Un dramma contemporaneo e il suo romanzo: “L’Arcipelago del Cane” di Philippe Claudel

Di Andrea Carria

Una delle funzioni, degli obblighi morali della letteratura è di confrontarsi con i grandi problemi del presente. A ricordarcelo è Philippe Claudel, autore dell’Arcipelago del Cane (Ponte alle Grazie, 2019), romanzo incentrato sul dramma umano che, ormai da anni, si sta consumando nel Mediterraneo: quello dei migranti

L’ambientazione scelta da Claudel è una piccola isola facente parte di un arcipelago immaginario che si fatica a distinguere sulla carta geografica. Il nome Cane, che è lo stesso tanto per l’arcipelago quanto per la maggiore delle sue isole, è dovuto alla forma del litorale di quest’ultima che ricalca la sagoma dell’animale:

«Il Cane è lì, disegnato sul foglio sottile. Fauci spalancate, zanne snudate. Che si accinge a sbranare una lunga e chiara immensità cobalto che la carta costella di numeri indicanti la profondità e di frecce che segnalano le correnti. Le sue mascelle sono due isole curve, la sua lingua pure, un’isola, e i suoi denti anche, alcuni appuntiti, altri tozzi, quadrati, altri ancora taglienti come daghe. I suoi denti, dunque, sono delle isole. Fra di esse, quelle in cui si svolge la storia, la sola abitata, proprio in punta alla mascella inferiore. Proprio sull’orlo dell’immensa preda azzurra che non sa di essere appetita.»

L’isola è, nel senso più assoluto, un microcosmo. La sua comunità è costituita da poche anime che basano la propria esistenza sulla fede nell’immutabilità delle cose. Qui le persone non muoiono mai davvero: il ruolo che ricoprono viene ripreso e portato avanti dalle nuove generazioni con pochissime, trascurabili differenze, e tanto basta a vanificare lo scorrere del tempo. Il senso di immutabilità viene alimentato proprio dalla preminenza che il ruolo e la funzione sociale hanno rispetto all’individuo, il quale impara a costruire la propria identità in strettissima relazione con quelle di tutti gli altri. Se da una parte tutto questo appiana e livella, è pure vero che cimenta il senso di appartenenza delle persone alla comunità. Tradizioni e riti sono essenziali per assicurare il funzionamento di questo piccolo ma sofisticato marchingegno, e la S’tunella, la grande battuta di pesca al tonno a cui prendono parte tutti i pescatori dell’isola una volta all’anno, è l’ingranaggio più importante di tutti.

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Sull’Isola del Cane il benessere e la stabilità sono un’alchimia che dipende da tanti fattori. Le tradizioni sono importanti, ma affinché la vita possa scorrere tranquilla come sempre c’è bisogno che tutti si impegnino a mantenere l’equilibrio. Così, se il mare e il vulcano che getta la propria ombra sulle case richiedono attenzioni costanti, lo stesso vale per gli ingressi dei nuovi venuti dalla terraferma, mai visti di buon occhio. Ne sa qualcosa il Maestro della scuola elementare, un forestiero proveniente dal Continente che fatica a inserirsi. I suoi problemi di incomprensione con gli abitanti dell’Isola emergono tutti in una sola volta in seguito a un singolare ritrovamento: una mattina, sulla spiaggia, lui e altri tre testimoni (la Vecchia, lo Spada e America), scoprono tre cadaveri arenati. Il colore della loro pelle non mente: si tratta di migranti provenienti dalle terre a sud delle onde.

Che fare? Per il Maestro non ci sono dubbi e dice di voler avvertite le autorità in modo che vengano a far luce sulla faccenda; ma gli altri – tra cui il Sindaco, il Parroco e il Dottore, che nel frattempo sono stati doverosamente informati – non la pensano affatto allo stesso modo e insistono perché la cosa rimanga segreta. Di fronte a un rifiuto così ostinato, al Maestro non resta che acconsentire: i corpi vengono dapprima nascosti e poi, in sordina, precipitati in una nera voragine dalle parti del vulcano.

«Lo Spada e il Maestro posarono il carico sull’orlo dell’abisso. Ci si dispose a semicerchio. Il Parroco benedisse il telo che lo Spada guardava con tristezza, un bel telone nuovo e che si sarebbe potuto usare per anni, come aveva detto America, il quale aveva preteso d’essere risarcito, e cui il Sindaco aveva risposto di chiudere il becco, aggiungendo che gliel’avrebbe pagato, il suo telo di merda, di tasca propria all’occorrenza, e America si era zittito, povero tontolone amareggiato, e adesso lo Spada, cui non piacevano gli sprechi, pensava probabilmente che i tre cadaveri non avevano bisogno di quel bel telone per fare il loro ultimo viaggio e che perdere a quel modo delle cose utili ai vivi e del tutto inutili ai morti voleva dire aggiungere un altro peccato al primo.»

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Tutto sembra essere stato risolto, quando un giorno sull’isola arriva uno straniero. Il Sindaco non ha dubbi: in un modo o nell’altro le autorità sono venute a sapere dell’incidente, quasi sicuramente con i loro dannati satelliti, e hanno mandato un Commissario a indagare. Come se non bastasse, pure il Maestro è inquieto, tormentato dal rimorso: da quello sciagurato giorno si comporta in modo strano e ha cominciato a fare degli esperimenti ancora più strani con dei manichini e una barca. Il Sindaco è davvero preoccupato. E se il Maestro dovesse incontrare il Commissario per primo e raccontargli ogni cosa? A quel punto che ne sarebbe di lui, della sua Isola e dell’ambizioso progetto delle Terme con cui ha in mente di rilanciarla?

Lo svolgimento del romanzo è racchiuso nelle risposte che il Sindaco – col benestare del Parroco e del Dottore, ovvero l’intellighenzia dell’Isola al gran completo – darà a queste domande. Come nel caso dei cadaveri, la soluzione va di nuovo trovata alla svelta e senza tanti convenevoli. Chi, col proprio comportamento e i propri ideali, attenta alla comunità va neutralizzato, giacché su un’isola la vita del singolo vale sempre meno di quella dell’intero gruppo: è la regola. Gli autoctoni lo sanno ancora prima di nascere e l’accettano senza problemi; non lo fanno invece gli stranieri che vengono dalla terraferma come il Maestro, ed è per questo che vanno tenuti alla larga. Arrivano con i loro ideali e la loro istruzione credendosi migliori, ma non sanno riconoscere ciò che è veramente essenziale. Poi accade che finiscono male e se ne meravigliano, quando invece dovrebbero prendersela soltanto con loro stessi, con le loro frivolezze da intellettuali e le loro utopie, lasciando in pace chi lavora davvero per il benessere degli altri, ipocriti insensati che non sono altro!

Il romanzo si legge bene, velocemente. La scrittura di Claudel è piacevole e indugia più sulle descrizioni paesaggistiche che su quelle umane, le quali vengono presentate come dati di fatto che non necessitano di spiegazioni. La prosaicità del luogo è ben resa dal linguaggio asciutto e senza fronzoli dei personaggi, mentre il focus esterno alla storia, prossimo al naturalismo benché non lo sia, è adeguato al racconto di questa circostanziata comédie humaine dei nostri giorni. Una menzione a parte merita il lirismo di certi brani come quello iniziale, dove la voce narrante si impone all’attenzione con un tono imperioso che pare voglia ricalcare quello di Dio sul Sinai (e forse proprio della voce di Dio si tratta):

«Bramate l’oro e spargete cenere.
Insozzate la bellezza, calpestate l’innocenza.
Fate scorrere ovunque grandi torrenti di fango. L’odio è il vostro nutrimento, l’indifferenza la vostra bussola. Siete creature del sonno, sempre addormentate, anche quando vi credete sveglie. Siete i frutti di un tempo sonnolento. Le vostre emozioni sono efemere, farfalle presto schiuse, subito calcinate dalla luce dei giorni. Le vostre mani impastano la vostra vita in una fanga arida e insulsa. Siete divorati dalla solitudine. Il vostro egoismo v’ingrassa. Volgete la schiena ai vostri fratelli e perdete l’anima. La vostra natura ribolle d’oblio.
Come giudicheranno il vostro tempo i secoli futuri?»

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Anche se L’Arcipelago del Cane è un romanzo, la storia tuttavia somiglia molto a un dramma delle parti dove ogni personaggio è soprattutto espressione di un preciso ruolo sociale. Le descrizioni che interessano Claudel non riguardano gli individui nella loro evoluzione romanzesca, bensì il contributo che ciascuno apporta alla definizione dell’intreccio. Il fatto stesso che nessuno di loro abbia un nome proprio ma venga identificato dal ruolo, dalla professione o al più dal soprannome, rafforza la sensazione di trovarsi al cospetto di maschere o quanto meno di proto-personaggi dall’individualità appena abbozzata.

L’Arcipelago del Cane è una critica al sistema che permette la tragedia dell’immigrazione e il lassismo morale con cui, unanimi, rispondono tutte le società occidentali. Si tratta di una critica, di una denuncia e pure di un appello: un appello rivolto a ognuno a guardarsi dentro. Sono infatti convinto che i personaggi senza nome né volto né vissuto di questa storia siano l’elemento più convincente usato da Claudel per mettere ciascuno di fronte alla propria realtà di Uomo e di Donna. Se quei personaggi non hanno nome né volto né vissuto è perché ciò che essi dicono, pensano e fanno non riguarda il dire, il pensare e il fare di un individuo determinabile univocamente per mezzo di un nome, un cognome e una faccia, ma sono il dire, il pensare e il fare di tutti, atteggiamenti in cui ciascuno di noi si è calato almeno una volta quando ha dato fiato a quel pregiudizio, quando ha evitato di prendere posizione oppure l’ha presa, quando indirettamente ha dato credito a chi da questa tragedia trae il suo sporco vantaggio o quando ha pensato che tutto questo semplicemente non lo riguardi. I volti e i nomi dei personaggi dell’Arcipelago del Cane sono i nostri volti e i nostri nomi di cittadini perbene e permale: Claudel lo afferma a chiare lettere. Sta però al lettore capire quale, fra quelli del Sindaco, del Maestro, del Dottore, del Parroco, della Vecchia, è il volto che meglio lo rappresenta.

In definitiva ho trovato questo libro un esperimento valido e interessante. Non il miglior romanzo che abbia mai letto (la componente umana di cui ho parlato sopra mi è mancata), ma sicuramente degno di nota nonché ricco di colpi di scena. Finalmente una presa di posizione chiara e netta da parte del mondo intellettuale.

Di porte chiuse e altre quarantene: “L’enigma della stanza impenetrabile”

Di Gian Luca Nicoletta

In questi giorni siamo tutti abituati a vederci circondati da pareti e solo pareti, la quarantena di quest’anno ci impone una profonda riflessione sulla nostra capacità di occupare uno spazio. Ma cosa succede quando a questo spazio noi non abbiamo accesso? E se proprio lì si perpetrasse un insolito delitto?
Questi elementi, tolto un virus e il suo espandersi come pandemia, concorrono alla creazione del giallo di Derek Smith, autore nel 1953 de L’enigma della stanza impenetrabile (Whistle up the Devil).

L’opera si inscrive pienamente nel grande ciclo dei romanzi gialli inglesi o all’inglese, e più specificamente nel settore dei “delitti della camera chiusa”. Il perché è presto detto e gli ingredienti di base ci sono tutti: il rampollo di una ricca famiglia, un vecchio maniero di campagna e una maledizione che aleggia sulla casa e sulla famiglia da tempo immemore. Immancabile, trattandosi di un giallo, un giovane detective che mette al servizio del caso tutto il suo acume al rischio pure della vita.

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Componente essenziale attorno al quale tutta la storia fa perno è la stanza dove il delitto avviene e che è sempre rigorosamente serrata al momento della morte della vittima.
Non ci sono botole, in questa stanza, né passaggi segreti, né librerie a scomparsa o candelabri a parete da tirare per aprire qualche misterioso passaggio. La camera dove si consuma il misfatto è un semplice spazio delimitato da quattro pareti, un pavimento e un soffitto, cui si accede tramite una sola porta o, eventualmente, una sola finestra. Come può avvenire il crimine se sia la porta che la finestra sono sorvegliate? Le ipotesi sono due: o l’assassino è qualcuno che doveva sorvegliare gli ingressi, oppure l’assassino è già dentro alla camera prima che questa venga chiusa. Potrebbe essercene una terza, ma non ve lo dirò mai perché spero leggerete questo bel romanzo.

Passiamo ora al giudizio complessivo sull’opera, senza tralasciare alcune parole sul progetto editoriale nel suo insieme. Derek Smith nella sua vita ha scritto solo tre romanzi, tutti gialli e tutti prodotti intorno agli anni ’50 del 1900. Purtroppo all’epoca il testo di cui vi parlo oggi non fu preso in grande considerazione dagli editori, tra i quali sono uno decise di dare una chance a Smith stampando l’opera in tiratura limitata.
Indubbiamente non si tratta di un’opera di alta letteratura, ma non credo neanche sia nata con questo obiettivo, ci sono alcuni cliché narrativi che, oggi, ci sembrano ormai del tutto stantii. Tuttavia quel che è certo è che la struttura dell’intrigo e soprattutto il percorso che viene fatto per giungere alla scoperta del colpevole mostrano un vero talento nel saper creare un enigma apparentemente impossibile e allo stesso tempo del tutto plausibile al momento della sua risoluzione.

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Per quel che ho potuto leggere, ritengo uno tra i punti di riferimento letterari di Derek Smith, oltre a John Dickson Carr e Clayton Rawson citati nella quarta di copertina, sia stato anche Sir Arthur Conan Doyle: infatti ci sono alcuni elementi, tipici di questo genere di gialli, che mi hanno fatto pensare a Il mastino dei Baskerville (1902) di cui pure consiglio caldamente la lettura.

Chiudo questo articolo con un plauso alla collana Mistery Collector’s Edition e alla Casa Editrice Polillo Editore che ne cura l’edizione. Questa collana è nata con l’esplicito obiettivo di far conoscere di nuovo e diffondere maggiormente alcune opere di letteratura che, nonostante non abbiamo riscosso un grande successo di pubblico ai loro tempi, meritano in tutto e per tutto di essere riscoperte e apprezzate. Una collana fatta di perle nascoste nelle nicchie, gemme inaspettate che ci fanno capire bene come la letteratura non sia solo quella prodotta dalle grandi case editrici che in realtà hanno più l’aspetto di multinazionali, ma che la ricerca di un buon libro assomiglia più a una ricerca di oro in un ruscello che a all’ammirazione di un quadro in un museo.

Tra limiti e pregiudizi: “La macchia umana” di Philip Roth

Di Gian Luca Nicoletta

Di lui abbiamo parlato la prima volta in occasione della sua scomparsa, pianta da tutti nel mondo letterario e non senza polemiche a causa del premio Nobel che mai ricevette, stiamo parlando di Philip Roth.

Con l’articolo di oggi vorrei fare una riflessione più approfondita sul suo modo di scrivere e di rappresentare i vizi e le virtù del genere umano, e lo farò partendo dal romanzo che viene considerato, assieme a Pastorale Americana, il suo capolavoro: La macchia umana, di cui è stato realizzato un film nel 2003 con Anthony Hopkins e Nicole Kidman.

Come in tutti i romanzi di Roth, al centro della sua indagine letteraria sta la società borghese (bassa-media-alta) degli Stati Uniti. Nel caso di questo romanzo il focus è concentrato sul mondo accademico, infatti il protagonista è Coleman Silk, professore universitario di lettere classiche, ormai in pensione, all’Athena College.
Le due vicende che segnano l’opera e che danno il via agli sviluppi della trama avvengono a una distanza di tempo relativamente breve l’una dall’altra: la prima concerne un equivoco, un’espressione infelice usata dal professore e strumentalizzata dagli altri; la seconda invece un fatto di vita privata che finisce irrimediabilmente sulla bocca di tutti. Senza scendere nei dettagli per non rovinarvi il gusto della scoperta (nel quale caso vi consiglio la lettura di questo articolo), vi basterà sapere che il nodo che caratterizza i due eventi non sta nel valore che questi accadimenti hanno in sé, ma nell’utilizzo che se ne fa a livello pubblico, in termini di opinioni espresse dagli altri personaggi, pregiudizi, invidia e pettegolezzo.

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Ciò che facciamo nell’ambito della nostra quotidianità non ci appartiene solo in una misura strettamente privata ma, dal momento che ogni nostra scelta sociale coinvolge di fatto anche gli altri, un’alterità che è composta sempre e solo da tutti, mai da una sola parte o gruppo di persone, questi altri ne diventano direttamente interessati e, soprattutto, ne diventano giudici. Quest’atmosfera alla Grande Fratello, in cui siamo costantemente osservati da un occhio pubblico, che ci segue in qualsiasi situazione fuori e dentro casa, costituisce lo sfondo sopra al quale si muovo i personaggi del romanzo. Di questi altri Roth ci fa conoscere i pensieri e i sentimenti, tanto da avere un quadro complessivo della piccola comunità, a più riprese definita come bigotta e provinciale, della cittadina di Athena che ruota attorno al College che sorge sulla sua collina.

Relativamente all’importanza del College, qui si mostra un secondo punto che lancia un significativo spunto di riflessione e che riguarda un fenomeno che potrei definire di “relativismo sociale“: la realtà piccola di Athena costituisce, per coloro che la vivono, il centro del mondo. Di questo mondo il College ne è l’Olimpo, il luogo dove si raggiunge il picco più alto della popolarità, dell’influenza e della potenza, in altre parole si assurge alla carica di giudice dei giudici, essendo superiori agli altri per posizione sociale, morale e lavorativa. Non a caso Coleman Silk interpreta bene il personaggio del sovrano deposto, poiché a causa della sua infelice affermazione sarà costretto, nel giro di un paio d’anni, ad abbandonare il suo ruolo di docente universitario e ad anticipare la pensione, dopo aver precedentemente terminato l’incarico come Preside della Facoltà di Lettere. Lo scandalo, invece, che segue e che riguarda la sua vita privata giunge a privarlo persino della sua dignità di cittadino, di membro accettato e integrato della comunità.

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Ma il professor Silk non è sempre stato all’apice della scala sociale, tutt’altro, e nel corso del testo Roth, attraverso la voce narrante di Nathan Zuckerman che si mischia a quella dell’autore, ci aiuta a ripercorrere i fatti salienti della vita di Coleman, mettendoci allo stesso tempo a confronto con i nostri pregiudizi. In questo sta una delle manifestazioni del talento e del genio di Roth: le descrizioni fisiche dei personaggi sono ben studiate e, soprattutto, svelate con chirurgica attenzione poco alla volta agli occhi di legge. Veniamo a conoscenza di particolari a tutta prima assai importanti, così che nella nostra testa possa nascere un’idea di chi sia Coleman Silk, ma poi si sgretola tutto: cambiano i riferimenti culturali e sociali, cambiano gli ambienti, i luoghi e in un colpo di Coleman Silk non rimane altro che un’immagine diversa da quella che ci eravamo fatti. Un astuto tranello che ci mette in scacco e ci costringe ad accettare il fatto che, per quanto possiamo definirci privi di pregiudizi, il nostro cervello opera in maniera così profonda e automatica che, inevitabilmente, crea delle aspettative che si ricollegano pienamente a un vero e proprio pregiudizio, nel senso più antropologico ed etimologico del termine, vale a dire un giudizio emesso prima di sapere tutto: di Silk ci viene detto solo che lavora fa, com’è fatta la sua casa e qual è la sua religione e da questi tre elementi il nostro cervello ne ricava un’immagine fisica basata sul nulla di fatto, poiché del suo aspetto ci vengono dati solo dettagli quasi insignificanti (la descrizione di una spalla, un tatuaggio, poco di più).

Lo stile analitico e per certi versi spietato che Roth impiega nel descrivere il mondo di Coleman non si ferma a questi due punti: oltre a farci rendere conto dei nostri pregiudizi, oltre a farci domandare se forse in ognuno di noi esiste un cittadino di Athena, la sua penna scava senza sosta negli atteggiamenti più ingiusti e ingrati che gli umani sanno compiere, giungendo persino all’infamia perpetrata ai danni di chi non può in nessun modo difendersi, a danno di una persona morta. La smania di accettazione, integrazione e dominio sociale non conosce limiti, tanto da spingere il personaggio di Delphine Roux — un’altra docente del College nonché figura speculare a Coleman — ad approfittarsi di una diceria mai dimostrata per ripulire la sua immagine sociale da una macchia che lei stessa si era causata. Dalla vetta dove si trova la professoressa Roux  viene data a noi che leggiamo la possibilità di una prospettiva privilegiata che non è quella dalla cima alla valle, ma dalla cima all’interno del monte, ai canali di scolo dove tutta l’immondizia si accumula e dove, nostro malgrado, sta il cuore dell’intera faccenda.

Sono ancora tanti gli argomenti di cui si può parlare per questo immenso romanzo, l’unica cosa che per il momento posso fare è di consigliarvene vivamente la lettura: un’opera di questo genere ci può aiutare a relativizzare chi siamo e soprattutto chi sono gli altri, dove sta la dignità nostra e quella altrui.
Un’opera intelligente, acuta e sprezzante, che traccia meglio i confini tra “io” e gli “altri” e ci aiuta a ricordare cosa ci succede quando siamo da un lato o l’altro del confine.

Isolamento: lo stare soli e l’esserlo in 15 personaggi da romanzo

Di Andrea Carria

Ricorderemo questo periodo per la paura e l’isolamento. Non eravamo più abituati a stare soli, credevamo che la vita sociale fosse un diritto, una libertà, una conquista inalienabile, ma non era così. Alla prima, grande crisi di portata mondiale siamo stati costretti a riscrivere le nostre abitudini, prendendo atto che molte di quelle che consideravamo necessità autentiche sono solo mode e stili di vita sacrificabili. Fortunatamente, grazie alla tecnologia e ai social, la nostra non è una vera solitudine: amici, parenti e fidanzati continuano a entrare e uscire dalle nostre case attraverso gli schermi dei computer e degli smartphone; la loro voce ci raggiunge al telefono in ogni momento e possiamo perfino ritrovare i loro volti per mezzo delle videochiamate. Così, se al mondo d’oggi è quasi impossibile sperimentare il vero isolamento, potrebbe essere incoraggiante convincersi che, nella peggiore delle ipotesi, siamo momentaneamente distanti gli uni dagli altri soltanto nello spazio.

I 15 esempi letterari che vi propongo oggi si ispirano a queste considerazioni. Mi piacerebbe che fossero 15 casi di isolamento o solitudine moderna su cui potessimo meditare tutti insieme (e magari andare anche a rileggere) in queste settimane di distanziamento sociale. Pure questo potrebbe essere un modo per sentirsi tutti un po’ meno soli e un po’ più uniti.

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1. Henry D. Thoreau. L’esempio da cui faccio partire la nostra, piccola rassegna letteraria non è un’opera di fiction ma un’esperienza realmente vissuta. Walden ovvero Vita nei boschi (1854) è un racconto autobiografico di Henry D. Thoreau, filosofo e scrittore americano che per circa due anni visse da solo in una capanna da lui costruita sulle rive del lago Walden, in Massachusetts. In questo fortunatissimo scritto, Thoreau concepisce l’isolamento che si è imposto come la strada per ritrovare un contatto diretto con la natura. Lavorando per sostenersi in un regime che si potrebbe definire di “autarchia naturale”, Thoreau ha ricordato ai suoi contemporanei la condizione originaria degli uomini, portando altresì testimonianza di come una vita buona e bella non abbia alcun bisogno delle comodità e degli eccessi di uno stile di vita progredito.

2. Fëdor M. Dostoevskij. Dostoevskij compare a buon diritto in questa rassegna facendo le veci dell’anonimo protagonista delle Memorie dal sottosuolo (1864). Precursore di tutti gli inetti del Novecento letterario, questo personaggio ha consapevolmente scelto di chiamarsi fuori dalla competizione sociale ritirandosi in disparte a covare il proprio risentimento verso il resto del mondo. A suo parere la società è in debito con lui: incompreso e dotato di una coscienza sensibilissima che definisce «ipertrofica», l’uomo del sottosuolo progetta in segreto la propria rivalsa, ma, quando finalmente arriva il momento di agire, esita e perde ogni motivazione, rintanandosi di nuovo a leccarsi le ferite: la cosa che sa fare meglio in assoluto, nonché l’unica che sia veramente in grado di consolarlo.

3. Des Eissentes. Questo distinto signore aristocratico è il protagonista di Controcorrente, romanzo di Karl-Joris Huysmans del 1884, il quale, annoiato del mondo e  del tutto disinteressato a esso, si crea un rifugio appartato che arreda secondo i propri gusti eccentrici. Des Eissentes è un esteta, uno studioso, ma è anche un vero egoista e un misantropo. L’isolamento, lui, se lo autoimpone perché profondamente sdegnato. Fin da piccolo ha dimostrato di avere interessi molto selettivi e, crescendo, si è reso conto, per giunta, che il mondo e gli uomini hanno ben poco di interessante da offrirgli. Rintanato nella sua dimora, Des Eissentes spende le sue giornate dirimendo sofisticati problemi estetici e attardandosi su aridi intellettualismi, a scapito non solo della sua umanità — ormai irrimediabilmente compromessa — ma anche della tessitura narrativa del romanzo, tecnicamente un antiromanzo che è anche il primo esempio di romanzo-saggio identificato dalla critica letteraria.

4. Septimus. L’isolamento di Septimus, personaggio specchio di Mrs Dalloway, protagonista dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf (1925), è l’isolamento in cui sono sprofondati migliaia, forse milioni di soldati alla fine della Prima guerra mondiale: incapaci di superare il dramma delle trincee, delle bombe e degli stenti, questi uomini condussero il resto delle proprie esistenze inseguiti dai fantasmi dei compagni morti e da una serie inimmaginabile di incubi. Nel romanzo, il destino tragico di Septimus rappresenta quello che Woolf vuole evitare alla sua protagonista, anch’essa schiacciata da una quotidianità disarmante in cui i fiori e i bei vestiti che la circondano servono solo a nascondere una solitudine che l’ipocrisia sociale impone di mettere al bando.

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5. Josef K. Con Kafka i casi di isolamento non si contano nemmeno; se fra tutti ho scelto di parlare del Processo (1925) è perché si tratta di un esempio che finora non abbiamo incontrato e che altrimenti non incontreremo. Josef K., impiegato bancario, scopre con sgomento di essere solo e impotente quando due inviati del tribunale gli notificano che è stato intentato un processo nei suoi confronti. Josef è incredulo, pensa si tratti di uno scherzo, ma quando i due uomini se ne vanno senza arrestarlo né avergli dato alcuna informazione riguardo all’entità del reato non sa più cosa pensare. Decide di mettersi subito in moto per cercare di capirne di più e magari di difendersi, ma ben presto si rende conto che a nulla varranno i suoi sforzi. Contro le inspiegabili e capziose procedure della macchina burocratica non esiste infatti rimedio, e all’individuo non resta che soccombere in silenzio abbandonato da tutti, perfino dalla razionalità.

6. Harry Haller. Se c’è un esempio che proprio non poteva mancare, questo porta il nome del protagonista del Lupo della steppa, famosissimo romanzo di Hermann Hesse del 1927. Un po’ personaggio di fantasia e un po’ alter ego dello scrittore, Haller è un intellettuale di mezza età in preda a una drammatica crisi esistenziale. Ha conosciuto il successo e la ricchezza, eppure adesso si ritrova a vivere nella stanza in affitto di una locanda, evitando accuratamente contatti e visite. Tuttavia non sono né ciò che ha perduto né l’isolamento attuale ad angustiarlo di più, quanto la sua duplice identità di borghese colto, da un lato, e quella di asociale misantropo, dall’altro. Proprio come un solitario lupo della steppa, anche lui si aggira guardingo e famelico ai margini della società, aspettando il momento propizio per compiere il balzo: da una parte oppure dall’altra.

7. Mersault. Con il protagonista dello Straniero, romanzo che ha rivelato Albert Camus nel 1942, l’isolamento diventa una questione di libertà. Mersault è un uomo normale, un impiegato di Algeri che ha perduto ogni bussola morale e metafisica, ma che in compenso ha scoperto di avere un raggio d’azione potenzialmente illimitato. Questa conquista — frutto di una maturazione riguardo al vero stato della realtà, nella quale l’uomo è solo con la sua libertà di agire — lo conduce dritto verso l’isolamento: l’isolamento dell’uomo libero e consapevole all’interno di una società ancora stretta nelle proprie credenze e convenzioni, verso le quali essa cercherà in tutti i modi di ricondurlo.

8. Corrado. C’è poi l’isolamento dettato dal senso di inadeguatezza nei confronti dei tempi che corrono, come quello descritto nella Casa in collina di Cesare Pavese (1948). Siamo nel pieno della Seconda guerra mondiale e Corrado, il protagonista, si ritira in campagna per mettersi preventivamente al riparo. Come Des Eissentes, anche lui cerca da solo l’isolamento, con la differenza però che Corrado è stato portato verso questa scelta dalle circostanze. In un mondo in guerra dove gli uomini sono chiamati a combattere, lui, professore, fa parte di quella minoranza che non ha mai dismesso gli abiti civili. Ciò è alla base del suo senso di inadeguatezza, della sua volontà di separarsi ulteriormente cercando asilo, per pudore, in campagna, dove sono rimasti solo donne, anziani e bambini, di fronte ai quali non dovrà più vergognarsi.

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9. Malone. L’isolamento clinico è la realtà raccontata in Malone muore, il secondo romanzo della trilogia di Samuel Beckett, pubblicato in Francia nel 1951. Cosa si sa di Malone? A dire il vero molto poco; di certo è che egli si trova costretto in un letto d’ospedale (ma potrebbe anche essere quello di un ospizio e perfino un manicomio), che è in là con gli anni, non ha la possibilità di muoversi e che tutto quel che rimane dei suoi averi sono una matita e della carta. Data la sua condizione, Malone inizia a scrivere: il risultato sono alcune delle pagine più belle, allucinate ed estranianti della letteratura mondiale.

10. Athos Fadigati. Da medico rispettabile a reietto: è questa la triste parabola di Athos Fadigati, personaggio del romanzo di Giorgio Bassani del 1958, Gli occhiali d’oro. Otorinolaringoiatra veneziano trapiantato a Ferrara, Fadigati precipita ai gradini più bassi della scala sociale a causa di un amore sciagurato: il ragazzo con cui ha una relazione si sta infatti prendendo gioco di lui, spillandogli denaro mentre ferisce senza pietà i suoi sentimenti. Quando la loro storia diventa di dominio pubblico, la situazione, già imbarazzante, precipita. La relazione finisce nel peggiore dei modi e Fadigati si ritrova solo e completamente emarginato a fare i conti con un’Italia, quella fascista degli anni Trenta, in cui un omosessuale che veniva scoperto come tale non poteva certo sperare in un futuro di rallegramenti.

11. La madre. Isolamento e paura sono l’unica realtà conosciuta dalla madre di Gonzalo Pirobutirro nella Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda (1963). Costretta a vivere con il figlio scontroso e irascibile, la donna ne subisce tanto gli sbalzi d’umore quanto il disprezzo manifesto in pagine ricolme di acrimonia e che in parte riflettono il vissuto biografico dell’autore. Il personaggio dell’anziana donna, che nel finale è vittima di un’incidente che il romanzo (mai compiuto) lascerà in sospeso, è una figura triste, subordinata e impotente che presenta fosche affinità con le problematiche attuali nei rapporti di genere.

12. George. In risposta ideale al romanzo di Bassani, inserisco quello di Christopher Isherwood Un uomo solo (1964), il cui protagonista, George, docente a Los Angeles, è seguito dalla penna dello scrittore lungo un’intera giornata. Solo dopo la scomparsa del proprio compagno, George si barcamena fra una routine che non ha più niente da dire e un lutto che non si lascia elaborare. La solitudine è un vuoto da riempire con sbronze e incontri occasionali, la vita un indumento vecchio e consunto che gli scivola di dosso — ma comunque senza fretta — tanto che il problema più grosso di George, che ha regolato da tempo i conti con la propria identità sessuale, è capire come poter sopravvivere fino alla morte.

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13. Saurau. Il principe Saurau è un personaggio centrale di Perturbamento, romanzo di Thomas Bernhard del 1967. Egli risiede nel suo castello in una vallata alpina della Stiria, in Austria, un luogo di per sé remoto e che favorisce l’isolamento. Nel castello, il principe vive da autorecluso: fuori — sostiene — è il luogo da dove provengono tutte le minacce e le insidie. Vittima in primo luogo della sua nevrosi, Saurau si comporta come se fosse costantemente sotto assedio, permettendo soltanto a pochissime e selezionatissime persone di varcare il cancello della propria dimora, nella quale il principe è prigioniero, sì, ma soltanto dei retaggi e delle allucinazioni partorite dalla sua mente.

14. Budai. L’isolamento dal quale viene inghiottito invece il professor Budai in Epepe di Ferenc Karinthy (1970), è un isolamento linguistico che inevitabilmente si allarga a tutta la sua sfera sociale. Le disavventure del professore iniziano quando un aereo sbagliato lo conduce in una metropoli sconosciuta e affollatissima dove le persone si esprimono in un idioma incomprensibile mai sentito prima. Il romanzo ruota intorno alle disavventure e agli sforzi inauditi di Budai per instaurare un primo contatto. La sua lotta testarda contro un isolamento che pare irreversibile è infatti l’unica possibilità che gli resta per tornare a far parte della società e riappropriarsi così anche della sua vita.

15. Roberto. Infine, includo in questa rassegna un personaggio nato dalla fantasia di Umberto Eco, che nel metaromanzo L’isola del giorno prima (1994) immagina la storia di un Robinson ante litteram — Roberto de la Grive; Roberto, appunto — che nel 1643 si salva da un naufragio rifugiandosi a bordo di una nave abbandonata nei remoti Mari del Sud. Inizialmente a fargli compagnia è padre Caspar, l’ultimo membro dell’equipaggio ancora in vita, ma, quando anche il religioso lo lascia, Roberto, assillato dai ricordi, dalle allucinazioni e da un progetto letterario a cui ormai si dedica anima e corpo, tocca i confini estremi dell’estraniazione umana. L’isola che può solo ammirare dalla nave è la misteriosa isola del giorno prima, l’isola dove ieri e oggi si congiungono quasi per magia, ma che Roberto, incapace a nuotare, sembra destinato a non poter raggiungere.

L’ambiente e la nostra sopravvivenza tra cinema e letteratura contemporanea

Di Gian Luca Nicoletta

Nell’articolo di oggi desidero parlarvi di un tema che da alcuni anni a questa parte ha iniziato a guadagnarsi sempre più spazio (pur tuttavia rimanendo piuttosto ai margini) nel dibattito pubblico: gli effetti disastrosi dell’inquinamento artificiale, cioè quello a opera di sostanze che di per sé non esistono in natura, e lo farò attraverso due opere ispirate a fatti realmente accaduti, rispettivamente un libro e un film: la prima è Fuoco al cielo di Viola Di Grado mentre la seconda è Cattive Acque diretto da Todd Haynes.

          Fuoco al Cielo è l’ultima opera della scrittrice catanese pubblicata per La Nave di Teseo nel 2019. I fatti raccontati vengono dalla tragica storia del villaggio russo di Musljumovo, situato a poca distanza da un impianto per la produzione di materiale necessario alla costruzione di bombe atomiche. Gli accadimenti che soggiacciono alla storia narrata sono essenzialmente questi: durante la produzione dei materiali radioattivi, gli scarti tossici di questi furono indebitamente sversati nel fiume che serve il villaggio. Lì tutti gli abitanti facevano il bagno, portavano gli animali ad abbeverarsi, usavano quell’acqua per irrigare i loro campi e, conseguentemente, mangiarne i frutti. L’impianto di produzione fu chiuso a causa di un incidente a seguito del quale si dispersero nell’aria ingenti quantità di sostanze estremamente tossiche e cancerogene. Gli abitanti della regione furono tenuti all’oscuro della pericolosità di queste sostanze e rimasero isolati e coinvolti in un complice silenzio con le autorità governative affinché nulla rivelassero al mondo, subendo passivamente le dolorose mutazioni genetiche e deformazioni che i materiali radioattivi portano con sé.

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Sin qui i fatti storici, ora passiamo alla narrativa: in tutta onestà non mi sento di definire questo libro un romanzo, piuttosto un racconto lungo, se proprio bisogna cercare di darne una definizione in termini critici. Non è un romanzo per il semplice motivo che, a mio avviso, il personaggio che dovrebbe essere protagonista non compie alcun percorso formativo verso una migliore completezza. Al massimo potrebbe essere un antiromanzo, visto in quest’ottica, ma stando alla narrazione della vicenza e al modo di rappresentare pensieri e decisioni non azzarderei una definizione troppo marcata in questo senso.
Sicuramente il testo che ho letto è di tipo espressionistico. Dalla prima all’ultima pagina infatti assistiamo a una sequela ininterrotta di scene descrittive nelle quali prevale in maniera assoluta l’immagine forte, che rimane impressa nella mente e che ha come obiettivo quello di trasmette il profondo squallore caratterizzante le vite delle persone rimaste prigioniere, di fatto se non per loro volontà, nel villaggio di Musljumovo. Uno squallore che viene descritto principalmente in termini liquidi: sudore, acqua salmastra, umori corporali, essudati di ogni provenienza biologica e non che rivestono la pelle, i vestiti, le superfici del luoghi che si vivono, che si frequentano.
Se mi posso permettere di esprimere una critica, questa dev’essere rivolta alla semantica: il lessico impiegato risulta essenzialmente povero e, data l’assiduità delle descrizioni, queste ne escono danneggiate da un difetto di originalità a favore di una ripetitività che non aiuta la lettura: i divani, i tessuti, le magliette e i vestiti sono quasi sempre e solo “sdruciti”, mai lisi, consumati, consunti, strappati, bucati, logorati.

La seconda opera che ho citato all’inizio è il film uscito da poco nelle sale e diretto da Todd Haynes: Cattive Acque, con Mark Ruffalo nel ruolo di Robert Billott e Anne Hathaway in quello di sua moglie, Sarah.
La storia è quella dell’avvocato Billott che, grazie alla determinata insistenza di un allevatore di Parkersburg, una città nello Stato del West Virginia, riesce a scoprire come e da quanto tempo l’industria chimica della DuPont stesse avvelenando decine di migliaia di persone a seguito del rilascio delle sostanze chimiche nei corsi d’acqua e, parimenti, dell’occultamento di altri rifiuti inquinanti in fustini nascosti sottoterra che hanno poi contaminato il terreno. Billott intraprenderà una lunga battaglia legale, ad oggi ancora in corso, contro un colosso industriale dal fatturato di 1 miliardo di dollari all’anno.
Il film, la cui visione consiglio a tutti, si concentra sia sulla battaglia nei tribunali fatta da Billott e dai suoi pochi sostenitori, sia sulla vicenda umana di tante persone che, ignare di quanto la DuPont stesse facendo, bevevano acqua avvelenata e andavano a lavoro in un impianto industriale dove costantemente respiravano particelle chimiche estremamente pericolose.
Su un piano parallelo viaggia anche la vita privata di Billott, la quale viene inevitabilmente condizionata da questa ricerca della verità e che metterà a repentaglio tanto la sua salute fisica quanto la tenuta del suo matrimonio. A dispetto di Fuoco al Cielo, sia il personaggio di Robert che quello di Sarah compiono, seppur per vie diverse e forse indipendenti, un percorso interiore che li condurrà a una migliore conoscenza di loro stessi e al superamento delle paure che caratterizzano la sfida cui ogni eroe è chiamato.

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Anne Hathaway e Mark Ruffalo in una scena del film Cattive Acque

Come vedete le vittime di entrambe le storie sono accomunate da diversi elementi: primo fra tutti l’essere ignare del loro lento ma costante precipitare verso la morte, il secondo è il vettore della contaminazione, cioè l’acqua e la terra, e il terzo è il criminale: un colosso industriale che opera quasi sempre con la complicità delle forze governative, solo che nel primo caso si tratta di un’attiva partecipazione del governo russo agli esperimenti nucleari del centro vicino Musljumovo, nel secondo invece la complicità è dovuta a un eccessivo liberalismo del governo U.S.A. che lascia alle industrie un’ampio margine di autoregolamentazione sulle soglie cancerogene delle sostanze impiegate.

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Robert Billott – fonte: Greenpeace USA

Grazie a queste due storie, con i loro pregi e difetti che però non inficiano l’importanza e la necessaria trasmissione del tema che le accomuna, possiamo affrontare in maniera terza pur tuttavia artistica la consapevolezza di quanto grande e grave sia il male che un uso sconsiderato dei progressi scientifici possa apportare all’essere umano.

Un mondo sottosopra: considerazioni su Rossella O’Hara e la magia di “Via col vento”

Di Gian Luca Nicoletta

Durante la settimana scorsa ho avuto modo di spuntare dalla mia lista delle “cose da leggere/vedere nell’arco della vita” un elemento che personalmente mi inorgoglisce per la pazienza che richiede. Se state pensando alla Ricerca del tempo perduto arrivate tardi, perché quella l’ho già conclusa un annetto fa. No, quello cui sto facendo riferimento è un grande film, tratto da un grande romanzo, e il cui aggettivo va inteso sia in termini metaforici che in termini spaziali e temporaliVia col vento, diretto da Victor Fleming e tratto dal romanzo Gone with the wind della scrittrice statunitense Margaret Mitchell.

Proprio così: un pomeriggio mi sono messo di buona lena e scorrere le quasi quattro ore (senza pubblicità!) di un film inteso, nella messa in scena, come una grande opera lirica. Quando il film viene prodotto siamo infatti nel 1939, ma in Italia arriverà solo dieci anni dopo, quando l’industria cinematografica non si è ancora svincolata del tutto dal mondo teatrale. Sono emblematici, a questo titolo, i grandi fondali che vengono inseriti nel montaggio della post-produzione e che riportato i titoli dei due grandi atti che compongono l’opera.

La storia, come forse molti di voi sapranno anche solo per sentito dire, si svolge nella seconda metà del 1800, lungo un arco che precede, vive e supera la guerra di secessione americana, meglio nota anche come guerra civile. Uno tra i principali motivi di questa guerra di l’abolizione della schiavitù, applicata in tutti gli Stati del nord e dell’estremo ovest ma ancora lungi dall’arrivare fra gli Stati confederati che componevano il sud-est degli attuali U.S.A.
Protagonista indiscussa di tutta la faccenda, e cui dedicherò l’attenzione, è Rossella O’Hara, eroina di questa epopea statunitense.

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Rossella è la primogenita di casa O’Hara, una grande tenuta che porta il nome di Tara e che, assieme a Le Dodici Querce, rappresenta i due fuochi del cosmo contadino vicino ad Atlanta, in Georgia. Mr. e Mrs. O’Hara, oltre a Rossella, hanno avuto solo altre due figlie, il che rende la primogenita l’ereditiera dell’intera tenuta.
Ricca, bella, vivace e per nulla spaventata dal confrontarsi con gli uomini, Rossella ci viene descritta come il ritratto della sfrontatezza sbarazzina, della provocazione giocosa che la rende la ragazza più ricercata alle feste, quella che tutti vogliono salutare e che si presenta con un drappello di pretendenti da far invidia a tutte le altre sue coetanee. Il suo essere viziata ed estremamente egoista sono i tratti caratteriali che costituiranno il filo rosso dell’intera storia.

L’universo maschile e quello femminile vengono rappresentati come opposti l’uno all’altro: da un lato vediamo quello maschile, dal tratto spiccatamente collegiale, incentrato sull’imminente guerra con gli Stati del nord, con la volontà di mantenere il controllo sui propri commerci di cotone e soprattutto sul diritto di possedere degli schiavi; dall’altro c’è quello femminile, che ha il suo centro sull’individualità di ogni singola donna, descritto come un vorticare continuo di merende, passeggiate e — soprattutto — caratterizzato dalla caccia al miglior partito per un vantaggioso matrimonio. Fate attenzione a un dato di carattere sociale: in questi anni (1860-’70) non esiste una differenza netta tra matrimonio “vantaggioso” e matrimonio “felice”. L’uno è sinonimo dell’altro, ma con uno squilibrio semantico che vede sempre primeggiare il “vantaggio” finanziario.

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Nella prima parte del film assistiamo al raggiungimento dell’apice delle tensioni fra i vari Stati: le incomprensioni e gli interessi si fanno talmente tanti e tali da rendere inevitabile una soluzione violenta: guerra. Tutti i proprietari terrieri gioiscono pregustando la soddisfazione di mostrare ai borghesi industriali del nord quanto siano potenti e valorosi, ma dimenticano un dettaglio fondamentale che uno dei personaggi principali, Rhett Butler (interpretato da Clark Gable) invece coglie prontamente: gli Stati del sud avranno anche gli uomini, ma quelli del nord hanno i cannoni.

La guerra imperversa ovunque e, col tempo, raggiunge Atlanta, Tara e Le Dodici Querce. In questo lasso di tempo, cos’è successo a Rossella?
Ha dovuto affrontare il peggiore nemico di chi è viziato: la penuria. Penuria di cibo, di comodità, persino di attenzioni. La vita ha agito con Rossella nei modi di un contrappasso dantesco: la ragazza che ha sempre avuto tutto, non ha mai ottenuto l’unica cosa che vuole veramente: l’uomo che ama con tutta sé stessa.
Questa mancanza, tuttavia, desta nella più grande delle sorelle O’Hara un sentimento dirompente e che guiderà tutte le sue azioni: l’orgoglio. Un orgoglio inarrestabile, che trasforma il disagio di Rossella in una rabbia tale da farle compiere le azioni più spregiudicate, pur di salvare la sua vita. Al termine della prima parte rimane impressa la scena, da kolossal biblico, della sua sagoma nera, stagliata sullo sfondo rosso di un cielo al tramonto, in cui giura davanti a Dio che mai, mai più Rossella O’Hara avrebbe patito la fame.

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La seconda parte del film è concentrata sul dopoguerra. Quali sono gli effetti del passaggio dei cannoni, dei saccheggiatori e delle nuove leggi che gli Stati confederati hanno dovuto accettare, poiché perdenti?
Le terre non sono più coltivate, moltissimi uomini sono morti, le città devono essere ricostruire dalle donne. E chi, tra loro, dimostrerà quel piglio per gli affari di chi ha veramente voglia di guadagnare, per non vedere mai più mancare il cibo sulla propria tavola? Proprio così, Rossella.
La sua tenacia impressiona chiunque: dai personaggi, ai lettori, agli spettatori, perché ci mostrano il bene e il male di chi non vuole arrendersi alla disperazione, di chi non gliela vuole dare vinta a un nuovo sistema che ha decretato vincitori e vinti. Rossella diventa in questo modo il nuovo emblema, qualche generazione più tardi, dei suoi antenati emigrati dall’Irlanda che arrivarono negli Stati Uniti per un futuro migliore. Lei, indirettamente, decide di riscattare il destino suo e della sua tenuta. La terra, come viene ricordato attraverso le parole Mr. O’Hara, è l’unica cosa per cui valga la pena di lavorare. Il prezzo, però, non viene stabilito. Ma in fondo cos’è un piccolo atto disonesto, se confrontato alle cannonate contro un’intera città? Chi può decidere la giusta proporzione di un riscatto, che ha però un retrogusto di vendetta, per una vita rubata nel più violento dei modi?

Questi dubbi ancora oggi mi tengono fermo a riflettere. Proprio così, perché ancora non sono riuscito a decidere se, in fin dei conti, Rossella O’Hara sia un esempio da imitare, o uno da rigettare. Sono indeciso se considerarla un modello di tenacia, o il ritratto dell’egoismo.

La saga dei Melrose, parte II: “Cattive notizie”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo secondo articolo proseguo la serie iniziata dieci giorni fa, tutta concentrata sulla saga di Edward St Aubyn.
Il volume in oggetto è intitolato Cattive notizie (Bad news) e prosegue la storia iniziata con Non importa.
In merito al primo volume mi occorre fare una precisazione cronologica, poiché avevo scritto che:

«Siamo infatti (presumo), intorno agli anni ’70/’80 del ‘900. Il dato si può dedurre da alcuni elementi di contesto, quali il riferimento ad astronavi e uomini nello spazio (dunque un termine post quem che parte almeno dal 1969) ma la presenza dei passaporti per andare dall’Inghilterra alla Francia (e quindi un termine ante quem non posteriore al 2004, anno in cui l’accordo di Schengen fu esteso anche a beneficio del Regno Unito).»

Bene, il dato cronologico viene meglio definito all’interno del secondo romanzo. Patrick Melrose, qui ventiduenne, dichiara a un personaggio la data di nascita del padre: nove Giugno 1906. Dunque se in Non importa David ha sessant’anni, siamo nel 1966. Ne consegue che Patrick (il quale allora ne aveva cinque) è nato nel 1961 e che questo romanzo è ambientato nel 1983.

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Fatte le dovute precisazioni, possiamo andare avanti: Patrick Melrose è un drogato.
L’infanzia terribile che ha vissuto (ricorderete la presenza mortificante del padre, la distanza della madre, il terrore psicologico che aleggiava costantemente nell’aria) lo ha condotto sulla via perennemente in discesa delle sostanze stupefacenti, con l’effetto collaterale che la risalita è spesse volte del tutto impossibile.
Ci troviamo a New York e, come apprendiamo dalle primissime pagine del volume, Patrick si trova nella Grande Mela per recuperare il corpo di suo padre, morto qualche giorno prima. L’intero romanzo è incentrato sul recupero delle ceneri di David e sulla breve permanenza di Patrick nella città, in un doppio viaggio nell’intimità del nuovo protagonista della serie: uno fra i suoi pensieri e i ricordi turbati, l’altro fra le sue allucinazioni dovute all’assunzione di droghe, principalmente cocaina ed eroina.

Il senso generalizzato di disgusto del primo volume subisce, in questa seconda parte, un’evoluzione in termini psicologici, concettuali e narrativi. Da una visione diffusa, cioè dai plurimi punti di vista, la via si stringe drasticamente fino ad arrivare all’unica visuale che viene concessa a chi legge: quella di Patrick.
Il suo sguardo è ipercritico, disincantato all’inverosimile, deluso, amareggiato. Ciò che i suoi occhi e il suo intelletto (acuto nonostante le droghe, ma che va via via indebolendosi a detta dello stesso Patrick) percepiscono per primi sono la palese ridicolaggine che caratterizza i personaggi secondari che costituiscono lo sfondo e il contesto sociale e di riferimento di New York: ricchi uomini d’affari compiaciuti della loro superficialità e pochezza, le loro mogli anoressiche e depresse. Al lato opposto, l’altra faccia di New York, ci sono tassisti immigrati che non parlano l’Inglese e spacciatori consumati, resi irriconoscibili dal loro abuso di droghe.

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Abuso cui non sfugge nemmeno Patrick: il suo continuo uso di sostanze, reso tale anche dall’abbondante disponibilità economica che glielo permette, scandisce il ritmo di tutte le sue giornate. Lui non sa che ore sono guardando l’orologio, lo sa perché è perfettamente conscio della durata degli effetti di ogni droga che assume e, quando questi finiscono, calcola in un istante quante ore sono passate dall’ultima assunzione.
Di queste assunzioni, St Aubyn ne fa sempre accurate descrizioni: mostra con dettagli scientifici le vene che si gonfiano, il diverso colore che hanno, e soprattutto come queste si trasformino nel giro di pochi istanti nel vettore che apre nuovi spaventosi mondi. Gli effetti delle droghe, lo sappiamo bene anche se non ne facciamo uso, sono notoriamente devastanti, ma difficilmente sappiamo cosa succede: terrore iniziale, sudore, allucinazioni, differente percezione dei nostri sensi, della spazialità del nostro corpo, tremore, catalessi.
Un passaggio in particolare merita un encomio: dopo una serata passata a procacciarsi la sua preziosa dose, Patrick diventa la preda di una forte allucinazione, la quale prende la forma di una scissione della personalità in almeno una decina di voci diverse. Queste parlano tutte a turno e con modi e stili diversi, inscenando dialoghi a metà strada fra il surreale e il tragicomico. Un esercizio di stile che non vedevo da Il nome della rosa e che merita un plauso alla bravura dell’autore.

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Il mondo che popola New York e che diventa carotaggio del genere umano è un mondo da cui non c’è molto da aspettarsi, meglio fuggire. Fuggire dal ricatto di una vita che chiede il conto, fuggire dal ricordo terribile di una persona che però viene costantemente elogiata dagli altri, fuggire dalle proprie memorie e, perché no, fuggire da sé stessi.
Il tempo di Patrick è un tempo diverso, lento e acceso nello stesso istante, che oscilla fra la volontà di far passare le ore e quella di non sciupare troppo in fretta gli effetti delle droghe. Quali sono le cattive notizie che ci si presentano, quindi? La morte di una persona cara? La nostra condizione di solitudine? O forse la consapevolezza che da questo mondo non c’è via d’uscita?

 

La saga dei Melrose, parte I: “Non importa”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo articolo voglio inaugurare una nuova serie di cinque puntate e dedicata a un’altra saga di romanzi che da poco ho iniziato a leggere. Si tratta della storia della famiglia Melrose, ideata dallo scrittore britannico Edward St Aubyn e presente qui in Italia con la onnicomprensiva (di sicuro non tascabile!) edizione di Neri Pozza, collana Bloom.

Come ho fatto per i Cazalet, anche questa dunque vedrà un articolo per ogni libro, i cui titoli sono, in ordine: Non importa, Cattive notizie, Speranza, Latte materno, Lieto fine. Oggi cominciamo dal primo.

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Volendo procedere per paragoni con la saga di Elizabeth J. Howard, possiamo dire da subito che St Aubyn ambienta la sua storia in un passato molto più recente rispetto a quello dei Cazalet. Siamo infatti (presumo), intorno agli anni ’70/’80 del ‘900. Il dato si può dedurre da alcuni elementi di contesto, quali il riferimento ad astronavi e uomini nello spazio (dunque un termine post quem che parte almeno dal 1969) ma la presenza dei passaporti per andare dall’Inghilterra alla Francia (e quindi un termine ante quem non posteriore al 2004, anno in cui l’accordo di Schengen fu esteso anche a beneficio del Regno Unito).

Il protagonista di questo primo volume è David Melrose, un uomo che incontriamo già sulla soglia dei sessant’anni. Il suo nucleo familiare è piuttosto ristretto (piccolissimo in confronto ai Cazalet), e comprende solamente sua moglie Eleanor e il loro unico figlio di cinque anni, Patrick.
A questo punto è bene chiarire una cosa: i Melrose sono molto ricchi. La ricchezza proviene da Eleanor, la quale ha parenti americani per parte di madre che si sono fatti strada nel mondo degli affari generando un ingente patrimonio.
Patrimonio al quale ha puntato David in gioventù, essendo stato diseredato dal padre dopo che si è rifiutato di seguire la carriera militare per prediligere, invece, quella di medico.

Eleanor, d’altra parte, non sembra aver mai avuto alcuna passione o ambizione. Si sente disgustata dal mondo che vive, completamente plasmato sulla forma dei soldi, e immerge le sue timide riflessioni in bevande super alcoliche.

Patrick, che dovrebbe essere l’anima della casa, ha un carattere piuttosto schivo con gli altri, particolarmente col padre, ma nasconde in sé una grande interiorità. Certo, con due genitori come quelli non poteva che venir su prepotente e viziato con gli altri, severo in maniera decisamente eccessiva con sé stesso.

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Come sapete non amo indugiare troppo sulla trama, e credo di aver detto già abbastanza, dunque mi concentrerò su altro: l’analisi.
Stando ai risultati di alcune ricerche che ho fatto sull’autore, è emerso che parte delle vicende narrate ha origine autobiografica. Edward St Aubyn, come potrebbe suggerire il nome, proviene infatti da un’antica famiglia che ha vissuto e vive tutt’ora in Cornovaglia da circa nove secoli (“immagina la noia…” direbbe Scuttle de La Sirenetta)! Il mondo patinato che si basa su «ricordi che non appartenevano nemmeno a loro, ricordi su come avevano vissuto i loro nonni che, tra l’altro, non corrispondevano minimamente alla realtà» è sempre presente sullo sfondo dei personaggi, i quali sono tutti tormentati da ricordi di parenti non più in vita, da scene del loro passato, da traumi mai affrontati né superati.

Trovo in questo senso molto ben riuscito il profondo senso di disgusto che letteralmente trasuda dalle pagine del romanzo. Un disgusto tuttavia seducente, palese agli occhi dei personaggi più attenti – generalmente donne – che però si lasciano sedurre anche contro la loro volontà. Un disgusto fatto di abusi, prepotenze, manipolazioni, terrorismo psicologico, tutto a danno dell’intero gruppo che, in qualche occasione, si trova riunito attorno a un tavolo.

Particolarmente inquietante è il personaggio di David, il più caratterizzato dall’autore. Nasconde in sé una passione depravata per lo studio del limite di sopportazione e di sudditanza delle persone, indipendentemente da chi siano. Il suo essere un diseredato, prima, e un mantenuto, poi, dev’essere la chiave che può permetterci di sbloccare il meccanismo del funzionamento della sua contorta psicologia. Lui è, deve essere, il dominatore, il despota, l’autorità, perché se non fosse questo, probabilmente non sarebbe nulla di nulla. Per essere ciò, quindi, cerca con cura le persone da seviziare: una domestica che non può lamentarsi, una moglie che cede inerme ai suoi sguardi fulminei, un amico a metà strada fra un ammiratore e un invidioso, un bambino che non deve parlare di certe cose. Questo atteggiamento, dunque, dimostra anche la viltà di persone di tal foggia.

Ma St Aubyn non si risparmia nemmeno nelle critiche alla Donna. Se l’uomo è ritratto come un depravato e vigliacco, la donna è colei che cede alle insistenze, che rimane accanto a un uomo perché non sa come mantenersi, nemmeno se i soldi sono i suoi (e in questo Eleanor e il ricordo di sua madre sono molto simili); la donna è quella che si fa succube, che odia quel ruolo ma che tuttavia gli si abbandona ogni volta.

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Edward St Aubyn

Il mondo visto invece dalla prospettiva del piccolo Patrick è sin da subito contaminato da quanto succede in quello degli adulti. Anche qui si segnano punti diametralmente opposti con i Cazalet. I figli di Hugh, o di Villy, o di Rupert, vivono all’interno di una bolla, mentre l’erede di casa Melrose mostra da subito i segni di un forte squilibrio familiare: una propensione a far giochi evidentemente pericolosi anche per un bambino, una inspiegabile (almeno per lui) paura del padre, che genera a sua volta un attaccamento morboso e mai assecondato nei confronti della madre e delle figure femminili più in generale.

Quello che ci viene mostrato, per chiudere, è un affresco a fosche tinte dell’essere umano contemporaneo dato che Non importa è del 1992. C’è una crudezza tipica dei romanzi degli anni ’90 e 2000, la stessa che nella letteratura nostrana troviamo in Tommaso Giagni, o in Walter Siti.
È successo qualcosa, prima di quel decennio, che ha trasformato la nostra visione del mondo da positiva a negativa, da sognante a disincantata. Edward St Aubyn ci fa svegliare con una secchiata d’acqua gelida, e lo fa con lo sguardo compiaciuto di chi sa di averci fatto un gran favore.

Saluto ad Andrea Camilleri, creatore di mondi

Di Andrea Carria

 

Questa mattina lo scrittore Andrea Camilleri ci ha lasciati. Noi dello Specchio di Ego ci uniamo ai parenti e al resto del mondo della cultura per un ultimo saluto al Grande Maestro.

Camilleri era nato il 6 settembre 1925 a Porto Empedocle (Ag) e nella sua lunga e onorata carriera ha raccontato la Sicilia in tutte le sue sfumature. Come succede solo ai più grandi quando la loro arte si appropria di qualcosa, dopo Camilleri la Sicilia non è più la stessa. O meglio, non è più solo una: c’è infatti la Sicilia e la-Sicilia-di-Camilleri. La Sicilia come luogo geografico, storico e culturale che si impara a conoscere a scuola e che poi si va visitare, magari per una bella vacanza, e la Sicilia così come Camilleri l’ha raccontata nei suoi romanzi: un luogo a sé, un personaggio a sua volta animato da un carattere proprio, una creatura che l’Arte ha preso in prestito dalla realtà per foggiare qualcosa di nuovo, di unico.

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Andrea Camilleri, cassatina sulla terrazza a Marinella (disegno di Serena Stelitano)

Montalbano, il più famoso dei suoi personaggi, è un’icona indiscussa del genere poliziesco tanto in Italia che all’estero. All’estero, sì, proprio all’estero, dove, se la letteratura italiana contemporanea continua ad arrancare, Camilleri si è guadagnato un’acclamazione meritatissima che nel Novecento è riuscita solo ai più grandi fra i nostri connazionali: Italo Calvino, Primo Levi, Umberto Eco e pochissimi altri.
Ma nel caso di Camilleri si è trattata di un’impresa doppiamente titanica: conquistare i lettori di tutto il mondo malgrado le difficoltà di traduzione imposte dal dialetto siciliano. Per il quale si è ripetuto lo stesso sdoppiamento che si è visto nel caso della Sicilia: il siciliano, dialetto profondamente radicato nel territorio e restio ad allontanarsene, e il-siciliano-di-Camilleri, lingua letteraria del XXI secolo globalizzato contro ogni aspettativa.

Ma non solo Montalbano. Camilleri ha scritto anche tanto altro: romanzi, racconti, sceneggiature, programmi radiofonici e televisivi. Con la Rai, del resto, Camilleri ha avuto un lungo e fruttuoso sodalizio, il cui ultimo atto è andato in onda lo scorso 5 marzo su Rai 1: Conversazione su Tiresia. Da solo sul palco del teatro greco di Taormina, seduto su una poltrona, Camilleri ha guidato il suo pubblico alla riscoperta di un mito antico. Un lungo monologo che sembrava giunto sugli schermi dopo aver attraversato le nebbie del tempo, a cui la voce rauca del Maestro pareva donare materia.

A 93 anni eccolo lì, Andrea Camilleri, ancora lucido, ancora saggio, ancora ammaliante, ancora pieno di storie da raccontare. I minuti passavano e intanto si rafforzava la convinzione che da quel palco non sarebbe più sceso, che non se ne sarebbe mai andato. È dunque così che voglio ricordarlo: seduto sulla poltrona al centro del teatro, come un amico, come un nonno a cui nessuno può mettere fretta perché sa di avere dalla sua parte l’eternità del tempo.

Grazie, Andrea

Teoria dello specchio e della fotografia ne “Il Barone e il guardacaccia” di François Vallejo

Di Gian Luca Nicoletta

 

Ho da poco terminato la lettura di questo piccolo romanzo edito da Sellerio nel 2006, Il Barone e il guardacaccia, dello scritto franco-spagnolo François Vallejo (classe 1960) e oggi ve ne vorrei parlare.

La vicenda, come si deduce dal titolo, è principalmente quella del Barone d’Aubépine  Perrières, possidente di un vasto latifondo nella Francia occidentale, e del suo fedele guardacaccia, Monsieur Lambert. Il periodo storico è quello dei moti comunardi e rivoluzionari del 1848, anno più anno meno.
La storia non inizia in maniera classica, con grandi descrizioni o introduzioni dei personaggi, tutt’altro: all’inizio del romanzo ci troviamo nel 2004, quando il narratore di questo primo capitolo si imbatte inavvertitamente in una vecchia foto di famiglia, dove sta ritratto un signore ben vestito ma — particolarità della foto — desta attenzione il fatto che questa non sia venuta molto bene a causa di un grosso cane nero che irrompe nel campo e disturba soggetto e fotografo. Il narratore, confrontando la foto con una identica finita su un giornale, non ha dubbi che quella ritragga uno degli spietati carcerieri delle colonie francesi di un tempo.

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Terminato questo preambolo, il filone narrativo si stacca dalla nostra contemporaneità e salta indietro di più di un secolo e mezzo, portandoci alle avventure di M. de l’Aubépine e M. Lambert. Da qui entra in gioco l’abilità, che non sospettavo non avendo mai letto null’altro di Vallejo, dello scrittore: la fotografia sparisce completamente dai pensieri del lettore, perché tutto si concentra su quella che ho definito nel titolo come “teoria dello specchio“: i personaggi principali sono perfettamente speculari l’uno all’altro, ma in maniera del tutto sorprendente. Il Barone, figlio di un uomo spietato, freddo e prepotente, è un cultore della filosofia e fervente sostenitore della causa repubblicana; mentre il suo guardacaccia, un uomo piuttosto rozzo nei modi e molto attaccato alla sua terra e alla sua preziosa muta di cani, è fermamente convinto che se le cose sono in un certo modo è perché così devono essere, dunque che i baroni facciano i baroni e che i contadini facciano i contadini.

Alla base di questo interessante gioco di prospettive, il quale non riduce minimamente la complessità dei personaggi che vengono costantemente arricchiti e particolareggiati, sta una taciuta analisi dei bisogni degli stessi: il barone è cresciuto in un mondo soffocante, nel quale tutti si aspettavano qualcosa da lui, qualcosa che non aveva in termini di abilità di caccia, severità nel gestire la propria servitù, rigore nel riscuotere le proprie rendite, dunque propende sinceramente verso un progetto socio-politico che veda al centro il sovvertimento della piramide, puntando all’abolizione di qualsiasi privilegio nobiliare. Dall’altra parte invece sta Lambert che, nel suo modesto cantuccio con la sua famiglia, non è in grado di immaginare un mondo diverso; il suo ragionamento è molto più terreno rispetto a quello del barone: se i titoli nobiliari fossero aboliti non avremmo più un barone, e se non abbiamo un barone, chi ci dà lavoro?

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Frutto di questo scambio sono i dialoghi ben strutturati, veloci e spigliati. I due personaggi, i quali si rinfacciano le rispettive priorità che vuole la società del XIX secolo, sono lo strumento migliore che permette di immaginare la incongruenze di allora. Particolarmente interessante ho trovato i pensieri di Lambert, quelli che non ha cuore di dire al suo padrone, che molto spesso indugia su un’espressione quando riflette su ciò che il barone vorrebbe fare ma che non deve fare: “non bisogna“, tradotto dal francese probabilmente (non ho il testo originale) da “il ne faut pas“, letteralmente “non serve, non è necessario”.

Parallelamente a questo scambio vispo, Vallejo concentra l’attenzione sulle turbe dei personaggi, sui loro feticci e in particolar modo quelli del barone: tendenze erotiche, desideri della carne cui, nel buio del castello, il barone cede senza freni e che vengono uditi dalla famiglia di Lambert che vive in un casino poco distante. In questo modo viene anche ben tratteggiata l’intimità che c’era nelle grandi magioni di una volta, dove servitore e servito vivevano dopotutto sotto lo stesso tetto e che, sebbene i muri sociali fossero invalicabili di giorno, quel che succedeva di notte era di omertoso dominio pubblico-domestico.

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Ma voi, che siete lettori ben più attenti, vi domanderete: sì va bene, ma la foto?
Ebbene Vallejo ha una risposta anche per quella: una risposta elegante perché la storia della fotografia è in realtà il romanzo stesso. Solo che, con una prosa agile e furbescamente architettata, il lettore non se ne rende conto. Solo alla fine di tutta la vicenda, senza farvene accorgere, vi ritrovate ad aver letto una storia familiare ricca e complessa e, soprattutto, vi renderete conto bene del perché, dopo moltissimi anni, in una famiglia è rimasta una foto sfocata di una persona di cui nessuno ricorda più il nome.