“La scatola dei bottoni di Gwendy”: una novella moderna e la sua morale

Di Andrea Carria

 

E se esistesse una scatola col potere di devastare interi continenti, provocare ecatombi, scatenare guerre mondiali, in altre parole di decidere il destino del mondo intero? E se questa scatola finisse nelle mani sbagliate o, meglio ancora, in quelle di una ragazzina?

La cicciottella Gwendy Peterson ha solo dodici anni quando un misterioso signore dall’abito e il cappello neri che si fa chiamare Richard Farris gliela consegna, sostenendo che è proprio lei la persona giusta che stava cercando. Azionando delle levette poste ai lati, la scatola elargisce cioccolatini gustosi a forma di animaletto e, di tanto in tanto, monete da un dollaro Morgan, lucentissime. Ma – Farris la mette in guardia – bisogna fare molta attenzione: la scatola presenta infatti dei bottoni colorati (uno per continente) che non vanno premuti alla leggera, soprattutto il bottone rosso e il temutissimo bottone nero.

Gwendy non sa che pensare: Farris la inquieta, ma non sembra avere cattive intenzioni; la scatola, poi, a cosa servirà mai per davvero, cosa deve farci? Del resto quei cioccolatini sono così buoni…

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È il 22 agosto 1974 quando Gwendy porta la scatola a casa con sé. Per prima cosa deve nasconderla: Farris le ha detto che sarebbe un disastro se i suoi genitori o qualcun altro la trovassero. Fra le radici di un albero in giardino, in una fessura nel muro della cantina, dentro all’armadio, in una cassetta di sicurezza: sono questi i nascondigli scelti da Gwendy nel corso dei dieci anni in cui la scatola rimane sotto la sua custodia. Dieci anni che hanno visto Gwendy diventare una ragazza bellissima, magra, atletica, prima della classe, formidabile in tutti gli sport e sogno proibito di ogni ragazzo di Castle Rock. Sarà merito dei cioccolatini che la scatola non ha mai smesso di distribuirle? Certo, la scatola ha dei poteri, questo Gwendy lo ha capito abbastanza presto. Come quella volta in cui non ha resistito e ha schiacciato il bottone viola del Sudamerica… o il suicidio della sua migliore amica, Olive… o quella volta in cui Frankie Stone si è nascosto nel suo armadio con brutte intenzioni e Harry Streeter, il suo fidanzatino, per salvarla…

Nato dalla nuova collaborazione fra Stephen King e Richard Chizmar, editor e redattore della casa editrice Cemetery Dance, La scatola dei bottoni di Gwendy è un romanzo breve che tuttavia ben rappresenta lo stile e i temi cari alla narrativa del maestro dell’horror mondiale. Cominciando dallo stile, chiunque è in grado di apprezzare l’efficacia della scrittura di King – essenziale ed esperta – o della naturalezza con cui la storia si sviluppa e procede. La trama – semplice e lineare – è uno specchio fedele della pulizia dello stile impiegato, dove – ancora – l’assenza di sovrappiù retorici riflette la mancanza di veri colpi di scena a livello di intreccio.

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C’è poi la tematica dell’età. Come in It, Christie e in altri dei suoi più celebri romanzi, King ambienta la storia nel mondo pieno di luci e ombre dei più piccoli, bambini e adolescenti. Il lettore fa la conoscenza di Gwendy nella delicata fase preadolescenziale, una ragazzina vittima dei bulli a causa dei suoi chili di troppo, per lasciarla, laureata, alle soglie dell’età adulta. La sua adolescenza è segnata dal possesso della scatola dei bottoni, una responsabilità che Gwendy si sente costantemente addosso. Sono d’accordo con chi ha parlato di questo libro come di un romanzo di formazione perché, in effetti, quella che si svolge nelle sue pagine è la storia della formazione di Gwendy, di come essa diviene accorta e responsabile anche per merito della custodia della scatola, sua responsabilità ma anche suo esercizio morale. E capisco anche chi rimpiange che King e Chizmar non abbiano approfondito diversi aspetti della trama e dei personaggi, lasciando che la loro storia assumesse la forma e le dimensioni di una novella. Il materiale su cui stavano lavorando era di prima qualità e il libro avrebbe potuto effettivamente avere uno sviluppo diverso. Il risultato finale, così, non ci restituisce il grande romanzo che avrebbe potuto essere, ma una bel racconto: considerando il ritmo sostenuto della produzione romanzesca di King, mi permetto di dire che è un buon compromesso.

Come novella – o favola – La scatola dei bottoni di Gwendy possiede, del resto, pure una morale. Quando Farris torna da Gwendy per chiederle indietro la scatola, dice di aver trovato il successore giusto a cui consegnarla: un altro bambino coscienzioso e prudente come lo era stata Gwendy alla sua età, c’è da immaginare. Se Farris non si è sbagliato, la scatola e il mondo saranno al sicuro per altri dieci anni. Se no…

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Che dei bambini siano i depositari della sicurezza di tutti è una bellissima metafora che ribadisce l’importanza di crescere i propri figli lontano dall’egoismo, nel rispetto di una pacifica convivenza. È una metafora che evidenzia meglio di qualsiasi discorso la responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti dei più giovani – come genitori in primis, ma anche come fratelli, cugini, insegnanti, educatori, amici, compagni di scuola –, dei quali presto o tardi sarà il turno. Farris continuerà a scegliere – è il suo compito, il suo destino –, mentre dal canto nostro, noi uomini continueremo ad avere rapporti con gli altri, a crescere, a formare le persone e il loro carattere. Entrambi, Farris e noi, non possiamo sottrarci, ma fra i due è il signore dal cappello nero quello con la minore possibilità di scelta. Egli sceglie, è vero, ma può farlo solo in mezzo a ciò che noi mettiamo a sua disposizione. Sta a noi fare in modo che trovi una Gwendy ogni dieci anni a cui affidare la scatola fatale, ma siccome le nostre possibilità di scelta sono molto superiori alle sue, non sta scritto da nessuna parte che i valori di riferimento di un’epoca (scelti e adottati da una data comunità in un certo periodo storico, e dunque aleatori per definizione) siano sempre i più opportuni.

In ciò consiste la morale di questa novella moderna: ricordare a ciascuno le proprie responsabilità nello sviluppo di una cultura e di una coscienza collettiva, poiché la scatola dei bottoni è reale, il bambino che la erediterà domani, invece, è un investimento condiviso, di cui occuparci tutti insieme.

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Alle origini dell’horror moderno: “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson

Di Andrea Carria

 

Vi piacciono le storie di fantasmi, di case infestate e di altri fenomeni paranormali? Beh, allora siete fortunati perché la letteratura e la filmografia dedicate a questo settore sono sempre all’opera, arricchendo ogni giorno i cataloghi dell’horror con nuovi libri, film e serie tv per la felicità degli amanti del genere come voi e me.

In mezzo a tante novità la scelta non è facile, e qualche buon libro sfugge inevitabilmente anche al miglior intenditore. Altre volte invece il caso aiuta, ricompensando con belle sorprese. È quello che è successo a me con L’incubo di Hill House (Adelphi, 2016; prima edizione originale, 1959), un libro che ho cominciato a leggere ignorando chi fosse la sua autrice e il ruolo da lei avuto nell’infanzia di quella che poi è diventata la letteratura horror che conosciamo oggi.

L’autrice è Shirley Jackson (1916-1965), scrittrice e giornalista americana la cui carriera è stata troncata da una prematura scomparsa. Fattasi notare dal pubblico e dalla critica con il racconto La lotteria, pubblicato sul «New Yorker» nel 1948, per scrivere le sue storie di paura la Jackson – un modello anche per Stephen King, maestro indiscusso dell’horror contemporaneo – ha intrecciato la fantasia con i caratteri dell’America che meglio conosceva. Anche le esperienze personali trovano un posto molto importante nella sua produzione letteraria: ne è un esempio proprio L’incubo di Hill House, dove la Jackson rivive – attraverso Eleanor, la propria alter ego – spezzoni del difficile rapporto che aveva con la madre.

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«Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola».

Sorta di romanzo ponte fra i generi gotico e horror (rispetto al gotico tradizionale, infatti, la paura è uno stato d’animo più presente e sfruttato), la storia che prende avvio da questo incipit degno di apprezzamento letterario è anche un interessantissimo prospetto psicologico della protagonista, Eleanor Vance. Eleanor, per gli amici Nel, è una giovane donna che viene da una vita infelice passata ad assecondare la famiglia e, negli ultimi anni, a prendersi cura dell’anziana madre. Alla morte della donna, il suo desiderio di riscatto e di libertà è così forte da indurla ad accettare l’invito del professor Montague, studioso del paranormale, a passare qualche settimana a Hill House, un’inquietante dimora di campagna in stile vittoriano, disabitata da anni. Ma a Eleanor il soprannaturale non interessa: quello che cerca è un’occasione di rilancio, la svolta con cui cambiare la propria vita. «T’arrise la vittoria, t’arriderà l’amor»: con le parole dell’Aida sempre a fior di labbra, Eleanor stringe amicizia con gli altri due ospiti della casa: Luke, nipote dell’attuale proprietaria di Hill House, e Theodora, l’unica altra ragazza ad aver raccolto l’invito del professor Montague e alla quale Eleanor assegna immediatamente una grandissima importanza.

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Mentre il professore introduce i suoi tre assistenti ai segreti della casa, strani fenomeni cominciano a verificarsi: rumori improvvisi nel cuore della notte, porte che si aprono e si chiudono da sole, colpi alle pareti, bruschi cali di temperatura. Fra gli ospiti, Eleanor sembra essere quella ad avere un rapporto privilegiato con le forze che si nascondono dietro a tali manifestazioni, tuttavia la ragazza non sembra badarvi troppo. Eleanor vive una situazione paurosa e potenzialmente pericolosa come questa al pari di una gita insieme a degli amici; l’unica sua preoccupazione è che quel soggiorno presto finirà.

«Per tutta la vita era stata convinta che nominare la felicità significasse sciuparla, ma adesso si sorrise nello specchio e disse in silenzio: Sei felice, Eleanor, finalmente hai ricevuto un po’ della tua dose di felicità. Distogliendo lo sguardo dal suo viso riflesso, pensò d’impulso: T’arrise la vittoria, t’arriderà l’amor».

Può sembrare strano, eppure è proprio una sottile vena di gioia la corrente sotterranea che percorre il romanzo di Shirley Jackson. Eleanor si accinge a partire per Hill House con molte aspettative e quando arriva sul posto scopre di essere animata da un entusiasmo inatteso, tipico di chi è appena uscito da un periodo difficile e pensa che d’ora in avanti le cose miglioreranno, che la felicità sia soltanto questione di tempo. Una felicità candida, innocente, quasi infantile, così come infantili sono certi dialoghi fra Eleanor e Theodora, le quali si scambiano confidenze e impressioni con la stessa fatuità che ci si aspetterebbe di trovare nelle conversazioni fra due adolescenti. Soprattutto all’inizio del libro, sono rimasto spiacevolmente sorpreso da simili ingenuità e non riuscivo a spiegarmi come mai in un romanzo di medie dimensioni (233 pp.) con una storia ben più interessante da raccontare, la Jackson spendesse intere paginate in dialoghi inconcludenti su vestiti, sogni, cortesie e altri discorsi da tè. Soltanto in seguito ho capito che gli stessi dialoghi che incriminavo erano fondamentali per la caratterizzazione della protagonista e per la riproduzione del claustrofobico ambiente domestico, altamente limitante, che si era appena lasciata alle spalle.

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Giustificazioni narrative a parte, Eleanor rimane un personaggio infantile e delicato che si stenta a immaginare come una donna di trentadue anni che per lungo tempo si è fatta carico del sostentamento della madre anziana. È possibile che nell’enfatizzare la sua delicatezza la Jackson talvolta abbia ecceduto, tuttavia non è azzardato pensare che la regressione all’infanzia di Eleanor non sia solo un espediente narrativo per legare a filo doppio il destino della ragazza con quello di Hill House, ma anche il tentativo di una rappresentazione psicologica che è poco realistica solo all’apparenza, poiché rielaborata a partire da quelle che sono state le esperienze personali della stessa autrice, la cui personalità complessa e contrastante (Lizzie, il suo romanzo del 1954, affronta il tema delle personalità multiple) è stata sia la fucina sia il primo banco di prova dei suoi lavori.

A proposito di realismo, nel romanzo l’elemento paranormale non occupa una posizione di primo piano. Il soggetto gotico, rappresentato dall’ambientazione e dalle atmosfere, è una presenza avvolgente che sa camuffarsi sullo sfondo, guidando l’azione e i discorsi dei personaggi come una mano invisibile che sceglie con cura il momento in cui palesarsi. Utilizzando un espediente noto a tutti gli scrittori del soprannaturale, la Jackson inserisce ogni manifestazione all’interno del punto di vista soggettivo di uno dei personaggi, in particolare di Eleanor. Questo è molto importante perché, fra le tante possibili, consente l’inserimento di un’interpretazione verso cui propendere in via privilegiata, nel caso specifico quella che sostiene la causa psicologica per gli avvenimenti che hanno dato a Hill House la sua reputazione. Come nel racconto La lotteria, la Jackson non fornisce infatti una spiegazione diretta dei fenomeni descritti; questa è demandata al lettore, lettore che però non è libero di formulare un’ermeneutica indipendente essendo costretto a utilizzare le informazioni e i dettagli che la stessa scrittrice avrà sparso all’interno della storia. In fondo, è come se la Jackson avesse consegnato al lettore un pacchetto con le spiegazioni da dare e le istruzioni su come riuscirci, quest’ultime costituite da tutto ciò che egli avrà appreso, visto e sentito insieme e grazie a Eleanor, la cui psicologia – è mia opinione – rappresenta il grande tema di questo romanzo.