Trieste e la “questione orientale”: una pagina di storia da ripassare nel Giorno del ricordo

Di Andrea Carria

 

Succede così: ci sono storie di cui un bel giorno si smette di parlare e che, alla lunga, rischiano di essere sommerse dall’inarrestabile corso della Storia. Non sempre c’è la volontà di dimenticarsene, tuttavia la possibilità esiste e spesso si verifica. Anche le questioni più ardue e annose possono andare incontro a questo rischio; anzi, proprio perché ardue, c’è da ritenere che il desiderio di voltare pagina abbia contribuito a tessere intorno a loro una sorta di silenzio, in primo luogo istituzionale, a cui poi si accoda quello della società civile.

Un esempio che si potrebbe fare riguardo alla storia del nostro Paese è la “questione orientale”, come venne chiamato il lungo braccio di ferro tra Italia e Jugoslavia per i territori dell’Istria e del Friuli Venezia Giulia, una questione d’interesse nazionale la cui vitalità odierna si concentra quasi esclusivamente a livello locale.

Partiamo da un dato. Quando a scuola si studia la storia d’Italia, leggiamo per esempio che Trieste e Gorizia vennero ufficialmente annesse nel 1919 in virtù dei trattati di pace di Parigi al termine della Prima guerra mondiale. Va bene, ma poi? Nella mia piccola esperienza ho potuto constatare che spesso il dopo viene raccontato poco e male. Nel migliore dei casi le traversie storiche di queste e delle altre città lungo il confine orientale sono condensate in un paio di righe, oppure accennate mentre vengono ricapitolati i punti di questo o quel trattato. Ma la storia tutta intera è ben più complessa e, almeno per me, molto interessante da scoprire nei suoi dettagli.

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Il porto di Trieste nel 1885

Quando scoppiò la Grande Guerra, Trieste e Gorizia facevano parte delle cosiddette terre irredente, ossia quell’insieme di città e regioni abitate in maggioranza da italiani che, dalla proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, erano rimaste in mano straniera. Ma questo era solo il punto di vista italiano, e sarebbe sbagliato vedere in quelle città lo specchio esatto dei sentimenti che animavano molti patrioti al di qua della frontiera. Per la maggior parte dei residenti le cose non stavano esattamente così. Prendiamo il caso di Trieste. Come tanti centri urbani dell’Impero asburgico, Trieste era una città multietnica, multiculturale e poliglotta: un po’ tedesca, un po’ slava e un po’ italiana, con un tocco di eccentricità conferitole dalle numerose minoranze che ha ospitato nel corso della sua storia. Collocata sulla sponda dell’Adriatico dove l’Italia incontra i Balcani, la fioritura di Trieste è sempre stata il riflesso dei traffici che il suo porto era in grado di attrarre. Proprio quest’ultimo venne proclamato porto franco nel 1719 e da quel momento conobbe uno sviluppo crescente, fino a diventare il porto più importante dell’Impero austroungarico, la sua porta sul Mediterraneo a tutti gli effetti. Insieme al porto crebbe il centro abitato vero e proprio: così, se all’inizio del XVIII secolo Trieste era solo un borgo come tanti altri, due secoli dopo essa era divenuta una città prospera e facoltosa, abitata da persone provenienti da mezza Europa, soprattutto dall’Italia.

Per quanto numerosa e favorevole all’annessione potesse essere, la popolazione italiana conviveva da secoli insieme a tante altre etnie, e queste non aspiravano certo che la loro città entrasse a far parte del regno sabaudo — nemmeno molti dei cosiddetti italiani, che poi spesso erano solo italofoni. Soprattutto non lo volevano i tedeschi e gli sloveni, le cui percentuali demiche rappresentavano qualcosa di molto più consistente di una minoranza. Il passaggio da uno stato multietnico come quello austriaco a uno nazionale come quello italiano non poteva quindi essere indolore, e infatti l’italianizzazione di Trieste, Gorizia e degli altri centri della zona conobbe momenti davvero difficili, in cui non mancarono né le migrazioni né gli scontri.

Nonostante all’Italia fossero stati appena riconosciuti nuovi territori, la verità è che i trattati di pace del 1919 avevano scontentato un po’ tutti. In numerosi ambienti del nostro Paese si fece largo l’idea dannunziana della “vittoria mutilata”, secondo cui l’Italia aveva vinto, sì, la guerra eppure a Parigi le sue rivendicazioni territoriali erano rimaste per lo più inascoltate. Sull’onda di questo convincimento, nel 1919 una spedizione volontaria guidata dal solito Gabriele D’Annunzio diede sostanza alle massime ispirazioni irredentistiche occupando Fiume, in Croazia, e istituendo una sorta di autogoverno che chiedeva l’immediata annessione della città da parte dell’Italia. L’anno seguente, a Rapallo, il ministro degli Esteri italiano e quello del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni raggiunsero un’intesa su Fiume e sul nuovo confine fra i due Stati: l’Italia ottenne un sensibile incremento territoriale, addentrandosi di molti chilometri a est e a nord di Gorizia, in Carniola, allargandosi a tutta l’Istria, ad alcune isole dell’alto Adriatico e acquisendo l’enclave di Zara. Fiume venne invece trasformata in uno Stato libero (ribelli fino all’ultimo, il Vate e i suoi vennero cannoneggiati e fatti sgomberare dalla regia Marina), il cui collegamento con l’Italia era assicurato da una striscia costiera di pochi chilometri. Soltanto con il Trattato di Roma del 1924 Fiume divenne un capoluogo di provincia italiano a tutti gli effetti.

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Cadaveri recuperati dalla Foiba di Vines nel 1943

Durante il fascismo l’italianizzazione — già in atto — dei territori orientali venne accelerata e perseguita con rinnovato vigore dalle istituzioni, a scapito delle minoranze locali. Se infatti nelle città il numero degli italiani-italofoni fosse prevalente quasi dappertutto, stessa cosa non valeva nelle zone rurali, dove la popolazione slovena o croata era la stragrande maggioranza. L’italiano fu imposto nell’insegnamento scolastico, nella carta stampata e nella toponomastica, ma anche la vita associativa e culturale delle minoranze non sfuggì all’occhio sempre vigile del regime, il quale mirava all’annichilimento delle cosiddette culture “allogene” su tutto il territorio nazionale, alimentando malcontento e risentimento.

I semi della discordia gettati dall’Italia liberale e fertilizzati dal fascismo germogliarono durante la Seconda guerra mondiale, ed ebbero conseguenze tragiche. La caduta di Mussolini nel 1943 e i problemi sempre maggiori dell’esercito tedesco un po’ dappertutto crearono le condizioni per la formazione di una Resistenza partigiana motivata e ben organizzata. Nei Balcani il maresciallo Tito prese il comando dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia e cominciò un’inarrestabile risalita, liberando una città dopo l’altra. Giunte in Istria e in Slovenia, le sue milizie si trovarono di fronte a città e paesi italiani che gli slavi rivendicavano con forza. Erano città nemiche, le città degli invasori fascisti che erano calati sulla Jugoslavia insieme ai tedeschi nel 1941, città alle quali gli stessi partigiani titini erano legati da affetti e ricordi generazionali — ma anche da un dolore e da una rabbia molto più recenti. Fu contro quelle città, le prime città appartenenti al nemico che incontrarono nella loro marcia, che le forze di liberazione jugoslave scatenarono indiscriminatamente il proprio rancore — ingiustificabile —verso la dominazione straniera, italiana e fascista.

Una stima ufficiale delle vittime delle foibe — i pozzi carsici in cui vennero gettati i corpi dei nostri connazionali giustiziati — è tuttora impossibile accertarla per la mancanza di dati sicuri e di collaborazione tra i governi nazionali. La forbice indicata dagli storici è abbastanza ampia, tuttavia sono in molti a ritenere che il computo possa raggiungere i 5.000 morti fra uomini, donne, bambini e anziani. Un vero e proprio eccidio del quale per un tempo lunghissimo non si è parlato (il tema ha raggiunto e finalmente scosso la società civile italiana soltanto negli anni Novanta), che anzi si è cercato di minimizzare e che ha conosciuto numerosi tentativi di insabbiamento. Dal 2004 (legge 92 del 30 marzo), il 10 febbraio è il Giorno del ricordo, la data in cui l’Italia commemora questa pagina luttuosa della propria storia, ricordando non solo le vittime ma anche l’esodo che venne imposto ai sopravvissuti.

Il secondo dramma che si abbatté sui cittadini italiani di Istria e Dalmazia fu infatti quello dell’abbandono forzoso delle proprie città e abitazioni, ora che queste erano finite in mani jugoslave. Qualcosa come 300.000 persone vennero rimpatriate via mare, su piroscafi come il famoso Toscana, verso i porti italiani. A testimonianza di questo esodo è il Magazzino 18 nel porto vecchio di Trieste, dove sono tuttora accatastate le masserizie (sedie, valige, posate, fotografie) abbandonate dai profughi più di settant’anni fa e mai più recuperate. Nel 2014 Magazzino 18 è diventato anche il titolo di uno spettacolo del cantante Simone Cristicchi, il quale ha diviso pubblico e critica per alcune scelte interpretative.

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Ma Trieste non poteva essere la nuova casa di queste persone. Occupate Fiume, Pola, Capodistria, Rovigno, l’Esercito popolare puntava ora verso Trieste, ingaggiando una vera e propria gara contro il tempo con le forze alleate, le quali nel frattempo risalivano la Penisola italiana. La città era insieme un simbolo e un punto strategico importantissimo che avrebbe potuto fare la differenza sul futuro assetto mondiale. La corsa venne vinta per un pelo dagli jugoslavi il 1° maggio 1945, ma la liberazione definitiva avvenne solo con l’arrivo delle truppe neozelandesi del generale Bernard Freyberg.

Con la città occupata da due forze militari, era chiaro che per il suo possesso si sarebbe aperto un contenzioso fra Italia e Jugoslavia, e che non sarebbe stato facile. Né breve. La soluzione da applicare nell’immediato fu quella di dividere i territori contesi in due aree facenti capo a due amministrazioni militari diverse: la Zona A, comprendente Trieste e i comuni circostanti, venne assegnata agli Alleati; la Zona B, corrispondente all’Istria, venne invece affidata ai militari di Tito. Come Fiume a suo tempo, ufficialmente Trieste era un territorio libero e come tale, in seguito al Trattato di Parigi del 1947 che siglava la pace fra l’Italia e le potenze Alleate, venne incluso nel Piano Marshall per la ricostruzione postbellica. Prima che sulla città potesse tornare a sventolare il Tricolore passarono altri sette anni nei quali non si fecero mancare rivendicazioni, momenti di tensione e scontri, poi, nell’ottobre del 1954, il Memorandum di Londra decretò il passaggio ufficiale della Zona A alla Repubblica Italiana. A pochissimi chilometri gli ex territori italiani della Zona B, ormai avviati verso una storia completamente diversa sotto il regime comunista a guida Tito. L’ultima appendice diplomatica di questo interminabile contenzioso si ebbe nel 1975 con il Trattato di Osimo, quando venne definitivamente posta la parola fine sul passaggio delle frontiere.

Frontiere che, lungi dal riconciliare, nel caso di Trieste hanno almeno assicurato l’integrità urbana di una città, non furono altrettanto rispettose altrove. A Gorizia — che nel maggio del 1945 subì la deportazione di 665 cittadini verso la Jugoslavia — il confine fra Italia e Slovenia taglia ancora oggi il centro abitato e in alcuni casi le proprietà immobiliari dei cittadini. Simbolo dello smembramento è il bell’edificio della stazione della Linea Transalpina Trieste-Jesenice, un tempo stazione della città di Gorizia oggi sita in territorio sloveno, nell’abitato di Nova Gorica.

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La stazione della Transalpina a Nova Gorica (Slovenia)

Il lascito di una vita: “Trilogia del ritorno” di Fred Uhlman

Di Andrea Carria

Per lungo tempo Fred Uhlman (1901-1985) ha dimorato clandestinamente nella mia memoria. L’amico ritrovato (Reunion, 1971), il libro che lo ha reso famoso in tutto il mondo a settant’anni, era una lettura che risaliva al programma di Italiano di terza media e, al pari di esso, pensavo di averla archiviata all’indomani del superamento degli esami. Se c’era infatti una cosa che non credevo possibile era che quel libricino, letto in un’età non sospetta e nel frattempo sovrastato da molte altre letture, avesse continuato a riverberare dentro di me a mia insaputa. Me ne sono reso conto dopo che mi sono messo a scrivere a mia volta, quando ho scoperto, con un certo stupore, che l’arco temporale del romanzo che stavo terminando di scrivere ricalcava quasi perfettamente quello dell’amicizia fra Hans e Konradin, e che era a loro che pensavo mentre la mia storia si dipanava…

Ma non sono qui a parlare di me, bensì di Fred Uhlman e della sua Trilogia del ritorno, di cui L’amico ritrovato rappresenta il racconto d’apertura. Le vicende di quest’ultimo (racconto lungo, romanzo breve, romanzo in miniatura, novella — di definizioni ne sono state date davvero tante) sono abbastanza note: si tratta della storia di due ragazzi di sedici anni, Hans Schwarz e Konradin von Hohenfels, e della loro amicizia impossibile nella Germania prenazista del 1932. Hans infatti è ebreo, mentre Konradin è l’erede di una famiglia antichissima dell’aristocrazia tedesca. Anche Hans è tedesco, o almeno così si è considerato fino ad allora, ma né Hitler, né i suoi compagni di scuola, né i genitori del suo amico la pensano così: per tutti loro egli è solo un parassita della società, un essere indesiderato e un nemico della Germania da neutralizzare. Ma questo riguarda già la parte finale della storia, quando l’ascesa di Führer è ormai imminente. Al contrario, l’inizio e la parte centrale quasi non conoscono il problema razziale. Stoccarda, la città in cui vivono i due ragazzi, è infatti una città di provincia dove i toni e i sentimenti che animano il cuore politico della Germania arrivano in ritardo e molto attenuati. Per tutta la primavera del 1932 Hans e Konradin possono ancora avere una vita normale e frequentarsi. A fare loro da ombrello sono la campagna del Württemberg, che in primavera si ricopre di verde e di fiori, e gli studi classici che i due amici stanno ultimando al Karl Alexander Gymnasium, il migliore liceo di tutta Stoccarda. Sia Hans che Konradin sono infatti due animi nobili e sensibili che amano l’arte e la poesia, e che negli autori antichi trovano la conferma che non sono le passioni ma la Ragione a qualificare l’uomo. La Grecia Antica è l’ideale romantico che ispira i loro sogni. L’amore per la cultura classica — un amore adolescenziale, idealizzato, ma pur sempre figlio della migliore cultura tedesca fin dai tempi di Schliemann e Goethe — è non solo l’ombrello, ma anche lo specchio attraverso cui, per contrasto, Fred Uhlman rivela il volto sfigurato e belluino della Germania hitleriana.

«La politica riguardava gli adulti; noi avevamo già i nostri problemi. E quello che ci pareva più urgente era imparare a fare il miglior uso possibile della vita, oltre, naturalmente, a cercare di scoprire quale scopo avesse, se l’aveva, e a chiederci quale potesse essere la condizione umana in questo cosmo spaventoso e incommensurabile. Questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini».

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Fonte: pintermonamour.com

L’amico ritrovato è scritto in prima persona da Hans — che da quando ha lasciato la Germania nell’inverno del 1933 vive in America facendo l’avvocato — molti anni dopo la fine della sua amicizia con Konradin. L’invito al racconto gli arriva da una richiesta inaspettata: la sua vecchia scuola vorrebbe infatti realizzare un monumento agli studenti che sono caduti durante la guerra, e per farlo sta cercando finanziatori; allegata a questa c’è l’elenco dei caduti. Dopo molte esitazioni, Hans trova il coraggio per andare a cercare il nome dell’amico: alla lettera H legge così che anche Konradin è morto, ma non in azioni di guerra al servizio del Reich come gli altri: egli è morto impiccato per aver partecipato a un attentato contro Hitler.

Questa circostanza è lo spin off del secondo racconto della Trilogia, intitolato Un’anima non vile (No Coward Soul, 1979). La parola passa a Konradin che, chiuso in carcere in attesa dell’esecuzione, scrive una lunga lettera al suo vecchio amico. In essa Konradin ripercorre la storia della sua amicizia con Hans, riferendo dal proprio punto di vista gli stessi episodi raccontati nell’Amico ritrovato. Rispetto a quella di Hans, la versione di Konradin è perfettamente complementare e permette di conoscere retroscena ed elementi che nell’altro racconto non potevano trovare spazio, ma soprattutto restituisce un’immagine più completa del giovane Hohenfels, del quale si apprende un coraggio altrimenti insospettabile. La sua adesione al nazismo, orchestrata dalla madre, lo avrebbe condotto sui campi di battaglia, ma in seguito sarebbe stato proprio il risveglio della coscienza, della Ragione e dei sentimenti a riscattarlo — purtroppo a costo della vita.

Questo espediente letterario, di per sé interessante, manca tuttavia di un quid narrativo proprio che va a scapito della completa riuscita del testo. Se ad esempio la lettera di Konradin — che, alla fine, si limita a confermare una storia che viene data per acquisita — fosse stata inserita all’interno di una cornice più solida nella quale avessero trovato maggiore spazio i dettagli inediti dell’arresto, dell’imprigionamento e della detenzione, il racconto si sarebbe avvantaggiato di un duplice movimento che da una parte avrebbe introdotto un necessario elemento di novità (informativo, ma soprattutto narrativo), mentre dall’altro avrebbe rivitalizzato l’interesse per i fatti già noti, senza loro togliere, tuttavia, la propria centralità. Da questo punto di vista, Un’anima non vile non può quindi essere considerata un’opera autonoma, in quanto tutto, in essa, concorre a configurarla come un’appendice dell’Amico ritrovato, del quale peraltro stenta a riprodurre lo stesso connubio fra atmosfera e stile. La figura di Konradin ne esce ispessita e completamente riabilitata senza dubbio alcuno, tuttavia, la sua, rimane una riabilitazione accessoria che non gli fa né male né bene. «Von Hohenfels, Konradin, implicato nella congiura per assassinare Hitler. Giustiziato»: la frase cancelleresca con cui termina L’amico ritrovato, aveva infatti già messo magnificamente tutte le cose al loro posto.

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Fred Uhlman (Fonte: burghhouse.museumssites.com)

Con Niente resurrezioni, per favore (No Resurrection, please, 1979), terzo racconto o romanzo breve della Trilogia (anche per gli altri due testi si ripete l’ambiguità di genere osservata nell’Amico ritrovato) si è davanti a un’opera differente. A livello di stile, innanzitutto, questo è il racconto più romanzesco di tutti, a cominciare dall’utilizzo della terza persona eterodiegetica che conferisce un respiro letterariamente più consapevole alla scrittura di Uhlman. La dimensione intimista dei racconti precedenti non viene abbandonata, ma si confronta con una metodologia narrativa diversa, caratterizzata dall’oggettività e da uno svolgimento continuo che rinuncia alla frammentazione in episodi. Il protagonista è Simon Elsas, pittore, identificabile con lo stesso Uhlman: a guerra terminata, egli torna in Germania, nella città che fu costretto a lasciare venti anni prima per una fugace visita. In un bar incontra per caso un vecchio compagno d’università che lo invita a prendere parte a una rimpatriata tra vecchi amici. In un primo momento Simon è deciso a non andarci, ma alla fine cede di fronte all’insistenza dell’amico. Arrivati al locale, Elsas indossa da subito i panni del convitato di pietra non facendosi conquistare dal clima cameratesco della serata, né dai sorrisi riguardosi che lo hanno salutato: per lui quegli uomini non sono più vecchi compagni e amici, bensì maschere funebri, fantasmi che lo riportano a ricordi dolorosissimi, individui nel cui recente passato può nascondersi una partecipazione più o meno diretta allo sterminio perpetrato contro gli ebrei, il suo popolo, la sua famiglia.

«Sono stato accolto qui con grande gentilezza e con grande riguardo. Mi sento simile a chi, alla fine di un buon pranzo, dice alla padrona di casa che il pesce non era fresco e che il vino era acido. Parlo contro la mia volontà: come potrei non essere franco? Com’è possibile che io discuta di interessi comuni, di ricordi comuni, di amicizia, quando tra noi insorgono gli spettri di sei milioni di ebrei? Com’è possibile, che io, ebreo, sieda a tavola con voi e dimentichi i milioni che sono morti di stenti, senza essere sicuro che la mano che mi offre da bere e da mangiare non è macchiata del sangue della mia famiglia?»

Fred Uhlman, attraverso il suo alter ego Simon Elsas, dà soddisfazione letteraria a tutti quei sopravvissuti al Lager che hanno sognato — ma spesso non hanno potuto — di ritrovarsi a tu per tu con un tedesco, guardarlo negli occhi e metterlo di fronte alle proprie responsabilità. È il desiderio-incubo di Primo Levi raccontato nel capitolo Vanadio del Sistema periodico, ma dall’altra parte della barricata, agli occhi dei tedeschi, esso si traduce in quello che il filosofo Karl Jaspers, in un saggio fondamentale del 1946, ha definito Die Schuldfrage: La questione della colpa.

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E cosa ottiene Simon Elsas mettendo i suoi ex compagni ed amici di fronte alle loro colpe? Occhi bassi, silenzi, orecchie da mercante in un primo momento, che si trasformano poi in scuse, negazioni, nervosismo, voglia di dimenticare e in quel meschino, raccapricciante “erano gli ordini, non c’era niente di personale” del quale si ode ancora il riverbero della voce di Adolf Eichmann durante il processo di Gerusalemme. Tutto sommato, niente che possa ferirlo più di quanto quelle stesse persone non avessero già fatto tanti anni prima, quando il loro dovere di obbedienza verso gli ordini e la legge — sollevato pure quella sera a mo’ di giustificazione — aveva costretto Elsas ad abbandonare il Paese che la sua famiglia chiamava “casa” da generazioni.

In mezzo all’oceano della letteratura sulla Memoria e sulla Shoah, Niente resurrezioni, per favore costituisce — è la mia personale opinione — un tassello fondamentale. Quello dei tedeschi è un punto di vista che non sempre si incontra nelle testimonianze di chi c’era, e lo sforzo di Fred Uhlman di farne il tema di uno dei suoi romanzi «in miniatura» credo che debba essere menzionato. Non credo invece che il suo sia il caso di uno scrittore ingiustamente associato a un unico libro. A mio personalissimo avviso L’amico ritrovato è una gemma rara che non è stata neanche lontanamente eguagliata dagli altri suoi scritti, tuttavia sarebbe un errore limitarsi a quella lettura soltanto. La Trilogia possiede infatti un equilibrio tutto suo, che solo l’intimo dialogo di ogni sua parte con il Tutto è in grado di assicurare, non disgiunto dal suo autentico spessore morale e umano. Come lettura, essa appartiene tanto al Cuore quanto alla Ragione, ed è esattamente questa sua doppia appartenenza, questa sua capacità di sommare le esperienze, di parlare a tutte le età attraversando le generazioni a fare della Trilogia del ritorno di Fred Uhlman il lascito di una vita.

Il primo progetto di una Europa unita: una storia che ha quasi 100 anni

Di Gian Luca Nicoletta

 

De Gasperi, Schuman, Spinelli, Hirschmann, Colorni, Coudenhove-Kal… prego?

Se di questa breve lista di alcune delle persone che hanno speso sangue e inchiostro per fondare l’Europa non riconoscete l’ultimo nome — che per inciso, prima che mi interrompessi, è von Coundenhove-Kalergi — allora io e voi siamo sulla stessa barca, e meno male.

Ho infatti da poco scoperto che al mondo è esistito Richard von Coudenhove-Kalergi, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla teorizzazione e alla costruzione di un’Europa unita sotto la bandiera di un unico grande Stato federale.

Richard Coudenhove-Kalergi è nato a Tokyo nel 1894. Il padre era un diplomatico, all’epoca, ancora austro-ungarico, mentre la madre era figlia di un commerciante giapponese.

Possiamo dire che tutto, nella vita del giovane Coudenhove-Kalergi, ha avuto fortissime influenze internazionali, estere, in una parola ampie. La famiglia del padre, nel corso dei secoli, aveva estremizzato il concetto di “relazioni internazionali”, giungendo a raccogliere nel novero di bisnonni, avii e prozii famiglie francesi, polacche, tedesche, dei balcani, greche (da cui deriva il secondo cognome, Kalergi), bizantine e veneziane. La famiglia della madre, invece, ha assistito alla grande apertura all’esterno che ha caratterizzato la politica del Giappone nella seconda metà del 1800, in netta contrapposizione col silenzio e il ritiro tipici dell’Impero dei secoli precedenti.

L’ambiente familiare nel quale Richard è cresciuto, secondo di sette figli, era votato alla severità e allo studio. Pare che il padre parlasse ben sedici lingue mentre la madre, disconosciuta dai genitori per aver sposato un occidentale, si dedicò per larga parte allo studio delle lingue e della matematica, prima, alla giurisprudenza e all’economia, dopo.

Ma veniamo ora alla parte sicuramente più interessante della vita di Richard, la sua produzione filosofica e politica. Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, che videro la dissoluzione dei tre grandi imperi Austro-Ungarico, Russo e Ottomano, Coudenhove-Kalergi abbracciò le idee innovative della politica del presidente degli U.S.A. Thomas Woodrow Wilson e del critico e filosofo tedesco Kurt Hiller.
Entrambi gli scritti, quello sui Quattordici Punti di Wilson e quelli frutto dell’attivismo di Hiller, hanno contribuito alla elaborzione degli elementi che stanno alla base del pensiero di Coudenhove-Kalergi: la pace e l’equilibrio fra le nazioni. In particolare si può dire che l’armonia programmatica esposta dal Presidente statunitense (che purtroppo non durerà che tre decenni) si sposò con il pensiero non convenzionale e prorompente del filosofo tedesco. A questo si aggiunse la mirabile perspicacia e attenzione al mondo contemporaneo di Richard ed ecco che questi giunse all’idea che segnò la sua intera vita: Paneuropa.

Il primo scontro mondiale aveva messo a nudo molte cose, molti livori e risentimenti che serpeggiavano tra i popoli come tra i governi, e questo era ben chiaro agli occhi di Coudenhove-Kalergi. Ma per giungere a un nuovo stadio del progresso e del benessere sociali, bisognava prima di tutto accettare e comprendere che era finito il tempo dei regni, degli imperi e della divisione del territorio, specialmente nel continente europeo, la cui storia geopolitica è massimamente riducibile a guerre fatte anche per fazzoletti di terra. Come potevano i singoli stati europei del 1919 competere con le nuove e grandi potenze che iniziavano a contendersi il primato della Storia, cioè Stati Uniti e Unione Sovietica? La risposta a ciò sta nella creazione di una paneuropa, ovverosia un unico, grande Stato federale che raccoglie al suo interno tutte le nazioni che formano il continente: dall’Italia alla Novergia, dalla Portogallo alla Polonia.

Le minacce, dato lo scenario internazionale, che Richard considera maggiormente pericolose per il nostro continente provengono dalle due grandi potenze sopracitate: nel suo Manifesto (pubblicato per la prima volta nel 1923) infatti si parla esplicitamente del rischio di una assoggettazione alla Russia in termini geopolitici, di una dipendenza dagli Stati Uniti in termini economici. Una Unione Paneuropea, invece, potrebbe resistere a entrambe e sventare ogni pericolo. La necessità di un mercato unico e di una unione politica sono, nelle parole di Coudenhove-Kalergi, la soluzione per creare un vero equilibrio fra i popoli e, conseguentemente, dare garanzia di una pace duratura. Il suo progetto portava in sé già molte delle istituzioni europee di oggi, come la Commissione Europea, e sua fu l’idea di utilizzare l’Inno alla gioia di Beethoven come inno dell’intera Unione.

L’idea di una organizzazione politica di questo tipo, per strano che possa sembrare, trovò l’appoggio di molti intellettuali e politici di tutta Europa, tra i quali figurano anche Albert Einstein, Thomas Mann, Carlo Sforza e Benedetto Croce.

Col passare del tempo questi ideali europeisti si diffusero sempre più nel continente e particolarmente negli ambienti anti-nazisti e anti-fascisti e subirono il maggior contrasto e repressione durante la Seconda Guerra Mondiale, ma ad ogni buon conto sopravvissero. Più tardi, cioè molto più recentemente rispetto ai fatti di cui vi parlo, il movimento Paneuropa si divise a causa della sua troppo forte impronta cristiana, sebbene uno dei capisaldi del movimento sia il rispetto di tutte le religioni e libertà individuali.
Oggi i due movimenti, il primigeno Paneuropa e la sua derivazione cioè il Movimento Europeo Internazionale, sono attivi e operano a diversi piani e livelli del nostro continente. Portano avanti le battaglie e gli ideali di quella prima generazione di europei ed europeisti, i primi che ebbero il coraggio di dire che il passaggio obbligato per giungere a una vera Comunità Europea è quello della cessione del potere nazionale a favore di uno sovranazionale. Una cessione che non vuole dire diventare servi di altri, non vuole dire svendere o rinunciare alla propria storia o ai propri valori. Vuol dire, semmai, l’esatto opposto: aprire le porta a nuove conoscenze, nuove esperienze e altre culture. Riconoscersi come parte di una stessa storia millenaria, confluita su una medesima strada da percorrere insieme.

Il movimento Paneuropa rappresenta il più vecchio movimento per un’unificazione del continente che abbiamo, un esordio di altissima qualità e che ha gettato le basi per altri e altrettanto importanti progetti, uno su tutti il Manifesto di Ventotene di Colorni, Spinelli, Rossi e Hirschmann. Percorsi creati da uomini e donne profondamente legati a tutta la cultura europea, convinti che la missione storica, politica e civile di questa parte di mondo sia quella di combattere uniti e saldi nelle nostre convinzioni per una società più giusta, eguale e moderna.

Inutile dire che oggi questo progetto sia lungi dall’essere realizzato, e parte di ciò è dovuta alla stessa classe dirigente europea che non vuole un’Europa unita proprio per impedire il verificarsi di quella cessione di potere nazionale cui facevo riferimento prima. Ma sta di fatto che questi movimenti non sono morti e anzi, godono ancora di una buona salute. A quasi un secolo dal Manifesto di Coudenhove-Kalergi, periodo in cui l’idealismo rappresentava una delle maggiori fonti dell’agire sociale e politico, ritengo una vera consolazione constatare che quel progetto non è stato dimenticato, ma anzi è andato arricchendosi e ampliandosi sulla scia delle grandi trasformazioni che il ‘900 e il 2000 hanno portato.