La vita nella morte: “La persuasione e la rettorica” di Carlo Michelstaedter

Di Andrea Carria

 

La vicenda umana e intellettuale di Carlo Michelstaedter è come una cometa che si spegne dopo un accecante bagliore. Della cometa essa non possiede solo la luminosità, ma anche la durata: appena ventitré anni. Ma Michelstaedter ha saputo fare addirittura meglio, poiché gliene sono bastati appena cinque – gli ultimi – per meritarsi un posto fra i grandi nomi del libero pensiero.

Se il suicidio con cui decise di mettere fine alla sua giovane vita fa di Michelstaedter un romantico e accomuna la sua sorte a quella di altri décadent, il tipo di opera che lo ha reso celebre è allo stesso tempo la più insolita e la più comune che ci possa essere. La persuasione e la rettorica (Adelphi, 2011) – questo il titolo del lavoro che meditò e scrisse tra il 1905 e il 1910 – è infatti la sua tesi di laurea.

Ma chi era Michelstaedter? A cosa si deve la fortuna della sua tesi e in che rapporto sta essa col suo suicidio?

Carlo Michelstaedter nacque nel 1887 a Gorizia da una famiglia borghese di origine ebraica. All’epoca la città apparteneva ancora all’Impero austroungarico, ma la sua posizione di confine ne faceva un crocevia culturale e linguistico ideale. Michelstaedter, che conosceva sia il tedesco che l’italiano, seppe avvalersene, ma al momento giusto. Nella sua carriera di studente, infatti, non si distinse per meriti particolari e, anzi, cambiò più volte idee sul corso di studi da seguire, fino ad approdare, nel 1905, alla Facoltà di Lettere di Firenze, dove rimase per quattro anni prima di tornare a Gorizia e lì completare la propria tesi di laurea.

La persuasione e la rettorica è un testo che rispecchia i limiti e i furori della giovane età in cui fu scritto. Le idee alla base del libro non dicono apparentemente nulla di originale e, anzi, si presentano fin da subito consapevoli del proprio passato: «quanto io dico — si legge nella Prefazione — è stato detto tante volte e con tale forza che pare impossibile che il mondo abbia ancor continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole». I due sostantivi del titolo costituiscono una dicotomia che percorre il libro dall’inizio alla fine, descrivendo le due strade fra cui ogni uomo è costretto a scegliere: la persuasione, ossia la vita autentica, lontana da illusioni e falsità, da convenzioni e lusinghe; e la rettorica, che è l’esatto contrario dell’altra ma ha dalla sua parte il miraggio della sicurezza e del successo.

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La vita persuasa è la vita che vuole sé stessa. Colui che sceglie questa strada non è schiavo di pseudo bisogni perché, concentrato com’è a vivere autenticamente il presente dando il giusto valore alle cose, non avverte la mancanza di ciò che non ha, la quale invece tormenta la maggior parte degli uomini incitandoli costantemente nella corsa senza traguardo verso il soddisfacimento.

«No, egli deve permanere, non andar dietro a quelli fingendoseli fermi perché essi lo attraggono sempre nel futuro; egli deve permanere seppur vuole ch’essi gli siano nel presente, che siano suoi veramente. Egli deve resister senza posa alla corrente della sua propria illusione; s’egli cede in un punto e si concede a ciò che a lui si concede, nuovamente si dissolve la sua vita, ed ei vive la propria morte […]».

Questo modo di fare è proprio dello stile di vita rettorico, del quale l’uomo dispone di tanti modelli ed esempi fin dalla più tenera età. L’educazione e la società spingono l’individuo a incastrarsi in una forma, ad assumere, mediante la promessa illusoria del piacere e della felicità, posizioni convenienti e ruoli utili al proseguimento della vita (philopsichia), i quali però contrastano con le istanze più vere e profonde dell’uomo.

Michelstaedter divide la sua tesi in due parti, intitolate significativamente Della persuasione la prima e Della rettorica la seconda. Le riflessioni che si sviluppano al loro interno instaurano un dialogo stretto con gli autori del corpus michelstaedteriano, fra cui i presocratici, Platone e il Vangelo. Come si vede da questa brevissima rassegna, la predilezione di Michelstaedter va tutta verso i testi in lingua greca; oltre a essere numericamente abbondanti, le citazioni in lingua originale hanno la caratteristica di porsi in continuità con il resto del testo, quasi come se per lui il passaggio dall’italiano al greco antico non esistesse. La definizione più giusta l’ha data il curatore delle Opere di Michelstaedter pubblicate da Adelphi, Sergio Campailla, secondo il quale il filosofo «non cita in greco, ma parla in greco».

Sulla lingua impiegata da Michelstaedter è necessario spendere qualche parola. La persuasione e la rettorica è una tesi di laurea, dunque non fu scritta con l’intenzione di essere pubblicata, o almeno non subito. Il testo venne editato postumo per la prima volta dai familiari nel 1913, con la cura scientifica del filosofo Vladimiro Arangio-Ruiz che era stato compagno di studi di Michelstaedter a Firenze, e poi di nuovo nel 1922 a cura di Emilio Michelstaedter, cugino dell’autore. Compresa quella Adelphi, a oggi si contano cinque edizioni e ciascuna ha dovuto affrontare e cercare di risolvere i problemi tipici di un testo non completamente revisionato. La sensibilità del lettore moderno non può non  sbattere contro la prosa vetusta di questo scrittore, giovane nell’età ma antico nei modi. Periodi lunghi e ingarbugliati, concordanze non sempre rispettate e una punteggiatura anarchica dove si riconosce l’impronta tedesca sono le peculiarità che più saltano all’occhio. Così come salta all’occhio la maggiore cura linguistico-sintattica della seconda parte del libro: le frasi appaiono più tornite e i discorsi si presentano in una forma complessivamente più limpida. Certo, l’italiano di Michelstaedter è comunque figlio del suo tempo e la sensazione di tenere fra le mani uno scritto molto più datato di quello che è in realtà rimane invariata.

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Nonostante i limiti che ho discusso finora, La persuasione e la rettorica rimane un’opera illuminata. I furori a cui accennavo prima, Michelstaedter li ha riversati in un lavoro che trasuda la passione con cui è stato scritto. Le idee antiche incontrano quelle nuove, combinandosi in una filosofia profonda e sconsolata, più personale che originale. Platone, Parmenide, Empedocle ed Eraclito dialogano direttamente con le falangi del pensiero di Leopardi, Schopenhauer, Nietzsche, Ibsen. Quello che Michelstaedter costruisce nei fatti è un ponte che passa sopra millecinquecento anni di storia della filosofia per congiungere le scuole della Grecia presocratica con le avanguardie del pensiero romantico da una parte e decadente dell’altra. Tranne qualche riferimento hobbesiano, è come se la filosofia moderna, per lui, non fosse esistita, e anche l’idealismo hegeliano viene riassunto in blocco come l’apoteosi dello stile di vita rettorico.

Nondimeno il filosofo goriziano si dimostra una mente in anticipo sui tempi. Certe considerazioni (e pregiudizi) sulla scienza moderna, sul suo procedere per settori sempre più specialistici che finiscono per somigliare a compartimenti stagni, sono questioni che vengono dibattute ancora oggi. La riscoperta dei presocratici, poi, lo avvicina a Nietzsche quasi più del nichilismo e, a riprova che Michelstaedter si sia anticipatamente inserito in un filone di studi destinato a un futuro, basta ricordare la profonda influenza esercitata da Parmenide e dai presocratici in generale sul pensiero di Martin Heidegger.

La qualità dello scritto di Michelstaedter emerge anche in alcuni brani di autentica bellezza letteraria. Voglio ricordarne due: il primo, proprio all’inizio del libro, è la metafora del peso che pende da un gancio, dove immagine scelta, sua rappresentazione, espressività della lingua e contenuto confezionano un brano che è fatto apposta per essere ricordato; il secondo è la nota parabola dell’areostato (a volte pubblicata anche da sola), dove Michelstaedter paragona la teoria delle idee di Platone al volo di un pallone aerostatico che, dovendo rinunciare alla meta, si illude comunque di aver guadagnato l’agognata «leggerezza» dei cieli.

Carlo Michelstaedter si uccise con un colpo di pistola il 17 ottobre 1910, appena dopo aver completato la sua tesi. Non è pensabile separare la vasta eco che questa ha avuto nella cultura filosofica e letteraria italiana dalla ricca messe di fatti e coincidenze straordinari che accompagnano la sua biografia, tuttavia le scoperte e gli studi compiuti nel frattempo hanno portato nuovo materiale all’attenzione del pubblico. La persuasione e la rettorica non è infatti la sola opera di Michelstaedter degna di interesse: dalla cospicua quantità di carte, poesie, lettere e disegni che egli ha lasciato (attualmente custodita nella Biblioteca Statale Isontina di Gorizia), soprattutto nel corso degli anni Ottanta e Novanta sono state realizzate varie pubblicazioni che fortunatamente, grazie alle numerose ristampe, non hanno davvero mai abbandonato le librerie italiane.

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La Biblioteca Statale Isontina di Gorizia

Il suo gesto solleva importanti e inevitabili interrogativi, e molti hanno cercato di trovare una risposta proprio nelle pagine più tormentate della sua tesi di laurea. In essa, la mancanza di un vero vademecum verso la persuasione mette in luce le difficoltà teoriche da lui incontrate nell’abbozzare una strada alternativa alla rettorica. Come è stato giustamente osservato, Michelstaedter stenta a fornire una descrizione dettagliata e compiuta della persuasione, cosicché quello che viene affermato riguardo a essa si rivela essere, piuttosto, la negazione di ciò che è la rettorica. È probabile, anzi certo, che, come si legge in un passo nel libro, Michelstaedter vedesse nel titolo di dottore che stava per conseguire il preludio del proprio incasellamento definitivo, come pedina, nello scacchiere del mondo rettorico. Altri ancora collegano il suicidio a certi episodi biografici (delusioni amorose, incomprensioni e tragedie familiari) e addirittura, più recentemente, a una malattia tenuta segreta. Se si desidera trovare una causa per la sua morte, di certo non deve essere tralasciato nulla, anche se in casi come questo le carte sono in genere più utili per rimettere in discussione piuttosto che per portare conferme:

1. Vita morte,
la vita nella morte.
Morte vita,
la morte nella vita.

2. Noi col filo,
col filo della vita,
nostra sorte
filammo a questa morte.

3. E più forte
è il sogno della vita,
se la morte
a vivere ci aita.

4. Ma la vita
la vita non è vita,
se la morte
la morte è nella vita.

5. E la morte
morte non è finita,
se più forte
per lei vive la vita.

6. Ma se vita
sarà la nostra morte,
nella vita
viviam solo la morte….

7. Morte vita,
la morte nella vita.
Vita morte
la vita nella morte.

(C. Michelstaedter, Il canto delle crisalidi, in Poesie, 1912)

 

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C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… parte VI

Di Gian Luca Nicoletta

 

La nostra rassegna sull’esperienza dell’Europa, in chiave letteraria, filosofica e, più ampiamente, intellettuale si trova al giro di boa. Con l’articolo di oggi affrontiamo la questione europea dal punto di vista di un intellettuale svizzero che ha vissuto in Francia, in Germania durante il nazismo, e poi negli Stati Uniti durante gli anni più aspri del secondo conflitto mondiale: Denis De Rougemont.

La conferenza di De Rougemont si apre con un’affermazione significativa:

«On m’a prié de vous parler ce soir d’une Europe à laquelle je reviens après six ans d’absence, et certains événements.»[1]

Sappiamo che l’impegno letterario, civile e politico di De Rougemont si è manifestato maggiormente in direzione federalista ed anti-totalitarista e dunque leggere questa sua affermazione alla luce delle sue esperienze sia di intellettuale e scrittore impegnato (la fondazione della Lega del Gottardo nel 1940 e nello stesso anno la pubblicazione di Mission ou Démission de la Suisse), sia di scrittore in esilio negli Stati Uniti, seppur per motivi di sicurezza (è del 1941 il suo The heart of Europe: Switzerland, a small scale model of a working federalized Europe), ci aiuta a guardare alla questione dello studio dello spirito europeo in tutta la sua problematicità.

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Il punto di vista dal quale De Rougemont scrive è quindi interno per quel che riguarda la concezione e l’esperienza di appartenenza alla cultura europea, ma allo stesso tempo esterno per quel che concerne gli anni più violenti della guerra, lo scrittore ha infatti trascorso all’estero il periodo tra il 1940-’41 e il 1946.

De Rougemont, scrive, si sente come se tornasse a parlare con una vecchia amica, l’Europa, che non vedeva da anni e il primo giudizio è un giudizio d’insieme: tutta l’Europa ha perso la guerra, inutile negarlo.
De Rougemont spiega il perché di quanto dice: egli sostiene che Hitler è stato sconfitto militarmente ma durante la guerra lui e tutti i nazisti che con convinzione lo hanno seguito hanno lasciato del segni che valgono una vittoria. Per spiegarsi meglio lo scrittore ricorre a una similitudine: poniamo che due uomini, uno violento che inneggia alla brutalità e un gentiluomo che crede nella diplomazia, si confrontino. Se il violento decidesse di aggredire il gentiluomo e questi reagisse per difendersi, nessuno dei due sarebbe più distinguibile durante la rissa. Anche in caso di vittoria del gentiluomo, egli sarebbe tumefatto, sporco, con gli abiti stracciati. Il gentiluomo avrebbe vinto, ma la brutalità avrebbe senz’altro vinto su di lui. Questo, secondo De Rougemont, è esattamente ciò che è accaduto all’Europa.

La similitudine ora impiegata non va interpretata come se l’Europa-gentiluomo sia stata aggredita da un violento estraneo, bensì l’opposto. Sia il violento che il gentiluomo sono entrambi europei:

«L’Europe a été façonnée par le judéo-christianisme, par la notion grecque de l’individu, par le droit romain, par le culte de la vérité objective, et malgré le nationalisme. Hitler représentait exactement, et point par point, le refus et la destruction de tous ces éléments – l’anti-europe.»[3]

Sino ad ora si è visto trattare il fenomeno del nazi-fascismo in modi diversi: l’esasperazione delle diversità per Benda; una tappa inevitabile di un processo secondo Flora; un vero e proprio dramma per Guéhenno. Tuttavia nessuno fra gli intervenuti ha considerato con palese coscienza autocritica il fatto che quello del nazi-fascismo sia stato un fenomeno tutto europeo e non una violenza perpetrata ai nostri danni da parte di un corpo alieno: gli europei si sono fatti la guerra tra loro e sempre loro hanno distrutto l’idea di Europa che i sopravvissuti al conflitto (la medesima generazione che ha dato inizio alla guerra) hanno poi pianto.

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Il discorso di De Rougemont prosegue su questa linea che potremmo definire di disincanto: l’intellettuale richiama alla memoria dei presenti alcuni elementi che hanno fatto grande l’Europa ma che poi si sono rivelati nocivi.

Come in principio del suo intervento, si parte da una premessa significativa:

«Avant cette guerre, le nom d’Europe évoquait un foyer intense dont le rayonnement s’élargissait sur tous les autres continents. L’Europe nous semblait donc plus grande qu’elle n’était.»[4]

E poi di seguito:

«Pendant des siècles d’expansion irrésistible, impérialiste ou généreuse, l’Europe a diffusé sur la planète, sans distinction, ses découvertes et ses utopies, les secrets mêmes de sa puissance et les germes de ses maladies.»[5]

Questo passaggio si collega a ciò che hanno in precedenza sostenuto Francesco Flora e Jean Rodolphe De Salis: l’Europa ha plasmato, direttamente o indirettamente, usi, costumi, modi di pensare e agire che possono essere rintracciati in tutto il mondo. Il nodo da sciogliere è: quanto c’è di buono in tutto quello che nel corso dei secoli abbiamo esportato, o meglio, perché non riconosciamo più come europeo ciò che nacque da “germi europei”? Con il nostro esplorare e colonizzare il mondo abbiamo trasmesso ad altre culture ciò che avevamo sia di positivo che di negativo; ed ora siamo noi stessi a pagarne le conseguenze dovendo esser costretti ad assistere alla rovina dell’Europa mentre i suoi stessi frutti, da fuori, la conquistano:

«Née d’analyses et de pressentiments de nos défaillances interne, elle (l’idée de progrès) se voit confirmée et comme objectivée par la rapide élévation de deux empires extra-européens. Ce sont eux qui ont gagné la guerre, et non pas nous. Ce sont eux qui ont repris en charge le Progrès et la foi au progrès. Et nous restons avec l’héritage d’une défaite, notre conscience inquiète et fatiguée, notre scepticisme lucide…»[6]

Qualcosa non ha funzionato durante il processo di “esportazione dell’Europa”. De Rougemont guarda direttamente agli Stati Uniti e all’U.R.S.S. definendoli, neanche troppo metaforicamente, “imperi extraeuropei” decretando ciò che per lui è già realtà. Una questione alla quale però continua a pensare riguarda le fondamenta di quelli che potremmo definire i nuovi impero d’Occidente e impero d’Oriente che ad oggi si disputano il mondo: se questi derivano direttamente dall’Europa, perché gli elementi europei sui quali si fondano non hanno prosperato nel nostro continente?

«Mais alors, comment et pourquoi ces créations européennes n’ont-elles pas connu en Europe leur plein succès ? Et comment et pourquoi, hors d’Europe, ont-elles subi cette croissance gigantesque ? Pourquoi n’ont-elles produit chez nous ni tout leur bien, ni tout leur mal ? C’est qu’en Europe, elles se trouvaient toujours en état de composition, tandis qu’ailleurs, pour le bien et le mal, elles se sont déployées sans freins ni contrepoids.»[7]

Stando al passaggio, si può dedurre che la stessa colonizzazione del mondo da parte degli europei abbia consentito ai due imperi di trionfare. Evidentemente l’impiantare e lasciar radicare in culture altre i «segni e i motivi» sviluppati per primi in Europa ha permesso ai nuovi imperi di svilupparsi naturalmente e dunque in questo modo si è potuto verificare che i germi della classe imperialista e borghese hanno dato vita all’impero statunitense, mentre quelli di provenienza socialista e operaia hanno generato l’impero U.R.S.S.

L’Europa, al contrario, essendo il luogo d’origine dello “stato di composizione” dei segni e dei motivi poi esportati non ne ha sviluppato pienamente nessuno e quindi si è giunti allo scontro omicida.

Alla fine del conflitto, una volta che sono state raccolte le macerie, che cosa rimane però? Si è ben visto come tutti siano certi del fatto che sia necessario andare avanti e non ricostruire i miraggi di vecchie glorie mai realizzate; ma concretamente quali solo le prospettive che si profilano per l’Europa?

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De Rougemont tenta una previsione: si domanda se, considerando il momento storico che tutti stanno vivendo, sia ancora possibile parlare di una «défense de l’Europe» e dunque ostinarsi a rimanere ancorati ai propri resti e alle proprie rovine, o piuttosto chiamare in soccorso «forces jeunes». In fin dei conti, a che valgono i lamenti di dolore se non c’è più nulla da perdere? La via migliore per ricostruire l’Europa è quella di concentrarsi sulle nuove generazioni, quelle che vivranno la loro vita senza il ricordo della guerra: quale sarà dunque la loro Europa? Sarà un museo per la contemplazione di un sogno irrealizzato o sarà una colonia di uno dei due nuovi imperi?

«… une Europe américanisée – ce serait par goût – soviétisée – ce serait par contrainte – dans les deux cas colonisée. Un musée ou une colonie… autant dire : une Europe absente…»[8]

 Museo o colonia, in entrambi i casi l’Europa perderebbe la propria voce e sarebbe irrimediabilmente assente. L’assenza derivante dalla sua museificazione sarebbe dovuta allo svuotamento di tutte le sue forze una volta motrici: non ci sarebbe più nulla di nuovo se non un perpetuo ricordare. L’assenza, forse più grave, che deriverebbe dalla colonizzazione sarebbe dovuta allo schiacciamento che le nuove forze dominanti eserciterebbero sul nostro continente senza lasciar spazio a nuove forme di autocoscienza.

L’unica alternativa a questo scenario annichilente, secondo De Rougemont, è il ritorno ad una concezione della vita, sia dal punto di vista sociale che politico, di cui l’essere umano è il centro.

«Ce n’est donc pas au nom de je ne sais quel nationalisme européen qu’il nous faut défendre l’Europe, mais au seul nom de l’humanité la plus consciente et la plus créatrice de l’homme.»[9]

Particolarmente evidente in questo passaggio è il collegamento con il pensiero di Francesco Flora: entrambi sostengono che il futuro dell’Europa non si fonderà su assetti politici nuovi ma sul ruolo chiave che avrà la coscienza dell’uomo nei confronti di sé stesso; prima di tutto fuori da qualsiasi appartenenza culturale o nazionale.

 

 

 

[1] Denis De Rougemont in R.I.G., conferenza dell’8 Settembre 1946, p. 172

[2] Ibidem, p. 173, corsivo mio

[3] Ibidem, p. 174

[4] Ibidem, p. 179

[5] Ibidem, p. 180, corsivo mio

[6] Ibidem, p. 178, parentesi mia, corsivo del testo

[7] Ibidem, p. 180, corsivo del teso

[8] Ibidem, p. 184

[9] Ibidem, p. 184

Kirillov del sottosuolo: la filosofia del suicidio nel romanzo “I demoni” di Dostoevskij

Di Andrea Carria

 

Fin dal momento della sua comparsa, uno dei personaggi più intriganti e complessi del mondo dostoevskijano è Aleksej Nilič Kirillov, l’ingegnere suicida dei Demoni (1873).

Sono passati quasi dieci anni dalla pubblicazione delle Memorie del sottosuolo (potete vedere l’articolo che vi ho dedicato qui), e nel frattempo Dostoevskij non ha mai smesso di esplorare i cunicoli sotterranei che si diramano sotto la superficie, apparentemente calma, dell’Umano. Dopo altri quattro romanzi, fra cui Delitto e castigo e L’idiota, Dostoevskij ha ormai acquisito una buonissima esperienza del sottosuolo e dei suoi abitanti. Questa esperienza gli ha confermato ciò che già sapeva al tempo della scrittura delle Memorie, ossia che il mondo si divide in uomini normali e in uomini ipercoscienti, e che di regola sono quest’ultimi a soccombere. Ma sa anche un’altra cosa: che il male non può avere l’ultima parola perché ogni uomo è libero di scegliere. Magari non saranno agevolissimi da conseguire, tuttavia il bene e la salvezza rimangono due traguardi alla portata di chiunque: l’individuo non deve far altro che accogliere Cristo, scegliendo di vivere la propria libertà nella fede del Dio-Uomo.

Ma Dostoevskij non poteva dirsi ancora soddisfatto. Se infatti Cristo è il fondamento stesso della libertà, bisogna dimostrare in maniera inconfutabile che al di fuori della fede in lui non esistono né libertà né salvezza. Bisogna dimostrare che l’unica possibilità che rimane all’uomo per dare un senso alla propria esistenza è accogliere il miracolo della resurrezione. Ma per farlo è necessario che l’assolutismo di questa idea superi l’assolutismo della sua antinomia, vale a dire che l’idea dell’abbandono a Cristo vinca l’idea dell’abbandono di Cristo. In altre parole, c’è bisogno che l’idea di Cristo muoia definitivamente per vedere se davvero l’uomo rientri in possesso di tutte le sue libertà oppure se queste, una volta che sia stata provata l’inesistenza di Dio, vengano a sparire a loro volta.

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Come uomo del sottosuolo, Kirillov non ha bisogno di presentazioni. Anche senza parlare della profondità del suo pensiero, incompatibile con un uomo che è distratto dalla mondanità e che in essa si trova a proprio agio, nei Demoni quasi non c’è riga che non apporti un indizio in più verso tale identificazione:

«Era un uomo ancora giovane, sui ventisette anni, vestito decentemente, bruno, snello ed asciutto, dal colorito pallido, un po’ terreo, e dagli occhi d’un nero opaco. Appariva alquanto pensieroso e distratto, parlava a scatti e sgrammaticato, spostando stranamente le parole e imbrogliandosi se gli toccava comporre una frase un po’ più lunga».

Incurante che il suo atteggiamento sconcerti le persone, cercare di giustificarsi ai loro occhi non è da Kirillov, cosicché tutto ciò che egli rivela di sé stesso ricade sempre sotto la categoria della consequenzialità.

«Vi chiedo scusa, ma qui non me la piglio con nessuno – proseguì l’ospite [Kirillov] di gran carriera e con fuoco; – per quattro anni ho visto poca gente… Per quattro anni ho parlato ben poco e ho cercato, per i miei scopi, di non incontrar nessuno: per quattro anni».

Una confessione, la sua, edulcorata rispetto agli strali impietosi con cui il protagonista delle Memorie parla degli altri e di sé stesso; comunque, se Kirillov non arriva a tanto, non è solo perché dice tutto questo in pubblico, alla presenza di persone mai viste prima e delle quali deve affrontare il giudizio, ma anche perché non ha alcun bisogno di abbandonarsi a ingiurie gratuite di quel tipo, lui che, a suo modo, il problema dell’Altro l’ha risolto. Nel suo caso sono infatti gli altri che lo vanno a cercare, i suoi conoscenti che lo trascinano nei loro affari, non lui a mettersi in moto da sé. Nelle Memorie, al contrario, il protagonista agogna fino all’ultimo che i suoi ex compagni lo invitino alla festa per l’amico Zverkov, eppure ciò accade solamente dopo che lui ha compiuto il primo passo. Il rapporto fra Kirillov e gli altri si è dunque evoluto molto rispetto alla condizione parallela dell’uomo del sottosuolo ordinario. Maestro di dissimulazioni, quest’ultimo si vieta di proporsi agli altri perché attende che siano gli altri ad andare da lui. Adulazione e corteggiamento sono le forme di lusinga che più lo aggradano, ma anche allora la sua reazione non cambia: anziché imbellettarsi si auto-denigra, cerca cioè di negarsi anche quell’unica possibilità mettendo in pratica un raffinato piano finalizzato all’auto-convincimento della propria ripugnanza; piano che, inconsciamente, dovrebbe servirgli per liberarsi dalla dipendenza altrui, ma che può valere anche come una sorta di rituale scaramantico-consolatorio volto, da una parte, a esorcizzare il futuro e, dall’altra, a rendere meno traumatico il tradimento imminente delle sue aspettative.

Si può dire che l’uomo del sottosuolo viva nella costante attesa di venire scoperto dallo sguardo degli altri e che abbia trovato il modo più appagante di supplire a questa mancanza immaginandosi come potrebbe apparire loro.

«Ma per più di tre mesi di fila non ero proprio in grado di sognare, e allora cominciavo a sentire l’invincibile esigenza di tuffarmi nella società».

Da questo punto di vista, Kirillov compie un importante passo avanti rispetto allo sdegnoso ma ancora supplicante prototipo originario, avendo trovato il sistema di soddisfare questa esigenza rendendosi parimenti insostituibile agli altri. In ogni caso vedremo tra non molto in cosa consista questa insostituibilità e quanta apparenza vi concorra.

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A caratterizzare il volto sotterraneo di Kirillov c’è poi la scarsa dimestichezza che dimostra con le cose pratiche. Ben poche attività lo vedono coinvolto, e fra queste a impegnarlo di più sono i lunghi dialoghi in cui si sforza di spiegare all’interlocutore del momento le sue idee sulla vita e la morte. Quando è spinto a uscire dal suo guscio lo fa con molta diffidenza, e comunque viene sempre reclutato per ruoli passivi che non comportano un’azione diretta. Fa da padrino al duello fra Nikolaj Stavrogin e il signor Gaganov, per esempio; oppure, quando Pëtr Verchovenskij lo invita a una riunione dell’organizzazione sovversiva di cui è a capo, quest’ultimo è esplicito nell’illustrargli cos’è che lo attende: «potete entrare, sedervi e non parlare con nessuno, per quanta gente possa esserci» gli dice; «Starete lì a sedere senza parlare con nessuno, ascoltando, e ogni tanto farete come se prendeste degli appunti. Magari disegnate qualcosa». E ancora, per recarsi al duello, lui e Stavroghin montano due cavalli, ma egli ha qualche difficoltà a fare ciò che per gli uomini dell’epoca (siamo nella Russia degli anni Sessanta del XIX secolo) era naturale:

«Kirillov, che non aveva mai inforcato un cavallo, si reggeva in sella diritto e ardito, sostenendo con il braccio destro la pesante cassetta delle pistole, che non voleva affidare al servo, mentre, per la sua scarsa perizia, con la sinistra torceva e tirava continuamente le redini, per cui il cavallo scoteva la testa e manifestava il desiderio d’impennarsi, cosa che, del resto, non spaventava affatto il cavaliere».

Il suo legame con Nikolaj Stavrogin è chiaro a loro due soltanto. Si erano conosciuti a Pietroburgo, e qui Kirillov aveva fatto da testimone di nozze a Stavrogin quando questi aveva deciso di sposarsi clandestinamente con Marija Lebjadkina. Si pone al servizio dell’associazione di Pëtr Verchovenskij senza farne parte; la disprezza eppure in qualche modo decide di aiutarla. Essendo completamente inghiottito dalla sua idea suicida, gli è infatti indifferente che altre persone possano usarlo per i loro scopi. «Che il mondo vada in malora, ma io possa bere il mio tè»: è così che egli ribatte, sprezzante, da autentico uomo del sottosuolo. Può permetterselo perché egli, ormai, vive solo per compiere il suo suicidio filosofico, sebbene per farlo debba attendere il nullaosta dell’organizzazione, in modo tale che il suicidio coincida col momento più conveniente per i congiurati – così dice infatti l’impegno che ha «acconsentito» di prendere con Pëtr Verchovenskij e che lo rende insostituibile ai suoi occhi. Ma quando il momento arriva la tira per le lunghe, ha paura, e solo dopo aver fatto stare sulle spine il povero Pëtr preme il grilletto. Ma nemmeno lui è sempre così maldisposto verso il prossimo. I bambini, per esempio, gli piacciono, e anche il tè, da parte sua, è un’offerta sulla quale si può sempre contare. Quando poi succede che la moglie del suo amiconŠatov deve partorire, gli mette a disposizione tutto quel che ha in casa:

«Se c’è la moglie, ci vuole il samovar» dice, tutto eccitato; «Ma il samovar dopo. Ce n’ho due. Ora prendete la teiera dalla tavola. È caldo, caldissimo. Prendete tutto; prendete lo zucchero; tutto. Il pane… Molto pane: tutto. C’è della vitella. Soldi: un rublo».

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E infine c’è l’orgoglio, quello che René Girard, nel saggio Dostoevskij: dal doppio all’unità, definisce «primo motore psicologico, e presto metafisico, che governa tutte le manifestazioni individuali e metafisiche della vita sotterranea». In realtà, tale orgoglio è sado-masochismo travestito da egoismo: «L’orgoglioso, com’è noto, desidera che lo si accusi di egoismo e se ne accusa volentieri egli stesso allo scopo di nascondere meglio il ruolo che l’Altro svolge nella sua esistenza». E il ruolo esercitato dall’altro nella sua esistenza, per Girard, è un ruolo di dominatore-umiliatore a cui l’uomo sotterraneo non può rinunciare senza veder compromesse tutte le sue possibilità di rivalsa nei confronti del mondo.

Oltre che un uomo del sottosuolo, Kirillov è il tipico personaggio dostoevskijano impersonante uno stilema ideologico. In lui l’idea non è quella forza più o meno nascosta che muove i muscoli e le labbra dell’eroe, ma è quegli stessi muscoli e quelle stesse labbra. Nel caso di Kirillov, quest’idea è il suicidio. C’è poi un’altra caratteristica che per Kirillov è di grande rilevanza: l’ossessività. In Dostoevskij, tutti gli eroi del sottosuolo sono degli ideologi e, in quanto tali, degli ossessionati; per quel che lo riguarda, Kirillov è un pensatore dalla logica ferrea la cui ossessione è l’idea della centralità di Dio nell’esistenza dell’uomo. Ossessione e logica: è l’incontro di queste due istanze nella medesima coscienza a rendere quella di Kirillov un’ideologia fatale, che predica l’assoluta necessità del suicidio qualora Dio non esistesse e l’uomo fosse pienamente responsabile della propria libertà. «Se Dio c’è» argomenta nel suo ultimo dialogo con Pëtr Verchovenskij, «tutta la volontà è sua, e dalla sua volontà io non posso uscire. Se non c’è, allora tutta la volontà è mia, e io sono obbligato a dichiarare la libertà d’arbitrio». Come si esprime l’arbitrio? Per Kirillov esiste un solo modo, e questo modo è uccidersi: «Sono tenuto a uccidermi perché il punto culminante del mio arbitrio è quello di uccidere me stesso» dichiara. In effetti il ragionamento di Kirillov è tanto semplice quanto rigoroso. Se Dio esiste, egli è la fonte di ogni libertà, e allora l’uomo, mancando della possibilità di determinarsi fino in fondo con l’uso dell’arbitrio, non ha nemmeno nulla da dimostrare. Se invece Dio non esiste, l’uomo diventa il detentore di ogni libertà: la sua pace viene compromessa e la sua coscienza è costretta a risolvere da sola, con l’unico ausilio della ragione, la terribile quaestio da cui prima era stata risparmiata.

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Max Ernst, “Madonna che sculaccia il Bambino” (1926)

«Dio è indispensabile, per questo deve esistere» rimarca Kirillov all’inizio dello stesso dialogo; «Ma io so che non esiste e che non può esistere».

La fermezza che Kirillov esprime con queste dichiarazioni è sempre conseguenza della sua logicità. Nella prima, l’indispensabilità di Dio si riferisce all’impossibilità, per l’uomo, di sbarazzarsi dell’istanza metafisica che l’ha indotto, fin dai primordi, a stringersi intorno a una religione di qualche tipo. Nella seconda invece abbiamo la sua smentita, col verbo sapere coniugato all’indicativo presente quale coronamento di un lungo cammino nelle nebbie del dubbio. Realmente interessante, tuttavia, è capire come Kirillov sia arrivato a poter dire «so» con tanta determinazione. La risposta è la sua prova ontologica dell’inesistenza di Dio. Orbene, se Dio esiste e detiene la mia libertà, io non sono il vero padrone di nessuno dei miei atti, e anche il mio suicidio, in qualche modo, rimarrebbe una manifestazione del volere divino. Se però io mi uccido perché sono giunto a concludere che Dio non c’è, con tale gesto (de facto, il più volitivo di tutti) reco prova di quella conclusione solo se decido in maniera totalmente arbitraria il momento in cui compierlo. È questa secondo me la vera grandezza del pensiero suicida di Kirillov: non di uccidersi per affermare l’assoluta padronanza sulla sua volontà, bensì uccidersi decidendo nella maniera più libera possibile il momento in cui farlo. È così che si spiega la decisione, altrimenti incomprensibile, di venire in aiuto agli interessi di Pëtr Verchovenskij e della sua organizzazione. Anche quando fissa di agire in accordo coi disegni del giovane Verchovenskij, in realtà Kirillov continua a perseguire indisturbato il proprio ideale libertario. Se infatti Kirillov si fosse ucciso nell’istante immediatamente successivo a quello in cui aveva scoperto la verità, non avrebbe potuto conferire tale valore al suo gesto ma avrebbe confermato il proprio agire da servo. Mettendo invece una certa distanza fra l’acquisizione del vero e il momento in cui trarne le conseguenze ultime, Kirillov sfrutta al massimo le potenzialità della propria conquista dimostrando di essere consapevole del funzionamento del mondo e al tempo stesso affrancato da esso, dando prova di essere tanto responsabile del proprio agire da poterlo mettere in pratica in qualsiasi momento e situazione.

 

 

[Immagine di copertina: Caravaggio, Deposizione, 1600-1604 ca.]

Dostoevskij e la filosofia del sottosuolo

Di Andrea Carria

 

Nelle regioni del pensiero, ogni rivoluzione presuppone una sconfessione. Ciò significa che non si rivoluziona niente di meno che la cosa a cui prima s’è aderito. Non voglio suggerire che questo rappresenti la regola, ma solo che sia la strada privilegiata. Quasi sempre si tratta di un incontro significativo, di una frequentazione che si protrae nel tempo oppure di un’esperienza che si rivela determinante. Nel caso di Dostoevskij fu l’esperienza del carcere in Siberia e la prospettiva di una condanna a morte, poi soppressa, a minare per sempre le sue convinzioni umanitaristiche, schiudendogli le porte del sottosuolo.

Si può dire che per Dostoevskij quella del sottosuolo fu un’autentica presa di posizione e di consapevolezza rispetto al proprio essere di fronte all’esistenza, se, come Lev Šestov, ammettiamo che il sottosuolo e i suoi risvolti letterari consistano nella fedele mappatura dell’itinerario interiore del suo creatore. Ma anche senza impegnarsi fino a questo punto, rimane pur sempre indubitabile che la scoperta del sottosuolo abbia segnato un punto di svolta decisivo nella sua carriera di scrittore. Infatti, se nelle opere immediatamente successive alla scarcerazione Dostoevskij si limitò ad accennare qualche timido segnale di mutamento nei confronti della propria poetica, che fin dagli esordi aveva guardato le vicissitudini degli ultimi e dei diseredati, fu appunto col libro Memorie del sottosuolo (1864) che egli giunse a presentare la sua nuova realtà ctonia in maniera compiuta.

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Una pagina manoscritta del romanzo “L’idiota” (1969)

«Sono un uomo malato… Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole».

È con questa serie di ammissioni disarmanti sul proprio conto che l’uomo del sottosuolo aggredisce la prima pagina delle Memorie.

«Credo di avere mal di fegato. Del resto, non capisco niente del mio male e probabilmente non so di cosa soffro».

Il prosieguo, non meno esplicativo, si traduce quindi in una sorta di climax discendente dove a colpire non sono tanto gli aggettivi morali che l’uomo del sottosuolo impiega, quanto i verbi di ciascuna frase o, per essere ancora più precisi, il graduale impoverimento della loro valenza epistemologica. Ho parlato volontariamente di valenza epistemologica perché, sebbene semplici e senza pretese, si tratta di dichiarazioni aventi un loro valore gnoseologico; e di impoverimento perché, nei fatti, il processo che queste descrivono non fa altro che riflettere l’avanzata del dubbio all’interno della coscienza del protagonista. Pochi periodi e si passa dalla risolutezza del «sono» alla repentina resa delle armi espressa con l’ultimo «non so». Non prima, però, d’essere passati dal «credo», verbo ancipite e quindi subdolo, in quanto può designare sia l’adesione a una dottrina sia l’inizio di una crisi riguardo a una convinzione.

«Vi giuro, signori, che essere troppo coscienti è una malattia, un’autentica, completa malattia».

Ebbene, se il male che affligge l’uomo del sottosuolo ha un nome, questo nome è «coscienza ipertrofica». Come dice il nome stesso, una coscienza ipertrofica è una coscienza sovrasviluppata. Tuttavia, se si considera che dal punto di vista dell’uomo del sottosuolo «non solo l’eccesso di coscienza, ma addirittura qualsiasi coscienza è una malattia», e che le malattie sono disgrazie per definizione, è facile concludere che per costui il fatto di possedere una coscienza di dimensioni eccellenti rappresenti uno svantaggio enorme. In termini concreti, tale svantaggio consisterebbe nella difficoltà di tradurre in azione pensieri e propositi. È questa la differenza che marca in maniera irrefutabile il divario fra l’uomo del sottosuolo e il resto dell’umanità. La parola divario, in ogni caso, non è quella usata da Dostoevskij. La sua concezione dell’uomo del sottosuolo presuppone infatti l’esistenza di un uomo «immediato», pronto ad agire, nei confronti del quale l’altro instaura un rapporto di accesa rivalità:

«io considero tale uomo immediato un uomo autentico, normale, come voleva vederlo la stessa madre natura, mettendolo amabilmente al mondo. Io quell’uomo lo invidio con rancore bilioso».

Per l’abitante del sottosuolo, l’uomo immediato rappresenta tutto ciò che egli vorrebbe essere e invece non è. In particolare rappresenta ciò che avrebbe potuto essere qualora non l’avesse colpito l’impaccio di una coscienza così spropositata. Dubbi e interrogativi sono la base della dialettica del sottosuolo, e anche come vocaboli sono una presenza ricorrente nelle pagine del romanzo. È l’assenza del dubbio a rendere invidiabile l’esistenza dell’uomo immediato agli occhi del suo opposto, a rendere degna di risentimento la sua stessa ordinarietà. Se c’è infatti una cosa verso la quale l’uomo del sottosuolo pare dimostrare più sicurezza, questa cosa riguarda il maggior valore delle sue doti intellettive.

«Mi sono sempre considerato più intelligente di tutti quelli che mi circondavano – dice –, e talvolta, lo credereste?, me ne vergognavo perfino».

Per lui la propria intelligenza è motivo di vergogna perché la concepisce innanzitutto come una colpa: colpa di non essere abbastanza risoluto, pronto e determinato come il caso invece richiederebbe di essere, colpa di essere l’unico colpevole della propria colpevolezza.

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La famosa Prospettiva Nevskij, la strada principale di San Pietroburgo, ispirata agli Champs-Élysées parigini

Dal 1864 in avanti la dicotomia fra un’umanità autentica da una parte e un’umanità ctonia dall’altra percorrerà l’opera dostoevskijana in lungo e in largo, come la faglia di un continente. Faglia dalla quale spirerà quella messe straordinaria di «idee ignee» che, secondo Nikolaj Berdjaev, hanno fatto dello scrittore, se non già un profeta, di sicuro «il più grande metafisico russo».

In Dostoevskij tutto parte da Dio. Egli si interroga su cosa ne sia dell’uomo quando l’idea di Dio non gli scalda più il cuore. L’uomo del sottosuolo è l’uomo della solitudine più atroce. È solo perché ha perduto Dio. In Dostoevskij la centralità dell’idea di Dio si comporta come un sole durante l’eclissi: nei fatti è sempre là, ma a volte scompare e lascia l’uomo al buio. Ciò significa che non si tratta di una condizione definitiva: il sottosuolo è il buio della coscienza quando questa si frappone tra l’uomo e Dio. Il buio, amico del sovversivo e dell’assassino. Il buio, in cui le menti degli offesi concepiscono i loro pensieri più egoistici e immorali. Il buio, lo stambugio in cui solo il risentimento, fra tutte le affezioni dell’anima, ha la possibilità di crescere e di mantenersi in forze anche per parecchi anni. Nondimeno Dostoevskij mantiene aperte le porte della redenzione, il cui simbolo è rappresentato dalla figura di Cristo. Il Cristo resuscitato dai morti è il modello che Dostoevskij indica agli eroi sotterranei per risollevarsi dai propri delitti.

Il protagonista delle Memorie del sottosuolo si lamenta della propria incapacità di vendicarsi dei torti subiti; fedele a ciò, Dostoevskij nega ai suoi personaggi la possibilità di compiere dei veri e propri atti di rappresaglia contro le ingiustizie, e per farlo riconosce in ogni azione il valore della libertà, che nella sua concezione assume il ruolo di tappa obbligata verso la purificazione dalla colpa. Sostenitore della necessità del male come quella condizione che rende ragione sia della libertà umana che del Bene che c’è nel mondo, Dostoevskij è il creatore di un’originale escatologia che considera il peccato come lo strumento attraverso cui l’uomo può recuperare la speranza della salvezza.

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Lo studio di Dostoevskij a San Pietroburgo

È ormai abitudine comune rivolgersi al pensiero di Dostoevskij parlando di filosofia, così come è diventata altrettanto abituale citare la critica che contesta questa identificazione, la quale afferma che l’opera dello scrittore russo – ma lo stesso è stato detto anche nei riguardi di altri letterati – mancherebbe di quel minimo di organicità in grado di presentarla sotto una tale forma. Se per filosofia si intende un certo tipo di forma letteraria unitamente all’intento dichiarato di elaborarne una, allora sì, quella di Dostoevskij non è una vera filosofia. Ha però un pensiero molto più sviluppato e profondo di quello di tanti altri scrittori, e lui ha scelto di spartirlo in maniera difforme tra ciascuno dei suoi personaggi, i quali, per così dire, se ne sono appropriati. Michail Bachtin, che nel saggio Dostoevskij. Poetica e stilistica (1963) ha investigato il fenomeno a fondo, ha riconosciuto in Dostoevskij l’inventore del romanzo polifonico, ossia di un romanzo in cui la voce di ogni personaggio è molto più di una semplice voce, in quanto

«possiede un’autonomia assoluta all’interno dell’opera e quasi risuona accanto a quella dell’autore e si unisce in un modo particolare con essa e con le voci altrettanto autonome degli altri eroi».

La grandezza del pensiero di Dostoevskij consiste nell’aver dilatato molto i confini del proprio universus di scrittore. Egli gioca col possibile senza mai perdere di vista il mondo reale: ecco perché, come profeta, le sue previsioni si sono realizzate in maggior numero e con più precisione rispetto a quelle di tanti filosofi astratti. La spiegazione di questo fatto risiede ancora una volta nel geniale trattamento che Dostoevskij ha saputo riservare alle idee. Lungi dall’essere il loro creatore e di arrogarsene il merito, Dostoevskij è stato uno scrittore dal grande intuito, un eccezionale svelatore, ricettore e rielaboratore delle idee che già circolavano nella Russia (e nell’Europa) del suo tempo. Dall’umanitarismo al socialismo, dal nichilismo al populismo (narodničestvo) – senza poi dimenticarsi di menzionare la mistica degli starcy e l’anarchismo stirneriano – in lui tutto compare, si riflette, si richiama, dialoga.

Walter Benjamin e i tanti volti dell’Angelus Novus

Di Andrea Carria

 

Il concetto di moda interessa molteplici ambiti. A volte si usano sinonimi come voga oppure tendenza – una parola, quest’ultima, che ha visto rinnovata la propria fortuna nell’epoca dei social –, ma il fenomeno descritto è sempre lo stesso. Da non sottovalutare sono le mode culturali, i cui effetti sono variegati e molteplici. Chi è in possesso di buoni occhi e buone orecchie può rendersene conto anche stando ai margini del mondo culturale propriamente detto: basta entrare in una libreria, assistere a una conferenza oppure osservare i programmi dei corsi di laurea. Si noterà, allora, una ricorrenza non casuale nei riferimenti che la differente tipologia di ciascuna delle esperienze sopra descritte rende sospetta.

Con Walter Benjamin (1892-1940) è avvenuta esattamente la stessa cosa. Parlare di moda nei suoi riguardi significa includere tutto ciò che attualmente ruota intorno al suo nome (a cominciare dalla riedizione di molte delle sue opere, ben visibili sugli scaffali delle librerie, da parte delle maggiori case editrici italiane) in una manifestazione culturale più ampia, della quale l’interesse critico-scientifico, insufficientemente rappresentato tanto a livello divulgativo quanto a livello commerciale, costituisce la parte sommersa dell’iceberg.

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Collocare Benjamin nel gruppo della Scuola di Francoforte e, più in generale, nel panorama intellettuale della Germania di Weimar non è semplice. La sua figura di studioso, una delle più complesse e versatili della sua generazione, è restia a lasciarsi ridurre in un’unica definizione. Quella di filosofo con la quale viene etichettato più spesso necessita, infatti, di numerose precisazioni.

Gershom Scholem – uno che lo conosceva bene – ne ha parlato come di un «metafisico» che, a margine dei suoi temi di studio, si è occupato anche di «filosofia pura». Scholem dice inoltre che moltissimi scritti di Benjamin nascondono «esperienze personali, anzi personalissime», e che parecchie delle sue opere migliori sono il risultato di un incontro particolarmente favorevole tra la sua biografia e l’oggetto di studio in questione. Uno degli episodi più conosciuti a tal proposito è l’incontro di Benjamin con il quadro di Paul Klee Angelus Novus (1920). Con ogni probabilità, il filosofo lo vide per la prima volta a una mostra di Klee del 1921 a Berlino, per poi acquistarlo all’inizio dell’estate di quello stesso anno. Tranne che per un breve periodo di separazione, durante il quale l’opera rimase a Monaco presso Scholem, l’Angelus Novus seguì il suo proprietario in tutti i suoi spostamenti, sino alla fine.

Le prime attestazioni scritte in cui Benjamin cita l’Angelus compaiono nella sua corrispondenza privata con Scholem, al quale il filosofo confessò presto la profonda impressione che il quadro aveva avuto su di lui. Lo stesso Scholem, come egli stesso ha rivelato nel saggio Walter Benjamin e il suo angelo (Adelphi, 2007), dedicò all’Angelus Novus una poesia che condivise subito con l’amico. In quello stesso 1921 Benjamin lavorava alla fondazione di una rivista letteraria; il progetto, ambizioso, non vide mai la luce per le difficoltà finanziarie dell’editore, Richard Weissbach, tuttavia è interessante ricordare che il nome che Benjamin aveva scelto per essa fosse appunto «Angelus Novus». (Curiosità: una rivista letteraria intitolata «Angelus Novus» sarebbe nata in Italia nel 1964 su iniziativa di Massimo Cacciari e Cesare De Michelis, rimanendo attiva, con alterne fortune, fino al 1971).

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Paul Klee, “Angelus Novus” (1920), Gerusalemme, Israel Museum

Dal 1921-22 ci spostiamo al 1933. Benjamin aveva lasciato la Germania nazista per la Francia, e nel mese di agosto si trovava a Ibiza. Sull’isola scrisse un breve appunto, in due versioni, intitolato Agesilaus Santander. Si tratta di un testo ermetico, di difficile interpretazione (per la quale rimando al saggio di Scholem che ho citato sopra), in cui il quadro di Klee, espressamente menzionato, costituisce la chiave di un sofisticato ragionamento che unisce tradizione ebraica, filosofia, autobiografismo e passione per gli anagrammi. In estrema sintesi, l’Angelus Novus diviene, in queste pagine, il simbolo della seconda pubertà di Benjamin, rappresentata dall’incontro con il suo nuovo amore: «Così come io, non appena ti ho veduta per la prima volta, ho fatto ritorno con te colà donde sono venuto».

Questo testo, la cui prima traduzione italiana è del 1978, proviene da uno dei taccuini di Benjamin finiti, insieme alla maggior parte dei suoi scritti, nel lascito di cui Theodor W. Adorno, suo altro grande amico, divenne amministratore. Ed è sempre ad Adorno che si deve l’edizione critica degli Schriften, la prima raccolta di testi benjaminiani pubblicati nel dopoguerra (1955), così come la prima apparizione, a due anni dalla scomparsa del filosofo, morto suicida a Port Bou in attesa del visto per passare la dogana spagnola, della sua ultima fatica intellettuale: Tesi di filosofia della storia, pubblicata nel 1942 a Los Angeles.

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Le Tesi (1940) si compongono di diciotto punti in cui Benjamin, in un momento molto delicato della sua vita, riflette sul senso della storia. Ancora una volta, i riferimenti intellettuali sono variegati (su tutti, spiccano il marxismo e l’ebraismo), ma c’è posto anche per impressioni maggiormente personali; come nella tesi n. 9, dove Benjamin torna a parlare dell’Angelus Novus:

«C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta che spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta».

La tesi colpisce per l’immagine poetica e insieme ascetica che descrive, una delle tante sfumature con cui il misticismo arrivava a colorare il pensiero benjaminiano. Spunti e suggestioni che se ne possono ricavare sono moltissimi e dipendono molto dalla sensibilità del lettore; certo, non si può passare sopra allo sguardo che l’angelo nega al futuro per tenerlo sul passato, dovuto al desiderio di fermarsi per «destare i morti e ricomporre l’infranto». A impedirglielo è la tempesta «impigliata nelle sue ali» che soffia dal Paradiso. Che l’angelo veda dietro di sé solo un cumulo di rovine e che Benjamin identifichi la tempesta con ciò che volgarmente viene definito «progresso» rivelano il fraintendimento di fondo che investe lo scorrere del tempo: l’unica cosa «irresistibile» – perché inarrestabile – è proprio quest’ultimo; non lo è invece il progresso, e non tanto per ciò che si lascia alle spalle, quanto per quella mancanza di pianificazione e di consapevolezza che l’angelo nei fatti dimostra distogliendo gli occhi dal futuro. Giacché vorrebbe porvi rimedio, il passato, per lui, non è meno importante. La sua impotenza è compensata dall’idea di redenzione che il paradiso, posto all’origine della tempesta, lascia intravedere di sé. Non l’angelo, quindi, ma il Messia è chiamato ad assolvere questo compito.

Il messianismo è l’eredità più importante che Benjamin conserva dalla cultura ebraica. Parimenti, lo sforzo che intraprese per conciliarlo con il materialismo storico è l’operazione concettualmente più ardita tentata all’interno della filosofia marxista nel XX secolo. Nelle Tesi di filosofia della storia questo incontro è, per Benjamin, un vero caposaldo: «Vincere deve sempre il fantoccio chiamato “materialismo storico”» scrive già nella prima tesi; «Esso può farcela senz’altro con chiunque se prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e brutta, e che non deve farsi scorgere da nessuno».

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Ma non era alla prima tesi che volevo condurre ancora per poco la vostra pazienza, bensì all’ultima. Qui Benjamin sferra la stoccata finale allo storicismo e lo fa avvalendosi di una delle due basi teoriche che, come abbiamo appena visto, si intrecciano nelle Tesi: l’ebraismo messianico.

«È noto che agli ebrei era vietato investigare il futuro. La thorà e la preghiera li istruiscono invece nella memoria. Ciò li libera dal fascino del futuro, a cui soggiacciono quelli che cercano informazioni presso gli indovini. Ma non per questo il futuro diventò per gli ebrei un tempo omogeneo e vuoto. Poiché ogni secondo, in esso, era la piccola porta da cui poteva entrare il Messia».

Leggo queste parole e ripenso all’Angelus Novus. Egli non fa che attenersi a ciò che le Scritture prescrivono agli ebrei: negare gli occhi al futuro ed esercitarsi nel ricordo del passato. La realtà dell’angelo della storia, dunque, non mi sembra quella, per usare le parole di Gershom Scholem, del messaggero «che non è in grado di portare a termine la propria missione», bensì la condizione di colui che ricorda agli uomini come debbano porsi nei riguardi del tempo e della storia. Di ricordarlo, magari, proprio a quei materialisti che lottavano per l’affermazione della società senza classi; i quali, come gli ebrei in attesa del Messia, non avevano bisogno di ricorrere alla divinazione per essere certi che il domani avrebbe segnato il trionfo del socialismo, mentre dovevano tenere ben fresca la memoria in modo da poter «destare i morti e ricomporre l’infranto», una cosa che soltanto la futura società marxista avrebbe potuto realizzare.

Tra filosofia e letteratura: l’esistenzialismo nei capolavori di Sartre e Camus

Di Andrea Carria

 

Quando si parla di esistenzialismo – e per fortuna negli ultimi tempi si è tornati a farlo –, ci si riferisce a un insieme di elementi e di attori straordinariamente ampio. Come movimento culturale, infatti, l’esistenzialismo non ha riguardato solo la filosofia, il settore dal quale prese avvio nel corso degli anni Trenta del XX secolo, ma anche la letteratura, la politica, la musica, la moda e perfino il modo di prendere i cocktail nei caffè di Saint-Germain-des-Prés a Parigi.

Come denuncia il suo stesso nome, da un punto di vista filosofico l’esistenzialismo si rivolgeva all’esistenza in generale e all’esistenza umana in particolare: esistenza come fatto, possibilità, modo di essere nei confronti del mondo e con tutto ciò che del mondo fa parte: le cose e gli altri uomini.

Presentandosi fin da subito come una corrente di pensiero plurale, frammentata in un caleidoscopio di interpretazioni e punti di vista (numerosi quanto lo sono stati i suoi esponenti), alcuni storici della filosofia preferiscono parlare di esistenzialismi. A un livello meno tecnico e più generale, c’è poi chi sostiene che l’esistenzialismo sia più che altro un’inclinazione della coscienza e addirittura uno “stato d’animo”, e porta come prova i nomi di parecchi precursori: da Pascal a Kierkegaard, da Dostoevskij a Nietzsche.

Quella a cui ho vagamente accennato è in realtà una questione tanto interessante quanto complessa che non può essere risolta in poche battute; giova tuttavia ricordare in questa sede che l’esistenzialismo è stato un fenomeno squisitamente novecentesco, una filiazione diretta dalla fenomenologia di Edmund Husserl (1859-1938), e che quindi non può essere retrodatato rispetto a quest’ultima. Per un quadro d’insieme dettagliato e al tempo stesso godibile, raccomando la lettura del saggio di Sarah Bakewell Al caffè degli esistenzialisti (Fazi, 2016), uno dei libri più interessanti pubblicati sull’argomento negli ultimi anni.

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Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre a Pechino nel 1955.

Fino a non troppi anni fa i nomi degli autori esistenzialisti facevano parte del bagaglio culturale di ogni persona minimamente informata. I volti di Albert Camus, Simone de BeauvoirJean-Paul Sartre, protagonisti indiscussi della stagione esistenzialista del secondo Dopoguerra, erano noti quasi quanto quelli dei divi del cinema, con i quali, gli stessi Sartre e Beauvoir, la prima coppia aperta a vivere pubblicamente la propria relazione, dividevano le pagine dei rotocalchi degli anni ’50.

Molto più dei volti, oggi sono le loro opere a godere di notorietà. L’essere e il nulla (1943), Critica della ragione dialettica (1960), L’uomo in rivolta (1951), Il secondo sesso (1949), pietre miliari del pensiero libero del secondo Novecento, sono solo alcuni dei titoli della corposa bibliografia di questi tre autori, della quale fanno parte pure romanzi e sceneggiature. Sartre, Camus e Beauvoir, intellettuali a tutto tondo, si cimentarono infatti in ogni genere letterario, e alcuni dei loro romanzi hanno segnato la storia della letteratura, così come quegli stessi saggi che ho menzionato prima lo hanno fatto con la storia della filosofia.

Ora, di romanzi esistenzialisti o di ispirazione esistenzialista ne sono stati scritti tanti (a uno di questi ho dedicato un recente articolo visualizzabile qui), soprattutto in Francia, centro d’irradizione dell’esistenzialismo verso il resto dell’Europa; tuttavia due si stagliano con maggior forza sugli altri, anche per aver costituito, al tempo della loro pubblicazione, una sorta di manifesto della poetica e dell’estetica esistenzialiste: La nausea di Jean-Paul Sartre e Lo straniero di Albert Camus. Vorrei mostrare come questi due libri, tendenzialmente accomunati, siano in realtà molto diversi tra loro, in quanto affrontano la questione del carattere assurdo dell’esistenza (nel gergo esistenzialista si dice assurdo ciò che per l’uomo, nel mondo, «non è riconducibile alla ragione o che contraddice le sue aspettative logiche, ontologiche ed assiologiche»[1]) da due prospettive non sovrapponibili.

La nausea (1938) è il primo romanzo di Sartre, scritto mentre il filosofo si trovava a Le Havre come insegnante. Il protagonista è Antoine Roquentin, dottorando in storia che viene sconvolto dalla verità sul dilemma metafisico dell’esistenza; esistere — scopre — significa semplicemente «essere lì», non c’è una causa più grande alla quale ricondurre il perché delle cose, le quali, per il semplice fatto di esistere, rappresentano la compiuta espressione della contingenza del mondo. Negando ogni dimensione trascendentale, Sartre e il suo alter ego Roquentin concepiscono l’esistenza come una mera accidentalità che nulla è prima, dopo e a prescindere dall’esistere hic et nunc:

«Orbene – annota Roquentin nel suo diario –, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare: è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare».

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Albert Camus

È questa la nausea: lo sbandamento con cui si prende atto dell’assurdità che vige sul mondo e sulle cose. Roquentin, che lo ha scoperto da poco, si trova come paralizzato e attonito: non avendo mai concepito prima di allora che una radice che si infila nel terreno non è altro che una radice che si infila nel terreno, ossia un esistente nell’atto di esistere che avrebbe potuto anche non esistere (ed ecco che la gratuità dell’esistenza risalta anche in negativo, come possibilità che niente separa dal non esistere se non il fatto stesso di esistere), ogni minima cosa, nel mondo, è capace di stupirlo. Eppure si tratta di uno stupore apatico e inerte, che non lo muove verso nessun obiettivo. Dopo aver scoperto la verità sull’esistenza, Roquentin si vede cosa in un mondo pieno di cose: circondato, preso in mezzo, senza uno scopo che giustifichi il suo agire, che lo differenzi rendendolo qualcosa in più rispetto a quella radice che si infila nel terreno per una combinazione fortuita delle circostanze:

«Sono libero: non mi resta alcuna ragione di vivere, tutte quelle che ho tentato hanno ceduto e non posso più immaginarne altre. Sono ancora abbastanza giovane, ho ancora abbastanza forza per ricominciare. Ma che cosa bisogna ricominciare?».

La libertà, altro tema cardine dell’esistenzialismo, scoperta senza alcun entusiasmo da Roquentin, è al centro del romanzo Lo straniero (1942) di Albert Camus, che lo stesso anno nel saggio Il mito di Sisifo giunse a conclusioni simili a quelle di Sartre per vie del tutto indipendenti (Camus non riconobbe l’assurdo dopo un’indagine metafisica sull’esistenza, ma da un dato empirico quale la distanza incolmabile fra le aspettative dell’uomo e le risposte del mondo). Nello Straniero, Camus sviluppa il tema della libertà fino alle estreme conseguenze, concedendo al protagonista, Mersault, il minimo ingombro intellettuale e la massima libertà d’azione. Sarà tanto libero da arrivare perfino a uccidere, sebbene per sbaglio, compiendo così il più irreparabile dei gesti:

«Dal mare è rimontato un soffio denso e bruciante. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua larghezza per lasciar spiovere fuoco. Tutta la mia persona si è tesa e ho contratto la mano sulla rivoltella. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre liscio dell’impugnatura ed è là, in quel rumore secco e insieme assordante, che tutto è cominciato».

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Straniero a tutto fuorché a sé stesso e alle forti sensazioni grazie alle quali non perde mai contatto col mondo, Mersault rappresenta l’evoluzione dell’homo existentialisticus inaugurata dal Roquentin di Sartre, il quale, con le sue riflessioni, prepara il cammino all’uomo della libertà. Mersault, infatti, è libero, senza soluzione di continuità, dall’inizio alla fine del romanzo, anche durante la detenzione, dove rifiuta il conforto di Dio che il cappellano del carcere cerca di imporgli, e perfino al momento della condanna a morte, quando, ricevendo l’ultima conferma del disinteresse del mondo per il destino degli uomini, viene “rassicurato” sulla giustezza di fondo della sua condotta.

Due eroi esistenzialisti, due storie, due atteggiamenti di fronte al mondo: spero che questo articolo sia servito a chiarire un aspetto che passa sempre in secondo piano quando ci si riferisce alla Nausea e allo Straniero come ai due romanzi dell’esistenzialismo francese per antonomasia. In realtà essi sono molto diversi l’uno dall’altro perché descrivono due momenti differenti dell’esperienza esistenzialista: la scoperta dell’assurdo, il primo; le conseguenze dell’assurdo, il secondo, dove compare il vero eroe esistenzialista (o almeno quello che gli stessi esistenzialisti consideravano come tale): il distaccato, il disinteressato, l’indifferente, il perturbatore delle coscienze borghesi, ma che è e rimane soprattutto l’uomo dell’agire.

Non credo si tratti di una distinzione banale, questa, anche perché i libri hanno il brutto vizio di dialogare fra loro, spesso proprio quando non ce ne accorgiamo, e se il dialogo non viene disciplinato con un’analisi che scenda un po’ più nel dettaglio, il rischio è di rimanere come Roquentin a specchiarsi per troppo tempo sulla superficie delle cose:

«Ciascuno ha la sua piccola fissazione personale che gli impedisce di accorgersi che esiste; non ce n’è uno che non si creda indispensabile a qualcuno o a qualcosa».

 

 

 

[1] N. Abbagnano, G. Fornero, Dizionario di filosofia, 1998.

C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… parte IV

Di Gian Luca Nicoletta

 

Prosegue il nostro viaggio nell’Europa postbellica e questa volta l’eminente intellettuale che vi presento è Jean-Rodolphe De Salis, il primo per ora che parla all’Europa da una posizione molto particolare, quella di uno svizzero perfettamente bilingue franco-tedesco.

Se avete perso i precedenti articoli, qui sono i link all’introduzione, al secondo e al terzo appuntamento.

È il primo storico a prendere la parola e, a differenza dei primi due conferenzieri, lui si concentra sul percorso storico dell’Europa. Quella di cui De Salis vuole parlare è «une Europe en acte et non une Europe en représentation» (p. 95) dunque il carattere filosofico-ideologico sino ad ora presente non sarà preso in considerazione.

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Jean-Rodolphe De Salis, 1901-1996

Il concetto dal quale ha inizio il discorso di De Salis è quello di confine.

«Les limites de l’empire – les cours d’eau fortifiés du Rhin et du Danube – ont été la première frontière de l’Europe contre le monde barbare. […] Le limes est une réalité européenne»[1]

De Salis fa coincidere l’idea di Europa con l’impero romano, circoscrivendola all’interno dei confini di quest’ultimo. Una volta giunta però la dissoluzione dell’impero d’Occidente, le migrazioni dei popoli nordici hanno dato vita a una realtà dallo storico già definita «mi-romain, mi-germanique» (p. 96) che tuttavia non riuscirà a raggiungere la «conscience indispensable à la formation d’un État ou d’une nation moderne» (p. 96).

La formazione dei regni romano-barbarici rappresenta l’inizio della nascita dell’Europa moderna; fatta (o forse arricchita) da tutti i regni che nascono dotati di «éléments de civilisation méditerranéenne et des éléments barbares et nordiques» (p. 97).

A questo punto del suo discorso, De Salis parla per la prima volta di spirito europeo, il quale:

«a eu le génie de créer, au moyen âge, des civilisations et des langues originales, rattachées à des territoires limités auxquels ces nations communiquaient leur individualité, divisant définitivement l’Europe ethniquement et, par la suite, politiquement»[2]

La storia del nostro continente si caratterizza quindi, sin dalle sue origini, come una storia di divisione: prima una divisione bipolare, dove ai due estremi si trova ciò che vive entro i confini dell’impero e ciò che ne rimane fuori; successivamente una divisione a più parti: i singoli regni si identificano come diversi da tutti gli altri.

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Nonostante questo, però, bisogna considerare un secondo livello di divisione che non può essere messo in disparte se, come sostiene De Salis, l’Europa “primitiva” corrisponde con l’impero romano:

«Il y eut désormais deux Europes d’origine gréco-romaine : l’une occidentale, où l’Eglise catholique romaine finit par imposer son autorité sous la direction de la papauté, l’autre orientale ou byzantine, où l’Eglise grecque d’Orient imprimait sa marque aux peuples d’Europe orientale. Ce furent désormais deux mondes et deux civilisations, deux empires et deux Eglises, deux architectures et deux styles que leurs origines communes, et le christianisme qui leur était également commun, n’empêchait point de se sentir profondément différents les uns des autres.»[3]

Il nodo fra l’impero d’Occidente e quello d’Oriente rappresenta un’ulteriore questione da affrontare. Quanto è rimasto delle comuni radici prima romane, poi cristiane? È lecito parlare di uno sviluppo europeo che ha avuto luogo anche in quelle terre lontane da Roma? È possibile mettere a confronto ciò che è accaduto fra i due imperi, ovverosia la loro scissione con il conseguente sviluppo di due ben distinte identità culturali, con ciò che è accaduto fra l’Europa moderna e gli Stati Uniti d’America che si è visto con Flora?

De Salis cerca di ricostruire lo sviluppo del cammino d’Europa che all’inizio della conferenza si era prefissato di trovare. Il filo del suo discorso segue sempre la linea temporale e, soffermandosi sulle grandi periodizzazioni storiche (ad esempio il tardo impero, l’alto Medioevo, la prima età moderna), richiama all’attenzione particolari dettagli di varia natura, l’architettura e la navigazione per citarne alcuni, per mostrare effettivamente quanto di ciò che si considera caratteristico dell’Europa moderna fosse già caratteristico allora e dunque diretto derivato di una matrice comune:

«Pour comprendre les origines de l’esprit occidental, il faut retenir que les peuples de l’Europe n’ont pas appris que tardivement la navigation d’haute mer. […] l’homme européen acquit la conviction que le monde était – ou devait être – à la mesure de l’homme»[4]

E di seguito:

«Quand on étudie le plan et la construction d’une usine moderne on est surpris d’y retrouver certaines règles primitives d’architecture romaine. Quand on analyse le gouvernement d’un État par un pouvoir central administrant des provinces lointaines par l’entremise de fonctionnaires et réglant la vie sociale sur des lois codifiées, l’on reconnaît sans peine les habitudes léguées par l’empire romain.»[5]

Fondamentalmente sono due gli elementi che emergono da questi passaggi: per secoli gli europei, avendo una scarsa esperienza della navigazione in oceano, hanno ritenuto di essere al centro e il centro del mondo e che quel mondo fosse fatto a loro misura. Il secondo elemento è invece evidente se si guarda all’Europa in una prospettiva diacronica: nonostante il tempo alcuni elementi, pratiche, usi o costumi di società a noi precedenti sono sopravvissuti grazie al continuo utilizzo di questi stessi elementi da parte delle generazioni che si sono succedute e dunque, guardando indietro, ci danno la cifra sia di quanto sia sopravvissuto o meno, ma soprattutto ci danno la cifra di quanto questi elementi siano divenuti tradizione, tanto da costituire elementi di identificazione e confronto positivo con le generazioni passate.

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Un altro elemento che De Salis annovera fra quelli portanti della storia d’Europa è la religione cristiana. La religione in quanto collante fra i popoli europei, probabilmente l’unico vero elemento indubbiamente transnazionale; forse proprio in virtù del fatto che la sua diffusione è avvenuta quando l’Europa che abbiamo definito primitiva era ancora unita, ovvero quando l’impero romano non si era ancora disgregato:

«C’est une vérité première que l’esprit européen est marqué par son grand passé de christianisme et que, même éloignés de la foi primitive et orthodoxe, la morale, le sentiment d’humanité et de charité et les mœurs sociales et familiales des peuples civilisés d’Occident plongent des racines profondes dans la philosophie chrétienne.»[6]

Questi, dunque, sono i tratti salienti che costituiscono la storia del nostro continente e dei popoli che lo hanno abitato e che lo abitano. Partendo da un’ideale unità europea incarnata dalla vastità dell’impero romano, le basi della cultura occidentale sono state gettate. Il collegamento con ciò che Flora ha sostenuto durante la sua conferenza, lo spirito europeo nato dalle premesse della cultura classica greca e latina, è evidente e rimanda a una condivisa idea di Europa.

Con la dissoluzione dell’impero d’Occidente sono iniziate anche le varie frammentazioni interne a quello che era il blocco occidentale, e dunque la creazione dei regni romano-barbarici, la nascita delle lingue romanze, tutti elementi che hanno favorito il processo di identificazione del da parte di popoli e nazioni. Parallelamente a questo processo bisogna tenere in considerazione le divisioni con l’impero romano d’Oriente ancora in vita, il quale basava invece la sua identificazione sul piano religioso, costituendo la Chiesa Ortodossa ben distinta da quella Cattolica di Roma. L’elemento religioso è però, a sua volta, un elemento che accomuna i regni europei nonostante le loro divisioni politiche e linguistiche; unione dovuta molto probabilmente al fatto che questo collante era già attivo prima della dissoluzione dell’impero.

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Poste queste premesse, quale compito aspetta le generazioni del ventesimo secolo? Secondo De Salis il compito non va ignorato in quanto la generazione di cui lui fa parte non può “abdicare” a questa importante missione, proprio perché è erede diretta dello spirito europeo che si cerca di delineare. Il compito quindi, secondo lo storico, è doppio:

«d’une part, nous avons le devoir de voir ce qui est et de ne pas craindre d’analyser la crise de l’Europe dans tout ce qu’elle a de dangereux et de tragique;

D’autre part, il nous faut rassembler dans le patrimoine occidental tout ce qu’il recèle de forces vives afin de rendre à l’Europe un système de défense spirituelle, politique et économique qui tienne un compte exact à la fois des traditions européennes et des nécessités d’une situation modifiée.»[7]

La prima cosa da fare è dunque un’analisi autocritica completa: ripartire dall’Europa stessa, ovverosia non costruire immediatamente qualcosa di nuovo ma prima di tutto studiare ciò che si ha e ciò che è sopravvissuto alla guerra. Il fatto che De Salis faccia riferimento al non aver timore di analizzare ciò che l’Europa ha “di pericoloso e di tragico” costituisce, credo, un chiaro riferimento ad un tentativo di comprendere pragmaticamente che cosa hanno significato, e perché si siano verificate, le esperienze nazional-socialista e fascista in Europa; in altre parole le motivazioni e le conseguenze di quella che da una parte è stata una violenza che l’Europa ha compiuto su sé stessa ma dall’altra parte un’adesione che l’Europa ha dimostrato nei confronti di questi due fenomeni.

Il secondo compito da svolgere riguarda invece da dove ripartire e quali elementi tenere a mente per assicurare la libertà di tutti gli europei:

«Il ne s’agit certes pas d’imiter servilement l’exemple américain ou l’exemple russe, lesquels s’inspirent de principes et emploient des moyens qui ne sont pas les nôtres, mais d’assurer aux peuples qui habitent entre la Méditerranée, l’Atlantique, le Rhin et le Danube la possibilité de se relever de leurs ruines, de façonner leur vie selon leurs propres besoins et de penser, de croire et de s’exprimer selon leur génie propre. […] Moralement, il s’agit de concilier les exigences légitimes de la société et les droits imprescriptibles de la personne humaine, notamment en ce qui concerne la liberté de conscience et les libertés civiques sans lesquelles il n’y a que tyrannie et arbitraire.»[8]

Per ricostruire l’Europa non c’è bisogno di prendere esempio da chi si trova al di fuori di questa, bensì permettere a tutti coloro che vivono “tra il Mediterraneo, l’Atlantico, il Reno e il Danubio” di risollevarsi dalle loro rovine, dunque abbandonare ciò che è stato e avere la libertà di ricostruirsi ognuno una vita secondo le proprie necessità.

Un punto di fondamentale importanza è costituito dal fatto che De Salis è il primo conferenziere in assoluto che rende palesi i confini geografici che costituiscono l’Europa che lui ha in mente. Si è visto che il concetto di limes costituisce il punto di partenza nonché il cardine del suo intero discorso, tuttavia la riflessione che egli stesso fa sui confini d’Europa va riproposta per analizzare ciò che sostiene. Con la guerra molti confini politici sino a quel momento chiari sono stati cancellati, spostati, riscritti. Lo stesso vale per il dopoguerra le cui carte geo-politiche riportano confini nuovi, in particolare nelle zone orientali del continente. Delimitare con così grande chiarezza i confini della nuova Europa, quella che si ha intenzione di costruire, comprende l’indiretta azione di delimitare chi non è considerato europeo in quanto abitante di terre che si trovano al di fuori di quei confini. Si ripropone dunque l’immagine di un’Europa fortemente identificata con quella che oggi è l’Europa occidentale, cioè l’Europa che si estende dalla Germania e dai Paesi slavi che affacciano sul mare Adriatico e sull’Egeo sino all’oceano Atlantico. Senza considerare inoltre il fatto che questa nuova Europa è prettamente continentale, non essendo menzionati da De Salis né il Regno Unito o tanto meno i Paesi scandinavi.

Tuttavia le conclusioni di De Salis non sono elitiste: egli crede fortemente nel ruolo guida che l’Europa può nuovamente assumere, se questa ricostruzione darà buoni frutti che le future generazioni potranno poi utilizzare:

«N’oublions jamais que l’Europe a été un phare de spiritualité qui a fait d’elle le centre de l’humanité pensante et agissante. Aux générations futures échoient la tâche et l’honneur de rallumer ce phare.»[9]

 

 

 

[1] Jean-Rodolphe De Salis in R.I.G., conferenza del 5 Settembre 1946, p. 96, corsivo del testo.

[2] Ibidem, p. 97

[3] Ibidem, p. 98

[4] Ibidem, pp. 103-104

[5] Ibidem, pp. 104-105

[6] Ibidem, p. 108

[7] Ibidem, p. 121

[8] Ibidem, pp. 121-122, corsivi miei

[9] Ibidem, p. 123