La pittura del Novecento, parte VIII: Modigliani, Chagall, Klee e altri outsider

Di Andrea Carria

Nel percorso fatto insieme finora (qui le puntate precedenti: #1, #2, #3, #4, #5, #6, #7), abbiamo visto come la storia dell’arte del Novecento si presti a essere raccontata per macrogruppi facenti capo a numerose correnti artistiche, alcune delle quali denominate avanguardie. Questo modo di procedere ha i suoi vantaggi, ma anche qualche difetto: in un universo artistico variegato e multiforme come quello europeo dei primi due o tre decenni del XX secolo, svolgere il proprio racconto affidandosi alle categorie vuol dire ricordare molto e tralasciare molto altro; ecco perché oggi andremo alla scoperta di una piccola parte di quegli artisti che, pur avendo interagito con una molteplicità di ambienti e stili diversi, non sono riconducibili a nessun gruppo in particolare. Benvenuti nel mondo degli outsider del Novecento artistico europeo.

Il viaggio di oggi inizia sulle rive della Senna, quando una folta schiera di artisti geniali ma squattrinati, rivali di giorno e amici la sera nelle sudice osterie di Montparnasse, diedero vita a una delle esperienze più singolari ed esuberanti che si possono incontrare in tutta la storia dell’arte: l’École de Paris.
Nonostante il nome, l’École non era una vera scuola (nessuno di quegli artisti nutriva il desiderio di far parte di un ambiente formale o di fondarne uno), ma piuttosto una Comune bohémien dove, almeno per una volta, la politica metteva più d’accordo dell’arte. Uniti intorno ai valori libertari, riformisti e pacifisti, questi pittori erano divisi riguardo a tutto il resto. Ognuno difendeva e propagandava appassionatamente il proprio stile come il migliore di Parigi, le rivalità sbocciavano come fiori di rovo sopra le vecchie amicizie, e per reazione l’asticella del modernismo veniva spostata in avanti ogni giorno che passava.

Amedeo Modigliani, “Nudo sdraiato a braccia aperte” o “Nudo rosso”, 1917, Milano, Collezione Mattioli.

L’artista che più di ogni altro è finito per modellare questo volto della Parigi del primo Novecento è Amedeo Modigliani (1884-1920), per tutti Modì. Il suo nome non ha bisogno di presentazioni; è sinonimo di genio e sregolatezza, di modernità e stile inconfondibile. Celebre per i ritratti dai colli allungati e gli occhi vacui, l’unicità del suo tratto di artista si è velata di mistero anche per le modalità della sua morte, tragica e prematura, che dopo di lui si abbatté pure sulla compagna, la giovanissima Jeanne Hébuterne (1898-1920), una pittrice di cui il mondo fa ancora fatica ad accorgersi. Dietro agli sguardi immortalati da Modì non si nasconde nessun mistero, ma solo un talento e uno stile unici che sapevano catturare l’essenzialità delle forme modulandola secondo un canone soggettivo inconfondibile.

L’originalità della pittura di Modigliani, quello che definiremmo il suo marchio d’autore, era un plasticismo molto accentuato risalente alla sua formazione come scultore. Le forme ben definite, i volumi potenti, i contorni decisi, le pose solenni e insieme sensuali, perfino quegli occhi vuoti così conturbanti a vedersi sono tutte caratteristiche della scultura prestate alla pittura. Se si osserva la sua produzione, ci si accorge come questo debito con la scultura è evidente anche in altri modi. Innanzitutto nei soggetti. Modì era un ritrattista puro, dipingeva corpi, volti, sguardi. A Parigi era uno dei pochi, forse l’unico, a disdegnare i paesaggi e gli scorci urbani (quelli che sono giunti fino a noi sono pochi e non così significativi). I suoi interessi erano altri e anche quello che lo entusiasmava di più fra ciò che scopriva (l’arte africana ed egizia, per esempio) aveva a che fare con i corpi e la carne. Di sicuro, Modigliani non vedeva la scultura come un ripiego, così come non mancano gli esperti che valutano la sua produzione scultorea più interessante di quella pittorica. Vero o non vero che sia, Modigliani a un certo punto smise di scolpire la pietra, ma non appese gli attrezzi del mestiere; continuò a usarli in pittura cesellando i volumi e scolpendo profili.

Lorenzo Viani, “La signora con il crisantemo”, 1911, Modena, collezione privata.

Modigliani rimase un pittore indipendente fino alla fine, ma non era il solo. Parigi era abbastanza vasta ed eclettica da ospitare tante anime diverse fra loro. Spiriti liberi come il suo non rappresentavano un’eccezione; nelle narrazioni che si fanno di quegli anni si corre sempre il rischio di ingabbiare le singole esperienze in sovrastrutture eccessivamente rigide, quando in realtà le cose erano molto più fluide, e di sicuro nessuno all’epoca aveva l’impressione di operare in un contesto codificato come quello che hanno poi ricostruito gli storici dell’arte.
È solo in quest’ottica che ha senso parlare di outsider, fra i quali ci sono davvero molti nomi da ricordare: il viareggino Lorenzo Viani (1882-1936), il postimpressionista figlio d’arte Maurice Utrillo (1883-1955), l’ex Fauves Georges Rouault (1871-1958), il giapponese Tsugouharu Foujita (1886-1968), e i russi Chaïm Soutine (1893-1943) e Marc Chagall (1887-1985).

Chagall arrivò a Parigi da Vitebsk (oggi Bielorussia) nel 1910, facendo la conoscenza dei personaggi più in vista dell’ambiente artistico cittadino, fra cui Robert Delaunay, Guillaume Apollinaire e André Breton. Delaunay come pittore orfico e Breton come futuro teorico del surrealismo dicono già molto sullo stile chagalliano e sui suoi soggetti. Chagall fu un esploratore solitario e indipendente delle tematiche del sogno, dell’infanzia e della favola. Tutt’altro che teorico, il suo approccio emotivo lo portò all’elaborazione di un linguaggio estremamente personale popolato da ricordi, fantasie, sogni e cultura popolare russo-ebraica. Il tutto mescolato armoniosamente insieme all’insegna della massima libertà espressiva e rappresentativa. Preziosa eccezione in un periodo dapprima inquieto e poi pesantemente funestato, il suo contributo è noto anche per aver celebrato il lato gioioso e innocente della vita grazie ad ambientazioni fiabesche e a un cromatismo acceso ma rassicurante. Non da ultimo, Chagall è stato anche un interprete convinto del significato narrativo della pittura: i suoi quadri sono infatti tra i pochi esempi novecenteschi in cui gli elementi della composizione sono lì anche per raccontare una storia.

Marc Chagall, “Il compleanno”, 1915, New York, MoMa.

Nemmeno Chagall fece mai parte di una corrente o di un’avanguardia. A Parigi, i tentativi dei surrealisti di avvicinarlo naufragarono nonostante le (apparenti) affinità, mentre in Russia, dove tornò a seguito della Rivoluzione per dirigere la scuola d’arte di Vitebsk, entrò presto in contrasto con le nuove tendenze artistico-politico incarnate da Kazimir Malevič e dal suo suprematismo. La propria fortuna Chagall la costruì interamente all’estero, prima in Francia e poi in America. Per quanto nel tempo fosse cresciuto in importanza, il suo nome ha sempre rappresentato unicamente sé stesso, sfuggendo a ogni accostamento o paragone. Se c’è dunque un outsider, l’esempio di Marc Chagall è il più emblematico fra quelli che incontreremo oggi.

Rispetto a lui e a Modigliani, il tedesco Paul Klee (1879-1940) è invece da considerare un outsider per aver toccato varie correnti e stili senza impegnarsi davvero con nessuno.
Le peregrinazioni artistiche di Klee riflettevano il suo animo inquieto e schivo. Educato fin da piccolo alla musica, in una prima fase sembrava più attratto dalla poesia che dalla pittura, alla quale decise comunque di dedicarsi trasferendosi a Monaco, allora uno dei punti di riferimento dello Jugendstil e dell’espressionismo tedesco. Viaggiò, e pure lui aveva inserito Parigi nel suo itinerario. Nella capitale francese ebbe modo di rimanere colpito in modo particolare dalle opere cubiste, ricavandone quelle suggestioni che avrebbero alimentato una parte importante della sua ricerca. Klee non era un teorico alla Kandinskij, del quale divenne amico durante il periodo del Bauhaus, negli anni Venti, ma, per aver concepito l’arte come un mezzo di ricerca e di ricomposizione dell’umana frattura tra spirito e materia (un tema ricorrente anche nelle sue poesie), probabilmente è da considerare come il più “filosofo” tra i pittori della sua generazione.

Il viaggio che, stando ai suoi diari, lo aprì a nuove frontiere fu quello a Tunisi che intraprese nel 1914 insieme all’amico pittore August Macke. Furono i colori a folgorarlo, i colori accesi e la luce intensa del Mediterraneo, i quali cominciarono a impossessarsi della sua tavolozza. Klee si ritrovò così a dirigere la sua ricerca su due fronti: da una parte verso la linea grafica e la forma, dall’altra verso il colore e le sue gradazioni. Molto famosi, per esempio, sono i suoi dipinti a bande orizzontali degli anni Venti, dove lo spazio appare suddiviso geometricamente e riempito in base a precise valutazioni cromatiche.

Paul Klee, “Separazione di sera”, 1922, collezione privata.

In una seconda fase – complice un nuovo viaggio, questa volta in Egitto, nel 1928 – Klee approfondì lo studio dei simboli e dei loro significati archetipici. Geroglifici e sagome stilizzate divennero il motivo principale di molte sue opere, riconfermando un’attenzione che il pittore aveva dimostrato anche in passato. L’importanza che attribuiva alla simbologia elementare, arcaica (molti suoi quadri sembrano riproduzioni di arte rupestre), derivava dalla ricerca di un’ideale di innocenza e purezza che condusse per tutta la vita. Come Chagall, anche lui era un pittore legato al mondo dell’infanzia, ma con differenze formali e metodologiche molto profonde rispetto a quest’ultimo. Se infatti le opere di Chagall sono il risultato della rievocazione di un’arcadia interiore, vissuta oppure tramandata, quelle di Klee sono marcatamente psicanalitiche (addirittura junghiane nei propositi) e si mettono sulle tracce di epoche astoriche, come ad esempio l’infanzia del mondo.

Altro versante di ricerca privilegiato che lo avvicinava a Kandinskij era il rapporto fra musica e pittura. Le numerose scale cromatiche che Klee ha dipinto sono l’equivalente visivo delle scale musicali che aveva studiato da bambino. La sua spiccata sensibilità si combinava con un modus operandi chiaramente scientifico. Lo si vede bene nella sua concezione dei colori. Per lui, i colori non avevano solo un valore emotivo o estetico, ma intrattenevano rapporti quantitativi gli uni con gli altri, ed era dallo studio di questi rapporti che doveva passare se voleva giungere a composizioni visive armoniose. I quadri con le scacchiere sono l’espressione più chiara di questa sua ricerca e, come Kandinskij e altri pittori avevano già fatto, presentano titoli esemplificativi come Polifonia o Armonia. Molti dipinti di Klee, gli stessi che consideriamo i suoi capolavori, sono da intendere come saggi di teoria pittorica.

La produzione artistica di Klee ha risentito di vari stili ma, nel suo intento di progredire nella ricerca, come artista si è sempre vietato di uniformarsi, tanto meno di aderire a qualcosa. Espressionismo, cubismo, astrattismo, neoplasticismo, surrealismo, primitivismo e pittura naïf sono tutte etichette che si possono attaccare ad almeno una sua opera, eppure non fornirebbero l’interpretazione nemmeno dell’opera in questione – figurarsi della sua parabola artistica. Il più filosofo dei pittori è appartenuto unicamente al suo tempo; i primi quarant’anni del Novecento sono stati a tutti gli effetti il suo laboratorio e la sua avanguardia.

Paul Klee, “Nuova armonia”, 1936, New York, Guggenheim Museum.

Vista la quantità dei temi trattati, il consiglio bibliografico di oggi è un po’ diverso dagli altri: si tratta infatti di un romanzo che ho avuto il piacere di presentare qui sul blog: Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani di Grazia Pulvirenti (Jouvence, 2020). Non vi troverete tutto quello che si è visto in questo articolo, ma sono sicuro che dalle sue pagine riuscirete a ricavare un’idea piuttosto fedele del clima parigino durante i ruggenti “anni folli”.

*Immagine in copertina: Chaïm Soutine, “Paesaggio con tetti rossi”, 1919, New York, Perls Galleries.

La pittura del Novecento, parte VI: l’astrattismo con e senza Kandinskij

Di Andrea Carria

L’ho detto l’ultima volta: la pittura del Novecento non sarebbe stata la stessa senza Picasso e il cubismo, ma oggi, arrivati al sesto appuntamento di questa serie (eccovi gli articoli precedenti #1, #2 #3, #4, #5), mi sento di ripetere la stessa cosa a proposito di Vasilij Kandinskij e dell’astrattismo.

Ripercorriamo il ragionamento che avevamo fatto insieme: introducendo la tecnica delle prospettive simultanee, il cubismo aveva rivoluzionato l’arte dalle fondamenta e liberato l’artista dalla dittatura del tempo (vedo questo, da questa angolazione, adesso: ricordate?), ma anche l’astrattismo, di lì a qualche anno, avrebbe compiuto un’impresa altrettanto ardita, affrancando l’arte dalla rappresentazione della realtà.

C’è da dire che se l’hic et nunc era un vincolo che si credeva insuperabile, quello della realtà nei confronti dell’arte era percepito come un legaccio ancora più stretto e imprescindibile. Quando nel 1910 dipinse il Primo acquarello astratto, Kandinskij (1866-1944) compì un’operazione azzardatissima e rivoluzionaria che troncava di netto una concezione dell’arte, quella imitativa, che durava ininterrottamente da migliaia di anni; anzi, si può dire che l’imitazione è stato lo scopo più antico dell’arte, l’innesco di tutta quanta la sua storia.

Vasilij Kandinskij, “Senza titolo” (“Primo acquerello astratto”), 1910, Parigi, Musée National d’Art Moderne Georges Pompidou.

A proposito di principi, l’episodio folgorante con cui si fa iniziare l’astrattismo è talmente famoso che potrei benissimo fare a meno di riportarlo. Scrive Kandinskij:

«Molto più tardi, a Monaco, un giorno rimasi colpito da uno spettacolo inatteso, proprio quando stavo tornando nel mio studio. Il sole tramontava; tornavo dopo avere disegnato ed ero ancora tutto immerso nel mio lavoro, quando aprendo la porta dello studio, vidi davanti a me un quadro indescrivibilmente bello. All’inizio rimasi sbalordito, ma poi mi avvicinai a quel quadro enigmatico, assolutamente incomprensibile nel suo contenuto, e fatto esclusivamente da macchie di colore. Finalmente capii: era un quadro che avevo dipinto io e che era stato appoggiato al cavalletto capovolto. Il giorno dopo tentai alla luce del sole di risuscitare la stessa impressione, ma non riuscì. Benché il quadro fosse ugualmente capovolto, distinguevo gli oggetti e mancava quella luce sottile del tramonto. Quel giorno però mi fu perfettamente chiaro che l’oggetto non aveva posto, anzi era dannoso ai miei quadri.»

Solo Kandiskij potrebbe dirci quanto ci sia di vero e di romanzato in tale aneddoto uscito direttamente dalla sua penna (V. Kandinskij, Sguardi sul passato, Sugar Editore, 2013), ma questa storia risulta ugualmente molto utile perché mette in evidenza qualcosa di straordinario: l’oggetto raffigurato non aveva nulla a che vedere con la bellezza del quadro, come invece si era creduto per secoli e secoli, ma costituiva anzi un elemento di disturbo che il pittore si dichiarava pronto a eliminare. Ecco perché, quando Kandinskij mise in atto questo proposito, compì una rivoluzione che non aveva niente da invidiare a quella picassiana. Se lo spagnolo aveva infatti liberato l’arte dalla dittatura del tempo, il pittore russo aveva stracciato ogni debito che la rappresentazione artistica aveva nei riguardi del mondo fenomenico. La stessa pittura che imitava da sempre oggetti e figure reali, ovvero esistenti, ora non rappresentava più nulla di empirico, ma combinava insieme colori e forme astratte in grado di sprigionare la carica estetica di cui erano autonomamente pervase.

Osservando i lavori di Kandinskij intorno al 1910-11, ci si accorge del dissolvimento delle figure in segni e sagome sempre più informi. Nel passaggio dal reale all’astratto è quindi possibile riconoscere una transizione sostanzialmente graduale che, per quanto poco intuitiva possa rivelarsi a un primissimo sguardo, testimonia l’intenso lavoro di ricerca che ha sempre contraddistinto la produzione di questo autore; il quale, vale comunque la pena di ricordare, aveva alle spalle almeno un decennio di sperimentazioni in cui aveva già ampiamente disarticolato la rappresentazione della realtà a vantaggio di modelli più stilizzati, come quelli che aveva appreso dall’espressionismo, dai Fauves e dell’Art Nouveau.

Kandinskij possedeva idee estetiche molto precise e nelle sue mani l’astrattismo divenne una delle correnti artistiche più strutturate. Da teorico molto attivo con la penna, scrisse numerosi saggi e articoli in cui si impegnò a illustrare i princìpi fondamentali della propria pittura. La veste intellettuale del pensiero di Kandinskij era però in contrappunto con la maggiore delle sue convinzioni, secondo cui l’arte è pura intuizione e si rivolge non alla mente ma allo spirito. Lo spirituale nell’arte (1910), il cui titolo parla chiaro, è il libro che raccoglie le sue teorie sulla linea, la forma e il colore, nonché l’intuizione della somiglianza fra musica e pittura. Non era la prima volta che questa caratteristica veniva posta in evidenza – o, meglio ancora, che veniva auspicata – ma ora gli argomenti a favore erano molteplici e tutti da sviluppare, a partire dalla similitudine esistente fra scala musicale e cromatica. Se però c’era un’ambizione finora irrealizzata da parte della pittura e che l’arte astratta adesso permetteva, questa era di poter seguire la musica sul suo stesso terreno realizzando opere prive di costrizioni figurative, contenutistiche, concettuali o didattiche. Quelli astratti erano dipinti che intendevano rivolgersi esclusivamente ai sensi e alla sfera emotiva, e che non nutrivano scopi più concreti della mera esperienza estetica. Pure questo era un volto della rivoluzione astratta, e Kandinskij era così entusiasta delle potenzialità espressive di cui disponeva (era amico di Arnold Schönberg e si lasciò ispirare dalla sua teoria musicale) che fece largo uso di Impressioni, Improvvisazioni e Composizioni per i titoli dei suoi quadri.

Vasilij Kandinskij, “Composizione II”, 1910, New York, Solomon R. Guggenheim Museum.

Se l’apporto di Kandinskij alla pittura non fu, in termini rivoluzionari, inferiore a quello di Picasso, è pure vero che è quasi impossibile equiparare la portata dei loro contributi. Infatti, se la paternità del cubismo non può essere messa in discussione da nessuno, per la nascita dell’arte astratta – i cui “geni” erano “in provetta” in vari laboratori d’Europa, in quegli anni – le cose potrebbero essere abbastanza diverse. Immaginiamo di fare una rapida retrospettiva della storia della pittura e di fermarci al 31 dicembre 1909: ci accorgeremmo che l’astrazione, o qualcosa di molto prossimo a essa, era divenuta materia degli artisti da almeno qualche decennio. Monet e Cézanne non ci erano andati troppo lontani con le loro serie inesauribili di ninfee e monti, i futuristi italiani al tempo erano più propositivi che mai e lo stesso cubismo aveva seriamente rischiato di compiere due rivoluzioni in una, mettendosi a scomporre gli oggetti e a fonderli tra loro e con lo spazio.

Ma se tutto questo è vero, allora perché proprio Kandinskij? Perché lo studio dell’arte astratta comincia sempre col suo nome? Per convenzione? Forse, ma questa volta c’entra comunque molto meno di quanto si possa immaginare. In realtà esiste una ragione precisa per la quale Kandinskij è considerato il primo; egli aveva infatti un paio di cose dalla sua parte a cui gli altri non erano ancora giunti: una era la consapevolezza e l’altra era l’intenzione; la consapevolezza riguardo a ciò che stava dipingendo e la precisa intenzione di fare le cose a quel modo. «Quel giorno però mi fu perfettamente chiaro che l’oggetto non aveva posto, anzi era dannoso ai miei quadri», scrisse, come abbiamo visto. È nell’idea, pertanto, che Kandinskij è arrivato per primo, e non necessariamente nei risultati. Ormai l’arte del Novecento si era infatti indirizzata in un modo tale che la svolta definitiva era ad appena un tratto di pennello e si trovava alla portata di molti. Dal canto suo, quando gli fu chiaro il valore della propria intuizione, Kandinskij percorse solo una delle tante vie possibili, e percorrendo quella lasciò intatto lo spazio a disposizione dei suoi colleghi, i quali approfondirono la pittura astratta poco alla volta, spesso in maniera autonoma, ognuno nel proprio ambito e con la propria tecnica. Morale: se Picasso non avesse dipinto Les Damoiselles d’Avignon nel 1907, con ogni probabilità non avremmo mai avuto il cubismo; se invece Kandinskij non avesse realizzato il cosiddetto Primo acquerello astratto nel 1910, non avremmo conosciuto il suo astrattismo, ma avremmo avuto lo stesso un’arte astratta. Ed è questa la maggiore differenza fra i due, secondo me.

Così, mentre il Vasilji dipingeva nel suo atelier di Monaco di Baviera, metteva a punto le tesi dello Spirituale nell’arte e stava per fondare il gruppo del Blaue Reiter insieme al pittore espressionista Franz Marc (il cavaliere azzurro era un tema molto caro a Kandinskij e di esso si trova traccia anche nei dipinti astratti della prima fase), in Olanda Piet Mondrian (1872-1944), un pittore paesaggista specializzato nel dipingere alberi, giunse all’arte astratta dopo aver portato alle estreme conseguenze la stilizzazione del suo soggetto preferito. Mondrian – di cui parleremo dettagliatamente nel prossimo articolo della serie – impostò la propria pittura astratta su basi teoriche molto differenti da quelle kandinskiane, per le quali, ricordiamo, gli elementi essenziali di un quadro esprimevano soprattutto un contenuto spirituale. Al contrario, l’approccio tecnico-teorico di Mondrian era decisamente più razionalistico e, per il fatto di lavorare sulla semplificazione estrema delle forme, da parte sua il dialogo con gli oggetti reali si stemperò poco alla volta e non fu mai evitato per partito preso.

Piet Mondrian, “Composizione II“, 1913, L’Aja, Geementemuseum.

Il più grande polo dell’arte astratta durante il primo Dopoguerra divenne la scuola di design e arti applicate del Bauhaus, aperta a Weimar nel 1919 dall’architetto Walter Gropius (1883-1969). Il corpo insegnanti della scuola era formato da artisti modernisti di prim’ordine, i migliori sulla piazza. Mondrian non vi insegnò mai, tuttavia, grazie anche all’intermediazione dell’artista autodidatta Theo van Doesburg (1883-1931), i princìpi neoplastici che espose su «De Stijl», la rivista che aveva fondato insieme a quest’ultimo nel 1917, vi trovarono vasta risonanza.

Chi vi insegnò fu invece Paul Klee (1879-1940), pittore di straordinaria sensibilità che contribuì allo sviluppo dell’arte astratta in maniera molto intima e personale, combinando insieme geometria e cromatismo per giungere a composizioni che rispecchiassero i suoi ideali di semplicità e innocenza. Più interessato a inseguire i propri modelli artistici che a far parte di un gruppo – rischio da cui peraltro si tenne sempre a debita distanza – l’inclinazione di Klee verso l’arte astratta venne decisa dal suo animo non meno che dai suoi interessi. Educato fin da piccolo all’arte e alla musica dai genitori, entrambi musicisti, non è improbabile che tale repertorio lo abbia reso bendisposto verso uno stile dalle spiccate similitudini sonore. Nei quadri astratti di Klee si osserva una particolare attenzione per le figure geometriche e le scacchiere cromatiche; esecuzioni semplici solo in apparenza ma che in verità nascondevano riflessioni approfondite e molto scrupolose. Sebbene la sua predilezione fosse sempre andata al colore, è forse proprio nelle opere astratte che Klee mise la forma sullo stesso piano di quest’ultimo, donando in questo modo alla tela un ritmo compositivo di intensità variabile che tuttavia non manca di suscitare in chi guarda una sensazione tangibile di armonia.

Kandinskij approdò al Bauhaus come insegnante poco dopo, legandosi in amicizia con Klee (i due si erano già conosciuti a Monaco ai tempi del Blaue Reiter) e riformulando il proprio astrattismo sulla base dei nuovi stimoli ricevuti nella scuola. Fu a Weimar, negli anni Venti, che i quadri di Kandinskij integrarono le forme geometriche in luogo delle linee sinuose del decennio precedente. Il saggio Punto, linea, superficie, pubblicato nel 1926, testimonia l’evoluzione impressa al suo pensiero teorico durante gli anni spumeggianti di quello che, allora, era il più avanzato laboratorio artistico a livello mondiale.

Mentre nel cuore della Vecchia Europa l’arte astratta collezionava esperienze autonome e fra loro connesse allo stesso tempo, in Russia il modernismo artistico era giunto molto prima dell’industrializzazione e di tutto il suo armamentario tecnologico. Kandinskij se n’era andato abbastanza presto alla volta della Germania e, anche a causa degli stravolgimenti politici che si sarebbero verificati entro pochi anni, non ebbe quasi alcun ruolo nel nascente avanguardismo russo, del quale invece si fece caricò un artista più giovane e non meno carismatico: Kazimir Malevič (1878-1935).

Paul Klee, “Strada principale e strade secondarie”, 1929, Colonia, Museo Ludwig.

Nativo di un piccolo villaggio nei pressi di Kiev, Malevič raggiunse presto Mosca e qui entrò in contatto con gli ambienti artistici più vivaci dell’epoca. La sua esperienza avanguardista cominciò sotto il segno del futurismo, ma a Mosca gli stili “europei” che venivano importati per essere ripresi e reinterpretati dagli artisti locali arrivavano spesso tutti insieme, e questo facilitava ancora di più una contaminazione che, magari, era già cominciata nei Paesi di provenienza. Dal canto suo, Malevič rese tale circostanza addirittura didascalica elaborando, nei primi anni Dieci, uno stile da lui chiamato “cubofuturismo”, dove il massimo dell’arte moderna in termini di innovazione veniva impiegato per rappresentare soggetti ancora molto tradizionali come scene di vita quotidiana e lavoro nei campi.

Intanto la richiesta di nuovo e di futuro si levava a gran voce in tutta la Russia e Malevič – un uomo e un pittore che dimostrò di saper fare dell’opportunismo un’arte e viceversa – purgò la sua pittura da ogni riferimento al passato e alla tradizione per lanciarsi nell’elaborazione di uno stile completamente diverso, che sapesse interpretare la voglia di cambiamento della società. Il 1915 fu il suo anno. Alla 0.10 di San Pietroburgo, una mostra importantissima che raccoglieva il meglio dell’avanguardia russa, espose una trentina di opere che esprimevano il punto d’arrivo della sua ricerca (cominciata a quel modo quasi per caso durante un incarico da scenografo), nonché esempi cristallini di ciò che egli per primo arrivò a considerare il culmine stesso dell’arte. E cristallino, Malevič, lo fu anche nel nome che scelse per l’avanguardia che era finito per inventare: suprematismo, ossia lo stile superiore a tutti gli altri, quello che aveva risolto ogni problema legato alla rappresentazione bandendo gli oggetti e salvavano solamente le più pure tra le forme geometriche. Il manifesto pittorico del suprematismo – a cui Malevič, nello stesso anno, affiancò anche uno scritto intitolato Dal Cubismo e dal Futurismo al Suprematismo – è Quadrato nero su fondo bianco; un dipinto provocatorio nei confronti dell’arte stessa e che alcuni critici hanno paragonato alle icone russe per il vigore con cui quell’unica forma geometrica si staglia e impone di essere guardata.

Nel 1917 Malevič era ormai pronto a farsi carico dell’investitura di artista della Rivoluzione. La sua arte – così razionale, nuova, per certi aspetti dura, ma anche libera da tutti i retaggi e da tutti gli inutili orpelli – era come se indicasse al popolo russo la strada da seguire. Malevič, del resto, non era certo il tipo che si faceva pregare; come quando, nel 1918, sottrasse la scuola di pittura di Vitebsk al maestro locale, Marc Chagall, che in Russia era l’ultimo passero triste rimasto a cantare sulla tomba dell’arte figurativa. O almeno è in questo modo che Malevič doveva vedere il collega, forse senza sospettare ancora che l’unica tomba l’aveva scavata lui stesso per la propria, di arte.

Kazimir Malevič, “Quadrato nero su fondo bianco”, 1915, San Pietroburgo, Museo Russo.

L’estremo rigore formale impresso da Malevič al suprematismo (solo figure geometriche, il più delle volte solitarie sulla tela, dipinte con colori purissimi e quindi prive di sfumature) non consegnò a questa avanguardia la sola palma di arte rivoluzionaria e di stile astratto più radicale fra quelli sparsi in giro per l’Europa. La maggiore conseguenza che si ritrovò a dover pagare molto presto fu un esaurimento precoce che è possibile riconoscere nell’opera del 1918 Quadrato bianco su fondo bianco, dove della figura dipinta si intravedono a malapena i contorni.

Con il suprematismo ormai in fase terminale, negli anni Venti Malevič cercò senza troppo successo un’alternativa artistica che si adattasse alle trasformazioni politiche e sociali che seguirono l’ascesa di Stalin. Anche se ormai impossibile da rivitalizzare, nella nuova Unione Sovietica il suprematismo non era comunque più apprezzato come un tempo e Malevič – che intanto era finito per alienarsi anche il favore del Partito decadendo così da tutte le cariche – tornò senza scalpore all’arte figurativa. Di lui e della sua avanguardia, la storia dell’arte è tornata a ricordarsi in tempi abbastanza recenti, cogliendo l’occasione offerta dalla crisi dell’URSS negli anni Ottanta.

Nell’articolo di oggi di libri ne abbiamo visti molti, perciò vi saluto senza il consueto consiglio bibliografico. Al suo posto, mi sento invece di raccomandarvi la visione di un film di cui su Lo Specchio di Ego abbiamo già parlato tempo fa, e che oggi ricordo ben volentieri: Chagall-Malevich (2014), un film che ben racconta quegli anni di grandi trasformazioni.

*Immagine in copertina: Vasilij Kandinskij, Giallo, rosso, blu, 1925, Parigi, Musée National d’Art Moderne.

Piani demiurgici e tormenti esistenziali: un commento a “Quasi un Prometeo”, poesia di Paul Klee

Di Andrea Carria

Ci sono autori inseparabilmente legati alla propria arte e altri che, nel corso della vita, ne abbracciano più di una. Per gli artisti del Rinascimento non c’era nulla di strano nel padroneggiare svariate tecniche artistiche e cimentarsi nei molteplici campi dello scibile, tanto che, se ora volessi nominarne qualcuno a titolo di esempio, avrei l’imbarazzo della scelta. Nei periodi successivi, complice una tendenza sempre più marcata verso la specializzazione del sapere e delle arti, questa trasversalità è andata incontro a una generale contrazione, riemergendo poi nei momenti più significativi per la cultura in senso lato.

Le avanguardie artistiche del primo Novecento hanno rappresentato uno di questi momenti. Animati dalla volontà di rinnovare l’arte e suggestionati dalle scoperte tecnico-scientifiche che stavano rivoluzionando il mondo, tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo gli artisti hanno spesso indirizzato la propria creatività verso molte strade. Come nel Rinascimento, anche di questo periodo possediamo numerosi esempi e testimonianze, ma per quel che mi riguarda riservo un interesse particolare per l’incontro fra letteratura e arti grafiche avvenuto nell’opera di certi maestri. Oggi vi parlerò di un pittore, di un pittore assai celebre e della sua personalissima, non meno importante, produzione poetica. Per la precisione vi parlerò di un’unica sua poesia, in assoluto una delle mie preferite.

Paul_Klee_1911

Il pittore in questione è Paul Klee (1879-1940), insieme a Vasilij Kandinskij uno dei massimi esponenti dell’astrattismo, e la poesia si intitola Eine Art Prometheus – in italiano, Quasi un Prometeo:

Eccomi davanti a te, Giove,
perché ne ho la forza.
Tu mi hai eletto e questo
mi obbliga a te. Sono
saggio abbastanza da pensarti
ovunque, e non cerco
il potente ma il dio buono.
Sento la tua voce dalle nubi:
tu ti tormenti, Prometeo.

Da sempre il tormento è il mio destino
perché sono nato per amare.
Spesso chiedendo e pregando
ho guardato a te: ma invano!

Batta dunque alla tua porta
La grandezza del mio scherno!
E se non basto io,
ti lascio con la tua superbia.
Tu sei grande, è grande
la tua opera. Ma
solo grande all’inizio,
incompiuta.
Un frammento.

Compila!
Allora griderò l’evviva!
Viva lo spazio, la legge
che lo attraversa e misura.
Ma non griderò l’evviva.
Approverò soltanto
l’uomo che lotta.
E il più grande sono io
che lotto con la divinità.

Per i dolori di molti e per i miei
io ti giudico,
per ciò che non hai fatto.
Ti giudica il tuo figlio migliore,
il tuo spirito più audace,
a te affine eppure
tanto da te diverso.

Questa poesia, datata 1901, appartiene a un periodo molto fecondo per la produzione poetica di Klee, concentrata quasi interamente nei due decenni iniziali del XX secolo. A prima vista si tratta di una delle tante poesie in cui l’autore racconta i propri tormenti interiori: Prometeo – identificabile con lo stesso Klee – accusa e giudica Giove, il re degli dèi, per non aver portato a compimento la propria opera, lasciando il mondo in uno stato di imperfezione che si ripercuote sui suoi stessi figli, gli uomini, ai quali sono negati spiegazioni e conforto. Al disordine e all’irrazionalità del mondo, essi posso però opporre la propria audacia: gli uomini in lotta, primo fra essi Prometeo, sono dunque coloro che non si rassegnano al caos e all’insensatezza del mondo cercando tenacemente la propria strada.

Questi versi, scritti all’inizio del secolo, sembrano anticipare di quarant’anni i temi che verranno poi affrontati in una prospettiva filosofica dagli esistenzialisti. Nel Mito di Sisifo (1942), per esempio, Albert Camus torna sul non senso del mondo evidenziando come quest’ultimo non fornisca una risposta alle richieste e alle speranze dell’uomo: «L’assurdo – scrive – nasce dal confronto fra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo». Quello di Camus è un silenzio totale che non si limita a negare il provvidenzialismo come fa Klee nella sua poesia, ma taglia proprio tutti i ponti con il divino. L’agire mantiene un valore positivo, ma è ormai un agire prosaico e disincantato. Non più Prometeo, quindi, ma Sisifo, personificazione di colui che continua a operare malgrado sia perfettamente consapevole dell’inutilità delle proprie fatiche.

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Paul Klee, “Senecio” (1922), Basilea, Kunstmuseum

A questa prima e più diretta interpretazione della poesia se ne potrebbe aggiungere una più profonda che rilegge il confronto fra l’uomo e Dio – fra la creatura e il creatore – come la relazione che lega l’opera al suo artista.

«L’arte è una similitudine della creazione. Essa è sempre un esempio, come il terrestre è un esempio cosmico. La liberazione degli elementi, il loro raggruppamento in sottoclassi composte, lo smembramento e la ricomposizione in un tutto da più parti contemporaneamente, la polifonia figurativa, il raggiungimento della quiete mediante la compensazione dei movimenti: sono tutti alti problemi formali, fondamentali per la conoscenza della forma, ma non ancora arte della cerchia superna. Nella cerchia superna, dietro la pluralità delle interpretazioni possibili, resta pur sempre un ultimo segreto – e la luce dell’intelletto miseramente impallidisce».

È grazie a brani come questo, tratto da Confessione creatrice, uno dei suoi tanti scritti teorici, che Klee manifesta il proprio concetto di creazione artistica: un concetto demiurgico, dove l’atto creativo, svolto attraverso una ricerca e uno studio costanti, è importante quanto il risultato finale. Quest’ultimo tende all’ordine e alla perfezione, in quanto il caos è solo uno stadio primitivo in cui non è stato ancora dato ordine alle cose. L’artista-creatore, quindi, è una sorta di legislatore che rimedia al caos mediante lo studio degli elementi che costituiscono il mondo, in particolare delle sue forme più pure e semplici: gli archetipi. Ora, se nella pittura Klee affida lo svelamento della struttura archetipica del mondo a linee, figure geometriche, scacchiere e altri segni, nella poesia egli giunge al medesimo risultato privilegiando non aggettivi e colori, come ci si aspetterebbe avendo davanti agli occhi il cromatismo “scientifico” dei suoi quadri, ma i componenti fondamentali della frase: sostantivi e, soprattutto, verbi.

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Tale peculiarità lessicale e sintattica si ritrova anche in Quasi un Prometeo. La poesia, in cui il confronto con il divino è un serrato tu per tu portato avanti da un’individualità che parla sempre e soltanto a nome di se stessa, può essere letta come il giudizio sul lavoro dell’artista espresso dal punto di vista dell’opera, la quale, se fosse dotata di parola, rimprovererebbe il proprio creatore per la resa imperfetta a cui l’ha destinata. Il sorprendente numero di disegni e schizzi preparatori che di lui sono rimasti (uno delle raccolte più importanti del XX secolo) rivela infatti non solo la determinazione con cui Klee cercava di riprodurre l’ordine cosmologico sulla tela, ma anche la «lotta» solitaria – per usare una parola della poesia – ingaggiata dall’artista contro tutte le limitazioni, strumentali e concettuali, che sono di ostacolo alla realizzazione pratica del progetto. Prometeo, dunque, non sarebbe tanto l’uomo audace che si sostituisce a Dio, bensì l’opera d’arte, l’unica in possesso del diritto di giudicare l’operato del proprio creatore misurando la distanza che la separa dall’ordine divino al quale naturalmente tende ma che per il momento, più per imperizia che per indolenza, le è negato.

L’identificazione di Prometeo con l’opera d’arte è solo una delle molte chiavi di lettura possibili di questa seconda interpretazione. Prometeo, in certi passaggi, potrebbe essere di nuovo lo stesso artista, la cui sofferta attività creatrice è una lotta per raggiungere l’ordine divino («Approverò soltanto / gli uomini in lotta. / E il più grande sono io / che lotto con la divinità»), ma che, al pari della Creazione di Dio, rappresenta soprattutto un atto d’amore («il tormento è il mio destino / perché sono nato per amare»).

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Paul Klee, disegno di un Angelo (1939)

Quale che sia l’interpretazione più giusta fra le molte possibili, rimane la certezza che l’atto demiurgico sia costantemente al centro dell’interesse artistico e teorico di Klee. Così come lo è, d’altra parte, l’elemento trascendentale, il quale, sebbene non raggiunga mai le vette del misticismo né condivida i canoni iconologici e iconografici della religione, è comunque una presenza fondamentale nella sua produzione artistica tout court, come dimostra per esempio la cospicua serie di quadri e disegni, datati fra il 1913 e il 1940, avente per soggetto angeli stilizzati.

«Oggi la relatività delle cose visibili è nota, di conseguenza consideriamo come un articolo di fede la convinzione secondo la quale, in rapporto all’universo, il visibile costituisce un puro fenomeno isolato e che ci sono, a nostra insaputa, altre numerose realtà».

Una personalità tormentata e complessa, quella di Paul Klee, alla cui straordinaria  e polimorfica sensibilità artistica andrebbe aggiunta, per completarne il profilo, una non trascurabile disposizione speculativa. Non serve che io qui ne faccia anche un filosofo per riconoscere in lui e in altri artisti della sua generazione uno spirito simile a quello che animava un dotto rinascimentale; eppure ecco che il suo nome appare implicato in questioni teoretiche anche qualora volessi glissare sulle sue già menzionate opere manoscritte (studi teorici sulla pittura, diari). La questione a cui mi riferisco vede protagonista uno dei suoi disegni più famosi, quello che ispirò a un pensatore di professione quale Walter Benjamin una delle tesi di filosofia della storia più affascinanti del XX secolo, di cui magari un giorno – spero presto – parleremo nelle pagine di questo blog…