A caccia del diavolo, ovvero “Capturing the Devil”, l’ultimo capitolo della tetralogia di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

SPOILER ALERT: in questo articolo sono presenti elementi che potrebbero rivelare informazioni, totali o parziali, circa il nuovo libro.

Siamo lieti di presentarvi, in anteprima, il quarto e ultimo libro di Kerri Maniscalco edito in Italia da Oscar Mondadori e atteso per il prossimo 10 novembre, A caccia del diavolo! Giungere al termine di un’avventura può far provare molte emozioni: eccitazione, quando si ha tra le mani il libro che segna l’ultimo tassello di una tetralogia; desiderio di sapere se soddisfi le nostre aspettative e supposizioni sulla conclusione; tristezza perché quella potrebbe essere una lettera di commiato a personaggi accanto ai quali abbiamo percorso i vicoli di Londra, esplorato i castelli della Transilvania, salpato sull’Atlantico e che infine ci guidano tra i vicoli di una New York proiettata in un nuovo secolo, che si spera Thomas Cresswell e Audrey Rose Wadsworth renderanno prospero, lanciandosi in un’ultima caccia al serial killer che sembra comportarsi esattamente come il famigerato Jack lo Squartatore.

Il lettore allora sentirà certamente malinconia, perché sì questa è l’ultima avventura che calcherà sulle pagine assieme a quel duo, ma sa che potrà ritrovarli sempre lì una volta riaperte le pagine del libro, e nel frattempo non potrà far altro che lasciarsi trascinare da una storia coinvolgente che funziona da degna conclusione ad una saga che ha tenuto tutti col fiato sospeso e che non ha risparmiato colpi di scena.
Nel suo presentarsi come la chiusura di un cerchio, A caccia del diavolo dà inizialmente molto spazio alla sottotrama amorosa che acquista rilevanza tanto da far sembrare Thomas e Audrey Rose una versione moderna di Romeo e Giulietta.

Le nozze a cui stanno per convolare i due, accorciando i tempi del tipico fidanzamento vittoriano a sole due settimane, vengono organizzate da tutta la famiglia della protagonista con grande partecipazione, e mandate all’aria da una donna che si presenta all’altare come la reale fidanzata di Thomas. È certamente un personaggio di poca rilevanza, ma ciò che invece risulta lampante da un gesto tanto teatrale è che, a ordire questa macchinazione, sia stato il padre di Thomas, il quale rappresenta in sé tutte le restrizioni e gli obblighi di un’unione in epoca vittoriana: un matrimonio a quei tempi altro non era che un contratto economico che doveva risultare vantaggioso per le famiglie degli sposi. Non si cura certo dell’amore, un’unione di questo tipo, infatti il padre di Thomas lo obbliga ad allontanarsi da Audrey Rose perché la classe sociale di lei, inferiore, non viene considerata adatta.

La protagonista e voce narrante del libro, che ha commesso la leggerezza di consumare il matrimonio prima che fosse riconosciuto e sancito davanti all’altare, mantiene lucidità e sangue freddo dinnanzi alla possibilità di vedere il proprio matrimonio andare in fumo e la propria reputazione rovinata, anche grazie alla guida del personaggio amorevole ma risoluto di sua nonna Audrey, della quale facciamo la conoscenza diretta solo in questo ultimo volume, e che ricorda alla nipote quanto sia giusto versare qualche lacrima, ma anche quanto più giusto sia ricordarsi di ricomporsi e andare avanti: perché una donna, secondo questa saggia indiana, ha abbastanza forza per salvarsi da sé. Perciò Audrey Rose risulta non consona alla classica descrizione di una donna che vive alla fine dell’Ottocento: appare infatti fredda e decisa, e per evitare di pensare al proprio cuore spezzato, alla fiducia che sente di aver perso nei confronti di Thomas, la persona che ama e di cui si fidava più di ogni altra al mondo, decide di prendere un treno per Chicago, per svelare lo strano mistero che si cela dietro una serie di donne scomparse, delle quali però non si riescono a ritrovare i corpi.

Ancora una volta, Audrey Rose troverà accanto a sé Thomas. Nella corsa che compie con loro nella speranza di fermare questo misterioso e organizzato serial killer, il lettore si dimentica della trama amorosa perché l’intreccio investigativo, più semplice rispetto a quelli dei due libri precedenti, è invece molto più simile a quello di Sulle tracce di Jack lo Squartatore, tanto da far temere che quel Jack lo Squartatore fosse in realtà una persona diversa rispetto a quella che è stata accusata nel primo libro, e che l’abbia fatta franca, per seminare morte e terrore nella Città Bianca in cui tutti però sembrano troppo occupati a restare affascinati dalla Fiera Mondiale di Chicago, illuminata a giorno da Nikola Tesla, per accorgersi della sparizione di donne senza nome, il cui unico crimine era la ricerca di indipendenza.

Nel corso dell’indagine ritroviamo molti personaggi di cui abbiamo fatto la conoscenza nei libri precedenti, quali l’affasciante e scaltro Mefistofele, oppure il simpatico Noah, che i due protagonisti avevano conosciuto alla scuola di scienze forensi in Transilvania e che si rivelerà un valido aiuto in questa caccia al serial killer.

Consigliamo questo libro perché la storia si conclude, com’era prevedibile, nel migliore dei modi; ma ciò che rimarrà nel cuore dei lettori non è solo che è la Regina Vittoria stessa a dare l’approvazione per l’unione di Audrey Rose e Thomas, quanto piuttosto il forte messaggio femminista ed egualitario che viene dato a tutti i lettori, circa il coraggio che è necessario avere per raggiungere tutti gli obiettivi, esclusivamente grazie all’acume della mente ed alla forza di volontà.

“In fuga da Houdini” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Un viaggio in nave è un sogno o un’illusione che nasconde del sangue?
[qui trovate i link agli articoli precedenti, rispettivamente per il primo e secondo volume della saga].

Al termine del libro precedente, Alla ricerca del principe Dracula, Johnatan Wadsworth, medico legale di fama non indifferente in Inghilterra, era stato convocato in America per offrire il proprio aiuto nella risoluzione di una serie di omicidi che stavano gettando ombra sulla città di New York.
Il 15 settembre scorso, aprendo le prime pagine della terza opera di Kerri Maniscalco, In fuga da Houdini, abbiamo scoperto che Audrey Rose Wadsworth e Thomas Cresswell lo hanno seguito in veste di suoi assistenti.
In questo terzo romanzo seguiamo le loro avventure, una volta che Thomas, Audrey Rose e la loro chaperon si sono imbarcati sulla Royal Mail Ship Etruria in una traversata di dieci giorni verso il nuovo mondo.

La narrazione in prima persona ci mostra, come nei libri precedenti, il punto di vista di Audrey Rose e leggendo si ha la sensazione di vivere una sospensione dal tempo reale, durante la quale il lettore si augura di avere davanti a sé la descrizione di dieci giorni intervallati solo di gioie, abiti scintillanti da presentare a cena, mentre lo strabiliante Circo al Chiaro di Luna fa le sue esibizioni curate al minimo dettaglio con il solo scopo di stupire i passeggeri e dar loro l’impressione di vivere in una favola.
Tutti coloro che hanno intravisto in Thomas e Audrey Rose una coppia stabile, complementare e allo stesso tempo paritaria, si augurano di potersi godere un corteggiamento segreto dei due protagonisti, dolce e appena sussurrato poiché entrambi sono in attesa del benestare delle rispettive famiglie perché il loro fidanzamento sia ufficializzato. Tuttavia, quando le luci calano la prima sera, durante l’esibizione dei circensi, comandati dal misterioso e affascinante Mefistofele, il sogno si trasforma in un incubo. La figlia del primo magistrato Prescott, in viaggio su quella nave su invito di uno sconosciuto benefattore, viene pugnalata e uccisa proprio al tavolo dove siedono i due protagonisti principali, senza che questi si rendano conto di chi sia l’assassino.

Le indagini iniziano immediatamente e devono svolgersi con rapidità, perché la lista dei morti aumenta vertiginosamente e in quegli spazi chiusi e lussureggianti tutti sono considerati colpevoli e prede in egual misura: hanno tutti la sensazione di trovarsi in una gabbia dorata dalla quale non possono evadere.
Da quel momento in avanti, ogni sera, i passeggeri vengono sorpresi da un nuovo omicidio, i corpi vengono ritrovati messi in posa come se fossero la figura di una carta dei tarocchi. L’escalation di violenza da cui l’Etruria sembra infestata, proprio perché presentata con dovizia di particolari e spettacolarità, fa ricadere i sospetti di quelle morti efferate sugli artisti che si esibiscono sul palco nascondendo le loro identità con maschere di velluto.
Il lettore segue le indagini quasi trattenendo il respiro e solo colui che avrà l’occhio attento potrà riconoscere l’assioma già presentato nel libro precedente (e in questo terzo libro esasperato), secondo cui in questa tetralogia a un restringimento dello spazio in cui si svolge l’azione corrisponda un infittirsi dell’intreccio, e di conseguenza sia non solo più difficile identificare l’assassino, ma anche determinare una cronologia tra gli omicidi. Per fronteggiare la situazione di pericolo in mare Audrey Rose e Thomas convengono di dividersi, e mentre la ragazza decide di stringere un patto con Mefistofele per poter parlare più facilmente con gli artisti del suo circo, l’apprendista patologo seguirà le indagini dello zio Johnatan in maniera ufficiale. Ma un telegramma comunica che c’è un problema di cui si devono occupare anche a Londra e che minaccia di destabilizzare la famiglia Wadsworth: Liza, la cugina di Audrey Rose, è scomparsa!

Le stringenti regole della società vittoriana estendono la propria ombra sui due protagonisti poiché la scomparsa di una ragazza nubile significava in una famiglia benestante dell’epoca un’onta tale da compromettere qualsiasi matrimonio.
Non che la situazione migliori quando Liza viene riconosciuta dalla cugina sul palco come assistente del mago Houdini. Ha una maschera che ne nasconde l’identità, come tutti gli altri circensi, ma se venisse scoperta la sua reputazione sarebbe rovinata!
Per amore di Liza, e per farle lasciare il circo, Audrey Rose si dice pronta a tutto, decisa a riportarla a casa con sé, sperando che la sua reputazione non sia compromessa vista la relazione che ha intrecciato con l’illusionista ungherese. Mefistofele, come il diavolo dell’opera di Goethe, è deciso a sfruttare a proprio vantaggio quel desiderio inespresso da Audrey Rose, ma che lui sembra leggerle in volto, perciò stringe con lei un accordo nel cuore della notte: entrare a far parte del Circo al Chiaro di Luna, facendo credere a tutti di essersi invaghita di Mefistofele stesso in cambio di prove che sicuramente spingeranno Liza a lasciare il circo e un aiuto per smascherare l’omicida che sta seminando il terrore sulla nave.
Nonostante si professi una donna indipendente e con un atteggiamento degno delle prime femministe, in quest’avventura Audrey Rose rivela al lettore e a sé stessa i propri limiti e le proprie debolezze: allontanarsi da Thomas e fingere di amare un altro uomo sembra più un tentativo di eludere le regole sociali e vivere al di sopra di esse piuttosto che un desiderio di aiutare la propria famiglia.
La conclusione porta allo svelamento dell’identità dell’assassino, ma lascia il lettore con il beneficio del dubbio: ci sono tre omicidi che sembrano commessi da un’altra mano, decisamente più efferata e molto più simile a quella di Jack lo Squartatore, il quale ormai sembra approdato a New York e potrebbe dare il via ad una nuova scia di crimini… riusciranno Thomas e Audrey Rose, ormai lontani emotivamente l’uno dall’altra, a riconoscerne le tracce ora che sono giunti in città?

Consigliamo questo libro perché… oltre a traghettarci verso un nuovo secolo, un nuovo mondo e presentarci le atmosfere oniriche messe in scena dal Circo al Chiaro di Luna, In fuga da Houdini si distanzia notevolmente dai precedenti soprattutto perché l’intreccio della trama poliziesca è particolarmente complessa e ci costringe a non distogliere l’attenzione neppure dal più piccolo dettaglio.
La sottotrama dalle tinte rosa sembra essere carente perché a un esame superficiale presenta il personaggio di Thomas come un burattino nelle mani di Audrey Rose, che rimane in attesa delle sue decisioni mentre la donna sembra capitolare ai piedi di Mefistofele. Il novello Sherlock è invece un uomo che rispecchia la nostra contemporaneità, che mostra per la prima volta un personaggio maschile carico di tutte le sue fragilità e paure proprie di qualsiasi uomo intento a conquistare il cuore della donna che ama e avere la possibilità di costruire un futuro con lei.

La Nascita del principe Oscuro

Questo racconto lungo viene venduto insieme al terzo volume della serie Stalking Jack the Ripper. Se si sceglie di acquistare la versione del libro in pdf, la casa editrice OscarVault lo fornisce in un unico file leggibile comodamente su qualsiasi schermo a disposizione dei lettori più progressisti e amanti della tecnologia.
Si presenta sotto forma di libretto della lunghezza di nove capitoli che racconta alcuni episodi di quanto abbiamo appena letto essere avvenuto sull’Etruria, narrati dal punto di vista di Thomas Cresswell e prosegue narrando il soggiorno di Audrey Rose e Thomas a New York presso la casa di Nonna Wadsworth.

La scelta di dar voce principalmente alla protagonista femminile e in seguito dedicare delle pagine alla controparte maschile può risultare un cliché dai toni stucchevoli e melensi che fa riecheggiare in mente l’operazione letteraria che ha visto la luce nei mesi scorsi ad opera della scrittrice Stephenie Meyer.
È necessario però segnalare che questo racconto si distacca totalmente da quel tipo di scelta perché ci offre uno spiraglio sulla mente logica del nostro apprendista patologo forense preferito, e unisce ad essa la percezione dei suoi sentimenti per Audrey Rose.
Prosegue poi, attraverso la narrazione degli eventi avvenuti una volta che i due sono attraccati a New York, parlando per bocca di Thomas dell’importanza di accettare sé stessi, in toto, con pregi e difetti, luci ed ombre perché solo così lui sarà in grado di amare completamente Audrey Rose, e sbirciando tra i pensieri del protagonista il lettore stesso comprende l’importanza di una maggiore consapevolezza di sé per vivere una vita felice. È qui che il lettore può finalmente realizzare la profondità e l’accuratezza con cui è stato tratteggiato il personaggio di Thomas e per quale motivo rispecchi realisticamente qualsiasi uomo innamorato e possa quindi godersi, nelle ultime pagine, un evento che determinerà il punto di partenza per il quarto e ultimo libro di Kerri Maniscalco.

Affondare nella storia e in sé stessi. “L’accordo. era l’estate del 1979” di Paolo Scardanelli

Di Gian Luca Nicoletta

Vi presento oggi una delle ultime uscite di Carbonio Editore raccolta nella collana “Cielo Stellato”, un romanzo che indubbiamente ha molto da dire: L’accordo. Era l’estate del 1979 di Paolo Scardanelli.
Questo romanzo, complesso nel suo fascino narrativo, si rivolge contemporaneamente a un doppio pubblico: a chi ha vissuto da giovane gli anni ’70/’80 e a chi vuole comprendere com’era il mondo una generazione fa.
Proprio così, una caratteristica importante di quest’opera è quella di parlare a più persone ma con una voce sola, trattando temi universali come l’amicizia, l’idealismo che contraddistingue le giovani generazioni.
Per darvi modo di saggiare da vicino il terreno vi propongo un’intervista con l’autore stesso.

GIAN LUCA NICOLETTA. L’accordo. Era l’estate del 1979 ci racconta una storia in cui alcuni grandi temi della nostra contemporaneità si scontrano sulle pagine: amicizia, famiglia, il futuro. Da quale necessità è stato spinto per voler mettere sulla carta un articolato sistema di valori e ideali come questo?

PAOLO SCARDANELLI. Dalla necessità di disegnare un mondo che, seguendo Wittgenstein, sia la totalità dei fatti; in esso convivono appunto temi che ci caratterizzano e costituiscono, quali amicizia, famiglia, destino quindi futuro, finitezza e felicità. Provare a disegnare un mondo che, dapprima interiore, divenga quindi paradigma comune, collettivo, condiviso. Questa la necessità primaria, urgente dell’arte tout court e del narrare specificatamente.

Lo sfondo col quale chi legge viene immediatamente a contatto è l’Italia della fine degli anni ’70, come anche il titolo suggerisce. Quella era l’Italia che ha assistito al tramonto di grandi stagioni: l’impegno politico, i grandi partiti di massa, mentre si trovava pienamente nella scia degli Anni di piombo. C’è ancora qualcosa che dobbiamo imparare, o che al contrario abbiamo capito male, da quella stagione così rovente a livello sociale e intellettuale?

Forse da quegli anni, tragici e vitali a un tempo, dobbiamo apprendere la dimensione totalizzante del grande progetto: in questo caso e in quegli anni il tentativo utopico di fondare mondo e uomo nuovi. La sensazione che si aveva, come dico nel romanzo, era quella di partecipare tutti alla creazione di un’opera collettiva, quale il Duomo di Firenze nel ‘500. Questo dobbiamo a mio avviso trarre e, perché no, imparare da allora; tutto ciò oggi si è perso: i grandi temi come gli ideali (non quelli banali, scontati, come la lotta per l’ambiente e la salvaguardia del pianeta dall’invasione della plastica) sono scivolati in secondo e terzo piano lasciando alla fuffa quotidiana il privilegio di riempire la nostra condizione umana. Forse questo portato, di per sé inattuabile, si ribalta nella forma dell’oblio: parafrasando Hegel, ogni cosa giunta al culmine si rovescia nel proprio opposto. 

Come abbiamo detto prima, una parte del romanzo è improntata alla narrazione dei rapporti di amicizia: secondo lei è cambiato il modo di intendere e sperimentare questo rapporto, dagli anni ’70 a oggi?

Credo proprio sì, come dicevo sopra. L’amicizia è uno dei sentimenti più puri; in questo senso non ha tempo e le sue modalità permangono simili nelle varie epoche. Quello che senz’altro muta è il radicamento nel tempo, nelle cose e nei fatti; l’amicizia di cui si parla nel romanzo è intessuta di intensità e radicamento, ed essa è fondata in un tempo differente, laddove la necessità di comunicazione e condivisione erano totalizzanti e richiedevano ed esigevano un rapporto totale, trasversale rispetto ai temi e ai luoghi. Oggi può essere ancora così? Inevitabilmente no, mi viene da rispondere. La banalità del quotidiano lo impedisce.

La nostra realtà quotidiana è fatta, a livello politico, di grandi movimenti che però si scontrano presto con una disillusione generalizzata rispetto alla difficoltà di affrontare “la complessità”, citando Moro. Secondo lei, nel periodo di disincanto che narra ci sono i prodromi della crisi politico-ideologica che viviamo oggi?

Sì; lei cita Aldo Moro e la difficoltà di affrontare la complessità. Moro, come sappiamo, è stato un agnello sacrificale sull’altare del compromesso, che è l’unica modalità possibile di coniugare differenti linguaggi e istanze. La complessità è irriducibile a una lettura univoca e fonda il mondo nella modalità del desiderio; ad essa si è cercato di dare risposte empiriche, mentre a mio avviso è nella trascendenza del dato fattuale che va ricercata la fondazione del senso. Allora ci si provava, oggi non più. Il disincanto è inevitabilmente la forma del fallimento.

Ai miei occhi di lettore è inevitabile, leggendo il suo romanzo, fare un confronto tra due generazioni. Da un lato, oggi, vediamo forti difficoltà nel trovare lavoro, scarsa fiducia nella classe dirigente, la messa in dubbio delle grandi organizzazioni sovranazionali che faticano a tener fede ai princìpi che le hanno ispirate alla loro fondazione. Dall’altro c’è la generazione del posto fisso, della casa di proprietà, delle imponenti manifestazioni in piazza. Un confronto tra la generazione del “nulla e mai” e del “tutto e subito” è ancora possibile?

Una generazione incarna necessariamente il senso del tempo, del suo tempo. Ma la generazione è composta da individui che pensano e sentono e vivono e muoiono seguendo una sorta di flusso esistenziale: noi siamo questo flusso, piaccia o no. E questo flusso incarna le nostre coscienze. Quindi le generazioni non sono confrontabili secondo modelli omogenei, ma secondo i vari portati individuali; la nostra generazione propugnava l’idea che il personale fosse politico, e su quest’idea basava l’utopia di una sorta di coscienza collettiva. Svanita l’utopia è rimasto l’individuo che naturalmente cerca la strada più breve e peculiare per la realizzazione dei propri desideri. L’oggi, come sempre, è figlio dello ieri.

Qualche parola sulla struttura del romanzo. Sono rimasto particolarmente colpito dal lessico che ha utilizzato: mai scontato, molto costruito e a volte quasi barocco. Quali sono i maestri della letteratura che ha preso a modello?

I modelli, i riferimenti, il lavoro di chi ci ha preceduto filtrato dalle nostre menti e corpi diviene tempo presente e pensiero attualizzato. Quindi è difficile definire dei riferimenti precisi senza considerare il flusso del passato che in noi si incarna. Siamo una sorta di medium attraverso cui il travaglio di chi è stato prende forma nuova. Ciò detto, non posso non pensare a coloro che più da vicino mi sono fratelli nella notte: riguardo la struttura senz’altro Proust, riguardo lo stile Carlo Emilio Gadda mi è padrino così come lo stesso Manzoni insieme a Céline.

Per chiudere: cosa consiglia a un aspirante scrittore o scrittrice che vuole confrontarsi con la stesura di un romanzo?

Di guardarsi nel profondo del proprio io e capire, capire davvero se quello che ha da dire riguardo il mondo travalichi la propria stessa persona e possa iscriversi nel cerchio dell’universale. Ciò fatto dovrebbe chiedersi se davvero il suo operato possa aggiungere qualcosa al mondo: se sì, affinare lingua e strumenti, altrimenti gli suggerirei di lasciar perdere. C’è già tanta carta stampata in giro che, se non c’è nulla di meglio da dire, allora è meglio tacere.

[Immagine di copertina: rivista.clionet.it]

Seguite l’inchiostro, ovvero la biografia di F. Scott Fitzgerald

Di Gian Luca Nicoletta

Ci sono alcuni “grandi scrittori” che hanno sempre goduto di questo importante aggettivo a qualificare la loro opera. Nell’immaginario comune, alcune penne come Hemingway, Goethe, Moravia, eccetera sono semplicemente “nati” scrittori e soprattutto “nati” col successo a portata di mano. Col libro di cui vi parlo oggi, al contrario, desidero ricordare a me stesso e anche a voi aspirati autrici e autori che la scrittura è, mi si perdoni il bisticcio di parole, un’arte artigiana: bisogna imparare a maneggiare gli strumenti e, cosa altrettanto importante, bisogna imparare a sporcarsi le mani. L’esempio che vi propongo è quello di Francis Scott Fitzgerald, la cui biografia d’autore è stata curata da Leonardo G. Luccone nel volume Sarà un capolavoro. Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori, con la traduzione di Vincenzo Perna e pubblicato da Minimum Fax.

Sarà bene cominciare da alcune parole chiave:
1) biografia d’autore: ripercorrere la vita di una scrittrice o uno scrittore scandendola secondo il ritmo delle pubblicazioni. Ci interessa poco (in termini di spazio dedicato nel volume) la vita prima della scrittura. In questa prospettiva, il rapporto fra il vissuto e la pratica scrittoria viene completamente ribaltato a favore della seconda: gli anni, le epoche e la storia sociale vengono cadenzate dalle date di uscita di racconti, romanzi, poesie, mentre il resto della vita “capita” fra un’opera e l’altra;
2) artigianalità: se proprio bisogna cercare un sostantivo per descrivere l’approccio al lavoro di Fitzgerald, indubbiamente questo sarà da privilegiare. Nella sua breve ma densa vita, Fitz “scrive in continuazione”, letteralmente. Non si ferma mai da quando, appena ventenne, decide di voler dedicare la propria vita a quest’arte e di volerne diventare uno dei punti di riferimento per la letteratura statunitense. Sin dai primi anni di pratica continua, Fitzgerald macina migliaia di parole a settimana: articoli, saggi, qualche poesia giovanile, ma soprattutto… racconti! Proprio così: l’autore del Grande Gatsby lascia il suo segno nella letteratura occidentale a suon di racconti brevi, moltissimi dei quali pubblicati in serie com’era uso all’epoca, e non grandi romanzi;
3) perseveranza, quando non caparbietà. Se provassimo a tracciare un grafico della fortuna di Fitzgerald, questo sarebbe irrimediabilmente simile a quello del moto ondoso. A un iniziale periodo di indifferenza nel mondo dell’editoria, la carriera dello scrittore del Minnesota ha subito vertiginose impennate e brusche cadute in picchiata, dall’inizio alla fine. Questo però non ha mai fiaccato la sua tenacia, anzi. Si può dire che i periodi di più intenso lavoro per Fitzgerald siano stati, forse paradossalmente, quelli della sua crisi personale. Riuscì a superare indenne la grande depressione del 1929, ma la battuta d’arresto sul suo nome e la sua fama arrivò qualche anno dopo, alla quale lui rispose scrivendo di più, tallonando di più il suo agente, esigendo controlli più serrati sulle proprie produzioni.

Francis Scott e Zelda Fitzgerald – fonte: SBHU

Si diceva che, nelle biografie d’autore, tra un’opera e l’altra si inserisce anche la vita e come ben sappiamo quella di Fitzgerald fu tutto meno che monotona.
La sua famiglia d’origine apparteneva alla piccola borghesia, dalle finanze stabili ma non ingenti. Uno dei primi segni dell’ambizione di Fitz a qualcosa che si trovasse più in alto rispetto al suo punto d’osservazione si manifesta quando decide di voler sposare Zelda Sayre, che al contrario proviene da una famiglia di magistrati, proprietari di giornali, politici.
La giovane Zelda è una ragazza sveglia e sa cosa vuole dalla vita: essenzialmente fare quello che le pare. Sposare uno scrittore in erba (probabilmente poco più d’un imbrattacarte, ai suoi occhi) non le porterebbe lo stile di vita cui è abituata e così pone una condizione molto chiara: prima di sposarla, Fitzgerald deve diventare un vero scrittore. Con questo spirito il giovane autore tampina tutti i contatti di cui dispone per giungere a una pubblicazione di grido: il 26 marzo 1920 viene pubblicato Di qua dal paradiso per la famosa casa editrice Scribner, e appena otto giorni dopo, il 3 aprile, Zelda diventa la signora Fitzgerald.

Edizione statunitense di Di qua dal paradiso, edito da Scribner

La coppia, trasferitasi a New York, diventerà l’emblema dei ruggenti anni ’20 tra feste di lusso, automobili costose, alberghi a cinque stelle e viaggi transoceanici.
La vita però costa molto, sopratutto gli alcolici da consumare durante le feste sfrenate e questo induce Fitz a commettere l’errore che lo segnerà per tutta la vita: chiedere anticipi al suo editore. Questi, uomo generoso ma con la testa sulle spalle, non fa mai mancare al suo autore le cifre che gli vengono chieste, poiché con le pubblicazioni sa che saranno restituite fino all’ultimo centesimo. Ma questo meccanismo si trasforma in un circolo vizioso: i soldi anticipati non bastano mai e, una volta arrivati a una pubblicazione, ai Fitzgerald non rimane nulla in tasca per poter vivere, il che costringe Scott a chiedere nuovi anticipi e così via.
Uno stile di vita condotto costantemente sul filo del rasoio rischia di non reggere dal momento che Zelda manifesta i primi segni di instabilità mentale. Le strutture pubbliche non garantiscono un tenore di vita dignitoso e così Scott fa ricoverare la moglie in strutture private, chiaramente costose, che però non sa come pagare. Allo stesso tempo Scottie, la loro unica figlia nata nel 1921, non vuole farsi mancare le feste, i viaggi e la compagnia di persone molto facoltose. Fitzgerald si trova in una situazione pressoché disastrosa dalla quale inizierà timidamente a risollevarsi dalla seconda metà degli anni ’30, iniziando a lavorare per il cinema di Hollywood accanto a personaggi del calibro di Alfred Hitchcock.

Una sera di dicembre del 1940, prossimi al Natale, Fitzgerald si trova nel suo studio. Ha rimesso un po’ d’ordine nella sua vita: ha da tempo abbandonato la bottiglia, ha accettato il logoramento del suo matrimonio con Zelda, ha salvato il rapporto profondamente incrinato, e testimoniato da un’aspra lettera riportata nel volume, con sua figlia. Dopo aver ascoltato alla radio la partita di football della squadra di Princeton, nella monotona calma di una casa vuota, lontano dalle luci delle feste scintillanti dei suoi anni migliori, si spegne per sempre ad appena 44 anni.

Sarà un capolavoro rappresenta un felice compendio per giovani scrittrici e scrittori. Ci insegna che in questa professione il lavoro duro è all’ordine del giorno e che sicuramente non mancheranno cocenti delusioni come indebiti disconoscimenti. Una lettura che consiglio vivamente perché aiuta a mettere la pratica dello scrittore di professione in una prospettiva proporzionata e certamente utile a tutti.

“Sulle tracce di Jack lo Squartatore” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Cosa ci affascina maggiormente della letteratura vittoriana? La sua capacità di creare un immaginario affascinante e imperituro, di realizzare entro poche pagine quadri di un mondo che non esiste più, fatto di chiacchiere sussurrate oltre il bordo di una tazza di tè, di bustini di stecche di balena che obbligavano a dover agire anche nei momenti più spensierati secondo regole ferree.

O forse c’è dell’altro? Come l’aver saputo cogliere entro quelle regole ferree che influenzavano la vita di ogni singolo individuo, un modello che si è protratto fino al XX secolo e con esso le crepe, da cui si poteva scorgere il reale in tutte le proprie contraddizioni.

D’altronde chi non conosce la travagliata e famigeratavicenda del serial killer noto come Jack lo Squartatore, che sconvolse l’opinione pubblica nel 1888 quando d’un tratto l’infallibile corpo di polizia londinese scoprì di non essere in grado di dare un volto all’omicida che è stato il terrore di Whitechapel?

Questa è la domanda che si pone anche l’autrice americana Kerri Maniscalco e che la porta a dar vita al primo libro della trilogia dal titolo Stalking Jack the Ripper, pubblicato in italiano lo scorso 15 settembre da Mondadori, con il titolo Sulle tracce di Jack lo squartatore.

In ogni youngadult che si rispetti c’è necessità che il protagonista principale abbia un’età compresa tra i 14 e i 19 anni, e così anche i suoi aiutanti, ed insieme questi personaggi cercano di scoprire sé stessi, le proprie capacità ed i propri limiti mentre si confrontano con il mondo che li circonda.

Non è esattamente questo ciò che aspetta quel lettore che decida di avventurarsi tra le pagine di Sulle tracce di Jack lo Squartatore perché la scaltra protagonista Audrey Rose è sì una diciassettenne nel buio anno 1888, ma non si comporta come farebbe una qualsiasi diciassettenne londinese perché non si conforma ai doveri che la società si aspetta che assolva.

Orfana di madre, una madre indiana sposa di un britannico, vive nelle agiatezze ma è invisibile a suo padre, dipendente dal laudano che sta isolando sé stesso e i suoi due figli, Nathaniel e Audrey Rose.

Lei, determinata a creare da sé il proprio destino, preferisce affiancare suo zio Johnatan, medico e docente, come apprendista di patologia forense perché sente che non ha nulla in comune con le sue coetanee che si entusiasmano per un tè, o per le sfumature delicate del tessuto di un abito.

Quando allo zio viene richiesta una consulenza sugli omicidi efferati che si stanno verificando nei vicoli di Whitechapel, Audrey Rose lo affiancherà assieme allo studente che suo zio ammira di più, Thomas Creswell, un solitario che detesta e ammira. Verrà trascinata in una incessante ricerca che la porterà alla macabra scoperta che l’identità di Jack lo Squartatore si cela dietro una delle persone a lei più vicine.

Le ricerche svolte da Kerri Maniscalco per dare credibilità alla caratterizzazione delle usanze e dei comportamenti tipici dell’era vittoriana sono valide e forniscono una solida cornice; a volte tuttavia si ha la sensazione che esse funzionino eccessivamente da sfondo tanto che in alcuni casi sembra vengano dimenticati alcuni tratti in favore del ritmo della narrazione sostenuto.

Gli stilemi propri del gotico inglese vengono invece ampiamente rispettati, e garantiscono una trama ricca di colpi di scena e un ritmo incalzante che non risparmia citazioni ad altre opere letterarie fondatrici del genere.

Per amore della narrazione vengono messe in ombra le sempre presenti e indispensabili figure della servitù, che vengono regolarmente licenziate dal padre della protagonista spaventato dalla possibilità di contrarre malattie.

Il fatto che una di queste finisca nella sala autopsie come nuova vittima di Jack lo Squartatore comporta che Audrey Rose non solo sarà coinvolta emotivamente dalle indagini, ma verrà anche spinta a svolgerle in autonomia con l’aiuto di Thomas, un novello Sherlock Holmes dalle strabilianti doti deduttive. Attraverso la figura di questa ragazza decisamente anticonformista e del rapporto che si viene a creare con Thomas, Kerri Maniscalco può parlare apertamente della propria idea di femminismo come parità di genere, un argomento che, seppur fortemente anacronistico rispetto all’epoca in cui è ambientata la vicenda, offre ottimi spunti di riflessione, soprattutto nel tipo di pubblico cui si rivolge il genere youngadult.

Consiglio questo libro perché… Ha un fascino magnetico nonostante la dovizia di particolari fornita sugli omicidi e sulle autopsie non lo rendano adatto a persone con uno stomaco delicato. Il giallo ha un’intricata costruzione in cui giocano un ruolo importante non solo i due protagonisti che sono al centro di una sottotrama che vede il loro legame crescere e consolidarsi, ma anche false piste, manicomi, poliziotti che sembrano aiutanti, malati di lebbra e fratelli come Nathaniel, che è la figura con la caratterizzazione psicologica più accurata tra tutte perché, per quanto sia l’unico che mostra dolcezza e appoggia la protagonista, è anche la più attinente e accuratamente calata nel contesto socio-politico vittoriano.

Uno schiaffo all’omofobia: “La memoria del corpo” di Carlo Deffenu

Di Andrea Carria

Non era nei miei programmi scrivere questo articolo oggi. Non lo era nemmeno finire a quel modo il libro di cui sto per parlarvi: una lettura che si è impossessata di me e del mio tempo impedendomi di alzare gli occhi dalla pagina. Letteralmente. Non era mia intenzione neanche far coincidere l’inizio e la fine di questa lettura nello stesso giorno: avevo altro da fare, altro a cui dedicarmi, e comunque, dopo un po’ che si sta leggendo, è normale avvertire il bisogno di interrompere per riposare gli occhi e la mente, e riprendere più avanti. È così per il 99,9% dei libri che leggo, non so voi, e niente mi lasciava presagire che con La memoria del corpo di Carlo Deffenu (Alter Ego Edizioni, 2018) sarebbe stato così diverso.

Sono in difficoltà a scrivere questa recensione, se così vogliamo chiamare queste mie parole: temo infatti che ogni cosa dirò possa sottrarvi il piacere della scoperta. Non so quindi bene quale piega prenderà il mio discorso, quali aspetti evidenziare e quali altri tacere, come rendervi partecipi di ciò che ho provato io senza fare spoiler o cadere nel retorico. Dovrò fare uno sforzo ulteriore e concentrarmi, ricordando che almeno per questa volta il mio interesse principale non è esprimere un giudizio letterario su questo libro bensì convincervi a leggerlo.

Sarebbe facile presentare La memoria del corpo come un romanzo di genere; lo è, su questo non c’è possibilità di sbagliarsi, tuttavia l’orizzonte che abbraccia è molto più vasto e il messaggio che trasmette non è stato pensato per rimanere chiuso dentro a un recinto. La storia maledetta di Sebastiano è il romanzo interrotto di tanti giovani uomini e donne vittime dell’odio e della violenza. Vittime dell’omofobia, una parola di cui, se non altro, ormai tutti conoscono il significato. A raccontare questa storia è Elsa, la madre di Sebastiano, una donna capace di una forza e di un coraggio infiniti, una mamma leonessa disposta a sacrificare ogni cosa cominciando proprio da sé stessa. Il suo diario è la chiave per accedere alla stanza segreta del figlio, per accedere alla sua vita di giovane uomo libero. Una vita – la sua – vissuta alla luce del sole più di tante altre, segnata da un coming out precoce e sempre riscaldata dall’amore. Elsa lo ha amato davvero, il suo Sebastiano; lo ha amato come ogni madre ama il proprio figlio, ma ha anche fatto qualcosa che non tutti i genitori che amano riescono a fare, e cioè rispettare i propri figli per ciò che sono.

«Sebastiano mi ha insegnato più di quanto io avrei voluto imparare. Mi ha spinto contro il muro della mia ignoranza e mi ha obbligato a mettermi in discussione. Lui non era un giocattolo da vestire, esibire, riempire di cose inutili. Lui sapeva amare, scegliere, determinare il suo piccolo mondo. Mi è stato maestro, e io, madre presuntuosa e cieca, mi sono dovuta arrendere per accogliere tra le mie braccia il vero volto che avevo partorito maledicendo il mondo.»

La memoria del corpo è una fiction ben riuscita, un buon compromesso fra invenzione e verosimiglianza dove si intuiscono suggestivi barlumi presi in prestito dalla vita reale. La tenuta del romanzo è solida, la struttura snella, coerente e sempre presente a sé stessa; i personaggi principali risultano ben caratterizzati e riescono nel compito tutt’altro che scontato di farsi amare da chi legge. Lo stile impiegato è quello della narrazione pura e, fatto salvo qualche espediente narrativo meno camuffato di altri (di cui comunque ci si dimentica presto) e qualche altra cosuccia qua e là, l’autore a mio avviso ha creato un’opera equilibrata e davvero meritoria, su cui (e non capita spesso) la pretenziosità non ha gettato nemmeno mezz’ala d’ombra.

Il romanzo di Deffenu esalta il valore della libertà e rivendica il diritto di ogni individuo ad autodeterminarsi scegliendo liberamente della propria vita. L’omofobia, al contrario, non riconosce alle persone gay e lesbiche questa libertà e usa la violenza (sia fisica che verbale) per scopi repressivi o persecutori. Le forme più edulcorate di omofobia mettono tra parentesi la violenza e si appigliano a pseudo argomentazioni di ordine morale, etico, religioso, pedagogico e addirittura parascientifico, per ricordare a chi se lo fosse dimenticato che esiste un’unica via e che tutto il resto o è disturbo o è depravazione. “Malattia” e “moda” sono le interpretazioni che a oggi resistono di più fra i benpensanti, i quali – forse dimentichi che l’American Psychiatric Association non consideri l’omosessualità un disturbo psichiatrico dal 1974 e che l’OMS l’abbia cancellata dal proprio elenco delle malattie mentali nel 1990 – oggi si arrangiano a dare la colpa al mancato allattamento al seno, ai vaccini (quasi un dovere ricordarlo in tempi di pandemia), oppure stabiliscono un collegamento assurdo e del tutto arbitrario tra essa e la pedofilia, come dimostrato dalla feroce propaganda aizzata di recente dal governo polacco, con tanto di cariche della polizia, contro la comunità LGBTQ locale.

Tutto questo per ricordare quali reazioni ancora suscita – nel 2020, quando nei supermercati si trovano i croccantini senza glutine pensati per il benessere di cani e gatti – il diritto a essere sé stessi, e di conseguenza a stare bene con la propria identità, di certe minoranze di persone.

«Se il mio amore è nero e sporco, se il mio amore è inutile e maledetto, se il mio amore è l’ombra di un cane randagio… se è tutto questo, come posso continuare a vivere senza sputarmi in faccia?»

Quando, nel romanzo, Sebastiano fa il suo ingresso nell’età adulta con le idee chiare riguardo al proprio orientamento sessuale, non fa altro che affermare sé stesso. Non sceglie niente perché non è nella condizione di poterlo fare, eppure quello sulla scelta è uno dei fraintendimenti più comuni che intossicano il dibattito sull’omosessualità. Per avere una scelta, è necessario che due alternative siano equivalenti o si trovino quantomeno sullo stesso piano. Inoltre, si ha una vera scelta fra due possibilità quando, a prescindere da quale prevarrà alla fine, nessuna delle due può interferire con l’essenza di una persona. È proprio per questo che parlare di scelta riguardo all’omosessualità è un errore concettuale: non si può scegliere qualcosa che va contro sé stessi, non si può scegliere di essere qualcuno di diverso da ciò che si è. Non si sceglie di essere gay più di quanto non si scelga di avere i capelli di un certo colore (e anche in questo caso non ci sarebbe comunque niente di male o di sbagliato); lo si è anche quando lo si ignora o si finge il contrario, e da tutto questo ognuno trae le sue conclusioni. Mi dispiace, ma su questa parola finisco sempre per dissentire. La scelta, per essere tale, deve prevedere un’alternativa diversa ma percorribile fino in fondo per la persona che si è veramente. È una parafrasi un po’ lunga, ma è l’unica possibile per descrivere e comprendere il vero significato della parola scelta, la quale non può che essere anche libera. Per chi è gay o lesbica, l’opzione di una vita che rispetti le consuetudini sociali non è una scelta, tanto meno una scelta libera, perché non costituisce un percorso che lui o lei possono imboccare per quello che sono davvero; è invece una censura, una castrazione che si autoinfliggono, o meglio una censura e una castrazione che loro stessi, spesso, si lasciano infliggere dagli altri. Le cose forse potrebbero cambiare se tutti (meglio molti, è più realistico) cominciassero a vedere l’omosessualità per quello che è davvero: un destino come un altro. Un destino che riconosci come tale prima di esserne pronto, e l’unica cosa che puoi decidere quando capisci che riguarda proprio te è se accoglierlo oppure combatterlo, tuttavia le cose non cambieranno per questo.

La storia di Sebastiano – una storia sorprendente, dolorosa, piena di vita, e che Carlo Deffenu racconta con bravura ed eleganza – è anche una storia che fa il punto sui passi avanti compiuti dalla rivendicazione dei diritti gay nella società italiana degli ultimi trent’anni. Dal larvatus prodeo degli anni Novanta, ai timidi sprazzi di visibilità dei primi anni Duemila, fino ai più recenti ribaltoni mediatici. Sassari e la Sardegna sono al tempo stesso la cornice e il patibolo di questo dramma. Un’isola tragica e bellissima, prigione naturale o paradiso a seconda dei punti di vista, ma pur sempre a due facce: ponte verso il resto del mondo e la modernità e, nello stesso momento, fortino inespugnabile di un’identità proterva, scolpita nel granito e lavata spesso col sangue. Ciascuna di queste due Sardegne ha il proprio focolare. Da una parte la campagna, ancora avvinghiata ai propri pregiudizi, brutalità e paure (a Capoterra come anche nel Wyoming o nello Yorkshire, tanto per citare due famosi esempi cinematografici); dall’altra la città, con la tolleranza di Sassari, le opportunità di Cagliari e la libertà di scegliere – questa volta sì – se vivere pubblicamente la propria storia o se, invece, scomparire nell’anonimato.

La memoria del corpo è un’opera densa di significati, una lettura su più livelli che sa come riunire intrattenimento e impegno. È un romanzo ma anche un appello, una rivendicazione, una denuncia, un grido, una protesta, nonché il riflesso di un’Italia tutt’ora indietro rispetto a sé stessa. Credo che l’apprezzamento di questo libro sia condizionato dalla vicinanza al tema, per cui la mia valutazione può non essere obiettiva. Starà a voi lettori e alla vostra sensibilità ricalibrare le impressioni che vi avrò suggerito con questo articolo. Lo ribadisco pure adesso prima di lasciarvi: il mio obiettivo oggi non era vestire i panni del critico oggettivo e ponderato, ma quelli di chi è stato illuminato da una scheggia di bellezza e punta tutto sulla persuasione per far sì che la medesima esperienza possano viverla anche le altre persone. Spero proprio di esserci riuscito e che vogliate fidarvi di me. Che siate madri, padri o figli, La memoria del corpo e Carlo Deffenu hanno qualcosa da dire a voi e a voi soltanto. Solo che ancora non sapete di cosa si tratti.

Il futuro tra romanzi e tecnologia: intervista a Renato de Rosa, autore di “Osvaldo, l’algoritmo di Dio”


Intervista a cura di Gian Luca Nicoletta

Nell’articolo di oggi vi riporto l’intervista a distanza che ho avuto occasione di fare a Renato de Rosa, autore del romanzo Osvaldo, l’algoritmo di Dio edito da Carbonio Editore. A questo link potrete leggere l’articolo con la recensione. Si tratta di un dialogo sui temi caldi che caratterizzano il romanzo: il mondo dell’informatica e il nostro tempo, cosa si nasconde dietro internet, i vari sviluppi che le tecnologie portano con sé e che possono cambiare in positivo o in negativo il nostro futuro.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è osvaldo1-1.jpg

GIAN LUCA NICOLETTA. La lettura di Osvaldo, l’algoritmo di Dio inizia anche i più profani come me a diverse discipline che potremmo benissimo definire vere e proprie scienze, come gli scacchi e il bridge. Secondo lei, queste discipline che ruolo hanno nello sviluppo intellettivo e intellettuale delle persone?

RENATO DE ROSA. Potrebbero avere un ruolo molto importante.
Ho amato molto gli scacchi in gioventù, senza potermici dedicare quanto avrei desiderato: prima la scuola, poi l’università, e inseguito il lavoro e la famiglia… La verità è che o si vive o si gioca a scacchi. E io scelsi di vivere. Passai quindi al bridge che, come dice Massimiliano nel libro, è un oceano che nessuno attraverserà mai.
C’è chi definisce questi giochi passatempi. Niente di più sbagliato, sono godimento mentale (e spesso anche buona compagnia). Aiutano a ragionare, a capire gli altri e sé stessi, e anche ad apprezzare la bellezza più pura e astratta: le partite di scacchi e le mani di bridge giocate dai grandi campioni sono vere e proprie opere d’arte.

Il personaggio di Massimiliano e quello del prof. Romboni ricoprono ruoli speculari nell’orizzonte del protagonista: entrambi accomunati da una spiccata abilità unita a una grande intelligenza, tuttavia profondamente divisi sugli scopi verso i quali rivolgono i loro talenti: esiste una via mediana o siamo tutti dei “Massimiliano” o tutti dei “Romboni”?

Una bella riflessione, la sua! Effettivamente Massimiliano e Romboni sono i due eroi tragici del libro. Appaiono come figure defilate, ma in un certo senso sono loro i veri protagonisti di Osvaldo. Romboni con la sua battaglia contro il fato che lo ha preso di mira, senza che lui neppure ne capisca il motivo. Massimiliano, in grado di portare alle estreme conseguenze la sua coerenza umana. Il primo proteso verso la carriera e il successo, il secondo verso il piacere epicureo, nelle sue varie forme. Si può essere Massimiliano o Romboni, o magari anche una armoniosa combinazione dell’uno e dell’altro, ma per esserlo ci vuole personalità, intelligenza e amore per il sapere. Non tutti ci riescono: spesso ci sconfigge l’omologazione, la wikipedizzazione della vita e della cultura, che rischia di fare di noi non degli uomini, ma delle marionette.

Nel suo romanzo, il team di ricercatori che lavora alla creazione del software è composto da studiosi che provengono da diversi indirizzi, alcuni non propriamente scientifici: ce ne sono alcuni più avvantaggiati di altri? Come, a titolo di esempio, Andrea rispetto ad Angela?

La scelta di Romboni, di creare un gruppo di lavoro con competenze diverse, è molto saggia. L’Intelligenza Artificiale (I.A.), prefiggendosi di replicare quella umana (se non di migliorarla), deve analizzare tutte le varie sfaccettature che la compongono: la logica, la creatività, il linguaggio, la capacità comunicativa, l’empatia, l’arte…
Progettare strumenti di I.A. richiede dunque l’impegno simultaneo di studiosi di tutti i rami, non solo delle discipline scientifiche ma anche di quelle umanistiche. Nel libro questo concetto è simboleggiato, neppure troppo velatamente, dal personaggio di Vito e dalla sua enciclopedica personalità.

Nel gruppo di lavoro dei protagonisti possiamo vedere rappresentato, seppur in parte, il mondo universitario odierno: siamo ancora preda dei baroni o si tratta di una descrizione un po’ vintage?

Non saprei. Ogni tanto ho contatti professionali con l’ambiente universitario, non abbastanza comunque per esprimere un’opinione attendibile. Se dovessi basarmi sulle impressioni direi che probabilmente i baroni esistono ancora. Non credo sia cambiato molto da quando frequentavo io l’università: in effetti proprio oggi ho letto una recensione di Osvaldo che mi elogia per aver saputo ironizzare sui problemi del mondo accademico!

Non negherò che Osvaldo, ai miei occhi, mostra un lato piuttosto oscuro: entrare in contatto con lui nei primi capitoli, come vederlo all’opera durante lo stress test proposto da Romboni, potrebbe essere equiparato alla manifestazione del potenziale divino, un assaggio di cosa può fare. Se poi consideriamo che il senso etimologico del nome Osvaldo significa appunto “potenza divina”, la domanda che sorge più spontanea è: quanto c’è di divino in Osvaldo?

Lo sa che non avevo mai pensato a verificare l’etimo di Osvaldo? Il nome è nato per caso – ammesso che esista il caso – ho scelto il primo nome demodé e un po’ rustico che mi è venuto in mente ed è rimasto quello. La vita è fatta di coincidenze: bella coincidenza che Osvaldo significhi proprio potenza divina.
Un suo personale giudizio sugli Osvaldo del nostro tempo: ci affidiamo troppo alla tecnologia o è giunto il momento di riappropriarci delle nostre limitate capacità?
I ragazzi di oggi sanno fare mille cose che noi non sappiamo fare. Accedono alle informazioni con una abilità sorprendente e per noi sconcertante. Però non sanno memorizzare i numeri di telefono o le poesie, non sanno utilizzare una mappa, hanno difficoltà a mantenere l’orientamento, non sanno restare poche ore senza telefonino, fanno una fatica tremenda a leggere libri…
Impossibile dire quale generazione sia avvantaggiata rispetto all’altra. Nell’immaginare il loro futuro sono combattuto tra l’ottimismo e il pessimismo: il loro avvenire potrebbe essere meraviglioso o terrificante. Dipenderà solo da una cosa: se continuerà a esserci la corrente elettrica!

I riferimenti al Frankenstein di Mary Shelley offrono degli interessanti spunti di riflessione. Secondo lei, in un secolo come quello che stiamo vivendo in cui intere parti del corpo umano possono essere costruite grazie alle stampanti 3D, o dove addirittura si possono progettare dei chip in grado di risolvere gravi patologie umane come la cecità (le recenti dichiarazioni di Elon Musk in proposito aprono a scenari a dir poco futuristici), dove si pone il limite fra la capacità degli esseri umani di migliorare il proprio organismo e la sfida all’entità superiore?

La Realtà Aumentata è una delle sfide più affascinanti del futuro. Noi abbiamo vissuto con i nostri cinque sensi, chissà quanti ne avranno i nostri discendenti e che ricchezza di emozioni potranno donare loro! Potranno percepire i campi magnetici, il posizionamento nello spazio, condividere le proprie emozioni con altri, ascoltare il rumore di fondo dell’universo…  La possibilità di incrementare la gamma sensoriale con l’innesto di protesi tecnologiche apre scenari inimmaginabili.
Ma da questo a diventare dèi ce ne passa! Perché se il cervello rappresenta il nostro punto di forza è anche la nostra più grande debolezza: l’essere umano può comporre sinfonie meravigliose, dipingere quadri affascinanti, scrivere libri straordinari, ma al tempo stesso riesce a commettere idiozie immani. Genio e stupidità convivono inestricabilmente in noi. Forse sarà proprio questo il punto di forza dell’intelligenza umana rispetto a quella artificiale: noi siamo più imprevedibili e in un certo senso anche più divertenti.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 2.renato-de-rosa.jpg
Renato de Rosa, autore di Osvaldo, l’algoritmo di Dio

Cos’è umano? Cos’è divino? ovvero “Osvaldo, l’algoritmo di Dio” di Renato de Rosa

Di Gian Luca Nicoletta

Immaginate un mondo in cui ogni vostra scelta può esservi consigliata da un sito internet infallibile. Un sito che vi conosce a fondo, sa quali sono le vostre abitudini, i vostri costumi, tendenze, passioni, dubbi. Ve la sentireste di rimettere la vostra vita a questo sito, pur nella certezza che il 100% delle risposte che vi fornirà sarà sempre la soluzione migliore per voi?
Dilemma interessante, soprattutto se vogliamo mettere in conto il nostro libero arbitrio, la possibilità di autodeterminarci in base alle scelte che facciamo e che ci formano proprio perché non sappiamo mai con precisione dove ci condurranno.
Questo, come altri, sono i temi al centro di Osvaldo, l’algoritmo di Dio, il primo romanzo di un autore italiano, Renato de Rosa, pubblicato da Carbonio Editore nella collana “Cielo stellato“.

Il romanzo è ambientato all’università di Pisa e protagonisti sono un gruppo di ricercatori selezionati dal professor Romboni, luminare nel campo dell’informatica nonché prototipo del tipico barone universitario che spadroneggia in facoltà per diritto divino. I cinque, Dario, la voce narrante; Andrea, capofila del gruppo; Angela, Elisa e Vito, provengono da percorsi di studi differenti ma le loro competenze sono funzionali allo sviluppo di una nuova forma di intelligenza artificiale, la quale deve essere creata per una compagnia telefonica che ha sovvenzionato il progetto. Casualmente Elisa scopre il sito di un chatbot, un risponditore automatico cui per gioco si rivolge la prima volta e che proprio in nome di questo gioco decide di ribattezzare “Osvaldo”.

La perspicacia di Osvaldo colpisce il gruppo di ricercatori e, dopo vari esperimenti fatti per valutare con quanta approssimazione sia in grado di generare consigli verosimili ai nostri, scoprono un fatto sorprendente: il sito non solo fornisce consigli in una forma (sintattica e lessicale) perfettamente assimilabile a quella di un essere umano, ma inoltre fornisce consigli qualitativamente buoni. Dietro all’interfaccia anonima si nasconde un complesso algoritmo che non solo valuta statisticamente quale sia l’opzione più conveniente fra le due fornite dall’interlocutore, ma seleziona sempre (in realtà nove volte su dieci, come vedrete se leggerete il libro…) quella che porta al bene di chi gli ha posto la domanda. Com’è possibile tutto ciò? È proprio quello che il gruppo di protagonisti deve scoprire.
Questo interrogativo serpeggia sullo sfondo della narrazione, mentre in primo piano la lettura viene piacevolmente accompagnata da molte altre vicende scandite da ritratti a volte picareschi della quotidianità toscana. Andrea, in questo caso, funge da gonfaloniere dei colori più vivaci di questa terra, e lo fa attraverso il suo carattere ma soprattutto attraverso il suo modo di parlare: svelto, pungente, a tratti un po’ volgare ma mai insolente.

Il campione del mondo di scacchi, Garry Kasparov, perde la prima partita contro Deep Blue, un computer, nel 1996.

Il punto di svolta dell’intera vicenda avviene quando i ruoli si invertono: nonostante la fissità dei consigli dati da Osvaldo, il quale procede esclusivamente per affermazioni, questo giunge in un certo modo a chiedere qualcosa ai ricercatori, che a loro volta si vedono costretti a rispondere.
Faranno quanto Osvaldo chiede? E, ancor prima di questo interrogativo, è giusto anche solo pensare di fare quanto un computer ci chiede? Su questa domanda poggia gran parte dell’impalcatura narrativa architettata da de Rosa: un lungo ragionamento sul nostro modo di vivere e di cambiare, sulle motivazioni che ci spingono a riporre porzioni sempre maggiori della nostra vita nelle mani virtuali della tecnologia. Ma badate, il quesito non ci viene sottoposto in forma polemica: l’idea suggerita non è né quella di resistere alle macchine né quella di cedervi totalmente, mani e piedi legati. L’intento, semmai, è quello di far scaturire una riflessione sull’uomo, sulla tecnologia, sulla vita e su come tutti e tre questi elementi siano nati, dove, quando e perché.

La lettura di questo romanzo è vivamente consigliata: sia che siate degli informatici di professione, sia che siate appassionati all’argomento o, più semplicemente, siate alla ricerca di una lettura che sappia intrattenervi, Osvaldo, l’algoritmo di Dio sarà in grado di farvi passare ore piacevoli non senza darvi materiale sul quale ragionare nel tentativo di giungere alla domanda delle domande: ma Osvaldo, alla fine, chi è?

Se volete approfondire la conoscenza dell’autore, potete farlo guardando questa intervista. Buona visione e, soprattutto, buona lettura!

L’Oriente letterario del romanzo europeo: “La civetta cieca” di Sadeq Hedayat

Di Andrea Carria

Non ricordo chi, poco tempo fa, mi disse che parecchi fra i libri che aveva apprezzato di più gli erano finiti tra le mani per rabdomanzia, cioè avendoli scovati e letti senza sapere niente della loro esistenza. La cosa che invece ricordo bene di quell’episodio è che tale espressione mi era piaciuta così tanto che mi promisi di riutilizzarla, e subito dopo mi domandai se pure a me fosse mai successo qualcosa di simile. Sì – constatai senza fatica –, mi era successo molte volte, e l’ultima in ordine di tempo portava il nome del romanzo di cui sto per parlarvi; una piccola perla che – rabdomanzia o meno, ne sono certo – prima o poi sarei comunque finito per incontrare.

La civetta cieca dello scrittore iraniano Sadeq Hedayat (pubblicato a febbraio 2020 da Carbonio Editore nella collana “Origine”, traduzione di Anna Vanzan) è stato per me una sorpresa dietro l’altra. Questo romanzo breve – scritto negli anni Trenta, pubblicato nel 1941 ma, ahimè, ancora troppo poco conosciuto – rappresenta infatti tante cose insieme, e ognuna andrebbe trattata con l’attenzione che merita. Tanto per dare un’idea, la critica è concorde nel definirlo un crocevia di culture e di tradizioni letterarie diverse nonché, pace per la censura di cui è rimasto vittima per molto tempo, l’opera che ha inaugurato la letteratura persiana contemporanea.

Il romanzo non ha una vera e propria trama, se per trama si intende una successione ordinata con un inizio, uno svolgimento e una fine. In esso si riconoscono due parti ben distinte sia sul piano narrativo che stilistico: la prima, con la quale il romanzo si apre, è un racconto nel racconto dotato di una propria indipendenza, mentre la seconda, più lunga, è una sorta di memoir surrealista per il quale si potrebbero però trovare molte definizioni differenti.

«Sarà forse un testamento? Giammai. Non posseggo beni immobili che il governo possa confiscarmi, né professo una fede della quale il diavolo mi possa deprivare.»

Il protagonista e l’autore di queste parole è un modesto pittore di astucci che è uscito sconfitto dal confronto con la vita. Il lettore impara a conoscerlo poco alla volta, ma per farlo deve prima adeguarsi al suo modo di esprimersi e al suo stile, entrambi molto più adatti a nascondere che a svelare. È la prima caratteristica, nota esotica e cliché letterario che un occidentale impara a proposito dell’Oriente (la magia, il mistero, il fascino che nasconde e ottunde i sensi proprio come è stato narrato da intere generazioni di viaggiatori), e nella Civetta cieca è addirittura la prima impressione che Hedayat fornisce della sua terra d’origine: una terra dove niente è come sembra.
Il romanzo non presenta situazioni che si potrebbero definire naturalistiche né ambientazioni precisamente determinate; la periferia di una città iraniana (forse Teheran, o forse no) e, lì da qualche parte, sotto un cielo fitto di misteri, l’umile casa dove il pittore vive e lavora è tutto quello che viene concesso alla voglia di sapere di chi legge. Le cose che il pittore vede e racconta si offrono nella veste del ricordo, del sogno oppure dell’allucinazione; stati mentali o di coscienza che in un’altra opera verrebbero definiti alterati qui percorrono il testo da cima a fondo né mancano di sovrapporsi, tanto che le uniche dichiarazioni accettabili da parte del protagonista arrivano quando denuncia la propria condizione di accanito consumatore di alcol e oppio.

La morte è il tema del libro. Hedayat ne era ossessionato e il pittore, in questo senso suo alter ego, non smentisce tale sudditanza. Essa pervade il testo, si insinua in ogni sua pagina, riga, parola o espressione, assumendo sia forme immateriali che sensibili; tuttavia, se per le prime lo scrittore impiega un vasto repertorio di figure retoriche atte a conferire alla morte quel senso di incorporeità che comunque le appartiene, per le seconde ricorre invece a immagini strettamente terrene, forti, respingenti e persino truculente, creando in questo modo un magnifico contrasto stilistico. La macellazione degli animali, l’esposizione dei loro teschi e delle loro viscere nella bottega del macellaio sono le uniche attestazioni di puro realismo che si incontrano nel romanzo. La loro presenza è paragonabile alla percezione del dolore all’interno di un sogno: servono a scuotere, a urtare la sensibilità del lettore cogliendolo di sorpresa, per quanto la loro funzione primaria sia chiaramente simbolica e metaforica, e tale rimanga.

Nonostante la rarefazione della struttura narrativa, la storia finisce lo stesso per incanalarsi lungo dei binari narrativi piuttosto evidenti. Ciò avviene in maniera marcata nella seconda parte del testo, dove è la stessa rievocazione della vita del pittore a imporre una scansione più rigorosa delle scene, bilanciando lo stile allusivo-visionario proprio della prima parte (un brano, quest’ultimo, che annovera tra i suoi fratelli d’inchiostro i Racconti del terrore di Edgar A. Poe) verso cui Hedayat sembra comunque tendere sempre con molta spontaneità. Nel complesso la gestione degli snodi tematici e narrativi tiene malgrado l’eccesso di uniformità stilistica tarata su un livello letterario molto elevato. Estendere lo stesso stile di scrittura, per di più con una forte tendenza all’astratto, per molte pagine può rivelarsi deleterio per un romanzo – un genere dalla prosaicità congenita e che richiede un dosaggio accorto dei cambi di passo e dei contrappunti –, e invece, a riprova dell’abilità dello scrittore, l’unico episodio romanzesco della Civetta cieca che si rispetti, quello dello Spannung o della scena capitale, sembra essere particolarmente riuscito, passando dall’intuibile al percepibile in un baleno: la tensione sale, la scrittura si fa febbrile, la sensualità diventa eccitazione pura e il lettore viene infine ripagato con una salutare scarica di adrenalina.

«I racconti sono solo un modo per sfuggire ai sogni disattesi, ai desideri che non si sono realizzati; e gli scrittori fabbricano storie secondo i loro orizzonti limitati, seguendo quanto ereditato dal passato.»

La scrittura di Hedayat foggia brani intensi e altamente espressivi. Il suo stile letterario, modellato sulle opere degli scrittori europei e americani del XIX e del primo XX secolo, è irrorato da contaminazioni culturali su più livelli. Con la sua ambientazione persiana, i tanti miti induisti che si incontrano, la laicità e il criticismo occidentali che ne costituiscono la struttura portante, La civetta cieca è un raro esempio di romanzo che è a casa propria in due o tre tradizioni letterarie differenti. Sicuramente è così nel caso di quella persiana ed europea, per quanto la ricezione del romanzo in Iran, allora Persia, venne impedita. Il fatto sorprendente è che Hedayat non aveva semplicemente appreso i modelli culturali occidentali, bensì li aveva interiorizzati tanto in profondità da scrivere un’opera esemplare che si inserisce a pieno titolo nella stagione letteraria europea del primo Dopoguerra.
Finora l’ho presentato come un romanzo, ma nel caso della Civetta cieca non sarebbe sbagliato nemmeno parlare di antiromanzo, una forma nata nell’Ottocento e che in Francia, nel periodo in cui Hedayat vi si era trasferito, conobbe un periodo alquanto fortunato. L’affermazione di questo genere è in parte riconducibile all’approdo in letteratura di alcuni filosofi-scrittori di cui lo stesso Hedayat aveva senz’altro sentito parlare durante il suo soggiorno. Si trattava di liberi pensatori e di sperimentatori che ebbero un ruolo importante nel rinnovamento culturale che si stava svolgendo e che coinvolgeva anche la forma romanzo. Fra di essi c’era anche Georges Bataille (1897-1962), intellettuale di spicco e autore di scandalosi antiromanzi filosofici i cui echi, mi azzardo a ipotizzare, potrebbero essersi insinuati nelle pagine più scabrose della Civetta cieca.

Nell’incontro con l’Occidente, Sadeq Hedayat non aveva trovato soltanto idee e concetti di cui appropriarsi, ma aveva scoperto una maniera d’espressione e una possibilità d’evasione che la cultura natia non era in grado di offrirgli. Ciò che fece fu imparare gli strumenti culturali, critici e intellettuali più adatti per donare una veste letteraria altamente espressiva a quella che era sempre stata la sua più convinta, più personale, più autentica visione del mondo.

«Capivo che il dolore sussiste anche se privo di qualsiasi significato. Per la gentaglia ero diventato una specie sconosciuta e irriconoscibile, tanto che avevo dimenticato che un tempo lontano anch’io ero stato membro di quel loro mondo. La cosa più spaventosa era che non percepivo più se ero completamente vivo o completamente morto. Ero un morto che camminava, privo di legami col mondo dei vivi ma che non poteva trarre giovamento dall’oblio e dalla quiete del mondo dei morti.»

Ma il peso che la cultura occidentale ha avuto su Sadeq Hedayat emerge anche sotto altri aspetti e con i nomi di tanti autori; quelli di Poe, di Kafka, di Dostoevskij, di de Quincey, di Hesse – tanto per nominare i più evidenti –, ma pure l’arte, la filosofia e la psicologia si stagliano con forza nel suo orizzonte culturale. Riguardo a quest’ultima, non si può parlare della Civetta cieca senza mettere in evidenza i profondi contenuti psicanalitici che questo romanzo propone quasi ad ogni pagina, tanto che un bravo critico della vecchia scuola potrebbe analizzarlo e ricavarne un’interessante ermeneutica freudiana. L’unica cosa che proprio non si può fare è negare la veste intellettuale del romanzo o disinteressarsi a essa.

Il difetto maggiore della Civetta cieca è di essere un’opera che si lascia leggere in un giorno. L’incedere ipnotico della prosa di Hedayat, unitamente alle dimensioni del libro, rischiano di affrettarne la lettura e di non permetterne l’apprezzamento di tutti i suoi contenuti. La cosa giusta da fare sarebbe buttare via l’orologio, chiudersi in una stanza vuota e rileggerlo almeno una seconda volta; non basterebbe neppure allora, ma almeno niente verrebbe a interferire con la potenza evocativa e immaginifica che la scrittura di Sadeq Hedayat è riuscita a racchiudere in ogni singola parola di quello che è a tutti gli effetti il suo capolavoro.

Scendi le scale e affronta il buio, ovvero “Le Notti di Salem” di Stephen King

Di Gian Luca Nicoletta

Dopo avervi parlato della mia recente decisione di affrontare le mie antiche paure, esorcizzandole grazie alle opere di Stephen King, una volta terminata la lettura di Carrie (di cui trovate l’articolo qui) sono passato a Le Notti di Salem, il racconto che ha fornito allo scrittore statunitense l’epiteto di “autore horror” per eccellenza.

Questa seconda opera, molto più ricca strutturata rispetto a Carrie, è allo stesso tempo un esempio e un omaggio di racconto dell’orrore. Esempio perché, proprio in virtù della notorietà cui King è assurto dopo questa seconda pubblicazione, gli elementi già in precedenza chiamati sulla suspance e sull’attesa raggiungono un ulteriore e più approfondito livello; omaggio invece perché attraverso l’intero arco della narrazione si susseguono diversi rimandi a un’autrice e un autore che King mette nell’Olimpo dei suoi maestri: Shirley Jackson e Bram Stoker. Di quest’ultimo, nello specifico, King ripercorre la struttura essenziale del Dracula pubblicato nel 1897 e, proprio con Le Notti di Salem, sembra proporne un aggiornamento: un dracula contemporaneo.

Dunque se avete letto l’opera di Stoker potrete apprezzare questo remake in chiave moderna: confrontare gli espedienti, trovare similitudini fra i personaggi, perfino predire se e in quale modo questa seconda versione turberà la vostra fantasia. Se, al contrario, non avete letto Dracula, vi rimarrà comunque e inalterato il piacere di una prosa assai scorrevole, di un intreccio finemente calibrato che vi conduce fra gli antri più scuri degli esseri umani.
Perché questo, ricordiamolo sempre, è l’obiettivo principale che King ha in mente quando scrive, ovverosia farci capire che cos’è l’essere umano, cosa lo fa muovere e soprattutto dove può spingersi con le sue azioni.

Nel testo in esame oggi, di particolare rilievo ho trovato il discrimine fra il mostro e l’uomo. In una città dove una presenza oscura spinge sempre più abitanti a portare segni religiosi al collo e a chiudersi a chiave in casa una volta calato il sole, in una nicchia grande non più di una manciata di pagine, King ci fa realmente capire qual è il mostro che maggiormente dobbiamo temere: si tratta di una creatura antropomorfa anch’essa, come un vampiro, ma che a differenza di questo non fugge se gli si mostra un crocifisso; una creatura che può camminare tanto di notte quanto di giorno, cui l’acqua santa non fa nulla se non inzuppargli, eventualmente, i vestiti, e che spesso troviamo nell’altra metà del nostro letto tutte le notti.

Un altro elemento che ha destato particolare interesse riguarda la fede. Tutti i personaggi di quest’opera, dal medico al sacerdote, riscoprono o sono costretti ad ammettere un peso specifico di questo dono, e ciò avviene a seguito di fatti che nessuno può confutare ma solo confermare, nonostante la propria incredulità.
La fede in qualcosa di più alto, in Dio, comporta anche la fede, cioè l’accettare senza avere la conferma, in qualcosa di più basso, il Diavolo. Entrambe queste forze operano sopra e sotto le nostre teste e, quando si scontrano, gli esseri umani finiscono inevitabilmente nel mezzo e diventano strumento, dell’una o l’altra parte, per portare avanti la propria guerra. Questa è una lezione che i personaggi de Le Notti di Salem devono imparare in fretta, pena la morte o qualcosa di peggiore.

A chi legge rimane sempre una scelta: quella di accettare, fare dunque un’opera di fede, l’esistenza di forze non umane o quanto meno morali che agiscono su di noi e che influenzano, quando non comandano, tutte le nostre azioni; oppure ignorare gran parte della psiche, dell’etica, della vita del mondo che si spinge appena al di là dei nostri nasi – cosa che comunque accade anche nell’opera – e lasciarsi cullare dall’ignoranza dei fatti di questo universo, rimanendone però travolto senza la possibilità di opporsi in alcun modo.