La pittura del Novecento, parte V: Picasso e la rivoluzione cubista

Di Andrea Carria

Giunti a buon punto del nostro viaggio alla scoperta della pittura del Novecento (qui i link agli articoli precedenti: #1; #2; #3; #4), non è più possibile sottrarsi all’incontro con quella che è stata la rivoluzione artistica più straordinaria del XX secolo: il cubismo.

Iniziamo da questa domanda: perché, fra tutte le avanguardie e correnti artistiche del primo Novecento, il cubismo è quella che viene presentata sempre un passo davanti a tutte? La cosa non è affatto casuale e non è nemmeno merito esclusivo della critica, per quanto essa abbia fatto la sua parte nell’indirizzare la sensibilità estetica e le opinioni del resto del pubblico. La verità è che il cubismo ha davvero rivoluzionato l’arte, introducendo qualcosa a cui nessuno aveva ancora pensato.

Tecnicamente il cubismo non è un’avanguardia perché non ha avuto qualcuno che ne abbia scritto un vero manifesto programmatico; quello “cosiddetto” di Guillaume Apollinaire del 1913, Les peintres cubistes. Méditations esthétiques, è in realtà un normale scritto di critica d’arte in cui il letterato francese prestò la propria penna, com’era solito fare, a favore degli artisti più innovativi del suo tempo. Nel 1913 del resto erano ormai alcuni anni che la pittura cubista aveva fatto la propria comparsa a Parigi e nessuno dei suoi interpreti pensava ci fosse bisogno di darle una veste più strutturata. Non certo Pablo Picasso (1881-1973) che, raccogliendo i frutti di una sperimentazione solitaria, nel 1907 aveva “inventato” il cubismo col quadro Les demoiselles d’Avignon. Cosa si osserva in quest’opera? Un soggetto tra i più classici della storia dell’arte – quello delle bagnanti – ma realizzato con una tecnica antinaturalistica mai vista prima. Se infatti la stagione dell’innovazione artistica era già entrata nel vivo, fino a quel momento i pittori avevano condotto la propria ricerca sul colore, sul tratto del pennello e su come riprodurre su tela ciò che sentivano interiormente, ma nessuno aveva ancora pensato di ritrarre il soggetto di un quadro contemporaneamente da più punti di vista.

Pablo Picasso, “Les Demoiselles d’Avignon”, 1907, New York, Museum of Modern Art

Si può dire che la rivoluzione del cubismo si riassume tutta in questa intuizione di Picasso. A raccontarlo come sto facendo io sembra facile, ma pensate un attimo al significato di tale scoperta e a quali conseguenze, pure filosofiche, ha avuto.
Da quando l’arte è cominciata in qualche Lascaux sparsa per il mondo, ci sono sempre stati un autore, un’opera e qualcuno a osservarla. Sono i tre pilastri dell’esperienza artistica: oggi come ieri, ne togli uno e l’esperienza viene a mancare, non c’è. La struttura triangolare che unisce questi tre elementi è nota a tutti e, salvo i tecnicismi su cui si soffermano teorici dell’arte e filosofi, non ci sono segreti da svelare. Prendiamo però l’opera d’arte e poniamoci una domanda in più: cosa rappresenta? Un paesaggio, un marinaio, un vaso di fiori, il soggetto in quanto tale non ha importanza, ciò che va rivelato è che esso rappresenterà sempre un unico punto di vista, ovvero una prospettiva, e che quel punto di vista – passato quindi all’osservatore e che ancora prima era appartenuto all’autore – coinciderà con un istante del tempo: vedo questo, da questa angolazione, adesso. Bene, l’esperienza dell’osservazione poggia su queste coordinate, le quali valgono sia in presenza di un quadro sia mentre osserviamo lo scenario che sta fuori dalla finestra. Lasciamo per un momento da parte il quadro e prendiamo appunto ciò che sta fuori dalla finestra: vedo il balcone della casa di fronte, nello specifico vedo la sua ringhiera frontalmente e la vedo in questo momento. Ora scendo in strada, qualche metro più in basso, alzo gli occhi per cercare lo stesso balcone, ma quando lo individuo riesco a vederne solo la facciata inferiore del pavimento, alcuni istanti dopo la primissima osservazione. Entro nell’edificio accanto, salgo le scale e raggiungo il medesimo livello del mio balcone; mi sporgo dalla prima finestra che incrocio e lo cerco con lo sguardo: adesso vedo il lato corto della sua ringhiera, e nel frattempo sono passati ancora altri istanti.
Se volessi dipingere tutto quello che ho visto di volta in volta, dovrei realizzare tre quadri diversi; se invece lo stesso lavoro avesse dovuto farlo Picasso secondo i princìpi cubisti, oltre ad aver dipinto molto meglio di me, gli sarebbe bastato un quadro solo.

Nelle Demoiselles le cinque bagnanti vengono raffigurate contemporaneamente sotto molteplici punti di vista. Corpi e volti appaiono sfaccettati e ciascun segmento propone una visione differente del soggetto. Nonostante questo la composizione risulta statica, del tutto priva di dinamismo. Il cubismo nacque con lo studio di ritratti e nature morte, e questa caratteristica lo avrebbe accompagnato negli anni contribuendo alla definizione dello stile.

Georges Braque, “Il portoghese” o “L’emigrante”, 1911-12, Basilea, Kunstmuseum

La formula che riassume la portata della rivoluzione cubista ci dice che Picasso ha introdotto in pittura la “quarta dimensione” del tempo e tanto basta per fare di lui il personaggio chiave di tutta l’arte del Novecento. Il successo del cubismo fu immediato e il suo stile, fondato sulla scomposizione delle scene in piani, imitatissimo. Nel tempo si svilupparono correnti cubiste differenti e schiere di nuovi interpreti, tra cui nomi importanti come Juan Gris e Fernand Léger, ma per Picasso, pittore tanto noto quanto creativamente riservato, il sodalizio artistico più importante fu quello con Georges Braque.

Braque (1882-1963) era un pittore che aveva esordito come paesaggista e al tempo del suo incontro con Picasso, nel 1907, si era già fatto apprezzare per i suoi quadri in stile Fauves. La vista delle Demoiselles d’Avignon nello studio di Picasso e la retrospettiva di quello stesso anno su Cézanne – a cui, peraltro, lo stesso Picasso si ispirava – al Salon d’Automne, furono due eventi molto significativi che lo convinsero ad abbracciare il cubismo. Della sua collaborazione con Picasso restano svariati quadri caratterizzati dal totale adeguamento di entrambi al medesimo schema compositivo. La paternità di molte opere dei primi anni Dieci può essere facilmente confusa dato lo stile identico sviluppato in parallelo dai due artisti, dove, oltre alla bidimensionalità che già caratterizzava Les demoiselles, ora viene posto l’accento sul monocromatismo dei toni bruni e ocra, su una compenetrazione sempre più ardita delle forme e dei piani che porta verso la scomposizione radicale del soggetto e, ovviamente, sull’applicazione sistematica dei punti di vista simultanei.

La profonda influenza del cubismo sull’arte del Novecento si spiega anche con la sua duttilità, una caratteristica che ne ha fatto uno straordinario moltiplicatore di esperienze. La prima fase, nota come analitica, inseguiva un metodo di scomposizione sempre più scientifico e razionalizzante; quella sintetica, di cui un chiaro esempio è Natura morta con sedia impagliata di Picasso (1912), allargò la ricerca ai materiali e sviluppò tecniche quali il collage e il papier collé; la più tarda, quella orfica sviluppata in modo particolare da Robert Delaunay, si aprì a rappresentazioni più geometriche e a temi come la velocità e il dinamismo, poi ripresi dai futuristi, riabilitando al contempo i colori accesi che Picasso e Braque avevano precedentemente accantonato.

Pablo Picasso, “Guernica”, 1937, Madrid, Museo del Prado

Il binomio Picasso-cubismo è inscindibile, rappresenta una delle nozioni angolari della storia dell’arte e, come ho cercato di mostrare, l’esperienza che ha innovato così a fondo l’arte novecentesca da permettere la fioritura di altri movimenti e avanguardie a essa contemporanee. Tale binomio non deve tuttavia diventare una categorizzazione troppo rigida, giacché Picasso, ma anche Braque, ha avuto sia un prima che un dopo e ha sempre rivendicato la massima libertà espressiva sia per sé sia per la sua arte. Così, se negli anni Venti e Trenta la sua pittura cambiò ulteriormente strizzando per esempio l’occhio al surrealismo, ciò non gli impedì, nel 1937, di concepire il suo capolavoro indiscusso, Guernica, in sicuro stile cubista. Ovvio, nel frattempo erano passati trent’anni, e Guernica somiglia alle Demoiselles d’Avignon non meno di quanto se ne discosti, eppure ciò che stupisce ed esalta nell’osservare la parabola di Picasso nell’arco di tre decenni è l’elasticità mentale con cui sapeva muoversi attraverso le epoche e gli stili. Se il padre del suo genio sconfinato era il talento, la madre, questo è certo, era la libertà con la quale viveva l’arte.

Oggi, per approfondire l’argomento, vi consiglio la lettura del libro di Guillaume Apollinaire che ricordavo sopra: I pittori cubisti. Meditazioni estetiche (Sugar Editore, 2015). Di monografie moderne ne esistono quante ne vogliate, ma per me dare parola ai protagonisti è sempre la cosa giusta da fare.

*Immagine in copertina: Pablo Picasso, “Autoritratto”, 1907, Praga, Narodni Galerie

La soluzione è sotto al tuo naso: un caso di Agatha Christie

Di Gian Luca Nicoletta

Avevo dimenticato che recentemente, giusto tre anni fa(!), volevo andare al cinema per guardare Mistero a Crooked House, la più recente versione filmica di È un problema (Crooked House nella versione in inglese), uno dei tanti racconti gialli scritti da Agatha Christie e che la stessa autrice definì il suo preferito.

Così ho deciso di cogliere l’occasione non solo per guardare il film ma anche per leggere il relativo racconto, per rinfrescare la memoria.

È un problema, pubblicato nel 1949 in Inghilterra, e in Italia l’anno seguente, rappresenta uno dei pochi racconti di Christie che non si collega ai prolifici filoni narrativi che hanno come protagonisti Hercules Poirot o Miss Marple. D’altro canto, l’impalcatura della vicenda così come alcuni elementi narrativi ci fanno immediatamente vedere l’impronta artistica che ha generato questa storia.

Ci troviamo in Inghilterra, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, in una grande casa di campagna nel piccolo villaggio di Swinley Dean. Il miliardario e anziano Aristide Leonides, un emigrato greco giunto da ragazzo nel Regno Unito per far fortuna, muore avvelenato a seguito di un’iniezione fatale di eserina. Il protagonista della vicenza, Charles Hayward, viene chiamato da Sophia Leonides, nipote di Aristide, per affiancare la polizia e condurre in questo modo della indagini informali che possano far emergere con più chiarezza quello che la polizia potrebbe trovare con gran difficoltà.
Il problema che accompagna questo delitto, infatti, è lo strettissimo legame fra la morte del patriarca e gli altri componenti della famiglia Leonides, i quali vivono tutti sotto allo stesso tetto.

Grazie al dono di Christie di farci capire in non più di tre o quattro tratti i caratteri principali dei suoi personaggi, entriamo in contatto con tutte le anime che popolano la Casa Sbilenca più volte richiamata nel corso dell’opera e che, in Inglese, risponde al titolo proprio traducendosi in crooked house. Dunque scopriamo che oltre ad Aristide vivono in quella grande casa Edith de Haviland, sorella della prima moglie di Aristide, morta prima della vicenda che ci viene raccontata; Brenda, la sua giovane seconda moglie; Roger il primogenito, sposato con Clemency; Philip il figlio cadetto, marito di Magda e padre di Sophia, Eustace e Josephine. Ruotano attorno alla famiglia anche Nanny, la tata, e Lawrence Brown, il precettore dei due Leonides più giovani.
Dopo questo elenco mi urge precisare che quella appena descritta è la genealogia del libro. Nella versione cinematografica del 2017 l’ordine di primogenitura di Roger e Philip è invertito.

Max Irons, Glenn Close e Stefanie Martini interpretano, rispettivamente, Charles Hayword, Edith de Haviland e Sophia Leonides

Quindi seguiamo Mr Hayward nelle sue indagini sotto copertura, esplorando i meandri di una casa mai abbastanza grande per contenere le segrete ambizioni e le inconfessate passioni familiari. La passione, difatti, è il filo rosso che percorre tutta la vicenda e lo fa attraverso il senso primo del termine: sofferenza. Edith de Haviland giunse alla grande casa per assistere la sorella in fin di vita, e lì rimase dopo che questa spirò. Roger e Clemency, così come Philip, Magda e i loro figli, vengono catturati dalla casa poiché la guerra ha cambiato molti equilibri e ha reso Londra un posto inabitabile per vari motivi. I più giovani dei nipoti vorrebbero esprimere la propria personalità ma rimangono soffocati dalla presenza del nonno che impera con la sua autorità. Gli stessi sentimenti che animano Aristide sono segnati da questa sofferenza: vuole avere i propri figli e nipoti accanto a sé, ma questo desiderio si trasforma in una bramosia di potere sulle loro vite. Nella convinzione di agire per il bene dei suoi familiari, li costringe a fare ciò che non vogliono e questi, guidati dal desiderio di far piacere a un uomo che stimano, si incatenano a una vita che li reprime. La morte del capofamiglia, però, giunge inaspettata e spezza all’improvviso la catena delle costrizioni, generando il paradossale quadro di una famiglia affranta per la morte di Aristide ma che contemporaneamente respira la libertà per la prima volta. A causa di questi sentimenti contrastanti Charles Hayward si trova a dover rispondere a un pericoloso interrogativo: di quel gruppo di prigionieri, chi è l’assassino?

Le indagini di Hayward mostrano le fragilità di questa grande famiglia e tutti i limiti dell’essere umano contemporaneo: c’è chi ha accettato di dirigere l’azienda paterna senza però essere minimamente portato per gli affari, c’è chi sacrifica il proprio geloso amore per il marito e accetta, suo malgrado, di dividerlo con gli altri familiari, c’è ancora chi insegue il sogno di diventare una stella del teatro, rifiutandosi di accettare la propria mediocrità sul palco scenico.
Un solo personaggio rimane solido nelle sue convinzioni e raggiunge in questo modo il ruolo di capofamiglia: Sophia Leonides. La giovane donna è dotata di grande intelligenza, senso della proporzione e, inquietante tratto in comune col nonno, una ferrea disciplina e un senso del dovere tali da imporre la propria volontà al resto della famiglia.

Una complicazione che non di rado mette i bastoni fra le ruote di Charles è il suo profondo amore per Sophia. Nel corso delle indagini, mentre nella sua mente si forma sempre più chiara l’immagine dell’omicida, il suo sentimento giunge puntuale e smantella il castello delle sue ipotesi. Sophia ama Charles, ma ama anche la sua famiglia e qualunque nome possa pronunciare la polizia accostandolo all’accusa di assassinio, sarà per Sophia un grande dolore cui il giovane Hayward avrà contribuito suo malgrado.
La risposta a questi dubbi, ne sono tutti certi, sta dentro alla grande casa sbilenca, e l’unica cosa che Charles deve fare è guardare sotto al suo naso. Avrà il coraggio necessario?

La pittura del Novecento, parte II: le secessioni

Di Andrea Carria

 

Nell’articolo inaugurale di questa serie (vedi qui) abbiamo osservato come l’arte del primo Novecento avesse cominciato ad assumere un atteggiamento riflessivo verso sé stessa e le proprie funzioni, fino a sviluppare quei tratti e quelle tecniche meta-artistiche che già contraddistinguevano, per esempio, il modernismo letterario e teatrale. A queste considerazioni se ne aggiunge un’altra, ossia che l’arte aveva maturato un livello di autoconsapevolezza mai raggiunto fino a quel momento, che si sarebbe affermato sia con le parole sia con i fatti a partire da quei movimenti di rinnovamento artistico che, sul finire del XIX secolo, presero il nome di secessioni.

A proposito di parole (i fatti li vedremo tra non molto), il termine secession apparve nel 1892 a Monaco di Baviera, dove un gruppo di giovani artisti guidati da Franz von Stuck diede vita a un movimento artistico che intendeva inaugurare un capitolo nuovo nella storia dell’arte, spezzando ogni legame con il mondo della tradizione e delle accademie. Di fatto fu la stessa cosa che gli impressionisti avevano già ottenuto, con l’ostracismo da parte dell’establishment artistico francese, venti-venticinque anni prima, ma la differenza stavolta sta nel fatto che la rottura fu voluta, cercata, preparata e teorizzata dagli stessi innovatori. I protagonisti della secessione di Monaco era numerosi, giovani e dai profili sfaccettati: non solo pittori, ma anche incisori, illustratori, galleristi, editori e architetti; mossi, tutti quanti, da un’ideale di innovazione e di liberazione che consentisse all’arte di raccogliere gli stimoli della modernità e di tracciare un’alternativa.

Dipingere però non era tutto, bisognava anche che le idee della secessione raggiungessero il grande pubblico, rendendolo edotto di quanto stava accadendo alla cultura e all’arte tedesca. La rivista «Jugend», fondata nel 1896 sempre a Monaco, andava proprio in questa direzione; facendosi alfiere della nuova estetica modernista, «Jugend» non fu solo una vetrina e un punto di riferimento imprescindibile, ma ebbe anche il merito di dare il nome a un intero movimento artistico, un qualcosa di molto più vasto della secessione locale dalla quale era partito e che ormai si era allargato al resto della Germania: lo Jugendstil, lo stile Liberty tedesco.

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Franz Marc, Grandi cavalli azzurri, 1911, Walker Art Center di Minneapolis. Marc è stato uno dei maggiori esponenti del Blaue Reiter.

Monaco, infatti, fu solo l’inizio; qualche anno dopo l’esempio dei secessionisti bavaresi venne ripetuto con successo in altre parti della Germania e non solo. A Berlino, città dal clima artistico e culturale effervescente, la secessione venne proclamata da Max Liebermann nel 1898, ma già da qualche anno nella capitale si erano levate autorevoli voci di dissenso contro le accademie e venivano organizzate mostre indipendenti di pittori sia tedeschi che stranieri (Munch vi espose nel 1892). Gli artisti che — a Berlino come a Monaco come a Dresda — esponevano nei nuovi spazi erano quelli che la critica posteriore avrebbe classificato come espressionisti, ma allora non si chiamavano così ed operavano piuttosto autonomamente. L’espressionismo tedesco, di cui le secessioni hanno rappresentato le esperienze più significative della fase iniziale, fu il primo movimento con caratteristiche d’avanguardia del Novecento, ma anche una corrente dai contorni temporali difficili da stabilire e dalla geografia assai frammentata. Negli anni Dieci del Novecento il secessionismo delle origini era ormai lontano, ma la pittura espressionista era più viva che mai. I due gruppi maggiori, il Die Brücke a Dresda e il Blaue Reiter a Monaco, furono dei laboratori straordinari che soltanto il nazismo, alla fine, riuscì ad affossare.

Se però c’è una città a cui la parola secessione è indissolubilmente legata, questa è Vienna. È un fenomeno particolare su cui molti si sono interrogati, eppure sul finire del XIX secolo è come se Vienna stesse convertendo in arte e cultura tutta l’importanza che andava invece perdendo sul piano politico e strategico. La città si arricchiva di nuove esperienze e cambiava pelle; venne compiuto un imponente piano urbanistico che ne ridisegnò la pianta, e i palazzi di nuove e prestigiose istituzioni andarono a impreziosire le sue strade e le sue vedute. Le nuove costruzioni adottarono i canoni estetici dello Jugendstil, dove al classicismo di base della linea si unirono inserti architettonici modernisti, ornamenti sinuosi frutto della stilizzazione degli elementi naturali, vetrate policrome e pregevoli oggetti di design. A questi principi si ispirò anche l’architetto Joseph Maria Olbrich per il progetto del Palazzo della Secessione (1897-1898), lo spazio espositivo dedicato a quel gruppo di artisti che nel 1896 diedero avvio a una stagione di rinascita culturale a trecentosessanta gradi conosciuta come secessione viennese.

Gli iniziatori della secessione furono diciannove personalità emergenti dell’arte austriaca, polemici nei confronti dell’Accademia di Belle Arti, dalla quale, con quel gesto, presero definitivamente le distanze. Come già era successo a Monaco, Dresda e Berlino, i loro profili erano variegati. Che il modernismo accogliesse sotto allo stesso tetto professionisti dal background eterogeneo era qualcosa di molto più di una coincidenza. Per tutti loro la nuova arte doveva estirpare le barriere che nei secoli generazioni di accademici avevano eretto fra le discipline artistiche, promuovendone l’incontro e la sinergia.

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Parte superiore del Palazzo della Secessione di Vienna

Si trattava degli stessi ideali che in quegli anni si stavano facendo largo un po’ dappertutto in Europa. Finora si è parlato di Jugendstil perché abbiamo osservato cosa si muoveva in Germania e Austria sul finire del XIX secolo, ma esiste un’espressione che sintetizza le varie esperienze nazionali e che tutti noi conosciamo col nome di Art Nouveau: la nuova arte, l’arte dell’epoca moderna e dell’industria, della neonata società dei consumi, della produzione in serie e della classe borghese. In un mondo in così rapida evoluzione, le vecchie categorizzazioni come quelle difese dell’Accademia di Belle Arti di Vienna, così rigide e immutabili, nuocevano all’arte molto più delle nuove sfide che la tecnica le lanciava quotidianamente. La tecnica anzi poteva diventare un’alleata dell’arte, ed è proprio quello che comprese l’Art Nouveau con il design e le arti applicate, dimostrando con i fatti che all’interno dell’arte non aveva più senso parlare di gerarchie. Dalla pittura all’architettura, dall’ebanisteria al design, ogni espressione dell’ingegno e dell’abilità umana in grado di foggiare opere esteticamente apprezzabili doveva essere considerata arte poiché arte, di fatto, lo era già.

Tornando ai nostri secessionisti viennesi, pittura e architettura furono i campi in cui la svolta artistica fu più evidente. Tuttavia, se all’interno del loro gruppo dovessimo individuare un artista simbolo, la scelta sarebbe solo apparente e ricadrebbe senza esitazione alcuna su Gustav Klimt (1862-1918), l’indiscusso capostipite della nuova generazione di pittori e fondatore della rivista «Ver Sacrum», il periodico del movimento secessionista viennese.
Prima di diventare il pittore che oggi tutto il mondo conosce e ammira, Klimt era già un artista stimato che sapeva ben interpretare il gusto della propria epoca, tanto che nel 1894 ottenne l’incarico di affrescare il soffitto dell’aula magna dell’Università di Vienna. Il tema era molto classico: avrebbe dovuto rappresentare le allegorie della Filosofia, della Medicina e della Giurisprudenza esaltando il trionfo della Luce (la Ragione) sulle Tenebre (l’ignoranza). Ma Klimt tradì le aspettative dei suoi committenti realizzando soggetti che contravvenivano a tutti i canoni estetici del tempo, facendo uno sfoggio indecoroso dei propri corpi e della propria sensualità.

Per capire cosa era accaduto a Gustav Klimt bisogna rivolgersi di nuovo alla realtà culturale che contraddistingueva la capitale austriaca del tempo. Alla fine del XIX secolo Vienna ospitava quanto di meglio la comunità scientifica e filosofica di allora avesse da offrire. L’Università era un’eccellenza riconosciuta, ma il merito di questo rigoglio era anche dei numerosi professionisti privati che seppero approfittare dell’apertura intellettuale che fermentava negli ambienti più esclusivi della città. Tutta Vienna era come un immenso salotto dove la crema della società si dava appuntamento per parlare di novità culturali e confrontarsi. Una particolarità tutta viennese era che in questi salotti avveniva uno scambio trasversale di esperienze molto intenso: medici, scienziati, filosofi, letterati, artisti, tutti si confrontavano con tutti e mettevano a parte gli altri del sapere accumulato nel rispettivo campo fino a quel momento.

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Gustav Klimt, particolare dell’Allegoria della Medicina nell’aula magna dell’Università di Vienna

Artista estroso, aperto alle novità e dai tratti bohémien piuttosto accentuati, Klimt era un frequentatore di questi salotti; molto probabilmente fu in occasione di una di queste occasioni mondane che venne a conoscenza delle recenti scoperte di Sigmund Freud riguardo ai contenuti impulsionali dell’inconscio, e se ne lasciò conquistare. La sensualità che i professori dell’Università di Vienna riconobbero negli affreschi dell’aula magna era infatti l’interpretazione artistica che egli rese alle tesi freudiane. Da quel momento il corpo della donna divenne uno dei soggetti preferiti di Klimt. Pose, sguardi e atteggiamenti avevano perduto ogni traccia della purezza accademica ed esibivano senza vergogna l’intimità femminile; ma non per turbare od ostentare, come invece affermarono il pubblico e i critici di allora, quanto per svelare la parte nascosta della natura umana.
La pittura di Klimt aveva cambiato radicalmente volto, ma ancora era solo l’inizio: la vista dei mosaici di Ravenna inaugurò il suo “periodo aureo”, caratterizzato da grandi ritratti femminili su sfondo dorato. La donna nell’arte di Klimt andò così configurandosi sempre più sia come oggetto del desiderio sia come mistero e origine della vita. Anche nelle pose più seducenti, i corpi che ritraeva non si offrono mai completamente allo spettatore, il quale di fronte alla loro fierezza come di fronte alla loro fragilità è sempre colto da un momento di contemplazione pànica che lo costringe a fermarsi e a riflettere.

Klimt fu il più grande e forse migliore apripista che l’arte dell’inconscio potesse avere. In netto anticipo su tutte le avanguardie, il grande maestro viennese prestò il proprio pennello alle pulsioni dell’uomo e, da vero artista moderno quale egli era, intellettualizzò la propria arte ben oltre il simbolismo — di cui pure si avvalse — non chiedendo più allo spettatore solo di riconoscere il messaggio veicolato dal dipinto, bensì di interrogarsi, di individuare quali contenuti latenti della propria psiche possono essere risvegliati dall’osservazione di un’opera d’arte.

La secessione viennese non si esaurì con Klimt: presto altri artisti andarono a popolare la scena austriaca, e poi europea e infine mondiale dell’arte del Novecento. Due nomi su tutti — che vi faccio anche per prepararvi alla lettura inerente a questo bellissimo, sconfinato argomento che sto per consigliarvi — sono quelli di Egon Schiele (1890-1918) e di Oskar Kokoschka (1886-1980), due artisti che seppero declinare in un linguaggio pittorico personale e più marcatamente espressionista i caratteri della secessione viennese visti sino a qui. Il libro con cui intendo salutarvi questa volta è L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni di Eric Kandel (Raffaello Cortina Editore, 2016), un saggio straordinario di psicologia dell’arte a opera di uno scienziato premio Nobel per la Medicina nel 2000.

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Al prossimo appuntamento!

L’ambiente e la nostra sopravvivenza tra cinema e letteratura contemporanea

Di Gian Luca Nicoletta

 

Nell’articolo di oggi desidero parlarvi di un tema che da alcuni anni a questa parte ha iniziato a guadagnarsi sempre più spazio (pur tuttavia rimanendo piuttosto ai margini) nel dibattito pubblico: gli effetti disastrosi dell’inquinamento artificiale, cioè quello a opera di sostanze che di per sé non esistono in natura, e lo farò attraverso due opere ispirate a fatti realmente accaduti, rispettivamente un libro e un film: la prima è Fuoco al cielo di Viola Di Grado mentre la seconda è Cattive Acque diretto da Todd Haynes.

          Fuoco al Cielo è l’ultima opera della scrittrice catanese pubblicata per La Nave di Teseo nel 2019. I fatti raccontati vengono dalla tragica storia del villaggio russo di Musljumovo, situato a poca distanza da un impianto per la produzione di materiale necessario alla costruzione di bombe atomiche. Gli accadimenti che soggiacciono alla storia narrata sono essenzialmente questi: durante la produzione dei materiali radioattivi, gli scarti tossici di questi furono indebitamente sversati nel fiume che serve il villaggio. Lì tutti gli abitanti facevano il bagno, portavano gli animali ad abbeverarsi, usavano quell’acqua per irrigare i loro campi e, conseguentemente, mangiarne i frutti. L’impianto di produzione fu chiuso a causa di un incidente a seguito del quale si dispersero nell’aria ingenti quantità di sostanze estremamente tossiche e cancerogene. Gli abitanti della regione furono tenuti all’oscuro della pericolosità di queste sostanze e rimasero isolati e coinvolti in un complice silenzio con le autorità governative affinché nulla rivelassero al mondo, subendo passivamente le dolorose mutazioni genetiche e deformazioni che i materiali radioattivi portano con sé.

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Sin qui i fatti storici, ora passiamo alla narrativa: in tutta onestà non mi sento di definire questo libro un romanzo, piuttosto un racconto lungo, se proprio bisogna cercare di darne una definizione in termini critici. Non è un romanzo per il semplice motivo che, a mio avviso, il personaggio che dovrebbe essere protagonista non compie alcun percorso formativo verso una migliore completezza. Al massimo potrebbe essere un antiromanzo, visto in quest’ottica, ma stando alla narrazione della vicenza e al modo di rappresentare pensieri e decisioni non azzarderei una definizione troppo marcata in questo senso.
Sicuramente il testo che ho letto è di tipo espressionistico. Dalla prima all’ultima pagina infatti assistiamo a una sequela ininterrotta di scene descrittive nelle quali prevale in maniera assoluta l’immagine forte, che rimane impressa nella mente e che ha come obiettivo quello di trasmette il profondo squallore caratterizzante le vite delle persone rimaste prigioniere, di fatto se non per loro volontà, nel villaggio di Musljumovo. Uno squallore che viene descritto principalmente in termini liquidi: sudore, acqua salmastra, umori corporali, essudati di ogni provenienza biologica e non che rivestono la pelle, i vestiti, le superfici del luoghi che si vivono, che si frequentano.
Se mi posso permettere di esprimere una critica, questa dev’essere rivolta alla semantica: il lessico impiegato risulta essenzialmente povero e, data l’assiduità delle descrizioni, queste ne escono danneggiate da un difetto di originalità a favore di una ripetitività che non aiuta la lettura: i divani, i tessuti, le magliette e i vestiti sono quasi sempre e solo “sdruciti”, mai lisi, consumati, consunti, strappati, bucati, logorati.

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Fonte: Tomas Wüthrich Fotografie

La seconda opera che ho citato all’inizio è il film uscito da poco nelle sale e diretto da Todd Haynes: Cattive Acque, con Mark Ruffalo nel ruolo di Robert Billott e Anne Hathaway in quello di sua moglie, Sarah.
La storia è quella dell’avvocato Billott che, grazie alla determinata insistenza di un allevatore di Parkersburg, una città nello Stato del West Virginia, riesce a scoprire come e da quanto tempo l’industria chimica della DuPont stesse avvelenando decine di migliaia di persone a seguito del rilascio delle sostanze chimiche nei corsi d’acqua e, parimenti, dell’occultamento di altri rifiuti inquinanti in fustini nascosti sottoterra che hanno poi contaminato il terreno. Billott intraprenderà una lunga battaglia legale, ad oggi ancora in corso, contro un colosso industriale dal fatturato di 1 miliardo di dollari all’anno.
Il film, la cui visione consiglio a tutti, si concentra sia sulla battaglia nei tribunali fatta da Billott e dai suoi pochi sostenitori, sia sulla vicenda umana di tante persone che, ignare di quanto la DuPont stesse facendo, bevevano acqua avvelenata e andavano a lavoro in un impianto industriale dove costantemente respiravano particelle chimiche estremamente pericolose.
Su un piano parallelo viaggia anche la vita privata di Billott, la quale viene inevitabilmente condizionata da questa ricerca della verità e che metterà a repentaglio tanto la sua salute fisica quanto la tenuta del suo matrimonio. A dispetto di Fuoco al Cielo, sia il personaggio di Robert che quello di Sarah compiono, seppur per vie diverse e forse indipendenti, un percorso interiore che li condurrà a una migliore conoscenza di loro stessi e al superamento delle paure che caratterizzano la sfida cui ogni eroe è chiamato.

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Anne Hathaway e Mark Ruffalo in una scena del film Cattive Acque

Come vedete le vittime di entrambe le storie sono accomunate da diversi elementi: primo fra tutti l’essere ignare del loro lento ma costante precipitare verso la morte, il secondo è il vettore della contaminazione, cioè l’acqua e la terra, e il terzo è il criminale: un colosso industriale che opera quasi sempre con la complicità delle forze governative, solo che nel primo caso si tratta di un’attiva partecipazione del governo russo agli esperimenti nucleari del centro vicino Musljumovo, nel secondo invece la complicità è dovuta a un eccessivo liberalismo del governo U.S.A. che lascia alle industrie un’ampio margine di autoregolamentazione sulle soglie cancerogene delle sostanze impiegate.

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Robert Billott – fonte: Greenpeace USA

Grazie a queste due storie, con i loro pregi e difetti che però non inficiano l’importanza e la necessaria trasmissione del tema che le accomuna, possiamo affrontare in maniera terza pur tuttavia artistica la consapevolezza di quanto grande e grave sia il male che un uso sconsiderato dei progressi scientifici possa apportare all’essere umano.

La saga dei Cazalet, volume V: “Tutto cambia” di Elizabeth J. Howard

Di Gian Luca Nicoletta

 

Se avete commesso il madornale errore di perdervi i precedenti articoli di questa saga potete: 1) chiedere umilmente ammenda; 2) ripercorrere le tappe seguendo questi link:
volume I: Gli anni della leggerezza;
volume II: Il tempo dell’attesa;
volume III: Confusione;
volume IV: Allontanarsi.

 

Ebbene, cari amici e care amiche, ci siamo. La saga della famiglia Cazalet giunge al termine. Vi scrivo dalla mia postazione al computer, avendo cura di non far cadere le lacrime, che pur copiose m’inondano il viso, sulla tastiera. Con la vista sfocata dal pianto procedo a parlarvi di questo ultimo volume.

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Ci troviamo sbalzati in avanti di un decennio rispetto al quarto volume, Allontanarsi, e la prima parte di questo romanzo si apre nel Giugno del 1956. La Londra descritta da Howard è immersa negli alberi in fiore che costeggiano i viali di Regent’s Park e le case a schiera di Chester Terrace. Nel frattempo, mentre Hugh, Edward e Rupert si barcamenano per mandare avanti le segherie di famiglia tra i moli della capitale inglese e quello di Southampton, nella dimora di Home Place qualcuno esala l’ultimo, affaticato, sospiro.

Dimenticate i volti delle bambine che abbiamo conosciuto nel corso degli anni, perché queste ormai sono diventate donne, mogli e madri di famiglia. Le vediamo prese dalle loro vite, dai loro molteplici figli, dai loro mariti e anche dai loro progetti, fortunatamente. Come ho avuto modo di scrivere in altri articoli, Howard dà sempre molto spazio alla figura della donna e ci trasmette un’immagine di questa che mina alle fondamenta l’idea stereotipata della tipica casalinga degli anni ’50 e ’60. Le donne che popolano questo ultimo volume sono intraprendenti nonostante le energie che la vita familiare e coniugale rubi loro dalla mattina alla sera. Sono le vere detentrici della stabilità familiare, anche e soprattutto in termini economici. Come vedrete perdendovi fra le pagine che fanno sfrecciare gli anni sotto al vostro naso, i soldi ricoprono in questo volume un ruolo ben maggiore rispetto al passato.

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Sebbene l’economia e il valore del denaro prendano maggiore spazio, nemmeno di un millimetro retrocede la posizione di supremazia del confronto generazionale. In una stessa stanza, infatti, troviamo quasi sempre tre generazioni di Cazalet: dai nonni ai loro nipoti, passando per i figli e le nuore o i generi. Il confronto viene portato avanti su un doppio livello: uno è quello delle dinamiche tra genitori e figli. I primi cercano di tenere a freno l’irruenza dei secondi, mentre questi ultimi tentano in ogni modo di farsi accettare in quanto adulti. Esattamente quello che facevano i loro genitori quando erano bambini. Il secondo livello, particolarmente marcato nel personaggio di Zoë, è condotto interiormente: ovverosia gli adulti, dopo essersi confrontati con i figli, si confrontano con loro stessi e il ricordo di sé di quando erano giovani. «Ma anche io mi comportavo così? Devo essere stata terribile con mia madre!» è una frase tipo che ritorna nel corso dei capitoli e, quindi, degli anni: segno questo di un importante messaggio che Howard vuole trasmetterci: non dobbiamo smettere mai di indagare a fondo il nostro animo.

Un ultimo elemento che riguarda questo volume e che mi piacerebbe approfondire in futuro riguarda la realizzazione del testo. Guardando la cronologia delle pubblicazioni, infatti, si nota un vuoto: il quarto volume della saga è del 1995, mentre questo ultimo è del 2013, pubblicato pochi mesi prima della scomparsa dell’autrice avvenuta il 2 Gennaio 2014.
Tra il quarto e il quinto volume sono state pubblicate altre tre opere, dunque è chiaro come sia stato impiegato il tempo, ma sarebbe bello scoprire perché si è creato questo vuoto. Mancanza d’ispirazione? Blocco dello scrittore? Desiderio di concentrarsi su altre storie e su altri personaggi? Chissà. Una cosa è certa: questa saga familiare costituisce una pietra miliare della letteratura contemporanea. Un cosmo di relazioni, eventi, varietà umane che difficilmente si trova in altre opere. E se proprio siete rimasti colpiti, come me, da questa serie e fate fatica a lasciarla andare, come me, e avete voglia di continuare a rivivere le vicende di questa famiglia, come me (!), potete consolarvi: esiste una miniserie del 2001 che riporta gli avvenimenti del primo decennio dei Cazalet e che può aiutarci a indorare la pillola dell’abbandono.

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The Cazalets, miniserie TV del 2001 diretta da Suri Krishnamma

Alla fine di questo viaggio non mi sento di aggiungere altro se non un grazie. Grazie a Elizabeth Jane Howard per aver prodotto tanta letteratura che ci aiuta ad andare avanti nel mondo di oggi, il quale ne ha disperato bisogno ma che, come ogni paziente indisciplinato, si ostina a non prendere l’unica vera medicina che possa salvarlo. Consiglio questa lettura a tutti e invito tutti a sondarne gli svariati livelli di analisi che ogni pagina svela e nasconde a un tempo.

Thank you, Miss Howard!

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