“In fuga da Houdini” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Un viaggio in nave è un sogno o un’illusione che nasconde del sangue?
[qui trovate i link agli articoli precedenti, rispettivamente per il primo e secondo volume della saga].

Al termine del libro precedente, Alla ricerca del principe Dracula, Johnatan Wadsworth, medico legale di fama non indifferente in Inghilterra, era stato convocato in America per offrire il proprio aiuto nella risoluzione di una serie di omicidi che stavano gettando ombra sulla città di New York.
Il 15 settembre scorso, aprendo le prime pagine della terza opera di Kerri Maniscalco, In fuga da Houdini, abbiamo scoperto che Audrey Rose Wadsworth e Thomas Cresswell lo hanno seguito in veste di suoi assistenti.
In questo terzo romanzo seguiamo le loro avventure, una volta che Thomas, Audrey Rose e la loro chaperon si sono imbarcati sulla Royal Mail Ship Etruria in una traversata di dieci giorni verso il nuovo mondo.

La narrazione in prima persona ci mostra, come nei libri precedenti, il punto di vista di Audrey Rose e leggendo si ha la sensazione di vivere una sospensione dal tempo reale, durante la quale il lettore si augura di avere davanti a sé la descrizione di dieci giorni intervallati solo di gioie, abiti scintillanti da presentare a cena, mentre lo strabiliante Circo al Chiaro di Luna fa le sue esibizioni curate al minimo dettaglio con il solo scopo di stupire i passeggeri e dar loro l’impressione di vivere in una favola.
Tutti coloro che hanno intravisto in Thomas e Audrey Rose una coppia stabile, complementare e allo stesso tempo paritaria, si augurano di potersi godere un corteggiamento segreto dei due protagonisti, dolce e appena sussurrato poiché entrambi sono in attesa del benestare delle rispettive famiglie perché il loro fidanzamento sia ufficializzato. Tuttavia, quando le luci calano la prima sera, durante l’esibizione dei circensi, comandati dal misterioso e affascinante Mefistofele, il sogno si trasforma in un incubo. La figlia del primo magistrato Prescott, in viaggio su quella nave su invito di uno sconosciuto benefattore, viene pugnalata e uccisa proprio al tavolo dove siedono i due protagonisti principali, senza che questi si rendano conto di chi sia l’assassino.

Le indagini iniziano immediatamente e devono svolgersi con rapidità, perché la lista dei morti aumenta vertiginosamente e in quegli spazi chiusi e lussureggianti tutti sono considerati colpevoli e prede in egual misura: hanno tutti la sensazione di trovarsi in una gabbia dorata dalla quale non possono evadere.
Da quel momento in avanti, ogni sera, i passeggeri vengono sorpresi da un nuovo omicidio, i corpi vengono ritrovati messi in posa come se fossero la figura di una carta dei tarocchi. L’escalation di violenza da cui l’Etruria sembra infestata, proprio perché presentata con dovizia di particolari e spettacolarità, fa ricadere i sospetti di quelle morti efferate sugli artisti che si esibiscono sul palco nascondendo le loro identità con maschere di velluto.
Il lettore segue le indagini quasi trattenendo il respiro e solo colui che avrà l’occhio attento potrà riconoscere l’assioma già presentato nel libro precedente (e in questo terzo libro esasperato), secondo cui in questa tetralogia a un restringimento dello spazio in cui si svolge l’azione corrisponda un infittirsi dell’intreccio, e di conseguenza sia non solo più difficile identificare l’assassino, ma anche determinare una cronologia tra gli omicidi. Per fronteggiare la situazione di pericolo in mare Audrey Rose e Thomas convengono di dividersi, e mentre la ragazza decide di stringere un patto con Mefistofele per poter parlare più facilmente con gli artisti del suo circo, l’apprendista patologo seguirà le indagini dello zio Johnatan in maniera ufficiale. Ma un telegramma comunica che c’è un problema di cui si devono occupare anche a Londra e che minaccia di destabilizzare la famiglia Wadsworth: Liza, la cugina di Audrey Rose, è scomparsa!

Le stringenti regole della società vittoriana estendono la propria ombra sui due protagonisti poiché la scomparsa di una ragazza nubile significava in una famiglia benestante dell’epoca un’onta tale da compromettere qualsiasi matrimonio.
Non che la situazione migliori quando Liza viene riconosciuta dalla cugina sul palco come assistente del mago Houdini. Ha una maschera che ne nasconde l’identità, come tutti gli altri circensi, ma se venisse scoperta la sua reputazione sarebbe rovinata!
Per amore di Liza, e per farle lasciare il circo, Audrey Rose si dice pronta a tutto, decisa a riportarla a casa con sé, sperando che la sua reputazione non sia compromessa vista la relazione che ha intrecciato con l’illusionista ungherese. Mefistofele, come il diavolo dell’opera di Goethe, è deciso a sfruttare a proprio vantaggio quel desiderio inespresso da Audrey Rose, ma che lui sembra leggerle in volto, perciò stringe con lei un accordo nel cuore della notte: entrare a far parte del Circo al Chiaro di Luna, facendo credere a tutti di essersi invaghita di Mefistofele stesso in cambio di prove che sicuramente spingeranno Liza a lasciare il circo e un aiuto per smascherare l’omicida che sta seminando il terrore sulla nave.
Nonostante si professi una donna indipendente e con un atteggiamento degno delle prime femministe, in quest’avventura Audrey Rose rivela al lettore e a sé stessa i propri limiti e le proprie debolezze: allontanarsi da Thomas e fingere di amare un altro uomo sembra più un tentativo di eludere le regole sociali e vivere al di sopra di esse piuttosto che un desiderio di aiutare la propria famiglia.
La conclusione porta allo svelamento dell’identità dell’assassino, ma lascia il lettore con il beneficio del dubbio: ci sono tre omicidi che sembrano commessi da un’altra mano, decisamente più efferata e molto più simile a quella di Jack lo Squartatore, il quale ormai sembra approdato a New York e potrebbe dare il via ad una nuova scia di crimini… riusciranno Thomas e Audrey Rose, ormai lontani emotivamente l’uno dall’altra, a riconoscerne le tracce ora che sono giunti in città?

Consigliamo questo libro perché… oltre a traghettarci verso un nuovo secolo, un nuovo mondo e presentarci le atmosfere oniriche messe in scena dal Circo al Chiaro di Luna, In fuga da Houdini si distanzia notevolmente dai precedenti soprattutto perché l’intreccio della trama poliziesca è particolarmente complessa e ci costringe a non distogliere l’attenzione neppure dal più piccolo dettaglio.
La sottotrama dalle tinte rosa sembra essere carente perché a un esame superficiale presenta il personaggio di Thomas come un burattino nelle mani di Audrey Rose, che rimane in attesa delle sue decisioni mentre la donna sembra capitolare ai piedi di Mefistofele. Il novello Sherlock è invece un uomo che rispecchia la nostra contemporaneità, che mostra per la prima volta un personaggio maschile carico di tutte le sue fragilità e paure proprie di qualsiasi uomo intento a conquistare il cuore della donna che ama e avere la possibilità di costruire un futuro con lei.

La Nascita del principe Oscuro

Questo racconto lungo viene venduto insieme al terzo volume della serie Stalking Jack the Ripper. Se si sceglie di acquistare la versione del libro in pdf, la casa editrice OscarVault lo fornisce in un unico file leggibile comodamente su qualsiasi schermo a disposizione dei lettori più progressisti e amanti della tecnologia.
Si presenta sotto forma di libretto della lunghezza di nove capitoli che racconta alcuni episodi di quanto abbiamo appena letto essere avvenuto sull’Etruria, narrati dal punto di vista di Thomas Cresswell e prosegue narrando il soggiorno di Audrey Rose e Thomas a New York presso la casa di Nonna Wadsworth.

La scelta di dar voce principalmente alla protagonista femminile e in seguito dedicare delle pagine alla controparte maschile può risultare un cliché dai toni stucchevoli e melensi che fa riecheggiare in mente l’operazione letteraria che ha visto la luce nei mesi scorsi ad opera della scrittrice Stephenie Meyer.
È necessario però segnalare che questo racconto si distacca totalmente da quel tipo di scelta perché ci offre uno spiraglio sulla mente logica del nostro apprendista patologo forense preferito, e unisce ad essa la percezione dei suoi sentimenti per Audrey Rose.
Prosegue poi, attraverso la narrazione degli eventi avvenuti una volta che i due sono attraccati a New York, parlando per bocca di Thomas dell’importanza di accettare sé stessi, in toto, con pregi e difetti, luci ed ombre perché solo così lui sarà in grado di amare completamente Audrey Rose, e sbirciando tra i pensieri del protagonista il lettore stesso comprende l’importanza di una maggiore consapevolezza di sé per vivere una vita felice. È qui che il lettore può finalmente realizzare la profondità e l’accuratezza con cui è stato tratteggiato il personaggio di Thomas e per quale motivo rispecchi realisticamente qualsiasi uomo innamorato e possa quindi godersi, nelle ultime pagine, un evento che determinerà il punto di partenza per il quarto e ultimo libro di Kerri Maniscalco.

“Sulle tracce di Jack lo Squartatore” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Cosa ci affascina maggiormente della letteratura vittoriana? La sua capacità di creare un immaginario affascinante e imperituro, di realizzare entro poche pagine quadri di un mondo che non esiste più, fatto di chiacchiere sussurrate oltre il bordo di una tazza di tè, di bustini di stecche di balena che obbligavano a dover agire anche nei momenti più spensierati secondo regole ferree.

O forse c’è dell’altro? Come l’aver saputo cogliere entro quelle regole ferree che influenzavano la vita di ogni singolo individuo, un modello che si è protratto fino al XX secolo e con esso le crepe, da cui si poteva scorgere il reale in tutte le proprie contraddizioni.

D’altronde chi non conosce la travagliata e famigeratavicenda del serial killer noto come Jack lo Squartatore, che sconvolse l’opinione pubblica nel 1888 quando d’un tratto l’infallibile corpo di polizia londinese scoprì di non essere in grado di dare un volto all’omicida che è stato il terrore di Whitechapel?

Questa è la domanda che si pone anche l’autrice americana Kerri Maniscalco e che la porta a dar vita al primo libro della trilogia dal titolo Stalking Jack the Ripper, pubblicato in italiano lo scorso 15 settembre da Mondadori, con il titolo Sulle tracce di Jack lo squartatore.

In ogni youngadult che si rispetti c’è necessità che il protagonista principale abbia un’età compresa tra i 14 e i 19 anni, e così anche i suoi aiutanti, ed insieme questi personaggi cercano di scoprire sé stessi, le proprie capacità ed i propri limiti mentre si confrontano con il mondo che li circonda.

Non è esattamente questo ciò che aspetta quel lettore che decida di avventurarsi tra le pagine di Sulle tracce di Jack lo Squartatore perché la scaltra protagonista Audrey Rose è sì una diciassettenne nel buio anno 1888, ma non si comporta come farebbe una qualsiasi diciassettenne londinese perché non si conforma ai doveri che la società si aspetta che assolva.

Orfana di madre, una madre indiana sposa di un britannico, vive nelle agiatezze ma è invisibile a suo padre, dipendente dal laudano che sta isolando sé stesso e i suoi due figli, Nathaniel e Audrey Rose.

Lei, determinata a creare da sé il proprio destino, preferisce affiancare suo zio Johnatan, medico e docente, come apprendista di patologia forense perché sente che non ha nulla in comune con le sue coetanee che si entusiasmano per un tè, o per le sfumature delicate del tessuto di un abito.

Quando allo zio viene richiesta una consulenza sugli omicidi efferati che si stanno verificando nei vicoli di Whitechapel, Audrey Rose lo affiancherà assieme allo studente che suo zio ammira di più, Thomas Creswell, un solitario che detesta e ammira. Verrà trascinata in una incessante ricerca che la porterà alla macabra scoperta che l’identità di Jack lo Squartatore si cela dietro una delle persone a lei più vicine.

Le ricerche svolte da Kerri Maniscalco per dare credibilità alla caratterizzazione delle usanze e dei comportamenti tipici dell’era vittoriana sono valide e forniscono una solida cornice; a volte tuttavia si ha la sensazione che esse funzionino eccessivamente da sfondo tanto che in alcuni casi sembra vengano dimenticati alcuni tratti in favore del ritmo della narrazione sostenuto.

Gli stilemi propri del gotico inglese vengono invece ampiamente rispettati, e garantiscono una trama ricca di colpi di scena e un ritmo incalzante che non risparmia citazioni ad altre opere letterarie fondatrici del genere.

Per amore della narrazione vengono messe in ombra le sempre presenti e indispensabili figure della servitù, che vengono regolarmente licenziate dal padre della protagonista spaventato dalla possibilità di contrarre malattie.

Il fatto che una di queste finisca nella sala autopsie come nuova vittima di Jack lo Squartatore comporta che Audrey Rose non solo sarà coinvolta emotivamente dalle indagini, ma verrà anche spinta a svolgerle in autonomia con l’aiuto di Thomas, un novello Sherlock Holmes dalle strabilianti doti deduttive. Attraverso la figura di questa ragazza decisamente anticonformista e del rapporto che si viene a creare con Thomas, Kerri Maniscalco può parlare apertamente della propria idea di femminismo come parità di genere, un argomento che, seppur fortemente anacronistico rispetto all’epoca in cui è ambientata la vicenda, offre ottimi spunti di riflessione, soprattutto nel tipo di pubblico cui si rivolge il genere youngadult.

Consiglio questo libro perché… Ha un fascino magnetico nonostante la dovizia di particolari fornita sugli omicidi e sulle autopsie non lo rendano adatto a persone con uno stomaco delicato. Il giallo ha un’intricata costruzione in cui giocano un ruolo importante non solo i due protagonisti che sono al centro di una sottotrama che vede il loro legame crescere e consolidarsi, ma anche false piste, manicomi, poliziotti che sembrano aiutanti, malati di lebbra e fratelli come Nathaniel, che è la figura con la caratterizzazione psicologica più accurata tra tutte perché, per quanto sia l’unico che mostra dolcezza e appoggia la protagonista, è anche la più attinente e accuratamente calata nel contesto socio-politico vittoriano.

This is not America: “Il caravan” di Jennifer Pashley

Di Andrea Carria

Ogni libro ha un proprio periodo dell’anno; ce ne sono alcuni che hanno una stagione dentro ed è in quella che desiderano essere letti. Ero in cerca di un bel libro che sapesse di estate e sotto questo punto di vista Il caravan, primo romanzo di Jennifer Pashley (pubblicato lo scorso luglio da Carbonio Editore, collana “Cielo stellato”, traduzione di Anna Mioni), non ha tradito le mie attese.

Sudest degli Stati Uniti, giorni nostri. A South Lake le serate si sprecano nei bar e i dolori si annegano nell’alcol. Da quando ha perso la propria bambina in uno sciagurato incidente domestico, la ventitreenne Rayelle Reed segue alla lettera questo codice di comportamento; la sua famiglia e il resto della comunità le hanno dato esempi molto concreti in tal senso. È giovane ma dalle sue parti l’età è relativa; più che un conto è un compromesso fra noia e abbandono, per cui non ha tutti torti a pensare quello che pensa, e cioè che difficilmente si salverà. Le persone che più contavano nella sua vita non ci sono più, se ne sono andate: non solo sua figlia Summer, la perdita più grave che potesse subire, ma anche il proprio compagno Eli, la cui storia insieme non ha più potuto funzionare, e l’adorata cugina Khaki, colei che ha iniziato questa brutale serie di addii fuggendo di casa.

Come contraltare di una realtà così gretta, provinciale e meschina, la speranza in una seconda occasione è il miraggio che tiene a galla le vite di molti, laggiù. Gli sconfitti come Rayelle si guardano bene dal rivelarlo a sé stessi o agli altri (ogni giorno sulla strada gli animali finiscono sotto alle ruote delle auto per molto meno), eppure chi non è ancora perduto del tutto è obbligato a coltivare questo pensiero in segreto per mantenersi vivo. Rayelle non fa eccezione, ma quando l’opportunità che attende le si presenta quasi non la riconosce. Si chiama Couper, ha un discreto fascino, un nutrito catalogo di matrimoni falliti alle spalle e sta viaggiando di Stato in Stato con un caravan attaccato alla sua Gran Torino. Dice di essere un giornalista e di stare indagando sulle sparizioni di alcune ragazze, ma per Rayelle è soprattutto un uomo con cui passare una notte, e pazienza se per età potrebbe essere suo padre.
Quella notte si trasforma in un’intera estate. Di giorno Rayelle siede sul sedile passeggeri della Gran Torino e fa da assistente a Couper nella sua indagine, quando si fa buio divide con lui il piccolo letto del caravan. Non passa molto tempo prima che da questa strana convivenza spunti una piccola ma salutare ritualità domestica che, se non rimedia al passato, almeno ne lenisce il tormento. C’è perfino spazio per qualche sogno, l’importante è farselo bastare come tale. Il sole che spiove su quello squarcio di America sembra proprio voler regalare ai due amanti una vacanza dalle loro vite incasinate, eppure sia Rayelle che Couper sanno che nessuno dei due è la soluzione ai problemi dell’altro. La storia di un’estate non potrà riempire il vuoto che la ragazza ha dentro; prima o poi Couper se ne andrà e lei rimarrà di nuovo sola con i suoi fantasmi. Con un po’ di fortuna questa avventura potrebbe però ancora permetterle di scoprire dove si è cacciata sua cugina. Gli indizi che lei e Couper hanno raccolto sulle ragazze scomparse non sono confortanti, la polizia ancora non sa di avere a che fare con un serial killer, ma forse non è ancora tutto perduto e per Khaki può ancora esserci speranza. L’unica cosa che adesso conta è trovare il killer prima che lui trovi lei…

Come si evince dalla trama, Il caravan è sostenuto da una serie di premesse e circostanze importanti che lo proiettano nel solco della fiction realista. Jennifer Pashley investe molto nella ricostruzione della provincia americana e si sforza di trascinare il lettore nei grandi spazi aperti e nelle cittadine polverose e dall’aria stagnante che sfilano dietro ai vetri della Gran Torino, riuscendo a centrare il risultato con immagini vivide e neanche troppo stereotipate. Nonostante l’ambientazione che si è scelta per il suo primo romanzo sia una delle più logorate dall’uso, l’autrice ha fatto il possibile per non rimanere impigliata nelle solite inquadrature da film TV e alcuni degli interludi più originali a cui è ricorsa l’hanno premiata, svecchiando l’immagine appiattita che si è soliti importare dell’America.

«In una piccola città non si sfugge a niente. La città sa tutto, ma mai abbastanza. Sa di tutti i ragazzi con cui sei andata a letto, ma non quali di loro amavi. La gente si limita a ricostruirti dai frammenti, dagli scorci di te che ha intravisto in giro […]».

La sua scrittura trae la propria forza e bellezza dall’acceso contrasto che si concretizza sulla pagina. Lo squallore e la crudezza che lo sguardo di Rayelle cattura senza esprimere giudizi sono controbilanciati da schegge di inatteso lirismo e brani di acuta espressività. Il romanzo parla di vite reiette, di violenza domestica, di disagio postindustriale, ma lo stile scelto da Pashley per raccontarlo non si avvale di forme altrettanto torbide. I bambini e le bambine si divertono a fare i magnaccia, imparano il sesso per gioco imitando gli adulti, e a volte muoiono in stupidi incidenti; durante l’adolescenza molte ragazze hanno la loro prima gravidanza, e se non possono permettersi di tenere il bambino vanno ad abortire come andrebbero a farsi un tatuaggio; succede tutto questo nella provincia americana raccontata da Jennifer Pashley – una provincia religiosa, cristiana, ma senza redenzione –, eppure la sua scrittura non ferisce nemmeno una volta; se possibile, al contrario, essa cerca di curare, quasi come se il primo rimedio contro una realtà tanto cruda stia nella ricercatezza dello stile, nella sobria eleganza del linguaggio.

Se questi erano i punti di forza del romanzo, le caratteristiche che incidono più positivamente sul suo giudizio, le poche criticità che ho riscontrato riguardano quasi tutte lo sviluppo della trama. Il caravan non è un giallo né un poliziesco, ma Pashley ha forse investito troppo sulla componente investigativa del suo romanzo per scegliere una struttura narrativa che richiede lo svelamento dell’identità del killer dopo poche pagine. Il lettore viene spiazzato da questa verità giunta troppo presto e all’improvviso, e fa tutto ciò che è in suo potere per trovare un’altra spiegazione e intorbidire le acque, ma inutilmente. L’autrice ha predisposto per lui un percorso completamente diverso che prevede di seguire Rayelle e Couper mentre si avvicinano alla verità e regolano i conti con un killer ignoto a loro soltanto. Si tratta di uno svolgimento insolito e con una discreta percentuale di rischio; alla fine il lettore non si pente di averlo seguito perché la storia trova comunque il modo di farsi apprezzare sotto altri punti di vista, tuttavia i limiti di questa scelta producono le loro conseguenze e Pashley, secondo me, avrebbe potuto irrobustire altri elementi della trama per compensare la mancata suspense (eh sì, il finale è un po’ troppo annunciato…).

Come però ho detto il romanzo si fa perdonare in altro modo. Uno degli elementi più interessanti è lo sguardo tutto al femminile sugli eventi e sulle cose. Non ci sono né buoni né cattivi, ma quando una donna decide di fare del male non deve necessariamente vestire i panni della femme fatale; nel Caravan le donne possono essere davvero violente e perfino mortali, vanno in giro in pick-up e sfidando gli uomini sul loro stesso terreno, quello della delinquenza, in un confronto che mette in dubbio la presunta superiorità maschile arrivando a tingersi dei colori della parità di genere e dell’autodeterminazione della comunità LGBTQ. Anche qui certi passaggi scricchiolano un po’ – il realismo che ho elogiato prima nei riguardi dell’ambientazione e del contesto in questo caso avrebbe avuto bisogno di qualche accortezza in più –, eppure la prospettiva rimane interessante, colpisce per le sue intenzioni innovative e dietro di sé potrebbe comunque lasciare una scia.

Credo che del suo esordio romanzesco Jennifer Pashley abbia fatto bene a ritenersi soddisfatta (l’edizione americana è del 2015 e per questo romanzo ha ricevuto riconoscimenti e premi), e così credo che debbano esserlo oggi i suoi lettori italiani. Il caravan è un romanzo capace di intrattenere ma, a differenza di una semplice lettura estiva, non si esime dall’abbandonare la superficie delle cose per calarsi in acque più torbide e oscure traendone messaggi importanti.

Una particolarità: i dialoghi non hanno virgolette. Potrebbe trattarsi di una scelta stilistica dell’autrice oppure di una redazionale; è più probabile che sia la prima, comunque.

Un talento da best seller. Breve analisi sullo stile di Joël Dicker

Di Andrea Carria

Se venisse redatto un elenco degli scrittori più talentuosi di oggi, il romanziere ginevrino Joël Dicker (1985) si piazzerebbe ai primissimi posti. I suoi romanzi sono tradotti in svariate lingue, godono di un vasto seguito da parte dei lettori di mezzo mondo e a pochi giorni dall’uscita balzano in vetta alle classifiche dei best sellers. La verità sul caso Harry Quebert (2012) è stato un caso editoriale da 7 milioni di copie, e quest’anno ha visto raddoppiare la propria messe di successi grazie alla serie televisiva con Patrick Dempsey (Grey’s Anatomy), che sta andando in onda su Canale 5 proprio in questi giorni.

Nell’articolo di oggi intendo condividere con voi lettori alcune considerazioni personali sullo stile di scrittura di Dicker, mettendo in evidenza sia ciò che funziona sia quello che invece, a mio parere, necessiterebbe di una messa a punto.

Perché possa esprimere il meglio di sé, è indispensabile che uno scrittore riconosca quanto prima il proprio genere letterario, un’espressione molto ampia che si riferisce sia al contenuto dello scritto sia alla sua forma. Dicker, il quale ha esordito a soli vent’anni con il romanzo breve La Tigre (2005), ha trovato nel romanzo la forma adatta fin da subito, e poco a poco è riuscito ad abbinarvi anche il contenuto che forse incontra i suoi propositi di scrittore meglio di altri: il giallo. Se infatti Gli ultimi giorni dei nostri padri (2010) e Il libro dei Baltimore (2015) sono rispettivamente un romanzo storico e una saga familiare del XXI secolo, storie poliziesche sono sia il pluripremiato La verità sul caso Harry Quebert, finora il suo libro di maggior successo, sia La scomparsa di Stephanie Mailer (2018), la più recente delle sue fatiche.

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L’attore Patrick Dempsey (Harry Quebert) in una scena del film

Nonostante siano libri a sé, indipendenti fra loro (soltanto Il libro dei Baltimore può essere considerato uno spin off della Verità, con cui condivide il protagonista-narratore), le sue opere sono tutte strettamente connesse sul piano stilistico. Innanzitutto si tratta di romanzi lunghi con una trama che si sdoppia dal punto di vista temporale. I giorni nostri sono il tempo della narrazione: nel presente, la storia (o l’indagine) comincia, prosegue e si completa man mano che la verità su un passato sepolto o dato sistemato per sempre viene a galla. Il passato è quindi sia la spiegazione che l’innesco della storia, e Dicker è molto bravo nel trattare questo duplice andamento, portando avanti parallelamente i due filoni mediante l’uso di numerosi flashback che si innestano alla perfezione nel tessuto romanzesco, del quale costituiscono spesso la parte preponderante. L’equilibrio viene assicurato dalla studiata ripartizione in cui i romanzi sono suddivisi al loro interno. Spesso possiedono una struttura che gioca su un’alternanza quasi matematica dei capitoli nel presente e di quelli nel passato, mentre altre volte la struttura è meno riconoscibile e la successione è il frutto di un intervento più “artigianale”. Il risultato finale comunque non cambia, e l’effetto provato leggendo ognuno dei suoi libri, dove la transizione fra le sequenze ricorda un cambio di inquadratura e la presenza di numerosi spezzoni o scene minime rivela una narrazione pensata per fotogrammi, è quello di stare guardando un film alla televisione — Dicker è uno scrittore che ragiona da regista.

A una trama e a una struttura molto complesse, esuberante nel numero delle scene e in quello dei personaggi, fa da contrappeso quella che considero la migliore dote di Dicker: la chiarezza espositiva. Per quanto voluminosi e intricati, i suoi romanzi sono infatti sorprendentemente definiti e leggeri. La leggerezza di cui parlo va considerata nella sua accezione più positiva, la stessa di cui ha parlato Italo Calvino nelle Lezioni americane: è una faccenda di «sottrazione di peso». Le pagine hanno un bel respiro, scorrono veloci, le digressioni sono sempre funzionali alla trama e in generale il compromesso fra necessario e superfluo, per usare le parole di un altro grande della letteratura come Primo Levi, è il risultato di una durevole alchimia. Il lavoro del suo traduttore italiano, Vincenzo Vega, ci parla inoltre di una scrittura dalle frasi semplici e dirette, dai periodi snelli e calibrati secondo i moderni standard della punteggiatura. Se proprio volessi mettere i puntini sulle i, potrei dire che l’unico inconveniente di uno stile così “asciutto” è di rivelarsi eccessivamente impersonale in determinati momenti, come se il Dicker professionista della scrittura prendesse il sopravvento sul Dicker artista. Come artista, invece, il suo ricorso agli espedienti letterari è molto moderato: assenza di perifrasi, incisi quando servono e figure retoriche solo se appropriate. La pagina dickeriana modello è uno specchio nitidissimo che riflette ordinatamente la concatenazione di idee dell’autore.

Questa pulizia nello scrivere permette a Dicker di concentrarsi interamente sulla trama. Lui è uno scrittore a cui piace partire da molto lontano e arricchire la vicenda con le storie individuali di più personaggi. Ciò fa sì che il ritmo di base sia quello avvolgente e disteso di una grande narrazione, che però non perde per strada la tensione tipica del giallo. Le accelerazioni sono frequenti e repentine, e il lettore, costantemente sollecitato da nuove piste e interrogativi, mantiene alta la curiosità dall’inizio alla fine. Suspense e colpi di teatro sono il sigillo che Dicker imprime alle sue trovate più originali, ma come ogni giallista che si rispetti anche lui sa bene che non bisogna lasciarsi prendere la mano. Il suo affinato discernimento di scrittore lo aiuta così a realizzare ricostruzioni ricche di particolari, dove la logica che sovrintende al corretto fluire degli eventi sfuma l’artificio dei propri nessi divenendo naturalità.

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Una naturalità che, tuttavia, non percorre i suoi libri senza soluzione di continuità. Mi dispiace in modo particolare rilevarlo, ma in effetti Dicker macchia qua e là i suoi straordinari romanzi con alcune cadute di stile. Mi riferisco ai non pochi stereotipi e cliché contro cui il suo talento va a sbattere. Il più delle volte ne sono interessati i personaggi che crea, i quali possono essere divisi in due macro categorie: quella dei “primi della classe”, fatta di ragazzi talentuosi, belli, affascinanti, carismatici, dotatissimi, popolari e di buona famiglia a cui appartengono quasi tutti i personaggi principali e i protagonisti dei suoi romanzi; e quella dei “tipi da copione”, ovverosia uomini e donne privi di una personalità e di una psicologia pienamente sviluppate e che si limitano a prestare sé stessi a uno dei ruoli che la trama esige. Abbiamo così il poliziotto corrotto e quello che ha sposato il proprio lavoro, il politico arrivista e il giornalista intrigante, famiglie apparentemente felici in cui il padre sacrifica tutto alla carriera, la moglie devota si illumina per i suoi successi, i figli anelano a ritrovare l’armonia familiare di quando erano piccoli, e così via. Sono tipi di dinamiche che Dicker ripropone in quasi tutti i suoi libri, i quali tra l’altro offrono variazioni molto limitate di un immaginario che l’autore ha forse troppo precocemente cristallizzato: le belle contrade del New England, rifugio per la borghesia newyorkese, fatte di cittadine tranquille immerse nel verde e dai nomi sognanti (Aurora, Orphea), e impeccabili villette a schiera dove signori perbene innaffiano il prato mentre i bambini giocano all’aperto con gli amichetti del quartiere.

Per questa recidività agli stereotipi, si possono fare alcune ipotesi. Una potrebbe essere la giovane età di Dicker, ma il fatto di frequentare i più alti ambienti letterari da quasi dieci anni lascia credere che il motivo sia diverso, come per esempio la maggiore importanza che egli riserva ad altri aspetti dello scrivere. La trama è senz’altro il principale di questi aspetti, anzi è la sola ragion d’essere della scrittura dickeriana. Tutto è pensato per essa e in funzione di essa, e questo ovviamente sottrae spazio ad approfondimenti d’altro tipo. Ma una seconda ragione potrebbe anche essere l’immaginario di cui dicevo prima. Joël Dicker è uno scrittore svizzero di lingua francese che ha studiato Legge all’Università di Ginevra, e per quanto possa conoscere bene l’East Coast (sul suo sito si legge che ci ha passato tutte le estati della sua infanzia), essa non è il suo ambiente, al massimo lo è diventato. Certo, la conoscenza che ne ha è stata sufficiente per averci ambientato ben tre romanzi di successo, tuttavia non penso di esagerare se dico che l’immagine che egli restituisce del New England non sia molto differente da quella standardizzata che il cinema e i telefilm hanno fatto conoscere al resto del mondo.

Le critiche che ho fatto non vogliono ridimensionare nulla della qualità dei suoi romanzi, da me peraltro apprezzatissimi, ma casomai marcare lo scarto fra le potenzialità di uno dei talenti più cristallini di questi anni e i traguardi che finora ha raggiunto, lasciando intendere che anche i prodigi letterari come lui devono necessariamente continuare a migliorarsi. Un lavoro di ricerca di questo tipo Dicker lo ha fatto in maniera netta dopo la pubblicazione degli Ultimi giorni dei nostri padri, dando alle stampe nel giro di due anni un’opera stilisticamente molto più matura come La verità sul caso Harry Quebert. Da allora, però, sembra essersi inceppato qualcosa, e lo scrittore continua a sfornare romanzi che, per quanto avvincenti, vivono sulla rendita letteraria di quel best seller.

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Io credo che anche Dicker lo sappia — o per lo meno me lo auguro da suo lettore. Nella Scomparsa di Stephanie Mailer, suo ultimo romanzo, il famoso critico Meta Ostrovski, uno dei personaggi, si fa portavoce di alcune considerazioni metaletterarie (forse il nome non è del tutto casuale) sulle quali lo stesso Dicker si è per forza di cose soffermato. Considerazioni e non riflessioni perché, onestamente, le opinioni sulla letteratura del critico Ostrovski non spiccano per originalità e, insieme alla propria supponenza, fanno di lui un degno rappresentante della categoria “tipi da copione” di cui parlavo prima. In uno dei suoi interventi, ricorda la gerarchia fra i generi letterari:

«Il problema è che nella scala del rispetto riconosciuto ai generi letterari, in cima c’è il romanzo incomprensibile, poi c’è il romanzo intellettuale, quindi il romanzo storico, dopo il romanzo generico, e solo in fondo, in penultima posizione, prima del romanzo rosa, c’è il poliziesco.»

Ora, premettendo che ho incontrato lo stesso tipo di recriminazione in altri autori di romanzi gialli — quasi come se questa categoria di scrittori vivesse una sorta di complesso di inferiorità nei confronti dei loro colleghi — sono persuaso che nemmeno Dicker sia completamente impermeabile alle parole del proprio personaggio, e che esse nascondano altro rispetto alla mera funzione narrativa che hanno all’interno del romanzo. Ostrovski dice quel che dice perché esiste un motivo preciso a livello di trama, ma nulla vieta di pensare che quelle parole si rivolgano anche allo stesso Dicker, e in particolare alla sua coscienza di scrittore. Mi piace pensarlo e ammetto che vorrei fosse davvero così. Vorrei vedere il suo talento alle prese anche con altri soggetti, trovare i suoi libri cresciuti non solo nel numero delle pagine ma pure nei contenuti. Che messaggi ha da far conoscere ai propri lettori? Quali valori, idee, pensieri intende trasmettere? Cosa può e vuole lasciare alla letteratura oltre alle grandi trame? Oppure Dicker è solo l’ultimo scalatore di classifiche che si è aggiunto alla lunga lista di nomi che popolano il cosmo della cosiddetta “letteratura di consumo” o “di massa”?

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Vorrei comunque ricordare che il genere giallo è letteratura a tutti gli effetti, e che la critica letteraria ha già da tempo allargato le proprie maglie nel distinguere cosa è letteratura da cosa non lo è, finendo spesso per riabilitare opere e autori che in passato erano stati cassati troppo frettolosamente. Oggi nessuno direbbe che le opere di Conan Doyle, Georges Simenon o Agatha Cristhie non siano vera letteratura, e lo stesso vale anche per quelle di autori più recenti, come per esempio l’Opera Omnia del compianto Camilleri, la trilogia di Stieg Larsson o Solo per Ida Brown di Ricardo Piglia. A fare la differenza è soltanto la qualità dello scritto. Per la quale, però, non basta esibire una stile impeccabile. Contenuti, messaggi, idee, valori, critiche: il confine invisibile fra letteratura e narrativa viene tracciato di volta in volta dai romanzieri stessi sulla base di cosa intendono trasmettere e di come vogliono innovare. Il genere non c’entra. O quanto meno c’entra poco, in un secondo momento.
Riguardo all’innovazione, ricordo brevemente che la storia della letteratura si nutre delle rivisitazione dei generi non meno che dei contenuti, e che i generi, dal canto loro, non aspettano che autori in grado di farli vivere sotto nuove vesti. Scrivendo Il nome della rosa, Umberto Eco non ha fatto altro che reinventare il giallo calandolo in un’ambientazione storica. Due generi fino ad allora distinti si sono fusi insieme e hanno fatto nascere un genere terzo — il giallo storico, appunto — che oggi rappresenta una fetta molto importante della produzione editoriale, italiana e non solo.

Se dunque alla letteratura contemporanea manca qualcosa, questo qualcosa non sono le alternative, tanto che oggi, francamente, limitarsi a dire che il poliziesco è un genere secondario sa più di scusa che di verità critica. Chi scrive e sa come farlo deve dare ragione del proprio talento e non fermarsi alle soluzioni troppo facili — anche se più sicure. Il che, tradotto in un ipotetico messaggio da recapitare a Joël Dicker, significa soprattutto due cose: rinnegare tutti quegli inutili stereotipi sull’America lasciando finalmente vivere i personaggi, e sperimentare con maggior convinzione su tutto ciò che ruota intorno alla trama.