Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte IV: Camilleri, “Le scarpe nuove” e “La rivelazione”

Di Gian Luca Nicoletta

Con oggi portiamo avanti la nostra serie sulla vita in Sicilia (qui trovate le puntate precedenti #1, #2 e #3) e ci avviciniamo alla conclusione del primo filone. I racconti che vi presento oggi hanno come filo conduttore la Seconda guerra mondiale e i rovesci di fortuna che possono intercambiarsi nell’arco della nostra esistenza. Dunque cominciamo!

Il primo dei due racconti, intitolato Le scarpe nuove e ambientato nel 1939, vede come protagonista la famiglia Sgargiato. Loro sono cinque: Bartolomè e Assunta che sono marito e moglie e i loro tre figli, Jachino, Ngilino e Catarina.
Gli Sgargiato vivono sulla montagna del Crasto, la quale si trova fuori dal centro storico di Vigàta, e lì coltivano le due salme di terra sulle quali sorge anche la loro piccola casetta. Ogni giorno Bartolomè si alza alle quattro e, aiutato dai figli maschi, carica l’asino di tutti i prodotti del loro orto per scendere in paese e venderli.

Accade un giorno che l’asino, ormai molto vecchio, muore e dunque Bartolomè ne deve comprare uno nuovo con i pochi risparmi che la famiglia è riuscita a mettere da parte. In questo modo entra in scena Mussolini, detto Curù, ovverosia il nuovo somaro dei Sgargiato.
All’inizio la famiglia non va affatto d’accordo col somaro: è lento, pigro e soprattutto ha il brutto vizio, tipico, di piantarsi in mezzo alla via proprio nei momenti meno adatti. Dei cinque componenti della famiglia, l’unico che va d’accordo con l’animale è Jachino, che non prende mai parte alle ingiuste sessioni di bastonate che i Sgargiato gli riservano periodicamente . Lui, al contrario, ci parla e gli dà da mangiare e da bere.

Durante la festa di San Calogero, uno dei tanti Calogero che ci sono, come precisa a un certo punto il narratore, mentre gli Sgargiato sono in giro per il paese a guardare le bancarelle o a bere un bicchiere di vino, il solo a essere rimasto con Curù è proprio Jachino: insieme attendono il loro turno per entrare in chiesa e, come da tradizione, scaricare dall’animale tutto il pane preparato appositamente per la festa.
Qui accade il primo miracolo: Jachino vorrebbe comprarsi delle belle scarpe nuove, ma purtroppo sono molto care. Dopo essersene andato e aver lasciato il pane in chiesa, Curù sputa dalle fauci un borsello pieno di soldi grazie ai quali, contento come un bambino, Jachino può comprarsi le sue scarpe.

Il secondo miracolo si verifica qualche anno dopo: tutta la famiglia fatica assai per tirare fuori l’acqua da un pozzo, lavoro necessario per irrigare l’orto. Dopo essersi spaccati la schiena per diversi giorni, una mattina Curù si piazza vicino alla pesante leva della pompa installata vicino al pozzo e, con gran facilità, la addenta facendola muovere e, in questo modo, facendo arrivare abbondante acqua all’orto.

Il terzo miracolo si verifica a metà del 1943: gli Alleati stanno liberando la Sicilia e ciò comporta numerosi bombardamenti. Jachino è partito tempo addietro per la leva e, durante la guerra, non si è saputo nulla di lui. Un giorno, mentre Bartolomè stava lavorando l’orto con Ngilino e Assunta e Catarina erano in casa, Curù inizia a ragliare festoso e si precipita sul sentiero che porta a Vigàta. Tutti pensano che abbia sentito il ritorno di Jachino e, contenti e trepidanti, lo seguono di corsa. Un momento dopo aver preso la stradina, una bomba cade vicino alla casa distruggendola per metà.
Curù ha salvato tutta la famiglia.
Nell’esplosione, però, va persa una delle due scarpe nuove che Jachino aveva comprato grazie a Curù e che purtroppo, a causa del lavoro nei campi e della partenza per la leva militare, non aveva ancora mai messo.
Riuscirà a indossarle, infine?

Il secondo racconto, La rivelazione, ci propone uno spaccato di vita della sezione del PCI di Vigàta. A guerra finita, tutte le organizzazioni che sotto il fascismo erano state dichiarate illegali – partiti politici in testa – riprendono la loro attività. Fra queste c’è la sezione di Vigàta, all’interno della quale tutti i tesserati stanno aspettando con grande trepidazione il rientro del più fervente dei loro componenti: Luigi (Luici) Prestìa.
Questi, comunista inossidabile, fu dapprima arrestato e poi mandato al confino accumulando in questo modo un’assenza da casa di ben dieci anni. Come giunge in paese la notizia della sua liberazione a opera degli americani, che comunque vengono criticati da Prestìa in quanto capitalisti, il corpo degli attivisti di Vigàta ha già le idee chiare: aspettare il ritorno di Luigi per nominarlo Segretario della sezione locale. Il tempo passa, ma Luigi non torna:

«Arrisultò che Prestìa, appena che si era fatto persuadiri d’essiri libbiro, era annato ‘n casa dell’ex segretario fascista di Lipari e l’aviva pigliato a càvuci. Era stato arristato e cunnannato a un anno di càrzaro. “E alluri che minchia di liberazioni è?” aviva addimannato ai carrabbineri che l’ammanittavano.»

Passa un altro anno e Lugi continua a farsi arrestare di nuovo, e di nuovo, e di nuovo, tanto che alcuni suoi compagni cominciano a sospettare una cosa: Luigi non vuole essere libero perché non vuole tornare a Vigàta. I suoi amici cominciano a indagare su quali possano essere le cause: quella che si fa strada all’inizio è che Luigi, in tempi precedenti all’arresto, si era fatto trovare dalla moglie a letto con altre due ragazze così che lei, Nunzia, dopo avergliene sonoramente cantate quattro, gli abbia promesso di finire il lavoro dopo la sua scarcerazione.

I due protagonisti del racconto, Tararà e Turiddruzzo, dopo aver battuto quella strada, non senza un interessante guadagno per uno dei due, continuano le ricerche e arrivano a coinvolgere persino il senatore Pasqualotto che per primo aveva comunicato a Luigi che entrambi erano stati liberati. Il senatore, nel ripercorrere insieme ai due i fatti salienti della vicenda, fa emergere un fatto nuovo: non essendo più tornato a Vigàta, Luigi non ha potuto rinnovare la tessera del partito, dunque non può diventarne il segretario. Il Partito ci farebbe una pessima figura se un senatore si spendesse per qualcuno che non è più un iscritto, e dunque il senatore rinuncia a prendere parte all’avventura.

L’ultima tappa da prendere in considerazione, l’estrema ultima spiaggia per dei comunisti che avevano fatto la guerra, è rivolgersi al prete. Questi, dall’alto della sua pia conoscenza del mondo e dei fatti degli uomini, afferma in tutta franchezza che, nel corso dei dieci anni passati lontano da casa, Luigi si sia ravveduto e abbia finalmente compreso la vacuità di tutta l’ideologia comunista e che, dunque, non abbia alcun interesse a tornare per guidare un partito nel quale non si riconosce.

La risposta a questo mistero, la vera rivelazione cui rimanda il titolo, sta scritta appena qualche pagina dopo e, nel pieno rispetto delle dinamiche camilleriane, è tutta da scoprire e da gustare.

Trump, Biden e altri seggi: “L’elezzione der Presidente” di Trilussa

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi ho deciso di condividere con voi un testo, un estratto, che ho affrontato con le due prime medie che seguo quest’anno. Il brano è preso dalle Favole di Trilussa e, dato il suo contenuto, riflette bene lo spirito dei tempi che viviamo. Il titolo, che già anticipa il tema centrale, è L’elezzione der Presidente e attraverso un’atmosfera che definiremmo orwelliana (o forse sarebbe più corretto dire che La fattoria degli animali ha un’atmosfera trilussiana) vediamo rappresentata una tra e più antiche dinamiche umane e sociali:

«Un giorno tutti quanti l’animali
sottomessi ar lavoro
decisero d’elegge un Presidente
che je guardasse l’interessi loro.
C’era la Società de li Majali,
la Società der Toro,
er Circolo der Basto e de la Soma,
la Lega indipendente
fra li Somari residenti a Roma;
e poi la Fratellanza
de li Gatti soriani, de li Cani,
de li Cavalli senza vetturini,
la Lega fra le Vacche, Bovi e affini…
Tutti pijorno parte all’adunanza.
Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
de fasse elegge s’era messo addosso
la pelle d’un leone,
disse: – Bestie elettore, io so’ commosso:
la civirtà, la libbertà, er progresso…
ecco er vero programma che ciò io,
ch’è l’istesso der popolo! Per cui
voterete compatti er nome mio. –
Defatti venne eletto proprio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
e allora solo er popolo bestione
s’accorse de lo sbajo
d’avé pijato un ciuccio p’un leone!
– Miffarolo! – Imbrojone! – Buvattaro!
– Ho pijato possesso:
– disse allora er Somaro – e nu’ la pianto
nemmanco se morite d’accidente.
Peggio pe’ voi che me ciavete messo!
Silenzio! e rispettate er Presidente!»

Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri (1871-1950)

Il fenomeno del raggruppamento fra uguali caratterizza la prima parte del brano, mentre l’inganno è centrale nel secondo. Gli animali, truffati da un asino travestito da leone, seguono ciecamente il loro leader dopo aver ascoltato grandi promesse di libertà e prosperità provenire dalla sua bocca. Il riconoscimento di un pari è il meccanismo sociale e psicologico che si muove sotto a questi versi e, nell’incontrare il necessario bisogno di ogni gruppo di darsi delle regole, genera il grande scontro con la realtà che prima o poi nella vita a tutti capita di fare: la delusione.

Un testo del genere, attuale in ogni epoca poiché eterna è la corsa al potere, ci aiuta a meglio definire qual è l’idea di noi stessi che propiniamo al mondo e soprattutto qual è la vera natura che, al contrario dell’immagine, ci caratterizza. Anche questo esempio di letteratura per l’infanzia, o quanto meno per i giovani, ritengo sia un’ottima lente di cui dotare il nostro microscopio sul mondo. Ognuna ha la sua funzione, anche se può sembrarci molto, ma molto, vecchia.

Il futuro tra romanzi e tecnologia: intervista a Renato de Rosa, autore di “Osvaldo, l’algoritmo di Dio”


Intervista a cura di Gian Luca Nicoletta

Nell’articolo di oggi vi riporto l’intervista a distanza che ho avuto occasione di fare a Renato de Rosa, autore del romanzo Osvaldo, l’algoritmo di Dio edito da Carbonio Editore. A questo link potrete leggere l’articolo con la recensione. Si tratta di un dialogo sui temi caldi che caratterizzano il romanzo: il mondo dell’informatica e il nostro tempo, cosa si nasconde dietro internet, i vari sviluppi che le tecnologie portano con sé e che possono cambiare in positivo o in negativo il nostro futuro.

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GIAN LUCA NICOLETTA. La lettura di Osvaldo, l’algoritmo di Dio inizia anche i più profani come me a diverse discipline che potremmo benissimo definire vere e proprie scienze, come gli scacchi e il bridge. Secondo lei, queste discipline che ruolo hanno nello sviluppo intellettivo e intellettuale delle persone?

RENATO DE ROSA. Potrebbero avere un ruolo molto importante.
Ho amato molto gli scacchi in gioventù, senza potermici dedicare quanto avrei desiderato: prima la scuola, poi l’università, e inseguito il lavoro e la famiglia… La verità è che o si vive o si gioca a scacchi. E io scelsi di vivere. Passai quindi al bridge che, come dice Massimiliano nel libro, è un oceano che nessuno attraverserà mai.
C’è chi definisce questi giochi passatempi. Niente di più sbagliato, sono godimento mentale (e spesso anche buona compagnia). Aiutano a ragionare, a capire gli altri e sé stessi, e anche ad apprezzare la bellezza più pura e astratta: le partite di scacchi e le mani di bridge giocate dai grandi campioni sono vere e proprie opere d’arte.

Il personaggio di Massimiliano e quello del prof. Romboni ricoprono ruoli speculari nell’orizzonte del protagonista: entrambi accomunati da una spiccata abilità unita a una grande intelligenza, tuttavia profondamente divisi sugli scopi verso i quali rivolgono i loro talenti: esiste una via mediana o siamo tutti dei “Massimiliano” o tutti dei “Romboni”?

Una bella riflessione, la sua! Effettivamente Massimiliano e Romboni sono i due eroi tragici del libro. Appaiono come figure defilate, ma in un certo senso sono loro i veri protagonisti di Osvaldo. Romboni con la sua battaglia contro il fato che lo ha preso di mira, senza che lui neppure ne capisca il motivo. Massimiliano, in grado di portare alle estreme conseguenze la sua coerenza umana. Il primo proteso verso la carriera e il successo, il secondo verso il piacere epicureo, nelle sue varie forme. Si può essere Massimiliano o Romboni, o magari anche una armoniosa combinazione dell’uno e dell’altro, ma per esserlo ci vuole personalità, intelligenza e amore per il sapere. Non tutti ci riescono: spesso ci sconfigge l’omologazione, la wikipedizzazione della vita e della cultura, che rischia di fare di noi non degli uomini, ma delle marionette.

Nel suo romanzo, il team di ricercatori che lavora alla creazione del software è composto da studiosi che provengono da diversi indirizzi, alcuni non propriamente scientifici: ce ne sono alcuni più avvantaggiati di altri? Come, a titolo di esempio, Andrea rispetto ad Angela?

La scelta di Romboni, di creare un gruppo di lavoro con competenze diverse, è molto saggia. L’Intelligenza Artificiale (I.A.), prefiggendosi di replicare quella umana (se non di migliorarla), deve analizzare tutte le varie sfaccettature che la compongono: la logica, la creatività, il linguaggio, la capacità comunicativa, l’empatia, l’arte…
Progettare strumenti di I.A. richiede dunque l’impegno simultaneo di studiosi di tutti i rami, non solo delle discipline scientifiche ma anche di quelle umanistiche. Nel libro questo concetto è simboleggiato, neppure troppo velatamente, dal personaggio di Vito e dalla sua enciclopedica personalità.

Nel gruppo di lavoro dei protagonisti possiamo vedere rappresentato, seppur in parte, il mondo universitario odierno: siamo ancora preda dei baroni o si tratta di una descrizione un po’ vintage?

Non saprei. Ogni tanto ho contatti professionali con l’ambiente universitario, non abbastanza comunque per esprimere un’opinione attendibile. Se dovessi basarmi sulle impressioni direi che probabilmente i baroni esistono ancora. Non credo sia cambiato molto da quando frequentavo io l’università: in effetti proprio oggi ho letto una recensione di Osvaldo che mi elogia per aver saputo ironizzare sui problemi del mondo accademico!

Non negherò che Osvaldo, ai miei occhi, mostra un lato piuttosto oscuro: entrare in contatto con lui nei primi capitoli, come vederlo all’opera durante lo stress test proposto da Romboni, potrebbe essere equiparato alla manifestazione del potenziale divino, un assaggio di cosa può fare. Se poi consideriamo che il senso etimologico del nome Osvaldo significa appunto “potenza divina”, la domanda che sorge più spontanea è: quanto c’è di divino in Osvaldo?

Lo sa che non avevo mai pensato a verificare l’etimo di Osvaldo? Il nome è nato per caso – ammesso che esista il caso – ho scelto il primo nome demodé e un po’ rustico che mi è venuto in mente ed è rimasto quello. La vita è fatta di coincidenze: bella coincidenza che Osvaldo significhi proprio potenza divina.
Un suo personale giudizio sugli Osvaldo del nostro tempo: ci affidiamo troppo alla tecnologia o è giunto il momento di riappropriarci delle nostre limitate capacità?
I ragazzi di oggi sanno fare mille cose che noi non sappiamo fare. Accedono alle informazioni con una abilità sorprendente e per noi sconcertante. Però non sanno memorizzare i numeri di telefono o le poesie, non sanno utilizzare una mappa, hanno difficoltà a mantenere l’orientamento, non sanno restare poche ore senza telefonino, fanno una fatica tremenda a leggere libri…
Impossibile dire quale generazione sia avvantaggiata rispetto all’altra. Nell’immaginare il loro futuro sono combattuto tra l’ottimismo e il pessimismo: il loro avvenire potrebbe essere meraviglioso o terrificante. Dipenderà solo da una cosa: se continuerà a esserci la corrente elettrica!

I riferimenti al Frankenstein di Mary Shelley offrono degli interessanti spunti di riflessione. Secondo lei, in un secolo come quello che stiamo vivendo in cui intere parti del corpo umano possono essere costruite grazie alle stampanti 3D, o dove addirittura si possono progettare dei chip in grado di risolvere gravi patologie umane come la cecità (le recenti dichiarazioni di Elon Musk in proposito aprono a scenari a dir poco futuristici), dove si pone il limite fra la capacità degli esseri umani di migliorare il proprio organismo e la sfida all’entità superiore?

La Realtà Aumentata è una delle sfide più affascinanti del futuro. Noi abbiamo vissuto con i nostri cinque sensi, chissà quanti ne avranno i nostri discendenti e che ricchezza di emozioni potranno donare loro! Potranno percepire i campi magnetici, il posizionamento nello spazio, condividere le proprie emozioni con altri, ascoltare il rumore di fondo dell’universo…  La possibilità di incrementare la gamma sensoriale con l’innesto di protesi tecnologiche apre scenari inimmaginabili.
Ma da questo a diventare dèi ce ne passa! Perché se il cervello rappresenta il nostro punto di forza è anche la nostra più grande debolezza: l’essere umano può comporre sinfonie meravigliose, dipingere quadri affascinanti, scrivere libri straordinari, ma al tempo stesso riesce a commettere idiozie immani. Genio e stupidità convivono inestricabilmente in noi. Forse sarà proprio questo il punto di forza dell’intelligenza umana rispetto a quella artificiale: noi siamo più imprevedibili e in un certo senso anche più divertenti.

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Renato de Rosa, autore di Osvaldo, l’algoritmo di Dio

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte II: Camilleri, “Di padre ignoto” e “Un giro in giostra”

Di Gian Luca Nicoletta

Col secondo appuntamento della nostra nuova serie siciliana prosegue il viaggio nel tempo nella Vigàta del secolo scorso. I due episodi che vi presento oggi, sempre presi da quelli usciti con “La Repubblica“, si intitolano Di padre ignoto e Un giro in giostra.

Il primo episodio, ci troviamo nel 1910, è divisibile in due parti che potremmo etichettare, con gusto petrarchesco, “in vita di Amalia” e “in morte di Amalia”. Protagonista della prima parte è, infatti, la giovanissima Amalia Privitera, una bella bambina di sei anni. Un anno il parroco di Vigàta, padre Costantino, chiede il permesso ai genitori di Amalia per poterle fare impersonare la Madonna nel presepe vivente che vuole allestire per quel Natale. Il giorno della rappresentazione, tanta è la meraviglia di tutti i vigàtisi scaturita dalla bellezza della bimba, che molti di loro iniziano a confessare i propri peccati ai piedi della piccola. Da quel momento, Amalia sarà conosciuta da tutti come “la Madunnuzza”.

Gli anni passano, Amalia si fa sempre più bella per a causa di un violento temporale i suoi genitori muoiono e così la giovane ragazza rimane orfana. Viene cresciuta dalla nonna Nunziata e dallo zio Duardo, del quale ci viene dato un ritratto che lascia poco spazio alla fantasia:

«Duardo era uno sdisbosciato buttaneri senz’arti né parti, che mai nella sò vita aviva avuta la minima gana di travagliare e che aviva macari il vizio del joco d’azzardo. E il bello era che pirdiva sempri.»

Con lo zio Duardo, Amalia scopre forse il lato più meschino degli uomini adulti: la loro voglia carnale. La ragazza infatti riceve le periodiche “visite” notturne da parte dell’uomo e, nella mia personale interpretazione del testo, questo fatto segnerà tutto lo sviluppo psicologico della ragazza.

La seconda parte del racconto è ambientata nel 1950 e il protagonista stavolta è Benvenuto Privitera, figlio di Amalia e “di padre ignoto”. Il ragazzo, nato in concomitanza di una disgrazia, cioè la morte della madre a seguito di una brutta caduta in un pozzo, torna a Vigàta perché i cambiamenti progettati nel nuovo piano regolatore interessano direttamente la casa e il terreno che furono di sua madre. In quest’occasione, curiosando per casa e rovistando tra vecchie foto, Benvenuto scopre alcuni fatti su sua madre, in particolare una nota nella quale la donna aveva riportato un calendario settimanale e i nomi di diversi uomini.

Ripercorrendo la sua breve storia familiare, grazie soprattutto ai benevoli abitanti di Vigàta che lo accompagnano nei luoghi che furono di Amalia, Benvenuto trova una comunità accogliente, ricca di storie piacevoli e dove il ricordo di sua madre brilla quasi a ogni angolo.
Da che era cresciuto orfano, il giovane Benvenuto conoscerà il caldo abbraccio di ben cinque padri adottivi, tra i quali uno sarà più caldo degli altri.

Il secondo racconto si intitola Un giro in giostra e ci mostra la storia di Benito “Nito” Cirrincione, professore di latino e greco.
Benito è nato a Vigàta e la sua salute è stata sempre molto cagionevole. I continui malanni sin dalla più tenera età lo hanno segnato tanto nell’aspetto fisico che nello spirito.
Durante la seconda guerra mondiale, Benito perde il padre e così sua madre, la signora Concetta, è costretta a prostituirsi per far sì che sulla tavola non manchi mai il cibo per il figlio. Una bella notizia arriva qualche anno dopo, quando sua madre parte col signor Pirrotta (sicuramente parente del dottor Pirrotta che appare nel racconto precedente) il quale, vedovo e senza figli, le ha chiesto di sposarla. L’uomo fa il commerciante, ha una posizione economica ben salda e questo permetterebbe a Concetta e a Nito di vivere una vita tranquilla e senza preoccupazioni. Nito nel frattempo è cresciuto e, godendo della generosità di Pirrotta, può trasferirsi in un appartamento di proprietà a Palermo per frequentare l’università.

La vita di Nito passa tranquillamente ma un grande vuoto lo perseguita: è un vuoto d’amore, la profonda necessità di avere qualcuno da amare. Il suo aspetto purtroppo non gioca a favore: è molto secco, sta già perdendo i capelli, e neanche il suo savoir fare è dei migliori. La solitudine si conferma come il tratto caratteristico di Nito, il quale diventa un unico corpo con l’appartamento a Palermo e da cui osserva la vita farglisi sempre più stretta intorno.

In età ormai adulta, alla soglia dei sessant’anni, Nito fa un incontro del tutto inaspettato e un grande sconvolgimento emotivo prende il suo cuore: finalmente si innamora. Ha conosciuto una ragazza, molto giovane e molto bella, che perde la testa per lui. Il suo cuore e il suo cervello fanno a botte per cercare di sbrogliare la matassa e capire cosa stia succedendo, quando infine il cuore ha la meglio e riesce a liberare Nito da tutte le sue paure, facendolo proprio su una giostra con i cavalli che condurrà all’epilogo del racconto.

Fonte: La Repubblica

Questi due racconti ci mostrano, tra le ironie a volte caustiche della lingua di Camilleri, uno degli aspetti più scuri della vita di Vigàta e della vita in generale: quanto gli esseri umani si approfittino l’un dell’altro. Lo sfruttamento sessuale assurge a campione di tutti i vizi: non si fanno sconti alla condizione di bisogno, alla giovane età, perfino alla parentela. I rapporti di potere si determinano anche in questo modo e la dinamica si ripete tanto fra i vigàtisi umili come fra quelli più illustri.
Il mosaico che abbiamo iniziato a ricostruire col primo articolo si arricchisce sempre di più e ci parla della Sicilia oscura, la quale diventa chiara metafora del nostro mondo.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte I: Camilleri, “La Trovatura” e “La Congiura”

Di Gian Luca Nicoletta

Con oggi inauguriamo un nuovo filone tematico de Lo Specchio di Ego il quale, come avrete capito dal titolo, è dedicato alla Sicilia. Vedremo le caratteristiche di questa magnifica terra attraverso tre gruppi di opere: inizieremo da Le storie di Vigàta di Andrea Camilleri (le quali sono in uscita settimanalmente con “La Repubblica“), poi faremo un passo indietro e approderemo nei luoghi dei Malavoglia e di Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga, e infine chiuderemo facendo un’ulteriore tappa nella Sicilia immediatamente post-unitaria, quella descritta nell’Inchiesta omonima di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino.

Cominciamo con i primi due racconti della raccolta Le Storie di Vigàta di Camilleri: La Trovatura e La Congiura.
Ci troviamo a Vigàta, celebre località siciliana nata dalla fantasia di Camilleri e che vede svolgersi le appassionanti indagini del commissario Montalbano.
Nel primo racconto vediamo che, un sabato mattina del 1939, tutte le strade sono coperte da manifesti che annunciano l’arrivo della maga di Zammut, Arsenia. La maga starà nel paesino solo per pochi giorni e così tutti i vigàtisi sono invitati a venire a consulto per farsi predire il futuro da questa eccezionale “chiaromante chiaroviggenti”. La cittadinanza accoglie in maniera molto fredda la nuova venuta, salvo poi ricredersi dopo che Arsenia dimostra la potenza delle proprie doti quando, durante un consulto con la signora Rosa Indelicato, prodigiosamente le dà i numeri per un terno sulla ruota di Palermo.

In questo modo, nel giro di una notte, la camera dell’albergo dove la maga alloggia e riceve diventa il centro non solo del paese, ma quasi di tutta la provincia di Montelusa. La stanza di Arsenia (che poi rivela essere Caterina il suo vero nome) si trasforma nel sancta sanctorum dove tutti gli abitanti manifestano i loro più profondi desideri, uno solo per volta e al prezzo di cinque lire. Caterina viene a conoscenza di cosa muove Vigàta e la provincia, ma in lei non c’è animo di truffatrice. Fa degli intrighi, certo, inganna e raggira, ma puntando alla felicità di chi davvero la merita: gente disgraziata, povera, cui i magici poteri divinatori di Arsenia possono essere realmente d’aiuto. Il giro di nomi e fatti della vita si chiude quando giunge la rivelazione della trovatura, un tesoro, nascosto in un orticello abbandonato e lontano da tutti e che Don Milluso, il ricco e mafioso del posto, vuole per sé. Il tesoro da cosa è composto? Oro, gioielli forse? Questa trovatura è senza dubbio una grande metafora, cui Camilleri dà, di volta in volta, un valore diverso per ciascuno dei suoi personaggi.

Il secondo racconto si intitola La Congiura, e cronologicamente si colloca un decennio prima dei fatti della Trovatura. Coprotagonista, assieme a Gaetana Buccè, è Francesco “Ciccino” Firrera, detto Beccheggio. Un uomo che ci viene descritto icasticamente così:

«Ciccino Firrera era un quarantino abbunnanti accussì laido da fari spavento. Piluso come a ‘na scimmia, la fronti vascia, con un occhio a Cristo e l’altro a San Giuvanni, àvuto sì e no un metro e cinquanta, la tistuzza nica nica da lucertola supra alla quali c’era ‘na tali massa di capilli nìvuri e ricci da pariri un cappeddro, aviva un paro di gamme accussì ad arco che quanno caminava pariva preciso ‘ntifico a ‘na navi che beccheggiava.»

Insomma, certamente non un fotomodello…
Il fatto che stupisce la signora Buccè è che Ciccino, all’apparenza rispettosissimo delle signore che frequenta per via della professione di sarto che svolge con inimitabile professionalità ed efficienza, pare nasconda l’animo di un focoso amatore, in grado di soddisfare le voglie di tutte le donne che frequenta, chiaramente in termini extraconiugali. Ma ciò che invece allarma Gaetana, la quale pure ha tentato di sedurre Ciccino ma con scarsi risultati, è aver notato che il sarto porta sulla via del peccato solo le donne i cui mariti ricoprono importanti ruoli nell’organizzazione del partito fascista locale. La moglie del console, la moglie del vicesegretario e così via. Possibile che Ciccino abbia ordito un piano, una congiura appunto, per macchiare d’infamia tutto il partito di Vigàta, sostenuto dai comunisti? La donna, da sempre pronta a denunciare misfatti di questo tipo, tanto che ricopre il ruolo di “Segretaria della sezione femminile fascista di Vigàta”, omonima femminile del ruolo che ricopre suo marito, indaga con l’aiuto di alcune sue amiche fino a scrivere una lettera alla Federazione per denunciare il fatto.
L’epilogo delle indagini, racchiuso in poche righe, non tradirà la tensione tenuta lungo tutta l’arco della narrazione.

Dalla lettura di questi due primi racconti possiamo già evidenziare alcuni elementi importanti per una interpretazione complessiva:
1) il mondo di Vigàta ruota attorno ad alcune figure sociali di riferimento, che possono essere caricate di significato positivo o negativo. Possiamo prendere a titolo di esempio, rispettivamente per ogni racconto, Arsenia/Caterina in chiave positiva e Don Paolino Milluso in quella negativa; mentre nel secondo episodio abbiamo Ciccino e Gaetana Buccè;
2) le donne del mondo di Vigàta sono donne molto forti. Il loro ruolo sociale rispecchia quello della società del tempo, dunque sono tutte dipendenti da una figura maschile di fatto dominante, ma nell’ambito domestico o comunque nell’ambito di tutto ciò che non arriva alle orecchie dei maschi, le donne agiscono e lo fanno con determinazione. I personaggi femminili sono tendenzialmente guidati da stimoli che ricadono sul sé: cercano di riparare un torto subito o causato, cercano di rendersi indipendenti, cercano di affermare la propria posizione nel loro ambiente; i personaggi maschili invece tendono alla dominazione sugli altri: vogliono la terra, vogliono i soldi, vogliono la donna d’altri.

Con questo articolo abbiamo iniziato a spolverare un vecchio mosaico, fatto di mare e sangue, di agrumi e invidia, un mosaico di una terra affascinante che col tempo è diventata un vero e proprio personaggio della letteratura italiana.

Cos’è umano? Cos’è divino? ovvero “Osvaldo, l’algoritmo di Dio” di Renato de Rosa

Di Gian Luca Nicoletta

Immaginate un mondo in cui ogni vostra scelta può esservi consigliata da un sito internet infallibile. Un sito che vi conosce a fondo, sa quali sono le vostre abitudini, i vostri costumi, tendenze, passioni, dubbi. Ve la sentireste di rimettere la vostra vita a questo sito, pur nella certezza che il 100% delle risposte che vi fornirà sarà sempre la soluzione migliore per voi?
Dilemma interessante, soprattutto se vogliamo mettere in conto il nostro libero arbitrio, la possibilità di autodeterminarci in base alle scelte che facciamo e che ci formano proprio perché non sappiamo mai con precisione dove ci condurranno.
Questo, come altri, sono i temi al centro di Osvaldo, l’algoritmo di Dio, il primo romanzo di un autore italiano, Renato de Rosa, pubblicato da Carbonio Editore nella collana “Cielo stellato“.

Il romanzo è ambientato all’università di Pisa e protagonisti sono un gruppo di ricercatori selezionati dal professor Romboni, luminare nel campo dell’informatica nonché prototipo del tipico barone universitario che spadroneggia in facoltà per diritto divino. I cinque, Dario, la voce narrante; Andrea, capofila del gruppo; Angela, Elisa e Vito, provengono da percorsi di studi differenti ma le loro competenze sono funzionali allo sviluppo di una nuova forma di intelligenza artificiale, la quale deve essere creata per una compagnia telefonica che ha sovvenzionato il progetto. Casualmente Elisa scopre il sito di un chatbot, un risponditore automatico cui per gioco si rivolge la prima volta e che proprio in nome di questo gioco decide di ribattezzare “Osvaldo”.

La perspicacia di Osvaldo colpisce il gruppo di ricercatori e, dopo vari esperimenti fatti per valutare con quanta approssimazione sia in grado di generare consigli verosimili ai nostri, scoprono un fatto sorprendente: il sito non solo fornisce consigli in una forma (sintattica e lessicale) perfettamente assimilabile a quella di un essere umano, ma inoltre fornisce consigli qualitativamente buoni. Dietro all’interfaccia anonima si nasconde un complesso algoritmo che non solo valuta statisticamente quale sia l’opzione più conveniente fra le due fornite dall’interlocutore, ma seleziona sempre (in realtà nove volte su dieci, come vedrete se leggerete il libro…) quella che porta al bene di chi gli ha posto la domanda. Com’è possibile tutto ciò? È proprio quello che il gruppo di protagonisti deve scoprire.
Questo interrogativo serpeggia sullo sfondo della narrazione, mentre in primo piano la lettura viene piacevolmente accompagnata da molte altre vicende scandite da ritratti a volte picareschi della quotidianità toscana. Andrea, in questo caso, funge da gonfaloniere dei colori più vivaci di questa terra, e lo fa attraverso il suo carattere ma soprattutto attraverso il suo modo di parlare: svelto, pungente, a tratti un po’ volgare ma mai insolente.

Il campione del mondo di scacchi, Garry Kasparov, perde la prima partita contro Deep Blue, un computer, nel 1996.

Il punto di svolta dell’intera vicenda avviene quando i ruoli si invertono: nonostante la fissità dei consigli dati da Osvaldo, il quale procede esclusivamente per affermazioni, questo giunge in un certo modo a chiedere qualcosa ai ricercatori, che a loro volta si vedono costretti a rispondere.
Faranno quanto Osvaldo chiede? E, ancor prima di questo interrogativo, è giusto anche solo pensare di fare quanto un computer ci chiede? Su questa domanda poggia gran parte dell’impalcatura narrativa architettata da de Rosa: un lungo ragionamento sul nostro modo di vivere e di cambiare, sulle motivazioni che ci spingono a riporre porzioni sempre maggiori della nostra vita nelle mani virtuali della tecnologia. Ma badate, il quesito non ci viene sottoposto in forma polemica: l’idea suggerita non è né quella di resistere alle macchine né quella di cedervi totalmente, mani e piedi legati. L’intento, semmai, è quello di far scaturire una riflessione sull’uomo, sulla tecnologia, sulla vita e su come tutti e tre questi elementi siano nati, dove, quando e perché.

La lettura di questo romanzo è vivamente consigliata: sia che siate degli informatici di professione, sia che siate appassionati all’argomento o, più semplicemente, siate alla ricerca di una lettura che sappia intrattenervi, Osvaldo, l’algoritmo di Dio sarà in grado di farvi passare ore piacevoli non senza darvi materiale sul quale ragionare nel tentativo di giungere alla domanda delle domande: ma Osvaldo, alla fine, chi è?

Se volete approfondire la conoscenza dell’autore, potete farlo guardando questa intervista. Buona visione e, soprattutto, buona lettura!

La malattia ‘letteraria’ in “Senilità” di Italo Svevo

Di Matteo Maci

Senilità è il secondo romanzo di Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo, pubblicato nel 1898. L’opera conobbe un successo molto limitato, probabilmente per lo stile innovativo del romanzo, che si discosta dallo standard naturalista/verista dominante per adottare soluzioni che diventeranno tipiche dei romanzi psicologici del XX secolo. Non è un caso che James Joyce, autore dell’Ulisse, aiutò Svevo a farsi conoscere nel panorama europeo: l’affinità tematica tra i due fu la base della loro amicizia.

La trama di Senilità si incentra sulle vicende di un impiegato, Emilio Brentani, che conduce un’esistenza monotona divisa tra il lavoro e la sorella Amalia, senza aver mai avuto in precedenza esperienze sentimentali o amorose. È per questa ragione che decide di intraprendere una relazione senza pretese con una giovane, Angiolina Zarri, facendosi consigliare dall’amico Stefano Balli, uno scultore che non ha conosciuto troppo successo in ambito artistico, ma che è totalmente opposto a Emilio per stile di vita: egli è descritto come un uomo imponente, non solo dal punto di vista fisico ma anche psicologico, capace di mettersi al centro dell’attenzione e di attrarre numerose donne, tra le quali, inconsapevolmente, Amalia, la cui passione nascosta per lo scultore la porterà un giorno alla follia e alla morte. In contemporanea a questi fatti, Emilio decide di abbandonare Angiolina, anche alla luce dei numerosi tradimenti di cui viene a conoscenza nel corso della vicenda: l’ex amante finisce per fuggire in un altro paese con un altro uomo.

Svevo
Italo Svevo

L’opera aveva originariamente un altro titolo, Il Carnevale di Emilio, con palese riferimento non solo al periodo nel quale si svolgono i fatti, che è quello dei festeggiamenti del Carnevale, ma anche alla realtà pirandelliana raccontata: tutti i personaggi indossano una maschera che cade con la forte analisi psicologica operata dall’autore. Scopriamo infatti che Emilio non è l’uomo che vorrebbe essere, non è padrone di sé, è incapace di dare una direzione alla sua vita ed è succube di schemi letterari che non coincidono mai con la realtà e che lo portano ad idealizzare la figura di Angiolina, descritta come una donna-angelo piena di vita che ricorda la Laura di Petrarca; scopriamo che la sorella Amalia, che in apparenza potrebbe risultare la figura più coerente della vicenda, non è sorda alla passione amorosa ma da essa si fa travolgere fino alla morte; scopriamo che Angiolina non è la donna onesta e pura che Brentani credeva di aver conosciuto; persino Balli non è l’uomo forte e indipendente che si mostra e finisce per essere anch’egli succube di visioni ideali fatte di immagini artistiche, anche queste, come quelle di Emilio, lontane dalla realtà effettiva. Senilità, il titolo definitivo del romanzo, rimarca con forza la “vecchiaia” dell’animo di Emilio, ne sottolinea l’inettitudine, l’incapacità di dare una svolta alla propria esistenza, l’essere succube a delle idee cui cerca continuamente di dare un (inesistente) riscontro nella realtà.

L’opera di Svevo risente di numerose influenze filosofiche e prende in esame temi che diverranno predominanti nell’indagine filosofica nella prima metà del Novecento, come la funzione del sogno, che verrà approfondita nella psicanalisi di Freud in opere come L’interpretazione dei sogni. Il sogno per Amalia, che conduce un’esistenza scandita dal colore grigio (Svevo usa questo colore per dipingere la donna, adoperato per indicare talora la carnagione talora gli occhi), costituisce un rifugio nel quale evadere dalla realtà e realizzare i suoi propositi proibiti, come quello del matrimonio. Senilità tratta anche le tematiche legate all’inconscio, centrali nella psicanalisi freudiana. Da Freud si distacca nel ruolo attribuito alla psicanalisi, che per Svevo non ha alcun valore terapeutico ma è un efficace strumento di indagine della realtà. Altri riferimenti filosofici in Senilità sono ravvisabili nella figura di Stefano Balli, che incarna la figura del superuomo, in contrasto con quella dell’inetto Emilio: a differenza di quest’ultimo, lo scultore è totalmente padrone della sua vita, riesce a vivere i sentimenti a cui aspira con coraggio e volontà di potenza, cioè l’esatto opposto della senilità che contraddistingue Brentani. Più che l’Ubermensch delineato da Nietzsche, Balli si avvicina alla figura del superuomo dannunziano, un esteta votato all’arte, pervaso dallo spirito dionisiaco che emerge quando immagina di ritrarre Angiolina come una Baccante, ossia come una sacerdotessa di Dioniso, in preda ad un passionale furor bacchico. L’intera visione della vita di Brentani sembra rifarsi alla filosofia di Schopenhauer: la volontà altro non è, in ultima istanza, che un noumeno che non ha nessun riscontro nella realtà fenomenica ed è quindi causa del dolore, o, più nello specifico, della malattia, parola chiave del romanzo. La malattia non è solo quella psicofisica di Amalia che la porterà alla morte, ma anche quella di Emilio, la sua inettitudine da cui vorrebbe “guarire” come afferma egli stesso a più riprese nel corso della vicenda. Persino Balli, pur vivendo seguendo pienamente la sua volontà, non accetta la realtà lucidamente ma si propone di plasmarla secondo i propri personali parametri, ovviamente fallendo. Un altro dei numerosi rimandi alla filosofia nel romanzo è ravvisabile nei propositi stessi di Emilio, in bilico tra il desiderio di assumere la figura del seduttore o del Don Giovanni nei confronti di Angiolina e quello di agire da pater familias nei riguardi della cagionevole e debole sorella Amalia, entrambi atteggiamenti umani rilevabili nella filosofia di Kierkegaard.

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Il porto di Trieste, città natale di Svevo, in una fotografia del 1885.

Alla fine del romanzo, l’inetto Brentani non riuscirà a realizzare nessuna delle due intenzioni: Angiolina gli sfugge definitivamente; Amalia muore anche per la sua noncuranza, che lo porta a non accorgersi che la sorella ha iniziato a consumare etere per trovare conforto alla sua insoddisfazione sentimentale, il che sarà la reale causa del delirio e della morte di questa. Il tema della scelta attraversa il romanzo mostrando come solo Angiolina e Balli siano capaci di decidere per la loro vita con fierezza e consapevolezza: Emilio ed Amalia inseguono dei sogni compiendo delle scelte esclusivamente condizionati da questi e non riescono ad accettarne le conseguenze, finendo per tornare continuamente sui loro passi, in un vero e proprio circolo vizioso che non trova una vera conclusione — alla fine del romanzo, Emilio idealizzerà come simbolo di un futuro socialista ancora la radiosa figura di Angiolina, questa volta immaginata col carattere schivo e mite della sorella, non riuscendo quindi ad accettare che la donna è esattamente quello che si è dimostrata: una persona immorale e infedele che ha approfittato dei suoi sentimenti.

Nel capitolo XIV, che chiude il romanzo, Emilio fa una riflessione profonda sulla condizione umana:

«Strano — pensò, — sembrerebbe che metà dell’umanità esista per vivere e l’altra per essere vissuta».

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Con questa potente osservazione Emilio si accorge che Angiolina esiste perché egli possa vivere: senza la sua figura egli sarebbe cioè totalmente perso. Oltre che ad Angiolina, è bene considerare che Emilio fa dipendere fortemente le sue decisioni dal consiglio di Stefano Balli. Si osserva infatti come l’amicizia tra lo scultore e Brentani nasca da due necessità puramente egoistiche dei personaggi: quella di Stefano di avere un amico con il quale poter fare vanto di sé e delle sue abilità e quella di Emilio di avere una figura di riferimento nella vita, quasi paterna. Il protagonista ipotizza questa sorte per almeno la metà degli esseri umani, incapaci di vivere “per sé” ma unicamente in funzione di qualcuno o di qualcosa, succubi delle loro idee e dei loro desideri che non riescono a realizzare per la loro senilità. Svevo getta in questo modo un’ombra sul destino dell’uomo: siamo davvero padroni di noi stessi, capaci di dirigere in modo indipendente la nostra vita? O è forse più coerente ammettere di essere schiavi delle circostanze e di vivere secondo schemi dai quali non riusciamo a liberarci, mentre cerchiamo di raggiungere i nostri obiettivi? È per questo motivo che leggere le vicende di Emilio e seguirlo nei suoi ragionamenti è come guardarsi allo specchio: è spontaneo trovare frammenti di sé nell’inettitudine di un uomo che in ogni suo gesto si riscopre essere “umano, troppo umano”.

Un posto per due: madre e figlia protagoniste di “La straniera” di Claudia Durastanti

Di Andrea Carria

Pochi giorni fa ho terminato la lettura di La straniera, recente libro di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019), incluso nelle cinquina finalista dell’ultimo Premio Strega, e come sempre desidero condividere con voi le mie impressioni.

La prima cosa da dire è che non siamo in presenza di un romanzo ma di un memoir, di un racconto autobiografico. Non si tratta di una precisazione tecnica né di merito, ma solo di un dato di cui il lettore e le sue aspettative devono essere informati. Non esiste una trama da scoprire, un eroe da imparare a conoscere e a cui affezionarsi, tuttavia una storia c’è e tratta del rapporto della figlia con la madre.

Tutti noi siamo figli e sappiamo che i rapporti con i genitori possono essere molto complessi anche nella più comune delle situazioni. Ma cosa scatta, come si costruisce il rapporto con una madre disabile da parte di una figlia “sana”? La storia raccontata da Claudia Durastanti nel suo libro si confronta proprio con questo delicato argomento, parlando della sua esperienza di figlia nata da due genitori non udenti.

Il libro inizia a Roma, con l’incontro della madre con il futuro compagno. Lui sta meditando di farla finita gettandosi da un ponte sul Tevere, ma il provvidenziale intervento di lei lo blocca, salvandogli molto probabilmente la vita. È l’inizio di una frequentazione burrascosa fatta di fughe e ricongiungimenti in cui nemmeno l’arrivo di due figli riesce a portare un po’ d’ordine. La famiglia cambia spesso città e addirittura Paese, raggiungendo Brooklyn nei primi anni ’80. Ma anche l’America si rivelerà essere solo una tappa, e un bel giorno la donna compra un biglietto di sola andata per la Basilicata, portando con sé i due figli ancora piccoli. Nel paesino natale della madre, la protagonista si scontra con una realtà profondamente diversa da quella americana in cui è nata e ha vissuto fino a quel momento. Al senso di inadeguatezza per essere figlia di genitori disabili si aggiunge così quello di estraniazione, di inettitudine sociale, che si esplica nell’impossibilità di riconoscersi fino in fondo in un gruppo, in una classe, in un solo Paese e in una sola lingua.

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Come il titolo stesso dichiara in maniera incontrovertibile, l’estraneità è il fil rouge che percorre il libro da cima a fondo. Osservando il dialogo che si instaura tra certi capitoli, è come se Durastanti abbia inteso redigere un catalogo di esempi, luoghi e situazioni in cui una persona, nell’arco della vita, può arrivare a percepirsi come un’estranea, una straniera. Testimoni di questa condizione esistenziale sono due: la protagonista, che racconta in prima persona le varie metamorfosi di questo suo sentimento, e soprattutto la madre, per la quale l’essere straniera è una condizione che si porta dietro dalla nascita. È precisamente su questo punto che l’esperienza di madre e figlia si biforca: per la prima l’estraneità è una condizione che fa parte della sua persona, con la quale convive da sempre, un marchio che le è stato imposto dal destino e dagli altri, ma che è comunque suo, le appartiene fino in fondo; anche per la figlia l’estraneità è un marchio che altri hanno impresso alla sua identità sociale, ma nel suo caso non c’è un’appartenenza diretta, è suo solamente perché ce l’ha la madre, e se fosse nata in una famiglia diversa non l’avrebbe posseduto.

All’eredità segue l’accettazione della stessa. Bollata come «la figlia della muta» dagli abitanti del paese materno, la protagonista comincia ad accettare il giudizio che gli altri hanno formulato su di lei e vi si adegua. Lo farà così bene che sarà poi lei stessa, una volta adulta, a continuare a vedersi fuori posto ovunque, a trovare nuovi motivi di distinzione, quasi come se inseguisse la diversità piuttosto che cercare di affrancarsene.

E ora veniamo alla valutazione del libro. La straniera è un’opera ambiziosa di un’autrice giovane e consapevole delle proprie capacità. La scrittura è piacevole, il lessico ricco, molte delle esperienze descritte trasudano di vita vissuta e di tanta, tanta voglia di comunicare. Il tema della comunicazione e del desiderio di farsi comprendere è ampiamente sviluppato: le pagine in cui Durastanti racconta il mondo privo di suoni della madre, dove traccia e cerca di condividere con il lettore il suo universo semantico, sono piene di sentimento e di verità, in assoluto le migliori di tutto il libro.

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Scorcio di Matera, Basilicata

Per questo motivo l’impronta dalla madre sul testo è particolarmente forte. Durastanti ne fa la protagonista indiscussa di numerosi capitoli, soprattutto nella prima parte, e questo crea subito un particolare interesse nei suoi confronti da parte del lettore. Intanto gli anni passano, la figlia cresce e si emancipa, e nel libro inizia a rivendicare uno spazio narrativo più ampio, che sia tutto suo, sottraendolo edipicamente alla madre. Il rapporto si colora di nuove tinte e sfocia in una larvata competizione madre-figlia che non è raccontata solo dalle parole, ma si osserva anche nel numero delle pagine dedicate all’una oppure all’altra, quasi come se l’indipendenza della figlia sia un problema di quanti riflettori puoi permettersi. Il fatto però è che il rapporto era sbilanciato già in partenza, e non a favore della protagonista-scrittrice. Quello che Claudia Durastanti non ha infatti considerato è che la sua esperienza di vita è letterariamente interessante nella misura in cui viene condizionata dai disagi della madre. Il libro soffre l’allontanamento di quest’ultima più del consentito e l’interesse del lettore stenta a essere risvegliato dalle esperienze autonome della figlia, ormai diventata una giovane donna. Dal punto di vista letterario si assiste così a un esito insolito: gli anni della gioventù, la cui rievocazione ha fatto la fortuna di intere generazioni di scrittori, qui sono privi di mordente e in generale risultano decisamente poco intriganti.

Durastanti cerca di conferire un’aura speciale alle sue esperienze per mezzo di una scrittura ricercata e altamente letteraria, eppure il risultato ottenuto lascia a desiderare. Il problema non è di stile, ma di contenuto: ciò che la scrittrice sviluppa nella parte centrale e finale del libro è un autobiografismo piuttosto ordinario, il racconto di un vissuto comune alla maggioranza dei trentenni di oggi e che la lingua, da sola, non può rendere più interessante. L’impiego di un lessico ricco all’interno di frasi appositamente studiate per fare eco (sebbene abbiano poco da rivelare), può anzi suscitare nel lettore un effetto contrario. La bella scrittura si trasforma così in un esercizio di stile, in un mera ostentazione che, alla lunga, stanca.
Ma, cosa addirittura peggiore, questa lingua e questo stile non hanno saputo definire né dare un nome al malessere esistenziale lamentato dalla voce narrante. Qual è, per esempio, il problema che fa dire alla protagonista che si sarebbe perduta se non fosse arrivato qualcuno a raccoglierla? Dopo aver studiato, viaggiato, lavorato nel proprio settore, scelto liberamente il paese in cui vivere e la persona da avere al proprio fianco, è possibile che il disagio di questa donna poco più che trentenne, emancipata e in salute, continui a essere lo stesso della ragazzina sradicata dal proprio ambiente e che la gente semplice di un paesino lucano chiamava «la figlia della muta»? Non me lo sto chiedendo con retorica, ma perché mi manca un passaggio, e può anche darsi che io non l’abbia semplicemente capito. In tutta onestà, ammetto però di non essere riuscito a provare empatia per la sua afflizione.

Inoltre, il fatto che Durastanti abbia spacchettato la sua vita in tanti episodi, di averla frantumata in schegge non più lunghe di un capitolo e fra loro quasi mai dialoganti, ha pregiudicato lo sviluppo del più effimero andamento narrativo. Un grave limite che ho riscontrato nella Straniera è stata infatti l’impossibilità oggettiva di poterlo leggere come un romanzo. Ci sono evidenti inserti saggistici che però non sono responsabili di questa mancanza (ho sempre pensato che i saggi di Virginia Woolf siano più avvincenti delle sue opere letterarie); al contrario credo, anzi sono sicuro, che l’antiromanzo fosse il modello a cui Durastanti si sia riferita, in quanto è estremamente difficile che una scrittrice/scrittore concepisca un testo — di qualunque genere sia, non importa — e lo privi di tutto il suo potenziale romanzesco.

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Claudia Durastanti (fonte: raicultura.it)

Considerati pregi e difetti, La straniera non è stata la lettura che mi attendevo, per cui il giudizio che sono costretto a darle non è completamente positivo. In realtà quello che mi sento di fare è esprimere due valutazioni, in quanto, arrivato in fondo, si accresce in me la sensazione di aver letto due libri in uno. Il primo mi ha convinto appieno, impressionandomi piacevolmente; l’altro invece mi ha lasciato perplesso e ho faticato a riconoscermi in ciò che leggevo malgrado le esperienze e i problemi affrontati fossero quelli della mia generazione. Ho fatto fatica a giungere in fondo ad alcuni capitoli, non capivo cosa la scrittrice volesse comunicare della sua vita quando invece era stata così brava, così originale proprio nella descrizione delle barriere comunicative che vigono nel mondo silenzioso della madre.

Forse Durastanti non ha ben compreso che la vera protagonista della sua storia non era Claudia, né avrebbe potuto diventarlo. Questo ruolo era già della madre, ed erano state proprio lei e la sua bella scrittura ad assegnarglielo. Da lettore ho capito la realtà delle parti quando non trovavo più la madre fra le pagine e ne avvertivo la mancanza. La scrittrice ha voluto sovrapporsi a essa fino a sostituirla, credendo che il suo libro/autobiografia ne avrebbe sopportato la sterzata, ma non è stato così. È arrivata a contenderle persino lo status di straniera, quando in realtà la sola evidenza che almeno io ho ricavato da questa lettura è che c’è una straniera soltanto.

L’errore più grande compiuto da Claudia Durastanti è stato quello di non aver capito in tempo che l’unico modo che aveva di stare sul palco era da coprotagonista.

Il desiderio triangolare nella “Noia” di Alberto Moravia

Di Andrea Carria

La noia è uno dei romanzi più conosciuti di Alberto Moravia, pubblicato da Bompiani nel 1960 e vincitore, l’anno seguente, del Premio Viareggio. In dialogo stretto con Gli indifferenti, il romanzo che nel 1929 proiettò Moravia nel panorama letterario italiano, La noia rivanga il genere esistenzialista in un periodo in cui quest’ultimo aveva già perduto gran parte della sua forza propulsiva (il 1960 è anche l’anno della Critica della ragion dialettica, volume che segnò l’inizio di una nuova fase del pensiero di Jean-Paul Sartre), in favore di altri protagonisti, come per esempio lo strutturalismo in ambito filosofico e il nouveau roman in ambito letterario.

Moravia fu uno dei primi scrittori a esplorare per via romanzesca la questione esistenziale. La pubblicazione degli Indifferenti risale a nove anni prima della Nausea e anticipa di sei la scrittura dell’Azzurro del cielo, trascurato romanzo esistenzialista di Georges Bataille, scritto nel 1935 ma pubblicato soltanto nel 1957. In un’intervista alla «Stampa» del 21 maggio 2014, Dacia Maraini è tornata sull’argomento rivendicando il primato moraviano:

«L’esistenzialismo non è stato solo un atteggiamento mentale, filosofico ma anche un linguaggio distaccato, che comprendeva il dolore ma ne prendeva le distanze; questa era una novità per la letteratura mondiale ed è quello che ci hanno restituito Camus con Lo straniero e Sartre con La nausea: un dolore proiettato sulle cose che non si racconta ma si rappresenta in maniera cruda e distaccata […]. Rileggendo questo libro [Lo straniero] ho capito quanti legami ci siano fra la prosa di Camus e quella di Moravia e, inoltre, che Camus sia entrato nel solco dell’esistenzialismo quando Alberto l’aveva già ampiamente tracciato».

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Alberto Moravia (1907-1990)

Ma nella Noia non c’è solo il filone esistenzialista, sebbene questo occhieggi già nel titolo. La trama del romanzo, le dinamiche intrecciate dai personaggi, i loro legami e relazioni suggeriscono un’interpretazione d’altro genere, ispirata dalla teoria più famosa dell’antropologo e filosofo francese René Girard, confermando ancora una volta l’appartenenza dell’opera di Moravia alla famiglia dei grandi romanzi europei.

Nel saggio del 1961 Menzogna romantica e verità romanzesca, Girard ha messo a nudo un meccanismo psicologico che ha aiutato a riscrivere ciò che fino a quel momento si credeva di sapere dell’innamoramento. Rileggendo le opere di alcuni dei maggiori autori della tradizione letteraria occidentale (Cervantes, Proust, Dostoevskij, Stendhal), Girard ha mostrato come alcuni fra i più importanti personaggi romanzeschi (e gli uomini insieme a loro) rispondano alla legge del «desiderio triangolare», in cui sono previsti: un soggetto (colui che desidera), un oggetto (colui che viene desiderato) e, come vertice alto del triangolo, un mediatore (colui attraverso il quale transita il desiderio del soggetto per l’oggetto). Il mediatore è l’Altro, il modello più o meno nascosto che ciascuno di noi cerca di imitare. Il suo potere può essere molto grande, tuttavia una piena manifestazione avviene solo in quei soggetti in cui il desiderio non riesce a prendere una via autonoma, ma abbisogna, per l’appunto, di un esempio positivo da ricalcare. Girard prende come esempio Don Chisciotte di Cervantes. Don Chisciotte – spiega – è un uomo incapace di avere desideri propri: le imprese alle quali aspira e che in qualche maniera pure realizza gli provengono da fuori, come risultato dei modelli derivanti dalle letture che ha fatto (l’Amadigi di Gaula di Garci Rodríguez de Montalvo). Il binario tradizionale che unisce il soggetto desiderante all’oggetto desiderato si è arrugginito; adesso il traffico si è spostato su un binario più lungo che solo in apparenza conduce alla medesima tappa:

«La linea retta è presente nel desiderio di Don Chisciotte, ma non è l’essenziale; al di sopra vi è infatti il mediatore che contemporaneamente involge soggetto e oggetto. La metafora spaziale che esprime questa triplice relazione è evidentemente il triangolo. L’oggetto muta con l’avventura, ma il triangolo sussiste».

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Schema del “desiderio triangolare” riferita all’analisi del “Don Chisciotte”

Nella struttura triangolare del desiderio, il mediatore può assumere due posizioni: esterna, dove il mediatore si trova fuori dalla portata del soggetto, magari perché, come nel caso di Don Chisciotte, si tratta di un personaggio letterario, di fantasia; oppure interna, dove invece il mediatore ricopre una posizione raggiungibile dal soggetto, per esempio quella di un personaggio “reale”.

«Le opere romanzesche si possono dunque raggruppare in due categorie fondamentali, nel cui ambito sono possibili infinite distinzioni secondarie. Parleremo di mediazione esterna laddove la distanza fra le due sfere di possibili, che s’accentrano rispettivamente sul mediatore e sul soggetto, sia tale da non permetterne il contatto. Parleremo di mediazione interna laddove questa stessa distanza sia abbastanza ridotta perché le due sfere si compenetrino più o meno profondamente».

Ora, nel romanzo di Moravia ritroviamo tutti questi elementi: ai vertici del triangolo ci sono il protagonista Dino in qualità di soggetto, la sua amante Cecilia come oggetto, e il pittore Balestrieri nei panni di mediatore interno. Dino, rampollo di una famiglia dell’alta borghesia romana, è vittima di un profondo malessere esistenziale, non estraneo al disprezzo per sé stesso e per il proprio status, che lui identifica con la noia. Nel corso degli anni, la noia è stata la compagnia più fedele della sua vita e molti sono stati i palliativi che ha provato contro di essa, fra i quali, ultimo in ordine di tempo, la pittura. Nelle vicinanze del suo studio, si trova l’atelier di un altro pittore, Balestrieri, un donnaiolo consumato con cui Dino ha solo rapporti di buon vicinato. Le cose cambiano al momento della morte di Balestrieri e dell’incontro fortuito che Dino fa con una delle modelle del collega, Cecilia. Dino avverte fin da subito una netta trasformazione dei suoi sentimenti nei confronti del defunto:

«Il vecchio pittore di cui non mi ero mai curato finché era vivo – ammette –, era diventato per me, dopo la sua morte, un oggetto di attrazione inorridita e incomprensiva. In realtà, mi dicevo qualche volta, Balestrieri per me era un poco quello che è uno specchio per un malato: una testimonianza irrefragabile dei progressi della malattia. Pensavo soprattutto a Balestrieri ogni volta che sospettavo di fare qualche cosa che lui aveva già fatto».

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Lo specchio nel quale Dino dice di trovare riflesso l’avanzamento della malattia, in realtà, non mostra alcun esantema, se non le conseguenze dovute alla riduzione della distanza fra il mediatore e sé stesso. Conseguenze che, effettivamente, a quel punto della storia, Dino avverte in maniera davvero molto intensa nella forma della passione che egli prova per la giovane Cecilia, l’oggetto fisico che completa la struttura triangolare teorizzata da Girard:

«A mano a mano che la funzione del metafisico [cioè del mediatore] si ingrandisce, nel desiderio, la funzione del fisico [cioè dell’oggetto] diminuisce. Più il mediatore si avvicina, più la passione si intensifica e l’oggetto si svuota di valore concreto».

E nella Noia troviamo esattamente descritto questo passaggio più di una volta, sempre più insistentemente man mano che si riduce la distanza tra soggetto e mediatore:

«Stranamente, mentre in passato mi ero trattenuto dal fare certe cose appunto perché sapevo che Balestrieri le aveva già fatte, adesso, invece, mi sentivo inclinato a ricorrere all’agenzia proprio perché Balestrieri vi aveva ricorso. Era come se, avendo riconosciuti vani i miei sforzi di fermarmi lungo la china sulla quale Balestrieri era scivolato, io mi fossi deciso a fare apposta le cose che lui aveva già fatto, quasi che farle di mia volontà e consapevolmente, fosse stato la sola maniera di distinguermi da lui, che, invece, le aveva fatte suo malgrado e in una condizione di incoscienza molto vicina alla mania».

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René Girard (1923-2015)

Ma ora veniamo all’oggetto desiderato, Cecilia. Cecilia è una ragazza di diciassette anni che già da qualche tempo ammiccava a Dino, ma di cui lui prima non si era mai curato. Come ex amante di Balestrieri, viene da sé che Cecilia diventi l’oggetto del desiderio di Dino solo nel momento in cui egli elegge Balestrieri come suo mediatore. Dino ama Cecilia, ma in realtà non si tratta né di vero amore né di vera passione. È il mediatore Balestrieri ad accendere in lui tali sentimenti per la ragazza. In essi non c’è naturalezza: Cecilia è solo l’oggetto circostanziato di un desiderio indotto, artificiale; la contingenza fatta persona. Mora o bionda, matura o acerba, concisa oppure loquace, nessun attributo fisico o intellettuale che la ragazza potrebbe possedere è responsabile dell’innamoramento di Dino, il quale la ama solo perché Balestrieri l’ha amata prima.

L’individuo che si sceglie un mediatore sente il bisogno urgente di essere qualcun altro: «Per voler fondersi a tal punto nella sostanza dell’altro, bisogna provare per la propria una ripugnanza insuperabile», ha scritto Girard. È questo l’innesco più forte di ogni mimesis. Tuttavia, per quanto uno tenti, nessuno è davvero in grado di divenire altro sostituendosi al mediatore. Nei casi di mediazione interna come quello della Noia, dove la distanza fra soggetto e mediatore è così minima che Dino riesce a possedere fisicamente l’oggetto del proprio desiderio (cosa che invece non accade per esempio a Don Chisciotte), individuo e mediatore possono arrivare a sfiorarsi, ma identificazione completa non vi è mai; nel caso in cui avvenisse, verrebbe meno il desiderio triangolare e con esso l’intera impalcatura romanzesca. Il desiderio può aumentare, la passione crescere, l’invidia e l’odio fiorire, la mediazione sdoppiarsi, ma soggetto e mediatore sono comunque condannati a rimanere ontologicamente distinti.

Un esempio di relazione fra personaggio e non-luogo: il ruolo del corpo in “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini

Di Gian Luca Nicoletta

 

L’elemento che sicuramente caratterizza lo stile di Pasolini in Ragazzi di vita, a prescindere dal vocabolario scurrile, è quello corporeo. Lo stile narrativo, la prospettiva realistica che egli adotta, non mancano mai di concentrare l’attenzione sull’aspetto fisico dei suoi personaggi. Il primo che si può notare si trova nel secondo racconto della serie che forma questo romanzo, intitolato “Il Riccetto”:

«S’asciugò la faccia bagnata di pioggia, giovane e tutta rugosa, coi labbroni che gli pendevano…»

Gli elementi caratteristici che vengono forniti non riguardano il Riccetto, bensì un personaggio secondario che sparirà nel corso della narrazione. Fondamentali però sono gli aggettivi qui scelti da Pasolini, in particolare l’ossimoro riferito alla faccia giovane/rugosa utilizzato per caratterizzare il volto del ragazzo, “il napoletano”.
Ritengo l’espediente retorico importante poiché riassume perfettamente l’intero quadro storico che sta dietro alla narrazione delle avventure dei Ragazzi. L’elemento realistico è centrale, in quanto rimanda a una poetica ben più complessa che Pasolini fa sua e cioè la volontà di raccontare esattamente la realtà che vivono i giovani proletari romani. Il fatto che il napoletano sia giovane ma abbia allo stesso tempo la faccia rugosa è sinonimo di una condizione sociale e lavorativa estremamente degradata, che costringe tutti gli appartenenti agli strati più bassi della società, come per esempio i giovani, ad eseguire lavori molto faticosi che già provano le condizioni fisiche.

La Marana_Centro Studi Pier Paolo Pasolini
La Marana (fonte: Centro Studi Pier Paolo Pasolini)

Dunque in una prospettiva analitica nonché critica di una società spaccata e contraddittoria, vista dagli occhi di uno scrittore operante in un periodo dove la democrazia cristiana era in auge, l’attenzione per il dettaglio fisico è profondamente rilevante. I luoghi della Roma post-bellica del 1946 possono essere diversi l’uno dall’altro e distintivi delle classi sociali che lì abitano; ma un corpo giovane, semovente, smunto dal poco mangiare e con la pelle già segnata dalle fatiche del lavoro ha una capacità d’azione rappresentativa della realtà sociale coeva molto più efficace. Per questo il corpo assume un ruolo centrale: sia per ricoprire in pieno il suo valore rappresentativo sia come fulcro di una realtà che attorno ad essa crea il suo mondo.

Nei diversi contesti nei quali agiscono, i corpi di Pasolini raramente sono soli. Ovvero è quasi sempre presente un contatto, che può anche essere scontro in una lite, uno strattone per attirare l’attenzione, un gioco manesco. Il corpo, se non ha nulla con cui entrare in contatto, è come uno strumento muto: lo scambio fisico è il motore che porta avanti le azioni.

Tutto questo, e così introduco il secondo elemento critico, mette in campo una riflessione sugli scambi tra individui che agiscono nel non-luogo, cioè determinano il modo in cui si definisce una relazione. Il «non-luogo» di cui abbiamo già parlato altrove, è una condizione specifica degli spazi non-abitati, né vissuti da alcun essere umano. In particolare ce ne parla l’antropologo Marc Augé in un bellissimo testo (uno fra i tanti) dedicati al tema e alla categoria da lui stessa creata. Un esempio del rapporto fra questa categoria spaziale e umana e i nostri corpi, in Ragazzi di vita, ci viene proposto grazie al personaggio di Nadia:

«Nadia stava lunga sulla rena, ferma, con una faccia piena di odio contro il sole, il vento, il mare, e tutta quella gente che s’era venuta a metter sulla spiaggia come un’invasione di mosche s’una tavola sparecchiata. […] La Nadia stava distesa lì in mezzo con un costume nero, e con tanti peli, neri come quelli del diavolo, che gli s’intorcinavano sudati sotto le ascelle, e neri, di carbone, aveva pure i capelli e quegli occhi che ardevano inveleniti».

La presentazione di questo personaggio nel contesto artistico è molto importante, si capisce, specialmente se si vuole veicolare l’opinione del lettore o spettatore. In questo caso l’idea che affiora leggendo la descrizione di Nadia non conduce a un immaginario sensuale o erotico (cosa che in linea teorica avrebbe dovuto essere, dato che Nadia è una prostituta e viene chiamata da alcuni amici di Riccetto che hanno desiderio di perdere con lei la loro verginità). Il corpo della donna non viene mortificato, ma gli si attribuisce un’aria di volgarità che fa perdere la femminilità che invece ci si aspetterebbe per questo personaggio. Nadia non ha nulla a che vedere con una figura gentile: è impaziente, disturbata dalla mole di bagnanti e scocciata di dover sottostare ai desideri di tre giovani appena diventati adolescenti.

Pasolini_fonte Culturalife
Pasolini e i Ragazzi (fonte: Culturalife)

In questo senso, come accennavo prima, il personaggio Nadia incarna sia la personalità dell’individuo che si trova a interagire con uno spazio che non gli appartiene, sia la personalità che difficilmente può innescare relazioni di confronto con gli altri. I parallelismi e gli ossimori piacciono molto a Pasolini, questo è chiaro ed emblematico di tutta la sua attività creativa, della sua stessa vita, e ciò emerge anche da Nadia. Lei non si mescola con le persone, con la gente, non riesce e fare di sé una parte di un luogo. Facendo venir meno i punti teorici che Augé determina per i luoghi, la spiaggia sulla quale lei si trova diviene, quasi automaticamente, un non-luogo. Questo, così come ve ne ho parlato in merito a L’Estraneo di Tommaso Giagni, costituisce per me un altro punto in favore di una mia personalissima teoria critica: i non-luoghi non esistono di per sé stessi, ma sono determinati e determinabili sono in base alle relazioni che gli esseri umani che li frequentano vi intrattengono. Un luogo per una persona può essere un non-luogo per tante altre. La letteratura di Pasolini, come quella di Giagni, di Siti, di Less, ci aiuta a comprendere un aspetto molto importante dei noi esseri umani: definisce il mondo nel quale viviamo e ci aiuta, attraverso questa definizione, a comprenderlo.