“La Favorita” di Yorgos Lanthimos: l’eterno ritorno delle rivalità fra emancipazione e fedeltà

Di Gian Luca Nicoletta

 

Questo articolo spezza la serie tematica dedicata all’Europa, che riprenderemo fra 10 giorni esatti, per far spazio a un argomento apparentemente più leggero ma di certo molto importante: questa volta parliamo di film!

Lo scorso fine settimana, infatti, sono andato al cinema a guardare La Favorita, ultima opera cinematografica del regista greco Yorgos Lanthimos e candidato a una lunga serie di Oscar tra i quali i più ambiti: miglior film, miglior attrice protagonista (Olivia Colman), miglior attrice non protagonista (a pari merito Rachel Weisz ed Emma Stone), miglior regista e miglior sceneggiatura originale.

Se avete già letto altri miei articoli, non faticherete a immaginare lo stato di grazia in cui mi sono trovato quando, sin dalle primissime scene del film, ho ammirato gli sconfinati saloni del palazzo reale, tra arazzi, porcellane e giardini ornamentali. Nel film si tratta di St. James’s Palace, dove la Regina Anna Stuart visse durante il suo regno, tuttavia le scene sono state girate presso Hatfield House, attuale dimora dei marchesi di Salisbury.

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Hatfield House

Il film ruota attorno a tre figure femminili: la Regina Anna Stuart, la duchessa Sarah Churchill e la baronessa Abigail Masham, tutte e tre legate fra loro a filo doppio da sentimenti spesso contrastanti e che coprono uno spettro che va dall’amore all’odio.
Il tema principale, a una prima impressione, può sembrare la risposta britannica, seppur tardiva, al film del 2006 di Sofia Coppola Marie Antoinette, oppure quello intramontabile del potere seducente. Io credo, invece, che qui si voglia parlar d’altro: innanzitutto del ruolo della donna agli inizi del XVIII secolo e, successivamente, di quelle che potremmo definire le “permutazioni di Fortuna“, cioè i momenti in cui la dea bendata, a suo piacere, ci sorride o meno.

Non vi tradirò rovinandovi la trama del film, se ancora non l’avete visto, ma ci tengo a concentrare l’attenzione sui due aspetti che ho appena citato.
Il primo: la figura della donna. È da qualche anno ormai, e meno male, che gli studi sul ruolo della donna nel corso della storia stanno uscendo dalle aule universitarie (dove invece si trovano da decenni!) per giungere alla cultura di massa, vasta, di “pubblico dominio”. Lo stereotipo dell’uomo che conduce coi propri pugno e intelletto la vita politica, sociale ed economica di un qualsiasi Paese europeo (la mia conoscenza non si spinge oltre i nostri confini continentali, dunque non mi avventurerò) sta inesorabilmente venendo meno e si sta facendo sempre più spazio la storia sommersa, quella che viene tramandata principalmente per via orale: molto spesso, infatti, i fili di larga parte della gestione di uno Stato si trovavano tra mani dalla pelle di seta.

È questo il caso di Lady Sarah Churchill (Sua Grazia la duchessa di Marlborough, se vogliamo seguire il galateo di corte), intima amica della Regina Anna e che, dalle stanze ora vicine ora remote di St. James’s Palace, come dire, “consigliava” Sua Maestà in merito alla scelte da prendere in politica. La Regina, per parte sua, si lasciava consigliare volentieri da una tra le poche amiche fidate che un monarca può permettersi, indipendentemente dal secolo nel quale si vive.

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Rachel Weisz nel ruolo di Sarah Churchill

Lady Sarah era una donna molto intelligente, certamente scaltra, ma che agiva sempre in funzione dei due grandi amori della sua vita: la Corona e il marito. La Corona poiché, grazie alle sue abili tattiche persuasive, riuscì a rendere indipendente da qualsiasi pressione politica la Principessa Anna prima che questa diventasse regina, e ciò avvenne nell’unico modo possibile per svincolare qualcuno da ogni tipo di pressione, riuscendo cioè a fare ottenere per la Principessa una cospicua rendita vitalizia concessa dal Parlamento. Il marito, invece, deve a sua moglie non il titolo di duca, il quale gli venne concesso dopo aver dimostrato le sue abilità marziali contro i francesi, bensì la glorificazione del suo nome, grazie a un’altra concessione di rendita da parte del Parlamento e anche grazie all’impegno che Lady Sarah profuse nel seguire i lavori di progettazione, costruzione e decorazione dell’imponente sede della famiglia Churchill, ancora di proprietà dei duchi di Marlborough e, dal 1987, patrimonio mondiale dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO: Blenheim Palace.

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Blenheim Palace

Un ruolo importante viene riservato, anche, alla baronessa Abigail Masham, la quale era cugina di Lady Marlborough. La baronessa, al contrario della cugina, ha dovuto costruire la sua influenza a corte quando già Lady Sarah godeva pienamente dei favori della Regina Anna. Con l’arrivo a corte di questa seconda figura femminile il film prende tutta un’altra piega: le due donne iniziano a contendersi l’affetto della sovrana. In particolare Abigail si adopera per essere notata mentre Sarah rema per mantenere il monopolio. Al centro di tutto questo sta la Regina, la quale oscilla fra una pia (quanto simulata) innocenza e una pretesa d’amore molto simile agli ordini che impartisce da mane a sera.

Con questi tre personaggi vediamo trionfare il ruolo delle donne nelle dinamiche di corte. Effetto, questo, reso bene anche nella sceneggiatura poiché gli uomini di questo film sono essenzialmente divisi in tre categorie: gli impavidi soldati che si preoccupano solo di far guerra e far sesso, come il barone Masham, i politici di professione che nascondono un’omosessualità latente, come il Tesoriere Lord Robert Harley e infine gli uomini che pensano ai loro affari, lontani dalle dinamiche di corte come il duca di Marlborough o il conte Godolphin.

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Emma Stone nel ruolo di Abigail Masham

Come dicevo, tutto ruota attorno alla Regina Anna e con lei introduco il secondo elemento della riflessione: le permutazioni di Fortuna. La Regina rappresenta il vertice della piramide politica e sociale del sistema rappresentato in questo film. Un suo gesto può fare la felicità o la disgrazia di qualsiasi persona sottoposta alla sua influenza. Questo lo sanno le due contendenti e, molto astutamente, sfruttano la Regina l’una contro l’altra, per far sì che le proprie posizioni sociali mantengano il primato. La bilancia di questi rapporti è in continuo movimento e propende ora per Sarah, ora per Abigail… mai per la Regina! Lei infatti è diretta responsabile del destino dei mortali, ma del suo? Lei viene costantemente ignorata con deferenza, ingannata con grazia, tenuta all’oscuro con rispetto, ma rimane pur sempre ignorata, ingannata e tenuta all’oscuro. Questo la Regina lo sa bene e, difatti, tenta con la sua autorità di tenere strette a sé le due donne, le uniche che, seppur con sentimenti poco genuini, le hanno in fin dei conti mostrato affetto, amore, vicinanza. Una Regina a tratti infantile, che cede a scatti d’ira che nessuno psichiatra sottovaluterebbe mai, che urla a tutti per affermare il suo potere ma che, quando le viene chiesto di esercitarlo, implora remissiva e succube l’aiuto delle sue matrigne.

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Olivia Colman nel ruolo della Regina Anna Stuart

La Fortuna non si risparmia con nessuna delle tre protagoniste di questo film: le porta sino alle vette del potere e, subito dopo, negli antri più scuri dell’irrilevanza sociale.
Un film prezioso e molto attuale, che prende esempi illustri per parlare a ognuno di noi, alle dinamiche non troppo diverse che ancora oggi pratichiamo, coscientemente o meno non fa alcuna differenza. Un film sulle donne che comandano e che non lo fanno perché sono riuscite a ritagliarsi uno spazio, ma perché quello spazio se lo sono prese con la determinazione, il coraggio e  anche un bel po’ d’astuzia. Di certo molta di più di tanti uomini che sono arrivati in alto grazie al loro sesso e faticando assai meno.

In merito a questo tema, per chiudere, vi consiglio la lettura del libro della professoressa Benedetta Craveri e pubblicato da Adelphi, Amanti e regine: un testo davvero godibile e chiaro che parla, alternando l’argomentazione dotta al gossip, delle donne che si sono fatte strada e che, di fatto, hanno mandato avanti una nazione nella Francia moderna.

Buona visione e buona lettura!

 

Il compromesso vittoriano: un’analisi a caldo ne “L’età vittoriana nella letteratura” di G. K. Chesterton

Di Gian Luca Nicoletta

 

Non è possibile affrontare lo studio della letteratura e della società vittoriana senza imbattersi, almeno una volta, in Gilbert Keith Chesterton il quale, insieme a Lytton Strachey, rappresenta uno dei massimi esponenti del pensiero critico britannico su quest’epoca.

Il saggio di cui vi parlo oggi è stato pubblicato per la prima volta nel 1913, dodici anni dopo la morte della regina che ha dato il nome a questa stagione (secondo me) d’oro della società moderna e una trentina d’anni prima che finissero gli strascichi di questo periodo in grado di impregnare e carpire scienza, arte, cultura e società. Perché l’età vittoriana questo è stato: un segmento di storia che ha coperto un lasso di tempo talmente lungo e che ha permeato la vita di almeno quattro generazioni di donne e uomini che, era ovvio già nelle sue premesse, non è stato possibile seppellire assieme alla sua sovrana.

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Judy Dench interpreta la Regina Vittoria nel film 2017 “Victoria & Abdul”, di Stephen Frears

Come Chesterton dice bene, iniziando la sua dissertazione fine e pungente, questo periodo storico è stato l’epoca del così detto “compromesso vittoriano”, una sorta di patto sociale che ha pacificato due fazioni che da più di un secolo in Europa si davano battaglia: la borghesia e l’aristocrazia. Nella sua spiegazione non è presente l’interpretazione che oggi è più in voga presso gli studiosi del settore, come nei manuali di letteratura inglese. Secondo questi, infatti, il “compromesso” nasce dalla coabitazione, in uno stesso schema sociale, della grande opulenza borghese dei capitani d’industria con la finanziera nera e il cilindro, dotati di grandi basette e favoriti; e i loro operai: poveri, costretti a vivere in grandi conglomerati abitativi privi di qualsiasi servizio fognario o tutela igienico-sanitaria; salari inesistenti e diritti nemmeno immaginabili dalle più fervide menti che sicuramente tra loro ci sono state ma che abbiamo perduto per sempre.

Chesterton, invece, fa risalire il germoglio del “compromesso” alla rivoluzione francese: nel 1789 la società borghese afferma la propria esistenza a danno della nobiltà e lo fa con un gesto violento. Una fetta, seppur piccola, del mondo di allora riesce ad appropriarsi di beni, servizi e soprattutto ricchezza. Sino ad allora nulla era stato loro concesso in termini di opportunità: si diventava ricchi per eredità ricevuta, mentre con l’inizio del XIX secolo si può diventar ricchi grazie alla propria intraprendenza. La classe borghese porta avanti la sua lotta contro la nobiltà e i privilegi che questa detiene: gestione diretta della stragrande maggioranza delle ricchezze, sia in termini economici che finanziari; privilegi ereditari; diritto di voto e di eleggibilità; addirittura (per quanto concerne l’Inghilterra) un ramo del Parlamento esclusivamente riservato a loro e che, nonostante importanti leggi approvate nel 1911, 1949 e 1999, porta ancora il nome di House of Lords.

In Inghilterra, nel 1837, sale al trono la Regina Vittoria. In tutta Europa, nel 1848, prende piede la “Primavera dei popoli”, anche conosciuta come “moti del ‘48”: un’ondata di rivoluzioni guidate dalla borghesia sempre più potente che voleva rovesciare i monarchi tornati sui troni dopo la Restaurazione. Chesterton evidenzia che tutto questo in Inghilterra non è avvenuto, perché? Perché le due parti in lotta, nobiltà e borghesia, sono giunte a un “compromesso”.

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La rivoluzione prevede, quasi per definizione, che un sistema politico e sociale attualmente vigente sia del tutto spazzato via e sostituito da uno nuovo. Il tutto, come si è detto per la rivoluzione del 1789, tramite un atto violento. Ciò in Inghilterra non è avvenuto: la nobiltà non è stata soppiantata dalla borghesia, ma le due si sono venute incontro. La nobiltà ha rinunciato ad alcuni suoi privilegi e stili di vita, ammettendo i ricchi borghesi nei propri salotti e castelli, permettendo loro di entrare in relazione con le più alte sfere del Regno Unito ma conservando pur sempre la maggior parte delle proprie prerogative in termini politici. Per contro, la borghesia ha rinunciato ad un potere prettamente politico per acquisirne uno economico (dunque politico anche se indirettamente): i borghesi si sono costruiti grandi e fastose dimore in campagna, hanno potuto prosperare economicamente. Effetto di questo, verso la fine del 1800 e sino agli anni ’20 e ’30 del secolo successivo, sarà il proliferare di matrimoni “socialmente misti”: borghesi all’apice della prosperità sposano nobili in decadimento. Il potere economico dei borghesi e l’estinzione di cospicue rendite fondiarie dei nobili ha permesso questo scambio, confondendo le due classi sociali e giungendo alla nascita di quella che potremmo definire una “borghesia nobile”. Esempio irripetibile nonché sintesi perfetta di questo clima politico e sociale fu l’intera famiglia Rothschild.La classe operaia, come abbiamo visto sopra, rimane miseramente dimenticata.

E ora la domanda: cosa c’entra tutto questo con la letteratura? Chesterton ci dice che questi effetti sociali sono riportati direttamente all’interno delle opere dei grandi scrittori vittoriani: Eliot, Collins, Dickens:

«Una delle caratteristiche essenziali dello spirito vittoriano fu la tendenza a sostituire gli estremi della tragedia e della comicità con una certa serietà più o meno soddisfatta. Lo si riscontra tanto in un certo mutamento in George Eliot quanto in una certa limitatezza o moderazione in Dickens. Quest’ultimo incarnava il Popolo, quale esso era nel Settecento e come in larga misura è ancora, a dispetto di tutti i discorsi a favore o contro le leggi sull’istruzione: comico, tragico, realistico, senza peli sulla lingua, molto più licenzioso nelle parole che nei fatti. È segno della forza e della pressione tacitamente esercitate dallo spirito della borghesia vittoriana che neppure a Dickens venne mai in mente di resuscitare la grossolanità verbale di Smollett o di Swift.»

In questo passaggio si conferma, quindi, l’effetto del “compromesso”: una pressione costante e silenziosa che porta all’annullamento dei caratteri più accesi della letteratura, in favore di uno stile molto più piatto, morigerato, di cui neppure scrittori di indiscussa levatura come Dickens riescono a rendersi conto, pur essendone immersi completamente.

«Qualcosa nella letteratura vittoriana lasciò davvero a desiderare, ma intuirlo è molto più facile che esprimerlo. Non si trattò tanto di una superiorità degli uomini di altre età rispetto ai vittoriani; si trattò di una superiorità dei vittoriani rispetto a se stessi. Gli individui erano ineguali. È forse questa la ragione per cui la società diventò ineguale; non saprei dirlo.»

Waddesdon Manor, dimora tutt’oggi di proprietà della famiglia Rothschild

Cos’è che lasciò a desiderare? La rivoluzione. Il compromesso vittoriano riuscì a disinnescare la bomba che era esplosa in molti altri Paesi europei come la Francia, gli stati mitteleuropei, la Prussia e gli stati italiani. Ma questo determinò anche una certa arretratezza politica rispetto al resto d’Europa. La circolazione delle idee socialiste prese piede in tutti questi Paesi, molto meno in Inghilterra. La mancanza di questa circolazione ha fatto sì che borghesia e nobiltà tenessero salde le proprie posizioni, almeno sino alla prima guerra mondiale. La contestazione di questo vecchio sistema fu meno incisiva rispetto a quello che succedeva oltremanica, si pensi alla Comune di Parigi o all’esperimento importante seppur di breve durata della Repubblica Romana.

Dal canto suo, Chesterton fu uno dei contestatori del vigente sistema sociale in Inghilterra. Non fu un socialista ma affermò il suo personale pensiero politico e diede vita al distributismo, una corrente politico-economica che puntava alla ridistribuzione non delle ricchezze, bensì dei mezzi di produzione di queste. Una corrente che ebbe un discreto successo negli ambienti intellettuali dove riuscì a penetrare e che in ogni caso rappresentò la cifra di quanto, anni dopo, l’intellettuale inglese affermerà: qualcosa “lasciò a desiderare”.

L’età vittoriana è stato questo: un’età di grandi progressi negli ambiti più disparati del sapere umano, ma anche un periodo di grandi contraddizioni e di non detti. Grande benessere ma anche grande disagio. Sfavillante vita sociale ma anche soffocanti convenzioni matrimoniali e sociali.

In un’ottica storica, sullo sfondo di migliaia di anni di civilizzazione, ha rappresentato un non nulla, e come tutte le epoche, così come la nostra, non è stata perfetta. Ma sono ammirevoli la lucidità e il distacco che Chesterton impiega nel descrivere un periodo storico che è stato il suo dall’inizio alla fine e che difficilmente è stato possibile criticare a così stretto giro dalla sua conclusione.

Letteratura vittoriana e contemporaneità, riflessioni su “Middlemarch” e sul mondo di oggi

di Gian Luca Nicoletta

[Riproponiamo qui un articolo di Gian Luca Nicoletta uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

Nel 2018 non ci si aspetterebbe di riscoprire in Middlemarch di George Eliot l’attualità della letteratura vittoriana. Eppure questo romanzo, pubblicato a puntate tra il 1871 e il 1872, presenta molte analogie con il mondo di oggi, se si osserva da vicino.

A partire dal contesto letterario nel quale questo romanzo vittoriano si colloca, si nota la tendenza della letteratura dell’epoca a dipingere la società moderna. Basta dare uno sguardo alla produzione europea e possiamo notare che, per esempio, Victor Hugo aveva già pubblicato Nôtre Dame de Paris e Les Misérables, mentre Alessandro Manzoni aveva da tempo terminato la redazione de I Promessi Sposi. Questi romanzi raccontano le vicende di personaggi verosimili e sono ambientati o in un passato storico (Nôtre Dame de Paris e I Promessi Sposi che tornano indietro di secoli) o recente (Les Misérables e, per l’appunto, Middlemarch che invece ci fanno viaggiare indietro nel tempo di quasi mezzo secolo rispetto alla pubblicazione).

Nel caso che qui mi interessa spiegare, il collegamento fra il romanzo di Eliot e gli elementi della società di oggi che vanno riscoperti sono molteplici. Primeggiano su tutti i problemi, le questioni complesse che allora come oggi i personaggi devono affrontare in quanto individui o gruppi.

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In Middlemarch, un problema essenziale per i personaggi è costituito dal denaro: la società vittoriana, strutturata e chiusa nei suoi confini tra classi sociali, vede nell’uomo che raggiunge l’apice del successo grazie all’accumulo di capitale il prototipo dell’uomo moderno, il perfetto prodotto della middleclass, la borghesia. Alcuni personaggi nati dalla penna di Eliot sono letteralmente ossessionati dai soldi: ci sono, specularmente, personaggi che traggono profitto da traffici illeciti per realizzare la propria fortuna di uomini d’affari, si guardi Nicholas Bulstrode, mentre altri, come Fred Vincy, che puntano pigramente a cospicue eredità per dedicarsi a una vita di agi e svaghi (appannaggio, questo, di una nobiltà ormai polverosa e provinciale, che trae il proprio prestigio dai privilegi, come nel caso di Sir James Chettam).

L’universo femminile, parimenti, è popolato da personaggi antitetici: ci sono donne che desiderano realizzare i propri sogni grazie a un lavoro onesto seppur non di prestigio, come Mary Garth, o altre che desiderano contrarre un matrimonio vantaggioso, e questo è il caso di Rosamond Vincy.

Meritano un’attenzione speciale i due coprotagonisti: Dorothea Brooke e Tertius Lydgate. Questi, in una società concentrata sul denaro e specialmente sulla sua mancanza, o sul bisogno di accumulare soldi, se si capovolge la prospettiva, mantengono alti i loro principi concentrandosi sui valori che guidano le loro azioni e i loro pensieri, diventando in questo modo gli eroi vittoriani di un romanzo epico moderno nel quale la grande sfida da affrontare è quella della propria realizzazione. Entrambi al servizio degli altri, entrambi impegnati a migliorare le condizioni di vita della collettività – seppur con mezzi e per vie molto diverse – fronteggiano le difficoltà di una società spesso cieca e sorda ai loro sforzi e alle loro denunce.

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Esiste un collegamento fra questi elementi (soldi, desiderio di realizzarsi, società per molti versi ostile) caratteristici di un testo che ha quasi centocinquant’anni, e il mondo di oggi?

A mio parere sì. Innanzitutto oggigiorno vediamo tornare in auge il problema del denaro: la crisi economica che ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle ha creato una cesura nella società e nuovamente si ripresenta lo scontro fra coloro che utilizzano mezzi scaltri per ottenere il successo, altri che riescono a generare una facile rendita che permette loro una vita agiata, e infine coloro che si impegnano per ripristinare la dignità del lavoro che svolgono quotidianamente. Un esempio letterario di questo è il bel ritratto che ha fatto Walter Siti nel suo Il contagio: droga, ricatti e violenza sono le chiavi e le leve che permettono ai suoi personaggi di illudersi di essersi allontanati dal fondo periferico e abbandonato della città nella quale vivono e che li intrappola. Varietà sociale ed economica che viene rappresentata anche ne Il seggio vacante, punta letteraria da valorizzare per sdoganare l’immagine di una J. K. Rowling capace solo di creare storie fantasy.

Secondo: il conflitto con la società. Nel romanzo di Eliot la società è degli adulti, di coloro che si sono realizzati e di quelli che hanno il controllo del denaro, delle opportunità, in una certa prospettiva anche della vita degli altri. La sfida che i giovani si trovano a dover raccogliere è quella di riuscire a scalzare i loro padri, conquistare il proprio status sociale ma in maniera originale, non ripercorrendo le orme di chi li ha preceduti. Un complesso di Edipo allargato a un’intera generazione che deve fare i conti con i grandi e che nel corso del Novecento diventerà dominante. A questo proposito si noti che i personaggi che hanno il monopolio del presente, Nicholas Bulstrode, Peter Featherstone e Edward Casaubon, sono anziani proprietari terrieri, o banchieri e sono saldamente attaccati al loro primato nella società, mentre coloro che devono farsi strada sono i giovani che si ritrovano coinvolti in dinamiche di successione ereditaria, scontro familiare, ribellione per conquistare l’indipendenza.

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Nella società degli ultimi anni rivediamo le stesse dinamiche: una società globale controllata da adulti che tengono saldamente il monopolio del mondo che hanno ereditato, scontrandosi con le giovani individualità che cercano di autodeterminarsi in opposizione e in alternativa a loro. Le dinamiche individuali e di gruppo si sono riproposte, all’apparenza molto diverse ma in sostanza simili se non immutate dopo un secolo e mezzo da quelle che ritraeva George Eliot. Cosa significa questo? Che il mondo non è cambiato, che la nostra società è regredita a un periodo molto lontano dal nostro? Nient’affatto. Significa che lo scontro generazionale è sempre in atto, la sfida che ogni persona si ritrova a dover affrontare per autodeterminarsi in quanto essere individuale innanzitutto ma anche come parte di un gruppo viene periodicamente rinnovata. In Middlemarch, infatti, chi ha il coraggio di prendere in mano la propria vita riesce a raggiungere i suoi obiettivi, segnando una delle cifre caratteristiche della letteratura vittoriana. Non è mai facile e la realizzazione non giunge immediatamente, tuttavia questi personaggi giungono vittoriosi alla fine di un percorso. Da questo romanzo si può elaborare una riflessione sul mondo di oggi e sulla nostra contemporaneità, riscoprendo l’attualità di un’epoca non troppo lontana dalla nostra.