L’Oriente letterario del romanzo europeo: “La civetta cieca” di Sadeq Hedayat

Di Andrea Carria

Non ricordo chi, poco tempo fa, mi disse che parecchi fra i libri che aveva apprezzato di più gli erano finiti tra le mani per rabdomanzia, cioè avendoli scovati e letti senza sapere niente della loro esistenza. La cosa che invece ricordo bene di quell’episodio è che tale espressione mi era piaciuta così tanto che mi promisi di riutilizzarla, e subito dopo mi domandai se pure a me fosse mai successo qualcosa di simile. Sì – constatai senza fatica –, mi era successo molte volte, e l’ultima in ordine di tempo portava il nome del romanzo di cui sto per parlarvi; una piccola perla che – rabdomanzia o meno, ne sono certo – prima o poi sarei comunque finito per incontrare.

La civetta cieca dello scrittore iraniano Sadeq Hedayat (pubblicato a febbraio 2020 da Carbonio Editore nella collana “Origine”, traduzione di Anna Vanzan) è stato per me una sorpresa dietro l’altra. Questo romanzo breve – scritto negli anni Trenta, pubblicato nel 1941 ma, ahimè, ancora troppo poco conosciuto – rappresenta infatti tante cose insieme, e ognuna andrebbe trattata con l’attenzione che merita. Tanto per dare un’idea, la critica è concorde nel definirlo un crocevia di culture e di tradizioni letterarie diverse nonché, pace per la censura di cui è rimasto vittima per molto tempo, l’opera che ha inaugurato la letteratura persiana contemporanea.

Il romanzo non ha una vera e propria trama, se per trama si intende una successione ordinata con un inizio, uno svolgimento e una fine. In esso si riconoscono due parti ben distinte sia sul piano narrativo che stilistico: la prima, con la quale il romanzo si apre, è un racconto nel racconto dotato di una propria indipendenza, mentre la seconda, più lunga, è una sorta di memoir surrealista per il quale si potrebbero però trovare molte definizioni differenti.

«Sarà forse un testamento? Giammai. Non posseggo beni immobili che il governo possa confiscarmi, né professo una fede della quale il diavolo mi possa deprivare.»

Il protagonista e l’autore di queste parole è un modesto pittore di astucci che è uscito sconfitto dal confronto con la vita. Il lettore impara a conoscerlo poco alla volta, ma per farlo deve prima adeguarsi al suo modo di esprimersi e al suo stile, entrambi molto più adatti a nascondere che a svelare. È la prima caratteristica, nota esotica e cliché letterario che un occidentale impara a proposito dell’Oriente (la magia, il mistero, il fascino che nasconde e ottunde i sensi proprio come è stato narrato da intere generazioni di viaggiatori), e nella Civetta cieca è addirittura la prima impressione che Hedayat fornisce della sua terra d’origine: una terra dove niente è come sembra.
Il romanzo non presenta situazioni che si potrebbero definire naturalistiche né ambientazioni precisamente determinate; la periferia di una città iraniana (forse Teheran, o forse no) e, lì da qualche parte, sotto un cielo fitto di misteri, l’umile casa dove il pittore vive e lavora è tutto quello che viene concesso alla voglia di sapere di chi legge. Le cose che il pittore vede e racconta si offrono nella veste del ricordo, del sogno oppure dell’allucinazione; stati mentali o di coscienza che in un’altra opera verrebbero definiti alterati qui percorrono il testo da cima a fondo né mancano di sovrapporsi, tanto che le uniche dichiarazioni accettabili da parte del protagonista arrivano quando denuncia la propria condizione di accanito consumatore di alcol e oppio.

La morte è il tema del libro. Hedayat ne era ossessionato e il pittore, in questo senso suo alter ego, non smentisce tale sudditanza. Essa pervade il testo, si insinua in ogni sua pagina, riga, parola o espressione, assumendo sia forme immateriali che sensibili; tuttavia, se per le prime lo scrittore impiega un vasto repertorio di figure retoriche atte a conferire alla morte quel senso di incorporeità che comunque le appartiene, per le seconde ricorre invece a immagini strettamente terrene, forti, respingenti e persino truculente, creando in questo modo un magnifico contrasto stilistico. La macellazione degli animali, l’esposizione dei loro teschi e delle loro viscere nella bottega del macellaio sono le uniche attestazioni di puro realismo che si incontrano nel romanzo. La loro presenza è paragonabile alla percezione del dolore all’interno di un sogno: servono a scuotere, a urtare la sensibilità del lettore cogliendolo di sorpresa, per quanto la loro funzione primaria sia chiaramente simbolica e metaforica, e tale rimanga.

Nonostante la rarefazione della struttura narrativa, la storia finisce lo stesso per incanalarsi lungo dei binari narrativi piuttosto evidenti. Ciò avviene in maniera marcata nella seconda parte del testo, dove è la stessa rievocazione della vita del pittore a imporre una scansione più rigorosa delle scene, bilanciando lo stile allusivo-visionario proprio della prima parte (un brano, quest’ultimo, che annovera tra i suoi fratelli d’inchiostro i Racconti del terrore di Edgar A. Poe) verso cui Hedayat sembra comunque tendere sempre con molta spontaneità. Nel complesso la gestione degli snodi tematici e narrativi tiene malgrado l’eccesso di uniformità stilistica tarata su un livello letterario molto elevato. Estendere lo stesso stile di scrittura, per di più con una forte tendenza all’astratto, per molte pagine può rivelarsi deleterio per un romanzo – un genere dalla prosaicità congenita e che richiede un dosaggio accorto dei cambi di passo e dei contrappunti –, e invece, a riprova dell’abilità dello scrittore, l’unico episodio romanzesco della Civetta cieca che si rispetti, quello dello Spannung o della scena capitale, sembra essere particolarmente riuscito, passando dall’intuibile al percepibile in un baleno: la tensione sale, la scrittura si fa febbrile, la sensualità diventa eccitazione pura e il lettore viene infine ripagato con una salutare scarica di adrenalina.

«I racconti sono solo un modo per sfuggire ai sogni disattesi, ai desideri che non si sono realizzati; e gli scrittori fabbricano storie secondo i loro orizzonti limitati, seguendo quanto ereditato dal passato.»

La scrittura di Hedayat foggia brani intensi e altamente espressivi. Il suo stile letterario, modellato sulle opere degli scrittori europei e americani del XIX e del primo XX secolo, è irrorato da contaminazioni culturali su più livelli. Con la sua ambientazione persiana, i tanti miti induisti che si incontrano, la laicità e il criticismo occidentali che ne costituiscono la struttura portante, La civetta cieca è un raro esempio di romanzo che è a casa propria in due o tre tradizioni letterarie differenti. Sicuramente è così nel caso di quella persiana ed europea, per quanto la ricezione del romanzo in Iran, allora Persia, venne impedita. Il fatto sorprendente è che Hedayat non aveva semplicemente appreso i modelli culturali occidentali, bensì li aveva interiorizzati tanto in profondità da scrivere un’opera esemplare che si inserisce a pieno titolo nella stagione letteraria europea del primo Dopoguerra.
Finora l’ho presentato come un romanzo, ma nel caso della Civetta cieca non sarebbe sbagliato nemmeno parlare di antiromanzo, una forma nata nell’Ottocento e che in Francia, nel periodo in cui Hedayat vi si era trasferito, conobbe un periodo alquanto fortunato. L’affermazione di questo genere è in parte riconducibile all’approdo in letteratura di alcuni filosofi-scrittori di cui lo stesso Hedayat aveva senz’altro sentito parlare durante il suo soggiorno. Si trattava di liberi pensatori e di sperimentatori che ebbero un ruolo importante nel rinnovamento culturale che si stava svolgendo e che coinvolgeva anche la forma romanzo. Fra di essi c’era anche Georges Bataille (1897-1962), intellettuale di spicco e autore di scandalosi antiromanzi filosofici i cui echi, mi azzardo a ipotizzare, potrebbero essersi insinuati nelle pagine più scabrose della Civetta cieca.

Nell’incontro con l’Occidente, Sadeq Hedayat non aveva trovato soltanto idee e concetti di cui appropriarsi, ma aveva scoperto una maniera d’espressione e una possibilità d’evasione che la cultura natia non era in grado di offrirgli. Ciò che fece fu imparare gli strumenti culturali, critici e intellettuali più adatti per donare una veste letteraria altamente espressiva a quella che era sempre stata la sua più convinta, più personale, più autentica visione del mondo.

«Capivo che il dolore sussiste anche se privo di qualsiasi significato. Per la gentaglia ero diventato una specie sconosciuta e irriconoscibile, tanto che avevo dimenticato che un tempo lontano anch’io ero stato membro di quel loro mondo. La cosa più spaventosa era che non percepivo più se ero completamente vivo o completamente morto. Ero un morto che camminava, privo di legami col mondo dei vivi ma che non poteva trarre giovamento dall’oblio e dalla quiete del mondo dei morti.»

Ma il peso che la cultura occidentale ha avuto su Sadeq Hedayat emerge anche sotto altri aspetti e con i nomi di tanti autori; quelli di Poe, di Kafka, di Dostoevskij, di de Quincey, di Hesse – tanto per nominare i più evidenti –, ma pure l’arte, la filosofia e la psicologia si stagliano con forza nel suo orizzonte culturale. Riguardo a quest’ultima, non si può parlare della Civetta cieca senza mettere in evidenza i profondi contenuti psicanalitici che questo romanzo propone quasi ad ogni pagina, tanto che un bravo critico della vecchia scuola potrebbe analizzarlo e ricavarne un’interessante ermeneutica freudiana. L’unica cosa che proprio non si può fare è negare la veste intellettuale del romanzo o disinteressarsi a essa.

Il difetto maggiore della Civetta cieca è di essere un’opera che si lascia leggere in un giorno. L’incedere ipnotico della prosa di Hedayat, unitamente alle dimensioni del libro, rischiano di affrettarne la lettura e di non permetterne l’apprezzamento di tutti i suoi contenuti. La cosa giusta da fare sarebbe buttare via l’orologio, chiudersi in una stanza vuota e rileggerlo almeno una seconda volta; non basterebbe neppure allora, ma almeno niente verrebbe a interferire con la potenza evocativa e immaginifica che la scrittura di Sadeq Hedayat è riuscita a racchiudere in ogni singola parola di quello che è a tutti gli effetti il suo capolavoro.