Saluto ad Andrea Camilleri, creatore di mondi

Di Andrea Carria

 

Questa mattina lo scrittore Andrea Camilleri ci ha lasciati. Noi dello Specchio di Ego ci uniamo ai parenti e al resto del mondo della cultura per un ultimo saluto al Grande Maestro.

Camilleri era nato il 6 settembre 1925 a Porto Empedocle (Ag) e nella sua lunga e onorata carriera ha raccontato la Sicilia in tutte le sue sfumature. Come succede solo ai più grandi quando la loro arte si appropria di qualcosa, dopo Camilleri la Sicilia non è più la stessa. O meglio, non è più solo una: c’è infatti la Sicilia e la-Sicilia-di-Camilleri. La Sicilia come luogo geografico, storico e culturale che si impara a conoscere a scuola e che poi si va visitare, magari per una bella vacanza, e la Sicilia così come Camilleri l’ha raccontata nei suoi romanzi: un luogo a sé, un personaggio a sua volta animato da un carattere proprio, una creatura che l’Arte ha preso in prestito dalla realtà per foggiare qualcosa di nuovo, di unico.

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Andrea Camilleri, cassatina sulla terrazza a Marinella (disegno di Serena Stelitano)

Montalbano, il più famoso dei suoi personaggi, è un’icona indiscussa del genere poliziesco tanto in Italia che all’estero. All’estero, sì, proprio all’estero, dove, se la letteratura italiana contemporanea continua ad arrancare, Camilleri si è guadagnato un’acclamazione meritatissima che nel Novecento è riuscita solo ai più grandi fra i nostri connazionali: Italo Calvino, Primo Levi, Umberto Eco e pochissimi altri.
Ma nel caso di Camilleri si è trattata di un’impresa doppiamente titanica: conquistare i lettori di tutto il mondo malgrado le difficoltà di traduzione imposte dal dialetto siciliano. Per il quale si è ripetuto lo stesso sdoppiamento che si è visto nel caso della Sicilia: il siciliano, dialetto profondamente radicato nel territorio e restio ad allontanarsene, e il-siciliano-di-Camilleri, lingua letteraria del XXI secolo globalizzato contro ogni aspettativa.

Ma non solo Montalbano. Camilleri ha scritto anche tanto altro: romanzi, racconti, sceneggiature, programmi radiofonici e televisivi. Con la Rai, del resto, Camilleri ha avuto un lungo e fruttuoso sodalizio, il cui ultimo atto è andato in onda lo scorso 5 marzo su Rai 1: Conversazione su Tiresia. Da solo sul palco del teatro greco di Taormina, seduto su una poltrona, Camilleri ha guidato il suo pubblico alla riscoperta di un mito antico. Un lungo monologo che sembrava giunto sugli schermi dopo aver attraversato le nebbie del tempo, a cui la voce rauca del Maestro pareva donare materia.

A 93 anni eccolo lì, Andrea Camilleri, ancora lucido, ancora saggio, ancora ammaliante, ancora pieno di storie da raccontare. I minuti passavano e intanto si rafforzava la convinzione che da quel palco non sarebbe più sceso, che non se ne sarebbe mai andato. È dunque così che voglio ricordarlo: seduto sulla poltrona al centro del teatro, come un amico, come un nonno a cui nessuno può mettere fretta perché sa di avere dalla sua parte l’eternità del tempo.

Grazie, Andrea

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Teoria dello specchio e della fotografia ne “Il Barone e il guardacaccia” di François Vallejo

Di Gian Luca Nicoletta

 

Ho da poco terminato la lettura di questo piccolo romanzo edito da Sellerio nel 2006, Il Barone e il guardacaccia, dello scritto franco-spagnolo François Vallejo (classe 1960) e oggi ve ne vorrei parlare.

La vicenda, come si deduce dal titolo, è principalmente quella del Barone d’Aubépine  Perrières, possidente di un vasto latifondo nella Francia occidentale, e del suo fedele guardacaccia, Monsieur Lambert. Il periodo storico è quello dei moti comunardi e rivoluzionari del 1848, anno più anno meno.
La storia non inizia in maniera classica, con grandi descrizioni o introduzioni dei personaggi, tutt’altro: all’inizio del romanzo ci troviamo nel 2004, quando il narratore di questo primo capitolo si imbatte inavvertitamente in una vecchia foto di famiglia, dove sta ritratto un signore ben vestito ma — particolarità della foto — desta attenzione il fatto che questa non sia venuta molto bene a causa di un grosso cane nero che irrompe nel campo e disturba soggetto e fotografo. Il narratore, confrontando la foto con una identica finita su un giornale, non ha dubbi che quella ritragga uno degli spietati carcerieri delle colonie francesi di un tempo.

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Terminato questo preambolo, il filone narrativo si stacca dalla nostra contemporaneità e salta indietro di più di un secolo e mezzo, portandoci alle avventure di M. de l’Aubépine e M. Lambert. Da qui entra in gioco l’abilità, che non sospettavo non avendo mai letto null’altro di Vallejo, dello scrittore: la fotografia sparisce completamente dai pensieri del lettore, perché tutto si concentra su quella che ho definito nel titolo come “teoria dello specchio“: i personaggi principali sono perfettamente speculari l’uno all’altro, ma in maniera del tutto sorprendente. Il Barone, figlio di un uomo spietato, freddo e prepotente, è un cultore della filosofia e fervente sostenitore della causa repubblicana; mentre il suo guardacaccia, un uomo piuttosto rozzo nei modi e molto attaccato alla sua terra e alla sua preziosa muta di cani, è fermamente convinto che se le cose sono in un certo modo è perché così devono essere, dunque che i baroni facciano i baroni e che i contadini facciano i contadini.

Alla base di questo interessante gioco di prospettive, il quale non riduce minimamente la complessità dei personaggi che vengono costantemente arricchiti e particolareggiati, sta una taciuta analisi dei bisogni degli stessi: il barone è cresciuto in un mondo soffocante, nel quale tutti si aspettavano qualcosa da lui, qualcosa che non aveva in termini di abilità di caccia, severità nel gestire la propria servitù, rigore nel riscuotere le proprie rendite, dunque propende sinceramente verso un progetto socio-politico che veda al centro il sovvertimento della piramide, puntando all’abolizione di qualsiasi privilegio nobiliare. Dall’altra parte invece sta Lambert che, nel suo modesto cantuccio con la sua famiglia, non è in grado di immaginare un mondo diverso; il suo ragionamento è molto più terreno rispetto a quello del barone: se i titoli nobiliari fossero aboliti non avremmo più un barone, e se non abbiamo un barone, chi ci dà lavoro?

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Frutto di questo scambio sono i dialoghi ben strutturati, veloci e spigliati. I due personaggi, i quali si rinfacciano le rispettive priorità che vuole la società del XIX secolo, sono lo strumento migliore che permette di immaginare la incongruenze di allora. Particolarmente interessante ho trovato i pensieri di Lambert, quelli che non ha cuore di dire al suo padrone, che molto spesso indugia su un’espressione quando riflette su ciò che il barone vorrebbe fare ma che non deve fare: “non bisogna“, tradotto dal francese probabilmente (non ho il testo originale) da “il ne faut pas“, letteralmente “non serve, non è necessario”.

Parallelamente a questo scambio vispo, Vallejo concentra l’attenzione sulle turbe dei personaggi, sui loro feticci e in particolar modo quelli del barone: tendenze erotiche, desideri della carne cui, nel buio del castello, il barone cede senza freni e che vengono uditi dalla famiglia di Lambert che vive in un casino poco distante. In questo modo viene anche ben tratteggiata l’intimità che c’era nelle grandi magioni di una volta, dove servitore e servito vivevano dopotutto sotto lo stesso tetto e che, sebbene i muri sociali fossero invalicabili di giorno, quel che succedeva di notte era di omertoso dominio pubblico-domestico.

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Ma voi, che siete lettori ben più attenti, vi domanderete: sì va bene, ma la foto?
Ebbene Vallejo ha una risposta anche per quella: una risposta elegante perché la storia della fotografia è in realtà il romanzo stesso. Solo che, con una prosa agile e furbescamente architettata, il lettore non se ne rende conto. Solo alla fine di tutta la vicenda, senza farvene accorgere, vi ritrovate ad aver letto una storia familiare ricca e complessa e, soprattutto, vi renderete conto bene del perché, dopo moltissimi anni, in una famiglia è rimasta una foto sfocata di una persona di cui nessuno ricorda più il nome.

“Il nome della rosa” su Rai 1: che cosa non ha funzionato?

Di Andrea Carria

 

Dopo tanta attesa sapientemente preparata dalla pubblicità, lunedì sera, su Rai 1, è andata in onda la prima puntata della fiction Il nome della rosa, ispirata al romanzo di Umberto Eco. Noi dello Specchio di Ego la aspettavamo con impazienza e qualcuno di voi lettori avrà (spero!) già avuto modo di leggere l’articolo di Gian Luca Nicoletta con cui, pochi giorni fa, salutavamo il suo approssimarsi. In quello di oggi io vi esporrò le mie impressioni su questa produzione che, almeno nelle intenzioni, presentava tutte le caratteristiche di una serie evento.

Dirò subito che mi aspettavo qualcosa di più. Non nella ricostruzione storica e di costume, dove negli ultimi anni la Rai ha compiuto innegabili passi da gigante (e il pensiero corre subito alla serie del 2016 I Medici), ma piuttosto nella sceneggiatura e nel cast. Per una serie di quattro puntate, si rendeva giustamente necessario l’adattamento della sceneggiatura mediante l’aggiunta di scene extra, digressioni, flashback e opportune integrazioni di trama. E la puntata inizia proprio con una di queste scene, dove vediamo il giovane Adso da Melk prendere dapprima parte agli orrori della guerra per poi disobbedire all’autorità paterna facendosi novizio di Guglielmo da Baskerville, un frate francescano famoso per la sua intelligenza in tutta la cristianità. Il ragazzo lo incontra per la prima volta in veste di ospite di suo padre, di stanza in Italia con l’esercito imperiale, e rimane tanto affascinato dalla sua figura enigmatica da decidere di seguirlo nella sua delicatissima missione per conto del proprio ordine. Una missione che, a seconda di come andrà, deciderà della sopravvivenza dei francescani, da anni in odore di eresia per lo schieramento più conservatore della Chiesa di Roma, tra le cui fila spicca il temibile inquisitore domenicano Bernardo Gui.

Fin dalle sequenze iniziali la sceneggiatura vira con decisione verso una tematica che nel romanzo di Eco è praticamente inesistente: l’amore. Il rapporto tra Adso e la giovane ragazza in fuga dalla guerra — i quali nel libro si limitano ad avere un mero rapporto occasionale, comunque sufficiente per tormentare a lungo l’animo del protagonista — si configura fin da subito come una storia d’amore impossibile, destinata, presumibilmente, ad acquisire una centralità sempre maggiore di puntata in puntata. La ragione di questa scelta è facilmente comprensibile: nel Nome della rosa non ci sono personaggi femminili rilevanti, e questo espediente ha fornito a Giacomo Battiato, il regista, il filone narrativo più efficace con cui rassicurare la sensibilità di genere del grande pubblico (ricordo brevemente come questa soluzione sia stata adottata anche da Peter Jackson nello Hobbit [2012], per il quale fu inventato ad hoc il personaggio di Tauriel).

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Guglielmo da Baskerville (John Turturro) e Adso (Damian Hardung) in una scena della serie tv

Venendo invece al cast, c’è da dire che i nomi che lo compongono non hanno ancora dato prova di tutto il loro enorme potenziale. Il ventenne Damian Hardung (Adso) si è comportato onestamente nei panni del novizio spaesato e al tempo stesso incuriosito dalla serie di misteriosi omicidi che sta sconvolgendo la vita dell’Abbazia, tuttavia la speranza è che questa non sia l’unica faccia prevista per lui dal copione. I più attesi rimangono però i grandi del cinema internazionale (insoliti per una fiction Rai, ma si deve tenere conto che la serie è una coproduzione italo-tedesca, già acquistata all’estero in Canada, Stati Uniti, Australia e Regno Unito). Comunque, se sul Bernardo Gui di Rupert Everett è ancora presto per esprimere una critica (il suo ruolo diventerà decisivo più avanti), lo stesso non vale per il Guglielmo interpretato da John Turturro, per il quale a deporre negativamente è la magistrale (e indimenticata) interpretazione di Sean Connery nel film del 1986, diretto da Jean-Jacques Annaud. Connery aveva infatti sposato il profilo caratteriale e umano che Eco aveva attribuito al personaggio di Guglielmo: un fine erudito dalla personalità complessa e ricca di sfumature, dove perspicacia e arguzia si integravano perfettamente con il carisma, il fine sarcasmo e la nobiltà d’animo che ne facevano un vero trascinatore. Turturro percorre invece una strada del tutto diversa: la sua performance restituisce un Guglielmo depotenziato nelle sue maggiori prerogative, più compassato e meno risoluto, più buono che affascinante e, in definitiva, molto più frate che leader. Anche in questo caso è assai probabile che si tratti di una scelta voluta da parte del regista e degli sceneggiatori. Se lo abbiano fatto nella speranza di evitare un paragone diretto con la performance dell’attore scozzese, non so stabilirlo; se però la spiegazione fosse questa, ci tengo a dire che il risultato non è stato raggiunto perché semplicemente inevitabile.

La prima puntata di questa fiction tanto attesa mi ha quindi lasciato tiepido. Sono convinto che parte della responsabilità vada al grande film dell’86 il quale, volenti o nolenti, guida in generale buona parte delle impressioni di ciascuno. Costumi e scenografia convincono ma da soli non bastano (in pratica, l’attuale produzione ha eguagliato gli standard che erano già fissati trentatré anni prima), computer grafica ed effetti speciali sono perfettibili come in ogni altra produzione Rai, e le musiche di Volker Bertelmann accompagnano dignitosamente la storia, senza tuttavia rischiare di prendere in ostaggio l’orecchio del telespettatore oltre i titoli di coda.

A mio avviso i limiti della produzione sono ben altri e si possono racchiudere in un’unica domanda: per quale motivo Giacomo Battiato ha deciso di confrontarsi con la resa cinematografica di un capolavoro assoluto (cosa difficilissima già di per sé), il quale a sua volta aveva già incontrato la fortunata cinepresa di Annaud riscuotendo premi su premi (tra cui l’oscar come miglior film straniero), il plauso generale della critica e la cosa che senza forse conta di più, vale a dire l’acclamazione del pubblico?

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Il regista, Giacomo Battiato

Non dimentichiamoci d’altra parte che il romanzo di Umberto Eco rimane essenzialmente un giallo, e che come tale ha conquistato i suoi lettori. Dopo un successo planetario che lo ha portato a essere uno dei libri più stampati al mondo e gli appena ricordati successi cinematografici (tra l’altro nemmeno troppo lontani nel tempo), come intrattenere il grande pubblico di oggi, per il quale i fatti salienti di questa storia sono ormai di dominio popolare, se né l’adattamento né i personaggi si rendono interessanti in modo particolare, ma anzi danno quasi l’impressione — alla mente che già conosce la storia — di non tenere il ritmo che il giallo originariamente possiede e che il film di Annaud, in quanto produzione dal minutaggio più limitato rispetto alla serie televisiva, riesce comunque a riproporre per tutta la sua durata?

Siamo solo alla prima puntata ed esprimere giudizi troppo severi è prematuro, ma per quello che si è visto fin qui non rimane che augurarsi che Battiato e i suoi sceneggiatori abbiano pensato a un colpo di teatro col quale dare una svolta a questa produzione. Non sarebbe una conquista ma un arretramento, se gli sforzi sostenuti per migliorare scenografie e costumi siano stati realizzati a scapito della sceneggiatura e, soprattutto, dell’interpretazione. Le produzioni Rai possono essere fatte oggetto di tante critiche e anche questa volta non sarà diverso; se però c’è una cosa che nell’ultimo ventennio di fiction la televisione nazionale ha dimostrato di poter garantire con una certa costanza sono le performance apprezzabili dei suoi cast. Giuseppe Fiorello, Vittoria Puccini, Anna Valle, Alessio Boni (qui presente nel ruolo secondario di frate Dolcino) non sono solo nomi, ma icone di un genere cinematografico con una dignità che loro e tanti altri colleghi hanno contribuito a costruire. Il mio augurio più sincero è che Turturro, Everett e gli altri étrangers riescano, da qui alla fine, a conferirgliene altrettanta.