Scendi le scale e affronta il buio, ovvero “Le Notti di Salem” di Stephen King

Di Gian Luca Nicoletta

Dopo avervi parlato della mia recente decisione di affrontare le mie antiche paure, esorcizzandole grazie alle opere di Stephen King, una volta terminata la lettura di Carrie (di cui trovate l’articolo qui) sono passato a Le Notti di Salem, il racconto che ha fornito allo scrittore statunitense l’epiteto di “autore horror” per eccellenza.

Questa seconda opera, molto più ricca strutturata rispetto a Carrie, è allo stesso tempo un esempio e un omaggio di racconto dell’orrore. Esempio perché, proprio in virtù della notorietà cui King è assurto dopo questa seconda pubblicazione, gli elementi già in precedenza chiamati sulla suspance e sull’attesa raggiungono un ulteriore e più approfondito livello; omaggio invece perché attraverso l’intero arco della narrazione si susseguono diversi rimandi a un’autrice e un autore che King mette nell’Olimpo dei suoi maestri: Shirley Jackson e Bram Stoker. Di quest’ultimo, nello specifico, King ripercorre la struttura essenziale del Dracula pubblicato nel 1897 e, proprio con Le Notti di Salem, sembra proporne un aggiornamento: un dracula contemporaneo.

Dunque se avete letto l’opera di Stoker potrete apprezzare questo remake in chiave moderna: confrontare gli espedienti, trovare similitudini fra i personaggi, perfino predire se e in quale modo questa seconda versione turberà la vostra fantasia. Se, al contrario, non avete letto Dracula, vi rimarrà comunque e inalterato il piacere di una prosa assai scorrevole, di un intreccio finemente calibrato che vi conduce fra gli antri più scuri degli esseri umani.
Perché questo, ricordiamolo sempre, è l’obiettivo principale che King ha in mente quando scrive, ovverosia farci capire che cos’è l’essere umano, cosa lo fa muovere e soprattutto dove può spingersi con le sue azioni.

Nel testo in esame oggi, di particolare rilievo ho trovato il discrimine fra il mostro e l’uomo. In una città dove una presenza oscura spinge sempre più abitanti a portare segni religiosi al collo e a chiudersi a chiave in casa una volta calato il sole, in una nicchia grande non più di una manciata di pagine, King ci fa realmente capire qual è il mostro che maggiormente dobbiamo temere: si tratta di una creatura antropomorfa anch’essa, come un vampiro, ma che a differenza di questo non fugge se gli si mostra un crocifisso; una creatura che può camminare tanto di notte quanto di giorno, cui l’acqua santa non fa nulla se non inzuppargli, eventualmente, i vestiti, e che spesso troviamo nell’altra metà del nostro letto tutte le notti.

Un altro elemento che ha destato particolare interesse riguarda la fede. Tutti i personaggi di quest’opera, dal medico al sacerdote, riscoprono o sono costretti ad ammettere un peso specifico di questo dono, e ciò avviene a seguito di fatti che nessuno può confutare ma solo confermare, nonostante la propria incredulità.
La fede in qualcosa di più alto, in Dio, comporta anche la fede, cioè l’accettare senza avere la conferma, in qualcosa di più basso, il Diavolo. Entrambe queste forze operano sopra e sotto le nostre teste e, quando si scontrano, gli esseri umani finiscono inevitabilmente nel mezzo e diventano strumento, dell’una o l’altra parte, per portare avanti la propria guerra. Questa è una lezione che i personaggi de Le Notti di Salem devono imparare in fretta, pena la morte o qualcosa di peggiore.

A chi legge rimane sempre una scelta: quella di accettare, fare dunque un’opera di fede, l’esistenza di forze non umane o quanto meno morali che agiscono su di noi e che influenzano, quando non comandano, tutte le nostre azioni; oppure ignorare gran parte della psiche, dell’etica, della vita del mondo che si spinge appena al di là dei nostri nasi – cosa che comunque accade anche nell’opera – e lasciarsi cullare dall’ignoranza dei fatti di questo universo, rimanendone però travolto senza la possibilità di opporsi in alcun modo.

L’attesa prima dell’orrore: creazione della suspance e altre meraviglie in “Carrie”, di Stephen King

Di Gian Luca Nicoletta

Questa settimana ho voluto fare un esperimento.
Premetto che da sempre ho una profonda avversione per tutto ciò che è horror: dai film alle case stregate dei parchi giochi, passando ovviamente per i libri. Tuttavia la mia curiosità di critico è stata più forte e ho voluto approcciare il genere in letteratura ponendomi un quesito: utilizzando uno strumento che non ha a disposizione immagini, suoni, effetti speciali né sonori e quant’altro, ma solo una pagina bianca da riempire con delle parole, com’è possibile creare la paura?

In passato avevo già letto dei romanzi horror, risalenti a più d’un secolo fa come Dracula e la serie di racconti La catena del destino, entrambi di Bram Stoker, ma quei testi erano basati su ben altre sensibilità, altri paradigmi sociali ed etici che ponevano altrove l’asticella dell’orrore rispetto al nostro punto di vista. Mi sono dunque rivolto, con gran timore lo confesso, al maestro del brivido contemporaneo, Stephen King, iniziando dalla sua prima opera pubblicata nel 1974, Carrie.

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Con mia grande sorpresa è accaduta una cosa che solo un’altra volta mi era personalmente capitata: ho iniziato e terminato il romanzo nello stesso giorno. Dalla mattina alla sera, nell’arco di una dozzina d’ore, pasti inclusi, mi sono letteralmente lasciato trasportare dalla vicenda, seguendo ogni sviluppo, prendendo la mano del narratore e seguendolo, con un misto di paura e curiosità, per i vicoli bui della città di Chamberlain, nel Maine. Ma la cosa che mi ha colpito di più, anche se di fatto non ha risposto all’interrogativo iniziale, non è stato vedere come si costruisce l’orrore, bensì come si costruisce la suspance. In questo (o meglio, anche in questo) King è un vero maestro, ma vediamo più da vicino cercando di schematizzare la struttura narrativa del romanzo.

  1. Punti di vista multipli: la storia di Carrie White, giovane adolescente timida e bullizzata dalle sue coetanee, viene raccontata sulla falsa riga di un’inchiesta scientifica. Vengono riprodotte prove scritte quali lettere, saggi, articoli di giornale, tutte assemblate nella più grande cornice ad opera della voce narrante, che non si rivela mai ma che possiamo presumibilmente ipotizzare essere un o una testimone dei fatti;
  2. Strutturare in uno schema “incatenato” l’intreccio narrativo. In una struttura di base di qualsiasi storia si hanno tre elementi, che possiamo denominare A, B e C. A = presentazione dei fatti e dei personaggi; B = climax degli eventi; C = risoluzione dei conflitti e conclusione. Lo schema A-B-C definisce in modo lineare l’intreccio. King, in quest’opera, utilizza uno schema incatenato, cioè nell’ordine A-C-B. In questo modo lui ci presenta i personaggi, anticipa già la loro fine e solo dopo ci conduce verso il climax, il punto massimo della tensione.
  3. Creazione della suspance: combinando i punti 1 e 2 otteniamo una visione chiara di come King ha strutturato Carrie. Conosciamo i personaggi e di loro sappiamo già tutto, da questo punto di vista non ci sono colpi di scena: chi è buono rimane buono, chi è cattivo rimane cattivo. Sappiamo a cosa andranno incontro ma, quello che non sappiamo, è il come. Questo elemento mancante diventa il centro di tutte le nostre attenzioni, quello che in critica viene definito l’orizzonte d’attesa di chi legge. Sappiamo già cosa succederà alla fine, ma moriamo dalla voglia di sapere in che modo ci si arriverà e questo crea una grande aspettativa, che si carica di tensione dal momento che sappiamo che il finale sarà inesorabilmente tragico. Chi ce lo dice? Una delle fonti del punto 1(A) anticipando il finale attraverso il punto 2(C).
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Come vedete la struttura è piuttosto semplice, è bastato invertire un elemento dello schema lineare di narrazione. Poi, chiaramente, ci sono il talento e il duro lavoro: la scelta degli aggettivi, l’immenso lavoro che ogni aspirante autore e autrice deve fare sul lessico, l’attenta selezione dei tratti caratteriali, dei particolari che ci lasciano intendere molto altro, di non detto, che appare nella storia e che arricchisce tutto l’affresco; la saggia e scaltra disseminazione di segnali, indizi, bigliettini che ci esplodono fra le mani quando arriviamo in precisi punti del romanzo.

Rimane, dopo la costruzione di questa linea narrativa arricchita dalla suspance, che costituiscono la spina dorsale di tutto il testo, un tratteggio dei personaggi che definirei quasi impressionistico. King utilizza grandi pennellate per descrivere i personaggi che interagiscono con noi: pochi tratti caratteriali ma importanti, sfaccettature ben precise degli atteggiamenti che, visti da una certa distanza, ci danno già l’impressione globale di chi abbiamo di fronte. In questo modo possiamo intuire correttamente chi sono i pedoni e come si muovo sulla scacchiera che ha creato per noi.
Carrie però non è solo questo. I temi che vengono affrontati e dai quali ricaviamo grandi spunti di riflessione sono i più vari e sono ancora vivi oggigiorno: il fanatismo religioso, il rapporto genitori-figli, la fede, la salvazione dell’anima, l’incontrovertibilità della ricerca scientifica e l’eterno interrogativo sulle attività paranormali. Un intero mondo di idee racchiuso in qualche centinaio di pagine, un trampolino che ci lancia da un interrogativo all’altro, facendoci provare il brivido di non vedere dove stiamo atterrando.

Immagine in evidenza: dailybest.it

Il femminile e le piccole cose in “Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Di Andrea Carria

Questo è il terzo articolo in cui vi parlo di Shirley Jackson, la scrittrice americana celebrata niente meno che da Stephen King e che in Italia, in questi anni, sta finalmente avendo la visibilità che merita.

Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo breve pubblicato nel 1962. L’edizione italiana a cura della casa editrice Adelphi è del 2009 e la traduzione dall’inglese è di Monica Pareschi. Vi svelerò subito il mio giudizio dicendovi che questo romanzo è un piccolo gioiello. La storia è quella di una famiglia colpita da un evento catastrofico accaduto alcuni anni prima rispetto al presente narrativo, ma di cui la protagonista, che racconta in prima persona, niente rivela per parecchie pagine. Costei è Mary Katherine Blackwood, per tutti Merricat, una bambina dall’età imprecisata che parla come fanno tutti i bambini quando raccontano qualcosa: non spiegano e danno tutto per scontato. Merricat vive in una grande casa in cima al paese insieme a ciò che resta della sua famiglia: la sorella maggiore Constance e lo zio Julian, paralizzato su una sedia a rotelle e unico superstite della sciagura che, tra gli altri, ha ucciso anche i genitori delle due sorelle. Non vi svelerò altro al riguardo, state tranquilli, aggiungo soltanto che tale fatto ha avuto delle conseguenze devastanti sui sopravvissuti che vanno oltre il dolore: Constance, per esempio, non mette piede fuori casa da quel fatidico giorno e non riesce più nemmeno a rimanere da sola in una stanza se ci sono degli estranei; dal canto suo, Merricat cresce invece selvaggia e randagia e, tolta la compagnia di Jonas, il suo fedelissimo gatto, non ha amici.

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Questo romanzo è di difficile classificazione. Probabilmente non può essere associato ad alcun genere, sebbene sia imparentato con il romanzo gotico. Come abbiamo visto negli articoli precedenti, Jackson è una scrittrice a cui piace sperimentare con il fantastico e il paranormale senza utilizzare schemi preconcetti. Nel caso delle sue storie si può parlare appropriatamente di perturbante. In letteratura il perturbante è vincolato dalla presenza di uno o più elementi strani, fuori posto, che stridono con la logica, la razionalità e le leggi naturali che regolano il mondo, provocando un effetto disorientante più o meno intenso. Il fantastico è il genere letterario in cui questo effetto è stato maggiormente studiato, mentre si parla di effetto perturbante ben riuscito quando l’opera insinua il dubbio nella mente del lettore e lo conserva finché l’autore o chi per lui non suggerisce la soluzione dell’enigma con una spiegazione. Le tipologie di spiegazione sono state classificate da Tzvetan Todorov in un importantissimo saggio del 1970 intitolato La letteratura fantastica, dove lo studioso ha trattato anche casi che non sono fantastici in senso stretto perché il perturbante presente in essi è spiegabile razionalmente. Secondo questo standard, nemmeno Abbiamo sempre vissuto nel castello sarebbe una storia fantastica. È invece una storia verosimile nel senso che è plausibile che i fatti possano essere accaduti così come sono stati descritti (per usare la classificazione todoroviana, si parlerebbe di racconto strano puro, ossia di un racconto insolito che però la ragione è in grado di spiegare), tuttavia certi passaggi, come per esempio i giochi e i rituali magici di Merricat, conservano fino in fondo la propria ambiguità.

Merricat è una bambina strana che nei suoi giochi mescola realtà e fantasia fino a non rendersi perfettamente conto di quando finisce una e comincia l’altra. Anche il rapporto di complementarietà e di dipendenza che ha con la sorella è strano. Constance è la più grande, si occupa della casa e dello zio Julian in modo ineccepibile, ma quando deve vedersela con gli estranei e col mondo esterno in generale è a Merricat che si rivolge. La bambina dice spesso di voler proteggere Constance e mette in pratica tutta una serie di esorcismi e talismani che, a suo dire, dovrebbero rendere inviolabili i confini della loro proprietà, il castello del titolo. A volte però i piccoli riti di Merricat non funzionano o vengono accidentalmente sabotati, ed è proprio allora che gli estranei fanno la loro comparsa sulla porta, rischiando di compromettere il delicatissimo equilibrio domestico faticosamente mantenuto. È davvero colpa del chiodo “magico” che si è staccato dall’albero, del “tesoro” che è stato dissotterrato, oppure sarebbero venuti comunque? Ecco, il perturbante di Jackson si annida in questi particolari. È una poetica delle piccole cose, dei rituali quotidiani, dei merletti che si mettono sopra ai baratri sperando di nasconderli. Merricat e Constance sono bambine e adulte a fasi alterne e speculari, e questo rafforza, anzi fonda, la loro simbiosi.

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Il dubbio è anche rappresentato dall’età mai dichiarata di entrambe. Merricat è una bambina perché si comporta da tale e pure gli altri la apostrofano così, ma non tutti i lati della sua personalità sono infantili, anzi. Potrebbe essere invece più grande è soffrire di qualche patologia che ne ha condizionato lo sviluppo intellettivo, oppure, visto lo choc patito a seguito della catastrofe, potrebbe aver messo in atto un meccanismo di difesa di tipo regressivo. Ma nemmeno Constance è quella che dovrebbe essere in tutto e per tutto. Delle due ad esempio è proprio Constance la più dissociata dal mondo e a volte non si capisce se assecondando le fantasie di Merricat stia giocando a sua volta, stia applicando una strategia dettata dai problemi della sorella oppure se stia facendo sul serio veramente.

Dalla lettura di Abbiamo sempre vissuto nel castello si esce piacevolmente straniti. Abbandonarsi alla prosa di Shirley Jackson significa infatti entrare in un mondo ribaltato e dalle proporzioni sfalsate dove aleggia, incostante, una presenza materna e domestica in cui viene naturale cercare asilo. La poetica delle piccole cose cui accennavo sopra è la stessa che si ritrova anche nel romanzo Lizzie, e come lì evoca contenuti e dissidi molto profondi. I particolari che risaltano maggiormente sono concentrazioni particolarmente dense di materia psichica, sono le concrezioni più dure che emergono alla fine di un’elaborata tessitura archetipica che esalta l’anima junghiana di ciascun elemento soltanto per mettere a nudo la portata del conflitto con la sua parte maschile. Intimità, dolcezza e protezione non sono mai loro stesse fino in fondo, e ogni sentimento benevolo arriva trattenuto, se non quando adombrato dalla presenza del suo contrario maschile e dominatore.

La contrapposizione tra femminile e maschile si ritrova anche nelle dinamiche fra la casa e il mondo. Se infatti nella prima, soprattutto grazie a Constance, regnano la dolcezza e la cura, fuori il mondo è violento, usurpatore e virile. La società, nella quale l’idea di mondo ha un’immediata rappresentazione, è prettamente maschile e ne ripropone i caratteri tipici. Come nel famoso racconto La lotteria, dove una donna finisce lapidata in un sabba parossistico a cui partecipa tutta la comunità, la società che Jackson descrive il più delle volte è insensibile, rabbiosa, brutale, spavalda e, nel romanzo di cui parlo oggi, pure apertamente ostile all’idea che due donne possano essere in grado di vivere da sole nella casa più bella del paese. Per il piccolo cosmo femminile creato da Merricat e Constance gli uomini sono la vera insidia, e quando arrivano finiscono sempre per tirare fuori la loro vera natura, oppure portando quantomeno turbamento e scompiglio.

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Come romanzo “gotico”, invece, mi sento di ribadire ciò che dissi tempo fa a proposito del libro forse più famoso della scrittrice, L’incubo di Hill House: Shirley Jackson non scrive horror, ma si colloca agli albori di questo genere letterario testimoniando concretamente come ci si è arrivati o raccontando quello che è accaduto prima. E Abbiamo sempre vissuto nel castello lo fa addirittura alla lettera, mostrando nientemeno che la genesi di una casa stregata… Jackson possiede un’immaginazione così fervida e un senso letterario così sviluppato da trovare quello che altri neppure cercano, di scegliere di fermarsi dove la gran parte dei suoi colleghi sa invece solo cominciare.

Consiglio la lettura di questo romanzo insieme a quella di tutti gli altri suoi libri. Lo consiglio come potrei consigliare una passeggiata sulla spiaggia al tramonto o una visita al museo di notte. Ecco, leggere Shirley Jackson è esattamente come fare un giro al museo fuori dall’orario di chiusura: ciò che è noto diventa improvvisamente ignoto, le ombre si fanno più interessanti delle cose esposte e niente, alla fine, niente somiglia più a sé stesso.

“La scatola dei bottoni di Gwendy”: una novella moderna e la sua morale

Di Andrea Carria

 

E se esistesse una scatola col potere di devastare interi continenti, provocare ecatombi, scatenare guerre mondiali, in altre parole di decidere il destino del mondo intero? E se questa scatola finisse nelle mani sbagliate o, meglio ancora, in quelle di una ragazzina?

La cicciottella Gwendy Peterson ha solo dodici anni quando un misterioso signore dall’abito e il cappello neri che si fa chiamare Richard Farris gliela consegna, sostenendo che è proprio lei la persona giusta che stava cercando. Azionando delle levette poste ai lati, la scatola elargisce cioccolatini gustosi a forma di animaletto e, di tanto in tanto, monete da un dollaro Morgan, lucentissime. Ma – Farris la mette in guardia – bisogna fare molta attenzione: la scatola presenta infatti dei bottoni colorati (uno per continente) che non vanno premuti alla leggera, soprattutto il bottone rosso e il temutissimo bottone nero.

Gwendy non sa che pensare: Farris la inquieta, ma non sembra avere cattive intenzioni; la scatola, poi, a cosa servirà mai per davvero, cosa deve farci? Del resto quei cioccolatini sono così buoni…

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È il 22 agosto 1974 quando Gwendy porta la scatola a casa con sé. Per prima cosa deve nasconderla: Farris le ha detto che sarebbe un disastro se i suoi genitori o qualcun altro la trovassero. Fra le radici di un albero in giardino, in una fessura nel muro della cantina, dentro all’armadio, in una cassetta di sicurezza: sono questi i nascondigli scelti da Gwendy nel corso dei dieci anni in cui la scatola rimane sotto la sua custodia. Dieci anni che hanno visto Gwendy diventare una ragazza bellissima, magra, atletica, prima della classe, formidabile in tutti gli sport e sogno proibito di ogni ragazzo di Castle Rock. Sarà merito dei cioccolatini che la scatola non ha mai smesso di distribuirle? Certo, la scatola ha dei poteri, questo Gwendy lo ha capito abbastanza presto. Come quella volta in cui non ha resistito e ha schiacciato il bottone viola del Sudamerica… o il suicidio della sua migliore amica, Olive… o quella volta in cui Frankie Stone si è nascosto nel suo armadio con brutte intenzioni e Harry Streeter, il suo fidanzatino, per salvarla…

Nato dalla nuova collaborazione fra Stephen King e Richard Chizmar, editor e redattore della casa editrice Cemetery Dance, La scatola dei bottoni di Gwendy è un romanzo breve che tuttavia ben rappresenta lo stile e i temi cari alla narrativa del maestro dell’horror mondiale. Cominciando dallo stile, chiunque è in grado di apprezzare l’efficacia della scrittura di King – essenziale ed esperta – o della naturalezza con cui la storia si sviluppa e procede. La trama – semplice e lineare – è uno specchio fedele della pulizia dello stile impiegato, dove – ancora – l’assenza di sovrappiù retorici riflette la mancanza di veri colpi di scena a livello di intreccio.

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C’è poi la tematica dell’età. Come in It, Christie e in altri dei suoi più celebri romanzi, King ambienta la storia nel mondo pieno di luci e ombre dei più piccoli, bambini e adolescenti. Il lettore fa la conoscenza di Gwendy nella delicata fase preadolescenziale, una ragazzina vittima dei bulli a causa dei suoi chili di troppo, per lasciarla, laureata, alle soglie dell’età adulta. La sua adolescenza è segnata dal possesso della scatola dei bottoni, una responsabilità che Gwendy si sente costantemente addosso. Sono d’accordo con chi ha parlato di questo libro come di un romanzo di formazione perché, in effetti, quella che si svolge nelle sue pagine è la storia della formazione di Gwendy, di come essa diviene accorta e responsabile anche per merito della custodia della scatola, sua responsabilità ma anche suo esercizio morale. E capisco anche chi rimpiange che King e Chizmar non abbiano approfondito diversi aspetti della trama e dei personaggi, lasciando che la loro storia assumesse la forma e le dimensioni di una novella. Il materiale su cui stavano lavorando era di prima qualità e il libro avrebbe potuto effettivamente avere uno sviluppo diverso. Il risultato finale, così, non ci restituisce il grande romanzo che avrebbe potuto essere, ma una bel racconto: considerando il ritmo sostenuto della produzione romanzesca di King, mi permetto di dire che è un buon compromesso.

Come novella – o favola – La scatola dei bottoni di Gwendy possiede, del resto, pure una morale. Quando Farris torna da Gwendy per chiederle indietro la scatola, dice di aver trovato il successore giusto a cui consegnarla: un altro bambino coscienzioso e prudente come lo era stata Gwendy alla sua età, c’è da immaginare. Se Farris non si è sbagliato, la scatola e il mondo saranno al sicuro per altri dieci anni. Se no…

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Che dei bambini siano i depositari della sicurezza di tutti è una bellissima metafora che ribadisce l’importanza di crescere i propri figli lontano dall’egoismo, nel rispetto di una pacifica convivenza. È una metafora che evidenzia meglio di qualsiasi discorso la responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti dei più giovani – come genitori in primis, ma anche come fratelli, cugini, insegnanti, educatori, amici, compagni di scuola –, dei quali presto o tardi sarà il turno. Farris continuerà a scegliere – è il suo compito, il suo destino –, mentre dal canto nostro, noi uomini continueremo ad avere rapporti con gli altri, a crescere, a formare le persone e il loro carattere. Entrambi, Farris e noi, non possiamo sottrarci, ma fra i due è il signore dal cappello nero quello con la minore possibilità di scelta. Egli sceglie, è vero, ma può farlo solo in mezzo a ciò che noi mettiamo a sua disposizione. Sta a noi fare in modo che trovi una Gwendy ogni dieci anni a cui affidare la scatola fatale, ma siccome le nostre possibilità di scelta sono molto superiori alle sue, non sta scritto da nessuna parte che i valori di riferimento di un’epoca (scelti e adottati da una data comunità in un certo periodo storico, e dunque aleatori per definizione) siano sempre i più opportuni.

In ciò consiste la morale di questa novella moderna: ricordare a ciascuno le proprie responsabilità nello sviluppo di una cultura e di una coscienza collettiva, poiché la scatola dei bottoni è reale, il bambino che la erediterà domani, invece, è un investimento condiviso, di cui occuparci tutti insieme.

Alle origini dell’horror moderno: “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson

Di Andrea Carria

Vi piacciono le storie di fantasmi, di case infestate e di altri fenomeni paranormali? Beh, allora siete fortunati perché la letteratura e la filmografia dedicate a questo settore sono sempre all’opera, arricchendo ogni giorno i cataloghi dell’horror con nuovi libri, film e serie tv per la felicità degli amanti del genere come voi e me.

In mezzo a tante novità la scelta non è facile, e qualche buon libro sfugge inevitabilmente anche al miglior intenditore. Altre volte invece il caso aiuta, ricompensando con belle sorprese. È quello che è successo a me con L’incubo di Hill House (Adelphi, 2016; prima edizione originale, 1959), un libro che ho cominciato a leggere ignorando chi fosse la sua autrice e il ruolo da lei avuto nell’infanzia di quella che poi è diventata la letteratura horror che conosciamo oggi.

L’autrice è Shirley Jackson (1916-1965), scrittrice e giornalista americana la cui carriera è stata troncata da una prematura scomparsa. Fattasi notare dal pubblico e dalla critica con il racconto La lotteria, pubblicato sul «New Yorker» nel 1948, per scrivere le sue storie di paura la Jackson – un modello anche per Stephen King, maestro indiscusso dell’horror contemporaneo – ha intrecciato la fantasia con i caratteri dell’America che meglio conosceva. Anche le esperienze personali trovano un posto molto importante nella sua produzione letteraria: ne è un esempio proprio L’incubo di Hill House, dove la Jackson rivive – attraverso Eleanor, la propria alter ego – spezzoni del difficile rapporto che aveva con la madre.

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«Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola».

Sorta di romanzo ponte fra i generi gotico e horror (rispetto al gotico tradizionale, infatti, la paura è uno stato d’animo più presente e sfruttato), la storia che prende avvio da questo incipit degno di apprezzamento letterario è anche un interessantissimo prospetto psicologico della protagonista, Eleanor Vance. Eleanor, per gli amici Nel, è una giovane donna che viene da una vita infelice passata ad assecondare la famiglia e, negli ultimi anni, a prendersi cura dell’anziana madre. Alla morte della donna, il suo desiderio di riscatto e di libertà è così forte da indurla ad accettare l’invito del professor Montague, studioso del paranormale, a passare qualche settimana a Hill House, un’inquietante dimora di campagna in stile vittoriano, disabitata da anni. Ma a Eleanor il soprannaturale non interessa: quello che cerca è un’occasione di rilancio, la svolta con cui cambiare la propria vita. «T’arrise la vittoria, t’arriderà l’amor»: con le parole dell’Aida sempre a fior di labbra, Eleanor stringe amicizia con gli altri due ospiti della casa: Luke, nipote dell’attuale proprietaria di Hill House, e Theodora, l’unica altra ragazza ad aver raccolto l’invito del professor Montague e alla quale Eleanor assegna immediatamente una grandissima importanza.

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Mentre il professore introduce i suoi tre assistenti ai segreti della casa, strani fenomeni cominciano a verificarsi: rumori improvvisi nel cuore della notte, porte che si aprono e si chiudono da sole, colpi alle pareti, bruschi cali di temperatura. Fra gli ospiti, Eleanor sembra essere quella ad avere un rapporto privilegiato con le forze che si nascondono dietro a tali manifestazioni, tuttavia la ragazza non sembra badarvi troppo. Eleanor vive una situazione paurosa e potenzialmente pericolosa come questa al pari di una gita insieme a degli amici; l’unica sua preoccupazione è che quel soggiorno presto finirà.

«Per tutta la vita era stata convinta che nominare la felicità significasse sciuparla, ma adesso si sorrise nello specchio e disse in silenzio: Sei felice, Eleanor, finalmente hai ricevuto un po’ della tua dose di felicità. Distogliendo lo sguardo dal suo viso riflesso, pensò d’impulso: T’arrise la vittoria, t’arriderà l’amor».

Può sembrare strano, eppure è proprio una sottile vena di gioia la corrente sotterranea che percorre il romanzo di Shirley Jackson. Eleanor si accinge a partire per Hill House con molte aspettative e quando arriva sul posto scopre di essere animata da un entusiasmo inatteso, tipico di chi è appena uscito da un periodo difficile e pensa che d’ora in avanti le cose miglioreranno, che la felicità sia soltanto questione di tempo. Una felicità candida, innocente, quasi infantile, così come infantili sono certi dialoghi fra Eleanor e Theodora, le quali si scambiano confidenze e impressioni con la stessa fatuità che ci si aspetterebbe di trovare nelle conversazioni fra due adolescenti. Soprattutto all’inizio del libro, sono rimasto spiacevolmente sorpreso da simili ingenuità e non riuscivo a spiegarmi come mai in un romanzo di medie dimensioni (233 pp.) con una storia ben più interessante da raccontare, la Jackson spendesse intere paginate in dialoghi inconcludenti su vestiti, sogni, cortesie e altri discorsi da tè. Soltanto in seguito ho capito che gli stessi dialoghi che incriminavo erano fondamentali per la caratterizzazione della protagonista e per la riproduzione del claustrofobico ambiente domestico, altamente limitante, che si era appena lasciata alle spalle.

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Giustificazioni narrative a parte, Eleanor rimane un personaggio infantile e delicato che si stenta a immaginare come una donna di trentadue anni che per lungo tempo si è fatta carico del sostentamento della madre anziana. È possibile che nell’enfatizzare la sua delicatezza la Jackson talvolta abbia ecceduto, tuttavia non è azzardato pensare che la regressione all’infanzia di Eleanor non sia solo un espediente narrativo per legare a filo doppio il destino della ragazza con quello di Hill House, ma anche il tentativo di una rappresentazione psicologica che è poco realistica solo all’apparenza, poiché rielaborata a partire da quelle che sono state le esperienze personali della stessa autrice, la cui personalità complessa e contrastante (Lizzie, il suo romanzo del 1954, affronta il tema delle personalità multiple) è stata sia la fucina sia il primo banco di prova dei suoi lavori.

A proposito di realismo, nel romanzo l’elemento paranormale non occupa una posizione di primo piano. Il soggetto gotico, rappresentato dall’ambientazione e dalle atmosfere, è una presenza avvolgente che sa camuffarsi sullo sfondo, guidando l’azione e i discorsi dei personaggi come una mano invisibile che sceglie con cura il momento in cui palesarsi. Utilizzando un espediente noto a tutti gli scrittori del soprannaturale, la Jackson inserisce ogni manifestazione all’interno del punto di vista soggettivo di uno dei personaggi, in particolare di Eleanor. Questo è molto importante perché, fra le tante possibili, consente l’inserimento di un’interpretazione verso cui propendere in via privilegiata, nel caso specifico quella che sostiene la causa psicologica per gli avvenimenti che hanno dato a Hill House la sua reputazione. Come nel racconto La lotteria, la Jackson non fornisce infatti una spiegazione diretta dei fenomeni descritti; questa è demandata al lettore, lettore che però non è libero di formulare un’ermeneutica indipendente essendo costretto a utilizzare le informazioni e i dettagli che la stessa scrittrice avrà sparso all’interno della storia. In fondo, è come se la Jackson avesse consegnato al lettore un pacchetto con le spiegazioni da dare e le istruzioni su come riuscirci, quest’ultime costituite da tutto ciò che egli avrà appreso, visto e sentito insieme e grazie a Eleanor, la cui psicologia – è mia opinione – rappresenta il grande tema di questo romanzo.