Tutto sta nel non abbattersi. “Less” di Andrew Sean Greer

Di Andrea Carria

 

Quando le cose non vanno è inutile stare a piangersi addosso. Dirlo è facile, un po’ meno farne il proprio vademecum. Fra tanti che rinunciano in partenza, c’è però chi riesce ad armarsi della determinazione necessaria e cambiare aria. Arthur Less è uno di questi. Scrittore mediocre e uomo ordinario con uno speciale talento per i fallimenti amorosi, Less, alla soglia dei cinquant’anni, parte per un giro in solitario intorno al mondo con l’obiettivo di mettere più distanza possibile fra sé e il matrimonio del suo ex fidanzato.

Lui, il viaggio, l’ha pianificato nel dettaglio: otto destinazioni, altrettanti voli da prendere, una tabella di marcia straripante di appuntamenti e nessuna voglia di fermarsi a riflettere sulla propria situazione.

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Certo, si tratta di un’impresa ambiziosa e che si presenta molto impegnativa soltanto a immaginarla. Chi di voi è un viaggiatore esperto si sarà già fatto due conti, figurandosi quanti e quali inconvenienti potrebbero verificarsi. Tuttavia nessuno di voi è Arthur Less, per cui i vostri sforzi — lasciate che ve lo dica — sono destinati a impallidire di fronte alle disavventure del nostro, improbabile eroe. Nondimeno consentitemi di darvi un consiglio: non state a preoccuparvi troppo per lui e godetevi lo spettacolo!

Dagli affollati mercati di Città del Messico con la lingua ustionata dai peperoncini a tre ristoranti kaiseki in un sol giorno a Kyoto, dalla gita nel Sahara in groppa a un dromedario, con tanto di tempesta di sabbia, al ricovero in ospedale, in India, per colpa di un ago in un piede, passando per i milleuno disguidi col tedesco che disorientano gli studenti del suo corso berlinese: ovunque vada, Less sa sempre come rendere indimenticabili i suoi soggiorni. Come la maggior parte di noi, quando la situazione si complica, non ha assi nella manica da calare. Non che se ne resti con le mani in mano: il buon Less, che apparentemente non ha colpa delle proprie sfortune, si arrabatta, si dà da fare, se lo metti in mare nuota e magari arriva pure vicino alla riva, ma da lui non si può pretendere che arrivi davvero a capo di qualcosa. Ciò nonostante è abbastanza fortunato o scaltro da cavarsela, paradossalmente salvando la faccia più spesso di quanto non salvi i vestiti o il bagaglio. Spicca in statura, ma non per particolari doti (salvo il baciare, in quello sembra sapere il fatto suo), tuttavia se pure un tipo del genere possiede una risorsa, in lui, in Arthur Less, questa coincide nientemeno che con la sua stessa condanna di uomo e di scrittore: la mediocrità.

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Se come personaggio romanzesco la mediocrità è la marcia in più di Less (il cui cognome, in inglese “meno”, crea un indicativo gioco di parole), quella del libro è senz’altro l’ironia. Andrew Sean Greer, il vulcanico tour operator dell’odissea lessiana, si diverte e fa divertire: la sua penna, fresca e leggera, è come uno specchio piazzato davanti ai difetti più comuni degli uomini, dove ciascuno, riconoscendosi, non può fare altro che strappare un sorriso. Con Less, d’altro canto, è quasi impossibile non solidarizzare. Pur essendo vittima dei suoi stessi errori e sviste, egli non è il tipo da muovere pietà o che cerca compassione negli altri. Less è estraneo a tutto questo, e anche riguardo alle pene d’amore il suo rimedio è assai lontano da qualsiasi formulario convenzionale: «il trucco — dice lui — sta nel non innamorarsi».

Lontano quanto, almeno in Italia, lo è il pubblico dei lettori da una concezione così libera e disinvolta (stavo per dire americana) dell’omosessualità. Delle scelte fatte da Greer per  trattare l’argomento mi hanno colpito due cose più di altre: 1) la mancanza di qualsivoglia preambolo o premessa del tipo: “Stiamo per parlare di amore, ma prima di farlo informo che si tratta di questo tipo di amore e non di quest’altro”; 2) la conferma che può esistere una letteratura omosessuale non drammatica, per quanto nel romanzo lo stesso Less venga rimproverato dai suoi colleghi scrittori di essere un «cattivo gay», ossia uno scrittore gay fuori dal «canone», proprio perché incapace «di mostrare le cose belle» del mondo omosessuale.

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Un altro aspetto molto interessante del lavoro di Greer riguarda la caratterizzazione psicologica di Arthur Less, oscillante fra uno stoicismo mal assimilato e un fatalismo che fa il paio con un carattere che ha ancora molto da imparare sulla propria autodeterminazione. Degna di apprezzamento, quindi, è la disposizione dei flashback, ai quali viene affidata la parte più profonda del romanzo. Ricordi e rimpianti saltano fuori dal ripostiglio della memoria, irrompono nella coscienza e svelano quel lato sentimentale di se stesso che Less aveva fatto di tutto per anestetizzare. Sull’esempio di Proust (la Recherche viene citata in almeno un paio di occasioni), il passato del nostro eroe si colora poco a poco, una madeleine dopo l’altra: improvvisamente, le sfumature acquistano volume; i ricordi assumono fisionomie, diventano volti; i dettagli vengono riuniti in un affresco più ampio che può confermare oppure smentire le ipotesi precedentemente fatte, assistendo così quei due o tre colpi di scena che infondono alla storia un brio in più.

L’io narrante (altro piccolo consiglio: non vi dimenticate di lui) è interno alla storia. Il suo modo di trattare Less ricorda quello di uno scienziato nei confronti di una cavia: ne descrive minuziosamente il comportamento, l’espressione, la postura, il modo di parlare e di arrossire, per quanto l’impressione sia quella che parli più per esperienza che non per osservazione diretta. Induzione humiana a parte, dalle sue parole, ad ogni modo, spesso Less pare effettivamente ritratto da dietro un vetro o da sotto una lente d’ingrandimento («Guardatelo», esorta spesso il narratore all’indirizzo di chi legge, come se Less fosse il pezzo forte di qualche percorso museale), lasciandolo del tutto ignaro dei trattati di etologia che sta ispirando mentre si diverte a far ballonzolare un mocassino sulla punta del piede o cerca di camuffare la sua intramontabile espressione da pesce fuor d’acqua.

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Prima di ringraziarvi per la vostra pazienza, chiudo con una considerazione sullo scrivere, altro tema al centro delle pagine di questo bel romanzo. Arthur Less, l’ho detto all’inizio, è un uomo ordinario e uno scrittore mediocre. Per lungo tempo la sua affiliazione al mondo letterario è passata attraverso la relazione col poeta Robert Brownburn, vincitore del Pulitzer, mentre soltanto in un secondo momento vi è entrato come autore di romanzi propri. È difficile non vedere un parallelismo fra la carriera zoppicante di Less e quella di Andrew Sean Greer, a sua volta sostanzialmente misconosciuto fino alla scorsa primavera, quando il Pulitzer lo ha vinto per davvero. Chissà se mentre confezionava la storia d’amore fra Arthur e Robert, Greer non ci stesse pensando, al premio, o se a prevalere fosse invece il disfattismo che emerge in certi brani sullo scrivere e la mancanza di genialità… Quale delle due ipotesi non ha molta importanza, in realtà; Greer ha scritto e il risultato lo ha ripagato. Ciò vuol dire una cosa sola: che ha creduto in quello che faceva. E ricordate: a seconda dei casi, il lieto fine è a portata di mano o di penna. Grazie!

Come, come?… Se c’è un trucco, dite?… Certo! Tutto sta nel non abbattersi.

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“La morte a Venezia” di Thomas Mann: un viaggio al confine tra sfera reale e sfera onirica

Di Gian Luca Nicoletta

 

Questo racconto, una novella per essere tecnicamente accurati, l’ho letto per caso. Stava sulla mia scrivania già da tempo, ottenuto in un bar di Roma dove si fa bookcrossing: io ho dato loro un libro (e di questo vi parlerò un’altra volta) e ho preso in cambio La morte a Venezia. Mi sembrava interessante, il titolo sicuramente insolito, e poi era tempo che iniziassi a leggere qualcosa di Thomas Mann.

Vi confesserò che questo è stato il primo lavoro del celeberrimo scrittore tedesco, premio Nobel per la letteratura nel 1929, che abbia letto! È una vergogna, lo so, specie per chi vorrebbe fare della scrittura e della letteratura il proprio mestiere, ma tant’è. Ad ogni modo, veniamo all’oggetto in esame: questa novella, pubblicata nel 1912, racconta la storia di Gustav Von Aschenbach, uno scrittore in là con gli anni, che ha raggiunto l’apice della carriera in tempi piuttosto rapidi, che ha sempre lavorato alacremente alla costruzione della sua figura solenne e anche un po’ austera di scrittore illustre (per voi che conoscete Mann, vi torna in mente qualche dettaglio biografico dello scrittore tedesco? Se sì, siete sulla buona strada!).

Come tutti gli uomini facoltosi di inizio ‘900 (per esempio i componenti della famiglia Cazalet), Aschenbach, prima di passare del tempo nella sua casa in campagna, decide di concedersi una vacanza in un luogo piacevole e lontano dal mondo borghese tedesco. Si reca dunque a Venezia e lì avviene la grande parte della vicenda (il titolo non lascia a spazio a molte speculazioni geografiche, diciamolo…).

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Ora vorrei spendere qualche parola sullo stile narrativo, prima di procedere al tema caldo della novella. Ritengo che questo racconto possa inscriversi a pieno titolo nella scia di tutti quei romanzi, racconti brevi o novelle che risentono delle rivoluzionarie teorie critiche e letterarie, psicologiche e sociali, dell’inizio del 1900. Come in altri celebri romanzi della letteratura europea, penso a Mrs Dalloway di Virginia Woolf, la narrazione degli eventi procede su un doppio binario: il primo è quello tradizionale della descrizione di atti, pensieri, eventi. Il secondo, ben più interessante perché mostra il suo effetto solo alla fine del brano, è quello del dialogo interiore: il narratore lancia un’esca al lettore parlando dei pensieri dei suoi personaggi, dei loro ricordi, delle vive e interessanti speculazioni filosofiche che questi conducono prendendo spunto da un articolo che hanno letto, dall’incontro con una persona, ma contemporaneamente senza farsi accorgere l’autore fa procedere l’azione “esteriore” e in questo modo non ci rendiamo conto che, per esempio, il viaggio in battello dal porto a Venezia si è felicemente concluso perché eravamo intenti a osservare i banchi di nebbia che nascondevano alla vista piazza San Marco. L’intera novella viaggia su questo doppio binario e l’effetto che ogni volta genera questo stile rimane, ai miei occhi, sorprendente e piacevole. Lo trovo un ottimo segnale poiché dimostra quanto e come un testo riesca a coinvolgerci, a trascinarci letteralmente dentro al racconto.

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Terminata questa parentesi sullo stile, vengo al nòcciolo della questione: questa novella è emblematica degli aspetti biografici di Thomas Mann. Nella vicende dei personaggi che, tolto il protagonista, sono tutti periferici, solo uno emerge e viene portato all’attenzione di chi legge: il giovane Tadzio. Si tratta di un giovane polacco, di quattordici o quindici anni circa, di bellissimo aspetto, molto delicato, dai tratti nobili e l’aria sicura di sé. Il giovane si trova, insieme a sua madre, le sorelle e una governante, all’Hotel des Bains a Venezia, lo stesso dove soggiorna Aschenbach. Dal punto di vista del vecchio scrittore parte immediatamente un ossessivo interesse per il giovane polacco. Dall’alto della sua statura morale, levatura culturale e letteraria, il protagonista si trova improvvisamente colto da una forte movimento centrifugo che spinge la sua interiorità a, sondare il proprio animo e si sforza di comprendere il motivo di questo grande turbamento. Alla fine del III capitolo viene enunciata la motivazione, profonda e sconvolgente:

«Si gettò su una panca, fuori di sé, respirando il profumo notturno degli alberi. E riverso sulla spalliera, con le braccia penzoloni, abbattuto e scosso da brividi intermittenti, mormorò la formula eterna del desiderio… assurda in quel caso, inammissibile, infame, ridicola e tuttavia santa anche questa volta e degna di rispetto: — Ti amo!»

Proprio così: in questa novella viene rappresentata l’inafferrabile e inspiegabile passione di un anziano signore per un giovane adolescente. Un omoerotismo che è caratteristico della scrittura di Mann, all’interno del quale molti critici hanno rintracciato le esperienze personali che hanno segnato la vita del premio Nobel.

I due personaggi del racconto non si rivolgeranno mai la parola. Il rapporto che si instaura fra i due è fatto di sguardi furtivi, sussulti del cuore cui nessuno dei due dà manifestazione esteriore né segno. Uno degli elementi che rende questo rapporto per certi versi tenero sta negli sguardi che Tadzio ricambia ad Aschenbach, nelle attenzioni che lui ha nei confronti dei suo inopportuno spasimante: gli passa vicino quando sono in spiaggia, cambia il percorso che lo guida dalla sua cabina al punto dove sono radunati i suoi amici che lo aspettano per giocare.

Questa relazione silenziosa si trova in equilibrio su due punti, uno spaziale e uno visuale: Tadzio, come si è appena detto, si muove e fa sua un’area geografica varia ma sempre troppo ampia affinché Aschenbach possa mai raggiungerlo. Di contro, il vecchio innamorato ricopre un ruolo sempre statico, fermo ma fortemente caratterizzato dagli sguardi: lui osserva i movimenti di Tadzio, ne enumera i dettagli della pelle, dei capelli, dei gesti e di tutto l’ambiente che lo circonda:

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«Lo vedeva venire da sinistra, lungo la riva, oppure sbucar fuori tra le capanne, o anche s’accorgeva improvvisamente, non senza un lieto sussulto, di aver perduto il suo arrivo e ch’egli era già lì col suo vestito bianco e turchino, l’unico indumento che portava sulla spiaggia, e già si dedicava alle sue consuete occupazioni al sole e sulla sabbia — quella vita amabilmente vuota, oziosamente irrequieta che era gioco e riposo, bighellonare, sguazzare nell’acqua, scavare la sabbia, rincorrersi, stare coricati e nuotare, sotto la sorveglianza delle signore che con voci acute lo chiamavano per nome…»

Questo equilibrio però è destinato a terminare e ciò lo sappiamo dalle premesse: ricordiamoci che si tratta di una vacanza, un episodio destinato a esistere solo all’interno di una breve parentesi. Il giorni si susseguono, altre vicende si incastrano e si intrufolano nel sogno romantico e platonico di Aschenbach che tentenna sino all’ultimo, indeciso tra tentare un approccio e dunque instaurare un rapporto verbale con Tadzio oppure, scenario che lo conforta e addolora a un tempo, vivere sino in fondo la sua passione nella sola mente, consapevole che poi nulla resterà quando verrà il momento di ripartire o, peggio, quando Tadzio se ne sarà andato senza averlo potuto salutare.

L’intraprendenza del vecchio scrittore si desta sul finire del racconto, quando dalla stasi si passa all’azione: Aschenbach decide di seguire il suo amato ovunque, dunque il movimento del ragazzo genera una trazione, un punto che si muove nello spazio portandone con sé altri:

«Sui passi del bel giovinetto, Aschenbach si era smarrito un giorno nel centro della città ammalata. Incapace di orientarsi, giacché le calli, i canali, i ponti e i campielli del labirinto si somigliano troppo, incerto persino sui punti cardinali, egli pensava soltanto a non perder di vista l’immagine bramosamente inseguita; e, costretto a una umiliante circospezione, radendo i muri, cercando riparo dietro la schiena dei passanti, per molto tempo non si accorse della stanchezza, dello sfinimento che la passione e l’ansia continua avevano prodotto nel suo corpo e nel suo spirito. Tadzio camminava dietro ai suoi, nei passaggi angusti lasciava sempre la precedenza all’istitutrice e alle monachine sue sorelle, e girellando così solo voltava ogni tanto il capo per assicurarsi con un’occhiata dei suoi strani occhi grigi come l’alba, che il suo innamorato lo seguisse.»

L’inseguimento prosegue per quasi un pomeriggio in una Venezia accaldata, soffocante, quasi mortifera… ma mai oserei svelare il finale di questa vicenda tenera e segreta!

 

Seconda foto: “La morte a Venezia” di Luchino Visconti, 1971