La zona grigia di Primo Levi: evoluzione di un concetto

Di Andrea Carria

 

A Primo Levi i gialli sul posto di lavoro lo hanno sempre incuriosito, tanto da fornirgli le tracce per vari racconti. Solo nel Sistema periodico (1975) si contano quattro episodi di questo tipo, tutti relativi al suo mestiere di chimico. Nel capitolo Vanadio, Levi è alle prese con alcune vernici capricciose che gli causano noie fino in Germania. Il problema starebbe nella resina usata, e l’unica cosa da fare è contattare il fornitore per un chiarimento. Fortunatamente la risposta invocata non tarda ad arrivare: a firmarla è un certo «Doktor L. Müller», il quale sembra avere in antipatia le h che stanno in mezzo alle parole, scrivendo «naptenat» in luogo di «naphthenat». Questa stranezza sconvolge Levi: possibile che il Müller con cui si sta intrattenendo non sia altro che il Müller che aveva conosciuto nella fabbrica del Lager, e che era solito scivolare sulla stessa imprecisione con il beta-Naphthylamin, da lui pronunciato beta-Naptylamin? Persuaso che non può trattarsi di una semplice coincidenza, Levi decide di fare delle pressioni per cercare di saperne di più sul suo conto. Non passa molto tempo prima che i suoi sospetti vengano confermati: i due Müller sono infatti la stessa persona.

Ma chi era questo Müller? In Vanadio, Levi riporta parte della sua vita così come egli gliel’ha riferita per lettera: un passato nelle file della gioventù nazionalistica, l’allontanamento dopo la loro affiliazione alle SA, incarichi nell’antiaerea durante la guerra e infine il posto come chimico nelle IG-Farben, prima a Schkopau e poi ad Auschwitz, dove pure lui era stato un sottoposto del Doktor Pannwitz, il terribile esaminatore di Levi descritto in Se questo è un uomo.

Fra Levi e il Doktor Müller inizia uno scambio epistolare in cui, oltre a tornare indietro con la memoria a un passato doloroso, da una parte si chiedono e dall’altra si cercano delle spiegazioni. Levi non ha problemi ad affrontare Müller per iscritto, però teme il faccia a faccia che l’altro gli ha proposto fin dalla prima lettera. A toglierlo d’impaccio sopraggiunge la morte improvvisa di Müller, la quale chiude definitivamente le porte alla resa dei conti finale. Resa dei conti a cui Levi, anche se fosse avvenuta, comunque non credeva:

«Se questo Müller era il mio Müller – scrive – non era l’antagonista perfetto, perché in qualche modo, forse solo per un momento, aveva avuto pietà, o anche solo un rudimento di solidarietà professionale».

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Müller era un tedesco ma non una SS, e questa è una differenza importante. Il solo appartenere a quel popolo non faceva di Müller automaticamente un cattivo, dunque anche il confronto tra Levi e lui non avrebbe mai potuto configurarsi come uno scontro di tipo manicheo fra Bene e Male. Uno scontro del genere Levi lo aveva immaginato in sogno, ma riallacciando i contatti con Müller si rende conto che nella realtà non esiste una separazione così netta e che quella che si era figurata non era altro che una situazione ideale.

«Che fare? Il personaggio Müller si era “entpuppt”, era uscito dalla crisalide, era nitido, a fuoco. Né infame né eroe: filtrava via la retorica e le bugie in buona o in mala fede, rimaneva un esemplare umano tipicamente grigio, uno dei non pochi monocoli nel regno dei ciechi».

«Un esemplare umano tipicamente grigio». Che sia proprio il Doktor Müller il primo abitante di quella regione umana che nel 1986, con I sommersi e i salvati, Levi renderà nota a tutti con l’espressione zona grigia?

«Da molti segni, pare sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei Lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano più leggera, e con spirito meno torbido, di quanto non si sia fatto ad esempio in alcuni film. Solo una retorica schematica può sostenere che quello spazio sia vuoto: non lo è mai, è costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità ad un tempo), che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre anime quando una simile prova si dovesse nuovamente prospettare, o se soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale».

È con queste parole che nel secondo capitolo di quel suo libro Levi introduce il concetto di zona grigia, senza però nominarla. Lo farà un paio di pagine più avanti, quando lo scrittore passa a descrivere lo status dei privilegiati in Lager:

«È una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro potere di giudicare».

La zona grigia è dunque un ambiente di contaminati dalla perversità del Lager, dove non è necessario essere nazisti o aver deciso di stare dalla loro parte per divenire corresponsabili dell’orrore che loro soli — i tedeschi — hanno scelto e voluto. Nel caso dei prigionieri è addirittura una scelta obbligata: ne va della loro sopravvivenza, la collaborazione col potere in cambio di qualche privilegio è l’estremo meccanismo di difesa a cui gli oppressi si avvinghiano nella speranza di scampare a una morte che loro stessi per primi sanno essere certa.

Fuori dal Lager, la società civile di cui era tornato a far parte l’ex SA Müller brulicava di individui grigi, persone cioè che erano state troppo lontane dal centro del potere per fare del male, ma che da questo si erano comunque lasciate corrompere, contaminare o zittire divenendo a loro volta dei corresponsabili morali.

Anticipare al 1975, anno di pubblicazione del Sistema periodico, la comparsa in nuce del concetto di zona grigia va contro l’interpretazione maggiormente sostenuta dalla critica (letture da fare senz’altro sono i saggi che Martina Mengoni ha dedicato a questo argomento), che invece la fa risalire al 20 novembre 1977, quando «La Stampa» di Torino pubblicò un racconto di Levi intitolato Il re dei giudei, dove si legge per la prima volta di una «vasta fascia di coscienze grigie». A rappresentarle è il protagonista, Chaim Rumkowski (1877-1944), capo riconosciuto del ghetto di Łódź e alacre collaboratore dei nazisti, la cui storia Levi ripeterà nel volume di racconti Lilìt (1981) e, riadattata, anche nei Sommersi e i salvati.

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Chaim Rumkowski e Hans Biebow, amministratore nazista del ghetto di Łódź

Oltre al grigio Müller, esistono tuttavia altri elementi che portano verso la retrodatazione del concetto di zona grigia ad almeno due anni.

Durante l’ultima parte di quel 1975, Primo Levi era impegnato nella traduzione del libro dello storico olandese Jacob Presser, La notte dei girondini, pubblicato l’anno dopo da Adelphi. Il libro raccontava la storia degli ebrei olandesi durante l’occupazione nazista, e qui Levi venne attratto dalla figura dell’ebreo Georg Cohn, collaborazionista nel campo di Westerbork, del quale scrive:

«Sentirci ricordare che a Westerbork esisteva e operava un uomo come Cohn, brucia come una ustione e merita un commento. Simili individui sono esistiti, e certo esistono tuttora fra noi allo stato virtuale; in condizioni normali non sono riconoscibili […], ma una persecuzione spietata li sviluppa e li porta alla luce e al potere. È ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema demoniaco, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada e le sporca, le assimila a sé, e ciò tanto più quanto più esse sono disponibili, bianche, privi di un’ossatura politica o morale. Cohn è detestabile, è mostruoso, è da punirsi, ma la sua colpa è il riflesso di un’altra colpa ben più grave e generale».

Ora, si confronti questo brano su Rumkowski tratto dal Re dei giudei:

«Che un Rumkowski sia esistito, duole e brucia; è probabile che, se fosse sopravvissuto alla sua tragedia, ed alla tragedia del ghetto, che lui ha inquinata sovrapponendovi la sua figura di istrione, nessun tribunale lo avrebbe assolto, né certo lo possiamo assolvere noi sul piano morale. Ha però delle attenuanti: un ordine infero, qual era il nazionalsocialismo, esercita uno spaventoso potere di seduzione, da cui è difficile guardarsi. Anziché santificare le sue vittime, le degrada e le corrompe, le fa simili a sé, si circonda di complicità grandi e piccole. Per resistergli occorre una ben solida ossatura morale, e quella di cui disponeva Chaim Rumkowski, il mercante di Łódź, insieme con tutta la sua generazione, era fragile».

La matrice è senza dubbio la stessa.

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Cartello della tratta ferroviaria che univa i campi di concentramento di Westerbork e Auschwitz

Mi sembra dunque chiaro che nel 1975 Levi aveva portato a uno stadio avanzato di maturazione il concetto di zona grigia. Quello che gli mancava era un nome con cui indicarlo. Il nome giusto l’avrebbe individuato qualche anno dopo mentre stava scrivendo la storia di Rumkowski, per poi perfezionarlo nel 1986, quando la «vasta fascia di coscienze grigie» diventa la «zona grigia», un’espressione per lui così significativa da meritarsi la dignità di titolo del capitolo forse più importante del suo ultimo libro.

Negli anni, l’espressione zona grigia ha incontrato una discreta fortuna nell’uso sia orale che scritto, e nel 2001 ha perfino dato il titolo al film del regista americano Tim Blake Nelson, The grey zone, la vera storia del medico ebreo Miklos Nyiszli, reclutato da Josef Mengele per aiutare i nazisti nello sterminio dei suoi compagni di prigionia.

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Le chimiche alchimie di Primo Levi

di Andrea Carria

[Riproponiamo qui un articolo di Andrea Carria uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

Primo Levi aveva preso talmente sul serio il proprio mestiere di chimico da sentire il bisogno di riconnetterlo al suo passato più antico e nebuloso. In un capitolo del Sistema periodico, la sua autobiografia chimica, lamentandosi che la letteratura sia piena di tanti tipi di storie ma che nessuna abbia mai raccontato quella di un chimico, definisce se stesso e i propri colleghi «trasmutatori di materia». Levi è uno scrittore molto attento alla scelta delle parole, sa bene che fra tutti i verbi a disposizione trasmutare è quello dalle attestazioni più particolari, le quali affondano in tempi remoti. Il passato che richiama con questa espressione risponde al nome esotico di alchimia, e venne scritto per la maggior parte in luoghi oscuri e ambigui da personaggi, gli alchimisti, la cui pessima fama valse loro un posto nell’Inferno dantesco presso la bolgia dei falsari.

Nei suoi scritti chimici Primo Levi si riferisce alla concezione più ordinaria dell’alchimia, risalente a quando studiosi e scienziati credevano ancora di poterla etichettare come una proto-chimica che per millenni aveva operato sulla materia attraverso esperimenti sostanzialmente privi di metodo, frutto di intuizioni fortunose e discontinue. Un altro pregiudizio piuttosto diffuso consisteva nel distinguere fra un’alchimia artigiana e un’alchimia esoterica, considerando la prima come una disciplina sperimentale e operativa, interessata – come la chimica di oggi – a risultati concreti, a discapito di tutti quei contenuti mistici, religiosi e filosofici che invece erano attribuiti preminentemente alla seconda. Ormai da qualche decennio questa distinzione è stata definitivamente superata grazie a studi più rigorosi che sono riusciti a dimostrare come l’alchimia occidentale (le cui origini vanno ricercate nella scuola di Alessandria d’Egitto) fosse invece una pratica unitaria, dove la componente artigiana non poteva prescindere da quella esoterica e viceversa.

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The Alchemist di Sir William Fettes Douglas, XIX secolo

Nella sua veste di scrittore, Primo Levi non sfuggì alla distorsione che voleva l’alchimia divisa in due tronconi, e così nelle sue opere essa si affaccia ora come una pratica essenzialmente terrena e che persegue fini concreti, ora come una disciplina spiritualistica collegata a un mondo altro, più elevato, presente nei suoi racconti d’invenzione. Più raro, invece, è incontrare quella visione unitaria che studiosi come Mircea Eliade rivendicano quale autentica raison d’être dell’alchimia.

Tranne i racconti dichiaratamente alchemici Piombo e Mercurio (contenuti entrambi nel Sistema periodico), i riferimenti all’alchimia nell’opera di Primo Levi sono fugaci e inattesi. Sono però in numero sufficiente per non ritenerli puramente accidentali. Mancando tuttavia prove più concrete (come, per esempio, l’esatta composizione della biblioteca dello scrittore, nonché studi specifici sull’argomento), le interpretazioni qui avanzate devono necessariamente rimanere dentro il perimetro delle ipotesi.

Una fonte privilegiata per lo studio del tema alchemico in Levi è sicuramente Il sistema periodico, pubblicato da Einaudi nel 1975. Libro sulla chimica scritto da un chimico per un pubblico di non chimici, esso ha in sé tutti i motivi per approfondire il sodalizio su cui Levi ha investito una parte importante della propria carriera di scrittore. In questo matrimonio fra chimica e letteratura, l’alchimia si inserisce proficuamente cementandone il legame, proprio come la scoperta di un interesse in comune contribuisce a consolidare un’unione che si promette essere per tutta quanta la vita. Riferimenti alchemici si trovano nel capitolo Idrogeno, dove Levi, sedicenne, riceve la propria iniziazione alla chimica all’interno di un laboratorio «rudimentale» che per disposizione e attrezzature non ha nulla da invidiare agli «antri degli alchimisti»; in Oro, dove la ricerca del metallo alchemico per antonomasia lungo le rive della Dora Baltea viene descritta come Scheidekunst, «l’arte di separare il metallo dalla ganga»; in Cerio, dove Levi, con la scusa di spiegare l’origine del nome di questo metallo, ne approfitta per ricordare gli «accoppiamenti alchimistici» metallo-pianeti; e soprattutto nei già menzionati Piombo e Mercurio, in cui il tema dell’alchimia è reso esplicito sia dall’ambientazione che dai personaggi: un cercatore di metalli dell’età del bronzo, nel caso del primo (dopo una proto-chimica, anche una proto-alchimia, quindi), e un alchimista olandese dai modi singolari che blatera a proposito di «Grande Opera», «spiritus mundi», «bestia a due schiene» e altre stranezze di questo tipo.

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Fuori dal Sistema periodico sono vari i luoghi in cui Levi introduce tematiche care all’alchimia. Il passa-muri, terzo racconto dichiaratamente alchemico, ma anche altri di genere all’apparenza diverso come Quaestio de Centauris, Il servo e Angelica farfalla sono secondo me alcuni degli esempi più emblematici, per i quali sarebbe interessante condurre un’analisi approfondita. Ma anche nei saggi e negli articoli i richiami non mancano, come per esempio nel Segno del chimico, dove un banale ma doloroso incidente con i vetri di laboratorio assume i contorni di un rituale di iniziazione.

Denominatore comune rimane l’interesse di Levi per la materia (la hyle, come anche a lui, al pari degli alchimisti, piace chiamarla), una materia volubile, «neghittosamente nemica come è nemica la stupidità umana» perfino, una materia che non si lascia addomesticare facilmente perché animata da una volontà propria (ilozoismo) che, in circostanze del tutto speciali, può giungere fino a un’auto-riproduzione incontrollata («panspermìa»).

Ma soprattutto, in questa breve rassegna del tema alchemico nell’opera di Primo Levi non si può non accennare all’approccio diretto (e per diretto si legga fisico) che Levi e i chimici della sua generazione, ancora poco supportati dagli strumenti, avevano col proprio mestiere. In una lettera, Levi parla apertamente del suo «amore giovanile per la chimica, anzi per l’alchimia»; si sta riferendo al capitolo Idrogeno che abbiamo già incrociato, il quale secondo me rimane il migliore per capire dove la chimica e l’alchimia leviane si incontrano e a quale livello. Non certo al livello della speculazione e delle discettazioni gratuite, verso le quali Levi si è sempre dimostrato indifferente per non dire diffidente, quanto piuttosto al livello più basso della scala, quello in cui ci sporca le mani:

«Le nostre mani erano rozze e deboli ad un tempo, regredite, insensibili: la parte meno educata dei nostri corpi. Compiute le prime fondamentali esperienze del gioco, avevano imparato a scrivere e null’altro».

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Il giovane Levi chiede questo alla chimica-alchimia che scopre quel giorno in laboratorio insieme al suo amico Enrico: chiede che educhi il suo corpo (ciò che a scuola i professori non fanno), chiede che educhi le sue mani. Fino al pensionamento, continuerà a paragonare la sua chimica alla chimica dei «fondatori», uomini valorosi e caparbi che «affrontavano la materia senza aiuti, col cervello e con le mani, con la ragione e la fantasia». Per Levi l’homo faber, colui che sa fare con le proprie mani, detiene molto più di una competenza, è possessore di un segreto: il segreto del proprio mestiere. Ecco perché non solo e non tanto la semplice chimica, «cosa troppo evidente, priva di velo, di mistero», quanto l’esotica alchimia, così gelosa dei propri segreti da tramandarli soltanto agli eletti. Quella stessa alchimia che al saper fare con le mani ha dedicato interi manuali che per millenni sono rimasti alla base di una cultura complessa e stratificata anche quando – come nel caso della Cheiròkmeta di Zosimo di Panopoli (III-IV secolo d.C.), un’opera alchemica in ventotto volumi il cui titolo, tradotto, suona come “operazioni manuali” – sono andati perduti.

Ad oggi ancora non sappiamo quanto Primo Levi conoscesse o fosse consapevole di questa tradizione, ed è per questo che le interpretazioni suggerite in questo articolo devono attendere nuovi studi per staccarsi dal campo delle ipotesi. Abbiamo visto che gli indizi non mancano, quelli che ora servono sono i puntelli forniti dalle ricerche e dalle prove.

Primo Levi non era una personalità appariscente né teneva a fare sfoggio del proprio sapere. Riguardo a questo, lo spoglio dei titoli della sua biblioteca privata, se mai ci sarà, potrebbe rivelarci molto. Probabilmente non mancherebbero le sorprese. Dico questo preparandomi a un’ultima congettura. In una sua breve recensione sul lavoro di Joseph Needham (Joseph Needham, tenace volontà di capire, «Notiziario Einaudi», 1980), Levi si sofferma sull’«edificio culturale gigantesco, ampio e complesso almeno quanto il nostro» della Cina antica, oggetto di studio di quest’autore. Ora, il britannico Joseph Needham (1900-1995) è stato effettivamente uno dei massimi studiosi dell’apparato proto-scientifico cinese, e nel quinto volume della sua opera più famosa, Science and Civilisation in China si occupò anche e in maniera approfondita di alchimia cinese. Che il buon Levi non solo si intendesse di alchimia, ma che le sue competenze in materia abbracciassero addirittura le tradizioni di due continenti?