Isolamento: lo stare soli e l’esserlo in 15 personaggi da romanzo

Di Andrea Carria

Ricorderemo questo periodo per la paura e l’isolamento. Non eravamo più abituati a stare soli, credevamo che la vita sociale fosse un diritto, una libertà, una conquista inalienabile, ma non era così. Alla prima, grande crisi di portata mondiale siamo stati costretti a riscrivere le nostre abitudini, prendendo atto che molte di quelle che consideravamo necessità autentiche sono solo mode e stili di vita sacrificabili. Fortunatamente, grazie alla tecnologia e ai social, la nostra non è una vera solitudine: amici, parenti e fidanzati continuano a entrare e uscire dalle nostre case attraverso gli schermi dei computer e degli smartphone; la loro voce ci raggiunge al telefono in ogni momento e possiamo perfino ritrovare i loro volti per mezzo delle videochiamate. Così, se al mondo d’oggi è quasi impossibile sperimentare il vero isolamento, potrebbe essere incoraggiante convincersi che, nella peggiore delle ipotesi, siamo momentaneamente distanti gli uni dagli altri soltanto nello spazio.

I 15 esempi letterari che vi propongo oggi si ispirano a queste considerazioni. Mi piacerebbe che fossero 15 casi di isolamento o solitudine moderna su cui potessimo meditare tutti insieme (e magari andare anche a rileggere) in queste settimane di distanziamento sociale. Pure questo potrebbe essere un modo per sentirsi tutti un po’ meno soli e un po’ più uniti.

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1. Henry D. Thoreau. L’esempio da cui faccio partire la nostra, piccola rassegna letteraria non è un’opera di fiction ma un’esperienza realmente vissuta. Walden ovvero Vita nei boschi (1854) è un racconto autobiografico di Henry D. Thoreau, filosofo e scrittore americano che per circa due anni visse da solo in una capanna da lui costruita sulle rive del lago Walden, in Massachusetts. In questo fortunatissimo scritto, Thoreau concepisce l’isolamento che si è imposto come la strada per ritrovare un contatto diretto con la natura. Lavorando per sostenersi in un regime che si potrebbe definire di “autarchia naturale”, Thoreau ha ricordato ai suoi contemporanei la condizione originaria degli uomini, portando altresì testimonianza di come una vita buona e bella non abbia alcun bisogno delle comodità e degli eccessi di uno stile di vita progredito.

2. Fëdor M. Dostoevskij. Dostoevskij compare a buon diritto in questa rassegna facendo le veci dell’anonimo protagonista delle Memorie dal sottosuolo (1864). Precursore di tutti gli inetti del Novecento letterario, questo personaggio ha consapevolmente scelto di chiamarsi fuori dalla competizione sociale ritirandosi in disparte a covare il proprio risentimento verso il resto del mondo. A suo parere la società è in debito con lui: incompreso e dotato di una coscienza sensibilissima che definisce «ipertrofica», l’uomo del sottosuolo progetta in segreto la propria rivalsa, ma, quando finalmente arriva il momento di agire, esita e perde ogni motivazione, rintanandosi di nuovo a leccarsi le ferite: la cosa che sa fare meglio in assoluto, nonché l’unica che sia veramente in grado di consolarlo.

3. Des Eissentes. Questo distinto signore aristocratico è il protagonista di Controcorrente, romanzo di Karl-Joris Huysmans del 1884, il quale, annoiato del mondo e  del tutto disinteressato a esso, si crea un rifugio appartato che arreda secondo i propri gusti eccentrici. Des Eissentes è un esteta, uno studioso, ma è anche un vero egoista e un misantropo. L’isolamento, lui, se lo autoimpone perché profondamente sdegnato. Fin da piccolo ha dimostrato di avere interessi molto selettivi e, crescendo, si è reso conto, per giunta, che il mondo e gli uomini hanno ben poco di interessante da offrirgli. Rintanato nella sua dimora, Des Eissentes spende le sue giornate dirimendo sofisticati problemi estetici e attardandosi su aridi intellettualismi, a scapito non solo della sua umanità — ormai irrimediabilmente compromessa — ma anche della tessitura narrativa del romanzo, tecnicamente un antiromanzo che è anche il primo esempio di romanzo-saggio identificato dalla critica letteraria.

4. Septimus. L’isolamento di Septimus, personaggio specchio di Mrs Dalloway, protagonista dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf (1925), è l’isolamento in cui sono sprofondati migliaia, forse milioni di soldati alla fine della Prima guerra mondiale: incapaci di superare il dramma delle trincee, delle bombe e degli stenti, questi uomini condussero il resto delle proprie esistenze inseguiti dai fantasmi dei compagni morti e da una serie inimmaginabile di incubi. Nel romanzo, il destino tragico di Septimus rappresenta quello che Woolf vuole evitare alla sua protagonista, anch’essa schiacciata da una quotidianità disarmante in cui i fiori e i bei vestiti che la circondano servono solo a nascondere una solitudine che l’ipocrisia sociale impone di mettere al bando.

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5. Josef K. Con Kafka i casi di isolamento non si contano nemmeno; se fra tutti ho scelto di parlare del Processo (1925) è perché si tratta di un esempio che finora non abbiamo incontrato e che altrimenti non incontreremo. Josef K., impiegato bancario, scopre con sgomento di essere solo e impotente quando due inviati del tribunale gli notificano che è stato intentato un processo nei suoi confronti. Josef è incredulo, pensa si tratti di uno scherzo, ma quando i due uomini se ne vanno senza arrestarlo né avergli dato alcuna informazione riguardo all’entità del reato non sa più cosa pensare. Decide di mettersi subito in moto per cercare di capirne di più e magari di difendersi, ma ben presto si rende conto che a nulla varranno i suoi sforzi. Contro le inspiegabili e capziose procedure della macchina burocratica non esiste infatti rimedio, e all’individuo non resta che soccombere in silenzio abbandonato da tutti, perfino dalla razionalità.

6. Harry Haller. Se c’è un esempio che proprio non poteva mancare, questo porta il nome del protagonista del Lupo della steppa, famosissimo romanzo di Hermann Hesse del 1927. Un po’ personaggio di fantasia e un po’ alter ego dello scrittore, Haller è un intellettuale di mezza età in preda a una drammatica crisi esistenziale. Ha conosciuto il successo e la ricchezza, eppure adesso si ritrova a vivere nella stanza in affitto di una locanda, evitando accuratamente contatti e visite. Tuttavia non sono né ciò che ha perduto né l’isolamento attuale ad angustiarlo di più, quanto la sua duplice identità di borghese colto, da un lato, e quella di asociale misantropo, dall’altro. Proprio come un solitario lupo della steppa, anche lui si aggira guardingo e famelico ai margini della società, aspettando il momento propizio per compiere il balzo: da una parte oppure dall’altra.

7. Mersault. Con il protagonista dello Straniero, romanzo che ha rivelato Albert Camus nel 1942, l’isolamento diventa una questione di libertà. Mersault è un uomo normale, un impiegato di Algeri che ha perduto ogni bussola morale e metafisica, ma che in compenso ha scoperto di avere un raggio d’azione potenzialmente illimitato. Questa conquista — frutto di una maturazione riguardo al vero stato della realtà, nella quale l’uomo è solo con la sua libertà di agire — lo conduce dritto verso l’isolamento: l’isolamento dell’uomo libero e consapevole all’interno di una società ancora stretta nelle proprie credenze e convenzioni, verso le quali essa cercherà in tutti i modi di ricondurlo.

8. Corrado. C’è poi l’isolamento dettato dal senso di inadeguatezza nei confronti dei tempi che corrono, come quello descritto nella Casa in collina di Cesare Pavese (1948). Siamo nel pieno della Seconda guerra mondiale e Corrado, il protagonista, si ritira in campagna per mettersi preventivamente al riparo. Come Des Eissentes, anche lui cerca da solo l’isolamento, con la differenza però che Corrado è stato portato verso questa scelta dalle circostanze. In un mondo in guerra dove gli uomini sono chiamati a combattere, lui, professore, fa parte di quella minoranza che non ha mai dismesso gli abiti civili. Ciò è alla base del suo senso di inadeguatezza, della sua volontà di separarsi ulteriormente cercando asilo, per pudore, in campagna, dove sono rimasti solo donne, anziani e bambini, di fronte ai quali non dovrà più vergognarsi.

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9. Malone. L’isolamento clinico è la realtà raccontata in Malone muore, il secondo romanzo della trilogia di Samuel Beckett, pubblicato in Francia nel 1951. Cosa si sa di Malone? A dire il vero molto poco; di certo è che egli si trova costretto in un letto d’ospedale (ma potrebbe anche essere quello di un ospizio e perfino un manicomio), che è in là con gli anni, non ha la possibilità di muoversi e che tutto quel che rimane dei suoi averi sono una matita e della carta. Data la sua condizione, Malone inizia a scrivere: il risultato sono alcune delle pagine più belle, allucinate ed estranianti della letteratura mondiale.

10. Athos Fadigati. Da medico rispettabile a reietto: è questa la triste parabola di Athos Fadigati, personaggio del romanzo di Giorgio Bassani del 1958, Gli occhiali d’oro. Otorinolaringoiatra veneziano trapiantato a Ferrara, Fadigati precipita ai gradini più bassi della scala sociale a causa di un amore sciagurato: il ragazzo con cui ha una relazione si sta infatti prendendo gioco di lui, spillandogli denaro mentre ferisce senza pietà i suoi sentimenti. Quando la loro storia diventa di dominio pubblico, la situazione, già imbarazzante, precipita. La relazione finisce nel peggiore dei modi e Fadigati si ritrova solo e completamente emarginato a fare i conti con un’Italia, quella fascista degli anni Trenta, in cui un omosessuale che veniva scoperto come tale non poteva certo sperare in un futuro di rallegramenti.

11. La madre. Isolamento e paura sono l’unica realtà conosciuta dalla madre di Gonzalo Pirobutirro nella Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda (1963). Costretta a vivere con il figlio scontroso e irascibile, la donna ne subisce tanto gli sbalzi d’umore quanto il disprezzo manifesto in pagine ricolme di acrimonia e che in parte riflettono il vissuto biografico dell’autore. Il personaggio dell’anziana donna, che nel finale è vittima di un’incidente che il romanzo (mai compiuto) lascerà in sospeso, è una figura triste, subordinata e impotente che presenta fosche affinità con le problematiche attuali nei rapporti di genere.

12. George. In risposta ideale al romanzo di Bassani, inserisco quello di Christopher Isherwood Un uomo solo (1964), il cui protagonista, George, docente a Los Angeles, è seguito dalla penna dello scrittore lungo un’intera giornata. Solo dopo la scomparsa del proprio compagno, George si barcamena fra una routine che non ha più niente da dire e un lutto che non si lascia elaborare. La solitudine è un vuoto da riempire con sbronze e incontri occasionali, la vita un indumento vecchio e consunto che gli scivola di dosso — ma comunque senza fretta — tanto che il problema più grosso di George, che ha regolato da tempo i conti con la propria identità sessuale, è capire come poter sopravvivere fino alla morte.

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13. Saurau. Il principe Saurau è un personaggio centrale di Perturbamento, romanzo di Thomas Bernhard del 1967. Egli risiede nel suo castello in una vallata alpina della Stiria, in Austria, un luogo di per sé remoto e che favorisce l’isolamento. Nel castello, il principe vive da autorecluso: fuori — sostiene — è il luogo da dove provengono tutte le minacce e le insidie. Vittima in primo luogo della sua nevrosi, Saurau si comporta come se fosse costantemente sotto assedio, permettendo soltanto a pochissime e selezionatissime persone di varcare il cancello della propria dimora, nella quale il principe è prigioniero, sì, ma soltanto dei retaggi e delle allucinazioni partorite dalla sua mente.

14. Budai. L’isolamento dal quale viene inghiottito invece il professor Budai in Epepe di Ferenc Karinthy (1970), è un isolamento linguistico che inevitabilmente si allarga a tutta la sua sfera sociale. Le disavventure del professore iniziano quando un aereo sbagliato lo conduce in una metropoli sconosciuta e affollatissima dove le persone si esprimono in un idioma incomprensibile mai sentito prima. Il romanzo ruota intorno alle disavventure e agli sforzi inauditi di Budai per instaurare un primo contatto. La sua lotta testarda contro un isolamento che pare irreversibile è infatti l’unica possibilità che gli resta per tornare a far parte della società e riappropriarsi così anche della sua vita.

15. Roberto. Infine, includo in questa rassegna un personaggio nato dalla fantasia di Umberto Eco, che nel metaromanzo L’isola del giorno prima (1994) immagina la storia di un Robinson ante litteram — Roberto de la Grive; Roberto, appunto — che nel 1643 si salva da un naufragio rifugiandosi a bordo di una nave abbandonata nei remoti Mari del Sud. Inizialmente a fargli compagnia è padre Caspar, l’ultimo membro dell’equipaggio ancora in vita, ma, quando anche il religioso lo lascia, Roberto, assillato dai ricordi, dalle allucinazioni e da un progetto letterario a cui ormai si dedica anima e corpo, tocca i confini estremi dell’estraniazione umana. L’isola che può solo ammirare dalla nave è la misteriosa isola del giorno prima, l’isola dove ieri e oggi si congiungono quasi per magia, ma che Roberto, incapace a nuotare, sembra destinato a non poter raggiungere.

Un romanzo non romanzesco: “Epepe” di Ferenc Karinthy

di Andrea Carria

Pochi libri si presentano meno intellegibili di Epepe, romanzo di Ferenc Karinthy. Perfino la copertina della sua nuova edizione italiana, apparsa nella collana “Gli Adelphi” lo scorso autunno (2017), costituisce un piccolo rebus: sfondo nero con cornice rossa, l’unica immagine che si offre agli occhi del lettore è un’enigmatica maschera di donna posta di trequarti, dove a spiccare sono il copricapo dorato a forma di casco e il rosso intenso delle labbra. Completano la copertina le scritte bianche nella metà superiore: il nome dell’autore (un classico? un contemporaneo?) e l’unica parola, apparentemente priva significato, del titolo.

Ora, il lettore più esperto avrà senz’altro riconosciuto in Ferenc Karinthy un nome e un cognome ungheresi, ma non è scontato che sia riuscito a inquadrarne anche la biografia.

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Karinthy nacque a Budapest nel 1921 da Frigyes Karinthy, noto scrittore del suo tempo ricordato soprattutto per aver formulato la teoria dei sei gradi di separazione, e da Aranka Böhm, psicanalista ebrea morta nel 1944 ad Auschwitz. Compì studi letterari e linguistici, e fino al 1956, anno della Rivoluzione, fu esponente del Partito comunista ungherese. Viaggiò molto (Europa, America, Asia), ma visse in Ungheria per gran parte della vita. Nella sua carriera ha pubblicato romanzi e drammi teatrali, ma è stato anche traduttore, giornalista, autore di programmi radiofonici e non da ultimo campione di pallanuoto. In italiano sono attualmente disponibili soltanto due suoi romanzi, editi entrambi da Adelphi: Epepe (prima edizione 2015) e Tempi felici (2016), ambientato in Ungheria durante la Seconda guerra mondiale.

Bene, questo a proposito dello scrittore; ma Epepe? Che parola è? Ungherese, forse? E perché allora non è stata tradotta? Che vorrà mai dire? Neanche a dirlo, per rispondere, bisogna prima leggere il libro.

Dirò subito che Epepe non è una lettura per centometristi. Malgrado la lunghezza modesta, il libro di Karinthy richiede al lettore molta pazienza e per più motivi. Prima fra tutti è il tema stesso del romanzo, incubo che giace nell’inconscio di qualunque viaggiatore: il protagonista, il professor Budai, all’aeroporto di Budapest si imbarca sul volo sbagliato e, invece di atterrare a Helsinki dove sta per svolgersi la conferenza alla quale è atteso, si ritrova in una città sconosciuta in cui si parla un idioma che lui, linguista accreditato nonché poliglotta, non ha mai sentito prima. Sconcertato, Budai prova con decine di lingue diverse, ma nessuno degli abitanti di quella che apprende essere una metropoli densamente popolata, dove si formano code lunghissime dappertutto e per le strade si avanza a furia di gomitate e spintoni, pare conoscerle. Non solo. Quelle persone sembrano addirittura sprovviste della volontà di capirlo, poiché Budai si dà un gran daffare fin da subito, e dove le parole non servono ricorre ai gesti e ai disegni. Ma niente: tutti smettono di considerarlo dopo pochi istanti d’incomprensione, e a nulla serve insistere.

Leggendo le pagine di questo «strano libro», come Emmanuel Carrère lo etichetta nella prefazione di questa seconda edizione adelphiana, Franz Kafka è il primo autore che ci viene in mente. Non senso, estraniazione, assurdo, allucinazioni surreali: in Epepe ritroviamo queste e altre tematiche kafkiane, così come pure le ambientazioni di certe scene richiamano luoghi famigliari allo scrittore praghese. Tra le opere di Kafka e il libro di Karinthy esiste tuttavia una differenza sostanziale: nelle prime un mondo irragionevole persegue il malcapitato Josef K. di turno, il quale, da parte sua, fa di tutto per sfuggirgli oppure per penetrarvi; nel secondo invece un mondo ancora più indecifrabile si imbatte per caso in Budai, un uomo fuori posto e che non trova posto, ma, anziché braccarlo secondo la prassi kafkiana, lo ignora completamente e si comporta come se non esistesse.

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L’incomunicabilità è il tema centrale di Epepe, ma al tempo stesso è anche qualcosa di più: è l’artificio che inibisce lo svolgimento più tipico della trama e, di riflesso, il trampolino usato da Karinthy per individuare soluzioni narrative inusuali.

Chiunque abbia provato a scrivere una storia sa che l’incontro del protagonista con gli altri personaggi è la regola aurea per uno svolgimento efficace. Destinando Budai all’incomunicabilità, Karinthy sembra cacciarsi in un vicolo cieco, precludendosi il più basilare degli sviluppi narrativi. In un libro di poco più di duecento pagine, centocinquanta sono occupate dalle descrizioni minuziose dei luoghi che Budai visita o dalla rassegna degli infruttuosi tentativi che fa per comunicare, orientarsi o andarsene da lì. Uno svolgimento lineare, progressivo, dialettico, ottenuto mediante una normale interazione fra i personaggi e l’ambiente si presenta in rarissime occasioni.

Una delle più grosse particolarità di Epepe è infatti l’autoreferenzialità delle sequenze narrative. Le scene non giungono a piena integrazione fra loro né si innestano le une nelle altre secondo il tipico sviluppo consequenziale, ma riconducono il protagonista sempre al punto di partenza. Budai si avvale pochissimo dell’esperienza maturata nei suoi giri in città (al massimo se ne serve per ritrovare la strada dell’albergo dove per puro caso alloggia), e ancora meno può contare sui suoi contatti umani, inesistenti all’inizio come saranno inesistenti alla fine. Ambiente, persone, comportamenti: ogni cosa, in quel posto, sembra remare contro la sua volontà comunicativa e sociale. Un giorno, per esempio, vede (o crede di vedere) un uomo con in mano una rivista ungherese (la prima scritta che può leggere e capire dopo settimane!), ma la folla che intasa il metrò li spinge in direzioni opposte impedendo loro di incontrarsi:

«Poteva sperare di incontrarlo di nuovo, lui o un altro compatriota, oppure uno straniero di un’altra nazionalità: la prossima volta le circostanze sarebbero state meno sfortunate, e finalmente lui avrebbe chiarito tutte le questioni in sospeso».

In fondo Budai è un ingegnoso caparbio, ma non saranno le sue speranze né il cocciuto studio della lingua in cui si immerge a condurlo da qualche parte. Quelle due o tre espressioni che apprende sono infatti merito della sola persona con la quale riesce a stabilire un abbozzo di comunicazione: l’ascensorista bionda dell’albergo che forse – ma Budai non lo saprà mai con certezza – si chiama Epepe.

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Il contatto che Budai stabilisce con la ragazza (Epepe? O forse Pepe? Dede, Tete, Bebebe? Magari Diedie?) è l’unico luogo del romanzo in cui la narrazione sembra potersi incanalare in un comune svolgimento. Si vedono per pochi minuti al giorno, durante le pause che la ragazza si prende dal lavoro, ed è qui, fra una sigaretta e l’altra, che Budai comincia ad apprendere. Poco, per la verità; la comunicazione rimane difficilissima e procede a rilento, ma per Budai è già un grandissimo risultato. Lo è anche da un punto di vista narrativo, dato che fra lui e la ragazza sembra nascere una simpatia che li condurrà a uno sbrigativo amplesso.

La loro tresca rappresenta il momento più narrativo di Epepe, lo snodo che il lettore ha atteso a lungo, la complicazione che dà un po’ di ossigeno al carattere autistico del libro. Ma non ci si faccia illusioni. Come pentito o spaventato da questa deriva fin troppo romanzesca, Karinthy ne tronca ogni possibile evoluzione privando il protagonista del suo unico punto fermo: uscito per fare acquisti, al suo ritorno in albergo Budai scopre non solo che la sua stanza è stata ceduta, ma che come ospite la sua presenza là dentro non è più gradita. Per strada, senza una spiegazione, privato dei suoi pochi effetti personali, lontano da Epepe che non ha idea di come rintracciare, Budai viene riassorbito dal gorgo del non senso e la storia riprende la piega alla quale ci aveva abituati.

Quando prima ho detto che Epepe non è una lettura per centometristi mi riferivo a quei lettori che cercano nella trama un rispecchiamento immediato delle proprie aspettative. Questi lettori – come ogni lettore, in fondo – si attendono delle risposte ai problemi sollevati dalla complicazione e chiedono allo svolgimento di essere all’altezza del compito. In questo Epepe è invece ambiguo, se non addirittura contraddittorio: cattura immediatamente l’attenzione del lettore, ma al tempo stesso la frustra continuando a ingarbugliare il bandolo all’interno della matassa. È come se Karinthy giocasse a fare il gatto con un topo, il lettore, che accetta la sfida a suo rischio e pericolo e che non si lascia impressionare dalla minaccia postmoderna di una non-narrazione.

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Ma allora perché perdere tempo a leggere Epepe, un libro che sembra non condurre da nessuna parte e che rischia costantemente di mettere a repentaglio il fine stesso dell’intrattenimento? Non lo so; in tutta onestà, non lo so. È un libro avvincente? Neanche troppo; come succede anche per i libri del già ricordato Kafka, non è un romanzo che rileggerei perché bello o piacevole alla maniera consueta. È un libro interessante? Certo, interessante lo è di sicuro; tutto quello che ho detto fin qui è una conseguenza dell’interesse che suscita. Ma non è nemmeno questo. O almeno non lo è per me… più che altro non riesco a togliermelo dalla testa. A distanza di settimane, mesi, è ancora lì, con la sua copertina nera impressa davanti agli occhi come se l’avessi appena chiusa, e le disavventure di Budai vicine come un caro amarcord.

E poi, quel finale… un’immagine di una leggerezza che non ti aspetteresti di trovare a conclusione di una storia illogica e scontrosa come questa. Un pezzo di alta letteratura nel vero senso della parola, che da solo ripaga lo sforzo sostenuto per raggiungerlo. Perché, cosa dicono Epepe e Ferenc Karinthy proprio nel finale? Neanche a dirlo, per rispondere, bisogna prima leggere il libro.