Uno schiaffo all’omofobia: “La memoria del corpo” di Carlo Deffenu

Di Andrea Carria

Non era nei miei programmi scrivere questo articolo oggi. Non lo era nemmeno finire a quel modo il libro di cui sto per parlarvi: una lettura che si è impossessata di me e del mio tempo impedendomi di alzare gli occhi dalla pagina. Letteralmente. Non era mia intenzione neanche far coincidere l’inizio e la fine di questa lettura nello stesso giorno: avevo altro da fare, altro a cui dedicarmi, e comunque, dopo un po’ che si sta leggendo, è normale avvertire il bisogno di interrompere per riposare gli occhi e la mente, e riprendere più avanti. È così per il 99,9% dei libri che leggo, non so voi, e niente mi lasciava presagire che con La memoria del corpo di Carlo Deffenu (Alter Ego Edizioni, 2018) sarebbe stato così diverso.

Sono in difficoltà a scrivere questa recensione, se così vogliamo chiamare queste mie parole: temo infatti che ogni cosa dirò possa sottrarvi il piacere della scoperta. Non so quindi bene quale piega prenderà il mio discorso, quali aspetti evidenziare e quali altri tacere, come rendervi partecipi di ciò che ho provato io senza fare spoiler o cadere nel retorico. Dovrò fare uno sforzo ulteriore e concentrarmi, ricordando che almeno per questa volta il mio interesse principale non è esprimere un giudizio letterario su questo libro bensì convincervi a leggerlo.

Sarebbe facile presentare La memoria del corpo come un romanzo di genere; lo è, su questo non c’è possibilità di sbagliarsi, tuttavia l’orizzonte che abbraccia è molto più vasto e il messaggio che trasmette non è stato pensato per rimanere chiuso dentro a un recinto. La storia maledetta di Sebastiano è il romanzo interrotto di tanti giovani uomini e donne vittime dell’odio e della violenza. Vittime dell’omofobia, una parola di cui, se non altro, ormai tutti conoscono il significato. A raccontare questa storia è Elsa, la madre di Sebastiano, una donna capace di una forza e di un coraggio infiniti, una mamma leonessa disposta a sacrificare ogni cosa cominciando proprio da sé stessa. Il suo diario è la chiave per accedere alla stanza segreta del figlio, per accedere alla sua vita di giovane uomo libero. Una vita – la sua – vissuta alla luce del sole più di tante altre, segnata da un coming out precoce e sempre riscaldata dall’amore. Elsa lo ha amato davvero, il suo Sebastiano; lo ha amato come ogni madre ama il proprio figlio, ma ha anche fatto qualcosa che non tutti i genitori che amano riescono a fare, e cioè rispettare i propri figli per ciò che sono.

«Sebastiano mi ha insegnato più di quanto io avrei voluto imparare. Mi ha spinto contro il muro della mia ignoranza e mi ha obbligato a mettermi in discussione. Lui non era un giocattolo da vestire, esibire, riempire di cose inutili. Lui sapeva amare, scegliere, determinare il suo piccolo mondo. Mi è stato maestro, e io, madre presuntuosa e cieca, mi sono dovuta arrendere per accogliere tra le mie braccia il vero volto che avevo partorito maledicendo il mondo.»

La memoria del corpo è una fiction ben riuscita, un buon compromesso fra invenzione e verosimiglianza dove si intuiscono suggestivi barlumi presi in prestito dalla vita reale. La tenuta del romanzo è solida, la struttura snella, coerente e sempre presente a sé stessa; i personaggi principali risultano ben caratterizzati e riescono nel compito tutt’altro che scontato di farsi amare da chi legge. Lo stile impiegato è quello della narrazione pura e, fatto salvo qualche espediente narrativo meno camuffato di altri (di cui comunque ci si dimentica presto) e qualche altra cosuccia qua e là, l’autore a mio avviso ha creato un’opera equilibrata e davvero meritoria, su cui (e non capita spesso) la pretenziosità non ha gettato nemmeno mezz’ala d’ombra.

Il romanzo di Deffenu esalta il valore della libertà e rivendica il diritto di ogni individuo ad autodeterminarsi scegliendo liberamente della propria vita. L’omofobia, al contrario, non riconosce alle persone gay e lesbiche questa libertà e usa la violenza (sia fisica che verbale) per scopi repressivi o persecutori. Le forme più edulcorate di omofobia mettono tra parentesi la violenza e si appigliano a pseudo argomentazioni di ordine morale, etico, religioso, pedagogico e addirittura parascientifico, per ricordare a chi se lo fosse dimenticato che esiste un’unica via e che tutto il resto o è disturbo o è depravazione. “Malattia” e “moda” sono le interpretazioni che a oggi resistono di più fra i benpensanti, i quali – forse dimentichi che l’American Psychiatric Association non consideri l’omosessualità un disturbo psichiatrico dal 1974 e che l’OMS l’abbia cancellata dal proprio elenco delle malattie mentali nel 1990 – oggi si arrangiano a dare la colpa al mancato allattamento al seno, ai vaccini (quasi un dovere ricordarlo in tempi di pandemia), oppure stabiliscono un collegamento assurdo e del tutto arbitrario tra essa e la pedofilia, come dimostrato dalla feroce propaganda aizzata di recente dal governo polacco, con tanto di cariche della polizia, contro la comunità LGBTQ locale.

Tutto questo per ricordare quali reazioni ancora suscita – nel 2020, quando nei supermercati si trovano i croccantini senza glutine pensati per il benessere di cani e gatti – il diritto a essere sé stessi, e di conseguenza a stare bene con la propria identità, di certe minoranze di persone.

«Se il mio amore è nero e sporco, se il mio amore è inutile e maledetto, se il mio amore è l’ombra di un cane randagio… se è tutto questo, come posso continuare a vivere senza sputarmi in faccia?»

Quando, nel romanzo, Sebastiano fa il suo ingresso nell’età adulta con le idee chiare riguardo al proprio orientamento sessuale, non fa altro che affermare sé stesso. Non sceglie niente perché non è nella condizione di poterlo fare, eppure quello sulla scelta è uno dei fraintendimenti più comuni che intossicano il dibattito sull’omosessualità. Per avere una scelta, è necessario che due alternative siano equivalenti o si trovino quantomeno sullo stesso piano. Inoltre, si ha una vera scelta fra due possibilità quando, a prescindere da quale prevarrà alla fine, nessuna delle due può interferire con l’essenza di una persona. È proprio per questo che parlare di scelta riguardo all’omosessualità è un errore concettuale: non si può scegliere qualcosa che va contro sé stessi, non si può scegliere di essere qualcuno di diverso da ciò che si è. Non si sceglie di essere gay più di quanto non si scelga di avere i capelli di un certo colore (e anche in questo caso non ci sarebbe comunque niente di male o di sbagliato); lo si è anche quando lo si ignora o si finge il contrario, e da tutto questo ognuno trae le sue conclusioni. Mi dispiace, ma su questa parola finisco sempre per dissentire. La scelta, per essere tale, deve prevedere un’alternativa diversa ma percorribile fino in fondo per la persona che si è veramente. È una parafrasi un po’ lunga, ma è l’unica possibile per descrivere e comprendere il vero significato della parola scelta, la quale non può che essere anche libera. Per chi è gay o lesbica, l’opzione di una vita che rispetti le consuetudini sociali non è una scelta, tanto meno una scelta libera, perché non costituisce un percorso che lui o lei possono imboccare per quello che sono davvero; è invece una censura, una castrazione che si autoinfliggono, o meglio una censura e una castrazione che loro stessi, spesso, si lasciano infliggere dagli altri. Le cose forse potrebbero cambiare se tutti (meglio molti, è più realistico) cominciassero a vedere l’omosessualità per quello che è davvero: un destino come un altro. Un destino che riconosci come tale prima di esserne pronto, e l’unica cosa che puoi decidere quando capisci che riguarda proprio te è se accoglierlo oppure combatterlo, tuttavia le cose non cambieranno per questo.

La storia di Sebastiano – una storia sorprendente, dolorosa, piena di vita, e che Carlo Deffenu racconta con bravura ed eleganza – è anche una storia che fa il punto sui passi avanti compiuti dalla rivendicazione dei diritti gay nella società italiana degli ultimi trent’anni. Dal larvatus prodeo degli anni Novanta, ai timidi sprazzi di visibilità dei primi anni Duemila, fino ai più recenti ribaltoni mediatici. Sassari e la Sardegna sono al tempo stesso la cornice e il patibolo di questo dramma. Un’isola tragica e bellissima, prigione naturale o paradiso a seconda dei punti di vista, ma pur sempre a due facce: ponte verso il resto del mondo e la modernità e, nello stesso momento, fortino inespugnabile di un’identità proterva, scolpita nel granito e lavata spesso col sangue. Ciascuna di queste due Sardegne ha il proprio focolare. Da una parte la campagna, ancora avvinghiata ai propri pregiudizi, brutalità e paure (a Capoterra come anche nel Wyoming o nello Yorkshire, tanto per citare due famosi esempi cinematografici); dall’altra la città, con la tolleranza di Sassari, le opportunità di Cagliari e la libertà di scegliere – questa volta sì – se vivere pubblicamente la propria storia o se, invece, scomparire nell’anonimato.

La memoria del corpo è un’opera densa di significati, una lettura su più livelli che sa come riunire intrattenimento e impegno. È un romanzo ma anche un appello, una rivendicazione, una denuncia, un grido, una protesta, nonché il riflesso di un’Italia tutt’ora indietro rispetto a sé stessa. Credo che l’apprezzamento di questo libro sia condizionato dalla vicinanza al tema, per cui la mia valutazione può non essere obiettiva. Starà a voi lettori e alla vostra sensibilità ricalibrare le impressioni che vi avrò suggerito con questo articolo. Lo ribadisco pure adesso prima di lasciarvi: il mio obiettivo oggi non era vestire i panni del critico oggettivo e ponderato, ma quelli di chi è stato illuminato da una scheggia di bellezza e punta tutto sulla persuasione per far sì che la medesima esperienza possano viverla anche le altre persone. Spero proprio di esserci riuscito e che vogliate fidarvi di me. Che siate madri, padri o figli, La memoria del corpo e Carlo Deffenu hanno qualcosa da dire a voi e a voi soltanto. Solo che ancora non sapete di cosa si tratti.

This is not America: “Il caravan” di Jennifer Pashley

Di Andrea Carria

Ogni libro ha un proprio periodo dell’anno; ce ne sono alcuni che hanno una stagione dentro ed è in quella che desiderano essere letti. Ero in cerca di un bel libro che sapesse di estate e sotto questo punto di vista Il caravan, primo romanzo di Jennifer Pashley (pubblicato lo scorso luglio da Carbonio Editore, collana “Cielo stellato”, traduzione di Anna Mioni), non ha tradito le mie attese.

Sudest degli Stati Uniti, giorni nostri. A South Lake le serate si sprecano nei bar e i dolori si annegano nell’alcol. Da quando ha perso la propria bambina in uno sciagurato incidente domestico, la ventitreenne Rayelle Reed segue alla lettera questo codice di comportamento; la sua famiglia e il resto della comunità le hanno dato esempi molto concreti in tal senso. È giovane ma dalle sue parti l’età è relativa; più che un conto è un compromesso fra noia e abbandono, per cui non ha tutti torti a pensare quello che pensa, e cioè che difficilmente si salverà. Le persone che più contavano nella sua vita non ci sono più, se ne sono andate: non solo sua figlia Summer, la perdita più grave che potesse subire, ma anche il proprio compagno Eli, la cui storia insieme non ha più potuto funzionare, e l’adorata cugina Khaki, colei che ha iniziato questa brutale serie di addii fuggendo di casa.

Come contraltare di una realtà così gretta, provinciale e meschina, la speranza in una seconda occasione è il miraggio che tiene a galla le vite di molti, laggiù. Gli sconfitti come Rayelle si guardano bene dal rivelarlo a sé stessi o agli altri (ogni giorno sulla strada gli animali finiscono sotto alle ruote delle auto per molto meno), eppure chi non è ancora perduto del tutto è obbligato a coltivare questo pensiero in segreto per mantenersi vivo. Rayelle non fa eccezione, ma quando l’opportunità che attende le si presenta quasi non la riconosce. Si chiama Couper, ha un discreto fascino, un nutrito catalogo di matrimoni falliti alle spalle e sta viaggiando di Stato in Stato con un caravan attaccato alla sua Gran Torino. Dice di essere un giornalista e di stare indagando sulle sparizioni di alcune ragazze, ma per Rayelle è soprattutto un uomo con cui passare una notte, e pazienza se per età potrebbe essere suo padre.
Quella notte si trasforma in un’intera estate. Di giorno Rayelle siede sul sedile passeggeri della Gran Torino e fa da assistente a Couper nella sua indagine, quando si fa buio divide con lui il piccolo letto del caravan. Non passa molto tempo prima che da questa strana convivenza spunti una piccola ma salutare ritualità domestica che, se non rimedia al passato, almeno ne lenisce il tormento. C’è perfino spazio per qualche sogno, l’importante è farselo bastare come tale. Il sole che spiove su quello squarcio di America sembra proprio voler regalare ai due amanti una vacanza dalle loro vite incasinate, eppure sia Rayelle che Couper sanno che nessuno dei due è la soluzione ai problemi dell’altro. La storia di un’estate non potrà riempire il vuoto che la ragazza ha dentro; prima o poi Couper se ne andrà e lei rimarrà di nuovo sola con i suoi fantasmi. Con un po’ di fortuna questa avventura potrebbe però ancora permetterle di scoprire dove si è cacciata sua cugina. Gli indizi che lei e Couper hanno raccolto sulle ragazze scomparse non sono confortanti, la polizia ancora non sa di avere a che fare con un serial killer, ma forse non è ancora tutto perduto e per Khaki può ancora esserci speranza. L’unica cosa che adesso conta è trovare il killer prima che lui trovi lei…

Come si evince dalla trama, Il caravan è sostenuto da una serie di premesse e circostanze importanti che lo proiettano nel solco della fiction realista. Jennifer Pashley investe molto nella ricostruzione della provincia americana e si sforza di trascinare il lettore nei grandi spazi aperti e nelle cittadine polverose e dall’aria stagnante che sfilano dietro ai vetri della Gran Torino, riuscendo a centrare il risultato con immagini vivide e neanche troppo stereotipate. Nonostante l’ambientazione che si è scelta per il suo primo romanzo sia una delle più logorate dall’uso, l’autrice ha fatto il possibile per non rimanere impigliata nelle solite inquadrature da film TV e alcuni degli interludi più originali a cui è ricorsa l’hanno premiata, svecchiando l’immagine appiattita che si è soliti importare dell’America.

«In una piccola città non si sfugge a niente. La città sa tutto, ma mai abbastanza. Sa di tutti i ragazzi con cui sei andata a letto, ma non quali di loro amavi. La gente si limita a ricostruirti dai frammenti, dagli scorci di te che ha intravisto in giro […]».

La sua scrittura trae la propria forza e bellezza dall’acceso contrasto che si concretizza sulla pagina. Lo squallore e la crudezza che lo sguardo di Rayelle cattura senza esprimere giudizi sono controbilanciati da schegge di inatteso lirismo e brani di acuta espressività. Il romanzo parla di vite reiette, di violenza domestica, di disagio postindustriale, ma lo stile scelto da Pashley per raccontarlo non si avvale di forme altrettanto torbide. I bambini e le bambine si divertono a fare i magnaccia, imparano il sesso per gioco imitando gli adulti, e a volte muoiono in stupidi incidenti; durante l’adolescenza molte ragazze hanno la loro prima gravidanza, e se non possono permettersi di tenere il bambino vanno ad abortire come andrebbero a farsi un tatuaggio; succede tutto questo nella provincia americana raccontata da Jennifer Pashley – una provincia religiosa, cristiana, ma senza redenzione –, eppure la sua scrittura non ferisce nemmeno una volta; se possibile, al contrario, essa cerca di curare, quasi come se il primo rimedio contro una realtà tanto cruda stia nella ricercatezza dello stile, nella sobria eleganza del linguaggio.

Se questi erano i punti di forza del romanzo, le caratteristiche che incidono più positivamente sul suo giudizio, le poche criticità che ho riscontrato riguardano quasi tutte lo sviluppo della trama. Il caravan non è un giallo né un poliziesco, ma Pashley ha forse investito troppo sulla componente investigativa del suo romanzo per scegliere una struttura narrativa che richiede lo svelamento dell’identità del killer dopo poche pagine. Il lettore viene spiazzato da questa verità giunta troppo presto e all’improvviso, e fa tutto ciò che è in suo potere per trovare un’altra spiegazione e intorbidire le acque, ma inutilmente. L’autrice ha predisposto per lui un percorso completamente diverso che prevede di seguire Rayelle e Couper mentre si avvicinano alla verità e regolano i conti con un killer ignoto a loro soltanto. Si tratta di uno svolgimento insolito e con una discreta percentuale di rischio; alla fine il lettore non si pente di averlo seguito perché la storia trova comunque il modo di farsi apprezzare sotto altri punti di vista, tuttavia i limiti di questa scelta producono le loro conseguenze e Pashley, secondo me, avrebbe potuto irrobustire altri elementi della trama per compensare la mancata suspense (eh sì, il finale è un po’ troppo annunciato…).

Come però ho detto il romanzo si fa perdonare in altro modo. Uno degli elementi più interessanti è lo sguardo tutto al femminile sugli eventi e sulle cose. Non ci sono né buoni né cattivi, ma quando una donna decide di fare del male non deve necessariamente vestire i panni della femme fatale; nel Caravan le donne possono essere davvero violente e perfino mortali, vanno in giro in pick-up e sfidando gli uomini sul loro stesso terreno, quello della delinquenza, in un confronto che mette in dubbio la presunta superiorità maschile arrivando a tingersi dei colori della parità di genere e dell’autodeterminazione della comunità LGBTQ. Anche qui certi passaggi scricchiolano un po’ – il realismo che ho elogiato prima nei riguardi dell’ambientazione e del contesto in questo caso avrebbe avuto bisogno di qualche accortezza in più –, eppure la prospettiva rimane interessante, colpisce per le sue intenzioni innovative e dietro di sé potrebbe comunque lasciare una scia.

Credo che del suo esordio romanzesco Jennifer Pashley abbia fatto bene a ritenersi soddisfatta (l’edizione americana è del 2015 e per questo romanzo ha ricevuto riconoscimenti e premi), e così credo che debbano esserlo oggi i suoi lettori italiani. Il caravan è un romanzo capace di intrattenere ma, a differenza di una semplice lettura estiva, non si esime dall’abbandonare la superficie delle cose per calarsi in acque più torbide e oscure traendone messaggi importanti.

Una particolarità: i dialoghi non hanno virgolette. Potrebbe trattarsi di una scelta stilistica dell’autrice oppure di una redazionale; è più probabile che sia la prima, comunque.

L’età senza tempo dei sentimenti: “Cercami” di André Aciman

Di Andrea Carria

Ho appena finito Cercami di André Aciman e ringrazio l’autore per essere stato di parola quando aveva assicurato che avremmo ancora sentito parlare di Elio e Oliver, i due protagonisti di Chiamami col tuo nome. C’è voluto un po’ di tempo (12 anni), ma alla fine l’atteso sequel è arrivato; in Italia ancora sulle ali della fenice della casa editrice Guanda e nella traduzione di Valeria Bastia.

Il libro mi è piaciuto. All’inizio avevo timore che l’eredità ingombrante di Chiamami col tuo nome potesse giocare un brutto scherzo ad Aciman, facendogli prediligere soluzioni narrative fin troppo accondiscendenti verso le aspettative dei suoi lettori, invece il grande scrittore che egli è ha saputo guidare personaggi e pubblico soltanto sui sentieri che voleva. Il romanzo dimostra di avere un carattere proprio e indipendente dopo poche pagine, mentre la prima persona permette ancora una volta all’autore di violare con garbo, intelligenza e raffinatezza i segreti del cuore. La narrazione è affidata a quattro episodi distinti, in ciascuno dei quali la voce narrante assume il punto di vista di uno dei personaggi principali di Chiamami col tuo nome: il padre di Elio, Elio stesso e infine Oliver.

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L’apertura è affidata al genitore del protagonista, Samuel, ormai professore in pensione, che mentre sta viaggiando in treno tra Firenze e Roma fa un incontro che è destinato a togliere la sua vita dal binario morto in cui si era incanalata. È l’episodio più lungo e anche quello che sorprende di più; non tanto per quello che accade (di cui nulla vi svelerò perché dovete assolutamente andarvi a leggere il libro!), ma per il modo con cui Aciman sorprende il lettore, gettando sul palcoscenico della pagina un personaggio come Samuel che io non credevo potesse avere un futuro letterario da solista. Il ritorno di Elio si ha già sul finire di questa prima parte, sebbene si faccia attendere: lo troviamo cresciuto di una quindicina d’anni, adesso abita a Roma (città di cui Aciman parla ancora una volta con fascinazione) e si sta facendo strada nel mondo della musica con serate e concerti. Concerti come quello a cui il giovane assiste da spettatore alcuni anni dopo, quando fa la conoscenza di Michel, un avvocato parigino del doppio dei suoi anni con cui Elio inizia una relazione dalla quale però non sa bene cosa aspettarsi. Nella terza parte, ecco invece Oliver, intento a lasciare New York per il New Hampshire, dove la sua carriera accademica lo sta conducendo. Malgrado abbia raggiunto tutti i suoi obiettivi, Oliver non sembra trovarsi, e mentre gli amici che sono venuti a salutarlo affollano il suo appartamento, all’ex studente americano di lettere classiche bastano le note improvvise di un pianoforte per capire…

La quarta parte racchiude il finale del romanzo, dunque non ve ne parlerò. Vi parlerò invece di quali sono le caratteristiche che secondo me fanno di Cercami un bel libro. Per prima cosa il suo impianto narrativo: la suddivisione in episodi — quest’ultimi da me sommariamente riassunti per non fare dello spoileraggio molesto — conferisce dinamicità alla storia e permette di soddisfare la curiosità del lettore, il quale scopre così cosa è successo ai protagonisti sentendolo direttamente dalle loro parole. I salti temporali e geografici (Roma, Parigi, New York, Alessandria d’Egitto) sono ampiamente compensati dalla continuità narrativa intorno al tema portante del romanzo, l’amore, tema che André Aciman riesce a modulare sapientemente scegliendo con cura il momento in cui ricongiungere il presente con il passato attraverso ricordi, voci, luoghi e squarci di vita vissuta.

L’amore e i sentimenti sono il secondo aspetto su cui infatti voglio soffermarmi. La loro trattazione è il fil rouge che percorre il libro da cima a fondo. Il modo che l’autore ha di parlarne è unico perché non si limita ad andare in profondità, non si limita a guardare i sentimenti sopra, sotto e da tutte le angolazioni, no. Aciman fa una cosa molto diversa: egli lavora da fenomenologo del sentimento, descrivendo con ricchezza di linguaggio come l’emozione nasce e si manifesta alla coscienza dell’Io narrante per l’intera sua durata.
Ogni personaggio fornisce il proprio contributo, piccolo o grande che sia, alla tessitura di questa storia dalla trama delicata, calda, avvolgente e molto, molto proustiana. Le intermittenze del cuore, che Aciman conosce molto bene in qualità di studioso di Marcel Proust, sono infatti il centro, il motore del romanzo: come nella Recherche, i sentimenti hanno una propria memoria, riaffiorano insieme a una rosa di ricordi e hanno un riverbero profondo, imprevedibile, incontrollato, inarrestabile.

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Ma Proust non è il solo modello a cui André Aciman si ispira per dare forma alle sue pagine. Un altro è Virginia Woolf. Come per il personaggio di Mrs Dalloway, la parte che vede protagonista Samuel è infatti il resoconto di un’unica giornata in cui si riaffaccia l’intera vita del professore. Storie, amori, volti, rimpianti, parole, «veglie»… «tutto mescolato», proprio come dice Richard in The Hours, il film del 2001 ispirato al romanzo di Woolf.

Nonostante ciò, il monologo interiore registra un leggero arretramento rispetto a Chiamami col tuo nome, dove invece occupava la parte preponderante. In Cercami, al contrario, sono i dialoghi, che sanno restituire la vivacità del parlato con tutti i suoi dislivelli generazionali, la sorpresa più piacevole dello stile utilizzato da Aciman in questo suo ultimo romanzo.
Dal canto loro i personaggi sono realistici e ben caratterizzati. Elio e Oliver tornano dopo aver attraversato il lungo corridoio degli anni. Sono cresciuti e maturati. Oliver è forse quello che difende con maggior tenacia il suo lato nascosto, ed è a lui che da lettore avrei voluto porre più domande; Elio invece si mette completamente a nudo e di lui si apprezzano i chiaro scuri del carattere, magnificamente lasciati trasparire nel racconto della sua relazione con Michel. Quest’ultimo è un personaggio interessante e ben riuscito. Anche di lui avrei desiderato conoscere di più, sebbene una presenza più importante da parte sua avrebbe forse travalicato il suo ruolo narrativo, dunque va bene così. In generale le new entry reggono quindi il confronto con i protagonisti e in certe occasioni — vedi il caso di Miranda, di cui non ho parlato perché vorrei che la scopriste da soli — sottraggono loro lo scettro.

Quanto ai difetti, non ne ho di particolari da segnalare. I maggiori, a mio parere, riguardano alcuni eccessi adolescenziali nella prima parte e la mancanza di un vero scarto stilistico nel passaggio da un narratore all’altro, con il risultato che le parti del libro non sono caratterizzate a sufficienza a livello di scrittura per poter riconoscere nel racconto la voce di un personaggio da quella di un altro.
Come sequel di Chiamami col tuo nome, in Cercami mi è inoltre mancata la rievocazione del gioco che Elio e Oliver facevano da ragazzi, che era appunto quella di chiamarsi l’uno con il nome dell’altro. Le occasioni per farlo erano molteplici, eppure Aciman ha scelto di tenere fuori dal romanzo questo particolare. Peccato, sarebbe stato una rifinitura in più in un libro che, comunque, è già generosissimo di dettagli.

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La ricchezza di questo romanzo va infatti al di là della storia che racconta — la quale, come ho riscontrato personalmente, è e rimane l’interesse principale del lettore. C’è una saggezza, nelle parole di Aciman, che incanta e lascia disarmati. Fa quasi invidia l’abbondante varietà di parole tra cui egli può scegliere, quando, per parlare a loro volta di argomenti così delicati, la maggior parte delle persone compreso il sottoscritto è costretta a ricorrere a stereotipi e luoghi comuni.

In questo periodo di irrigidimento culturale e di antiquarie recrudescenze, André Aciman è l’aedo dell’amore di cui la nostra epoca ha bisogno. Con la sua prosa larga e discorsiva, una delle poche che sa aggiungere tempo al tempo, egli dimostra come quelli sull’amore siano discorsi senza soluzione di continuità. Un amore con la a maiuscola, assoluto, libero e senza aggettivi, che non cambia se a provarlo sono individui dello stesso sesso oppure diverso: Cercami è la dimostrazione letteraria di come i sentimenti siano la cosa che più ci rende simili gli uni agli altri, di come le parole siano le stesse perché è l’amore a essere sempre lo stesso, di come di fronte al tempo che scorre il sesso, le intenzioni e l’età siano solo alcuni degli inciampi più comuni in cui ci auguriamo di finire quando lasciamo che a guidare le nostre vite sia la paura di potersi raggiungere.

Tutto sta nel non abbattersi. “Less” di Andrew Sean Greer

Di Andrea Carria

Quando le cose non vanno è inutile stare a piangersi addosso. Dirlo è facile, un po’ meno farne il proprio vademecum. Fra tanti che rinunciano in partenza, c’è però chi riesce ad armarsi della determinazione necessaria e cambiare aria. Arthur Less è uno di questi. Scrittore mediocre e uomo ordinario con uno speciale talento per i fallimenti amorosi, Less, alla soglia dei cinquant’anni, parte per un giro in solitario intorno al mondo con l’obiettivo di mettere più distanza possibile fra sé e il matrimonio del suo ex fidanzato.

Lui, il viaggio, l’ha pianificato nel dettaglio: otto destinazioni, altrettanti voli da prendere, una tabella di marcia straripante di appuntamenti e nessuna voglia di fermarsi a riflettere sulla propria situazione.

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Certo, si tratta di un’impresa ambiziosa e che si presenta molto impegnativa soltanto a immaginarla. Chi di voi è un viaggiatore esperto si sarà già fatto due conti, figurandosi quanti e quali inconvenienti potrebbero verificarsi. Tuttavia nessuno di voi è Arthur Less, per cui i vostri sforzi — lasciate che ve lo dica — sono destinati a impallidire di fronte alle disavventure del nostro, improbabile eroe. Nondimeno consentitemi di darvi un consiglio: non state a preoccuparvi troppo per lui e godetevi lo spettacolo!

Dagli affollati mercati di Città del Messico con la lingua ustionata dai peperoncini a tre ristoranti kaiseki in un sol giorno a Kyoto, dalla gita nel Sahara in groppa a un dromedario, con tanto di tempesta di sabbia, al ricovero in ospedale, in India, per colpa di un ago in un piede, passando per i milleuno disguidi col tedesco che disorientano gli studenti del suo corso berlinese: ovunque vada, Less sa sempre come rendere indimenticabili i suoi soggiorni. Come la maggior parte di noi, quando la situazione si complica, non ha assi nella manica da calare. Non che se ne resti con le mani in mano: il buon Less, che apparentemente non ha colpa delle proprie sfortune, si arrabatta, si dà da fare, se lo metti in mare nuota e magari arriva pure vicino alla riva, ma da lui non si può pretendere che arrivi davvero a capo di qualcosa. Ciò nonostante è abbastanza fortunato o scaltro da cavarsela, paradossalmente salvando la faccia più spesso di quanto non salvi i vestiti o il bagaglio. Spicca in statura, ma non per particolari doti (salvo il baciare, in quello sembra sapere il fatto suo), tuttavia se pure un tipo del genere possiede una risorsa, in lui, in Arthur Less, questa coincide nientemeno che con la sua stessa condanna di uomo e di scrittore: la mediocrità.

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Se come personaggio romanzesco la mediocrità è la marcia in più di Less (il cui cognome, in inglese “meno”, crea un indicativo gioco di parole), quella del libro è senz’altro l’ironia. Andrew Sean Greer, il vulcanico tour operator dell’odissea lessiana, si diverte e fa divertire: la sua penna, fresca e leggera, è come uno specchio piazzato davanti ai difetti più comuni degli uomini, dove ciascuno, riconoscendosi, non può fare altro che strappare un sorriso. Con Less, d’altro canto, è quasi impossibile non solidarizzare. Pur essendo vittima dei suoi stessi errori e sviste, egli non è il tipo da muovere pietà o che cerca compassione negli altri. Less è estraneo a tutto questo, e anche riguardo alle pene d’amore il suo rimedio è assai lontano da qualsiasi formulario convenzionale: «il trucco — dice lui — sta nel non innamorarsi».

Lontano quanto, almeno in Italia, lo è il pubblico dei lettori da una concezione così libera e disinvolta (stavo per dire americana) dell’omosessualità. Delle scelte fatte da Greer per  trattare l’argomento mi hanno colpito due cose più di altre: 1) la mancanza di qualsivoglia preambolo o premessa del tipo: “Stiamo per parlare di amore, ma prima di farlo informo che si tratta di questo tipo di amore e non di quest’altro”; 2) la conferma che può esistere una letteratura omosessuale non drammatica, per quanto nel romanzo lo stesso Less venga rimproverato dai suoi colleghi scrittori di essere un «cattivo gay», ossia uno scrittore gay fuori dal «canone», proprio perché incapace «di mostrare le cose belle» del mondo omosessuale.

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Un altro aspetto molto interessante del lavoro di Greer riguarda la caratterizzazione psicologica di Arthur Less, oscillante fra uno stoicismo mal assimilato e un fatalismo che fa il paio con un carattere che ha ancora molto da imparare sulla propria autodeterminazione. Degna di apprezzamento, quindi, è la disposizione dei flashback, ai quali viene affidata la parte più profonda del romanzo. Ricordi e rimpianti saltano fuori dal ripostiglio della memoria, irrompono nella coscienza e svelano quel lato sentimentale di se stesso che Less aveva fatto di tutto per anestetizzare. Sull’esempio di Proust (la Recherche viene citata in almeno un paio di occasioni), il passato del nostro eroe si colora poco a poco, una madeleine dopo l’altra: improvvisamente, le sfumature acquistano volume; i ricordi assumono fisionomie, diventano volti; i dettagli vengono riuniti in un affresco più ampio che può confermare oppure smentire le ipotesi precedentemente fatte, assistendo così quei due o tre colpi di scena che infondono alla storia un brio in più.

L’io narrante (altro piccolo consiglio: non vi dimenticate di lui) è interno alla storia. Il suo modo di trattare Less ricorda quello di uno scienziato nei confronti di una cavia: ne descrive minuziosamente il comportamento, l’espressione, la postura, il modo di parlare e di arrossire, per quanto l’impressione sia quella che parli più per esperienza che non per osservazione diretta. Induzione humiana a parte, dalle sue parole, ad ogni modo, spesso Less pare effettivamente ritratto da dietro un vetro o da sotto una lente d’ingrandimento («Guardatelo», esorta spesso il narratore all’indirizzo di chi legge, come se Less fosse il pezzo forte di qualche percorso museale), lasciandolo del tutto ignaro dei trattati di etologia che sta ispirando mentre si diverte a far ballonzolare un mocassino sulla punta del piede o cerca di camuffare la sua intramontabile espressione da pesce fuor d’acqua.

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Prima di ringraziarvi per la vostra pazienza, chiudo con una considerazione sullo scrivere, altro tema al centro delle pagine di questo bel romanzo. Arthur Less, l’ho detto all’inizio, è un uomo ordinario e uno scrittore mediocre. Per lungo tempo la sua affiliazione al mondo letterario è passata attraverso la relazione col poeta Robert Brownburn, vincitore del Pulitzer, mentre soltanto in un secondo momento vi è entrato come autore di romanzi propri. È difficile non vedere un parallelismo fra la carriera zoppicante di Less e quella di Andrew Sean Greer, a sua volta sostanzialmente misconosciuto fino alla scorsa primavera, quando il Pulitzer lo ha vinto per davvero. Chissà se mentre confezionava la storia d’amore fra Arthur e Robert, Greer non ci stesse pensando, al premio, o se a prevalere fosse invece il disfattismo che emerge in certi brani sullo scrivere e la mancanza di genialità… Quale delle due ipotesi non ha molta importanza, in realtà; Greer ha scritto e il risultato lo ha ripagato. Ciò vuol dire una cosa sola: che ha creduto in quello che faceva. E ricordate: a seconda dei casi, il lieto fine è a portata di mano o di penna. Grazie!

Come, come?… Se c’è un trucco, dite?… Certo! Tutto sta nel non abbattersi.

“La morte a Venezia” di Thomas Mann: un viaggio al confine tra sfera reale e sfera onirica

Di Gian Luca Nicoletta

 

Questo racconto, una novella per essere tecnicamente accurati, l’ho letto per caso. Stava sulla mia scrivania già da tempo, ottenuto in un bar di Roma dove si fa bookcrossing: io ho dato loro un libro (e di questo vi parlerò un’altra volta) e ho preso in cambio La morte a Venezia. Mi sembrava interessante, il titolo sicuramente insolito, e poi era tempo che iniziassi a leggere qualcosa di Thomas Mann.

Vi confesserò che questo è stato il primo lavoro del celeberrimo scrittore tedesco, premio Nobel per la letteratura nel 1929, che abbia letto! È una vergogna, lo so, specie per chi vorrebbe fare della scrittura e della letteratura il proprio mestiere, ma tant’è. Ad ogni modo, veniamo all’oggetto in esame: questa novella, pubblicata nel 1912, racconta la storia di Gustav Von Aschenbach, uno scrittore in là con gli anni, che ha raggiunto l’apice della carriera in tempi piuttosto rapidi, che ha sempre lavorato alacremente alla costruzione della sua figura solenne e anche un po’ austera di scrittore illustre (per voi che conoscete Mann, vi torna in mente qualche dettaglio biografico dello scrittore tedesco? Se sì, siete sulla buona strada!).

Come tutti gli uomini facoltosi di inizio ‘900 (per esempio i componenti della famiglia Cazalet), Aschenbach, prima di passare del tempo nella sua casa in campagna, decide di concedersi una vacanza in un luogo piacevole e lontano dal mondo borghese tedesco. Si reca dunque a Venezia e lì avviene la grande parte della vicenda (il titolo non lascia a spazio a molte speculazioni geografiche, diciamolo…).

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Ora vorrei spendere qualche parola sullo stile narrativo, prima di procedere al tema caldo della novella. Ritengo che questo racconto possa inscriversi a pieno titolo nella scia di tutti quei romanzi, racconti brevi o novelle che risentono delle rivoluzionarie teorie critiche e letterarie, psicologiche e sociali, dell’inizio del 1900. Come in altri celebri romanzi della letteratura europea, penso a Mrs Dalloway di Virginia Woolf, la narrazione degli eventi procede su un doppio binario: il primo è quello tradizionale della descrizione di atti, pensieri, eventi. Il secondo, ben più interessante perché mostra il suo effetto solo alla fine del brano, è quello del dialogo interiore: il narratore lancia un’esca al lettore parlando dei pensieri dei suoi personaggi, dei loro ricordi, delle vive e interessanti speculazioni filosofiche che questi conducono prendendo spunto da un articolo che hanno letto, dall’incontro con una persona, ma contemporaneamente senza farsi accorgere l’autore fa procedere l’azione “esteriore” e in questo modo non ci rendiamo conto che, per esempio, il viaggio in battello dal porto a Venezia si è felicemente concluso perché eravamo intenti a osservare i banchi di nebbia che nascondevano alla vista piazza San Marco. L’intera novella viaggia su questo doppio binario e l’effetto che ogni volta genera questo stile rimane, ai miei occhi, sorprendente e piacevole. Lo trovo un ottimo segnale poiché dimostra quanto e come un testo riesca a coinvolgerci, a trascinarci letteralmente dentro al racconto.

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Terminata questa parentesi sullo stile, vengo al nòcciolo della questione: questa novella è emblematica degli aspetti biografici di Thomas Mann. Nella vicende dei personaggi che, tolto il protagonista, sono tutti periferici, solo uno emerge e viene portato all’attenzione di chi legge: il giovane Tadzio. Si tratta di un giovane polacco, di quattordici o quindici anni circa, di bellissimo aspetto, molto delicato, dai tratti nobili e l’aria sicura di sé. Il giovane si trova, insieme a sua madre, le sorelle e una governante, all’Hotel des Bains a Venezia, lo stesso dove soggiorna Aschenbach. Dal punto di vista del vecchio scrittore parte immediatamente un ossessivo interesse per il giovane polacco. Dall’alto della sua statura morale, levatura culturale e letteraria, il protagonista si trova improvvisamente colto da una forte movimento centrifugo che spinge la sua interiorità a, sondare il proprio animo e si sforza di comprendere il motivo di questo grande turbamento. Alla fine del III capitolo viene enunciata la motivazione, profonda e sconvolgente:

«Si gettò su una panca, fuori di sé, respirando il profumo notturno degli alberi. E riverso sulla spalliera, con le braccia penzoloni, abbattuto e scosso da brividi intermittenti, mormorò la formula eterna del desiderio… assurda in quel caso, inammissibile, infame, ridicola e tuttavia santa anche questa volta e degna di rispetto: — Ti amo!»

Proprio così: in questa novella viene rappresentata l’inafferrabile e inspiegabile passione di un anziano signore per un giovane adolescente. Un omoerotismo che è caratteristico della scrittura di Mann, all’interno del quale molti critici hanno rintracciato le esperienze personali che hanno segnato la vita del premio Nobel.

I due personaggi del racconto non si rivolgeranno mai la parola. Il rapporto che si instaura fra i due è fatto di sguardi furtivi, sussulti del cuore cui nessuno dei due dà manifestazione esteriore né segno. Uno degli elementi che rende questo rapporto per certi versi tenero sta negli sguardi che Tadzio ricambia ad Aschenbach, nelle attenzioni che lui ha nei confronti dei suo inopportuno spasimante: gli passa vicino quando sono in spiaggia, cambia il percorso che lo guida dalla sua cabina al punto dove sono radunati i suoi amici che lo aspettano per giocare.

Questa relazione silenziosa si trova in equilibrio su due punti, uno spaziale e uno visuale: Tadzio, come si è appena detto, si muove e fa sua un’area geografica varia ma sempre troppo ampia affinché Aschenbach possa mai raggiungerlo. Di contro, il vecchio innamorato ricopre un ruolo sempre statico, fermo ma fortemente caratterizzato dagli sguardi: lui osserva i movimenti di Tadzio, ne enumera i dettagli della pelle, dei capelli, dei gesti e di tutto l’ambiente che lo circonda:

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«Lo vedeva venire da sinistra, lungo la riva, oppure sbucar fuori tra le capanne, o anche s’accorgeva improvvisamente, non senza un lieto sussulto, di aver perduto il suo arrivo e ch’egli era già lì col suo vestito bianco e turchino, l’unico indumento che portava sulla spiaggia, e già si dedicava alle sue consuete occupazioni al sole e sulla sabbia — quella vita amabilmente vuota, oziosamente irrequieta che era gioco e riposo, bighellonare, sguazzare nell’acqua, scavare la sabbia, rincorrersi, stare coricati e nuotare, sotto la sorveglianza delle signore che con voci acute lo chiamavano per nome…»

Questo equilibrio però è destinato a terminare e ciò lo sappiamo dalle premesse: ricordiamoci che si tratta di una vacanza, un episodio destinato a esistere solo all’interno di una breve parentesi. Il giorni si susseguono, altre vicende si incastrano e si intrufolano nel sogno romantico e platonico di Aschenbach che tentenna sino all’ultimo, indeciso tra tentare un approccio e dunque instaurare un rapporto verbale con Tadzio oppure, scenario che lo conforta e addolora a un tempo, vivere sino in fondo la sua passione nella sola mente, consapevole che poi nulla resterà quando verrà il momento di ripartire o, peggio, quando Tadzio se ne sarà andato senza averlo potuto salutare.

L’intraprendenza del vecchio scrittore si desta sul finire del racconto, quando dalla stasi si passa all’azione: Aschenbach decide di seguire il suo amato ovunque, dunque il movimento del ragazzo genera una trazione, un punto che si muove nello spazio portandone con sé altri:

«Sui passi del bel giovinetto, Aschenbach si era smarrito un giorno nel centro della città ammalata. Incapace di orientarsi, giacché le calli, i canali, i ponti e i campielli del labirinto si somigliano troppo, incerto persino sui punti cardinali, egli pensava soltanto a non perder di vista l’immagine bramosamente inseguita; e, costretto a una umiliante circospezione, radendo i muri, cercando riparo dietro la schiena dei passanti, per molto tempo non si accorse della stanchezza, dello sfinimento che la passione e l’ansia continua avevano prodotto nel suo corpo e nel suo spirito. Tadzio camminava dietro ai suoi, nei passaggi angusti lasciava sempre la precedenza all’istitutrice e alle monachine sue sorelle, e girellando così solo voltava ogni tanto il capo per assicurarsi con un’occhiata dei suoi strani occhi grigi come l’alba, che il suo innamorato lo seguisse.»

L’inseguimento prosegue per quasi un pomeriggio in una Venezia accaldata, soffocante, quasi mortifera… ma mai oserei svelare il finale di questa vicenda tenera e segreta!

 

Seconda foto: “La morte a Venezia” di Luchino Visconti, 1971