Io leggo a casa: 12 libri per combattere l’epidemia (e la noia)

Ieri sera il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ha annunciato che le limitazioni dovute al propagarsi dei contagi da coronavirus che nelle settimane scorse avevano riguardato solo alcune province del centro-nord da oggi vengono estese al resto dell’Italia. Ciò significa viaggi solo per lavoro o per comprovata necessità, niente ritrovi con gli amici e, in generale, una vita sociale ridotta al minimo per tutti.

Sono misure dure, ma necessarie. Una cosa positiva è che ognuno di noi avrà più tempo da dedicare a sé stesso, e noi dello Specchio di Ego crediamo che la lettura sia un buon modo per impiegare il tempo in queste settimane di inerzia forzata. Quello che vi proponiamo oggi non sarà quindi il solito articolo di approfondimento o di divulgazione letteraria, ma qualcosa che ci auguriamo possiate trovare più utile: una lista di 12 letture da noi selezionate per utilità e preferenza, sperando che possano tenervi compagnia così come hanno fatto con noi!

 

1. Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera (1985). È il titolo più parafrasato in questi giorni, anche se non sempre i giornalisti (o chi ne fa uso) dimostrano grande discernimento. Perché, dunque, non cogliere l’occasione al volo andando a leggere uno dei romanzi più celebri del grande maestro venezuelano?

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2. Andrew Sean Greer, Less (2017). Abbiamo pensato di includere in questa lista il libro vincitore del premio Pulitzer 2018 (qui la nostra recensione) perché in questi giorni il mondo è diventato improvvisamente molto piccolo per tutti: ebbene, lo è anche per il protagonista di questo romanzo che, per quanto lo giri in lungo e in largo, alla fine si renderà conto che nessun pianeta è abbastanza vasto per allontanarsi da sé stessi o dalla persona che si ama.

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3. Shirley Jackson, Lizzie (1954). Questo è uno dei romanzi di cui qui nel blog abbiamo parlato nei termini più entusiastici (vedi qui): una storia che si addentra nei labirinti della mente umana e che sorprende il lettore per la sua architettura letteraria perfettamente riuscita. Un libro sorprendente e conturbante al tempo stesso, Lizzie è l’opera di una grande scrittrice!

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4. Claudio Magris, Danubio (1990). Torniamo al tema del viaggio con una lettura di livello nonché l’opera più celebre di Claudio Magris, il quale invita il lettore a lasciarsi trasportare dalle acque del grande fiume dalla sorgente alla foce, in un racconto affascinante in cui i paesaggi dell’Europa balcanica si mescolano con le vestigia di epoche lontane e con i ricordi e le suggestioni del suo infaticabile narratore.

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5. Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie (1997). Un saggio bellissimo e inclassificabile, quello di Diamond. Bellissimo perché vi terrà con gli occhi incollati alla pagina; inclassificabile perché il suo autore si muove sul labile confine fra storia e antropologia, fra biologia e sociologia. Tante discipline diverse, è vero, ma il traguardo è ambizioso: ricostruire il senso dello sviluppo delle civiltà da una prospettiva mai vista prima, sfatando luoghi comuni e pregiudizi, ma anche spiegando perché proprio le malattie e le epidemie sono state decisive nella costituzione di società sempre più complesse.

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6. David Quammen, Spillover (2012). A proposito di epidemie, è però Spillover il libro che sta davanti a tutti in questo momento. Fresco fresco di ristampa per i tipi Adelphi, il reportage del divulgatore scientifico David Quammen racconta l’evoluzione dei virus e di come questi sgraditi ospiti trovino sempre il modo di passare dagli animali all’uomo. Se non vi farete spaventare dalla mole e dal carattere minuto delle sue pagine (come se l’argomento non fosse già abbastanza inquietante!), questa potrebbe essere la lettura più utile che possiate fare sull’argomento in questo periodo di vasta comunicazione ma di non sempre attendibile informazione.

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7. Virginia Woolf, La Signora Dalloway (1925). Uno dei romanzi che ha formato il ‘900 letterario: la vita di una donna rivissuta nell’arco di un solo giorno, dai primi amori di gioventù alle ripercussioni di scelte importanti (o pensieri importanti) nell’età adulta. Un capolavoro della letteratura europea e mondiale che vi coinvolgerà anima e corpo.

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8. Philip Roth, La macchia umana (2000). Questa è l’opera che, per molti della critica, ha consacrato Roth al successo. In questo romanzo che, idealmente, chiude la trilogia iniziata con Pastolare americana e Ho sposato un comunista, Roth sfrutta gli eventi storici che hanno segnato la società statunitense, in particolare il caso sexgate scatenato da Monica Lewinsky e l’allora presidente U.S.A. Bill Clinton, per tracciarne un ritratto acuto, aspro e dai toni volutamente accesi.

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9. Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno (1947). Per chi è appassionato della storia della Seconda Guerra Mondiale, questo romanzo dell’immediato dopoguerra e scritto da una delle penne più acutamente brillanti della nostra letteratura contemporanea può dare uno sguardo interessante e per molti versi inedito della lotta partigiana: quello di un bambino, per certi versi cresciuto in fretta, per altri che si crede troppo adulto, alle prese con una banda di partigiani.

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10. Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto (1913-1927). Se poi, in questi giorni da passare a casa, avete davvero tanto tempo, l’occasione può farsi assai ghiotta per partire alla volta di un viaggio che rappresenta una vera e propria esperienza letteraria: l’opera monumentale di Proust, in cui si racchiudono esperienze multiformi, immagini indelebili, caratterizzazioni particolareggiatissime di personaggi, tipi, situazioni ed eventi, due parola, il mondo. La Recherche è un viaggio alla scoperta di sé stessi, del proprio tempo e di cosa lo rende indefinibilmente perduto agli occhi di tutti noi.

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11. Lian Hearn, La leggenda di Otori (2006). Per i più giovani e avventurosi di voi proponiamo la lettura di questa trilogia, ambientata in un lontano Giappone dal sapore medioevale e costellata da azioni mirabolanti, scontri all’ultimo sangue e dall’astuzia calma e silenziosa che solo degli spietati assassini possono avere.

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12. Leander Deeny, Gli incubi di Hazel (2008). Una favola dai toni foschi, un po’ gotica e che può ricordare le atmosfere che regnano in casa Addams, questo libro può essere una piacevole lettura se volete affrontare una casa scura e popolata da strani personaggi ma senza perdere lo sguardo del bambino che c’è in voi.

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Questi i nostri consigli di lettura: ce ne sono un po’ per tutti i gusti e speriamo che vi piaceranno. Mettiamo da parte per il momento l’egoismo e convinciamoci che il benessere individuale non può realizzarsi senza quello collettivo. Perché passi prima e meglio, io leggo a casa. Io resto a casa.

Il lascito di una vita: “Trilogia del ritorno” di Fred Uhlman

Di Andrea Carria

 

Per lungo tempo Fred Uhlman (1901-1985) ha dimorato clandestinamente nella mia memoria. L’amico ritrovato (Reunion, 1971), il libro che lo ha reso famoso in tutto il mondo a settant’anni, era una lettura che risaliva al programma di Italiano di terza media e, al pari di esso, pensavo di averla archiviata all’indomani del superamento degli esami. Se c’era infatti una cosa che non credevo possibile era che quel libricino, letto in un’età non sospetta e nel frattempo sovrastato da molte altre letture, avesse continuato a riverberare dentro di me a mia insaputa. Me ne sono reso conto dopo che mi sono messo a scrivere a mia volta, quando ho scoperto, con un certo stupore, che l’arco temporale del romanzo che stavo terminando di scrivere ricalcava quasi perfettamente quello dell’amicizia fra Hans e Konradin, e che era a loro che pensavo mentre la mia storia si dipanava…

Ma non sono qui a parlare di me, bensì di Fred Uhlman e della sua Trilogia del ritorno, di cui L’amico ritrovato rappresenta il racconto d’apertura. Le vicende di quest’ultimo (racconto lungo, romanzo breve, romanzo in miniatura, novella — di definizioni ne sono state date davvero tante) sono abbastanza note: si tratta della storia di due ragazzi di sedici anni, Hans Schwarz e Konradin von Hohenfels, e della loro amicizia impossibile nella Germania prenazista del 1932. Hans infatti è ebreo, mentre Konradin è l’erede di una famiglia antichissima dell’aristocrazia tedesca. Anche Hans è tedesco, o almeno così si è considerato fino ad allora, ma né Hitler, né i suoi compagni di scuola, né i genitori del suo amico la pensano così: per tutti loro egli è solo un parassita della società, un essere indesiderato e un nemico della Germania da neutralizzare. Ma questo riguarda già la parte finale della storia, quando l’ascesa di Führer è ormai imminente. Al contrario, l’inizio e la parte centrale quasi non conoscono il problema razziale. Stoccarda, la città in cui vivono i due ragazzi, è infatti una città di provincia dove i toni e i sentimenti che animano il cuore politico della Germania arrivano in ritardo e molto attenuati. Per tutta la primavera del 1932 Hans e Konradin possono ancora avere una vita normale e frequentarsi. A fare loro da ombrello sono la campagna del Württemberg, che in primavera si ricopre di verde e di fiori, e gli studi classici che i due amici stanno ultimando al Karl Alexander Gymnasium, il migliore liceo di tutta Stoccarda. Sia Hans che Konradin sono infatti due animi nobili e sensibili che amano l’arte e la poesia, e che negli autori antichi trovano la conferma che non sono le passioni ma la Ragione a qualificare l’uomo. La Grecia Antica è l’ideale romantico che ispira i loro sogni. L’amore per la cultura classica — un amore adolescenziale, idealizzato, ma pur sempre figlio della migliore cultura tedesca fin dai tempi di Schliemann e Goethe — è non solo l’ombrello, ma anche lo specchio attraverso cui, per contrasto, Fred Uhlman rivela il volto sfigurato e belluino della Germania hitleriana.

«La politica riguardava gli adulti; noi avevamo già i nostri problemi. E quello che ci pareva più urgente era imparare a fare il miglior uso possibile della vita, oltre, naturalmente, a cercare di scoprire quale scopo avesse, se l’aveva, e a chiederci quale potesse essere la condizione umana in questo cosmo spaventoso e incommensurabile. Questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini».

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Fonte: pintermonamour.com

L’amico ritrovato è scritto in prima persona da Hans — che da quando ha lasciato la Germania nell’inverno del 1933 vive in America facendo l’avvocato — molti anni dopo la fine della sua amicizia con Konradin. L’invito al racconto gli arriva da una richiesta inaspettata: la sua vecchia scuola vorrebbe infatti realizzare un monumento agli studenti che sono caduti durante la guerra, e per farlo sta cercando finanziatori; allegata a questa c’è l’elenco dei caduti. Dopo molte esitazioni, Hans trova il coraggio per andare a cercare il nome dell’amico: alla lettera H legge così che anche Konradin è morto, ma non in azioni di guerra al servizio del Reich come gli altri: egli è morto impiccato per aver partecipato a un attentato contro Hitler.

Questa circostanza è lo spin off del secondo racconto della Trilogia, intitolato Un’anima non vile (No Coward Soul, 1979). La parola passa a Konradin che, chiuso in carcere in attesa dell’esecuzione, scrive una lunga lettera al suo vecchio amico. In essa Konradin ripercorre la storia della sua amicizia con Hans, riferendo dal proprio punto di vista gli stessi episodi raccontati nell’Amico ritrovato. Rispetto a quella di Hans, la versione di Konradin è perfettamente complementare e permette di conoscere retroscena ed elementi che nell’altro racconto non potevano trovare spazio, ma soprattutto restituisce un’immagine più completa del giovane Hohenfels, del quale si apprende un coraggio altrimenti insospettabile. La sua adesione al nazismo, orchestrata dalla madre, lo avrebbe condotto sui campi di battaglia, ma in seguito sarebbe stato proprio il risveglio della coscienza, della Ragione e dei sentimenti a riscattarlo — purtroppo a costo della vita.

Questo espediente letterario, di per sé interessante, manca tuttavia di un quid narrativo proprio che va a scapito della completa riuscita del testo. Se ad esempio la lettera di Konradin — che, alla fine, si limita a confermare una storia che viene data per acquisita — fosse stata inserita all’interno di una cornice più solida nella quale avessero trovato maggiore spazio i dettagli inediti dell’arresto, dell’imprigionamento e della detenzione, il racconto si sarebbe avvantaggiato di un duplice movimento che da una parte avrebbe introdotto un necessario elemento di novità (informativo, ma soprattutto narrativo), mentre dall’altro avrebbe rivitalizzato l’interesse per i fatti già noti, senza loro togliere, tuttavia, la propria centralità. Da questo punto di vista, Un’anima non vile non può quindi essere considerata un’opera autonoma, in quanto tutto, in essa, concorre a configurarla come un’appendice dell’Amico ritrovato, del quale peraltro stenta a riprodurre lo stesso connubio fra atmosfera e stile. La figura di Konradin ne esce ispessita e completamente riabilitata senza dubbio alcuno, tuttavia, la sua, rimane una riabilitazione accessoria che non gli fa né male né bene. «Von Hohenfels, Konradin, implicato nella congiura per assassinare Hitler. Giustiziato»: la frase cancelleresca con cui termina L’amico ritrovato, aveva infatti già messo magnificamente tutte le cose al loro posto.

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Fred Uhlman (Fonte: burghhouse.museumssites.com)

Con Niente resurrezioni, per favore (No Resurrection, please, 1979), terzo racconto o romanzo breve della Trilogia (anche per gli altri due testi si ripete l’ambiguità di genere osservata nell’Amico ritrovato) si è davanti a un’opera differente. A livello di stile, innanzitutto, questo è il racconto più romanzesco di tutti, a cominciare dall’utilizzo della terza persona eterodiegetica che conferisce un respiro letterariamente più consapevole alla scrittura di Uhlman. La dimensione intimista dei racconti precedenti non viene abbandonata, ma si confronta con una metodologia narrativa diversa, caratterizzata dall’oggettività e da uno svolgimento continuo che rinuncia alla frammentazione in episodi. Il protagonista è Simon Elsas, pittore, identificabile con lo stesso Uhlman: a guerra terminata, egli torna in Germania, nella città che fu costretto a lasciare venti anni prima per una fugace visita. In un bar incontra per caso un vecchio compagno d’università che lo invita a prendere parte a una rimpatriata tra vecchi amici. In un primo momento Simon è deciso a non andarci, ma alla fine cede di fronte all’insistenza dell’amico. Arrivati al locale, Elsas indossa da subito i panni del convitato di pietra non facendosi conquistare dal clima cameratesco della serata, né dai sorrisi riguardosi che lo hanno salutato: per lui quegli uomini non sono più vecchi compagni e amici, bensì maschere funebri, fantasmi che lo riportano a ricordi dolorosissimi, individui nel cui recente passato può nascondersi una partecipazione più o meno diretta allo sterminio perpetrato contro gli ebrei, il suo popolo, la sua famiglia.

«Sono stato accolto qui con grande gentilezza e con grande riguardo. Mi sento simile a chi, alla fine di un buon pranzo, dice alla padrona di casa che il pesce non era fresco e che il vino era acido. Parlo contro la mia volontà: come potrei non essere franco? Com’è possibile che io discuta di interessi comuni, di ricordi comuni, di amicizia, quando tra noi insorgono gli spettri di sei milioni di ebrei? Com’è possibile, che io, ebreo, sieda a tavola con voi e dimentichi i milioni che sono morti di stenti, senza essere sicuro che la mano che mi offre da bere e da mangiare non è macchiata del sangue della mia famiglia?»

Fred Uhlman, attraverso il suo alter ego Simon Elsas, dà soddisfazione letteraria a tutti quei sopravvissuti al Lager che hanno sognato — ma spesso non hanno potuto — di ritrovarsi a tu per tu con un tedesco, guardarlo negli occhi e metterlo di fronte alle proprie responsabilità. È il desiderio-incubo di Primo Levi raccontato nel capitolo Vanadio del Sistema periodico, ma dall’altra parte della barricata, agli occhi dei tedeschi, esso si traduce in quello che il filosofo Karl Jaspers, in un saggio fondamentale del 1946, ha definito Die Schuldfrage: La questione della colpa.

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E cosa ottiene Simon Elsas mettendo i suoi ex compagni ed amici di fronte alle loro colpe? Occhi bassi, silenzi, orecchie da mercante in un primo momento, che si trasformano poi in scuse, negazioni, nervosismo, voglia di dimenticare e in quel meschino, raccapricciante “erano gli ordini, non c’era niente di personale” del quale si ode ancora il riverbero della voce di Adolf Eichmann durante il processo di Gerusalemme. Tutto sommato, niente che possa ferirlo più di quanto quelle stesse persone non avessero già fatto tanti anni prima, quando il loro dovere di obbedienza verso gli ordini e la legge — sollevato pure quella sera a mo’ di giustificazione — aveva costretto Elsas ad abbandonare il Paese che la sua famiglia chiamava “casa” da generazioni.

In mezzo all’oceano della letteratura sulla Memoria e sulla Shoah, Niente resurrezioni, per favore costituisce — è la mia personale opinione — un tassello fondamentale. Quello dei tedeschi è un punto di vista che non sempre si incontra nelle testimonianze di chi c’era, e lo sforzo di Fred Uhlman di farne il tema di uno dei suoi romanzi «in miniatura» credo che debba essere menzionato. Non credo invece che il suo sia il caso di uno scrittore ingiustamente associato a un unico libro. A mio personalissimo avviso L’amico ritrovato è una gemma rara che non è stata neanche lontanamente eguagliata dagli altri suoi scritti, tuttavia sarebbe un errore limitarsi a quella lettura soltanto. La Trilogia possiede infatti un equilibrio tutto suo, che solo l’intimo dialogo di ogni sua parte con il Tutto è in grado di assicurare, non disgiunto dal suo autentico spessore morale e umano. Come lettura, essa appartiene tanto al Cuore quanto alla Ragione, ed è esattamente questa sua doppia appartenenza, questa sua capacità di sommare le esperienze, di parlare a tutte le età attraversando le generazioni a fare della Trilogia del ritorno di Fred Uhlman il lascito di una vita.

I romanzi brevi di Stefan Zweig, lo psicologo della penna

Di Andrea Carria

 

Oggi il suo nome ha perso molta della propria eco, ma quando era in vita Stefan Zweig (1881-1942) era uno scrittore famoso e apprezzato. Appartenente a una famiglia della borghesia viennese di origine ebraica, la sua formazione di scrittore fu in parte merito degli studi umanistici compiuti all’università di Vienna e in parte dei numerosi viaggi fatti per il Continente, fondamentali anche per lo sviluppo degli ideali europeisti che lo animarono per tutta la vita.
Ma parlare solo di scrittore è riduttivo per un talento come quello di Zweig, un autore che si è cimentato con successo in svariati generi letterari. Dopo l’esordio poetico dei suoi vent’anni, Zweig si gettò con convinzione fra le braccia della prosa scrivendo una gran mole di carte, fra cui racconti, novelle, romanzi brevi, biografie, articoli, saggi e opere teatrali.

La sua scrittura raffinata, colta ed elegante prediligeva i testi brevi, dove aveva la possibilità di esplorare l’animo dei suoi protagonisti fin nelle pieghe più recondite. Il suo interesse di scrittore andava infatti alla psicologia umana e lasciava in secondo piano i fatti nudi e crudi e i loro sviluppi di trama. È una scelta stilistica sulla quale tornerò dopo, in quanto, essendo a mio avviso l’elemento di maggiore criticità delle sue opere, penso sia bene procedere con ordine e vedere prima quali erano i punti di forza del suo stile.
I romanzi brevi di Zweig (non è semplice stabilire la differenza fra romanzo breve e racconto lungo, per cui è necessario accordare una semantica abbastanza ampia per entrambi e considerarli, almeno in questa sede, interscambiabili) hanno per protagonisti uomini e donne di estrazione borghese che conducono vite stanche e inappagate. Il loro orizzonte di riferimento è quello dell’autore: un’Austria uscita agonizzante dalla Grande Guerra, costretta a una serie di drastici cambiamenti senza esserne preparata e che, al tramonto dell’era asburgica, sente improvvisamente mancare il terreno sotto i piedi. Tutto questo porta allo scoperto i dubbi, le fragilità e le paure di un’intera generazione, e Zweig — al pari di altri grandi della letteratura austriaca come Joseph Roth, Musil, Hofmannsthal e Broch — traduce in prosa questo sentimento di decadenza e disfatta. Da parte sua, però, Zweig è l’autore che instaura il rapporto più intimo con i propri personaggi. Lui li conosce, li esplora, dà voce ai loro sentimenti più inconfessabili e scalfisce dall’interno il fragile intonaco di convenzioni e pregiudizi con il quale provano a tenere unite le loro esistenze.

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In Paura (1920) la vita di Irene Wagner, moglie di un facoltoso avvocato viennese, si trasforma in un incubo a occhi aperti quando una sconosciuta inizia a ricattarla minacciando di rivelare al marito i suoi tradimenti. Questo racconto è l’esempio perfetto per parlare della migliore qualità di Zweig: la descrizione psicologica. Lo scrittore, armato della sua penna-bisturi, ispeziona l’animo di Irene in tutta la sua complessità e lo offre al pubblico insieme alla lente d’ingrandimento. Talmente dettagliato e preciso è infatti il suo ritratto psicologico che il lettore, seguendo da vicino l’evoluzione dei sentimenti di Irene, che dall’esaltazione d’amore passa poco a poco al terrore vero e proprio, si scopre incredibilmente esposto verso l’immedesimazione nei confronti della protagonista e, quindi, scavato dentro a sua volta. Ciò che ella subisce, lo subisce anche il lettore; così, se Irene scopre la bruttissima sensazione di non essere più padrona del proprio destino e si lascia convincere di poter riguadagnare la libertà pagando, noi che leggiamo ci troviamo ugualmente atterriti e capaci solo di andare avanti per ritrovare la libertà a nostra volta. La forza e la grandezza di questo romanzo sta dunque nella capacità unica di Zweig di trattare una materia tanto sfuggente quanto potente come i sentimenti umani, facendo in modo che l’esperienza di uno diventi l’esperienza di tutti.

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A proposito di immedesimazione e di esperienze collettive, un’altra caratteristica di Stefan Zweig è quella di essere stato in grado di raccontare sapientemente la vita interiore di tipologie umane diverse dalla sua. Si è visto nel caso di Irene, una donna, ma ciò si ripete anche con i più giovani. Edgar, il protagonista di Bruciante segreto (1911), è un dodicenne malaticcio a cui l’egoismo degli adulti non risparmia nulla. Durante il periodo di convalescenza che trascorre in una località di villeggiatura sulle Alpi, Edgar scopre che il barone che si era dimostrato così gentile con lui in realtà non è interessato a diventargli amico: il suo obiettivo, infatti, è quello di usarlo per avvicinarsi a sua madre, la quale in pochi giorni capitola di fronte alle lusinghe del proprio ammiratore. Data la condivisione dei luoghi e la sfacciataggine dei due amanti, Edgar viene ferito nei suoi sentimenti più teneri nei confronti della madre, di cui ora conosce la colpa, e diventa involontariamente corresponsabile del tradimento che ella sta consumando nei confronti del padre. Pochi ma magistrali colpi di penna trasformano questo piccolo capolavoro di Zweig in un Bildungsroman luciferino, in un’antropogonia antipedagogica degna di essere menzionata accanto al complesso di Edipo.

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Cambiamo soggetto, ma solo per ritrovarci catapultati in tematiche ancora più delicate. Era il 1927 quando Stefan Zweig pubblicò il racconto Sovvertimento dei sensi e da qualche tempo nella Germania di Weimar stavano succedendo cose impensabili: a Berlino, intorno alla clinica del dottor Magnus Hirschfeld, si era costituita la prima comunità omosessuale avente coscienza di sé. In città avvenivano incontri proibiti, giravano tipi strani il cui abbigliamento non si addiceva al loro sesso (e che magari, come Lili Elbe, la cui storia è stata raccontata nel romanzo e poi film The Danish Girl, sognavano di poterlo cambiare), e c’erano addirittura locali che tutti i berlinesi, polizia compresa, sapevano essere ritrovi di gay e lesbiche. Locali che anche il professore di cui parla questo racconto di Zweig doveva frequentare quando si assentava per giorni da casa e raggiungeva la capitale senza aggiungere altro. Sovvertimento dei sensi è infatti la storia di un amore impossibile di un professore di letteratura inglese per uno dei suoi allievi, Roland, che a fine carriera (nel frattempo è diventato docente a sua volta) torna con la memoria a quei giorni lontani. La storia, questa volta, è dunque un viaggio a ritroso nel tempo che permette a Roland di valutare con lucidità cosa era avvenuto fra lui e il suo mentore quando la voglia di mettersi in luce e di arrivare aveva avuto la meglio su tutto. Ancora una volta Zweig conduce una ricognizione psicologica complessa e rigorosa. I sentimenti vengono rappresentati con tatto e — stavolta è proprio il caso di dirlo — naturalità, relegando oltre il margine della pagina qualunque pregiudizio od opinione morale. Il professore arriverà perfino a confessare il proprio amore al giovane e, se si pensa che di confessioni aperte è difficile trovarne perfino nei grandi classici della letteratura omosessuale, questo a mio avviso è un segno che parla a favore della modernità letteraria di Stefan Zweig.

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Ma di tutte le cose che ha scritto qual è l’opera che può essere considerata il suo capolavoro? Difficile dirlo, soprattutto perché, come dicevo all’inizio, Zweig si è confrontato con tanti generi diversi e ognuno avrebbe i suoi candidati, tra cui, indicherebbero in molti, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (1941), la sua autobiografia. Comunque, dato che in questo articolo mi sono occupato dei suoi romanzi brevi o racconti, indicherò il titolo che secondo me è uno dei suoi testi più conosciuti — che poi è anche l’ultimo che ha scritto prima di suicidarsi: Novella degli scacchi (1941).

Su un transatlantico che viaggia da New York a Buenos Aires, il campione mondiale di scacchi, Mirko Czentovič, sembra destinato a battere sistematicamente tutti i suoi sfidanti, finché un giorno un altro passeggero, tale dottor B., non lo costringe a una patta. Ma come aveva fatto il dottor B., questo sconosciuto di cui a bordo nessuno sa nulla, a fermare Czentovič? Si viene così a sapere che il dottor B. aveva sviluppato quell’abilità nel gioco mentre era prigioniero della Gestapo. Chiuso notte e giorno in una stanza d’albergo completamente vuota e privato di qualunque contatto col mondo all’infuori degli interrogatori con i suoi carcerieri, B. riesce a sopravvivere a quella tortura per aver sottratto a un ufficiale un libro che illustrava centocinquanta partite memorabili di scacchi disputate dai migliori giocatori del mondo. Al chiuso nella sua stanza e senza niente di meglio da fare, B. inizia a studiare il libro e col tempo impara a memoria tutte le partite, cominciando a giocare contro sé stesso fino a rasentare la follia.
La critica ha posto in alta considerazione la Novella degli scacchi e alcuni commentatori hanno visto nello scontro fra il dottor B. e Czentovič la riproposizione della lotta tra i difensori della libertà e i nazisti. B. è infatti un cittadino austriaco catturato per la sua attività di controspionaggio all’indomani dell’Anschluss, mentre per il suo essere un tipo rozzo, incolto e con un «cervello lento e pesante [a cui] mancava la capacità di ritenere anche i più semplici oggetti di studio» — così ne parla Zweig — Czentovič rappresenterebbe una caricatura colorita ed efficace dei nazisti.

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Una copia di Amok, fra i più celebri racconti di Stefan Zweig, parzialmente distrutta da un rogo di libri nazista.

Ma la vividezza con cui sapeva rappresentare l’interiorità dei personaggi, Zweig non riusciva però a ripeterla nelle trame delle sue storie, un limite o un’incapacità che è a sua volta causa del calo di tensione che si nota comunemente proprio nei finali. È questo secondo me il vero punto debole di Zweig, la cosa meno riuscita in varie sue opere. Come dicevo all’inizio, la trama non era la cosa che più lo interessava in uno scritto, ma se durante lo svolgimento tale scelta poteva essere compensata dall’elevata qualità della caratterizzazione psicologica, ecco che, al momento di chiudere, la coperta si rivelava improvvisamente corta e l’effetto che il lettore moderno ne ricava è quello di finali monchi e affrettati, tirati via come se di colpo si fosse accorto che aveva esaurito i fogli bianchi o che l’inchiostro nel calamaio si era seccato.

Seccato proprio come il suo desiderio di vivere. L’ascesa del nazismo in Germania cambiò la vita di milioni di ebrei, e tra loro c’era anche Stefan Zweig. Ancora prima dell’Anschluss, nel 1933 egli abbandonò l’Austria per trovare asilo in Inghilterra, e da lì passare poi a New York e infine in Brasile. Era destinato a non ritrovarsi mai più. Lo shock di passare, in brevissimo tempo, dall’essere il più stimato scrittore della sua generazione a parassita indesiderato i cui libri venivano bruciati nei roghi doveva averlo minato dentro irrimediabilmente.
Il 23 febbraio 1942, Stefan Zweig si suicidò insieme alla seconda moglie nella sua casa di Petrópolis, in Brasile, con un mix letale di medicinali.
Per ironia della sorte, nella vita come nell’arte, i finali hanno continuato fino all’ultimo a non essere la sua parte migliore.

 

*L’immagine in copertina è tratta da criticaletteraria.org