realizzazione non giunge immediatamente, tuttavia questi personaggi giungono vittoriosi alla fine di un percorso. Da questo romanzo si può elaborare una riflessione sul mondo di oggi e sulla nostra contemporaneità, riscoprendo l’attualità di un’epoca non troppo lontana dalla nostra.

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Di Gian Luca Nicoletta

[Riproponiamo qui un articolo di Gian Luca Nicoletta uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

Un lavoro davvero ben fatto. Se dovessi riassumere in poche parole il libro curato da Ottavio Fatica, userei questa semplice affermazione. Un vaso d’alabastro illuminato dall’interno pubblicato da Adelphi è l’edizione dei diari del più celebre poeta inglese della seconda generazione di scrittori romantici: Lord George Gordon Byron.

Nel suo fine lavoro di edizione del testo, Fatica sa mettere bene in ordine tutte le notizie necessarie per completare le informazioni, a volte parziali, che Byron ha messo nero su bianco nei suoi diari.

Il libro è suddiviso in sei sezioni precedute da un Memorandum introduttivo: il Diario londinese, il Diario alpino, il Diario ravennateIl mio dizionarioPensieri slegati e il Diario di Cefalonia. Queste parti coprono un arco temporale di tredici anni, dal 1811 al 1824. Seguono un saggio di Fatica, la cronologia e il regesto.

Nel complesso il volume risulta armonico, sebbene i passaggi da una sezione all’altra siano molto netti.

La prima sezione è dedicata alla trascrizione delle giornate che Byron ha passato in Inghilterra tra il 1813 e il 1814. In questa parte il poeta inglese ci parla principalmente del suo stile di vita monotono e delle difficoltà incontrate per vendere la tenuta di Newstead Abbey, ricevuta in eredità dal prozio assieme al titolo nobiliare e a una montagna di debiti.

Byron dà spazio alla propria attività di parlamentare e non manca di commentare i discorsi tenuti alla House of Lords che più lo colpiscono, azzardando spesso delle previsioni circa le future carriere dei suoi onorevoli colleghi. In realtà la sua attività politica fu molto limitata: entrato ufficialmente in Parlamento nel marzo 1809, vi restò fino a luglio dello stesso anno, prima di partire per il Grand Tour. Tornato in Inghilterra nel 1811, tornò a occuparsi di politica alla Camera solo fino al 1816, anno in cui dovette lasciare il Paese a causa degli scandali legati alla sua vita privata e matrimoniale.

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Il rapporto di Byron con l’arte è conflittuale, spesso lamenta la propria insoddisfazione rispetto a ciò che scrive, tanto che brucia nel camino della sua biblioteca molte bozze delle sue opere:

«Ho cominciato, o meglio, avevo cominciato una canzone e l’ho buttata nel fuoco. Era in ricordo di Mary Duff, mia prima fiamma a un’età in cui ancora non si brucia. Cosa diavolo ho che non va, io mi domando e dico! Non riesco a fare niente e, per fortuna, non c’è niente da fare.»

«Ho bruciato il mio Roman – come ho fatto con le prime scene e l’abbozzo della mia commedia – e, per quel che mi risulta, dare alle fiamme è un piacere grande quanto dare alle stampe.»

Come si può notare da questi due passaggi, il naturale rifiuto che uno scrittore prova per le sue produzioni in un momento, sempre variabile, della propria attività letteraria, spinge Byron a un totale rigetto di ciò che ha prodotto, portandolo alla decisione di distruggere tutto.

Allo stesso tempo non manca la frequentazione, sporadica o condotta malvolentieri, del mondo letterario che lo cerca e lo desidera. Si parla infatti delle cene cui il barone è invitato da Madame de Staël, ma anche del suo desiderio di incontrare l’autore che più stima fra i contemporanei: Sir Walter Scott:

«Ho mandato le mie scuse a Madame de Staël. Oggi non mi sento abbastanza socievole per un pranzo – e mercoledì non andrò nemmeno da Sheridan. Non che non ammiri e preferisca la sua impareggiabile conversazione; ma – a chiarimento di questo ma ci sono pensieri che non posso scrivere.»

Da subito si delinea il grande desiderio di evasione dalla quotidianità: sono molti gli appunti rispetto a un viaggio da fare al più presto in Olanda e sui timori che questo debba essere rimandato, se non annullato. A questo serve infatti la seconda sezione, Diario alpino, interamente concentrata su un viaggio fatto sulle Alpi Svizzere nel 1816, durante il quale Byron ritrova l’entusiasmo per la vita:

«Sveglia alle cinque. – Lasciata Villa Diodati alle sette – su una delle vetture del posto (uno char à bancs) – la servitù a cavallo – tempo magnifico – il lago calmo e limpido – il Monte Bianco e l’Aigulle d’Argentière che spiccano nitidi – le sponde del lago stupende – raggiunto Losanna prima del tramonto – pernottato e Ouchy.»

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

La terza parte è tutta dedicata al soggiorno in Italia: in pieno contrasto con l’attività che caratterizza la parte precedente dei diari, qui Byron soffre la prigionia domestica causata da una grande nevicata che limita di fatto qualsiasi attività fisica e intellettuale:

«Alzato tardi – fiacco e affranto – fradicio e fosco il tempo. Neve in terra, scirocco nell’alto dei cieli, come ieri. Il fango sulla strada arriva al ventre del cavallo, di cavalcare perciò (foss’anche per diporto) non se ne parla nemmeno.»

Segue a questa una lunga parte nella quale il tema principe è l’organizzazione dei moti del 1821, insieme a personaggi della nobiltà italiana emiliana. Anche in questa parte trova spazio la letteratura, dato che Byron ci parla della stesura di alcuni canti del Don Juan.

Il suo spirito dinamico e, a tratti, ardimentoso, si esprime nel diario esortando gli italiani ad agire contro le truppe dell’impero asburgico che si trovavano alle porte dello Stato Pontificio e, allo stesso tempo, a organizzare la rivoluzione armata all’interno della città grazie alla loggia ravennate della carboneria. Queste sue esortazioni, però, rimarranno lettera morta nei suoi diari a causa della non compiutezza delle azioni politiche programmate e sperate. Questo porterà Byron a interrogarsi sulla capacità dei rivoltosi emiliani e sulla loro abilità di organizzazione politica prima, di intraprendenza poi.

La descrizione della vita quotidiana viene messa da parte nella quarta sezione dell’opera, Il mio dizionario: in alcuni casi risalendo sino alla sua infanzia e senza un ordine preciso, il barone passa in rassegna gli episodi che principalmente lo hanno formato e che hanno stimolato la sua vena letteraria, sebbene la sezione più interessante sia quella dei Pensieri slegati: in questa parte Byron vaga con la mente e con la penna, tornando ai tempi del college di Harrow prima, di Cambridge poi. Un ruolo molto importante è riservato agli amici più cari, i quali peraltro vengono continuamente citati lungo l’intera opera: J.C. Hobhouse, F. Hodgson e da ultimo J. Fitzgibbon, il conte di Clare per il quale il poeta nutriva sentimenti profondi.

Linguisticamente molto più prosaica e dal filo logico molto più chiaro e immediato è l’ultima sezione, il Diario di Cefalonia. Byron è giunto in Grecia e qui stringe rapporti diplomatici con le autorità del luogo, prendendo attivamente parte nelle controversie fra i Turchi e la Repubblica delle Isole Ionie di allora. Il paesaggio mediterraneo e il caldo estivo non impediscono al poeta di affrontare lunghe escursioni tra le rovine delle città greche, ripercorrendo a memoria la storia antica.

Un vuoto di quasi due mesi e mezzo segna l’inizio della parte conclusiva di questa sezione: causa del silenzio è la malattia della sua figlia illegittima, Allegra, la quale morirà nel 1822 a soli cinque anni. Questa notizia, comunicatagli da Augusta, la sorellastra, rende inutile qualsiasi attività di scrittura, tant’è che la prima pagina del diario in cui riprende la sua attività si apre in questo modo:

«Il diario si è interrotto bruscamente e non ho potuto riprenderlo prima […] Del resto, non so neppure perché lo riprendo adesso, se non per il fatto che, affacciato alla finestra della mia abitazione in questo bel villaggio – la calma ancorché fredda serenità di uno stupendo e trasparente chiar di luna – che mostra le isole – i monti – il mare […] mi hanno placato a sufficienza per riprendere a scrivere.»

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Un ultimo, importante, aspetto di questi diari è costituito dalla presenza perturbante dei ricordi amorosi:

«Mia madre non faceva che canzonarmi per quella tresca infantile; e alla fine, molti anni dopo, quando avevo sedici anni, un giorno mi disse: “Oh Byron, ho ricevuto da Edimburgo una lettera di Miss Abercromby, la tua vecchia morosa Mary Duff è sposata con un certo Coe”. E io cosa risposi? Non sono certo in grado di spiegare o motivare ciò che provai in quel frangente; ma per poco non cadevo dalle convulsioni, e mia madre si prese un tale spavento che, una volta che mi fui ripreso, evitò quasi sempre l’argomento – col sottoscritto – limitandosi a raccontarlo a tutti i suoi conoscenti.»

Probabilmente spaventato dall’idea che quanto scritto avrebbe potuto esser letto da altri, Byron omette puntualmente i nomi delle persone amate, resi nel testo con degli asterischi, cui a volte si aggiunge una lettera iniziale.

Esempio fondamentale di questo timore e della sua volontà di autocensurarsi è un’affermazione, scritta nella penultima sezione:

«Non devo continuare con queste riflessioni –  o prima o poi finirà per scapparmi un qualche segreto – da far restar di pietra i posteri.»

La lettura di quest’opera rappresenta un tassello importante per tutti gli appassionati di letteratura inglese e di Byron in particolare. Per gli altri, invece, un validissimo modo per esplorare i profondi sentimenti di una personalità originale e rara.

Grazie a Ottavio Fatica e al suo ottimo lavoro, Un vaso d’alabastro illuminato dall’interno vi coinvolgerà e vi farà apprezzare il valore umano e letterario delle testimonianze diaristiche.