Lo sguardo sull’Europa di un americano: il “Ritratto di signora” di Henry James

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi vorrei affrontare con voi come la società europea viene percepita da fuori, ovverosia in che modo la nostra letteratura continentale viene intesa e dunque duplicata.

Data la mia limitata conoscenza delle letterature extraeuropee (mancanza cui sto cercando di porre un rimedio e un freno a partire da questo articolo), ho deciso di rendermi la vita più facile iniziando da un autore che di extraeuropeo aveva assai poco: Henry James. James infatti nacque a New York, ma spese la maggior parte della sua vita in Europa, in particolare fra Parigi e Londra, città dove infine si spense.

Quella di James fu una mente assai prolifica: romanzi, saggi di critica letteraria, opere teatrali, racconti, e per ognuna di queste categorie scrisse molto e abbondantemente. L’elemento che più ci interessa in questo articolo, però, riguarda la prima metà della sua esperienza di scrittore, quella in cui vediamo a confronto la società statunitense e quella europea attraverso il romanzo Ritratto di signora, pubblicato inizialmente a puntate fra il 1880 e il 1881 e di cui, nel 1996, ne venne fatta una bella trasposizione in film con un cast che vedeva in scena Nicole Kidman, John Malkovich, Viggo Mortensen e Christian Bale.

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Per chi di voi non avesse ancora letto il libro, dirò solamente che si narrano le vicende pubbliche e private (cioè esteriori e interiori) principalmente dal punto di vista di colei che viene a più riprese definita “la nostra eroina”, Miss Isabel Archer. La giovane è nata e cresciuta negli Stati Uniti ma, dopo la scomparsa del padre, viene accolta nella famiglia della zia materna, Mrs Touchett, la quale però vive a metà strada fra l’Inghilterra e l’Italia. Se già da queste poche righe intravedete il primo punto di contatto letterario fra gli U.S.A. e l’Europa siete sulla buona strada. È infatti difficile pensare che James non abbia pensato a Jane Austen e al suo Mansfield Park quando ha pensato alle origini di Isabel.

Il resto dei personaggi che ruota attorno alla figura di Isabel è quasi interamente originario degli Stati Uniti e tutti loro, sia che vivano nella campagna inglese, a Parigi, a Firenze o a Roma, rappresentano un nucleo di emigrati privilegiati che hanno abbandonato la terra natia per i più diversi motivi. Volendo raggruppare questi motivi, potremmo dire che le ragioni principali sono due, a seconda che si tratti di uomini o di donne. Per i primi la motivazione è di ordine politico o economico: ci si trasferisce perché la democrazia statunitense ha perso il suo prestigio mentre in Europa la società è ancora fortemente legata all’appartenenza di classe, oppure si parte per questioni di lavoro; per le seconde il motivo è invece sempre il matrimonio. Sarà utile ricordare che la fine del XIX secolo, proprio gli anni di pubblicazione del romanzo, sono gli anni della così detta Gilded Age, l’età di maggior opulenza della società borghese statunitense. Il fasto di quella Europea, al contrario, era solo apparente e in questi anni si registrano molti matrimoni fra ereditiere statunitensi e rampolli di antiche famiglie nobiliari di quasi tutta Europa (la causa di ciò è dovuta al fatto che, contrariamente all’Europa, le figlie dei ricchi signori statunitensi erano destinatarie, oltre alla dote per il matrimonio, anche di una vera e propria eredità, mentre dalle nostre parti il sistema era ancora fortemente incentrato sui figli maschi che disponevano in pieno di tutti i beni appartenuti al padre).

Ecco dunque un punto importante nel quale emerge la prima divergenza di vedute fra i due mondi: come potrete ricordare leggendo l’articolo sul romanzo vittoriano e su George Elliot, i soldi rappresentano un punto essenziale della dinamica narrativa, la quale a sua volta è specchio di quella sociale. Le ragazze di Middlemarch, come prima le ragazze di Orgoglio e pregiudizio sono prede, quasi vittime di un sistema che le vede correre a destra e a manca alla ricerca di un marito che possa garantire loro una vita sicura e lontana dai pericoli della povertà e dell’indigenza. Le donne di Ritratto di signora, al contrario, hanno ben chiara in mente tutta la faccenda politica che si cela dietro a un’unione. Loro non si devono salvare da nulla, ma devono ben valutare con chi sposarsi perché, come dice Mrs Touchett, creare una famiglia è lo stesso che creare una società: bisogna avere ottimi mezzi e soci affinché tutto funzioni e prosperi.

Il secondo punto di scarto fra i nostri romanzi e quello di James sta nella rappresentazione dell’uomo. Il romanzo europeo del ‘700 e dell’800 rappresenta quasi esclusivamente uomini concreti. Pensate appunto a Mr Darcy e alla sua ferrea severità nei confronti di sé stesso, oppure alla fredda meccanica dei pensieri di Claude Frollo, o ancora all’irreprensibile tenacia con cui gli uomini di Verga accumulano i loro beni (per non parlare di Robinson Crusoe, o del Dottor Faust). Questi sono sì colpiti dai sentimenti che, in maniere del tutto diverse, li turbano, ma difficilmente perderanno la loro durezza, la loro convinta percezione del posto che occupano nel mondo. Nel romanzo di James si verifica l’esatto opposto: gli uomini sono dei mansueti animali da salotto che passano le loro giornate a parlottar fra loro o a contemplare estasiati l’angelica bellezza della propria amata o della padrona di casa. Sono remissivi, al limite della passività e se agiscono in maniera attiva è solo perché la società prevede questo. Solo un’eccezione è concessa nel libro: Gilbert Osmond. Osmond viene descritto come un americano che vive come un principe decaduto, uno che nella vita ha sempre aspirato a essere o il meglio del meglio oppure il più invisibile fra gli invisibili. La percezione che ha di sé è molto ben definita, allenata per anni lontano dal cuore della società che vive nella mediocrità, dove si può galleggiare sulla propria zattera sociale fintanto che ci è concesso il tempo di vivere. In questo senso Osmond è pienamente europeo: severo con sé stesso, che tratta nello stesso modo i servi e i principi, perché in fondo sa che nessuno di loro merita di godere della sua compagnia.

Su questo paradigma di opposti si incardina la rappresentazione della nostra società. Una rappresentazione che porta in sé, sul piano metaletterario, alcune interessanti contraddizioni degne di nota: per esempio la profonda immersione dello stile e dei temi europei che divergono da quelli statunitensi, la quale viene usata per mostrare i difetti dei primi a la freschezza dei secondi. Tuttavia sarebbe ingiusto attribuire a James il solo ruolo di antropologo letterario dell’Europa: la sua scrittura è stata di fondamentale importanza per rinnovare la nostra arte dello scrivere. Con lui assistiamo alla consacrazione del cambiamento dello spazio nel quale gli eventi si verificano: da fuori a dentro. Ciò che accade all’esterno è solo la scintilla che accende la miccia, ma l’esplosione avviene all’interno dei personaggi, nella loro intimità e in quella che il filosofo francese Henri Bergson definirà più avanti la durée o tempo interiore. Lo stesso cambiamento di spazio che verrà elaborato finemente e magistralmente da alcune divinità della letteratura europea quali Virignia Woolf, James Joyce e Marcel Proust.

La lezione di Piero Gobetti, fra letteratura e impegno

Di Gian Luca Nicoletta

 

Oggi non vorrei parlarvi di letteratura ma di uno degli aspetti a questa strettamente collegato, ovvero il ruolo dell’intellettuale e la figura che a mio avviso meglio riassume la sintesi fra arte e impegno civile: Piero Gobetti.

Piero Gobetti è nato a Torino del 1901. Proveniva da una modesta famiglia e data la sua età è sfuggito al carnaio della Grande Guerra. Aveva un cervello a dir poco eccezionale: nell’arco di venticinque anni ha completato le letture di grandi intellettuali e filosofi del 1800, ha fondato ben due riviste, ha scritto recensioni di opere teatrali e romanzi, ha fondato una sua casa editrice. Pensate che è stato il primo, il primo, a dare credito a un giovane scrittore ligure, di cinque anni più grande, pubblicando la sua prima raccolta di poesie: Ossi di seppia vi dice niente? Ebbene sì, Piero Gobetti, a soli 24 anni, è stato il primo editore di Eugenio Montale.

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La prima edizione di Ossi di seppia pubblicata da Piero Gobetti Editore nel 1925

Il suo talento nel campo letterario non si esauriva solo con l’ottimo fiuto per chi aveva in sé il sacro fuoco dell’Arte (ricordiamo il Premio Nobel a Montale assegnatogli nel 1975, occasione in cui il poeta enunciò uno dei suoi discorsi più importanti e che approfondiremo presto), ma anche con l’impegno che ha dimostrato nel comprendere l’importanza della letteratura e il suo tanto inestimabile quanto intrinseco valore di mezzo attraverso il quale raggiungere la libertà, la dignità e lo sviluppo pieno della persona umana. Questo percorso, però, non ha gambe abbastanza forti per reggersi in piedi da solo, e di certo non si può pretendere che in ogni lettore risieda anche uno scrittore. Il compito della letteratura può essere svolto pienamente solo se accompagnato da un sano e serio impegno civile. Agire nel mondo dev’essere un imperativo per tutti gli uomini e le donne che si sentano e vogliano continuare a sentirsi parte di una comunità, membri non sottovalutabili né ignorabili di una società moderna e libera.

Non è un caso che termini quali “libertà”, “dignità” e “comunità” emergano nei testi e nei discorsi relativi a Gobetti. Nemmeno lui, infatti, è stato esentato dalla repressione operata dal regime fascista che non vedeva di buon occhio le idee esposte sulle riviste del giovane intellettuale, a cominciare da “La Rivoluzione Liberale”, uscita per la prima volta nel 1922 e non più di tre anni dopo, nel 1925, soppressa per esplicito ordine di Mussolini. I temi principali trattati da questa rivista erano invisi alla dittatura: si parlava di libertà di pensiero e d’espressione, di libera circolazione delle idee e soprattutto si difendevano i diritti delle singole persone. Nel 1924, dopo due anni di gestazione, a questa rivista si aggiunge un supplemento letterario: “Il Baretti”.

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Il supplemento letterario de “La Rivoluzione Liberale”

E con questo supplemento si arriva alla concretizzazione di quanto ho anticipato poco sopra: il lavoro di raggiungimento delle libertà dev’essere svolto su solide gambe. Quindi alla robusta base della difesa dei valori civili e politici di ognuno di noi si aggiunge uno dei modi per raggiungere questi obiettivi, ovverosia la Letteratura. Con il supplemento letterario, tutto il lavoro di Gobetti converge in un’unica direzione: la gestione delle sue riviste e l’inserimento di contenuti di valore di alto livello su questa.
Vi domanderete: come può la letteratura garantirci dei diritti? La risposta a questa domanda sta in quello che io ritengo sia il sunto del pensiero gobettiano in questo ambito: la necessità di formare una classe dirigente “docente”. Ovverosia uomini e donne di alto e indiscutibile valore morale che, attraverso le loro opere e le loro azioni sappiano trasmettere alla società gli insegnamenti migliori dell’etica e della morale laica del nostro tempo.

Mi permetto di aggiungere una mia personale riflessione: il ramo della narrativa (specifico necessariamente, dato che la Letteratura nella visione di Gobetti comprende anche le scienze fisiche e morali, l’economia, il diritto etc.) può ambire a un ruolo ben superiore a quello delle altre discipline. Questo perché, come ben sappiamo, ogni romanzo, poesia, racconto, ci permette di proiettare le nostre vite in un quadro ben più ampio della nostra esistenza in quanto esseri umani. Solo lì possiamo interiorizzare realmente tutto quello che apprendiamo dalle nostre letture, mettere a sistema un insieme potenzialmente infinito di ragionamenti, virtù, valori e idee che gli altri rami della letteratura ci hanno consegnato nel corso del tempo.

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L’esperienza di Piero Gobetti è stata segnante, seppur brevemente, per un periodo storico e culturale del nostro Paese che ha visto le più grandi menti europee incontrarsi e poi separarsi a causa della guerra. Le sue idee non erano condivise da tutti, specialmente dal regime, e questo gli assicurò un’infausta condanna a morte a soli venticinque anni, segno questo della pochezza di una dittatura che stronca sul nascere giovani menti per conservare il proprio potere. Questa storia, in via indiretta e attraverso un interessante gioco di corrispondenze e dialoghi indiretti, è stato raccontato anche da Paolo di Paolo in uno dei suoi ultimi romanzi: Mandami tanta vita.

Grazie anche a lui, come grazie ai tanti Centri di studi, borse, biblioteche e archivi, gli ideali e gli insegnamenti di Piero Gobetti non moriranno. Si è realizzata, alla fine, parte del suo progetto.