La saga dei Cazalet, volume II: “Il tempo dell’attesa” di Elizabeth J. Howard

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo articolo porto avanti la rassegna a puntate sulla saga che ha fatto conoscere Elizabeth J. Howard al grande pubblico. Vi sto parlando, come avrete capito dal titolo, del secondo volume dei Cazalet, intitolato Il tempo dell’attesa.

Costituendo il continuo del volume precedente, Gli anni della leggerezza, la narratrice dà molte cose per scontate rispetto a nomi, ruoli e importanza che i personaggi hanno all’interno della vicenda di questa famiglia inglese, tanto particolare quanto riconoscibile, sia nelle dinamiche familiari e sia nei rapporti che si instaurano fra i vari membri, con le nostre.

Questo volume si apre nel pieno della Seconda Guerra mondiale: il cibo è stato razionato, molte famiglie hanno deciso di abbandonare Londra, mentre gli uomini che sono stati respinti al momento dell’arruolamento – come Hugh Cazalet – rimangono nella capitale per necessità lavorative, dato che l’unica attività di sostentamento dell’intera famiglia, una grande azienda che tratta legname pregiato, non può rimanere abbandonata a sé stessa. Tutti i membri della nostra cara famiglia, dunque, si ritrovano a condurre una convivenza per molti aspetti forzata nella grande casa nelle campagne del Sussex, Home Place.

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Parallelamente al filone di guerra, c’è il ben più intricato filone familiare, che vede protagoniste le giovani donne e adolescenti della famiglia: Louise, Polly e Clary sono le protagoniste principali; poi ci sono personaggi che già conosciamo bene come Villy, Sybil e Zoë o altri con cui facciamo conoscenza più approfonditamente, come Jessica Castle, sorella di Villy, e Angela sua figlia.

Gli anni sono passati anche per loro e ognuna di esse, in proporzione alla propria età, dai 18-19 anni di Louise ai 10-11 di Lydia, si ritrovano costrette ad affrontare i propri demoni, le proprie paure di un’età che si presenta del tutto inesplorata e in un contesto che non lascia spazio a grandi speranze. Non fanno eccezione le donne più adulte, la cui illusione di aver raggiunto la mèta più importante della propria esistenza (un buon matrimonio e dei figli) si infrange miseramente contro il muro freddo e duro di una vita fatta di routine, sorrisi forzati e sguardi voltati altrove quando incrociano dei problemi non affrontabili.

Tramite le quattro giovani ragazze, Howard si dà la possibilità di parlare della propria vita, in special modo tramite il personaggio di Louise, le cui vicende familiari rispecchiano molto quelle dell’autrice, trasformandola in questo modo in un alter-ego autobiografico.

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La macro-storia della Seconda Guerra Mondiale, che racchiude in una cornice le storie più piccole dei Cazalet, raggiunge nella sua drammaticità anche i componenti della famiglia. Un personaggio importante, che abbiamo imparato ad amare nel primo volume, viene dichiarato disperso a causa di un violento attacco da parte dei nazisti al cacciatorpediniere sul quale prestava servizio. La notizia giunge a Home Place nel più terribile dei modi: tramite una telefonata presa da chi non doveva trovarsi nell’unica stanza dotata di telefono (a causa di una marachella da tenere nascosta) una delle bambine della casa viene a sapere della scomparsa del padre, cadendo nello sconforto assieme a tutta la famiglia. La lontananza, l’assenza della persona cara, viene affrontata da tutti in diversi modi ma rimane sospeso nell’aria un grande interrogativo: sarà ancora vivo?

Questo aspetto più intimo e drammatico della guerra ci conduce a un altro grande romanzo di guerra ambientato in Francia, Suite Francese di Irène Némirovsky di qui ho parlato qui. Lo stesso timore della vita, il pericolo che si nasconde dietro all’angolo, sono temi ricorrenti in entrambe queste opere sebbene analizzati da prospettive diverse: in Némirovsky il timore viene dalla terra, dal vicino di casa diventato un delatore, dal passaggio dei carrarmati. In Howard, invece, viene dal cielo, perché le incursioni dei bombardieri nazisti tengono continuamente i personaggi col naso all’insù, pronti a scappare al suono di un rombo sospetto oppure, per converso, a osservare da lontano le luci della città che va in fiamme.

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In questo si esprime il senso profondo de Il tempo dell’attesa: l’attesa per il proprio futuro, più fosco che mai, l’attesa per una guerra che sembra interminabile, l’attesa di un padre, un figlio e un marito che torni a casa, pur sapendo che potrebbe non succedere mai.

La saga dei Cazalet, volume I: “Gli anni della leggerezza” di Elizabeth J. Howard

Di Gian Luca Nicoletta

 

Se anche voi, come il sottoscritto, siete degli appassionati di storie e saghe familiari ambientate negli ultimi due secoli (sia che si tratti di romanzi come À la recherche du temps perdu o Suite française, sia che si tratti di sceneggiature come Downton Abbey o Gosford Park) allora non potete non imbarcarvi nella lettura de Gli anni della leggerezza il primo dei cinque volumi che costituiscono la saga della famiglia Cazalet, scritta da Elizabeth Jane Howard nell’arco di un ventennio, dal 1990 al 2013.

Per gli appassionati di questo genere userò solo alcune coppie di parole chiave che già so vi convinceranno: “famiglia numerosa”, “maniero in campagna”, “scontro generazionale” e “intrighi e rivalità”. Ma non è voi che devo convincere, cari appassionati, piuttosto devo parlare di quanto questo romanzo sia avvolgente, coinvolgente e profondamente interessante a chi non è familiare col genere.

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La storia ha inizio nel 1937 in Inghilterra e da subito il lettore viene accolto come un ospite gradito nella casa londinese di Edward Cazalet e Viola (Villy per gli amici, dunque anche per voi), una delle coppie che popolano l’albero genealogico di questa famiglia di imprenditori. Sarete immersi nella loro routine quotidiana: lezioni a casa con Miss Milliment, l’istitutrice; farete spese con Mrs Cazalet; guarderete i giochi in giardino di Louise e Polly. Conoscerete poi gli altri membri della loro famiglia: dunque Hugh, il fratello maggiore di Edward, e sua moglie Sybil, ma anche Rupert Cazalet e la sua seconda moglie Zoë e Rachel Cazalet, la sorella nubile “per scelta”.

Non mancheranno anche le faccende domestiche da sbrigare: bisognerà stare attenti, come deve fare la cara Nanny, a che i bambini non si sporchino i vestiti o, peggio, proverete lo stesso affanno che prova Mrs Cripps quando sa che deve preparare colazione, pranzo, tè e cena per quindici persone che verranno a stare nella casa di campagna nel Sussex per tutta l’estate!

Ma la domanda che ci pone chi non è familiare con questo genere letterario è: “Cosa ci trovate di bello?” Il bello, caro profano, sta negli squarci di verità che Howard ci mostra all’improvviso, tra un’incursione fatta di nascosto in cucina per sottrarre agli occhi vigili delle domestiche un barattolo di vetro per gli esperimenti dei bambini e, anche, tra un bicchiere di whisky e uno di sherry per mandar giù l’amarezza senza fine di una vita monotona, piatta, obbligata dalle costrizioni sociali. Perché la saga dei Cazalet è anche e soprattutto questo: la storia dell’emancipazione individuale studiata non dal punto di vista sociologico o storico, bensì partendo dai pensieri delle singole individualità umane che si scontrano ogni giorno con la limitatezza obbligata della propria esistenza. Lo svilupparsi impercettibile di un embrione di indipendenza, che segna i suoi primi battiti nelle domande che i personaggi si pongono: “Credo davvero in Dio?” “Sono sicura di volere questo bambino?” “Posso tenere per mano la persona che amo ma che non dovrei amare?” di questo e di molto altro si parla ne Gli anni della leggerezza.

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Tuttavia dire che il romanzo ruota solo attorno a questi temi sarebbe quanto mai riduttivo: Howard tiene il passo con gli avvenimenti storici paralleli ai fatti che narra e quindi i personaggi che incontriamo lungo il corso delle pagine non mancano di commentare, ad esempio, il ruolo sempre più ingombrante che sta assumendo Hitler sullo scacchiere europeo, o la questione della Cecoslovacchia che preoccupa tutti quando, durante l’estate del 1938, si rintanano nuovamente nel Sussex preoccupati dallo scoppio di una nuova, travolgente guerra.

Il punto di vista privilegiato è quello femminile nelle sue tre età principali: in quanto bambine, donne o anziane. Ognuna di loro ha il proprio spazio per affrontare – in un rapporto dialogico con sé stessa e con gli altri (le altre, a dir la verità) – il proprio essere, ma l’elemento interessante è che questo spazio viene concesso loro in relazione al grado di libertà che hanno, cui aspirano, o che mettono in discussione; riducendosi progressivamente nel passaggio da Clary, la più giovane delle bambine, a Kitty, l’anziana matriarca Cazalet. Fra questi due estremi, un intero caleidoscopio di possibilità, esperienze e credenze si intrecciano e si radicano nella trama fittizia di destini personali e nella storia nota che porta l’Europa a sprofondare nel baratro della Seconda Guerra Mondiale.

Se volete concedervi un viaggio piacevole e irragionevolmente lungo perché detestate (come me!) dire addio ai vostri personaggi preferiti, non dovete far altro che dare a Elizabeth Jane Howard la possibilità di raccontarvi la storia della sua vita e della vita dei suoi personaggi. Io, nel frattempo, mi tufferò nelle pagine del secondo volume, ma di questo vi parlerò un’altra volta…

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Immagine finale: AP Photo-Leslie Priest

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Di Gian Luca Nicoletta

[Riproponiamo qui un articolo di Gian Luca Nicoletta uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

Un lavoro davvero ben fatto. Se dovessi riassumere in poche parole il libro curato da Ottavio Fatica, userei questa semplice affermazione. Un vaso d’alabastro illuminato dall’interno pubblicato da Adelphi è l’edizione dei diari del più celebre poeta inglese della seconda generazione di scrittori romantici: Lord George Gordon Byron.

Nel suo fine lavoro di edizione del testo, Fatica sa mettere bene in ordine tutte le notizie necessarie per completare le informazioni, a volte parziali, che Byron ha messo nero su bianco nei suoi diari.

Il libro è suddiviso in sei sezioni precedute da un Memorandum introduttivo: il Diario londinese, il Diario alpino, il Diario ravennateIl mio dizionarioPensieri slegati e il Diario di Cefalonia. Queste parti coprono un arco temporale di tredici anni, dal 1811 al 1824. Seguono un saggio di Fatica, la cronologia e il regesto.

Nel complesso il volume risulta armonico, sebbene i passaggi da una sezione all’altra siano molto netti.

La prima sezione è dedicata alla trascrizione delle giornate che Byron ha passato in Inghilterra tra il 1813 e il 1814. In questa parte il poeta inglese ci parla principalmente del suo stile di vita monotono e delle difficoltà incontrate per vendere la tenuta di Newstead Abbey, ricevuta in eredità dal prozio assieme al titolo nobiliare e a una montagna di debiti.

Byron dà spazio alla propria attività di parlamentare e non manca di commentare i discorsi tenuti alla House of Lords che più lo colpiscono, azzardando spesso delle previsioni circa le future carriere dei suoi onorevoli colleghi. In realtà la sua attività politica fu molto limitata: entrato ufficialmente in Parlamento nel marzo 1809, vi restò fino a luglio dello stesso anno, prima di partire per il Grand Tour. Tornato in Inghilterra nel 1811, tornò a occuparsi di politica alla Camera solo fino al 1816, anno in cui dovette lasciare il Paese a causa degli scandali legati alla sua vita privata e matrimoniale.

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Il rapporto di Byron con l’arte è conflittuale, spesso lamenta la propria insoddisfazione rispetto a ciò che scrive, tanto che brucia nel camino della sua biblioteca molte bozze delle sue opere:

«Ho cominciato, o meglio, avevo cominciato una canzone e l’ho buttata nel fuoco. Era in ricordo di Mary Duff, mia prima fiamma a un’età in cui ancora non si brucia. Cosa diavolo ho che non va, io mi domando e dico! Non riesco a fare niente e, per fortuna, non c’è niente da fare.»

«Ho bruciato il mio Roman – come ho fatto con le prime scene e l’abbozzo della mia commedia – e, per quel che mi risulta, dare alle fiamme è un piacere grande quanto dare alle stampe.»

Come si può notare da questi due passaggi, il naturale rifiuto che uno scrittore prova per le sue produzioni in un momento, sempre variabile, della propria attività letteraria, spinge Byron a un totale rigetto di ciò che ha prodotto, portandolo alla decisione di distruggere tutto.

Allo stesso tempo non manca la frequentazione, sporadica o condotta malvolentieri, del mondo letterario che lo cerca e lo desidera. Si parla infatti delle cene cui il barone è invitato da Madame de Staël, ma anche del suo desiderio di incontrare l’autore che più stima fra i contemporanei: Sir Walter Scott:

«Ho mandato le mie scuse a Madame de Staël. Oggi non mi sento abbastanza socievole per un pranzo – e mercoledì non andrò nemmeno da Sheridan. Non che non ammiri e preferisca la sua impareggiabile conversazione; ma – a chiarimento di questo ma ci sono pensieri che non posso scrivere.»

Da subito si delinea il grande desiderio di evasione dalla quotidianità: sono molti gli appunti rispetto a un viaggio da fare al più presto in Olanda e sui timori che questo debba essere rimandato, se non annullato. A questo serve infatti la seconda sezione, Diario alpino, interamente concentrata su un viaggio fatto sulle Alpi Svizzere nel 1816, durante il quale Byron ritrova l’entusiasmo per la vita:

«Sveglia alle cinque. – Lasciata Villa Diodati alle sette – su una delle vetture del posto (uno char à bancs) – la servitù a cavallo – tempo magnifico – il lago calmo e limpido – il Monte Bianco e l’Aigulle d’Argentière che spiccano nitidi – le sponde del lago stupende – raggiunto Losanna prima del tramonto – pernottato e Ouchy.»

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

La terza parte è tutta dedicata al soggiorno in Italia: in pieno contrasto con l’attività che caratterizza la parte precedente dei diari, qui Byron soffre la prigionia domestica causata da una grande nevicata che limita di fatto qualsiasi attività fisica e intellettuale:

«Alzato tardi – fiacco e affranto – fradicio e fosco il tempo. Neve in terra, scirocco nell’alto dei cieli, come ieri. Il fango sulla strada arriva al ventre del cavallo, di cavalcare perciò (foss’anche per diporto) non se ne parla nemmeno.»

Segue a questa una lunga parte nella quale il tema principe è l’organizzazione dei moti del 1821, insieme a personaggi della nobiltà italiana emiliana. Anche in questa parte trova spazio la letteratura, dato che Byron ci parla della stesura di alcuni canti del Don Juan.

Il suo spirito dinamico e, a tratti, ardimentoso, si esprime nel diario esortando gli italiani ad agire contro le truppe dell’impero asburgico che si trovavano alle porte dello Stato Pontificio e, allo stesso tempo, a organizzare la rivoluzione armata all’interno della città grazie alla loggia ravennate della carboneria. Queste sue esortazioni, però, rimarranno lettera morta nei suoi diari a causa della non compiutezza delle azioni politiche programmate e sperate. Questo porterà Byron a interrogarsi sulla capacità dei rivoltosi emiliani e sulla loro abilità di organizzazione politica prima, di intraprendenza poi.

La descrizione della vita quotidiana viene messa da parte nella quarta sezione dell’opera, Il mio dizionario: in alcuni casi risalendo sino alla sua infanzia e senza un ordine preciso, il barone passa in rassegna gli episodi che principalmente lo hanno formato e che hanno stimolato la sua vena letteraria, sebbene la sezione più interessante sia quella dei Pensieri slegati: in questa parte Byron vaga con la mente e con la penna, tornando ai tempi del college di Harrow prima, di Cambridge poi. Un ruolo molto importante è riservato agli amici più cari, i quali peraltro vengono continuamente citati lungo l’intera opera: J.C. Hobhouse, F. Hodgson e da ultimo J. Fitzgibbon, il conte di Clare per il quale il poeta nutriva sentimenti profondi.

Linguisticamente molto più prosaica e dal filo logico molto più chiaro e immediato è l’ultima sezione, il Diario di Cefalonia. Byron è giunto in Grecia e qui stringe rapporti diplomatici con le autorità del luogo, prendendo attivamente parte nelle controversie fra i Turchi e la Repubblica delle Isole Ionie di allora. Il paesaggio mediterraneo e il caldo estivo non impediscono al poeta di affrontare lunghe escursioni tra le rovine delle città greche, ripercorrendo a memoria la storia antica.

Un vuoto di quasi due mesi e mezzo segna l’inizio della parte conclusiva di questa sezione: causa del silenzio è la malattia della sua figlia illegittima, Allegra, la quale morirà nel 1822 a soli cinque anni. Questa notizia, comunicatagli da Augusta, la sorellastra, rende inutile qualsiasi attività di scrittura, tant’è che la prima pagina del diario in cui riprende la sua attività si apre in questo modo:

«Il diario si è interrotto bruscamente e non ho potuto riprenderlo prima […] Del resto, non so neppure perché lo riprendo adesso, se non per il fatto che, affacciato alla finestra della mia abitazione in questo bel villaggio – la calma ancorché fredda serenità di uno stupendo e trasparente chiar di luna – che mostra le isole – i monti – il mare […] mi hanno placato a sufficienza per riprendere a scrivere.»

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Un ultimo, importante, aspetto di questi diari è costituito dalla presenza perturbante dei ricordi amorosi:

«Mia madre non faceva che canzonarmi per quella tresca infantile; e alla fine, molti anni dopo, quando avevo sedici anni, un giorno mi disse: “Oh Byron, ho ricevuto da Edimburgo una lettera di Miss Abercromby, la tua vecchia morosa Mary Duff è sposata con un certo Coe”. E io cosa risposi? Non sono certo in grado di spiegare o motivare ciò che provai in quel frangente; ma per poco non cadevo dalle convulsioni, e mia madre si prese un tale spavento che, una volta che mi fui ripreso, evitò quasi sempre l’argomento – col sottoscritto – limitandosi a raccontarlo a tutti i suoi conoscenti.»

Probabilmente spaventato dall’idea che quanto scritto avrebbe potuto esser letto da altri, Byron omette puntualmente i nomi delle persone amate, resi nel testo con degli asterischi, cui a volte si aggiunge una lettera iniziale.

Esempio fondamentale di questo timore e della sua volontà di autocensurarsi è un’affermazione, scritta nella penultima sezione:

«Non devo continuare con queste riflessioni –  o prima o poi finirà per scapparmi un qualche segreto – da far restar di pietra i posteri.»

La lettura di quest’opera rappresenta un tassello importante per tutti gli appassionati di letteratura inglese e di Byron in particolare. Per gli altri, invece, un validissimo modo per esplorare i profondi sentimenti di una personalità originale e rara.

Grazie a Ottavio Fatica e al suo ottimo lavoro, Un vaso d’alabastro illuminato dall’interno vi coinvolgerà e vi farà apprezzare il valore umano e letterario delle testimonianze diaristiche.