C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… parte III

Di Gian Luca Nicoletta

 

Come vi avevo promesso quando ho pubblicato il mio ultimo articolo, oggi riprendiamo il filone tematico sull’Europa e come gli intellettuali, ma non solo, la immaginano all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Per riallacciare il discorso da dove ci eravamo interrotti, sarà utile dare un’occhiata ai due precedenti articoli: quello introduttivo e quello su Julien Benda.

Il primo italiano a tenere una conferenza, il 3 Settembre, è Francesco Flora. La sua idea di spirito europeo si presenta da subito in maniera differente da quella di Benda: quello che per Flora è di fondamentale importanza non è l’intervento istituzionale o nazionale in questo processo, bensì il contributo che ogni cittadino può donare:

«le principe de l’esprit européen se pose à nous comme s’il était un principe moral pour l’action que l’anxiété présente du monde requiert de nous. La mission de l’Europe est un devoir que se présente différemment à chacun de nous selon la tâche que chacun se choisit pour collaborer à la vie civile ; pour nous, hommes de pensée, c’est avant tout un devoir de clarté mentale.»[1]

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Francesco Flora (1891-1962)

Flora caratterizza immediatamente la sua ricerca dello spirito europeo come una ricerca da fare nell’uomo. La sua sfera intima, il suo lirismo se vogliamo, è l’elemento chiave sul quale lavorare.

Prendiamo come punto di partenza l’ormai noto processo di autodeterminazione degli spiriti nazionali e delle loro rispettive letterature: questo processo è riconosciuto anche da Flora, sebbene lui si concentri sull’aspetto letterario di questo fenomeno. Proprio per la virtù “riassuntiva” dell’esperienza letteraria (dall’universale reale al particolare interpretabile) i testi hanno la facoltà di lasciare nelle menti degli uomini delle tracce, che a loro volta formano la coscienza umana:

«Si l’on examine les couches successives dont est composée la conscience humaine, on voit que l’esprit de l’homme, j’entends son humanité, est formé (à la manière du corps) des traces de paroles, de poèmes, de musiques, d’images, de concepts, des découvertes provenant des hommes les plus divers.»[2]

Questa dimensione letteraria impianta la base sulla quale Flora costruisce l’intero suo ragionamento. Con il riferimento a “tracce di parole, di poemi, di musiche, di immagini, di concetti” si evince sin dall’inizio che il discorso ha un carattere eminentemente culturale. La cultura che il singolo può aver sviluppato lungo il suo personale percorso è anche specchio di una cultura più grande che riguarda un intero continente; in altre parole la cultura di un uomo è parzialmente anche la cultura di coloro che lo circondano.

E la cultura di una nazione?

La questione non presenta particolari difficoltà interpretative. Se la cultura di un uomo risiede nella cultura del suo popolo, vien da sé che la cultura di una nazione risieda nella cultura del continente che la ospita. In questo modo Flora rimette in campo l’Europa, come fosse sempre esistita:

«tous les peuples touchés par la civilisation hellénique et romaine, chrétienne et humaniste, sont le lieu naturel dans lequel pouvait se développer l’esprit européen.»[3]

È possibile notare bene lo sguardo onnicomprensivo che Flora intende utilizzare: egli include in questo discorso la cultura classica, quella latina, la cristiana e l’umanistica. Grazie ad uno studio che vada in profondità e che consideri come un unicum queste macrocategorie culturali non si può non intravedere un progetto che punti dritto alla ricerca di uno “spirito” europeo.

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Ritorna in questa prospettiva l’idea dell’Europa vista come un organismo formato da vari e diversi organi. L’aspetto più rilevante questa volta però è quello di un sottile determinismo, accennato velatamente da Flora, che ha consentito ai popoli di tutta Europa di svilupparsi e diventare ciò che oggi sono. Sembra quasi passare l’idea che lo sviluppo culturale di tutti i Paesi e il loro conseguente riconoscersi o meno gli uni negli altri fosse già presente, quasi a uno stadio embrionale, sin dall’inizio dei tempi. Le dinamiche politiche e sociali che hanno segnato la storia moderna hanno poi portato al massimo frutto delle sinergie europee, quella che gli storici di professione non esiterebbero a definire l’unico “spirito” europeo sino ad ora realmente affermatosi: la società borghese. In particolare la società capitalista borghese con le sue “macchine” e “masse”:

«Il ne suffit donc pas d’une origine ni même d’un passé historique européen pour reconnaître le présence de l’esprit européen. Les peuples qui se disputent le monde aujourd’hui n’ont-ils pas reçu de l’Europe les prémisses de leur civilisation?»[4]

L’Europa ha messo a disposizione le premesse per lo sviluppo di tutti i popoli. Le dimensioni del fenomeno cui fa riferimento Flora sono ben più grandi di quelle del continente Europa, sono mondiali. “I popoli che si disputano il mondo” sono essenzialmente popoli nati sulle tracce delle varie culture europee le quali, nel corso della storia e a partire dall’età del colonialismo sino a quella dell’imperialismo, hanno reso possibile la nascita di Stati geograficamente non europei ma le cui basi sono indubbiamente europee, come nel caso degli Stati Uniti d’America. Sono stati questi, successivamente, a sviluppare quelle premesse in un’unica direzione. Ciò però non costituisce, di fatto, un problema rispetto alla ricerca dello spirito europeo: il semplice fatto di essere abitanti del suolo europeo ci rende già europei.

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Una volta superato il principale ostacolo identitario, l’applicazione dello ius soli è per Flora sufficiente, ci si può concentrare su questioni di maggiore spessore, questioni che realmente mettono in crisi l’appartenenza alla nuova Europa che per motivi storici è necessario (ri)costruire.

L’Europa del nuovo corso storico, quella che è sopravvissuta e che ha messo fine alla seconda guerra mondiale, ripartirà dall’uomo e dal suo genio. Fuor’ di interpretazioni romantiche, Flora sostiene con convinzione che un mondo nel quale una buona morale nasca dall’Arte sia possibile. Un mondo e una società nelle quali sia il bene comune a guidare le scelte e nelle quali la violenza non vinca mai sul dialogo e sulla ragione con i suoi mezzi più diretti, ma certamente meno giusti:

De toutes ces images et ces idées qui se pressent devant nous, que pouvons-nous dégager maintenant de la réalité de l’esprit européen ? Qu’est-ce que l’esprit européen?

C’est l’esprit orphique (je le dis dans le sens de Mallarmé et de Rilke), l’esprit du véritable humanisme qui signifie enfin la liberté humaine où se vérifient l’absolue sincérité de l’homme et le caractère positif de l’histoire universelle. […] Synthèse, c’est-à-dire conscience du rythme selon lequel se répondent l’âme et le corps, la matière et l’esprit […] pour une claire conscience de l’intelligence et de la volonté.»[5]

E ancora:

«“Esprit européen” signifie que la réalité reste toujours dans le domaine de l’humain, de sorte que même les physiciens qui cherchent le noyau de la nature seront obligés d’accueillir l’invitation de Goethe qui les pousse à le chercher dans le cœur de l’homme.»[6]

L’Arte come mezzo di ricostruzione di ciò che non è più, o che forse mai è stato. La fiducia nei confronti del genio dell’uomo e della guida che le arti costituiranno per lui e per le generazioni a venire è totale. Due punti in particolare meritano un approfondimento: l’esercizio della libertà come armonia fra intelligenza e lavoro creatore e il rapporto tra i “fisici” e il cuore dell’uomo.

La libertà rappresenta un valore ormai imprescindibile per tutti gli europei sopravvissuti al conflitto. È ragionevole presumere che all’indomani della fine della guerra il pensiero più comunemente condiviso, oltre naturalmente alla ricostruzione delle città e delle vite di ogni uomo e donna, fosse un senso di positività legato all’inizio di un nuovo corso. Questo è sintomatico della fine di ogni grave crisi: una volta che ci si risolleva dopo aver toccato il fondo della barbarie si risorge con uno spirito nuovo, forgiato dalla volontà di creare qualcosa di migliore, un mondo intero se possibile. In questo senso vanno le riflessioni di Flora il quale, forte delle sue idee e della propria cultura, considerava ragionevole l’idea di un mondo nel quale la libertà, la capacità di agire e pensare senza costrizioni esercitate da altri, fosse il punto di incontro fra l’intelligenza e la capacità creativa dell’uomo. Nel corso dei cinque anni precedenti (in realtà molti di più se vogliamo considerare i singoli cammini percorsi dalle nazioni europee che hanno portato alla scoppio della guerra) ogni cittadino del continente europeo ha visto la libertà spesse volte invocata a ragione massima e a giustificazione suprema per spiegare l’intervento armato. La libertà è stata associata alla necessità di uno spazio vitale come alla necessità di liberare il mondo dal cancro nazi-fascista. Questo diritto inalienabile alla difesa dall’altro e dunque all’azione diretta è stato esasperato tanto che, torniamo al ragionamento di Flora, l’intelligenza critica e la creatività degli uomini è stata letteralmente dimenticata o, peggio ancora, sfruttata proprio per avvalorare questa libertà interventista. Dunque l’intelligenza si è trasformata in indottrinamento, la creatività in propaganda.

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La guerra termina, i totalitarismi vengono sconfitti e nuovi assetti politici si presentano al mondo. È possibile per l’uomo tornare nuovamente in possesso della propria intelligenza e del proprio lavoro creatore? Secondo Flora sì e, proprio in ragione di quanto esposto sopra, sarà questo a permettere agli uomini l’esercizio della propria libertà.

Il secondo punto particolarmente degno di nota è il ruolo che i “physiciens” dovranno ricoprire. Sotto questo aspetto, ancora una volta, Flora si trova diametralmente opposto a Julien Benda. L’intellettuale francese sostiene la precedenza della scienza sulla letteratura, l’italiano invece crede che anche gli scienziati debbano accogliere l’invito di Goethe, ovverosia cercare il centro della natura nel cuore dell’uomo. Questa inversione di parametri rispetto a Benda è sinonimo, ovviamente, di una diversa visione del mondo da costruire: nelle parole di Benda, lo si è visto, il limite che l’uomo non deve valicare è espresso chiaramente anche se non in modo palese: l’istituzione politica, sia essa nazionale o sovranazionale, rappresenta sempre e comunque l’ultimo stadio di confronto per l’uomo. Tutto ciò che sarà della nuova società che si formerà dovrà essere passato al vaglio di un’analisi attenta e neutrale: una sola lingua di modo che ci si possa comprender tutti, riporre la massima fede e ascoltare attentamente prima di tutto la scienza e la sua pragmatica infallibilità investigativa. Flora esprime esattamente il contrario: è possibile far guidare gli uomini dall’arte, è possibile che il loro “io poetico” venga fuori e proprio questa iniezione di fiducia nel genere umano e fondamentalmente nella bontà dell’arte incarnerà la vera spinta capace di dar vita ad un mondo diverso da quello di prima: più vero, più buono.

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Il fatto che si insista sulla bontà del genere umano non è un caso. Una particolarità pregevole di Flora, a mio avviso, è la capacità di rimettere al centro della discussione seria e teorica sulle future e possibili sorti del mondo temi e parole semplici: non bisogna evitare di lasciarsi prendere da entusiasmi politici poiché non valutati scientificamente, bisogna seguire la propria coscienza; non bisogna cercare di regolamentare le forze e i poteri tra Paesi, bisogna essere più buoni.

Allo stesso modo in cui Flora parla della bontà è anche ben conscio del male che circonda le vite degli uomini. La seconda guerra mondiale ha rappresentato anche due sistemi di vita, due modi di intendere il mondo, che si facevano la guerra tra loro. La minaccia nazi-fascista è stata sconfitta da ciò che nazi-fascista non era (inutile qui specificare se capitalista o comunista). Un regime totalitario è stato sconfitto da chi credeva nella libertà e nel bene:

«“Esprit européen” signifie donc le sens tragique de l’histoire et de sa responsabilité, c’est-à-dire non pas l’espérance naissant de la fatuité, non pas le désespoir inerte, ni les Champs-Elysées, ni les rêves, mais leur rythme, leur lutte pour l’accroissement de la conscience et de la liberté du monde. C’est un rude combat, car le mal n’est pas une ombre, mais un compagnon de la vie comme la mort[7]

La riflessione sul bene e sul male porta, in via conclusiva, a un’ultima riflessione sull’uomo, o meglio, sul genere umano in senso ampio. Si è detto che l’uomo dovrà essere più buono, fare maggior affidamento sul suo io lirico, seguire i moti più naturali del mondo, in una sola parola: essere più sincero. Da questa nuova prospettiva, la tensione pura e semplice dell’uomo nei confronti sia di sé stesso che del mondo che lo circonda, ovverosia il tentativo di instaurare un rapporto di vero scambio tra individui, rappresenta il comune denominatore dell’intero discorso di Flora, di tutto il programma circa la nuova unità europea. Se gli uomini saranno sinceri non potranno nuocersi l’un l’altro, piuttosto si troveranno tutti a vivere in una condizione di rinnovata armonia, la quale guiderà tutti verso una dimensione di comune comprensione, verso una vera e propria unità. In questa chiave è anche possibile analizzare i grandi europei del passato, che ora diventano europei in quanto individui che si sono lasciati guidare dal proprio “io” e quindi hanno vissuto il mondo con autentica sincerità:

«En ce sens, nous pourrons, par exemple, considérer comme européen l’esprit de Dante ou de Pétrarque, de Foscolo, de Bruno, de Campanella, de Palestrina, de Monteverdi ; l’esprit de Racine et de Corneille, de Villon et de Baudelaire et du plus haut Mallarmé, de Bacon et de Keats, etc., même s’ils contiennent en eux des scories que rejettent le classicisme et la liberté, par laquelle l’homme atteint et affirme sa plus profonde sincérité […]

Le point d’arrivée est toujours la pleine conscience humaine et c’est le seul qui importe, le seul qui permette tout à fait de supposer et de rechercher un inconscient.»[8]

Questa dimensione onnicomprensiva che si instaurerà fra tutti gli uomini rappresenterà, più di ogni possibile istituzione politica, la vera realizzazione e concretizzazione dello spirito europeo; lo stretto controllo amministrativo e una piena unificazione politica non sembrano più argomenti convincenti. Le motivazioni che hanno condotto Flora a elaborare questo sistema possono risedere nello studio che egli stesso ha condotto sulla letteratura, in particolar modo quella italiana. La nostra storia, le nostre “premesse”, è fatta per la maggior parte di questo senso di comprensione letteraria che varcava i confini dei vari Stati che si dividevano la penisola: i letterati, i poeti, i filosofi, gli scienziati non avevano esitazione a definirsi come cittadini della Repubblica delle Lettere.

È azzardato supporre, da parte di Flora, una proposta simile: non ce ne sono gli elementi interpretabili tantomeno i luoghi testuali all’interno della sua relazione. Tuttavia ritengo possibile l’ipotesi di una proposta, seppur non esplicita, di quello che si potrebbe definire un “neorinascimento”, ovvero l’auspicio di un continente anche diviso in più stati indipendenti gli uni dagli altri ma dove nonostante tutto le idee, le arti e gli spiriti dei singoli individui non abbiano alcun impedimento alla loro mobilità. Un continente dove l’Arte è il metro di misura per tutto ciò che concerne la vita e la concezione della vita degli uomini.

«Le devoir de l’esprit européen est de reconduire l’homme à la consciente responsabilité des idées et des actions, au rythme et à la synthèse.[…] On ne doit pas chercher l’esprit européen dans une conception politique, à vrai dire bien restreinte, de fédération européenne dont la réalisation est néanmoins difficile, malgré ma conviction que la fonction politique de l’Europe ainsi unifiée pourrait être nécessaire pour atteindre le but vers lequel s’achemine le monde moderne ; mais on doit chercher cet esprit dans une conception d’ordre moral, conception qui découle directement du développement même de la civilisation humaine. Il ne s’agit pas, en somme, de créer une nation de proportions gigantesques, […] Mais il s’agit surtout, dans la situation historique actuelle, de créer une fédération qui, de toutes ses forces idéales et pratiques, vise à réaliser le principe humain qui est la source même de l’esprit européen, […] une vaste société du genre humain.»[9]

 

 

 

[1] Francesco Flora in R.I.G., conferenza del 3 Settembre 1946, p. 42

[2] Ibidem, p. 40, parentesi del testo.

[3] Ibidem, p. 43

[4] Ibidem, p. 47

[5] Ibidem, pp. 49-50, parentesi del testo.

[6] Ibidem, p. 50

[7] Ibidem, p. 51, corsivi miei.

[8] Ibidem, pp. 52-54

[9] Ibidem, pp. 64-65

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C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… parte II

Di Gian Luca Nicoletta

 

Dopo l’introduzione a questo nuovo filone tematico che ho deciso di inaugurare con voi, riprendo il discorso da dove l’avevo interrotto l’ultima volta: siamo a Ginevra e sul palco dei conferenzieri sale il primo intellettuale che, assieme ai suoi appunti, ci illustra come immagina la nuova Europa. Si tratta del filosofo francese Julien Benda. Nel suo intervento, tenuto proprio il 2 Settembre 1946, “monsieur Benda” mette sin da subito in chiaro un punto essenziale dal quale partire: una coscienza dell’Europa intesa come entità spirituale e non solo geografica non è mai esistita.

Il motivo per cui questa coscienza non è mai esistita, e tanto meno esiste secondo lui, è da collegare al fatto che, storicamente, nel panorama civile e politico europeo sono prima nate le singole coscienze locali, le quali dopo si sono trasformate negli Stati sovrani, che a loro volta avevano come primario obiettivo il definire loro stesse e la propria autonomia, in contrapposizione ad un “altro” che incarnava tutto ciò che ogni determinata coscienza locale non era. In questo modo tutti i popoli europei, ognuno con i propri tempi e le proprie mutazioni storico-sociali, si sono autodefiniti in base a ciò che avevano di caratteristico e che non trovavano negli altri. Questo processo non è stato lo stesso per tutti i popoli e non ha portato ai medesimi risultati. Benda pone, come esempi contrapposti a favore della propria tesi, lo sviluppo di due Stati come la Francia e l’Inghilterra in opposizione alla Germania e all’Italia: i primi due hanno dato vita a questo sistema di identificazione del sé e dell’altro già nel medioevo, a partire dal secolo XIV; al contrario la Germania e l’Italia hanno messo in essere questo meccanismo molto più tardi, nel pieno secolo XIX e con tempi e dinamiche ovviamente differenti. Questo punto è fondamentale nell’analisi di Benda, il quale sostiene l’idea di uno Stato visto come un organismo naturale e vivente: composto di più elementi legati gli uni agli altri, tutti devono svilupparsi nelle medesime proporzioni e negli stessi tempi se si vuole sperare di vedere l’intero organismo sopravvivere. Visti gli sviluppi sproporzionati e scoordinati dei popoli europei se ne deduce che l’Europa non è fatta per vivere come un sistema organico: non ne possiede le caratteristiche essenziali. Il ragionamento di Benda prosegue sulla linea degli sviluppi autonomi, giungendo al momento cruciale in cui l’autodeterminazione dei diversi popoli europei ha portato a quella che lui definisce una “catastrophe”:

«j’estime que l’Europe, du moins pour sa plus grande partie, est parfaitement responsable de la catastrophe ; […] en raison de l’attachement de plus en plus profond qu’elle a toujours marqué à ses divisions»[1]

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Julien Benda

La catastrofe rappresenta, per Benda, non solo un semplice sostantivo che identifica la seconda guerra mondiale bensì la tappa di un processo storico preciso; iniziato durante il Medioevo e portato alle estreme conseguenze con lo scoppio del conflitto. L’attaccamento alle divisioni di cui si parla è da collegare sia alle caratteristiche storico-culturali di ogni Stato sia ai meri interessi, primi fra tutti quelli economici, che ogni Stato nutriva per garantire la propria egemonia sugli altri o quanto meno la propria indipendenza sul piano internazionale.

È bene chiarire un punto che può sembrare scontato oggigiorno ma che tuttavia necessita di essere nuovamente messo in evidenza dall’analisi e riflessione critica: per gli uomini e le donne che hanno vissuto con piena coscienza e maturità intellettuale il conflitto, la creazione di un’unità europea (parlare di Comunità a quest’altezza cronologica sarebbe anacronistico nonché azzardato) rappresenta prima di tutto la presa di coscienza concreta di una realtà tangibile: la pace. A quasi settantacinque di distanza dalla Liberazione è invece pensiero comune fra le giovani e giovanissime generazioni che l’Europa oramai sia un’istituzione politica al pari delle altre: per noi è sempre esistita. Dunque è importante considerare, ed interessante rivalutare, questo senso della catastrophe di cui Benda parla.

Con la guerra, tutta una serie di elementi che nel corso del tempo si erano affermati nelle menti degli europei[2] viene distrutta, vediamoli:

  • In ambito politico: la coscienza di valori nazionali e sociali propri della cultura occidentale, il più emblematico fra questi consiste nella netta separazione fra l’ambito religioso e quello politico (in qualunque forma istituzionale sia espresso quest’ultimo);
  • In ambito spirituale il quadro si presenta già diverso: l’ambito artistico e letterario è inteso come molto più dinamico e libero dalle frontiere, tanto che Benda riporta alcuni esempi noti:

«Il est un domaine de l’activité spirituelle où, jusqu’à un temps tout proche, la conscience des particularismes nationaux ne se fit pas sentir, c’est le domaine de l’art, éminemment de l’art plastique. François le Ier appelait Léonard de Vinci pour la décoration de Fontainebleau. Marie de Médicis confiait celle du Louvre à Rubens. Charles-Quint mandait le Titien en Espagne et l’instituait son peintre officiel.»[3]

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Il dinamismo culturale e artistico della prima età moderna faceva ben sperare, a posteriori. La ricca e soprattutto libera circolazione dell’arte e delle idee aveva messo in moto un sistema virtuoso di autocoscienza dell’idea di Europa, anche se questo processo è rimasto sempre e solo un fatto e mai una coscienza.

«une époque qui a vraiment connu la conscience d’un esprit européen, c’est la fin du XVIIIe siècle, avec ces hommes qui, non seulement possèdent une culture cosmopolite donnée par les Jésuites, mais s’en font gloire et y voient une valeur supérieure aux cultures étroitement nationales;»[4]

Il riferimento al secolo dei Lumi è di rigore: quelle che ad oggi rappresentano le grandi menti fondatrici del pensiero moderno, si pensi a Voltaire, a Montesquieu, si sono spese sino all’ultimo nell’accrescere la propria cultura e la propria coscienza, sia letteraria sia civile e politica in senso universale, trasversale.

Nel XVIII secolo nessuno immaginava un universalismo europeo e cosmopolita in chiave politica, ma è chiaro il concetto secondo il quale l’arte e la filosofia fossero dei veri e propri strumenti, utili e necessari, per innalzare lo spirito degli uomini e per renderli culturalmente liberi di muoversi attraverso l’Europa. La mobilità in questo senso è un fattore molto importante: entrano in relazione più individui che si vedono come “altro”, come “diverso” tout court. Il funzionamento del processo identitario prevede una distinzione di piani tra chi identifica l’altro e chi è identificato come tale. Dunque c’è una gerarchia di fondo che viene instaurata, seppur indirettamente, e che vede l’altro sul piano inferiore. Il passaggio sopracitato potrebbe invece essere interpretato come un primo tentativo di superamento di questa gerarchizzazione. Entrano cioè in relazione intellettuali che sono ben coscienti della propria storia politica ma che riconoscono nell’altro alcuni tratti comuni, quali le idee illuministe che si sono diffuse in tutta Europa durante il XVIII secolo.

Benda ad ogni modo accetta la sfida lanciatagli dal comitato ginevrino e si cimenta nella programmazione di una tanto probabile, quanto lontana nel futuro, unità europea. A tal proposito egli sostiene che molte saranno le difficoltà da affrontare e superare, sia in chiave politica che in chiave spirituale, dove intende l’ambito artistico, letterario e filosofico:

«Du point de vue politique. Comparons, toujours pour la clarté de notre exposé, avec le Nouveau Monde. Quand un homme d’outre-mer, au lieu de se sentir citoyen de l’Iowa ou du Maryland, se sent citoyen des Etats-Unis d’Amérique, il se sépare d’une réalité historique à peu près nulle pour s’agréger à une réalité considérable et mondialement considérée. […]»[5]

Il fatto è innegabile: un cittadino degli Stati Uniti, sia che viva in Iowa o nel Maryland non ha problemi ad identificare sé stesso come un cittadino statunitense a tutti gli effetti. Questo perché gli Stati Uniti rappresentano un’entità sociopolitica storicamente e mondialmente riconosciuta. Lo stesso non si verifica in Europa: un Francese, un Tedesco o un Italiano non riescono ad identificarsi come europei perché non c’è una coscienza o tanto meno uno sforzo intellettuale che vada in questa direzione. Benda rende bene l’dea quando dice che l’europeo “lâcherait la proie pour l’ombre”,  “lascerebbe la preda per l’ombra”, ovverosia abbandonerebbe una concretezza stabile per una chimera inarrivabile se dovesse scegliere di identificarsi come europeo piuttosto che Italiano o Francese o Tedesco.

Il fatto che Benda parli di istituzioni mondialmente riconosciute va approfondito, credo che la prospettiva da lui adottata vada presa in considerazione poiché essenziale per comprendere l’intero discorso che stiamo conducendo: nel momento in cui Benda parla di realtà considerabili e considerate egli fa riferimento sì a quella che, oramai, è una programmatica presa di coscienza del mondo che circonda i cittadini di tutte le Nazioni, ma poi è anche un’azione concreta da un punto di vista politico ed istituzionale: riconoscere le realtà culturali-politiche come organismi reali e poi farle fattivamente esistere a livello istituzionale. Riattivare, in chiave legittimante, il processo di identificazione del attraverso la separazione da ciò che non è sé. Dunque caricare di un significato nuovo questo processo quando realtà ben delimitate a livello culturale non riescono ad emergere a livello politico, isolandole da tutto ciò che è diverso per farle sorgere sotto la giusta luce e mettendole in sinergia con queste, così che tutti possano trarne beneficio.

È quindi chiaro ciò che Benda intende parlando di problemi politici: se non c’è un riconoscimento da parte dell’uomo preso nella sua singolarità e preso nel suo far parte di un’istituzione non ci può essere una realtà politica alla quale fare riferimento e con la quale, un giorno, riconoscersi.

In ambito spirituale, questa volta, parte del procedimento esposto sopra si è già concluso: le singole nazioni europee hanno provveduto a darsi una cultura e delle caratteristiche ben specifiche. Il problema è metterle in relazione le une con le altre:

«Dans l’ordre spirituel, culturel […] c’est la culture française, la littérature française, la littérature allemande, la littérature italienne, anglaise, scandinave, russe, ce n’est pas la littérature européenne, la quelle n’existe pas, n’a jamais existé, ne serait-ce que du fait qu’il n’y a pas de langue européenne. […] »[6]

Ancora una volta Benda torna sul tema del riconoscimento. In Europa ci sono e sono ben affermate la cultura francese e la sua letteratura, ciò vale anche per tutte le altre nazioni ma di espressamente europeo cosa c’è? Nulla. Gli unici che pare vedano qualcosa di europeo sono “gli americani, loro, parlano di un romanziere europeo”. Il punto in questione è di difficile interpretazione in quanto lascia in sospeso due considerazioni che rimandano al medesimo problema: è vero fino in fondo che gli “Americani” vedono un elemento comune a tutti gli europei che però non definiscono, o piuttosto questo elemento esiste realmente ma sono gli europei a non vederlo? La verità di questa considerazione dove si trova? Negli europei che, dal punto di vista di Benda, non riescono a far sistema o fra gli americani che questo sistema vedono, poiché se è vero che riescono a definirlo è altrettanto vero che lo considerano come “altro” dal loro, dunque una realtà di fatto? Il problema rimane irrisolto poiché Benda punta ad altro: il suo posizionamento in quanto intellettuale, francese, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, non gli consente di prendere pienamente atto di questa duplice sfaccettatura che hanno le sue parole.

Anche coloro che vivono oltreoceano, dunque, non riescono a vedere qualcosa che vada oltre una mera espressione geografica per quanto riguarda l’essenza, lo spirito, del nostro continente. Il percorso è compiuto solo a metà, dagli estranei che europei non sono e che dunque non hanno particolare interesse a comprenderne i significati profondi ma solo ad identificare la letteratura europea. All’interno, in Europa quindi, c’è invece il vuoto assoluto: nessun europeo ha veramente idea di cosa rappresenti questa relazione fra popoli, nessuno pare comprendere sino in fondo che è giunto il momento di tirare le somme di una storia lunga secoli e vedere quali sono i risultati di questa vicinanza.

Per tentare questa complicata operazione, Benda sostiene che si debba far ricorso a tre mezzi fondamentali, senza i quali non si potrebbe far nulla:

  • Una profonda riforma, a livello europeo, dell’insegnamento della storia nelle scuole;
  • Una seria campagna in favore di una lingua sovranazionale da parlare in tutto il continente;
  • Dare la precedenza, sia morale che pragmatica, alle scienze pure sulla letteratura. Poiché le prime sono universali e si fondano sulla parte razionale dell’essere umano mentre la seconda è individuale e locale.

 

La riforma della Scuola:

Benda  lamenta come nella sua esperienza di allievo abbia incontrato sempre e solo docenti di storia la cui missione fosse quella di educare le giovani menti ad amare ed apprezzare la propria storia nazionale. Dunque conoscere a memoria tutte le vittorie che il regno di Francia ha celebrato nel suo cammino ma allo stesso tempo accantonare le sconfitte: questo non è più possibile se veramente si vuole costruire l’unità europea.

L’insegnamento della storia in tutte le scuole d’Europa deve necessariamente cambiare. La concentrazione dei docenti deve focalizzarsi non più sulle singole personalità che hanno dato vita ai moti di affermazione nazionale, non più e non solo. Per creare una nuova unità europea è fondamentale prendere in esame prima di tutto quegli animi che vedevano l’Europa sì come un sogno, ma anche come una meta da raggiungere. Un cambiamento di paradigma che, a lungo termine, coinciderà con un cambiamento di forma mentis, di concezione dell’idea di Europa. Grazie al donare più spazio, in ambito didattico, a coloro che si sono spesi per l’unità europea o per il progetto di questa sarà poi possibile creare le menti dei nuovi europei.[8] Benda è altresì conscio del fatto che ragionando e concentrandosi su grandi sistemi comprensivi di diversi popoli, necessariamente andranno perse alcune specificità che ad oggi consideriamo fondamentali. Questo rappresenta un prezzo da pagare se si vuole giungere ad un’idea unitaria di spirito europeo. Nella formazione di un “canone” storico di riferimento per un intero continente è inevitabile privilegiare degli elementi essenziali per scartarne degli altri. La gerarchizzazione delle conoscenze non può prescindere da questo progetto:

«là encore, dirai-je aux éducateurs désireux de faire l’Europe, il vous faudra représenter à vos ouailles que ces hommes d’autrefois furent grands avec leurs yeux uniquement fixé sur des grandes synthèses humaines, leur volonté d’ignorer les passions particularistes de leur temps ; […] Il nous faudra proposer à l’Europe des héros de l’idée européenne.»[9]

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Una campagna in favore di un’unica lingua europea:

Questo secondo passaggio dei tre fondamentali è, per Benda, particolarmente cruciale: più della scuola è la lingua ad unire i popoli e dunque in questo senso devono muoversi le politiche di tutti i Paesi europei. La lingua eletta sarà la lingua dell’amministrazione, della politica e sarà per tutti la lingua con cui poter muoversi liberamente. Nonostante specifichi che questa lingua unica rappresenterebbe di fatto una lingua seconda, seppur la medesima lingua seconda per tutte le generazioni a venire, il campo linguistico è stato e rimane l’unico campo dove in assoluto nessuno intende cedere alle convinzioni altrui, neanche per un bene comune. La lingua che secondo Benda può onorare questo alto scopo è la lingua Francese:

«Cette langue, selon moi, c’est le français, à cause d’un caractère que les pires ennemis de la France lui ont reconnu, d’ailleurs souvent pour l’en disqualifier (voir les romantiques allemands) ; à savoir sa rationalité, c’est-à-dire la faculté qu’elle a, en vertu de ce caractère […] d’offrir à une plus grande variété d’hommes un terrain d’entente et de rencontre»[10]

Secondo il filosofo, la lingua francese rappresenta un’ampia piattaforma linguistica di incontro e confronto fra gli uomini. Questo carattere onnicomprensivo viene affidato al francese poiché dotato di una caratteristica unica, che ci collega al terzo punto delineato da Benda: il francese è l’idioma più adatto alla scienza che alla letteratura.

“La precedenza conferita alla scienza sulle letterature, ai prodotti dell’intelligenza su quelli della sensibilità”

La questione si presenta chiara agli occhi di Benda: consentire agli studi di tipo scientifico di avere “la precedenza” su quelli letterari ed umanistici.

Cerchiamo dunque di meglio definire questa precedenza: qual è dunque il valore da attribuirle? Credo che l’accezione più adatta e calzante ai fini del nostro discorso sia quella culturale; ovverosia adottare a livello sociale, e quindi conseguentemente culturale, una prospettiva che permetta alla società (civile, politica ed intellettuale) di dare una maggior rilevanza ed evidenza a ciò che è tecnicamente infallibile, a concetti e nozioni sulle quali non è possibile esprimere nulla di personale che non sia un’ipotesi di lavoro.

La netta separazione fra scienza e letteratura si collega bene al ragionamento di Benda, richiamando il percorso già visto dello sviluppo delle piccole identità politiche che si sono trasformate negli Stati moderni. L’unica eccezione può essere fatta per la letteratura che si propone come scientifica, essendo per costituzione più vicina alla descrizione del vero:

«il est évident que si nous voulons créer un esprit supernational, ce n’est pas elle (la littérature) que nous devons présenter pour suprême valeur, mais la littérature de tonalité scientifique»[12] 

La letteratura è parte integrante di questo processo poiché scritta da persone i cui spiriti artistici e critici sono completamente immersi in questo clima nazionale-locale. Le realtà descrivibili possono essere in conflitto fra di loro ma la contraddittorietà tra le storie narrate non entra in questo campo dove i lettori accettano senza discutere le realtà loro proposte.

La scienza non consente nulla di tutto ciò. Gli studi e gli esperimenti partono da intuizioni particolari e puntano all’astrazione universale, di modo che nessuno possa mai mettere in dubbio ciò che è.

Dunque questa precedenza delle scienze rappresenterebbe il vero motore per creare un’unità europea. Creando una società nella quale le realtà universali prevalgono su quelle locali, dove la lingua delle istituzioni è anche la lingua di tutti i componenti di questa società e dove il sistema scolastico punta la maggior parte delle sue energie sullo studio e l’apprezzamento degli eroi del sogno europeo. Una volta soddisfatte queste esigenze fondamentali, solo allora, si avrebbero delle ottime basi sulle quali dare vita ad un’unica nazione e finalmente giungere alla fratellanza fra tutti i popoli d’Europa.

«La formation de l’Europe impliquera pour les nations l’acceptation de cette idée, à laquelle, il faut bien le dire, elles semblent fort peu acquises : l’idée de sacrifice.»[13]

 

 

 

[1] Julien Benda, “Rencontres Internationales de Genève” (d’ora in poi R.I.G.) 2-14 Settembre 1946, p. 6, corsivo mio. Tutti gli interventi presenti in questa edizione sono redatti o tradotti in lingua francese.

[2] Col termine “europei” si intendono, in questa sede, tutti gli abitanti del continente Europa. Significati più spirituali, politici o diversi da quello prettamente geografico saranno specificati di volta in volta.

[3] J. Benda, R.I.G. p. 16

[4] Ibidem, p. 14

[5] Ibidem, p. 19

[6] Ibidem, p. 20, corsivi miei.

[7] Ibidem, p. 22, parentesi mia.

[8] Questa accezione del termine “europei” deve essere invece collegata non a un’appartenenza geografica bensì ad un’appartenenza culturale ad un’entità che è anche politica.

[9] J. Benda, op. cit. pp. 24-26

[10] Ibidem, pp. 27-28, parentesi del testo.

[11] Ibidem, p. 28, corsivo del testo.

[12] Ibidem, p. 30, parentesi mia.

[13] Ibidem, pp. 36-37.

C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… parte I

Di Gian Luca Nicoletta

 

Da tempo volevo dar vita a una seconda rassegna tematica che avesse come filo conduttore la letteratura e l’impegno intellettuale. Ho quindi deciso, come proposito per l’anno nuovo, di spingermi più in là rispetto all’ultimo articolo dedicato a Piero Gobetti o a quello sul discorso di Eugenio Montale e di parlarvi sempre di intellettuali, ma non solo, che hanno proferito le loro parole da più parti d’Europa: Francia, Inghilterra, Italia, Spagna e Germania. Spero apprezzerete questo viaggio e sarò molto curioso di leggere le vostre riflessioni in merito. Siete pronti? Allora dizionari alla mano, si parte!

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Ginevra, 1946, 2 Settembre… lunedì.
Ha inizio in questa città un viaggio che mi auguro ci porterà lontano. In quest’occasione ha luogo la prima di una lunga serie di conferenze, e questa in particolare si chiuderà il 14 dello stesso mese, cui partecipano intellettuali, scrittori, teorici della letteratura, filosofi e critici provenienti da diverse parti delle macerie del continente.

Queste conferenze hanno tutte lo stesso titolo introduttivo, “Rencontres Internationales de Genève“, e ognuna ha un suo specifico sottotitolo, in questo caso “L’esprit européen“. Nascono da un sentimento comune, condiviso dalla gran parte degli intellettuali europei sopravvissuti al conflitto da poco conclusosi. In un quadro politico e storico come quello che si delinea all’alba del 1946, Ginevra non è da considerare semplicemente come uno dei pochi luoghi rimasti intoccati dai bombardamenti ma anche, e soprattutto, come il centro quasi geometrico di un’Europa che, allora, non superava i confini di quel che restava della Germania da poco divisa e da quelli delle regioni balcaniche che si affacciano sul Mediterraneo.

Come vi accennavo, il tema di questo primo e fortunato incontro ci dà la cifra di quale sia il pensiero che si trova al centro delle riflessioni di questi luminari dell’Arte: lo spirito europeo, tema tanto vasto quanto difficile da cercare di comprendere ancor prima che da studiare. Possiamo affermare che un evento del genere non si era mai verificato nel corso della storia del genere umano ed era chiaro a tutti che la fine della guerra costituisse, di fatto, una cesura col mondo precedente; con l’idea di quel mondo. Gli intellettuali che si riuniscono a Ginevra cercano di comprendere in quale modo questa cesura possa rappresentare un’opportunità per creare qualcosa di nuovo.
Sia ben chiaro: terminata la seconda guerra mondiale le istituzioni statali erano vive e operanti, dunque sarebbe errato e fuorviante immaginare gli intellettuali di cui vi parlerò come delle figure super partes che antepongono la speculazione intellettuale all’autogoverno post-bellico. Partendo ognuno dalle proprie esperienze civili e politiche, tutti si rendono conto innanzitutto che il proprio spazio politico nazionale non è più isolato ma anzi ben connesso con altri spazi contro i quali si era combattuto fino a poco tempo prima; e che poi questi spazi erano destinati a cooperare sinergicamente. Il nodo da sciogliere è: in quale forma? Alleanze, federazioni, un nuovo Stato unitario e politicamente monocolore? Nella mente di tutti era chiaro che il modello della “Società delle Nazioni” ideato dal presidente statunitense Wilson e già da tempo fallito non era in nessun modo riproponibile. Era necessario creare qualcosa di nuovo e rivoluzionario, un sistema che avrebbe avuto non solo la funzione di eterno monumento alla pace ricostituita ma anche un modello sia per le generazioni future che per gli altri continenti del pianeta.

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La prima voce che ascolterete, e di cui vi parlerò nel prossimo articolo, sarà quella di un filosofo francese, nato a Parigi nel 1867. Si tratta di Julien Benda.