Nel freddo mondo del Nord: “La caduta del re” di Johannes V. Jensen

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo ben lontano dal nostro, e per due importanti motivi. Il primo è meramente cronologico, poiché ci troviamo a cavallo fra il quindicesimo e il sedicesimo secolo; il secondo è di tipo geografico: Nord Europa, Danimarca per l’esattezza.

Il romanzo che ci porta così lontani è La caduta del re (Carbonio Editore, 2021, collana “Origine” e traduzione di Bruno Berni), opera di Johannes V. Jensen, scrittore ritenuto fra i più grandi nella letteratura danese nonché, nel 1944, vincitore del Premio Nobel per la letteratura.

Quest’opera si presenta, sin dalle prime pagine, come un romanzo a più voci: il protagonista è Mikkel Thøgersen, un uomo a metà strada fra il vagabondo e il filosofo. La sua personalità è tormentata da sentimenti e pensieri profondi, fra i quali non manca l’amore intenso per Susanna, ma il suo corpo è maggiormente incline alle esperienze terrene più diverse: dal furto per rimediare qualcosa da mangiare al dormire all’aperto sul prato di un cimitero. Assieme a lui vediamo altri personaggi, cui per vie traverse Jensen non manca di farci intendere il loro punto di vista, come Otte Iversen, un soldato, oppure il giovane principe di Danimarca, il futuro re Cristiano II.

Di particolare pregio, in quest’opera, è la ricostruzione storica non solo dei fatti, ma anche dei luoghi, degli usi e dei costumi danesi nel Medioevo. Direi quasi che Jensen opera una vera e propria ricostruzione spirituale di quello scorcio di mondo che abbiamo creato nel corso dei secoli.

A partire dalla descrizione della città di Copenaghen, essenzialmente un villaggio sulle palafitte, che fa eco alla più famosa “Parigi a volo d’uccello” di Nôtre-dame de Paris di Victor Hugo, chi legge si ritrova immerso del tutto nell’atmosfera fredda e fangosa che si viveva all’epoca. Percepiamo bene le case fatte in legno, la prossimità (per non parlare di promiscuità) fra gli spazi domestici dedicati al lavoro e quelli dedicati alla vita privata. La mescolanza della vita e della morte in un periodo storico in cui ancora si temevano i cimiteri all’interno delle mura cittadine – cosa che sarà sistemata solo nel 1804 col napoleonico editto di Saint-Cloud.

In questo contesto così ricco e sfaccettato, gli occhi di chi legge vengono traghettati lungo un percorso per certi versi talmente arduo e caratterizzato dalle tinte del sangue, della violenza e della crudezza, che quasi si potrebbe parlare di un’assimilazione di questi imponenti scenari a dei gironi danteschi dove tutte le anime mortali si scannano a vicenda nell’eterna reiterazione dei peccati commessi in vita. In La caduta del re, ciò che emerge è la pericolosità degli esseri umani, la loro spregiudicatezza se calati in un mondo all’interno del quale è il più forte ad avere sempre la meglio. Gli esseri umani vengono messi a nudo sotto le luci più fredde e i loro maggiori difetti ci vengono presentati quasi a farci studiare anatomicamente il nostro animo più oscuro.

A questa approfondita disamina ovviamente il contesto storico offre il destro. Il mondo medioevale era un mondo dove il rapporto col sangue e col dolore era praticamente quotidiano: si nasceva e si moriva in casa, la medicina era del tutto priva delle tecniche antidolorifiche che oggi pratichiamo dandole quasi per scontate, i rapporto di ogni natura (da quelli fra signore e servo a quelli fra uomo e donna) erano condotti sotto la costante atmosfera di una violenza da perpetrare dal superiore ai danni dell’inferiore.

Che siate digiuni di letteratura nordica, o che ne siate degli esperti navigatori, la lettura di questo romanzo indubbiamente vi fornirà validi spunti per riflettere sulla nostra specie in una funzione diacronica, elementi per arricchire la storia del nostro continente o, nella peggiore delle ipotesi, un eccellente diversivo per passare il vostro tempo libero.
Per qualsiasi scopo deciderete di sfruttare quest’opera, non ne rimarrete delusi.

Razionalizzare la Tragedia partendo dai presupposti: “Modernità e Olocausto” di Zygmunt Bauman

Di Andrea Carria

Spiegare razionalmente l’Olocausto è forse impossibile, eppure, da più di settant’anni, studiosi di ogni disciplina si sono sforzati di spingere un po’ più in avanti la soglia dell’umana comprensione. Fra di essi c’è il contributo del sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman (1925-2017) che con il saggio Modernità e Olocausto (1989) è ricordato come l’autore di uno degli sforzi intellettuali sul tema più incisivi del secolo passato.

Per cominciare a parlare di questo libro bisogna partire dal suo titolo. Quale legame esiste tra le due parole che lo compongono? Quale accezione dare a modernità e perché essa precede addirittura la parola Olocausto, quasi come se l’ordine indicasse una gerarchia? Leggendo il libro, la risposta appare chiara quasi subito: per Bauman il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti è stato a tutti gli effetti un prodotto della modernità, periodo identificabile con la prima metà del Novecento ma che va inteso anche come il punto di convergenza di correnti e dinamiche di vario tipo (storiche, politiche, sociali, economiche, scientifiche, culturali ecc.), alcune delle quali sorte addirittura nel XVIII secolo.
La spiegazione di Bauman vuole che tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso la civiltà occidentale fosse arrivata a cumulare una serie straordinaria di esperienze molto diverse fra loro; esperienze di vario tipo e in vari settori (soprattutto di tipo tecnico e scientifico, ma anche sociale), le quali fino ad allora avevano avuto applicazioni separate nei rispettivi campi. Il salto di qualità ci fu solo quando tutte queste esperienze (tecnologie, sapere e approccio scientifici, know how burocratico ecc.) vennero riunite e combinate insieme.

Dal mero punto di vista possibilistico l’Olocausto è un frutto (guasto) della modernità come lo sono stati anche la Prima guerra mondiale o la Grande depressione; il fatto che sia avvenuto non ha violato alcuna legge storica e per quel che concerne l’ordine causale non presenta niente di straordinario. Per Bauman la vera domanda è un’altra: come è stato possibile che gli elementi che lo hanno reso praticabile si siano combinati insieme? Chi o cosa ne ha fatto da catalizzatore? Da considerare, infatti, è che gli ingredienti base dell’Olocausto erano presenti nella maggioranza delle società occidentali del tempo e riguardavano la vita quotidiana di milioni di cittadini sulle due sponde dell’Atlantico. Se la più famigerata tragedia nella storia dell’umanità ha però avuto luogo in Germania e non altrove, un motivo deve esserci e Bauman — in debito evidente con Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt — lo individua nel regime nazista, a sua volta un altro prodotto della modernità che ha avuto la prontezza di riunire e piegare tutti questi elementi ai propri scopi.

Zigmunt_Bauman

Un primo elemento moderno su cui Zygmunt Bauman richiama l’attenzione è l’esclusione della violenza dalla vita quotidiana dei cittadini. Così come avviene pure oggi, nella modernità le esperienze giornaliere degli uomini non avevano quasi mai a che fare con la violenza perché essa non costituiva più una delle modalità attraverso cui si declinavano i rapporti sociali. Se la violenza appariva, lo faceva come un effetto che rompeva l’ordine sociale e che violava la legge: in casi del genere il responsabile dell’atto veniva punito e sottoposto egli stesso alla violenza nei modi previsti dall’ordinamento giuridico. Nel mondo moderno civilizzato non era dunque vero che la violenza fosse assente: essa era stata soltanto tolta alla vista della maggior parte delle persone, relegata in ambiti ristretti o lontani dall’esperienza degli individui comuni, concentrata in poche ma potentissime mani. Il risultato di questo processo eminentemente moderno e civile è stato l’incremento della forza coercitiva da parte di quei soggetti che amministrano legalmente la violenza per scopi difensivi e punitivi.

Un secondo elemento moderno che ha concorso nell’Olocausto è stata la divisione funzionale del lavoro, o meglio gli effetti che essa ha prodotto. L’apparato burocratico dello Stato moderno è stato uno dei settori dove la sua applicazione ha funzionato meglio. Assegnando a ciascuno un’unica mansione ben definita, funzionari e burocrati persero gradualmente di vista lo scopo del proprio lavoro e cessarono di vedere il loro intervento come una fase di una catena molto più lunga. Ciò che concorrevano a produrre andava al di là del loro orizzonte esperienziale. Non potendo sapere quale esito preciso avrebbero avuto le loro azioni (non erano più tenuti nemmeno a conoscerlo), i burocrati furono messi nella condizione di disinteressarsi dell’aspetto morale del lavoro che stavano compiendo, privilegiando parallelamente la perfetta esecuzione del proprio compito specifico. La dimensione morale dei burocrati si appiattì interamente sull’aspetto formale, sull’etica del lavoro ben fatto, sulla ricerca di apprezzamento e di compiacenza da parte del diretto superiore.

abstract-2915769_1920

Un terzo elemento individuato da Bauman è la disumanizzazione degli oggetti su cui si concentrava l’attività burocratica. Nelle amministrazioni altamente razionalizzate e dall’elevato grado di complessità, gli uomini diventavano nomi sugli elenchi che a loro volta contavano soltanto dal punto di vista numerico. Di fronte a una pratica simile, l’uomo rischiava di perdere la propria dimensione umana e ciò che rimaneva di lui era la mera unità numerica, della quale si poteva trascurare qualunque considerazione morale. Se l’uomo infatti non era più visto come uomo ma come numero, allora non c’era neanche più ragione di riservargli un trattamento etico, poiché la dimensione etica è una condizione propria della sfera umana.
Ovviamente per arrivare a tanto bisognava che nel frattempo il burocrate fosse stato abituato pure a considerare come non umane determinate categorie sociali, e ciò richiedeva tempo. Per l’intera durata della Germania nazista gli ebrei rimasero al centro di una precisa propaganda di disumanizzante che alla fine produsse il risultato sperato: convincere i tedeschi che gli ebrei erano altro rispetto a loro, che quello che veniva varato contro di essi non riguardava la maggioranza (gli ariani) e che era giusto e quindi naturale isolarli. In generale i cittadini tedeschi si dimostrarono restii a seguire i nazisti nei loro pogrom, tuttavia furono sufficientemente ben disposti a disinteressarsi di quello che accadeva agli ebrei (purché non fossero i loro vicini di casa): conseguenza di questo atteggiamento fu la graduale smaterializzazione degli ebrei in seno alla società tedesca, fino a che questi diventarono invisibili per tutti gli altri. Una volta divenuti ombre, per il Reich fu facile ordinarne la completa eliminazione fisica, e per i suoi burocrati altrettanto facile e moralmente non impegnativo obbedirgli.

La totale ubbidienza dei burocrati era dovuta a un perverso meccanismo psicologico che per primo è stato studiato negli anni Settanta dallo psicologo americano Stanley Milgram. Come riporta pure Bauman, Milgram sottopose alcuni volontari di età, sesso ed estrazione sociale diversi a degli esperimenti e le conclusioni a cui giunse diedero una veste teorica a ciò che accadde della partica, ovvero che è tanto più facile fare del male fisico consapevolmente a qualcun altro quanto più vengono ridotti i contatti (visivi e uditivi) fra chi causa il dolore e chi lo riceve.

modernita_olocausto

L’indebolimento del senso morale nella società moderna — sostiene ancora Bauman — fu anche provocato dalla scienza di matrice positivistica, la quale aveva già bandito qualsiasi argomento dogmatico o superstizioso per votarsi esclusivamente a ciò che era possibile prevedere e spiegare razionalmente. Per gli scienziati dell’epoca, l’etica rientrava fra i residui del mondo premoderno e dunque si consideravano sganciati da essa e liberi di indirizzare le proprie ricerche, anche se queste si scontravano col senso comune di ciò che è moralmente consentito. Chi agiva moralmente rischiava di commettere un torto contro la ragione, e la maggior parte degli appartenenti alla comunità scientifica di allora non era disposta a rinnegare i solidi princìpi della scienza per abbracciare quelli di una cultura etica e religiosa che non sapeva rendere razionalmente conto del rispetto dei vincoli comportamentali che richiedeva agli uomini. La considerazione degli scienziati andava piuttosto a chi sembrava condividere la loro stessa incondizionata fiducia nel progresso, e il nazismo — applicando i suoi metodi di sterminio con una scientificità sconvolgente, costringendo le sue stesse vittime a compiere fino alla fine la scelta che appariva loro più logica e razionale — era un’ideologia che in molti ritennero di poter condividere. Come infatti scrive Bauman «Il più sinistro, crudele, sanguinario dei tiranni deve restare un devoto predicatore e difensore della razionalità, o perire».

Hitler aveva fissato l’obiettivo di ripulire la Germania dagli ebrei e la burocrazia moderna del regime nazista trovò la soluzione più adatta per realizzarlo, interessandosi non tanto a cosa stesse facendo ma a come dovesse essere fatto. Il lavoro di identificazione, rastrellamento ed eliminazione del nemico divenne una sfida tecnica alla perizia umana nel perseguimento di un determinato fine. Routine e inerzia caratterizzarono l’impegno burocratico di questa fase, soffocando gli ultimi tentennamenti morali che potevano essere sopravvissuti in quegli esecutori tanto diligenti.

L’Oriente letterario del romanzo europeo: “La civetta cieca” di Sadeq Hedayat

Di Andrea Carria

Non ricordo chi, poco tempo fa, mi disse che parecchi fra i libri che aveva apprezzato di più gli erano finiti tra le mani per rabdomanzia, cioè avendoli scovati e letti senza sapere niente della loro esistenza. La cosa che invece ricordo bene di quell’episodio è che tale espressione mi era piaciuta così tanto che mi promisi di riutilizzarla, e subito dopo mi domandai se pure a me fosse mai successo qualcosa di simile. Sì – constatai senza fatica –, mi era successo molte volte, e l’ultima in ordine di tempo portava il nome del romanzo di cui sto per parlarvi; una piccola perla che – rabdomanzia o meno, ne sono certo – prima o poi sarei comunque finito per incontrare.

La civetta cieca dello scrittore iraniano Sadeq Hedayat (pubblicato a febbraio 2020 da Carbonio Editore nella collana “Origine”, traduzione di Anna Vanzan) è stato per me una sorpresa dietro l’altra. Questo romanzo breve – scritto negli anni Trenta, pubblicato nel 1941 ma, ahimè, ancora troppo poco conosciuto – rappresenta infatti tante cose insieme, e ognuna andrebbe trattata con l’attenzione che merita. Tanto per dare un’idea, la critica è concorde nel definirlo un crocevia di culture e di tradizioni letterarie diverse nonché, pace per la censura di cui è rimasto vittima per molto tempo, l’opera che ha inaugurato la letteratura persiana contemporanea.

Il romanzo non ha una vera e propria trama, se per trama si intende una successione ordinata con un inizio, uno svolgimento e una fine. In esso si riconoscono due parti ben distinte sia sul piano narrativo che stilistico: la prima, con la quale il romanzo si apre, è un racconto nel racconto dotato di una propria indipendenza, mentre la seconda, più lunga, è una sorta di memoir surrealista per il quale si potrebbero però trovare molte definizioni differenti.

«Sarà forse un testamento? Giammai. Non posseggo beni immobili che il governo possa confiscarmi, né professo una fede della quale il diavolo mi possa deprivare.»

Il protagonista e l’autore di queste parole è un modesto pittore di astucci che è uscito sconfitto dal confronto con la vita. Il lettore impara a conoscerlo poco alla volta, ma per farlo deve prima adeguarsi al suo modo di esprimersi e al suo stile, entrambi molto più adatti a nascondere che a svelare. È la prima caratteristica, nota esotica e cliché letterario che un occidentale impara a proposito dell’Oriente (la magia, il mistero, il fascino che nasconde e ottunde i sensi proprio come è stato narrato da intere generazioni di viaggiatori), e nella Civetta cieca è addirittura la prima impressione che Hedayat fornisce della sua terra d’origine: una terra dove niente è come sembra.
Il romanzo non presenta situazioni che si potrebbero definire naturalistiche né ambientazioni precisamente determinate; la periferia di una città iraniana (forse Teheran, o forse no) e, lì da qualche parte, sotto un cielo fitto di misteri, l’umile casa dove il pittore vive e lavora è tutto quello che viene concesso alla voglia di sapere di chi legge. Le cose che il pittore vede e racconta si offrono nella veste del ricordo, del sogno oppure dell’allucinazione; stati mentali o di coscienza che in un’altra opera verrebbero definiti alterati qui percorrono il testo da cima a fondo né mancano di sovrapporsi, tanto che le uniche dichiarazioni accettabili da parte del protagonista arrivano quando denuncia la propria condizione di accanito consumatore di alcol e oppio.

La morte è il tema del libro. Hedayat ne era ossessionato e il pittore, in questo senso suo alter ego, non smentisce tale sudditanza. Essa pervade il testo, si insinua in ogni sua pagina, riga, parola o espressione, assumendo sia forme immateriali che sensibili; tuttavia, se per le prime lo scrittore impiega un vasto repertorio di figure retoriche atte a conferire alla morte quel senso di incorporeità che comunque le appartiene, per le seconde ricorre invece a immagini strettamente terrene, forti, respingenti e persino truculente, creando in questo modo un magnifico contrasto stilistico. La macellazione degli animali, l’esposizione dei loro teschi e delle loro viscere nella bottega del macellaio sono le uniche attestazioni di puro realismo che si incontrano nel romanzo. La loro presenza è paragonabile alla percezione del dolore all’interno di un sogno: servono a scuotere, a urtare la sensibilità del lettore cogliendolo di sorpresa, per quanto la loro funzione primaria sia chiaramente simbolica e metaforica, e tale rimanga.

Nonostante la rarefazione della struttura narrativa, la storia finisce lo stesso per incanalarsi lungo dei binari narrativi piuttosto evidenti. Ciò avviene in maniera marcata nella seconda parte del testo, dove è la stessa rievocazione della vita del pittore a imporre una scansione più rigorosa delle scene, bilanciando lo stile allusivo-visionario proprio della prima parte (un brano, quest’ultimo, che annovera tra i suoi fratelli d’inchiostro i Racconti del terrore di Edgar A. Poe) verso cui Hedayat sembra comunque tendere sempre con molta spontaneità. Nel complesso la gestione degli snodi tematici e narrativi tiene malgrado l’eccesso di uniformità stilistica tarata su un livello letterario molto elevato. Estendere lo stesso stile di scrittura, per di più con una forte tendenza all’astratto, per molte pagine può rivelarsi deleterio per un romanzo – un genere dalla prosaicità congenita e che richiede un dosaggio accorto dei cambi di passo e dei contrappunti –, e invece, a riprova dell’abilità dello scrittore, l’unico episodio romanzesco della Civetta cieca che si rispetti, quello dello Spannung o della scena capitale, sembra essere particolarmente riuscito, passando dall’intuibile al percepibile in un baleno: la tensione sale, la scrittura si fa febbrile, la sensualità diventa eccitazione pura e il lettore viene infine ripagato con una salutare scarica di adrenalina.

«I racconti sono solo un modo per sfuggire ai sogni disattesi, ai desideri che non si sono realizzati; e gli scrittori fabbricano storie secondo i loro orizzonti limitati, seguendo quanto ereditato dal passato.»

La scrittura di Hedayat foggia brani intensi e altamente espressivi. Il suo stile letterario, modellato sulle opere degli scrittori europei e americani del XIX e del primo XX secolo, è irrorato da contaminazioni culturali su più livelli. Con la sua ambientazione persiana, i tanti miti induisti che si incontrano, la laicità e il criticismo occidentali che ne costituiscono la struttura portante, La civetta cieca è un raro esempio di romanzo che è a casa propria in due o tre tradizioni letterarie differenti. Sicuramente è così nel caso di quella persiana ed europea, per quanto la ricezione del romanzo in Iran, allora Persia, venne impedita. Il fatto sorprendente è che Hedayat non aveva semplicemente appreso i modelli culturali occidentali, bensì li aveva interiorizzati tanto in profondità da scrivere un’opera esemplare che si inserisce a pieno titolo nella stagione letteraria europea del primo Dopoguerra.
Finora l’ho presentato come un romanzo, ma nel caso della Civetta cieca non sarebbe sbagliato nemmeno parlare di antiromanzo, una forma nata nell’Ottocento e che in Francia, nel periodo in cui Hedayat vi si era trasferito, conobbe un periodo alquanto fortunato. L’affermazione di questo genere è in parte riconducibile all’approdo in letteratura di alcuni filosofi-scrittori di cui lo stesso Hedayat aveva senz’altro sentito parlare durante il suo soggiorno. Si trattava di liberi pensatori e di sperimentatori che ebbero un ruolo importante nel rinnovamento culturale che si stava svolgendo e che coinvolgeva anche la forma romanzo. Fra di essi c’era anche Georges Bataille (1897-1962), intellettuale di spicco e autore di scandalosi antiromanzi filosofici i cui echi, mi azzardo a ipotizzare, potrebbero essersi insinuati nelle pagine più scabrose della Civetta cieca.

Nell’incontro con l’Occidente, Sadeq Hedayat non aveva trovato soltanto idee e concetti di cui appropriarsi, ma aveva scoperto una maniera d’espressione e una possibilità d’evasione che la cultura natia non era in grado di offrirgli. Ciò che fece fu imparare gli strumenti culturali, critici e intellettuali più adatti per donare una veste letteraria altamente espressiva a quella che era sempre stata la sua più convinta, più personale, più autentica visione del mondo.

«Capivo che il dolore sussiste anche se privo di qualsiasi significato. Per la gentaglia ero diventato una specie sconosciuta e irriconoscibile, tanto che avevo dimenticato che un tempo lontano anch’io ero stato membro di quel loro mondo. La cosa più spaventosa era che non percepivo più se ero completamente vivo o completamente morto. Ero un morto che camminava, privo di legami col mondo dei vivi ma che non poteva trarre giovamento dall’oblio e dalla quiete del mondo dei morti.»

Ma il peso che la cultura occidentale ha avuto su Sadeq Hedayat emerge anche sotto altri aspetti e con i nomi di tanti autori; quelli di Poe, di Kafka, di Dostoevskij, di de Quincey, di Hesse – tanto per nominare i più evidenti –, ma pure l’arte, la filosofia e la psicologia si stagliano con forza nel suo orizzonte culturale. Riguardo a quest’ultima, non si può parlare della Civetta cieca senza mettere in evidenza i profondi contenuti psicanalitici che questo romanzo propone quasi ad ogni pagina, tanto che un bravo critico della vecchia scuola potrebbe analizzarlo e ricavarne un’interessante ermeneutica freudiana. L’unica cosa che proprio non si può fare è negare la veste intellettuale del romanzo o disinteressarsi a essa.

Il difetto maggiore della Civetta cieca è di essere un’opera che si lascia leggere in un giorno. L’incedere ipnotico della prosa di Hedayat, unitamente alle dimensioni del libro, rischiano di affrettarne la lettura e di non permetterne l’apprezzamento di tutti i suoi contenuti. La cosa giusta da fare sarebbe buttare via l’orologio, chiudersi in una stanza vuota e rileggerlo almeno una seconda volta; non basterebbe neppure allora, ma almeno niente verrebbe a interferire con la potenza evocativa e immaginifica che la scrittura di Sadeq Hedayat è riuscita a racchiudere in ogni singola parola di quello che è a tutti gli effetti il suo capolavoro.

Tre Sonetti per San Valentino: esempi, non scontati, della scrittura di William Shakespeare

Di Gian Luca Nicoletta

“Essere o non essere”,”Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”,”Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome”.
Questi, come molti altri, sono alcuni tra i più famosi versi scritti da uno dei padri e maestri della letteratura europea: William Shakespeare.

Poeta dell’amore e del tormento, profondo conoscitore delle più intense e umane passioni, da quelle che ci danno l’estasi a quelle che ci conducono alla morte, Shakespeare, inutile dirlo, è passato alla storia per le sue irripetibili eppur sempre ripetute opere teatrali quali tragedie, commedie, opere storiche. Moltissime tra queste, infatti e senza soluzione di continuità, dal XVII secolo sono state e sono tutt’oggi rappresentate sui palchi scenici di tutta europa e non solo.

Tuttavia in tema con il giorno che celebra l’amore e gli innamorati, desidero condividere con voi stralci da una raccolta di opere assai famose del bardo di Elisabetta I ma che, ahimè, non sempre trovano il giusto lustro e onore negli ambienti extra-accademici. Sto parlando dei Sonetti, una raccolta di 154 componimenti di quattordici versi rimati che furono pubblicati in volume per la prima volta nel 1609.

shakespeare4
Il frontespizio dei Sonnets

All’interno di questa raccolta i temi che Shakespeare tratta sono diversi, tuttavia sono sempre legati alle esperienze più alte dell’uomo o, merito questo dell’impareggiabile talento dello scrittore britannico, esperienze comuni a tutti noi ma che vengono narrate e descritte nel modo più alto possibile. In questo articolo ve ne presenterò tre, presi dalla raccolta edita da Mondadori, con testo inglese a fronte tradotto da Giovanni Cecchin e con una prefazione di Anna Luisa Zazo.

#18
Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And ofter is his gold complexion dimmed;
And every fair from fair sometimes declines,
By chance of nature’s changing course untrimmed.
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow’st;
Not shall death brag thou wander’st in his shade,
When in eternal line to time thou grow’st:
So long as men can breathe, or eyer can see,
So long lives this, and this gives life to thee.

#18
Devo paragonarti a una giornata estiva?
Tu sei più incantevole e mite.
Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate è fin troppo breve.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo
e spesso il suo aureo volto è offuscato,
e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore,
sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.
Ma la tua eterna estate non sfiorirà,
né perderai possesso della tua bellezza;
né morte si vanterà di coprirti con la sua ombra,
poiché tu cresci nel tempo in versi eterni.
Finché uomini respirano e occhi vedono,
vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

In questo primo componimento il genio di Shakespeare si produce in un tema, un topos, tipico della letteratura tardo medievale e rinascimentale, cioè l’accostamento della persona amata alla natura. In questo caso però, differentemente da quanto hanno scritto i più illustri trovatori provenzali o poeti della nostra scuola siciliana, Shakesperare pone l’oggetto del suo amore al di sopra della natura, decretando un primato assoluto di cui è investita la persona amata che diventa inevitabilmente più bella di una giornata estiva, e la sua bellezza non potrà sfiorire fintanto che gli essere umani potranno vivere e leggere i suoi versi. Anche qui, facendo dialogare i sonetti all’interno della stessa opera (vi invito a leggere contestualmente anche il sonetto #23), il modo migliore e più alto di decantare l’Amore è attraverso la parola scritta, attraverso la letteratura.

#87
Farewell! thou art too dear for my possessing,
And like enough thou know’st thy estimate:
The charter of thy worth gives thee releasing,
My bonds in thee are alla determinate.
For how do I hold thee but by granting,
And for that riches where is my deserving?
The cause of this fair gift in me is wanting,
And so my patent back again is swerving.
Thyself thou gav’st, thy own worth then not knowing,
Or me, to whom thou gav’st it, else mistaking;
So thy great gift, upon misprision growing,
Comes home again, on better judgment making.
Thus have I had thee, as a dream doth flatter,
In slee a king, but waking no such matter.

#87
Addio! Sei troppo caro per un mio possesso,
e anche tu sai fin troppo bene quanti vali;
è il capitolato dei tuoi titoli che ti affranca,
e con te recido ogni obbligo.
Perché, come tenerti se non per tua gratifica,
e cosa io posseggo per meritarla?
Mi mancano le ragioni per quel caro dono,
e perciò te ne restituisco il privilegio.
Ti sei dato senza conoscere il tuo valore,
sbagliandoti anche su colui a cui ti davi
e così il tuo dono, nato da un equivoco,
se ne torna a casa, dopo miglior giudizio.
Ti ho posseduto come nell’illusione di un sogno;
un re nel sonno, ma ben altra cosa sveglio.

Questo secondo esempio tratta, non senza il medesimo vigore e la stessa energia del precedente, un altro tema assai importante in tutta la poetica shakespeariana: la perdita del potere o, meglio, l’illusione di possederlo. Il giovane ideale protagonista del sonetto (che sempre in quest’opera è un giovane bello e puro, da identificare come uno dei notabili cui la raccolta è indirizzata, costume questo molto in voga nella società dei feudi) è caratterizzato da doti e virtù talmente preziose, rese nel testo tramite una metafora che monetizza il loro valore, quasi che Shakespeare volesse quantificare in numeri finiti il valore dei pregi, che chi impersona la voce declamante il sonetto non può più possedere, non ne è degno. Parallelamente all’impossibilità del possesso si vede anche il dolore che nasce dall’osservare il giovane, centro dei nostri pensieri, concessosi ad altri, i quali parimenti non sono stati degni del suo possesso. Mi viene in mente un parallelismo con Otello, distrutto dalla gelosia per il tradimento (ipotizzato dalla sua paranoia) di Desdemona, che si accomuna a questo sonetto per la perdita del possesso dell’altro, per la consapevolezza della propria impotenza.

#130
My mistress’ eyes are nothing like the sun,
Coral is far more red than her lips’ red;
If snow be white, why then her breasts are dun,
If hairs be wires, black wires grown on her head.
I have seen roses damasked, red and white,
But no sucj roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hats a far more pleasing sound;
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treand on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied by false compare.

#130
Gli occhi della mia Bella non sono affatto come il sole,
il rosso del corallo è ben più rosso delle sue labbra;
se neve è bianca, oh, i suoi seni sono di grigio spento,
e se capelli sono crini, sono crini neri ch’essa porta in testa.
Ho visto rose damascate rosse e bianche,
ma nessuna io ho ammirato sulle sue guance,
e in certi profumi c’è più delizia
che nell’alito che la mia Bella esala.
Amo sentirla parlare, ma so benissimo
che la musica ha suoni ben più allettanti.
Lo ammetto: non ho mai visto come una dea incede,
ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca.
Eppure, per il cielo!, la mia amata è unica,
quanto ogni donna tradita da falsi confronti.

Chiudo questo trittico poetico con uno tra i più famosi sonetti, il numero 130 (cui sono particolarmente affezionato, assieme al già citato #23). Ciò che dona spiccata rilevanza critica e innovazione letteraria, per non parlare del giudizio su quanto Shakespeare sia stato in grado di precorrere i tempi, sta nel fatto che la Bella, qui in traduzione, non è affatto quella che nel medioevo dantesco e petrarchesco abbiamo sentito più e più volte definire la donna angelo. C’è da dire che quello della Beatrice, della Laura della nostra letteratura, è un mito con una storia ignota, infatti nell’europea pre-settecentesca, il modello ideale di donna era quello della donna bruna, dai capelli scuri. Qui infatti, se leggiamo attentamente le caratteristiche fisiche e somatiche della donna amata, non possiamo che dedurne l’immagine di una donna dai capelli scuri, quasi corvini e che possiede una dimensione prettamente carnale: “ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca“.

Questi sono alcuni fra i temi che principalmente caratterizzano lo stile e la poetica di William Shakespeare. A voi lascio il piacere di leggere il resto dei suoi Sonetti, consigliandovi di leggerli ad alta voce per godere anche del suono che la lettura in lingua dà alle orecchie e completare con tutti i sensi l’immersione in questo cosmo di sensazioni, emozioni, idee.

shakespeare2

La Brexit è fra noi: impressioni di un romantico europeista

Di Gian Luca Nicoletta

Quando la mezzanotte è scoccata, tra il 31 Gennaio e il 1 Febbraio 2020, tutti noi abbiamo perso un pezzo di storia. Un pezzo di storia del presente, il che al momento è una fortuna, perché quella futura potrebbe recuperarlo mentre quella passata, parola mia, non si tocca.

La famigerata Brexit, ciò che per tre anni è stato per alcuni un sogno, per altri un incubo annunciato, è arrivata e non c’è nulla che possiamo fare per cambiare la realtà, che ci piaccia oppure no. Dal 2016 abbiamo visto giorno dopo giorno come un popolo può cambiare idea nel giro di qualche manciata di mesi, abbiamo visto come questo popolo può essere influenzato nella sua sacrosanta libertà di scelta, abbiamo anche visto come un’intera assemblea di deputati, cioè chi è per professione delegato da altri a prendere decisioni difficili in nome della fiducia, di una competenza mostrata o di un indiscusso merito provato, può rimanere immobile come un pezzo di pietra monolitica.

Un elemento sul quale, penso, non si possa essere in disaccordo, è che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha deluso tutti. Dalla fazione più convinta che ha sempre sostenuto il remain all’estrema fazione opposta sostenitrice del leave. I primi perché non vogliono (o volevano… meglio il presente, simbolo di speranza) perdere molti diritti che solo l’U.E. può garantire e che volenti o nolenti vedranno limitati, i secondi invece per liberarsi di molti vincoli che la stessa U.E. impone a tutti gli Stati membri, ma che in un modo o nell’altro dovranno rispettare se desiderano che il loro Paese rimanga almeno nel mercato europeo.

eunews.it
Il Parlamento Europeo – fonte: eunews.it

La mia modesta opinione, più volte espressa altrove ma che trova spazio fra queste pagine virtuali per la prima volta, è che tutta la questione della Brexit è stata dirottata su aspetti prettamente economici e commerciali, quando per una scelta sana e coscienziosa si sarebbe dovuto guardare solo all’aspetto morale.
Viviamo nell’epoca in cui se qualcuno è in disaccordo con noi non perdiamo più tempo a discuterci, ci basta andare da qualche altra parte e farci dar ragione da chi la pensa come noi. Il contraddittorio, il confronto, il dibattito sono ormai pratiche desuete, inutili. Il bambino che perde a calcio e si porta via il pallone è ormai assurto al ruolo di massima guida dei capi di governo, e pensare che il sentimento d’insoddisfazione che ci lascia è sempre lo stesso, sia che si litighi nel vialetto dietro casa o tra le aule dell’Europarlamento.

L’Unione Europea che conosciamo oggi non è perfetta, tutt’altro! Sono il primo ad ammetterlo, il primo a dire che di questo passo le cose non possono andare avanti, né migliorare. Ma ciò non vuol dire che l’intero progetto debba essere abbandonato. Se in casa c’è una perdita, un buco nel tetto, o una finestra rotta, cerchiamo di riparare quel che è danneggiato o demoliamo la casa? Preferiamo rimboccarci le maniche e stare lì, a discutere e a lavorare per risolvere il problema, o preferiamo aspettare di trovarci senza un tetto sulla testa solo per sapere di aver avuto ragione quando tutto sarà crollato?
L’Unione Europea è nata per mantenere la pace nel continente. Questo è il primo, grande, sacro obiettivo che ci siamo dati dopo la Seconda Guerra Mondiale. Rimarco con forza il ci perché si tratta di un progetto che riguarda tutti i popoli del continente che abitiamo, della parte di mondo che ci è capitata in sorte di vivere. L’Europa divisa ha generato due guerre mondiali e centinaia di milioni di morti, l’Europa divisa ha dato spazio al più feroce antisemitismo, l’Europa divisa è stata allo stesso tempo carnefice e vittima di sé stessa.

corriere.it
25 Marzo 1957, nasce la CEE con la firma del Trattato di Roma – fonte: corriere.it

L’Unione Europea è nata perché Hitler non ha vinto, e mi addolora molto vedere che il primo Paese ad abbandonare questo progetto di pace è l’unico Paese europeo che durante la guerra al nazismo è rimasto libero e non neutrale, resistendo e combattendo. La mia sarà forse un’analisi troppo idealista, rétro se vogliamo, ma i popoli e le nazioni vivono di simboli e di mitologie laiche, e la Brexit rappresenta per me una grossa macchia sulla nostra storia di europei e sulle mitologie che ancora dobbiamo costruire.

il 29 Gennaio 2020, quando il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza l’accordo che ha dato il definitivo via libera all’uscita del Regno Unito, tutti gli eurodeputati si sono stretti in un grande abbraccio e hanno cantato Auld Lang Sine, conosciuta in francese come Ce n’est qu’un au-revoir e in italiano come Valzer delle candele. Un canto scozzese il cui testo si concentra sulla speranza di un prossimo incontro futuro e sull’importanza di non cancellare quanto c’è stato in passato.
Così mi sento nei confronti del Regno Unito, da cittadino europeo ed europeista che ha lasciato un microscopico pezzetto di cuore su quell’isola.

quirinale.it
25 Marzo 2017, celebrazione dei 60 anni del Trattato di Roma – fonte: quirinale.it

For auld lang syne, my jo
Ce n’est qu’un au-revoir, mes frères
Questo non è che un arrivederci, fratelli miei

Una riflessione sul Giorno della Memoria: cosa rimane oggi?

Di Gian Luca Nicoletta

In occasione del Giorno della Memoria desidero condividere con voi alcune riflessioni sulla Shoah; riflessioni che ho avuto modo di fare durante il mio anno di Servizio Civile, cioè tra il 2017 e il 2018.

Il progetto cui ho preso parte si intitolava La Memoria come strumento di educazione alla pace, l’ho svolto grazie ad Arci Servizio Civile, coinvolgeva oltre a me altre quindici persone da diverse parti d’Italia ed era incentrato su una ricerca, a livello documentale e archivistico ma anche sociologico, della memoria della nostra Resistenza e dell’esperienza della Shoah. Nello specifico abbiamo ricercato nei vari archivi (sia cartacei che on-line) di molti giornali locali e nazionali tutte le informazioni che riguardassero questi due fenomeni, cercando di studiare come le notizie a loro relative venissero impostate, scritte, perfino disposte  sulla pagina per comprendere quale messaggio nel complesso la stampa intendeva trasmettere ai lettori. Parallelamente a questo abbiamo elaborato un questionario di circa trenta domande nel quale chiedevamo, a ragazze e ragazzi di età compresa fra i 18 e i 30 anni, cosa sapessero e cosa pensassero della Shoah e della Resistenza.

cover-libro-serv-civile-735x1024

I dati che abbiamo raccolto si sono dimostrati per lo più incoraggianti, sebbene segnati da alcune imprecisioni secondo noi dovute a una visione piuttosto semplificata della Storia nazionale ed europea: l’ombra nel nazismo sui rapporti di potere nell’Italia di allora è sempre molto forte e si tende a credere, in linea generale, che la dittatura mussoliniana quasi non fosse altro che un’appendice di quella hitleriana. Ovviamente così non fu: non bisogna cedere al facile inganno che ci giocano le immagini di una Germania invincibile almeno fino al 1941 e di un’Italia supina e succube negli anni della guerra civile. Ci sono prima e in mezzo molti eventi, grandi dinamiche le cui responsabilità non possono che ricadere sulla nostra parte della ricostruzione storica, a partire dalle ignominiose leggi razziali del 1938. Proprio in merito a questo ci sono giunte delle critiche positive e interessanti che hanno dimostrato come pure noi volontari eravamo, nostro malgrado, vittime di quell’inganno. Nelle domande poste proprio in merito alla responsabilità della promulgazione delle leggi razziali, ci è stato fatto notare da alcuni che mancava una importante opzione: non avevamo pensato che qualcuno potesse dare la colpa dell’approvazione di quelle leggi al Capo di Stato di allora, Re Vittorio Emanuele III che, firmando l’atto a lui presentato, aveva formalmente permesso all’Italia di diventare un Paese dotato di leggi espressamente razziste.

Corriere_testata_1938
Fonte: ilpost.it

Ma cosa ci rimane oggi di quell’esperienza? Sicuramente tanto dolore. L’onta dello sterminio di 6.000.000 di ebrei ci riguarda e da vicino, non possiamo ignorarlo né negarlo, come molti ancora oggi vorrebbero fare. Fortunatamente abbiamo chi può testimoniare per via diretta cosa accadde durante quegli anni atroci: le esperienze di Sami ModianoLiliana SegreNedo Fiano e, fino a qualche anno fa, di Shlomo Venezia tra gli altri vanno ascoltate, imparate a memoria e ripetute per filo e per segno a tutti, dai bambini agli adulti. Bisogna accettare che quanto è accaduto non è più modificabile né emendabile, si tratta di un fatto storico che, in quanto tale, può e deve subire almeno due processi: un processo di scientifica analisi storiografica che faccia sempre più luce su tutto quello che è avvenuto; e uno di presa di coscienza che, in quanto fatto verificatosi, può essere ripetuto. Nella mia modesta opinione sbaglia chi dice che Hitler era un pazzo, un folle fuori controllo, perché ciò vorrebbe dire depotenziare la carica di quanto è riuscito a organizzare. Non era pazzo, come non erano pazzi Mengele, Goebbels, Himmler o Priebke. La loro è stata fredda programmazione, calcolo matematico, ragionamento geografico, valutazione di ipotesi e prova delle stesse. Erano esseri umani nel pieno controllo delle loro facoltà, che hanno messo le loro menti a servizio di un ideale fondato sull’odio, sul sangue e sulla morte.

adige
La Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz Birkenau

Dobbiamo conoscere la Shoah, dobbiamo studiarla e dobbiamo viverla, per renderla una esperienza non solo storica ma anche antropologica, qualcosa che riguardi ogni essere umano e che punti al miglioramento intellettuale della nostra specie: leggiamo di Primo Levi, di Irène Némirovsky, di cosa a loro è successo e di quanto il mondo ha perso, per esempio. Visitiamo i luoghi, conosciamo le persone, direttamente o indirettamente non fa differenza, purché il nostro cervello riservi una parte alla memorizzazione e comprensione di quanto è accaduto settantacinque anni fa.
Sono fatti di ieri e non di più.

Lo sguardo sull’Europa di un americano: “Ritratto di signora” di Henry James

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi vorrei affrontare con voi come la società europea viene percepita da fuori, ovverosia in che modo la nostra letteratura continentale viene intesa e dunque duplicata.

Data la mia limitata conoscenza delle letterature extraeuropee (mancanza cui sto cercando di porre un rimedio e un freno a partire da questo articolo), ho deciso di rendermi la vita più facile iniziando da un autore che di extraeuropeo aveva assai poco: Henry James. James infatti nacque a New York, ma spese la maggior parte della sua vita in Europa, in particolare fra Parigi e Londra, città dove infine si spense.

Quella di James fu una mente assai prolifica: romanzi, saggi di critica letteraria, opere teatrali, racconti, e per ognuna di queste categorie scrisse molto e abbondantemente. L’elemento che più ci interessa in questo articolo, però, riguarda la prima metà della sua esperienza di scrittore, quella in cui vediamo a confronto la società statunitense e quella europea attraverso il romanzo Ritratto di signora, pubblicato inizialmente a puntate fra il 1880 e il 1881 e di cui, nel 1996, ne venne fatta una bella trasposizione in film con un cast che vedeva in scena Nicole Kidman, John Malkovich, Viggo Mortensen e Christian Bale.

ritratto_di_signora

Per chi di voi non avesse ancora letto il libro, dirò solamente che si narrano le vicende pubbliche e private (cioè esteriori e interiori) principalmente dal punto di vista di colei che viene a più riprese definita “la nostra eroina”, Miss Isabel Archer. La giovane è nata e cresciuta negli Stati Uniti ma, dopo la scomparsa del padre, viene accolta nella famiglia della zia materna, Mrs Touchett, la quale però vive a metà strada fra l’Inghilterra e l’Italia. Se già da queste poche righe intravedete il primo punto di contatto letterario fra gli U.S.A. e l’Europa siete sulla buona strada. È infatti difficile pensare che James non abbia pensato a Jane Austen e al suo Mansfield Park quando ha pensato alle origini di Isabel.

Il resto dei personaggi che ruota attorno alla figura di Isabel è quasi interamente originario degli Stati Uniti e tutti loro, sia che vivano nella campagna inglese, a Parigi, a Firenze o a Roma, rappresentano un nucleo di emigrati privilegiati che hanno abbandonato la terra natia per i più diversi motivi. Volendo raggruppare questi motivi, potremmo dire che le ragioni principali sono due, a seconda che si tratti di uomini o di donne. Per i primi la motivazione è di ordine politico o economico: ci si trasferisce perché la democrazia statunitense ha perso il suo prestigio mentre in Europa la società è ancora fortemente legata all’appartenenza di classe, oppure si parte per questioni di lavoro; per le seconde il motivo è invece sempre il matrimonio. Sarà utile ricordare che la fine del XIX secolo, proprio gli anni di pubblicazione del romanzo, sono gli anni della così detta Gilded Age, l’età di maggior opulenza della società borghese statunitense. Il fasto di quella Europea, al contrario, era solo apparente e in questi anni si registrano molti matrimoni fra ereditiere statunitensi e rampolli di antiche famiglie nobiliari di quasi tutta Europa (la causa di ciò è dovuta al fatto che, contrariamente all’Europa, le figlie dei ricchi signori statunitensi erano destinatarie, oltre alla dote per il matrimonio, anche di una vera e propria eredità, mentre dalle nostre parti il sistema era ancora fortemente incentrato sui figli maschi che disponevano in pieno di tutti i beni appartenuti al padre).

Ecco dunque un punto importante nel quale emerge la prima divergenza di vedute fra i due mondi: come potrete ricordare leggendo l’articolo sul romanzo vittoriano e su George Elliot, i soldi rappresentano un punto essenziale della dinamica narrativa, la quale a sua volta è specchio di quella sociale. Le ragazze di Middlemarch, come prima le ragazze di Orgoglio e pregiudizio sono prede, quasi vittime di un sistema che le vede correre a destra e a manca alla ricerca di un marito che possa garantire loro una vita sicura e lontana dai pericoli della povertà e dell’indigenza. Le donne di Ritratto di signora, al contrario, hanno ben chiara in mente tutta la faccenda politica che si cela dietro a un’unione. Loro non si devono salvare da nulla, ma devono ben valutare con chi sposarsi perché, come dice Mrs Touchett, creare una famiglia è lo stesso che creare una società: bisogna avere ottimi mezzi e soci affinché tutto funzioni e prosperi.

Il secondo punto di scarto fra i nostri romanzi e quello di James sta nella rappresentazione dell’uomo. Il romanzo europeo del ‘700 e dell’800 rappresenta quasi esclusivamente uomini concreti. Pensate appunto a Mr Darcy e alla sua ferrea severità nei confronti di sé stesso, oppure alla fredda meccanica dei pensieri di Claude Frollo, o ancora all’irreprensibile tenacia con cui gli uomini di Verga accumulano i loro beni (per non parlare di Robinson Crusoe, o del Dottor Faust). Questi sono sì colpiti dai sentimenti che, in maniere del tutto diverse, li turbano, ma difficilmente perderanno la loro durezza, la loro convinta percezione del posto che occupano nel mondo. Nel romanzo di James si verifica l’esatto opposto: gli uomini sono dei mansueti animali da salotto che passano le loro giornate a parlottar fra loro o a contemplare estasiati l’angelica bellezza della propria amata o della padrona di casa. Sono remissivi, al limite della passività e se agiscono in maniera attiva è solo perché la società prevede questo. Solo un’eccezione è concessa nel libro: Gilbert Osmond. Osmond viene descritto come un americano che vive come un principe decaduto, uno che nella vita ha sempre aspirato a essere o il meglio del meglio oppure il più invisibile fra gli invisibili. La percezione che ha di sé è molto ben definita, allenata per anni lontano dal cuore della società che vive nella mediocrità, dove si può galleggiare sulla propria zattera sociale fintanto che ci è concesso il tempo di vivere. In questo senso Osmond è pienamente europeo: severo con sé stesso, che tratta nello stesso modo i servi e i principi, perché in fondo sa che nessuno di loro merita di godere della sua compagnia.

Su questo paradigma di opposti si incardina la rappresentazione della nostra società. Una rappresentazione che porta in sé, sul piano metaletterario, alcune interessanti contraddizioni degne di nota: per esempio la profonda immersione dello stile e dei temi europei che divergono da quelli statunitensi, la quale viene usata per mostrare i difetti dei primi a la freschezza dei secondi. Tuttavia sarebbe ingiusto attribuire a James il solo ruolo di antropologo letterario dell’Europa: la sua scrittura è stata di fondamentale importanza per rinnovare la nostra arte dello scrivere. Con lui assistiamo alla consacrazione del cambiamento dello spazio nel quale gli eventi si verificano: da fuori a dentro. Ciò che accade all’esterno è solo la scintilla che accende la miccia, ma l’esplosione avviene all’interno dei personaggi, nella loro intimità e in quella che il filosofo francese Henri Bergson definirà più avanti la durée o tempo interiore. Lo stesso cambiamento di spazio che verrà elaborato finemente e magistralmente da alcune divinità della letteratura europea quali Virignia Woolf, James Joyce e Marcel Proust.

Il primo progetto di una Europa unita: una storia che ha quasi 100 anni

Di Gian Luca Nicoletta

De Gasperi, Schuman, Spinelli, Hirschmann, Colorni, Coudenhove-Kal… prego?

Se di questa breve lista di alcune delle persone che hanno speso sangue e inchiostro per fondare l’Europa non riconoscete l’ultimo nome — che per inciso, prima che mi interrompessi, è von Coundenhove-Kalergi — allora io e voi siamo sulla stessa barca, e meno male.

Ho infatti da poco scoperto che al mondo è esistito Richard von Coudenhove-Kalergi, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla teorizzazione e alla costruzione di un’Europa unita sotto la bandiera di un unico grande Stato federale.

Richard Coudenhove-Kalergi è nato a Tokyo nel 1894. Il padre era un diplomatico, all’epoca, ancora austro-ungarico, mentre la madre era figlia di un commerciante giapponese.

Possiamo dire che tutto, nella vita del giovane Coudenhove-Kalergi, ha avuto fortissime influenze internazionali, estere, in una parola ampie. La famiglia del padre, nel corso dei secoli, aveva estremizzato il concetto di “relazioni internazionali”, giungendo a raccogliere nel novero di bisnonni, avii e prozii famiglie francesi, polacche, tedesche, dei balcani, greche (da cui deriva il secondo cognome, Kalergi), bizantine e veneziane. La famiglia della madre, invece, ha assistito alla grande apertura all’esterno che ha caratterizzato la politica del Giappone nella seconda metà del 1800, in netta contrapposizione col silenzio e il ritiro tipici dell’Impero dei secoli precedenti.

L’ambiente familiare nel quale Richard è cresciuto, secondo di sette figli, era votato alla severità e allo studio. Pare che il padre parlasse ben sedici lingue mentre la madre, disconosciuta dai genitori per aver sposato un occidentale, si dedicò per larga parte allo studio delle lingue e della matematica, prima, alla giurisprudenza e all’economia, dopo.

Ma veniamo ora alla parte sicuramente più interessante della vita di Richard, la sua produzione filosofica e politica. Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, che videro la dissoluzione dei tre grandi imperi Austro-Ungarico, Russo e Ottomano, Coudenhove-Kalergi abbracciò le idee innovative della politica del presidente degli U.S.A. Thomas Woodrow Wilson e del critico e filosofo tedesco Kurt Hiller.
Entrambi gli scritti, quello sui Quattordici Punti di Wilson e quelli frutto dell’attivismo di Hiller, hanno contribuito alla elaborzione degli elementi che stanno alla base del pensiero di Coudenhove-Kalergi: la pace e l’equilibrio fra le nazioni. In particolare si può dire che l’armonia programmatica esposta dal Presidente statunitense (che purtroppo non durerà che tre decenni) si sposò con il pensiero non convenzionale e prorompente del filosofo tedesco. A questo si aggiunse la mirabile perspicacia e attenzione al mondo contemporaneo di Richard ed ecco che questi giunse all’idea che segnò la sua intera vita: Paneuropa.

Il primo scontro mondiale aveva messo a nudo molte cose, molti livori e risentimenti che serpeggiavano tra i popoli come tra i governi, e questo era ben chiaro agli occhi di Coudenhove-Kalergi. Ma per giungere a un nuovo stadio del progresso e del benessere sociali, bisognava prima di tutto accettare e comprendere che era finito il tempo dei regni, degli imperi e della divisione del territorio, specialmente nel continente europeo, la cui storia geopolitica è massimamente riducibile a guerre fatte anche per fazzoletti di terra. Come potevano i singoli stati europei del 1919 competere con le nuove e grandi potenze che iniziavano a contendersi il primato della Storia, cioè Stati Uniti e Unione Sovietica? La risposta a ciò sta nella creazione di una paneuropa, ovverosia un unico, grande Stato federale che raccoglie al suo interno tutte le nazioni che formano il continente: dall’Italia alla Novergia, dalla Portogallo alla Polonia.

Le minacce, dato lo scenario internazionale, che Richard considera maggiormente pericolose per il nostro continente provengono dalle due grandi potenze sopracitate: nel suo Manifesto (pubblicato per la prima volta nel 1923) infatti si parla esplicitamente del rischio di una assoggettazione alla Russia in termini geopolitici, di una dipendenza dagli Stati Uniti in termini economici. Una Unione Paneuropea, invece, potrebbe resistere a entrambe e sventare ogni pericolo. La necessità di un mercato unico e di una unione politica sono, nelle parole di Coudenhove-Kalergi, la soluzione per creare un vero equilibrio fra i popoli e, conseguentemente, dare garanzia di una pace duratura. Il suo progetto portava in sé già molte delle istituzioni europee di oggi, come la Commissione Europea, e sua fu l’idea di utilizzare l’Inno alla gioia di Beethoven come inno dell’intera Unione.

L’idea di una organizzazione politica di questo tipo, per strano che possa sembrare, trovò l’appoggio di molti intellettuali e politici di tutta Europa, tra i quali figurano anche Albert Einstein, Thomas Mann, Carlo Sforza e Benedetto Croce.

Col passare del tempo questi ideali europeisti si diffusero sempre più nel continente e particolarmente negli ambienti anti-nazisti e anti-fascisti e subirono il maggior contrasto e repressione durante la Seconda Guerra Mondiale, ma ad ogni buon conto sopravvissero. Più tardi, cioè molto più recentemente rispetto ai fatti di cui vi parlo, il movimento Paneuropa si divise a causa della sua troppo forte impronta cristiana, sebbene uno dei capisaldi del movimento sia il rispetto di tutte le religioni e libertà individuali.
Oggi i due movimenti, il primigeno Paneuropa e la sua derivazione cioè il Movimento Europeo Internazionale, sono attivi e operano a diversi piani e livelli del nostro continente. Portano avanti le battaglie e gli ideali di quella prima generazione di europei ed europeisti, i primi che ebbero il coraggio di dire che il passaggio obbligato per giungere a una vera Comunità Europea è quello della cessione del potere nazionale a favore di uno sovranazionale. Una cessione che non vuole dire diventare servi di altri, non vuole dire svendere o rinunciare alla propria storia o ai propri valori. Vuol dire, semmai, l’esatto opposto: aprire le porta a nuove conoscenze, nuove esperienze e altre culture. Riconoscersi come parte di una stessa storia millenaria, confluita su una medesima strada da percorrere insieme.

Il movimento Paneuropa rappresenta il più vecchio movimento per un’unificazione del continente che abbiamo, un esordio di altissima qualità e che ha gettato le basi per altri e altrettanto importanti progetti, uno su tutti il Manifesto di Ventotene di Colorni, Spinelli, Rossi e Hirschmann. Percorsi creati da uomini e donne profondamente legati a tutta la cultura europea, convinti che la missione storica, politica e civile di questa parte di mondo sia quella di combattere uniti e saldi nelle nostre convinzioni per una società più giusta, eguale e moderna.

Inutile dire che oggi questo progetto sia lungi dall’essere realizzato, e parte di ciò è dovuta alla stessa classe dirigente europea che non vuole un’Europa unita proprio per impedire il verificarsi di quella cessione di potere nazionale cui facevo riferimento prima. Ma sta di fatto che questi movimenti non sono morti e anzi, godono ancora di una buona salute. A quasi un secolo dal Manifesto di Coudenhove-Kalergi, periodo in cui l’idealismo rappresentava una delle maggiori fonti dell’agire sociale e politico, ritengo una vera consolazione constatare che quel progetto non è stato dimenticato, ma anzi è andato arricchendosi e ampliandosi sulla scia delle grandi trasformazioni che il ‘900 e il 2000 hanno portato.

Il crollo del Muro di Berlino nella testimonianza di chi non c’era: a che punto siamo trent’anni dopo?

Di Andrea Carria

«La notte del 9 novembre di trent’anni fa cadeva il Muro di Berlino. O meglio, venne abbattuto. Furono i berlinesi stessi ad abbatterlo. Migliaia di donne e di uomini, di giovani e di meno giovani, di tedeschi e di cittadini da tutto il mondo si ritrovarono all’altezza della porta di Brandeburgo e recisero il laccio emostatico che per ventotto anni aveva serrato il cuore di una delle più grandi città d’Europa. Non si erano dati appuntamento, erano semplicemente andati. Uno dopo l’altro, a piccoli gruppi, finché la parola non si era sparsa. Probabilmente non avevano un’idea precisa di quello che sarebbe accaduto di lì a poco, sapevano soltanto che quella sera dovevano essere lì e che tutto ciò era giusto. I più organizzati aveva portato martelli e scalpelli, la maggior parte era venuta soltanto con le proprie braccia; tutti, tutti loro, avevano però portato con sé la speranza e il desiderio di un mondo diverso, migliore.
Le autorità non mossero un dito contro quella fiumana. All’improvviso non c’erano più ordini e nessuno sapeva cosa fare. E pensare che fino a pochissimi giorni prima, chiunque si fosse avvicinato troppo a quel Muro non avrebbe più avuto il tempo di ripensarci. In quasi trent’anni, i proiettili avevano fischiato tutti i giorni dalle parti di Berlino Est. Ma non quella sera. “Lasciate fare, lasciate fare!” avrà detto qualche ufficiale ai suoi uomini mentre egli stesso abbassava il mitra; il suo sguardo pensieroso si volgeva intanto verso Mosca, indeciso se augurarsi che quel silenzio continuasse oppure no.
Ma Mosca non parlò. Parlarono invece i martelli e i picconi, le grida e i canti, i cori e le chitarre, le urla di esultanza e le lacrime di commozione dei berlinesi di entrambe le parti, i quali, senza darsi appuntamento, si erano ritrovati per fare la Storia. Per farla insieme…»

Questo abbozzo di racconto, più o meno romanzato, è stato scritto da un testimone sui generis — me stesso —, da un testimone i cui ricordi sono le fotografie, i filmati e gli articoli di cronaca di chi quella notte l’ha vissuta anche per coloro che sarebbero venuti dopo. È la testimonianza di un embrione che, stando ai miei calcoli, non doveva avere, al momento dei fatti, più di due settimane. Ma è anche la testimonianza di un bambino italiano appassionato di geografia che, a scuola, la prima carta geografica dell’Europa che vide aveva ancora la BRD e la DDR colorate in modo differente al centro del Continente, e che quando chiedeva alla mamma quale fosse la capitale della Germania questa, come prima risposta data senza pensarci, rispondeva ancora Bonn. È poi diventata la testimonianza di un liceale che sui libri ha finalmente inteso il significato di Guerra fredda e che alla prima prova dell’esame di Stato scelse di svolgere la traccia proprio sui vent’anni da quella notte berlinese. Infine è diventata la testimonianza di uno studente universitario in Storia, di un autore che ha foggiato la propria identità sui valori liberali e democratici dell’Occidente, di un blogger che proprio adesso sta cercando di spiegare ai suoi lettori perché si consideri un testimone del Muro a tutti gli effetti.

berlin-1647098_1920

Sono nato nel 1990, l’anno che ha inaugurato la prima generazione del dopo-Muro. Io e quelli della mia generazione siamo dei testimoni proprio perché non c’eravamo: quello che testimoniamo con le nostre esistenze è la fine di un’epoca che non voleva finire, e il fatto di stare immediatamente al di qua dello spartiacque ci dà diritto di parlarne. La nostra testimonianza è necessariamente diversa da quelle di chi c’era. Non abbiamo ricordi diretti, non abbiamo esperienze personali da raccontare, e per quanto sincera la nostra voce generalmente non tradisce emozioni genuine per quei giorni. Noi siamo testimoni del Muro in quanto ne abbiamo inaugurato il Dopo. Noi siamo testimoni delle aspettative e dei desideri di chi quella notte era lì a prenderlo a martellate, di chi ci si è messo a sedere cavalcioni, di chi lo ha attraversato. Siamo i loro desideri in quanto siamo anche e soprattutto i figli e le figlie di quegli uomini e di quelle donne; siamo il filo che negli anni ha concretamente ricucito i brandelli che i nostri genitori avevano riavvicinato. Li abbiamo ricuciti andando a scuola, all’università, socializzando, aderendo agli Erasmus e a mille altri progetti di questo tipo, spostandoci di Paese in Paese, viaggiando e scegliendo liberamente dove andare a lavorare e a vivere. Noi del dopo ’89 siamo la testimonianza che un mondo diverso, in pace, libero e senza frontiere era possibile. Ma siamo anche la trave nell’occhio di quella stessa libertà.

Siamo infatti ancora noi a testimoniare i fallimenti del nuovo corso e la crisi del way of life occidentale, che mai come dopo il 9 novembre ’89 si è preteso di poter estendere ed esportare. Per qualche momento abbiamo creduto che tutto ciò fosse possibile e giusto, ma non è durato a lungo. Con la fine della Guerra fredda ci sono state altre guerre a essa collegate, l’America e la Russia, i due giganti, hanno ripreso rapporti cordiali ma non hanno abbandonato il vecchio vizio di spiarsi a vicenda. Oggi come ieri, mirano alla destabilizzazione interna l’una dell’altra, sono smaniose di ricchezza e potere, e non hanno rinunciato alle loro velleità imperialistiche — e magari fossero soltanto velleità!

Come europei, abbiamo assistito all’adozione della moneta unica nel 2001 e all’allargamento dell’Unione Europea a Paesi che prima si trovavano al di là della Cortina di Ferro. Lo abbiamo fatto, e la maggior parte di noi non se ne è pentita neppure adesso, quando ci siamo resi conto che le dimensioni di un organismo non dicono nulla riguardo alla sua buona salute. Abbiamo scoperto per esempio che forze populiste, sovraniste, autoritarie e antidemocratiche, così lontane dai valori guida che ci siamo dati, prosperavano in quegli stessi Paesi che abbiamo accolto, e quasi in contemporanea abbiamo scoperto che forze molto simili abitavano già in casa nostra, dove le abbiamo allattate e mantenute al caldo proprio perché credevamo — e continuiamo a credere — che la libertà di pensiero sia sacra. Abbiamo conosciuto matrimoni più o meno felici, a volte non abbiamo mantenuto le promesse fatte, siamo stati infedeli e abbiamo impugnato la bacchetta, e ora che stiamo per conoscere anche il primo divorzio, la Brexit, fingiamo di avere poca pazienza perché non si addice a una vecchia signora mostrare le lacrime in pubblico. Noi europei di oggi siamo testimoni di un’Europa che non è cresciuta come i suoi padri fondatori si auguravano, e forse per un eccesso di fiducia nella Ragione umana abbiamo lasciato che l’Occidente degli ultimi trent’anni si riempisse soltanto la bocca di belle parole. Abbiamo parlato così tanto e così a lungo di democrazia che l’abbiamo fatta diventare quasi un’idea platonica o un postulato kantiano, vale a dire qualcosa di evanescente e che non soddisfa. Siamo stati noi, testimoni di ieri e di oggi, a farlo e di questo fallimento siamo tutti quanti ugualmente responsabili.

eu-flag-2108026_1280

Ma non è sempre stato così. Per strada abbiamo dimenticato tante lezioni importanti. Se siamo testimoni, allora siamo testimoni anche del nuovo trinceramento dell’élite culturale, la quale è tornata nella sua torre d’avorio ancora prima di avere qualcosa da mettere al sicuro. Ci siamo dimenticati dei padri fondatori, ma anche di tanto altro. Per esempio, abbiamo dimenticato l’esistenzialismo, ma prima lo abbiamo etichettato come una moda. No, non è mai stata una moda. È stato, invece, l’ultima espressione intellettuale made in Europe ad aver avuto il coraggio di coniugare il pensiero con l’impegno politico e sociale.

Spesso sentiamo dire che non ci sono più ideologie di riferimento, che la fucina di nuovi pensieri politici ha chiuso i battenti e che lo sbandamento attuale sia una conseguenza della mancanza di ideali in cui credere. Quella che sorge dal basso, dal popolo, è una richiesta chiara e semplice: la gente ha bisogno di progetti, ha bisogno di credere in qualcosa. Il vero problema è che gli unici che hanno saputo intercettare questa richiesta sono quelli che non mi vergogno a chiamare cattivi maestri. Quelli che, invece di aiutare gli altri ad autodeterminarsi, fanno leva sulle loro emozioni più triviali come la paura per ottenere consenso e voti.

Contestualmente, credono pure di proporre un pensiero politico. Se però andiamo a guardare da vicino, scopriamo che non è così. Per essere tale e distinguersi, un pensiero politico, o comunque un pensiero in generale, deve avere almeno una caratteristica, anzi due: deve essere nuovo e dire cose argomentate. Con i suoi contenuti xenofobi, razziali, antiscientifici, discriminatori e autoritari, il sovranismo e il populismo nostrani non fanno invece altro che riproporre caoticamente vecchi pregiudizi la cui unica virtù è di avere la fortuna di incontrare le sacrosante proteste popolari, accattivandosene la simpatia. Ovviamente, i pregiudizi non sono un pensiero, tuttavia, in mancanza di meglio, è come se lo fossero. Sono manifestazioni culturali anch’essi, e basta trasformarli in un catechismo da sfoderare al bisogno perché del pensiero ne facciano le veci a tutti gli effetti. Ma non è così da tutte le parti.

In Russia, per esempio, un pensiero politico post-ideologico esiste ed è più vivo che mai. Lo ha fondato Aleksandr Dugin e si chiama nazionalbolscevismo, ovvero quarta teoria politica. Quarta perché questa teoria aspira a ritagliarsi un posto nella storia superando le tre dottrine politiche che l’hanno preceduta, tutte fallite: il nazifascismo, il comunismo e il liberalismo. Già da come si presenta, si capisce subito che il nazionalbolscevismo non è una semplice accozzaglia di pregiudizi o un catechismo, ma un pensiero strutturato che raccoglie numerosissime adesioni. È un pensiero perché è qualcosa di inedito, di nuovo, di argomentato, o quantomeno prova seriamente a esserlo. È un tentativo di sintesi di più idee e filosofie, e, come ogni sintesi che si rispetti, è molto efficace nel tenere insieme gli opposti. Nella filosofia di Dugin troviamo infatti una summa del pensiero degli ultimi tremila anni: comunismo e nazismo, zarismo e tradizionalismo, antiscientismo e antiliberalismo, cristianesimo e paganesimo, misticismo e fondamentalismo, esoterismo e religioni orientali, scontro fra civiltà ed escatologia, Hegel, Julius Evola, Heidegger e Nietzsche. Dugin è un critico feroce dell’America e del sistema liberal-capitalistico, inoltre biasima l’individualismo occidentale e il sistema di libertà che lo compone. Il suo è un pensiero da prendere con le pinze anche quando dice cose teoricamente condivisibili, come per esempio la tesi secondo cui non esiste una civiltà globale e che ogni nazione ha il diritto di darsi in autonomia l’ordinamento politico che meglio rispecchia la sua storia e il suo insieme di valori. Se ne deduce che la democrazia non sia sempre la cosa migliore per tutti e che anzi certi regimi, se sono l’autentica espressione di una nazione e di un popolo, sono legittimi. La questione è da prendere con le pinze anche perché viene posta da un punto di vista rigorosamente russiocentrico e antiamericano, per cui in realtà il diritto di esistere non è riconosciuto proprio a tutte le nazioni: per esempio, quello dell’Ucraina e delle ex repubbliche sovietiche — le quali, secondo Dugin, si sarebbero tutte più o meno vendute all’Occidente — è da lui apertamente messo in discussione.

Dugin è un pensatore trascinante, ma anche un politico: non è chiarissimo in che rapporti sia con Vladimir Putin, la cosa però certa è che egli sia tra i fondatori del partito Eurasia, il quale, riprendendo le dottrine slavofile ottocentesche, auspica la creazione di un superstato a trazione russa che si estenderebbe dai Balcani alla Manciuria. Il “fenomeno Dugin”, se così posso chiamarlo, è la dimostrazione che se l’Occidente tutto non ha più prodotto un proprio pensiero politico critico e propositivo, e degli intellettuali in grado di schierarsi, indicare la direzione e riempire le piazze come facevano Sartre e Camus — due modelli che non mi stanco mai di citare — la colpa non è dei tempi, ma soltanto nostra.

saint-basils-cathedral-708349_1920

Quello che penso io, in realtà, è che noi europei stiamo andando tutti quanti al traino di un passato che cerchiamo a ogni costo di ri-attualizzare. Pure il linguaggio politico con tutti i suoi fascismi e comunismi denuncia la miseria linguistica e ideologica in cui ci troviamo. Usiamo parole vecchie per riferirci a fenomeni diversi da quelli che erano nate per descrivere, e questo è doppiamente grave perché così non analizziamo il presente e ci precludiamo da soli la possibilità di comprenderlo. Dieci anni fa o giù di lì definivamo la nostra epoca come una fase di transizione, ma nessuno era in grado di dire transizione verso dove o cosa; ora è da un po’ che non sento più nessun cronista usare questa espressione, eppure non mi sembra che nel frattempo le idee si siano fatte più chiare. In compenso, viviamo di eredità storiche che abbiamo pericolosamente trasformato in miti. Tornando per esempio in Germania, è notizia ANSA di pochi giorni fa che il consiglio comunale di Dresda abbia proclamato lo stato d’emergenza nazismo, a fronte delle manifestazioni sempre più sfacciate e numerose di estrema destra nelle vie e nei ritrovi della città. Transizione verso il passato? Era forse questa ciò di cui parlavamo prima che la crisi del 2008 mettesse a nudo la nostra fragilità?

Fra pochi giorni saranno trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. È una ricorrenza doverosa. Soprattutto per non doverci pensare troppo seriamente più a lungo. Dovremmo, invece. Perché ci stiamo chiudendo in gabbia da soli per la felicità di qualcun altro. L’abbattimento del Muro ha rappresentato il ritorno della Libertà: la libertà, per tutti, di scegliere di andare e di essere ciò che si è in ogni luogo.

Una volta ho sentito un’intervista a Dugin nella quale il filosofo evidenziava la differenza sostanziale, a suo dire, tra l’Occidente e la Russia, e con essa il motivo della reciproca incomprensione: laddove noi occidentali ci preoccupiamo dell’individuo e delle sue libertà, in Russia viene prima il benessere della collettività, e in base a questo principio all’individuo può succedere di non poter fare o essere tutto ciò che vorrebbe. La differenza è estrema, sostanziale appunto, e riguarda i rispettivi pilastri su cui si poggiano le due civiltà. L’individualismo così aspramente criticato da Dugin è il fondamento della nostra società e cultura, ma non si pone affatto in contraddizione con il benessere sociale. Quest’ultimo non è la somma dei benesseri individuali, ma il benessere individuale di ciascuno è senz’altro la condicio sine qua non per una società più equa e giusta. Perché l’individualità per noi viene prima? Perché abbiamo capito, dopo secoli di assoggettamento a ordinamenti superiori, che l’individuo è l’unica cosa che alla fine resta, mentre le forme di aggregazioni a cui esso può prendere parte, da quelle politiche a quelle sociali, sono destinate a crollare oppure a trasformarsi. Dalle nostre parti, inoltre, l’individualità fa da sempre rima con libertà: libertà di scegliere e, finalmente, anche di essere ciò che si è. Una società hegeliana come quella inseguita da Dugin, invece, si preoccupa solo della forma aggregativa come soggetto agente della Storia, per quanto nemmeno essa sia poi il vero fine, ma solo il mezzo attraverso cui realizzare quello che egli chiama il «destino della nazione». Tutti gli individui che compongono la società devono mettere prima della propria autodeterminazione l’interesse collettivo, ed è questa la ragione che porta Dugin a osteggiare le minoranze, a non riconoscerne i diritti e a respingere tutte le loro rivendicazioni.

Il problema riguarda l’Europa perché il pensiero di Dugin si è già dimostrato ingerente nei nostri confronti. Sebbene a suo parere ogni nazione debba darsi da sola le proprie strutture, l’antiliberalismo del filosofo russo ha in genere la meglio sulla parte restante dei suoi principi teorici. Così, insieme alla creazione dell’Eurasia, eccolo auspicare anche il crollo del nostro sistema di valori, scorgendo nell’evidente arretramento democratico a cui stiamo assistendo (vedi il favore o l’indifferenza verso tutte quelle proposte di legge tese alla contrazione dei diritti per alcune frange del tessuto sociale) l’avvento imminente del nazionalbolscevismo in Italia e in altri paesi d’Europa ancora prima che in Russia.

sunset-3952754_1920

Fino a poco tempo fa credevamo ancora che il grado di civiltà di un Paese si specchiasse nelle leggi che lo regolano e nel riconoscimento dei diritti individuali. Più diritti per più persone: è così che si diceva e ci sembrava pure giusto. Oggi queste certezze non esistono più. Pensiamo a costruire nuovi muri e barriere quando ce ne sono alcuni mai abbattuti come a Cipro, che stanno facendo tuttora soffrire intere città e nazioni. Pensiamo a chiudere porti, a inveire, a rintanarci in un orgoglio nazionale che però rimettiamo subito da parte non appena sospettiamo che lo Stato possa andare a toccare gli interessi della nostra regione. Braccati dalla paura e non più capaci di distinguere tra vero e falso, tra realtà e percezione, abbiamo sdoganato solo il peggio e ci pare addirittura una cosa ben fatta mettere in discussione una o due storiche conquiste riscrivendo qualche legge.

Ci stiamo rinchiudendo in gabbia da soli e mi chiedo ancora perché lo facciamo. Mi piacerebbe almeno poter rispondere che lo stiamo facendo per il folle gusto di liberarci di nuovo da soli, ma fuori dalla finestra è solo il crepuscolo e questo significa che la vera notte deve ancora cominciare…

Ma ora un po’ di leggerezza e celebriamo il trentesimo anno dalla caduta del Muro di Berlino con una bella canzone: Alexander Platz (1989) dell’immenso Franco Battiato!
Buon ascolto!

Stranieri in terra propria: residenti per nascita, viaggiatori per professione

Di Flavio Salvioni

Da mesi, se non anni, nel nostro paese e nel resto dei paesi appartenenti al territorio della Comunità Europea, sentiamo parlare dello straniero in diversi modi. Spesso questa parola viene collegata a tutta una serie di accezioni, negative o non, che denotano un quadro migratorio dal carattere quasi post-bellico e di ingenti proporzioni.

La mia riflessione, da straniero a mia volta, nasce in una comune giornata lavorativa vissuta sui mezzi pubblici della città di Londra: la città multiculturale per antonomasia. Quella mattina ero seduto sul bus, e intorno a me avevo persone di diverse etnie e culture che, chi più o chi meno, si amalgamano in questo folle impasto cittadino fatto di quotidianità fra casa, famiglia, lavoro; e che semplicemente vivono la loro vita in una città che non ha dato loro origini.

Alla mia mente è balzata la nozione di accoglienza che sembra andare in netta contrapposizione con il concetto intrinseco della parola straniero, ma che in realtà può essere considerato una via per poterlo elevare in positivo.

Partiamo, quindi, dalla definizione base della parola straniero. Dalla Treccani:

Stranièro: aggettivo e sostantivo maschile che deriva dal latino extraneus “estraneo, esterno”.

La stessa Treccani ci fornisce già due possibili definizioni:

1. Di altri paesi, di altre nazioni (…) In particolare riferito a persona, che appartiene per cittadinanza ad uno stato estero, ma che gode dei diritti civili attribuiti ai cittadini dello stato, a condizione di reciprocità e nell’osservanza di norme contenute in leggi speciali…
2. Con connotazione ostile, alludendo a popolazioni nemiche o comunque avverse e odiate.

Già dal nostro dizionario enciclopedico per eccellenza possiamo notare la duplicità di questo termine. Si può immaginare quale delle due definizioni, nel corso della storia, abbia preso più piede, travolgendo popoli e generazioni di persone che, da convinti patrioti armati di libero arbitrio, rivendicano il pezzo di terra sul quale vivono come loro unica risorsa da difendere dallo straniero usurpatore.

stranieri_in_terra_propria_2

Triste la condizione di colui che crede nel proprio confine come estrema linea di demarcazione fra “casa mia”e “casa tua”. Arida la mente e l’anima di coloro che, poveri di cultura, attaccano, senza cognizione di causa e senza nemmeno guardarsi indietro per vedere cosa ha portato lo scambio culturale.

Disagio. Questo mi viene naturale vedere fra le righe degli articoli di cronaca e nelle immagini che siamo costretti a vedere in televisione. La riflessione di quella mattina, infatti, non era solo riferita alle differenze culturali, ma anche alle diversità che con rendono il panorama umano vario: religioni, orientamenti sessuali, idee politiche, espressione artistica e letteraria e quant’altro una mente umana ricca e attiva produce.

Disagio nel non essere capito o accettato nella “Terra natia”e la frustrazione che ne consegue.

«Tu prova ad avere un mondo nel cuore/ e non riesci ad esprimerlo con le parole…» diceva Fabrizio De André nella canzone Un Matto. Il brano è tratto dall’album Non al denaro non all’amore né al cielo, album con il il quale il cantautore si ripropone di musicare la raccolta di epitaffi di Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River. Traspare dai versi della canzone il disagio di questo personaggio che vuole a tutti i costi farsi accettare dalla comunità del paese in cui vive, ma i cui sforzi vengono letti come scatti della pazzia di un povero matto, tanto che viene costretto nel manicomio dove poi muore per finir tumulato malvolentieri sulla collina. In quel “malvolentieri” è raccolta tutta la frustrazione del protagonista, che avrebbe voluto esprimere quanto aveva da dare a questo mondo, ma che l’ignoranza della gente lo ha relegato al ruolo del matto perché considerato estraneo alla morale comune.

stranieri_in_terra_propria_3

Disagio nell’amare la persona indipendentemente dal sesso che questa abbia, come nel caso del bisessuale, o di innamorarsi di una persona dello stesso sesso senza avere addosso l’etichetta “contro natura”. Limitazione della propria libertà e dolore dovuti a retaggi culturali che bloccano la mente delle persone, le quali nemmeno si peritano di approfondire il perché e il come succede, e soprattutto che male possa fare… in fin dei conti è solamente amore, la cosa più bella e pura che abbiamo. Questo background spinge a cercare un posto capace di accogliere e includere un amore controverso come quello omosessuale, è quindi possibile consideralo uno straniero in negativo, come suggerisce la seconda definizione della Treccani, ma senza possibilità di redimersi e pulire la propria reputazione; come se avesse commesso un reato. A tal proposito mi viene in mente il libro, da cui poi è stato tratto l’omonimo film nel 2015, Holding the Man dello scrittore-attore-attivista Australiano Timothy Conigrave. Il libro è una raccolta delle sue memorie dall’adolescenza e nella prima età adulta, nel quale Timothy vive la sua relazione con un ragazzo conosciuto al liceo. Le memorie si articolano tra la disapprovazione delle famiglie dei due e quella della comunità nelle tre decadi dagli anni ’70 ’80 e ’90. Timothy e John vivono la loro relazione attraverso questi periodi di lotta per l’amore libero, l’AIDS e l’opinione pubblica che li porta a sentirsi estranei non solo in casa propria, ma anche in un mondo che non li accetta. Soli contro tutto e tutti e non accolti in quel nido familiare che li avrebbe dovuti amare senza problemi, si vedono contrastati anche nel momento dell’estremo saluto. Uno scenario non tanto lontano dalla realtà attuale che ancora oggi fa versare fiumi di inchiostro (o di sangue) e crea scalpore, tanto da gridare allo scandalo.

Disagio nell’aver studiato e coltivato le proprie passioni in virtù di un futuro basato su di esse, per esser poi portati alla realtà dal fatto che solo in pochi possono godere di questo diritto. Sì, parlo di coloro che hanno studiato una vita per poi ritrovarsi nei negozi a servire la gente (che molto spesso non è così educata da comprendere il tuo stato di frustrazione), a tentare di portare a casa uno stipendio per poter vivere dignitosamente. Relegare quegli studi a una banale passione secondaria che “non ti porta il pane sulla tavola”. Vivere per lavorare (non importa come o dove), comprare casa, mettere su famiglia e morire. Ecco la prospettiva. Chi vive di passioni è visto come la cicala della situazione, che canta tutto il giorno per poi rimanere sprovvista e sola nel momento del bisogno, la sola e unica artefice delle proprie sventure. Non viene dato il giusto valore, e nemmeno la possibilità di poter mettere a frutto i talenti rendendoli parte integrante e fondante della nostra vita, dimostrando così che potenzialmente aiuterebbero a creare quanto elencato sopra. Inimmaginabile quello che si è costretti a patire in un periglioso calvario che parte dal raggiungimento del diploma professionale o laurea, la ricerca del lavoro, la depressione data dagli insuccessi e la decisione finale che, nella più rosea delle ipotesi, sfocia nell’accettare la condizione lavorativa alternativa (e molto spesso sottopagata) oppure che ti pone di fronte ad altre due scelte che sono l’andare via dalla città di origine (espatrio o non) oppure l’estrema soluzione.

Disagio nel ritrovarsi figli di una patria che non è assolutamente inclusiva e che anzi, “TORNATEVENE A CASA VOSTRA” urlato in faccia a testate giornalistiche e TV, è la frase più usata. Il fomento del più vile dei sentimenti, l’odio, che risveglia antiche (ma non troppo) smanie di potere per coloro che parlano di supremazia, che pensano che l’uso delle mani per convincere chi sovverte alla propria idea, o peggio ancora prova ad opporsi, sia la cosa migliore. Estremismi e fantasie politiche basate sull’ignoranza, su di una fantomatica protezione dello Stato e dell’uso delle sue risorse (lavoro, servizi territoriali, etc.) che si dice siano appannaggio degli autoctoni e non di coloro che vengono da fuori, i summenzionati stranieri, che sono qui appositamente per depredarci dei nostri diritti.

stranieri_in_terra_propria_4

Malessere, disagio, frustrazione. Queste sono le voci più evidenti che appaiono nelle vie del mondo. Paura per un futuro che regressione economica e sfruttamento intensivo delle risorse stanno piano piano logorando. Ma se guardiamo il lato positivo possiamo notare che tutto questo sta generando un continuo flusso migratorio e sta creando mescolanza di culture e attitudini a livello mondiale. Una sana diversità, che ci sta dando la magia della scoperta di quanto era lontano da noi e che mai avremmo preso in considerazione di poterlo scoprire da soli, con i nostri mezzi e nel nostro piccolo.

Tutto questo ci dovrebbe insegnare ad amare la diversità, a farla nostra e includerla nella nostra vita come risorsa unica di cooperazione. Accogliere il prossimo, il famoso e famigerato straniero, perché siamo in grado di condividere le nostre risorse e insieme crearci un futuro. Una cosa dovrebbe essere manifesto dei nostri partiti politici, delle nostre idee: l’amore. L’amore in tutte le sue espressioni come simbolo di libertà e inclusione.

In fondo siamo tutti stranieri erranti in questo mondo, in cerca di un posto che ci accolga e ci ami per quello che siamo e che, nel rispetto delle leggi che regolano lo Stato, esprimerci in tutto il nostro potenziale.