Lo stile tropicale della decadenza: “Acque morte” di William Somerset Maugham

Di Andrea Carria

 

Il libro di cui vi parlo oggi mi è finito tra le mani per caso. Era da tempo che volevo leggere qualcosa di William Somerset Maugham (1874-1965), ma il problema di autori con una bibliografia sterminata come la sua è capire da dove iniziare. Acque morte (1932) non rientra nel novero delle opere più conosciute dello scrittore inglese e difficilmente troverete qualcuno che ve lo presenti come il suo capolavoro. Nondimeno, rimane uno dei suoi libri meglio riusciti e, per me, uno dei pochi che ho avuto più voglia di rileggere (in genere, non sono il tipo che torna sullo stesso libro più di una volta). Ma vediamo brevemente di cosa tratta questa storia, evitando accuratamente ogni spoiler.

Siamo nel primo Novecento. Il dottor Saunders, il protagonista, è un medico inglese che abita a Fuchu, una città cinese sulla costa non ben collocata, dove la sua professionalità è così apprezzata dagli asiatici che un giorno i figli di un facoltoso uomo d’affari con problemi di cataratte non esitano a partire per un lungo viaggio via mare pur di assicurarsi le sue prestazioni. Il dottore accetta e dopo alcune settimane di viaggio e numerosi scali raggiunge l’isola dove abita il suo paziente, «in fondo all’arcipelago malese». L’intervento dura poco e sortisce gli effetti desiderati, ma Saunders non può tornare subito a casa: in quell’angolo di mondo non esistono servizi di trasporto e per spostarsi fra un’isola e l’altra bisogna attendere che arrivi qualche vascello che segua più o meno la stessa rotta. Così, mentre il dottore si prepara di malavoglia a un lungo e noioso soggiorno, alla locanda del porto arrivano due forestieri con i quali Saunders si intrattiene per una bevuta. Sono il capitano Nichols, un briccone poco di buono che di traffico in traffico solca da decenni le acque tra l’Australia e l’India, e un giovane australiano piuttosto diffidente di nome Fred Blake. I due dicono di essere in viaggio per affari, ma Saunders, pure lui uomo di mondo, è pronto a scommettere che in realtà siano impegnati in qualche traffico illecito, forse d’oppio. Decide comunque di farseli amici nella speranza di un passaggio a bordo della loro barca, il Fenton, ma prima deve riuscire a vincere la netta opposizione di Fred Blake, il quale, per Saunders non ci sono dubbi, deve nascondere un segreto davvero importante…

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Acque morte esercita su di me una forza magnetica di cui non conosco nulla. Mi piace pensare che sia una sorta di potere occulto nel cui sortilegio è caduto lo stesso Maugham. Nella Prefazione, l’autore riferisce infatti come questa storia sia nata a causa di una speciale intromissione nella sua mente di scrittore: quella del dottor Saunders, niente meno.

«Un personaggio che credevi di aver liquidato, un personaggio di cui ti eri curato non più di tanto, non si dilegua nell’oblio. Ti accade di ripensarci. Spesso è una cosa molto irritante. Ne hai fatto quel che volevi, non ti serve più. […] Ma lui se ne infischia. Incurante del decoroso sepolcro che gli hai allestito, continua caparbiamente a vivere, è anzi sotto sotto attivissimo; e un giorno, con tua sorpresa, scopri che si è spinto fin nella prima linea dei tuoi pensieri; e non c’è che fare, devi dargli retta».

E anche per il lettore non è troppo diverso: Saunders, effettivamente, è uno di quei personaggi nati con un carattere proprio a cui si continua a pensare. Forse perché il suo profilo umano è uno specchio dove è facile riconoscersi. In lui pregi e difetti si riuniscono senza dare come risultato nessuna somma morale. È un uomo di mondo che ne ha viste e vissute abbastanza per permettersi di essere quello che è: un accanito fumatore d’oppio, probabilmente omosessuale, egoista, disinteressato e cinico, ma è anche un tipo alla mano, profondo conoscitore del carattere umano, mezzo filosofo, schietto nella parola e senza pregiudizi.

La storia — ve ne renderete conto leggendo il libro — non fa grandi investimenti sulla maggior parte di quegli elementi che rendono i romanzi avvincenti in senso convenzionale (non si tratta di un romanzo di avventure), eppure avvincente rimane l’aggettivo più giusto per parlarne. Tutto ruota intorno all’incontro di questi tre uomini, diversissimi in tutto e ognuno con il proprio vissuto alle spalle: quello di Fred Blake rappresenta il mistero con cui Maugham pungola la curiosità del lettore. Cosa avrai mai combinato di tanto grave il giovane australiano da costringerlo a prendere la via del mare insieme a un individuo poco raccomandabile come Nichols? E Nichols? Una bella sagoma di personaggio pure la sua; lui che cambia versione dei fatti a seconda di come tira il vento, ma che, annunciandosi già con la faccia, proprio per questo non delude nemmeno un po’ chi lo sta a sentire…

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Ma Acque morte è anche altro: almeno per me, infatti, è l’atmosfera decadente che le sue pagine rilasciano a costituire il più dolce narcotico. È un sentimento che non ha niente a che fare con l’oppio né con il languore dei tramonti dell’Oriente; è qualcosa di molto più essenziale e persistente, come se tutto quello che i tre uomini incontrano durante il loro viaggio, cose e persone, sia sfiorato dall’ombra cupa del decadimento e della morte. Delle alterne fortune del mondo, quei remoti paradisi conservano una memoria di pietra e di marmo. Sull’isola di Kanda, dove Saunders avrebbe finalmente potuto trovare un piroscafo per tornare a casa, le vestigia della potenza commerciale olandese di un tempo sono i grandi palazzi vuoti che si affacciano sul porto, e che a loro volta avevano sostituito gli edifici dei precedenti padroni, i portoghesi, del cui passaggio rimane la rocca in rovina che domina l’isola. Qui vive gente che non è un popolo, ma un misto di tutti i popoli della terra; vivono vicini, ma non insieme, ognuno preso dai propri miseri traffici o perso nella propria solitudine. Proprio come Erik Christessen, arrivato dalla Danimarca insieme alla compagnia commerciale del proprio paese, il quale ha poi fatto di tutto per trasformare quel soggiorno temporaneo in una permanenza:

«Il paese è morto. Viviamo di ricordi, è questo che dà all’isola il suo carattere. Un tempo, col traffico che c’era, il porto a volte era pieno e le navi dovevano aspettare al largo che la partenza di una flotta permettesse l’attracco. Spero che vi tratterrete abbastanza per una visita, vi farò da guida. È una delizia. Un’isola insospettata in mari remoti».

Non tristi ma malinconici, sono i tropici descritti da Maugham in questo libro, dove anche il periodo storico scelto per l’ambientazione fa parte di uno dei tanti crepuscoli di cui è costellata la storia. È una malinconia contagiosa, che s’attacca addosso affettando l’anima, che miete vittime soprattutto fra i più giovani — i quali sono pure i più vulnerabili. Ciascuno dei personaggi viene da una storia di miserie, e nessuno appartiene più a qualcosa. Tutti, tutti loro sono relitti di un mondo che è sfuggito alla loro presa. I luoghi di provenienza sono lontani, hanno dovuto abbandonarli o non sono loro mai appartenuti: non a Saunders, radiato dall’Ordine dei medici e ora professionista affermato solo tra i nativi di Fuchu; non a Nichols, capitano esperto ma alla perenne ricerca di lavoro; non a Fred Blake, che a soli vent’anni ha dovuto abbandonare la sua città nel cuore della notte, come un fuggiasco; e nemmeno a Christessen il sognatore e al suo quasi suocero Frith che, dopo vent’anni nella sperduta Kanda, alimenta ancora la fantasia di farsi un nome traducendo in inglese i Lusiadi di Camões. Ma mentre i più vecchi possono opporre la propria dura scorza alla putrescenza di un mondo che sta rapidamente cambiando, di questo mondo i più giovani sono le vittime predilette. Proprio come il sommozzatore giapponese senza «nerbo» di cui il capitano Nichols si ritrova a celebrare un improvvisato funerale, poiché, come dice lui, «quando uno muore su una nave inglese deve avere un funerale inglese».

Acque morte non è un romanzo adatto per tutti i palati. Bisogna essere dei decadenti e dei nostalgici per apprezzarlo appieno; dei cinici, dei disincantati, ma anche dei romantici. Si regge su un sottile equilibrio tra vita e morte, tra indifferenza e sarcasmo, che soltanto una penna come quella di Maugham, una delle migliori del XX secolo senza esagerare, poteva condurre con una simile, impareggiabile maestria («il romanzo perfetto», si legge sulla quarta di copertina della nuova edizione adelphiana…).

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Ma, apprezzamenti personali a parte, Acque morte è pure un modello per qualsiasi aspirante scrittore. Saprete infatti senz’altro che i dialoghi sono una delle parti più difficili nella scrittura di un romanzo e che spesso una buona idea può naufragare a causa di un cattivo scambio di battute. Ebbene, questo in Acque morte non succede nemmeno una volta; la bravura di Maugham, forte anche della sua esperienza come sceneggiatore, restituisce dialoghi vividi e spassosi da leggere, dove la voce di ogni personaggio è sempre perfettamente modulata e riconoscibile. Sapiente è la scelta delle forme sintattiche più appropriate per ogni contesto (stilisticamente ammirabili, per esempio, sono gli aneddoti del capitano Nichols inseriti all’interno dei discorsi diretti), mentre colorito è l’uso degli idiomatismi, i quali, da parte loro, sono i principali apportatori di quell’humor tipicamente britannico con cui Maugham ama spruzzare le sue prose. Se c’è infatti una cosa alla quale la decadenza e la malinconia di questa storia non si attaccano, questa è proprio la scrittura di Maugham, fresca e viva come un ruscello di montagna.
Prima di chiudere il discorso sulla lingua e lo stile, un elogio meritato e importante va anche alla traduzione di Franco Salvatorelli, sempre attentissimo a restituire a ogni pagina il suo respiro originario.

Decadenti o meno che siate, spero di avervi convinto che Acque morte è un’opera di qualità innegabile a prescindere dai gusti. È pura fiction, ossia tutto ciò che la teoria del romanzo prescrive e definisce come intrattenimento. Rivela però anche dei significati profondi, parte dei quali li abbiamo visti e che la rendono ancora oggi attualissima nonostante i suoi 87 anni. Chi di voi, infatti, non ha mai provato la sensazione, almeno una volta nella vita, di sentirsi estraneo rispetto a un posto o a un tempo, e di vedersi senza scampo? I personaggi di Acque morte (il cui titolo originale inglese è The Narrow Corner) provano lo stesso sentimento, si sentono in trappola, e per scappare adottano soluzioni differenti. Ma le acque a cui si affidano sono morte. Morte, non tanto per ciò che vi alligna, ma perché scarsissime, limitatissime — morte, appunto — sono le vie di fuga che possono offrire:

«E sospirò, perché in ogni modo, si avverassero pure i sogni più fervidi della fantasia, alla fine non restava altro che illusione».

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La saga dei Cazalet, vol. V: “Tutto cambia” di Elizabeth J. Howard

Di Gian Luca Nicoletta

 

Se avete commesso il madornale errore di perdervi i precedenti articoli di questa saga potete: 1) chiedere umilmente ammenda; 2) ripercorrere le tappe seguendo questi link:
volume I: Gli anni della leggerezza;
volume II: Il tempo dell’attesa;
volume III: Confusione;
volume IV: Allontanarsi.

 

Ebbene, cari amici e care amiche, ci siamo. La saga della famiglia Cazalet giunge al termine. Vi scrivo dalla mia postazione al computer, avendo cura di non far cadere le lacrime, che pur copiose m’inondano il viso, sulla tastiera. Con la vista sfocata dal pianto procedo a parlarvi di questo ultimo volume.

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Ci troviamo sbalzati in avanti di un decennio rispetto al quarto volume, Allontanarsi, e la prima parte di questo romanzo si apre nel Giugno del 1956. La Londra descritta da Howard è immersa negli alberi in fiore che costeggiano i viali di Regent’s Park e le case a schiera di Chester Terrace. Nel frattempo, mentre Hugh, Edward e Rupert si barcamenano per mandare avanti le segherie di famiglia tra i moli della capitale inglese e quello di Southampton, nella dimora di Home Place qualcuno esala l’ultimo, affaticato, sospiro.

Dimenticate i volti delle bambine che abbiamo conosciuto nel corso degli anni, perché queste ormai sono diventate donne, mogli e madri di famiglia. Le vediamo prese dalle loro vite, dai loro molteplici figli, dai loro mariti e anche dai loro progetti, fortunatamente. Come ho avuto modo di scrivere in altri articoli, Howard dà sempre molto spazio alla figura della donna e ci trasmette un’immagine di questa che mina alle fondamenta l’idea stereotipata della tipica casalinga degli anni ’50 e ’60. Le donne che popolano questo ultimo volume sono intraprendenti nonostante le energie che la vita familiare e coniugale rubi loro dalla mattina alla sera. Sono le vere detentrici della stabilità familiare, anche e soprattutto in termini economici. Come vedrete perdendovi fra le pagine che fanno sfrecciare gli anni sotto al vostro naso, i soldi ricoprono in questo volume un ruolo ben maggiore rispetto al passato.

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Sebbene l’economia e il valore del denaro prendano maggiore spazio, nemmeno di un millimetro retrocede la posizione di supremazia del confronto generazionale. In una stessa stanza, infatti, troviamo quasi sempre tre generazioni di Cazalet: dai nonni ai loro nipoti, passando per i figli e le nuore o i generi. Il confronto viene portato avanti su un doppio livello: uno è quello delle dinamiche tra genitori e figli. I primi cercano di tenere a freno l’irruenza dei secondi, mentre questi ultimi tentano in ogni modo di farsi accettare in quanto adulti. Esattamente quello che facevano i loro genitori quando erano bambini. Il secondo livello, particolarmente marcato nel personaggio di Zoë, è condotto interiormente: ovverosia gli adulti, dopo essersi confrontati con i figli, si confrontano con loro stessi e il ricordo di sé di quando erano giovani. «Ma anche io mi comportavo così? Devo essere stata terribile con mia madre!» è una frase tipo che ritorna nel corso dei capitoli e, quindi, degli anni: segno questo di un importante messaggio che Howard vuole trasmetterci: non dobbiamo smettere mai di indagare a fondo il nostro animo.

Un ultimo elemento che riguarda questo volume e che mi piacerebbe approfondire in futuro riguarda la realizzazione del testo. Guardando la cronologia delle pubblicazioni, infatti, si nota un vuoto: il quarto volume della saga è del 1995, mentre questo ultimo è del 2013, pubblicato pochi mesi prima della scomparsa dell’autrice avvenuta il 2 Gennaio 2014.
Tra il quarto e il quinto volume sono state pubblicate altre tre opere, dunque è chiaro come sia stato impiegato il tempo, ma sarebbe bello scoprire perché si è creato questo vuoto. Mancanza d’ispirazione? Blocco dello scrittore? Desiderio di concentrarsi su altre storie e su altri personaggi? Chissà. Una cosa è certa: questa saga familiare costituisce una pietra miliare della letteratura contemporanea. Un cosmo di relazioni, eventi, varietà umane che difficilmente si trova in altre opere. E se proprio siete rimasti colpiti, come me, da questa serie e fate fatica a lasciarla andare, come me, e avete voglia di continuare a rivivere le vicende di questa famiglia, come me (!), potete consolarvi: esiste una miniserie del 2001 che riporta gli avvenimenti del primo decennio dei Cazalet e che può aiutarci a indorare la pillola dell’abbandono.

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The Cazalets, miniserie TV del 2001 diretta da Suri Krishnamma

Alla fine di questo viaggio non mi sento di aggiungere altro se non un grazie. Grazie a Elizabeth Jane Howard per aver prodotto tanta letteratura che ci aiuta ad andare avanti nel mondo di oggi, il quale ne ha disperato bisogno ma che, come ogni paziente indisciplinato, si ostina a non prendere l’unica vera medicina che possa salvarlo. Consiglio questa lettura a tutti e invito tutti a sondarne gli svariati livelli di analisi che ogni pagina svela e nasconde a un tempo.

Thank you, Miss Howard!

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La saga dei Cazalet, volume IV: “Allontanarsi” di Elizabeth J. Howard

Di Gian Luca Nicoletta

 

Non so voi, ma quando realizzo che sto giungendo alla fine di una saga di romanzi comincio a soffrire di una nostalgia prematura: i libri che ho letto e i personaggi che ho conosciuto già iniziano a mancarmi ancor prima di arrivare alla fine dell’intera serie. La mia “sindrome del lettore nostalgico” si è ripresentata anche stavolta, puntuale come Lurch della famiglia Addams quando suona il gong della porta, col suo vassoio carico di lacrime… per me.

Ebbene sì, lo confesso: quando i personaggi che ho imparato ad amare crescono, si sposano, invecchiano, insomma vivono e io assisto al loro fiorire tragico e romantico a un tempo, beh io mi sento come osservassi un caro amico partire verso una mèta che non posso raggiungere e mi dispero in scene madri degne della Scala di Milano. Così mi sono sentito leggendo Allontanarsi, il quarto e penultimo(!) volume della saga dei Cazalet.

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Sono emozioni contrastanti quelle ispirate da questo volume: innanzitutto siamo fuori dalla guerra, e la storia si sviluppa a cavallo tra il 1946 e il 1947. Dunque c’è gioia perché finalmente le vite di tutti possono riprendere a scorrere, ma anche molta tristezza per coloro che non possono farlo perché, dal fronte, non sono mai tornati.

C’era attesa, titolo del secondo volume, attesa per il benessere, per il nuovo mondo, mentre ora c’è molta delusione perché nulla delle grandi migliorie tanto attese è mai arrivata: i razionamenti di cibo e materiali continuano; la classe politica, dopo il turbolento passaggio di Churchill a leader dell’opposizione, è tornata identica a sé stessa e, come se non bastasse, l’Impero si sfalda cominciando a perdere le proprie colonie.

In un contesto del genere riprendono le vite dei nostri cari Cazalet. Le vite che non sono state sconvolte da avvenimenti bellici sono comunque sconquassate da eventi familiari: un matrimonio che scricchiolava da tempo collassa definitivamente sotto il peso dei propri silenzi, mentre una giovane e innamoratissima coppia, Polly e Gerald, inizia una vita che si prospetta avventurosa dentro un grande e vecchio maniero che aspetta solo di tornare a vivere. 

Proprio così, Polly si sposa, Polly è diventata un’adulta, lo avreste mai creduto? E oltre a lei rimarrete affascinati dalle profonde trasformazioni che hanno colpito la geniale e tormentata Clary, così come suo fratello Neville che tentenna fra la fine dell’adolescenza e alcuni strascichi di infanzia (o infantilismo).

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Louis e Edwina Mountbatten, ultimi governatori d’India prima della decolonizzazione. Fonte: blog.indiahicks.com

Rimane strabiliante il modo con cui Howard riesce a cogliere le piccole trasformazioni dei personaggi, distribuendole a suo piacere a volte col contagocce, a volte in abbondanti secchiate, sino a farci rendere conto d’un colpo che i bambini sono diventati adulti, che gli adulti invecchiano, che i vecchi… smettono di essere. Il titolo del libro ben riassume il rito di passaggio che tutti i personaggi devono, in un modo o nell’altro, affrontare: allontanarsi. Ci si allontana da un’amica cara, ci si allontana perché si va a vivere altrove, ci si allontana dal proprio marito, vuoi per un divorzio, vuoi per la morte. Ma è anche vero che ci si allontana da una vita che non ci piace, o che credevamo ci piacesse, oppure ci si allontana nel tentativo di rivendicare la propria esistenza rendendosi conto, alla fine e guardando da lontano cosa si è lasciato, che avevamo sottostimato tutto quello che componeva la nostra vita, senza vederne la reale ricchezza.

Il libro si chiude con una speranza, tuttavia: l’allontanamento che nel corso di queste pagine si presenta con così tante e varie sfaccettature, ce ne mostra anche alcune molto positive e che ci permettono di guadagnare una possibilità per tornare a fiorire, a differenza di tanti altri che non ne hanno avuto la possibilità. Affrontare la realtà e prendere quel che ci spetta, non temere il mondo ma anzi, accettare la sfida che ci viene lasciata in eredità il giorno della nostra nascita e riuscire a rendere la nostra esistenza piena, “autenticamente felice” (cit.)

Il compromesso vittoriano: un’analisi a caldo ne “L’età vittoriana nella letteratura” di G. K. Chesterton

Di Gian Luca Nicoletta

 

Non è possibile affrontare lo studio della letteratura e della società vittoriana senza imbattersi, almeno una volta, in Gilbert Keith Chesterton il quale, insieme a Lytton Strachey, rappresenta uno dei massimi esponenti del pensiero critico britannico su quest’epoca.

Il saggio di cui vi parlo oggi è stato pubblicato per la prima volta nel 1913, dodici anni dopo la morte della regina che ha dato il nome a questa stagione (secondo me) d’oro della società moderna e una trentina d’anni prima che finissero gli strascichi di questo periodo in grado di impregnare e carpire scienza, arte, cultura e società. Perché l’età vittoriana questo è stato: un segmento di storia che ha coperto un lasso di tempo talmente lungo e che ha permeato la vita di almeno quattro generazioni di donne e uomini che, era ovvio già nelle sue premesse, non è stato possibile seppellire assieme alla sua sovrana.

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Judy Dench interpreta la Regina Vittoria nel film 2017 “Victoria & Abdul”, di Stephen Frears

Come Chesterton dice bene, iniziando la sua dissertazione fine e pungente, questo periodo storico è stato l’epoca del così detto “compromesso vittoriano”, una sorta di patto sociale che ha pacificato due fazioni che da più di un secolo in Europa si davano battaglia: la borghesia e l’aristocrazia. Nella sua spiegazione non è presente l’interpretazione che oggi è più in voga presso gli studiosi del settore, come nei manuali di letteratura inglese. Secondo questi, infatti, il “compromesso” nasce dalla coabitazione, in uno stesso schema sociale, della grande opulenza borghese dei capitani d’industria con la finanziera nera e il cilindro, dotati di grandi basette e favoriti; e i loro operai: poveri, costretti a vivere in grandi conglomerati abitativi privi di qualsiasi servizio fognario o tutela igienico-sanitaria; salari inesistenti e diritti nemmeno immaginabili dalle più fervide menti che sicuramente tra loro ci sono state ma che abbiamo perduto per sempre.

Chesterton, invece, fa risalire il germoglio del “compromesso” alla rivoluzione francese: nel 1789 la società borghese afferma la propria esistenza a danno della nobiltà e lo fa con un gesto violento. Una fetta, seppur piccola, del mondo di allora riesce ad appropriarsi di beni, servizi e soprattutto ricchezza. Sino ad allora nulla era stato loro concesso in termini di opportunità: si diventava ricchi per eredità ricevuta, mentre con l’inizio del XIX secolo si può diventar ricchi grazie alla propria intraprendenza. La classe borghese porta avanti la sua lotta contro la nobiltà e i privilegi che questa detiene: gestione diretta della stragrande maggioranza delle ricchezze, sia in termini economici che finanziari; privilegi ereditari; diritto di voto e di eleggibilità; addirittura (per quanto concerne l’Inghilterra) un ramo del Parlamento esclusivamente riservato a loro e che, nonostante importanti leggi approvate nel 1911, 1949 e 1999, porta ancora il nome di House of Lords.

In Inghilterra, nel 1837, sale al trono la Regina Vittoria. In tutta Europa, nel 1848, prende piede la “Primavera dei popoli”, anche conosciuta come “moti del ‘48”: un’ondata di rivoluzioni guidate dalla borghesia sempre più potente che voleva rovesciare i monarchi tornati sui troni dopo la Restaurazione. Chesterton evidenzia che tutto questo in Inghilterra non è avvenuto, perché? Perché le due parti in lotta, nobiltà e borghesia, sono giunte a un “compromesso”.

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La rivoluzione prevede, quasi per definizione, che un sistema politico e sociale attualmente vigente sia del tutto spazzato via e sostituito da uno nuovo. Il tutto, come si è detto per la rivoluzione del 1789, tramite un atto violento. Ciò in Inghilterra non è avvenuto: la nobiltà non è stata soppiantata dalla borghesia, ma le due si sono venute incontro. La nobiltà ha rinunciato ad alcuni suoi privilegi e stili di vita, ammettendo i ricchi borghesi nei propri salotti e castelli, permettendo loro di entrare in relazione con le più alte sfere del Regno Unito ma conservando pur sempre la maggior parte delle proprie prerogative in termini politici. Per contro, la borghesia ha rinunciato ad un potere prettamente politico per acquisirne uno economico (dunque politico anche se indirettamente): i borghesi si sono costruiti grandi e fastose dimore in campagna, hanno potuto prosperare economicamente. Effetto di questo, verso la fine del 1800 e sino agli anni ’20 e ’30 del secolo successivo, sarà il proliferare di matrimoni “socialmente misti”: borghesi all’apice della prosperità sposano nobili in decadimento. Il potere economico dei borghesi e l’estinzione di cospicue rendite fondiarie dei nobili ha permesso questo scambio, confondendo le due classi sociali e giungendo alla nascita di quella che potremmo definire una “borghesia nobile”. Esempio irripetibile nonché sintesi perfetta di questo clima politico e sociale fu l’intera famiglia Rothschild.La classe operaia, come abbiamo visto sopra, rimane miseramente dimenticata.

E ora la domanda: cosa c’entra tutto questo con la letteratura? Chesterton ci dice che questi effetti sociali sono riportati direttamente all’interno delle opere dei grandi scrittori vittoriani: Eliot, Collins, Dickens:

«Una delle caratteristiche essenziali dello spirito vittoriano fu la tendenza a sostituire gli estremi della tragedia e della comicità con una certa serietà più o meno soddisfatta. Lo si riscontra tanto in un certo mutamento in George Eliot quanto in una certa limitatezza o moderazione in Dickens. Quest’ultimo incarnava il Popolo, quale esso era nel Settecento e come in larga misura è ancora, a dispetto di tutti i discorsi a favore o contro le leggi sull’istruzione: comico, tragico, realistico, senza peli sulla lingua, molto più licenzioso nelle parole che nei fatti. È segno della forza e della pressione tacitamente esercitate dallo spirito della borghesia vittoriana che neppure a Dickens venne mai in mente di resuscitare la grossolanità verbale di Smollett o di Swift.»

In questo passaggio si conferma, quindi, l’effetto del “compromesso”: una pressione costante e silenziosa che porta all’annullamento dei caratteri più accesi della letteratura, in favore di uno stile molto più piatto, morigerato, di cui neppure scrittori di indiscussa levatura come Dickens riescono a rendersi conto, pur essendone immersi completamente.

«Qualcosa nella letteratura vittoriana lasciò davvero a desiderare, ma intuirlo è molto più facile che esprimerlo. Non si trattò tanto di una superiorità degli uomini di altre età rispetto ai vittoriani; si trattò di una superiorità dei vittoriani rispetto a se stessi. Gli individui erano ineguali. È forse questa la ragione per cui la società diventò ineguale; non saprei dirlo.»

Waddesdon Manor, dimora tutt’oggi di proprietà della famiglia Rothschild

Cos’è che lasciò a desiderare? La rivoluzione. Il compromesso vittoriano riuscì a disinnescare la bomba che era esplosa in molti altri Paesi europei come la Francia, gli stati mitteleuropei, la Prussia e gli stati italiani. Ma questo determinò anche una certa arretratezza politica rispetto al resto d’Europa. La circolazione delle idee socialiste prese piede in tutti questi Paesi, molto meno in Inghilterra. La mancanza di questa circolazione ha fatto sì che borghesia e nobiltà tenessero salde le proprie posizioni, almeno sino alla prima guerra mondiale. La contestazione di questo vecchio sistema fu meno incisiva rispetto a quello che succedeva oltremanica, si pensi alla Comune di Parigi o all’esperimento importante seppur di breve durata della Repubblica Romana.

Dal canto suo, Chesterton fu uno dei contestatori del vigente sistema sociale in Inghilterra. Non fu un socialista ma affermò il suo personale pensiero politico e diede vita al distributismo, una corrente politico-economica che puntava alla ridistribuzione non delle ricchezze, bensì dei mezzi di produzione di queste. Una corrente che ebbe un discreto successo negli ambienti intellettuali dove riuscì a penetrare e che in ogni caso rappresentò la cifra di quanto, anni dopo, l’intellettuale inglese affermerà: qualcosa “lasciò a desiderare”.

L’età vittoriana è stato questo: un’età di grandi progressi negli ambiti più disparati del sapere umano, ma anche un periodo di grandi contraddizioni e di non detti. Grande benessere ma anche grande disagio. Sfavillante vita sociale ma anche soffocanti convenzioni matrimoniali e sociali.

In un’ottica storica, sullo sfondo di migliaia di anni di civilizzazione, ha rappresentato un non nulla, e come tutte le epoche, così come la nostra, non è stata perfetta. Ma sono ammirevoli la lucidità e il distacco che Chesterton impiega nel descrivere un periodo storico che è stato il suo dall’inizio alla fine e che difficilmente è stato possibile criticare a così stretto giro dalla sua conclusione.

La saga dei Cazalet, volume III: “Confusione” di Elizabeth J. Howard

Di Gian Luca Nicoletta

 

Continua il nostro piccolo viaggio nel mondo dei Cazalet, guidati dalla voce di Elizabeth J. Howard.

Lo so, non vedete l’ora di sapere cos’è successo ai componenti della famiglia, ora che ci ritroviamo negli anni più intensi della guerra. Zio Rupe, che fine avrà fatto? Sybil si sarà ripresa dalla malattia? E le ragazze? I bambini?

Sono molte le domande che mi sono posto, come voi, quando ho iniziato questo terzo e bellissimo volume.

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Per prima cosa, è opportuno inquadrare i fatti storici. Siamo a metà del 1943 e la svolta è iniziata già da qualche mese: dopo quasi tre anni in cui si dava ormai per scontata la vittoria dei nazisti su tutta l’Europa a loro non alleata, la campagna del nord Africa si conclude con la vittoria degli Angloamericani, mentre in Russia le truppe sovietiche resistono agli attacchi delle forze dell’Asse. In Inghilterra, però, cos’accade? C’è da dire che per noi Italiani, che della Seconda Guerra Mondiale abbiamo una percezione storica, familiare ed emotiva del tutto diversa da quella degli Inglesi, le privazioni che patiscono i personaggi di questa saga dovute al razionamento del cibo e ai disservizi pubblici in termini di acqua calda e luce elettrica, sono poca cosa se li paragoniamo all’invasione nazista e alle stragi che si sono viste sulla nostra penisola.  Ma se è vero, come io credo, che non bisogna mai paragonare il dolore e la sofferenza di uno col dolore e la sofferenza di un altro, è vero anche che tutti gli europei hanno avuto la loro guerra, i loro lutti e di questo bisogna pur tener conto.

Le incursioni aeree su Londra sono massicce: si vedono sfrecciare continuamente le micidiali V-1 e V-2, armi precorritrici rispettivamente dei missili da crociera e dei missili balistici, che volano sopra i cieli della capitale schiantandosi sulle case. Tra l’altro è interessante notare, sotto questo aspetto, che Howard non riporta il bombardamento di Buckingham Palace.

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13 Settembre 1940 – bombardamento di Buckingham Palace. Giorgio VI e la Regina Elisabetta ispezionano le parti del palazzo danneggiate dalle bombe (AP – Photo).

Tornando ai membri della famiglia Cazalet, vediamo che ognuno di essi sta combattendo una battaglia interiore ed esteriore col mondo che cambia. La guerra acuisce le situazioni di tutti, polarizzando le esistenze a due estremi: da un massimo di pericolo a un massimo di inattività. Ho volutamente tolto dalla contrapposizione il termine “sicurezza” perché questo, in tempo di guerra, viene rimosso per definizione.

Ebbene chi troviamo ai due estremi? Da un lato possiamo mettere Rupert, le cui condizioni di disperso possono essere le più diverse: prigioniero, deportato, morto. Oppure Michael Hadleigh, il trentenne sposo di Louise che vive tra missioni sui cacciatorpediniere e brevi licenze sulla terraferma che, invece di trascorrere con  la sua sposa, spende con sua madre, la tentacolare Lady Zinnia, “Zee” per chi fa parte del suo giro rigorosamente precluso alle donne.

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Bombe V-2 in un campo di prova tedesco. Queste bombe hanno fornito le basi per lo sviluppo dei successivi missili balistici.

In una condizione opposta alla precedente, ovvero attanagliate dall“inattività”, troviamo, parlando di madri, la Duchessa, Kitty, che nasconde dietro al suo aplomb perfettamente vittoriano un grande dolore per il figlio più piccolo che è dato per disperso (rispetto a questo punto, potete ripassare cos’è accaduto nei libri precedenti andando qui) ma allo stesso tempo nutre un profondo senso di maternità per Zoë la quale, vivendo quell’incertezza più di tutti, non sa se condurre la sua vita da donna sposata o da vedova di guerra. In questo elenco possiamo inserire anche un personaggio non molto approfondito che però merita di essere preso in considerazione: Neville, il figlio più piccolo di Rupert e della sua prima moglie, Isobel. Il bambino è cresciuto senza la madre, morta di parto in un momento cronologico precedente all’intera vicenda, e la guerra gli ha portato via anche il padre. Non ha punti di riferimento all’infuori di una sorella che per anni è stata troppo concentrata sul suo odio verso la matrigna o sul suo ruolo di unica donna al mondo capace di comprendere e amare il padre. Il suo dolore non trova espressione, non viene compreso e addirittura non viene concepito nelle menti degli altri componenti della famiglia.

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Potrei azzardare l’ipotesi che al personaggio di Neville viene assegnato il compito di incarnare il profondo divario tra bambini e adulti. L’incomprensione fra le tre generazioni – anziani contro adulti, adulti contro bambini – è un tema ricorrente in tutti i volumi sin qui presi in considerazione, ma sebbene ogni personaggio a modo suo riesca a trovare una via di fuga, una scappatoia che se anche non porta alla libertà comunque conduce alla conquista di “una stanza tutta per sé”, a Neville questo non riesce. È emblematico il fatto che per ben due volte il bambino tenti di scappare da scuola ma non ci riesca: la prima volta viene aspramente sgridato dagli adulti e rimandato immediatamente indietro; la seconda viene beccato dalla sorella più grande e dalla cugina Polly, le quali ancora non si considerano adulte, e che invece di redarguirlo tentano di trovare una soluzione alternativa per farlo star meglio.

Non c’è una lingua veicolare che i componenti di queste generazioni a confronto possano usare per parlarsi, per venirsi incontro. La “confusione” che dà il titolo a questo volume è data dalla convulsa situazione politica esterna, ma anche dalla mole infinita di suoni che si sentono dentro la casa di campagna dei Cazalet e che nessuno, tranne chi li ha emessi, sa interpretare.

Letteratura vittoriana e contemporaneità, riflessioni su “Middlemarch” e sul mondo di oggi

di Gian Luca Nicoletta

[Riproponiamo qui un articolo di Gian Luca Nicoletta uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

Nel 2018 non ci si aspetterebbe di riscoprire in Middlemarch di George Eliot l’attualità della letteratura vittoriana. Eppure questo romanzo, pubblicato a puntate tra il 1871 e il 1872, presenta molte analogie con il mondo di oggi, se si osserva da vicino.

A partire dal contesto letterario nel quale questo romanzo vittoriano si colloca, si nota la tendenza della letteratura dell’epoca a dipingere la società moderna. Basta dare uno sguardo alla produzione europea e possiamo notare che, per esempio, Victor Hugo aveva già pubblicato Nôtre Dame de Paris e Les Misérables, mentre Alessandro Manzoni aveva da tempo terminato la redazione de I Promessi Sposi. Questi romanzi raccontano le vicende di personaggi verosimili e sono ambientati o in un passato storico (Nôtre Dame de Paris e I Promessi Sposi che tornano indietro di secoli) o recente (Les Misérables e, per l’appunto, Middlemarch che invece ci fanno viaggiare indietro nel tempo di quasi mezzo secolo rispetto alla pubblicazione).

Nel caso che qui mi interessa spiegare, il collegamento fra il romanzo di Eliot e gli elementi della società di oggi che vanno riscoperti sono molteplici. Primeggiano su tutti i problemi, le questioni complesse che allora come oggi i personaggi devono affrontare in quanto individui o gruppi.

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In Middlemarch, un problema essenziale per i personaggi è costituito dal denaro: la società vittoriana, strutturata e chiusa nei suoi confini tra classi sociali, vede nell’uomo che raggiunge l’apice del successo grazie all’accumulo di capitale il prototipo dell’uomo moderno, il perfetto prodotto della middleclass, la borghesia. Alcuni personaggi nati dalla penna di Eliot sono letteralmente ossessionati dai soldi: ci sono, specularmente, personaggi che traggono profitto da traffici illeciti per realizzare la propria fortuna di uomini d’affari, si guardi Nicholas Bulstrode, mentre altri, come Fred Vincy, che puntano pigramente a cospicue eredità per dedicarsi a una vita di agi e svaghi (appannaggio, questo, di una nobiltà ormai polverosa e provinciale, che trae il proprio prestigio dai privilegi, come nel caso di Sir James Chettam).

L’universo femminile, parimenti, è popolato da personaggi antitetici: ci sono donne che desiderano realizzare i propri sogni grazie a un lavoro onesto seppur non di prestigio, come Mary Garth, o altre che desiderano contrarre un matrimonio vantaggioso, e questo è il caso di Rosamond Vincy.

Meritano un’attenzione speciale i due coprotagonisti: Dorothea Brooke e Tertius Lydgate. Questi, in una società concentrata sul denaro e specialmente sulla sua mancanza, o sul bisogno di accumulare soldi, se si capovolge la prospettiva, mantengono alti i loro principi concentrandosi sui valori che guidano le loro azioni e i loro pensieri, diventando in questo modo gli eroi vittoriani di un romanzo epico moderno nel quale la grande sfida da affrontare è quella della propria realizzazione. Entrambi al servizio degli altri, entrambi impegnati a migliorare le condizioni di vita della collettività – seppur con mezzi e per vie molto diverse – fronteggiano le difficoltà di una società spesso cieca e sorda ai loro sforzi e alle loro denunce.

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Esiste un collegamento fra questi elementi (soldi, desiderio di realizzarsi, società per molti versi ostile) caratteristici di un testo che ha quasi centocinquant’anni, e il mondo di oggi?

A mio parere sì. Innanzitutto oggigiorno vediamo tornare in auge il problema del denaro: la crisi economica che ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle ha creato una cesura nella società e nuovamente si ripresenta lo scontro fra coloro che utilizzano mezzi scaltri per ottenere il successo, altri che riescono a generare una facile rendita che permette loro una vita agiata, e infine coloro che si impegnano per ripristinare la dignità del lavoro che svolgono quotidianamente. Un esempio letterario di questo è il bel ritratto che ha fatto Walter Siti nel suo Il contagio: droga, ricatti e violenza sono le chiavi e le leve che permettono ai suoi personaggi di illudersi di essersi allontanati dal fondo periferico e abbandonato della città nella quale vivono e che li intrappola. Varietà sociale ed economica che viene rappresentata anche ne Il seggio vacante, punta letteraria da valorizzare per sdoganare l’immagine di una J. K. Rowling capace solo di creare storie fantasy.

Secondo: il conflitto con la società. Nel romanzo di Eliot la società è degli adulti, di coloro che si sono realizzati e di quelli che hanno il controllo del denaro, delle opportunità, in una certa prospettiva anche della vita degli altri. La sfida che i giovani si trovano a dover raccogliere è quella di riuscire a scalzare i loro padri, conquistare il proprio status sociale ma in maniera originale, non ripercorrendo le orme di chi li ha preceduti. Un complesso di Edipo allargato a un’intera generazione che deve fare i conti con i grandi e che nel corso del Novecento diventerà dominante. A questo proposito si noti che i personaggi che hanno il monopolio del presente, Nicholas Bulstrode, Peter Featherstone e Edward Casaubon, sono anziani proprietari terrieri, o banchieri e sono saldamente attaccati al loro primato nella società, mentre coloro che devono farsi strada sono i giovani che si ritrovano coinvolti in dinamiche di successione ereditaria, scontro familiare, ribellione per conquistare l’indipendenza.

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Nella società degli ultimi anni rivediamo le stesse dinamiche: una società globale controllata da adulti che tengono saldamente il monopolio del mondo che hanno ereditato, scontrandosi con le giovani individualità che cercano di autodeterminarsi in opposizione e in alternativa a loro. Le dinamiche individuali e di gruppo si sono riproposte, all’apparenza molto diverse ma in sostanza simili se non immutate dopo un secolo e mezzo da quelle che ritraeva George Eliot. Cosa significa questo? Che il mondo non è cambiato, che la nostra società è regredita a un periodo molto lontano dal nostro? Nient’affatto. Significa che lo scontro generazionale è sempre in atto, la sfida che ogni persona si ritrova a dover affrontare per autodeterminarsi in quanto essere individuale innanzitutto ma anche come parte di un gruppo viene periodicamente rinnovata. In Middlemarch, infatti, chi ha il coraggio di prendere in mano la propria vita riesce a raggiungere i suoi obiettivi, segnando una delle cifre caratteristiche della letteratura vittoriana. Non è mai facile e la realizzazione non giunge immediatamente, tuttavia questi personaggi giungono vittoriosi alla fine di un percorso. Da questo romanzo si può elaborare una riflessione sul mondo di oggi e sulla nostra contemporaneità, riscoprendo l’attualità di un’epoca non troppo lontana dalla nostra.

La saga dei Cazalet, volume II: “Il tempo dell’attesa” di Elizabeth J. Howard

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo articolo porto avanti la rassegna a puntate sulla saga che ha fatto conoscere Elizabeth J. Howard al grande pubblico. Vi sto parlando, come avrete capito dal titolo, del secondo volume dei Cazalet, intitolato Il tempo dell’attesa.

Costituendo il continuo del volume precedente, Gli anni della leggerezza, la narratrice dà molte cose per scontate rispetto a nomi, ruoli e importanza che i personaggi hanno all’interno della vicenda di questa famiglia inglese, tanto particolare quanto riconoscibile, sia nelle dinamiche familiari e sia nei rapporti che si instaurano fra i vari membri, con le nostre.

Questo volume si apre nel pieno della Seconda Guerra mondiale: il cibo è stato razionato, molte famiglie hanno deciso di abbandonare Londra, mentre gli uomini che sono stati respinti al momento dell’arruolamento – come Hugh Cazalet – rimangono nella capitale per necessità lavorative, dato che l’unica attività di sostentamento dell’intera famiglia, una grande azienda che tratta legname pregiato, non può rimanere abbandonata a sé stessa. Tutti i membri della nostra cara famiglia, dunque, si ritrovano a condurre una convivenza per molti aspetti forzata nella grande casa nelle campagne del Sussex, Home Place.

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Parallelamente al filone di guerra, c’è il ben più intricato filone familiare, che vede protagoniste le giovani donne e adolescenti della famiglia: Louise, Polly e Clary sono le protagoniste principali; poi ci sono personaggi che già conosciamo bene come Villy, Sybil e Zoë o altri con cui facciamo conoscenza più approfonditamente, come Jessica Castle, sorella di Villy, e Angela sua figlia.

Gli anni sono passati anche per loro e ognuna di esse, in proporzione alla propria età, dai 18-19 anni di Louise ai 10-11 di Lydia, si ritrovano costrette ad affrontare i propri demoni, le proprie paure di un’età che si presenta del tutto inesplorata e in un contesto che non lascia spazio a grandi speranze. Non fanno eccezione le donne più adulte, la cui illusione di aver raggiunto la mèta più importante della propria esistenza (un buon matrimonio e dei figli) si infrange miseramente contro il muro freddo e duro di una vita fatta di routine, sorrisi forzati e sguardi voltati altrove quando incrociano dei problemi non affrontabili.

Tramite le quattro giovani ragazze, Howard si dà la possibilità di parlare della propria vita, in special modo tramite il personaggio di Louise, le cui vicende familiari rispecchiano molto quelle dell’autrice, trasformandola in questo modo in un alter-ego autobiografico.

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La macro-storia della Seconda Guerra Mondiale, che racchiude in una cornice le storie più piccole dei Cazalet, raggiunge nella sua drammaticità anche i componenti della famiglia. Un personaggio importante, che abbiamo imparato ad amare nel primo volume, viene dichiarato disperso a causa di un violento attacco da parte dei nazisti al cacciatorpediniere sul quale prestava servizio. La notizia giunge a Home Place nel più terribile dei modi: tramite una telefonata presa da chi non doveva trovarsi nell’unica stanza dotata di telefono (a causa di una marachella da tenere nascosta) una delle bambine della casa viene a sapere della scomparsa del padre, cadendo nello sconforto assieme a tutta la famiglia. La lontananza, l’assenza della persona cara, viene affrontata da tutti in diversi modi ma rimane sospeso nell’aria un grande interrogativo: sarà ancora vivo?

Questo aspetto più intimo e drammatico della guerra ci conduce a un altro grande romanzo di guerra ambientato in Francia, Suite Francese di Irène Némirovsky di qui ho parlato qui. Lo stesso timore della vita, il pericolo che si nasconde dietro all’angolo, sono temi ricorrenti in entrambe queste opere sebbene analizzati da prospettive diverse: in Némirovsky il timore viene dalla terra, dal vicino di casa diventato un delatore, dal passaggio dei carrarmati. In Howard, invece, viene dal cielo, perché le incursioni dei bombardieri nazisti tengono continuamente i personaggi col naso all’insù, pronti a scappare al suono di un rombo sospetto oppure, per converso, a osservare da lontano le luci della città che va in fiamme.

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In questo si esprime il senso profondo de Il tempo dell’attesa: l’attesa per il proprio futuro, più fosco che mai, l’attesa per una guerra che sembra interminabile, l’attesa di un padre, un figlio e un marito che torni a casa, pur sapendo che potrebbe non succedere mai.