L’italiano prima degli italiani: alle origini della nostra letteratura, parte 2/2

Di Gian Luca Nicoletta

 

Come vi avevo annunciato nel mio ultimo articolo, oggi concluderemo il breve discorso sulle origini della letteratura italiana.
Ci eravamo fermati alla definizione di lingua italiana e a tutte le implicazioni che questa comporta dal punto di vista storico e culturale. Ora, finalmente, arriviamo alla parte più interessante: la nascita dei testi!

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Esempio di manoscritto medievale. Fonte: festivaldelmedioevo.it

Tutto comincia in Provenza, la regione a sud-est della Francia confinante con l’Italia (voi penserete: ma non s’era detto che saremmo partiti dalla Sicilia? Sì è vero, ma vi chiedo solo un altro po’ di pazienza). Lì, già a partire dal X-XI secolo d.C., la cultura delle corti feudali è improntata alla narrazione in poesia delle virtù e dei vizi dei cavalieri. Fate attenzione a non confondere ciò con le canzoni di gesta, ovverosia i grandi poemi cavallereschi come quello su Orlando Tristano e Isotta. Anche quelli sono francesi ma riguardano il nord, con forti legami con la cultura anglosassone e il ciclo arturiano di cui prima o poi vi parlerò.
Con la nascita e l’espandersi del Sacro Romano Impero, la Provenza ne venne inglobata e questo causò un doppio effetto: da un lato il particolarismo della cultura provenzale sparì nella sua autonomia, dall’altro però i poeti provenzali e soprattutto i temi da loro cantati si diffusero praticamente in tutta l’Europa di allora: Francia, Germania e Italia principalmente.

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Statua di Federico II a Jesi, sua città natale

Un ruolo strategico in tutto questo è ricoperto da Federico II di Svevia, il quale divenne re di Sicilia (eccoci finalmente!) e imperatore del Sacro Romano Impero agli inizi del XIII secolo. Federico II era per parte di padre tedesco e per parte di madre francese, ciò significa che ricevette un’educazione culturale proveniente da entrambi gli ambienti dei genitori.
Diventando sovrano di un impero molto esteso, dal nord dell’Europa continentale sino al sud della Sicilia (eccezion fatta per il nord e il centro Italia dove governavano rispettivamente le municipalità comunali e il Papa), e non essendovi ancora un concetto di capitale di uno Stato come quello che abbiamo noi oggi, Federico II diede vita a quella che oggi viene definita “corte itinerante“, cioè periodicamente l’imperatore e tutto il suo seguito di notabili, amministratori, consiglieri e poeti si spostava da una parte all’altra del suo vasto impero.
Sede privilegiata del suo peregrinare fu il sud Italia: prendiamo a titolo d’esempio il Palazzo dei Normanni a Palermo, residenza reale dello stesso Federico, a Napoli c’è l’importante università che porta il suo nome e in Puglia (dove Federico morì) è sempre meta di visite Castel del Monte. I soggiorni siciliani furono particolarmente importanti per la trasmissione della letteratura. I poeti siciliani al servizio dell’impero — cioè notai e amministratori che, sapendo leggere e scrivere, potevano anche comporre opere letterarie — entrarono in contatto con i poeti francesi discesi in Italia assieme all’imperatore e lì, grazie a questo fortunato scambio, nacque la vera e propria letteratura italiana, con la formazione della Scuola siciliana il cui padre ancora oggi viene ricordato e studiato: Giacomo da Lentini. Questi, ricevuta l’eredità letteraria dai poeti provenzali, ne rielaborò i temi e le forme, creando quella composizione metrica in poesia che ha segnato la storia della letteratura di tutto il continente: il sonetto.

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Castel del Monte, nella provincia di Barletta-Andria-Trani

La fortuna della Scuola siciliana durò per tutto il regno di Federico II, particolarmente dal 1220 al 1250. In questo trentennio hanno visto la luce importanti componimenti quali Meravigliosamente dello stesso Lentini e il più comico Contrasto di Cielo d’Alcamo. Terminata questa stagione d’oro, però, la Storia vi fece il suo ingresso: i rapporti fra impero e papato si inasprirono, e videro un ruolo sempre maggiore i guelfighibellini: i primi erano per la supremazia del papato sulle questioni non solo spirituali ma anche terrene, mentre i secondi privilegiavano una visione dei poteri separati, lasciando all’impero il controllo delle terre. Queste due fazioni si trovavano in tutto il centro e nord italia, più nello specifico i guelfi nel centro, dove regnava il Papa, mentre i ghibellini nel nord, dove l’autorità era mantenuta da figure laiche.
Ora, dato che in Sicilia vi era un imperatore, quale poteva essere la fazione più popolare di laggiù? I ghibellini, ovviamente! Dunque i poeti siciliani, che ricordiamo erano notai e amministratori, iniziarono a intrattenere rapporti sempre più stretti con altri notai e amministratori (e dunque poeti) ghibellini del centro-nord Italia. Grazie a questa comunicazione tra le due parti della penisola avvenne un altro fondamentale scambio culturale: nel 1266 le truppe angioine (che sostenevano il Papa) sconfissero a Benevento Manfredi, erede di Federico II, e così nel sud Italia si installò la dinastia D’Angiò. Tuttavia a questa conquista corrispose anche la “migrazione” della letteratura siciliana, la quale venne accolta a braccia aperte in Umbria, Toscana ed Emilia. Qui assistiamo alla nascita dei poeti “siculo-toscani”, cioè di coloro che ripeterono con la poesia siciliana lo stesso lavoro che i siciliani fecero a loro tempo con la poesia provenzale. Si passò dal dialetto siciliano a quello umbro e poi toscano, il quale divenne sempre più un dialetto ricercato, raffinato, per dare ai temi cavallereschi e soprattutto d’amore il lustro che meritavano, giungendo, a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, alla nascita del dolce stil novo battezzato Da Dante nel XXIV canto del Purgatorio.

Ecco qui, per grandi linee e facendo passi lunghi quanto secoli, una brevissima descrizione della nascita della nostra letteratura. Come vi dicevo, il Medio Evo non fu solo un periodo di oscurantismo, di caccia alle streghe e di epidemie, nient’affatto. Fu il periodo in cui germogliarono i semi delle nostre radici europee, una serie di temi, argomenti, scambi culturali e politici che hanno caratterizzato in senso culturale e antropologico un intero continente. A quel tempo si viaggiava e tanto: pensate alla corte di Federico II, pensate al lungo esilio di Dante che in un ventennio l’ha portato in molte delle più importanti città del nord Italia dell’epoca. C’era vero scambio culturale e vera osmosi tra menti e testi, tra idee e filosofie che, se trovassimo il modo di riproporre anche oggi, non credo farebbero gran danno, anzi.

L’Italiano prima degli italiani: alle origini della nostra letteratura, parte 1/2

Di Gian Luca Nicoletta

 

Vi siete mai chiesti dove ha avuto origine la nostra letteratura nazionale? Vi siete mai posti domande del tipo “ma chi sarà stato il primo poeta italiano?”, “dove sarà nata la nostra letteratura?”
Ebbene, in caso vi foste fatti domande del genere ma non avete avuto fortuna con le risposte, o se dubbi amletici di tal foggia non vi abbiano mai sfiorato, oggi sono qui per aiutarvi con la soluzione.

Ho deciso di dividere questo discorso in due articoli, poiché la faccenda si presenta non priva di precisazioni necessarie. La prima riguarda la definizione di lingua italiana, poiché questa riduce in maniera troppo semplicistica le reali sfaccettature che hanno reso tanto ricca la nostra lingua. Ho scritto nella prima riga “letteratura nazionale“, il quale è un termine che, per il discorso che affronteremo, è caratterizzato da diverse insidie. Utilizzando l’aggettivo “nazionale” faccio implicito riferimento a una nazione, l’Italia, e questa sappiamo che ha visto la luce nel 1861, grazie all’Unità.
Prima di questa, molto prima di questa, in realtà, la nostra letteratura aveva già conosciuto periodi di splendore indiscussi. Altrimenti come considereremmo Dante, Leopardi, Goldoni, Alfieri, Vico etc. se non, appunto, autori italiani?

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Quindi è bene correggere quanto sopra ho scritto: sostituiamo letteratura nazionale con letteratura in lingua italiana.
Questa soluzione vi sembra più adatta? Forse sì, ma sappiate che le insidie ancora non sono terminate: se consideriamo la letteratura italiana come quell’insieme eterogeneo di prosa e poesia scritto da autori e autrici nati e cresciuti nella nostra penisola e che ne parlano la lingua… beh, potremmo correre il rischio di dire una grande imprecisione. Infatti già dall’Alto Medioevo, circa tra il IX e il X secolo, la penisola italiana altro non era che un vero e proprio ricettacolo di dialetti: siciliano, tosco-umbro, veneziano, fiorentino, milanese, etc. Molti di questi erano caratterizzati da diverse connotazioni linguistiche e grammaticali, dunque come considerare le rispettive opere nell’ambito della definizione di “letteratura italiana”, quando dell’Italiano che intendiamo e parliamo oggi avevano ben poco?

Facciamo allora un altro passo indietro: 476 d.C., cade l’Impero Romano d’Occidente. Dal nord e dall’est Europa giungono le popolazioni comunemente definite “barbariche” che smantellano un’intero apparato statale fino ad allora dominante. Cambia la classe dirigente, cambia la geografia politica (nascono i cosiddetti regni romano-barbarici), cambia la piramide sociale. Le grandi città si svuotano dopo i saccheggi e il grosso della popolazione si muove verso i piccoli centri fuori dalle città. Ha così il via il fenomeno sociale e urbanistico dell’incastellamento: nascono i nostri tipici borghi medievali.
Fino al 476 d.C., la lingua parlata da tutta la società era il latino, seppur sostanzialmente diverso dal Latino dell’epoca di Cicerone e di Augusto. Era un latino del popolo, che non faceva uso di complesse strutture sintattiche e nemmeno di termini propri delle classi più colte. Ricordate che la classe dirigente era stata azzerata, dunque nessuno più si esprimeva nel Latino che oggi troviamo solo scritto sui libri.

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Questo latino popolare si trova esattamente a metà fra il Latino classico e i dialetti dell’Alto Medioevo, e data la sua peculiarità che lo rende in sé definito e diverso dagli altri, oggi viene definito come Mediolatino. Questo, finalmente, è il terreno comune e fertile dal quale tutti i dialetti posteriori hanno attinto prima di svilupparsi nell’arco di circa dieci secoli. A questo antenato, ancor prima che al Latino, fanno capo il siciliano, il toscano, il fiorentino, il milanese etc. Ognuno di questi dialetti, per motivi storici e politici, ha subito influenze diversissime da altre lingue europee, ma tutte si ritrovano ad affondare le radici nel Mediolatino e nel Latino.

Quindi, per chiudere il cerchio e tornare alla primigena definizione di letteratura in lingua italiana, possiamo definire come tale tutta quella produzione di prosa e poesia scritta in uno dei dialetti parlati nella penisola italiana, isole comprese, che ha discendenza diretta dal Mediolatino. In questo modo siamo sicuri di comprendere il 100% della produzione scritta e anche il 100% dei dialetti parlati.
Come vedremo nel prossimo articolo, quello in cui affronteremo direttamente le tradizioni della letteratura, l’Italia del Medioevo è una penisola particolarmente frizzante, sia a livello sociale che politico. L’immaginario del Medioevo quale periodo dei “secoli bui” non avrà nulla a che spartire col periodo in cui hanno vissuto e scritto i veri e propri fondatori della nostra lingua.

Vi do quindi appuntamento alla seconda parte dell’articolo, quando ci ritroveremo nella bellissima Sicilia e lì assisteremo alla nascita della Letteratura!

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Fonte: Il Corriere del Mezzogiorno

 

“Essere matita è segreta ambizione”, lo sguardo ai desideri nascosti

Di Gian Luca Nicoletta

 

Noi de Lo Specchio di Ego siamo sempre molto attenti allo studio delle vostre tendenze di lettura rispetto ai nostri articoli. E dunque grazie a un’attenta analisi fatta da Andrea Carria, abbiamo notato che la poesia di Valerio Magrelli “Essere matita è segreta ambizione” ha destato non poco il vostro interesse.
Per darvi giusta soddisfazione, quindi, dedicherò questo articolo a una tra le mie attività preferite: l’analisi del testo.

           Essere matita è segreta ambizione.
           Bruciare sulla carta lentamente
           e nella carta restare
           in altra nuova forma suscitato.
5          Diventare così da carne segno,
           da strumento ossatura
           esile del pensiero.
           Ma questa dolce
           eclissi della materia
10       non sempre è concessa.
           C’è chi tramonta solo col suo corpo:
           allora più doloroso ne è il distacco.

La poesia di Magrelli si presenta come un unico componimento, il quale non è diviso in strofe ed è caratterizzato da versi liberi. Tuttavia, per una migliore comprensione e analisi, possiamo suddividere il testo in quattro sezioni narrative: i versi 1-4; 5-7; 8-10 e 11-12.

I. vv. 1-4: il primo verso si apre con un’importante metafora, seguita da un’inversione. L’uso di questa figura sintattica ha il compito di dare maggior risalto alla parola che viene posta a fine verso, indipendentemente dal suo posto nell’ordinaria disposizione logica. Dunque ambizione è il sostantivo sul quale deve concentrarsi di più la nostra attenzione: in tutti noi c’è il desiderio profondo ma mai svelato, segreto. In cosa consiste questo desiderio? A questo punto è necessario sciogliere la metafora essere matita:  ciò vuol dire farsi segno scritto, diventare qualcosa che rimane sulla carta e che, anche in assenza di uno scrivente, rimane.
Bruciare sulla carta lentamente/e nella carta restare: 
prosegue il significato lanciato dalla prima metafora, ossia il desiderio di tutti noi segue la linea logica di una matita, la quale si consuma, brucia in quanto fatta di legno, sul foglio di carta mentre adempie compito per il quale è nata, ovverosia restare sulla carta ma in che modo? Ce lo dice Magrelli stesso, in una nuova forma, poiché non saremmo più un esile stelo di grafite, saremmo parola nuova, messaggio veicolato, ragionato e infine scritto.

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II. vv. 5-7: la metamorfosi della nostra ambizione, che coincide con noi stessi, prosegue nella prima metà del componimento, ci viene descritto molto più da vicino a cosa andiamo incontro quando decidiamo di farci matita. Diventiamo da carne segno, smettiamo i nostri panni umani e prendiamo le sembianze di qualcosa di molto più esile, una frase, una parola se non una sola lettera, e da mero strumento quale siamo nella nostra forma umana (uno strumento che può avere mille sfaccettature: una macchina per la riproduzione, un mezzo per produrre e svolgere lavoro…) assurgiamo a una funzione molto più nobile seppur sempre funzionale a qualcosa: ossatura esile del pensiero. Qui torna uno dei più grandi e studiati leitmotiv della letteratura mondiale: l’eterno scarto fra il pensiero e la parola, l’impossibilità tipica degli esseri umani di far coincidere quel che pensano con quanto scrivono. Possiamo conoscere tutte le parole del mondo, ogni sfumatura di significato di ogni sinonimo, ma non riusciremo mai a riprodurre fedelmente i nostri pensieri tramite la parola. Possiamo veicolare i messaggi, certo, dunque siamo ossatura ma rimarremo sempre un’ossature esile, fragile.

 

III. vv. 8-10: nella seconda metà del componimento però accade qualcosa. L’ambizione, come tutti i desideri, può non compiersi nonostante la nostra volontà e il nostro impegno. E come nell’Infinito di Leopardi dove la cascata di pensieri viene introdotta da una semplice tuttavia fatale congiunzione, allo stesso modo Magrelli attiva un’altra linea di pensieri dopo aver sigillato le speranze con un ma. La sublimazione del nostro corpo, il passaggio dallo stato solido di carne a quello più etereo di segno, definito come una vera eclissi non sempre è possibile, anzi, non sempre è concessa. In questo termine sta un altro dei motivi della letteratura, cioè tutto il mondo di discorsi e opere che ruotano attorno all’ispirazione poetica, la quale giunge da fuori tipicamente da Dio o, prima ancora, dalle Muse. Dunque la capacità di scrivere non è qualcosa che noi costruiamo, bensì una possibilità che ci viene concessa da qualcosa o qualcuno che si trova al di fuori di noi stessi.

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IV. vv. 11-12: cosa accade a coloro cui non viene concesso il privilegio di trasformarsi in matita, ossia di scrivere? Al termine della loro esistenza trapassano senza lasciare nulla di sé, chi non ha avuto questo dono tramonta solo. Lo sguardo di Magrelli si rivolge indirettamente a chi rimane in vita, persone che non hanno più nulla a cui aggrapparsi per poter ricordare la persona amata: non rimane un messaggio, una lettera, nemmeno un pensiero. Il taglio è brusco e la separazione è immediata, dunque il distacco diventa molto più doloroso.

Questo bellissimo componimento, così semplice nella lingua ma dai risvolti assai pregni di significato, rappresenta un invito a tutti noi a scrivere. Non a diventare scrittori, che è cosa diversa, ma più semplicemente a lasciare traccia dei nostri pensieri. Esistono i diari, che ultimamente vengono riscoperti dalla critica e dagli studi sull’autobiografia, anche di chi non ha mai fatto della scrittura creativa il proprio mestiere, come ci ricorda il bellissimo esempio dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.
In fondo tutti abbiamo questa segreta ambizione, cui potremmo concedere una possibilità se solo trovassimo il coraggio di fare i conti con la nostra intimità, con la profondità spesse volte oscura dei nostri pensieri.

“Nessun albero e nessun cielo…”

E anche per quest’anno, il gelido vento che soffia sulla nostra Penisola si porta via gli ultimi giorni di festa. È un piccolo male necessario affinché il nuovo anno cominci per davvero…

Sono giorni di malinconia e di aspettativa, questi, ma non è per la malinconia che un pochino sentiamo crescere dentro se vi proponiamo questa poesia di Thomas Bernhard, in assoluto uno degli autori più amati da noi de Lo Specchio di Ego.

Nell’augurarvi buona Epifania, vi salutiamo ricordandovi l’appuntamento del 10 gennaio con il primo, nuovo articolo del 2019!

 

Andrea Carria e Gian Luca Nicoletta

 

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Nessun albero e nessun cielo

Thomas Bernhard
da Sotto il ferro della luna (1958)

 

Nessun albero e nessun cielo
ti consolerà,
neanche il mulino
dietro il rumore del legno d’abete,
nessun uccello morente,
neanche il gufo e neanche la starna veloce,

è lunga la via del ritorno,

ormai nessun arbusto ti proteggerà
da fredde stelle
e  da rami macchiati di sangue,
nessun albero e nessun cielo
ti consolerà,
nelle corone di inverni in frantumi
cresce la tua morte,
con rigide dita
lontano da erba e da lande selvagge,
nei detti della neve or ora caduta.

“Essere matita è segreta ambizione…”

Siamo giunti alla fine dell’anno, del nostro primo anno insieme a voi!

Per festeggiare il bello che ci lasciamo alle spalle e il nuovo che si prepara, vogliamo ricordare l’importanza di lasciare un segno, di scrivere di sé per essere ricordati.

Lo facciamo con una bella poesia di Valerio Magrelli e con i nostri migliori auguri per un felice e proficuo 2019!

 

Gian Luca Nicoletta e Andrea Carria

 

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Essere matita è segreta ambizione

Valerio Magrelli
da Ora serrata retinae (1980)

 

Essere matita è segreta ambizione.
Bruciare sulla carta lentamente
e nella carta restare
in altra nuova forma suscitato.
Diventare così da carne segno,
da strumento ossatura
esile del pensiero.
Ma questa dolce
eclissi della materia
non sempre è concessa.
C’è chi tramonta solo col suo corpo:
allora più doloroso ne è il distacco.

“… s’aggruma intorno alla parola la neve”

Nel periodo più atteso dell’anno, noi de “Lo Specchio di Ego” intendiamo salutarvi con alcune fra le nostre poesie preferite, un piccolo dono che siamo felici di condividere con tutti voi.

Per i nuovi articoli, vi diamo appuntamento al 10 gennaio 2019.

Tanti, cari auguri di Buone Feste e buone letture!

 

Andrea Carria e Gian Luca Nicoletta

 

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Con alterna chiave

Paul Celan
da Di soglia in soglia (1955)

 

Con alterna chiave
tu schiudi la casa dove
la neve volteggia delle cose taciute.
A seconda del sangue che ti sprizza
da occhio, bocca ed orecchio
varia la tua chiave.

Varia la tua chiave, varia la parola
cui è concesso volteggiare coi fiocchi.
A seconda del tempo che via spinge
s’aggruma intorno alla parola la neve.

“È ancora possibile la poesia?” riflessioni sul discorso di Eugenio Montale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo articolo voglio approfondire uno degli aspetti accennati nell’articolo su Piero Gobetti. Nello specifico vi ho parlato di Eugenio Montale e, nell’ambito dei suoi innumerevoli successi letterari, del discorso che tenne il 12 Dicembre 1975 a Stoccolma, quando fu insignito del Premio Nobel per la letteratura.

Montale non era uomo da ridursi ai saluti istituzionali, non in un’occasione tanto importante quanto la cerimonia d’assegnazione del Premio. E dunque, in quanto rappresentante dell’Italia all’estero e dell’intero mondo letterario, ha tratto un ottimo vantaggio dall’attenzione di cui godeva durante la serata per pronunciare un importante discorso che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per chiunque voglia interrogarsi sul rapporto sempre più complesso fra società contemporanea e letteratura.

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«Secondo opinioni assai diffuse, opera di aruspici non sempre attendibili, in questo anno o negli anni che possono dirsi imminenti il mondo intero (o almeno quella parte del mondo che può dirsi civilizzata) conoscerebbe una svolta storica di proporzioni colossali. Non si tratta ovviamente di una svolta escatologica, della fine dell’uomo stesso, ma dell’avvento di una nuova armonia sociale di cui esistono presentimenti solo nei vasti domini dell’Utopia. Alla scadenza dell’evento il premio Nobel sarà centenario e solo allora potrà farsi un completo bilancio di quanto la Fondazione Nobel e il connesso Premio abbiano contribuito al formarsi di un nuovo sistema di vita comunitaria, sia esso quello de Benessere o del Malessere universale, ma di tale portata da mettere fine, almeno per molti secoli, alla multisecolare diatriba sul significato della vita.»

Sin dai primi paragrafi del suo discorso, Montale punta a mettere molti importanti temi al centro dell’attenzione. Con questo tono piuttosto profetico (e che pare rivolgersi al periodo che noi stiamo vivendo) e sospeso tra l’Utopia e la Catastrofe escatologica, si mettono a confronto due mondi a Stoccolma riuniti: quello letterario, incarnato dal vincitore e dall’Accademia stessa, e quello civile e politico, rappresentato dal Re di Svezia il quale, per tradizione, assegna fisicamente la preziosa medaglia. Che rapporto c’è tra i due, oggi? A un primo sguardo potremmo dire un rapporto di squilibrio numerico, poiché:

«infinitamente più lungo e praticamente impossibile a identificarsi la legione, l’esercito di coloro che lavorano per l’umanità in infiniti modi anche senza rendersene conto e che non aspirano mai ad alcun possibile premio perché non hanno scritto opere, atti e comunicazioni accademiche e mai hanno pensato di “far gemere i torchi” come dice un diffuso luogo comune.»

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Le persone che operano per migliorare il mondo attraverso vie differenti da quella letteraria ce ne sono, ma sono comunque insufficienti rispetto a quelle che contribuiscono alla diffusione di uno “spirito utilitario” della vita dell’uomo che lo conduce al ricatto, all’omicidio, a tutti quegli atti disastrosi che rendono la sua vita misera. Questo spirito è, credo, a un tempo il cancro e il futuro del nostro tempo; stando alla visione di Montale. Questi infatti, dopo aver tratteggiato per grandi linee la storia dell’evoluzione della poesia sin dai canti tribali, passando per la poesia provenzale e siciliana, per arrivare alle più moderne innovazioni stilistiche italiane e inglesi, giunge a un punto in cui, anche a seguito di eventi terribilmente devastanti come la Seconda Guerra Mondiale e in particolare il lancio delle bombe atomiche, l’Arte smette di essere tale ma si trasforma in oggetto, prodotto. Questo perché il meccanizzarsi della nostra intera esistenza, l’appiattimento sociale e psicologico sul sistema industriale della creazione in serie di benessere, ha influito inevitabilmente su tutti gli artisti che, loro malgrado, vivono nello stesso mondo degli altri esseri umani.

«Evidentemente le arti, tutte le arti visuali, stanno democraticizzandosi nel senso peggiore della parola. L’arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l’uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza.»

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Colpa di questo abbrutimento dei costumi e dell’etica (per non dire morale) è dei nuovi sistemi di comunicazione, a partire dalla televisione (e il povero Eugenio non ha vissuto abbastanza per vedere l’avvento dei social network!) che crea un vero e proprio distaccamento tra l’essere umano e la sua realtà, fatta di un mondo esteriore nel quale agisce ma anche di un mondo interiore nel quale deve riflettere, pensare, creare. Grazie, però, al lavoro incessante di quelle persone che non vogliono cedere all’abbattimento della propria individualità umana, della propria indipendenza critica e poetica, rappresentati e difesi da istituzioni quali l’Accademia di Svezia, che hanno il merito di restituire  all’Arte e alla poesia la sua essenza non-di-serie, è possibile sperare in un rapporto dialogico fra queste due sovra-culture mondiali: da una parte la distruzione dell’individuo e, dall’altra, la sua difesa. Tuttavia è bene ricordare che nemmeno le sale intrise di cultura dell’Accademia di Svezia sono immuni dallo spirito utilitario accennato sopra: come infatti saprete, quest’anno non ci sarà alcun premio per la Letteratura per via delle ripercussioni, sull’intera Accademia, di alcune denunce per molestie sessuali rivolte al marito di uno dei membri. Dunque Montale ha dato prova di lungimiranza quando parlava dei nostri mali e questa, senza dubbio, è una delle caratteristiche principali dei veri Poeti:

«L’idea di scrivere per i così detti happy few non è mai stata la mia. In realtà l’arte è sempre per tutti e per nessuno. Ma quel che resta imprevedibile è il suo vero begetter, il suo destinatario. L’arte-spettacolo, l’arte di massa, l’arte che vuole produrre una sorta di massaggio fisico-psichico su un ipotetico fruitore ha dinanzi a sé infinite strade perché la popolazione del mondo è in continuo aumento. Ma il suo limite è il vuoto assoluto. […] Il mondo è in crescita, quale sarà il suo avvenire non può dirlo nessuno. Ma non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione.»

Questa cultura che deve agire da “argine e riflessione” ha un obiettivo molto semplice, in realtà: quello di ricordare a tutti noi, a partire dai suoi creatori, gli scrittori in primis, che indipendentemente dal credo religioso o meno, dalla propria filosofia di vita, dalla propria storia personale, laica o atea che sia, nessuno di noi gode di un particolare privilegio rispetto non solo agli altri, ma rispetto all’intero sistema nel quale si vive (l’ecosistema, per dirla in termini biologici). Compito dell’essere umano è indubbiamente quello di elevarsi, tentare di raggiungere le vette più alte del proprio spirito, del proprio intelletto. Per farlo ha bisogno di tornare con i piedi per terra ma puntando lo sguardo in alto, conscio del fatto che, infondo, “Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti. È come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione“.