Storie e voci dalla campagna aretina: “I misteri della porta accanto” di Lorenza Maria Mori

Di Andrea Carria

 

Nell’articolo di oggi, cari lettori, vi parlerò di un libro fresco di stampa con il quale sono entrato immediatamente in sintonia. I misteri della porta accanto (Porto Seguro Editore) è il secondo libro di Lorenza Maria Mori, una brava autrice della mia terra che nel 2013 ha esordito con il volume autobiografico È il freddo di questa notte (Edizioni Archivio Dedalus).

Più che il secondo libro, I misteri della porta accanto è il primo romanzo della Mori; vale la pena specificarlo fin d’ora, in quanto l’approdo al romanzo costituisce un punto di svolta significativo nell’attività di ogni autore, ossia il superamento di un bel traguardo personale.

Il romanzo ripercorre la storia di una famiglia toscana tra i primi anni Ottanta e la fine degli anni Novanta. La protagonista, Lisa, va a vivere insieme al compagno (e poi marito), Sandro, nel podere di campagna di San Bartolo, alle porte di Arezzo. Il podere prima era stato della madre di Lisa, la quale l’aveva tirato a lucido investendoci grande passione ed energie. Scegliendo San Bartolo come posto in cui costruire la propria famiglia, Lisa diventa quindi l’erede materiale e soprattutto morale del lavoro della madre, la quale rimane un punto di riferimento fondamentale per tutta la storia anche quando, nella seconda parte del libro, gli avvenimenti prendono il sopravvento sugli aneddoti e sui ricordi che invece caratterizzano la prima parte — la quale, proprio per questo motivo, si presenta come la più frammentaria fra le due.

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Luigi Bechi (1830-1919), Casolare a Castiglioncello, olio su tela

San Bartolo, nelle descrizioni della Mori, appare come un luogo incantato. La sua terra è generosa e se le vengono dedicate le attenzioni che richiede produce frutti in abbondanza in ogni stagione: ortaggi saporiti in primavera e in estate, uva da trasformare poi in vino in autunno, olive da raccogliere e spremere prima che cadano le gelate invernali, e poi ancora frutti di stagione dolci e succosi, erbe selvatiche che bisogna imparare a riconoscere al pari dei funghi che spuntano nei boschetti circostanti, e fiori con cui abbellire il giardino dove i cani e i gatti della famiglia possono scorrazzare in libertà.

La vita in quel posto sarebbe un idillio se solo i Biagini lo permettessero. Menchino Biagini, il marito, e la Ilia, la moglie, sono due contadini che vivono nel casolare confinante con la proprietà di Lisa. Sebbene non ne siano i proprietari ma dei semplici fittavoli (i “padroni”, come i Biagini comunemente si esprimono, abitano a Milano), i due coniugi — anziani, ma non per questo meno temibili — trattano l’intera collina di San Bartolo come se fosse cosa loro. Sono persone semplici e rozze, nate e cresciute in luoghi sperduti da cui hanno preso solo le peggiori caratteristiche. Arezzo è a pochi chilometri — da San Bartolo, il campanile del duomo pare che si possa afferrare con la mano — eppure, dopo tutti gli anni che vivono lì, i Biagini non si sono mai lasciati ingentilire nei modi. Anzi, sono stati loro a trapiantare a valle le usanze più primitive dei monti dell’Appennino da cui provengono. Considerandosi i proprietari di tutto, non rispettano né i confini né le proprietà altrui; impongono la loro volontà in maniera surrettizia, mai limpida, ricorrendo spesso e volentieri al sabotaggio, alle minacce, alle vendette, al furto. Il furto, in particolare, è la loro specialità: prosciutti, salumi, litri di vino e di olio, polli, tutto ciò che può essere portato via a piedi attraverso i campi viene trafugato.

A farne le spese sono in molti, ma in particolare sono Lisa e la sua famiglia, per i quali è difficile difendersi perché non hanno prove. Ma, se sui furti di qualche pollo o di qualche ortaggio si può anche chiudere un occhio (in fondo i Biagini non sono che ladruncoli saltuari, sfruttano l’occasione e, in genere, non arrecano gran danno), quando a essere in pericolo è la vita stessa (degli animali, ma anche delle persone), Lisa e Sandro decidono finalmente di opporsi, e la loro reazione porterà allo scoperto una serie di fatti e di verità in grado di riscrivere la storia recente non solo di San Bartolo, ma anche di Arezzo, dove, proprio durante il suo periodo più florido, si era da tempo adagiata la mano invisibile della massoneria e della P2…

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I misteri della porta accanto è un semplice romanzo solo all’apparenza. Le sue pagine racchiudono significati profondi e messaggi di umanità che il lettore non può non cogliere. Nonostante i dissidi e la cattiveria che ho appena finito di evocare, quello che la Mori riesce a trasmettere è una lezione preziosa sulla convivenza e su ciò che di bello ha da offrire a ciascuno. Convivenza non solo fra gli uomini, che come ho detto può essere difficilissima da realizzare, ma anche fra gli animali e le piante, i quali — spesso ce ne dimentichiamo — vivono ininterrottamente fra noi e insieme a noi, e hanno proprio per questo una grandissima importanza sulla qualità della nostra esistenza. Nel libro, la loro è molto più che una semplice presenza: cani, gatti, uccelli e moltissime altre creature che vivono intorno a San Bartolo sono dei personaggi a tutti gli effetti, i protagonisti di interi capitoli. Anche loro hanno un carattere, delle abitudini, dei sentimenti. Gioiscono e soffrono al pari degli uomini e spesso sono proprio loro a pagare il prezzo più alto, pedine sacrificabili nelle mani di giocatori (umani) avidi e senza scrupoli. Non è facile trattare materiale simile all’interno di un romanzo, tenendosi al tempo stesso lontani sia dalle approssimazioni che dai luoghi comuni, e la bravura della Mori consiste appunto nell’essere riuscita a trasmettere per ciascun essere vivente quella che, usando un termine improprio, è la sua personalità.

Ma c’è anche un’altra cosa che ho apprezzato del libro: l’autenticità. Benché sia un romanzo, I misteri della porta accanto è anche una galleria ricchissima di esperienze, volti e fatti di vita vissuta. L’autrice lo specifica nella nota conclusiva al racconto, ma questo il lettore lo aveva già capito da un pezzo, da solo. Sul piano delle probabilità c’è uno scarto sottilissimo fra realtà e immaginazione, ma quando si costruisce un romanzo non è più una questione di statistiche e ciò che vi metti di reale o di immaginario, e in che quantità, deciderà del respiro che avrà l’opera, e tu sarai l’ultima persona a saperlo. Anche il romanzo della Mori, dunque, parla al suo posto e delle sue scelte di scrittrice. Se ne leggono poche pagine ed è subito chiaro che la materia che sta trattando è di prima o di primissima mano. Ce lo dice il respiro della pagina, ma il respiro della pagina è fatto a sua volta di tanti, piccoli dettagli che la mente riconosce come autentici e che, per quanto ispirata possa essere, la sola immaginazione dell’autore non avrebbe saputo rendere altrettanto vividi.

Di questa autenticità partecipano in maniera speciale le battute in aretino dei personaggi, dove — e qui, mi perdonerete, sono giocoforza orientato nel giudizio dalla comune provenienza — per me è stato bello ritrovare la lingua di casa. Non so se qualcuno di voi ha mai provato a scrivere nel proprio dialetto, comunque posso assicurarvi che è tutto tranne un’operazione facile. Bisogna mettersi in modalità di ascolto, risentire frasi ed espressioni note di cui però, magari, esistono molte varianti e quella che cerchi è proprio la variante che non senti da più tempo. E poi le parole. Non bastano che siano quelle giuste, ma all’interno della frase le parole giuste devono anche stare nelle posizioni giuste e combinarsi le une con le altre in modo da restituire la cadenza e l’intonazione originaria, altrimenti il risultato non riesce e gli accrocchi, in casi come questo, proprio non funzionano… insomma, se non è lavoro da filologi e linguisti, poco ci manca!
Questa digressione mi è servita per far capire quanto il risultato conseguito da Lorenza Maria Mori sia da apprezzare. E chi meglio di un suo conterraneo che, leggendo certi passaggi del libro, s’è piegato ‘n due dalle rise (come, appunto, si direbbe ad Arezzo) potrebbe dirlo?

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Sì, dalle rise, perché I misteri della porta accanto è un libro dolce e amaro, divertente e malinconico allo stesso tempo. In esso c’è tanta vita, e la vita, si sa, recita sia il buono che il cattivo tempo. E in questa storia, in questa storia di vita, di campagna e di provincia, troviamo tutto mescolato. Troviamo la genuinità del mondo contadino come oggi non esiste più insieme alla sua parte più cruda e nera. Troviamo la gioia per le piccole cose insieme alla sofferenza che solo i dolori più grandi sanno dare. Troviamo l’apparenza e il pregiudizio che nascondono — ma per fortuna non soffocano — l’essenza e la verità. C’è posto per la cattiveria, per l’arroganza, per la piccolezza degli esseri umani, ma anche per la loro bontà, per la loro schiettezza, per il loro amore. Troviamo l’Uomo, e con esso la sua parte che vorrebbe piegare la natura ai propri capricci e quella che invece fa di tutto per vivere in armonia con essa. E così per tutto il libro, dove insieme alle tante qualità che ho evidenziato fin qui ci imbattiamo pure in quelle piccole imperfezioni che ogni opera artigianale — come alla fine ogni romanzo è (o dovrebbe essere) — porta con sé.

Sono sicuro che molti di voi, cari lettori, leggeranno I misteri della porta accanto. Sono altresì sicuro che la maggior parte di voi, influenzati dal titolo e della copertina, lo leggerà pensando a esso come un libro che racconta una storia familiare misteriosa, a tratti inquietante. Ebbene, io non posso dirvi se abbiate ragione oppure no, posso però dirvi come l’ho trovato io: un libro fresco, sincero e piacevolmente empatico, una vera storia della porta accanto, ma anche una storia di libertà e sulla ricerca della libertà. La libertà di scegliere, di mettere e sapersi mettere in discussione, la libertà di reagire alle provocazioni o quella di dimostrarsi superiore. È un libro sulla libertà perché tutti gli elementi e i caratteri che ricordavo poco sopra non si pongo mai in opposizione gli uni agli altri, aut-aut, ma coabitano lo stesso spazio, lo stesso areale, la stessa mente, dando anche da questo punto di vista una grande lezione sul significato di concetti importanti come rispetto, convivenza e inclusione.

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Lo stile tropicale della decadenza: “Acque morte” di William Somerset Maugham

Di Andrea Carria

 

Il libro di cui vi parlo oggi mi è finito tra le mani per caso. Era da tempo che volevo leggere qualcosa di William Somerset Maugham (1874-1965), ma il problema di autori con una bibliografia sterminata come la sua è capire da dove iniziare. Acque morte (1932) non rientra nel novero delle opere più conosciute dello scrittore inglese e difficilmente troverete qualcuno che ve lo presenti come il suo capolavoro. Nondimeno, rimane uno dei suoi libri meglio riusciti e, per me, uno dei pochi che ho avuto più voglia di rileggere (in genere, non sono il tipo che torna sullo stesso libro più di una volta). Ma vediamo brevemente di cosa tratta questa storia, evitando accuratamente ogni spoiler.

Siamo nel primo Novecento. Il dottor Saunders, il protagonista, è un medico inglese che abita a Fuchu, una città cinese sulla costa non ben collocata, dove la sua professionalità è così apprezzata dagli asiatici che un giorno i figli di un facoltoso uomo d’affari con problemi di cataratte non esitano a partire per un lungo viaggio via mare pur di assicurarsi le sue prestazioni. Il dottore accetta e dopo alcune settimane di viaggio e numerosi scali raggiunge l’isola dove abita il suo paziente, «in fondo all’arcipelago malese». L’intervento dura poco e sortisce gli effetti desiderati, ma Saunders non può tornare subito a casa: in quell’angolo di mondo non esistono servizi di trasporto e per spostarsi fra un’isola e l’altra bisogna attendere che arrivi qualche vascello che segua più o meno la stessa rotta. Così, mentre il dottore si prepara di malavoglia a un lungo e noioso soggiorno, alla locanda del porto arrivano due forestieri con i quali Saunders si intrattiene per una bevuta. Sono il capitano Nichols, un briccone poco di buono che di traffico in traffico solca da decenni le acque tra l’Australia e l’India, e un giovane australiano piuttosto diffidente di nome Fred Blake. I due dicono di essere in viaggio per affari, ma Saunders, pure lui uomo di mondo, è pronto a scommettere che in realtà siano impegnati in qualche traffico illecito, forse d’oppio. Decide comunque di farseli amici nella speranza di un passaggio a bordo della loro barca, il Fenton, ma prima deve riuscire a vincere la netta opposizione di Fred Blake, il quale, per Saunders non ci sono dubbi, deve nascondere un segreto davvero importante…

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Acque morte esercita su di me una forza magnetica di cui non conosco nulla. Mi piace pensare che sia una sorta di potere occulto nel cui sortilegio è caduto lo stesso Maugham. Nella Prefazione, l’autore riferisce infatti come questa storia sia nata a causa di una speciale intromissione nella sua mente di scrittore: quella del dottor Saunders, niente meno.

«Un personaggio che credevi di aver liquidato, un personaggio di cui ti eri curato non più di tanto, non si dilegua nell’oblio. Ti accade di ripensarci. Spesso è una cosa molto irritante. Ne hai fatto quel che volevi, non ti serve più. […] Ma lui se ne infischia. Incurante del decoroso sepolcro che gli hai allestito, continua caparbiamente a vivere, è anzi sotto sotto attivissimo; e un giorno, con tua sorpresa, scopri che si è spinto fin nella prima linea dei tuoi pensieri; e non c’è che fare, devi dargli retta».

E anche per il lettore non è troppo diverso: Saunders, effettivamente, è uno di quei personaggi nati con un carattere proprio a cui si continua a pensare. Forse perché il suo profilo umano è uno specchio dove è facile riconoscersi. In lui pregi e difetti si riuniscono senza dare come risultato nessuna somma morale. È un uomo di mondo che ne ha viste e vissute abbastanza per permettersi di essere quello che è: un accanito fumatore d’oppio, probabilmente omosessuale, egoista, disinteressato e cinico, ma è anche un tipo alla mano, profondo conoscitore del carattere umano, mezzo filosofo, schietto nella parola e senza pregiudizi.

La storia — ve ne renderete conto leggendo il libro — non fa grandi investimenti sulla maggior parte di quegli elementi che rendono i romanzi avvincenti in senso convenzionale (non si tratta di un romanzo di avventure), eppure avvincente rimane l’aggettivo più giusto per parlarne. Tutto ruota intorno all’incontro di questi tre uomini, diversissimi in tutto e ognuno con il proprio vissuto alle spalle: quello di Fred Blake rappresenta il mistero con cui Maugham pungola la curiosità del lettore. Cosa avrai mai combinato di tanto grave il giovane australiano da costringerlo a prendere la via del mare insieme a un individuo poco raccomandabile come Nichols? E Nichols? Una bella sagoma di personaggio pure la sua; lui che cambia versione dei fatti a seconda di come tira il vento, ma che, annunciandosi già con la faccia, proprio per questo non delude nemmeno un po’ chi lo sta a sentire…

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Ma Acque morte è anche altro: almeno per me, infatti, è l’atmosfera decadente che le sue pagine rilasciano a costituire il più dolce narcotico. È un sentimento che non ha niente a che fare con l’oppio né con il languore dei tramonti dell’Oriente; è qualcosa di molto più essenziale e persistente, come se tutto quello che i tre uomini incontrano durante il loro viaggio, cose e persone, sia sfiorato dall’ombra cupa del decadimento e della morte. Delle alterne fortune del mondo, quei remoti paradisi conservano una memoria di pietra e di marmo. Sull’isola di Kanda, dove Saunders avrebbe finalmente potuto trovare un piroscafo per tornare a casa, le vestigia della potenza commerciale olandese di un tempo sono i grandi palazzi vuoti che si affacciano sul porto, e che a loro volta avevano sostituito gli edifici dei precedenti padroni, i portoghesi, del cui passaggio rimane la rocca in rovina che domina l’isola. Qui vive gente che non è un popolo, ma un misto di tutti i popoli della terra; vivono vicini, ma non insieme, ognuno preso dai propri miseri traffici o perso nella propria solitudine. Proprio come Erik Christessen, arrivato dalla Danimarca insieme alla compagnia commerciale del proprio paese, il quale ha poi fatto di tutto per trasformare quel soggiorno temporaneo in una permanenza:

«Il paese è morto. Viviamo di ricordi, è questo che dà all’isola il suo carattere. Un tempo, col traffico che c’era, il porto a volte era pieno e le navi dovevano aspettare al largo che la partenza di una flotta permettesse l’attracco. Spero che vi tratterrete abbastanza per una visita, vi farò da guida. È una delizia. Un’isola insospettata in mari remoti».

Non tristi ma malinconici, sono i tropici descritti da Maugham in questo libro, dove anche il periodo storico scelto per l’ambientazione fa parte di uno dei tanti crepuscoli di cui è costellata la storia. È una malinconia contagiosa, che s’attacca addosso affettando l’anima, che miete vittime soprattutto fra i più giovani — i quali sono pure i più vulnerabili. Ciascuno dei personaggi viene da una storia di miserie, e nessuno appartiene più a qualcosa. Tutti, tutti loro sono relitti di un mondo che è sfuggito alla loro presa. I luoghi di provenienza sono lontani, hanno dovuto abbandonarli o non sono loro mai appartenuti: non a Saunders, radiato dall’Ordine dei medici e ora professionista affermato solo tra i nativi di Fuchu; non a Nichols, capitano esperto ma alla perenne ricerca di lavoro; non a Fred Blake, che a soli vent’anni ha dovuto abbandonare la sua città nel cuore della notte, come un fuggiasco; e nemmeno a Christessen il sognatore e al suo quasi suocero Frith che, dopo vent’anni nella sperduta Kanda, alimenta ancora la fantasia di farsi un nome traducendo in inglese i Lusiadi di Camões. Ma mentre i più vecchi possono opporre la propria dura scorza alla putrescenza di un mondo che sta rapidamente cambiando, di questo mondo i più giovani sono le vittime predilette. Proprio come il sommozzatore giapponese senza «nerbo» di cui il capitano Nichols si ritrova a celebrare un improvvisato funerale, poiché, come dice lui, «quando uno muore su una nave inglese deve avere un funerale inglese».

Acque morte non è un romanzo adatto per tutti i palati. Bisogna essere dei decadenti e dei nostalgici per apprezzarlo appieno; dei cinici, dei disincantati, ma anche dei romantici. Si regge su un sottile equilibrio tra vita e morte, tra indifferenza e sarcasmo, che soltanto una penna come quella di Maugham, una delle migliori del XX secolo senza esagerare, poteva condurre con una simile, impareggiabile maestria («il romanzo perfetto», si legge sulla quarta di copertina della nuova edizione adelphiana…).

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Ma, apprezzamenti personali a parte, Acque morte è pure un modello per qualsiasi aspirante scrittore. Saprete infatti senz’altro che i dialoghi sono una delle parti più difficili nella scrittura di un romanzo e che spesso una buona idea può naufragare a causa di un cattivo scambio di battute. Ebbene, questo in Acque morte non succede nemmeno una volta; la bravura di Maugham, forte anche della sua esperienza come sceneggiatore, restituisce dialoghi vividi e spassosi da leggere, dove la voce di ogni personaggio è sempre perfettamente modulata e riconoscibile. Sapiente è la scelta delle forme sintattiche più appropriate per ogni contesto (stilisticamente ammirabili, per esempio, sono gli aneddoti del capitano Nichols inseriti all’interno dei discorsi diretti), mentre colorito è l’uso degli idiomatismi, i quali, da parte loro, sono i principali apportatori di quell’humor tipicamente britannico con cui Maugham ama spruzzare le sue prose. Se c’è infatti una cosa alla quale la decadenza e la malinconia di questa storia non si attaccano, questa è proprio la scrittura di Maugham, fresca e viva come un ruscello di montagna.
Prima di chiudere il discorso sulla lingua e lo stile, un elogio meritato e importante va anche alla traduzione di Franco Salvatorelli, sempre attentissimo a restituire a ogni pagina il suo respiro originario.

Decadenti o meno che siate, spero di avervi convinto che Acque morte è un’opera di qualità innegabile a prescindere dai gusti. È pura fiction, ossia tutto ciò che la teoria del romanzo prescrive e definisce come intrattenimento. Rivela però anche dei significati profondi, parte dei quali li abbiamo visti e che la rendono ancora oggi attualissima nonostante i suoi 87 anni. Chi di voi, infatti, non ha mai provato la sensazione, almeno una volta nella vita, di sentirsi estraneo rispetto a un posto o a un tempo, e di vedersi senza scampo? I personaggi di Acque morte (il cui titolo originale inglese è The Narrow Corner) provano lo stesso sentimento, si sentono in trappola, e per scappare adottano soluzioni differenti. Ma le acque a cui si affidano sono morte. Morte, non tanto per ciò che vi alligna, ma perché scarsissime, limitatissime — morte, appunto — sono le vie di fuga che possono offrire:

«E sospirò, perché in ogni modo, si avverassero pure i sogni più fervidi della fantasia, alla fine non restava altro che illusione».

Tutto sta nel non abbattersi. “Less” di Andrew Sean Greer

Di Andrea Carria

 

Quando le cose non vanno è inutile stare a piangersi addosso. Dirlo è facile, un po’ meno farne il proprio vademecum. Fra tanti che rinunciano in partenza, c’è però chi riesce ad armarsi della determinazione necessaria e cambiare aria. Arthur Less è uno di questi. Scrittore mediocre e uomo ordinario con uno speciale talento per i fallimenti amorosi, Less, alla soglia dei cinquant’anni, parte per un giro in solitario intorno al mondo con l’obiettivo di mettere più distanza possibile fra sé e il matrimonio del suo ex fidanzato.

Lui, il viaggio, l’ha pianificato nel dettaglio: otto destinazioni, altrettanti voli da prendere, una tabella di marcia straripante di appuntamenti e nessuna voglia di fermarsi a riflettere sulla propria situazione.

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Certo, si tratta di un’impresa ambiziosa e che si presenta molto impegnativa soltanto a immaginarla. Chi di voi è un viaggiatore esperto si sarà già fatto due conti, figurandosi quanti e quali inconvenienti potrebbero verificarsi. Tuttavia nessuno di voi è Arthur Less, per cui i vostri sforzi — lasciate che ve lo dica — sono destinati a impallidire di fronte alle disavventure del nostro, improbabile eroe. Nondimeno consentitemi di darvi un consiglio: non state a preoccuparvi troppo per lui e godetevi lo spettacolo!

Dagli affollati mercati di Città del Messico con la lingua ustionata dai peperoncini a tre ristoranti kaiseki in un sol giorno a Kyoto, dalla gita nel Sahara in groppa a un dromedario, con tanto di tempesta di sabbia, al ricovero in ospedale, in India, per colpa di un ago in un piede, passando per i milleuno disguidi col tedesco che disorientano gli studenti del suo corso berlinese: ovunque vada, Less sa sempre come rendere indimenticabili i suoi soggiorni. Come la maggior parte di noi, quando la situazione si complica, non ha assi nella manica da calare. Non che se ne resti con le mani in mano: il buon Less, che apparentemente non ha colpa delle proprie sfortune, si arrabatta, si dà da fare, se lo metti in mare nuota e magari arriva pure vicino alla riva, ma da lui non si può pretendere che arrivi davvero a capo di qualcosa. Ciò nonostante è abbastanza fortunato o scaltro da cavarsela, paradossalmente salvando la faccia più spesso di quanto non salvi i vestiti o il bagaglio. Spicca in statura, ma non per particolari doti (salvo il baciare, in quello sembra sapere il fatto suo), tuttavia se pure un tipo del genere possiede una risorsa, in lui, in Arthur Less, questa coincide nientemeno che con la sua stessa condanna di uomo e di scrittore: la mediocrità.

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Se come personaggio romanzesco la mediocrità è la marcia in più di Less (il cui cognome, in inglese “meno”, crea un indicativo gioco di parole), quella del libro è senz’altro l’ironia. Andrew Sean Greer, il vulcanico tour operator dell’odissea lessiana, si diverte e fa divertire: la sua penna, fresca e leggera, è come uno specchio piazzato davanti ai difetti più comuni degli uomini, dove ciascuno, riconoscendosi, non può fare altro che strappare un sorriso. Con Less, d’altro canto, è quasi impossibile non solidarizzare. Pur essendo vittima dei suoi stessi errori e sviste, egli non è il tipo da muovere pietà o che cerca compassione negli altri. Less è estraneo a tutto questo, e anche riguardo alle pene d’amore il suo rimedio è assai lontano da qualsiasi formulario convenzionale: «il trucco — dice lui — sta nel non innamorarsi».

Lontano quanto, almeno in Italia, lo è il pubblico dei lettori da una concezione così libera e disinvolta (stavo per dire americana) dell’omosessualità. Delle scelte fatte da Greer per  trattare l’argomento mi hanno colpito due cose più di altre: 1) la mancanza di qualsivoglia preambolo o premessa del tipo: “Stiamo per parlare di amore, ma prima di farlo informo che si tratta di questo tipo di amore e non di quest’altro”; 2) la conferma che può esistere una letteratura omosessuale non drammatica, per quanto nel romanzo lo stesso Less venga rimproverato dai suoi colleghi scrittori di essere un «cattivo gay», ossia uno scrittore gay fuori dal «canone», proprio perché incapace «di mostrare le cose belle» del mondo omosessuale.

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Un altro aspetto molto interessante del lavoro di Greer riguarda la caratterizzazione psicologica di Arthur Less, oscillante fra uno stoicismo mal assimilato e un fatalismo che fa il paio con un carattere che ha ancora molto da imparare sulla propria autodeterminazione. Degna di apprezzamento, quindi, è la disposizione dei flashback, ai quali viene affidata la parte più profonda del romanzo. Ricordi e rimpianti saltano fuori dal ripostiglio della memoria, irrompono nella coscienza e svelano quel lato sentimentale di se stesso che Less aveva fatto di tutto per anestetizzare. Sull’esempio di Proust (la Recherche viene citata in almeno un paio di occasioni), il passato del nostro eroe si colora poco a poco, una madeleine dopo l’altra: improvvisamente, le sfumature acquistano volume; i ricordi assumono fisionomie, diventano volti; i dettagli vengono riuniti in un affresco più ampio che può confermare oppure smentire le ipotesi precedentemente fatte, assistendo così quei due o tre colpi di scena che infondono alla storia un brio in più.

L’io narrante (altro piccolo consiglio: non vi dimenticate di lui) è interno alla storia. Il suo modo di trattare Less ricorda quello di uno scienziato nei confronti di una cavia: ne descrive minuziosamente il comportamento, l’espressione, la postura, il modo di parlare e di arrossire, per quanto l’impressione sia quella che parli più per esperienza che non per osservazione diretta. Induzione humiana a parte, dalle sue parole, ad ogni modo, spesso Less pare effettivamente ritratto da dietro un vetro o da sotto una lente d’ingrandimento («Guardatelo», esorta spesso il narratore all’indirizzo di chi legge, come se Less fosse il pezzo forte di qualche percorso museale), lasciandolo del tutto ignaro dei trattati di etologia che sta ispirando mentre si diverte a far ballonzolare un mocassino sulla punta del piede o cerca di camuffare la sua intramontabile espressione da pesce fuor d’acqua.

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Prima di ringraziarvi per la vostra pazienza, chiudo con una considerazione sullo scrivere, altro tema al centro delle pagine di questo bel romanzo. Arthur Less, l’ho detto all’inizio, è un uomo ordinario e uno scrittore mediocre. Per lungo tempo la sua affiliazione al mondo letterario è passata attraverso la relazione col poeta Robert Brownburn, vincitore del Pulitzer, mentre soltanto in un secondo momento vi è entrato come autore di romanzi propri. È difficile non vedere un parallelismo fra la carriera zoppicante di Less e quella di Andrew Sean Greer, a sua volta sostanzialmente misconosciuto fino alla scorsa primavera, quando il Pulitzer lo ha vinto per davvero. Chissà se mentre confezionava la storia d’amore fra Arthur e Robert, Greer non ci stesse pensando, al premio, o se a prevalere fosse invece il disfattismo che emerge in certi brani sullo scrivere e la mancanza di genialità… Quale delle due ipotesi non ha molta importanza, in realtà; Greer ha scritto e il risultato lo ha ripagato. Ciò vuol dire una cosa sola: che ha creduto in quello che faceva. E ricordate: a seconda dei casi, il lieto fine è a portata di mano o di penna. Grazie!

Come, come?… Se c’è un trucco, dite?… Certo! Tutto sta nel non abbattersi.

“La scatola dei bottoni di Gwendy”: una novella moderna e la sua morale

Di Andrea Carria

 

E se esistesse una scatola col potere di devastare interi continenti, provocare ecatombi, scatenare guerre mondiali, in altre parole di decidere il destino del mondo intero? E se questa scatola finisse nelle mani sbagliate o, meglio ancora, in quelle di una ragazzina?

La cicciottella Gwendy Peterson ha solo dodici anni quando un misterioso signore dall’abito e il cappello neri che si fa chiamare Richard Farris gliela consegna, sostenendo che è proprio lei la persona giusta che stava cercando. Azionando delle levette poste ai lati, la scatola elargisce cioccolatini gustosi a forma di animaletto e, di tanto in tanto, monete da un dollaro Morgan, lucentissime. Ma – Farris la mette in guardia – bisogna fare molta attenzione: la scatola presenta infatti dei bottoni colorati (uno per continente) che non vanno premuti alla leggera, soprattutto il bottone rosso e il temutissimo bottone nero.

Gwendy non sa che pensare: Farris la inquieta, ma non sembra avere cattive intenzioni; la scatola, poi, a cosa servirà mai per davvero, cosa deve farci? Del resto quei cioccolatini sono così buoni…

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È il 22 agosto 1974 quando Gwendy porta la scatola a casa con sé. Per prima cosa deve nasconderla: Farris le ha detto che sarebbe un disastro se i suoi genitori o qualcun altro la trovassero. Fra le radici di un albero in giardino, in una fessura nel muro della cantina, dentro all’armadio, in una cassetta di sicurezza: sono questi i nascondigli scelti da Gwendy nel corso dei dieci anni in cui la scatola rimane sotto la sua custodia. Dieci anni che hanno visto Gwendy diventare una ragazza bellissima, magra, atletica, prima della classe, formidabile in tutti gli sport e sogno proibito di ogni ragazzo di Castle Rock. Sarà merito dei cioccolatini che la scatola non ha mai smesso di distribuirle? Certo, la scatola ha dei poteri, questo Gwendy lo ha capito abbastanza presto. Come quella volta in cui non ha resistito e ha schiacciato il bottone viola del Sudamerica… o il suicidio della sua migliore amica, Olive… o quella volta in cui Frankie Stone si è nascosto nel suo armadio con brutte intenzioni e Harry Streeter, il suo fidanzatino, per salvarla…

Nato dalla nuova collaborazione fra Stephen King e Richard Chizmar, editor e redattore della casa editrice Cemetery Dance, La scatola dei bottoni di Gwendy è un romanzo breve che tuttavia ben rappresenta lo stile e i temi cari alla narrativa del maestro dell’horror mondiale. Cominciando dallo stile, chiunque è in grado di apprezzare l’efficacia della scrittura di King – essenziale ed esperta – o della naturalezza con cui la storia si sviluppa e procede. La trama – semplice e lineare – è uno specchio fedele della pulizia dello stile impiegato, dove – ancora – l’assenza di sovrappiù retorici riflette la mancanza di veri colpi di scena a livello di intreccio.

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C’è poi la tematica dell’età. Come in It, Christie e in altri dei suoi più celebri romanzi, King ambienta la storia nel mondo pieno di luci e ombre dei più piccoli, bambini e adolescenti. Il lettore fa la conoscenza di Gwendy nella delicata fase preadolescenziale, una ragazzina vittima dei bulli a causa dei suoi chili di troppo, per lasciarla, laureata, alle soglie dell’età adulta. La sua adolescenza è segnata dal possesso della scatola dei bottoni, una responsabilità che Gwendy si sente costantemente addosso. Sono d’accordo con chi ha parlato di questo libro come di un romanzo di formazione perché, in effetti, quella che si svolge nelle sue pagine è la storia della formazione di Gwendy, di come essa diviene accorta e responsabile anche per merito della custodia della scatola, sua responsabilità ma anche suo esercizio morale. E capisco anche chi rimpiange che King e Chizmar non abbiano approfondito diversi aspetti della trama e dei personaggi, lasciando che la loro storia assumesse la forma e le dimensioni di una novella. Il materiale su cui stavano lavorando era di prima qualità e il libro avrebbe potuto effettivamente avere uno sviluppo diverso. Il risultato finale, così, non ci restituisce il grande romanzo che avrebbe potuto essere, ma una bel racconto: considerando il ritmo sostenuto della produzione romanzesca di King, mi permetto di dire che è un buon compromesso.

Come novella – o favola – La scatola dei bottoni di Gwendy possiede, del resto, pure una morale. Quando Farris torna da Gwendy per chiederle indietro la scatola, dice di aver trovato il successore giusto a cui consegnarla: un altro bambino coscienzioso e prudente come lo era stata Gwendy alla sua età, c’è da immaginare. Se Farris non si è sbagliato, la scatola e il mondo saranno al sicuro per altri dieci anni. Se no…

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Che dei bambini siano i depositari della sicurezza di tutti è una bellissima metafora che ribadisce l’importanza di crescere i propri figli lontano dall’egoismo, nel rispetto di una pacifica convivenza. È una metafora che evidenzia meglio di qualsiasi discorso la responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti dei più giovani – come genitori in primis, ma anche come fratelli, cugini, insegnanti, educatori, amici, compagni di scuola –, dei quali presto o tardi sarà il turno. Farris continuerà a scegliere – è il suo compito, il suo destino –, mentre dal canto nostro, noi uomini continueremo ad avere rapporti con gli altri, a crescere, a formare le persone e il loro carattere. Entrambi, Farris e noi, non possiamo sottrarci, ma fra i due è il signore dal cappello nero quello con la minore possibilità di scelta. Egli sceglie, è vero, ma può farlo solo in mezzo a ciò che noi mettiamo a sua disposizione. Sta a noi fare in modo che trovi una Gwendy ogni dieci anni a cui affidare la scatola fatale, ma siccome le nostre possibilità di scelta sono molto superiori alle sue, non sta scritto da nessuna parte che i valori di riferimento di un’epoca (scelti e adottati da una data comunità in un certo periodo storico, e dunque aleatori per definizione) siano sempre i più opportuni.

In ciò consiste la morale di questa novella moderna: ricordare a ciascuno le proprie responsabilità nello sviluppo di una cultura e di una coscienza collettiva, poiché la scatola dei bottoni è reale, il bambino che la erediterà domani, invece, è un investimento condiviso, di cui occuparci tutti insieme.

“Fiorirà l’aspidistra” di George Orwell: il simbolo dietro un difficile compromesso

Di Andrea Carria

 

Il primo libro di George Orwell che ho letto è stato 1984. Credo sia così un po’ per tutti: si parte da 1984, si continua con La fattoria degli animali, se si è abbastanza curiosi si arriva a Omaggio alla Catalogna, al massimo si prosegue con qualcuno dei suoi numerosi saggi e articoli, ma più in là di così, in genere, non ci si spinge. Che in realtà, poi, è un andare a ritroso, poiché 1984, il romanzo che fa tutt’uno col suo nome, è stato l’ultimo libro di Orwell, pubblicato nel 1949, appena un anno prima dalla sua morte, mentre gli altri due che ho citato risalgono rispettivamente al 1945 e al 1938.

In larga parte ignorata dal pubblico italiano è il resto della sua produzione letteraria, tutta quanta antecedente e compresa fra l’inizio degli anni Trenta, con la pubblicazione dei primi scritti, e la partenza come volontario per la Guerra civile spagnola (dicembre 1936-maggio 1937), un’esperienza che per Orwell segnerà il punto d’incontro decisivo fra la sua attività di scrittore e il coinvolgimento politico. Coinvolgimento che, in realtà, era presente anche nei romanzi della prima fase.

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Ne è un esempio Fiorirà l’aspidistra (nel 2016 ripubblicato da Mondadori nella collana “Oscar moderni”, trad. di G. Monicelli), romanzo del 1936 dove Orwell, come nei suoi lavori giovanili ambientati nelle colonie inglesi del Sudest asiatico, modella la narrazione sulla propria biografia. A quel tempo lavorava come commesso in una libreria, dove lo colpì «la scarsità di persone che veramente si interessano ai libri». Orwell ricorda questa esperienza nel primo capitolo del libro e nell’articolo coevo, appena citato, Ricordi di libreria,[1] il quale potrebbe essere utile leggere come approfondimento.[2] Protagonista del romanzo è un trentenne spiantato – un libraio, appunto – che, in nome di astrusi princìpi politico-economici, rifiuta il «buon posto» che gli assicurerebbe una vita dignitosa, accontentandosi invece di lavori sottopagati. Gordon Comstock – questo il suo nome – sa perfettamente che è il denaro a muovere le ruote del mondo e che non averne significa una serie infinita di problemi: dai più immediati inerenti il vitto e l’alloggio, ai secondari, come l’impossibilità di passare ogni fine settimana con la propria fidanzata o di dedicarsi alla poesia, sua unica vera passione. Grande rimpianto di Gordon è di non poter vivere dei frutti del proprio lavoro di scrittore: la sera, dopo aver chiuso la libreria e consumato una cena frugale, è quasi impossibile per lui ritirarsi nella sua stanza e comporre versi accettabili, tanto che il poema a cui sta lavorando giace incompiuto sul tavolo da tempo, e ha tutta l’aria di rimanerci:

«Piaceri londinesi era intitolato. Era un progetto molto vasto e ambizioso, il genere di lavoro che può essere intrapreso soltanto da chi abbia tempo libero a iosa, Gordon non ci aveva pensato, iniziando il poema; ma ci stava pensando ora, comunque. Come lo aveva cominciato a cuor leggero, due anni prima! Quando aveva rinunciato a ogni cosa ed era disceso nella fanghiglia della povertà, la concezione di quel poema era stata almeno una parte del suo motivo. Si era sentito così certo allora di essere all’altezza del compito. Ma in un modo o nell’altro, fin quasi dal principio, Piaceri londinesi era andato male. Era una cosa troppo grande per lui, questa era la verità. Il poema non era mai andato avanti, si era semplicemente frantumato in una serie di frammenti. E dopo due anni di lavoro, ecco tutto quello che aveva da mostrare: solo frammenti, incompleti in se stessi e impossibili da connettere fra loro».

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In passato, Gordon ha avuto diverse opportunità di fare carriera e sistemarsi, ma ogni volta ha fatto un passo indietro, lasciando sgomenti parenti, amici e gli stessi datori di lavoro per la disinvoltura con cui, dal loro punto di vista, egli stesse prendendo a calci la fortuna. Ma la visione di Gordon ha ben poco da condividere con quella che ispira le scelte e i percorsi della maggioranza delle persone. Lui, alla schiavitù del denaro, ha preferito il disagio, lo stomaco vuoto, i vestiti sdruciti; ha preferito una vita precaria e piena di rinunce, ma che non alimentasse il circolo vizioso del capitalismo; ha scelto di guadagnarsi da vivere con l’unica cosa che davvero lo appassiona – i libri –, e se non dovesse riuscire a mantenersi con le sue poesie, sarà comunque sempre meglio fare il libraio che vendere menzogne inventando slogan per i cartelloni pubblicitari.

L’opposizione di Gordon al capitalismo potrebbe essere facilmente scambiata per una battaglia politica d’ispirazione socialista, e di certo avverrebbe se non fosse lo stesso Gordon a ribadire ripetutamente la propria diffidenza verso il socialismo, Marx e tutti quelli che, come il suo amico Ravelston, si dichiarano dalla parte dei poveri senza esserlo. Al contrario, l’origine della sua animosità nei confronti del sistema socio-economico dominante risale alla gioventù, quando

«ciò di cui si rese conto, e sempre più chiaramente col passare del tempo, fu che il culto del denaro è stato elevato a religione. Forse è la sola vera religione – la sola religione veramente sentita – che ci sia rimasta. Il denaro è ormai ciò che Dio era un tempo. Bene o male non hanno più significato se non nel senso di successo o fallimento».

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Più che lo strenuo difensore di un ideale, Gordon è un individuo ispirato dal risentimento: il risentimento del debole che dapprima svilisce e poi addita ciò a cui non può arrivare. Rifiutando di conformarsi, Gordon non solo nega il valore del «buon posto», ma estende il proprio disprezzo alla società borghese e ai suoi princìpi, decidendo coscientemente di non aderirvi. Simbolo della borghesia e bersaglio di questo risentimento sono, per Gordon, le aspidistre che adornano appartamenti e finestre di ogni bravo londinese smanioso di arrivare. Pure nella sua stanza ce n’è una, ed è contro questa che, da perfetto uomo del risentimento, Gordon mette in pratica le sue piccole e bieche vendette.

«Gettando via il fiammifero, Gordon posò lo sguardo sull’aspidistra nel vaso verde. Era un esemplare particolarmente patito. Aveva soltanto sette foglie e non sembrava mai capace di metterne di nuove. Gordon aveva una specie di segreta contesa con l’aspidistra. Più d’una volta aveva tentato di ucciderla; lasciandola morire di sete, schiacciando mozziconi di sigaretta accesa contro il fusto, mescolando perfino del sale alla terra del vaso».

Se però esiste una realtà specifica del risentimento, questa è la sua incapacità di condurre a qualcosa di concreto. «Ma le tremende creature [le aspidistre] sono praticamente immortali. In quasi tutte le circostanze possono conservare una forma d’esistenza languente e ammalazzata»: è questa consapevolezza, condivisa sia da Orwell sia da Gordon, che il titolo del libro sottintende: l’aspidistra fiorirà, ma il suo fiorire non rappresenterà la vittoria dell’individuo sul sistema (in questo caso, la realizzazione di Gordon come poeta), bensì – contrariamente al romanzo di formazione classico – la vittoria del sistema sull’individuo, la cui resa è causata da forze che nessuna Bildung è in grado di sopraffare.

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Fortunatamente, per Orwell, le cose sono andate meglio che al suo personaggio, e la scrittura è diventata il suo unico mestiere. Con Fiorirà l’aspidistra siamo ancora lontani dal successo che investirà Orwell nel decennio successivo, tuttavia si può dire che a trentatré anni il futuro autore di 1984 si fosse finalmente messo sulla strada giusta. Il romanzo che ho preso in esame oggi non regge il confronto con le sue opere maggiori né dal punto di vista tematico, dove alcuni critici ravvisano un eccesso di autobiografismo, né da quello stilistico, con la presenza di scene poco significative che, a mio giudizio, difettano di una cattiva economia di parole. Critiche a parte, Fiorirà l’aspidistra rimane comunque un libro importante della produzione orwelliana, innanzitutto perché collocato in una data spartiacque: «Ogni riga di serio lavoro che ho scritto a partire dal 1936 – spiega Orwell nel saggio Perché scrivo[3] – è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico come io lo intendo».

Dalla Guerra civile spagnola Orwell torna cambiato, diverso. Come scrittore, reagirà ai mille bavagli che la politica e la società mettono alla libera informazione trovando nuovi modi per raccontare e denunciare. La satira politica e la distopia ricompensano il suo impegno aprendogli le porte del successo. La storia recente parodiata da animali fin troppo antropomorfizzati, un futuro catastrofico sul quale attaccare una data di scadenza: il nuovo modo di dire la verità piace, Orwell non è mai stato tanto apprezzato come scrittore e preso sul serio come ammonitore.

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La realtà non si decide, è: possono variare solo le modalità e l’efficacia della sua comunicazione. Per questo, a volte un simbolo può centrare il bersaglio meglio di un fatto, passare le dogane interne ed esterne con maggiore facilità e rappresentare, in una parola, il compromesso che si stava cercando. Si tratta ad ogni modo di un gioco complesso, dove allo scrittore vengono richieste integrità e intelligenza:

«Egli potrà distorcere e parodizzare la realtà allo scopo di rendere più chiaro il senso, ma non può contraffare il proprio paesaggio mentale, non può affermare con convinzione che ama ciò che non gli piace o che crede in cose alle quali non crede».[4]

Fra simbolo e realtà esiste infatti un legame fortissimo che non può venire spezzato senza compromettere l’intelligibilità dell’uno e dell’altro. Come le aspidistre e le case che abbelliscono: sono un simbolo fintanto che campeggiano nel modo giusto, sul davanzale giusto, il quale sarà a sua volta riconoscibile come tale solo se avrà la sua brava ciocca di foglie verdi tirate a lucido dietro a vetri decorati di pizzo.

 

 

 

[1] Bookshop Memories (1936), trad. it di E. Giachino.

[2] Il romanzo La figlia del reverendo (1935) è un altro luogo della produzione letteraria orwelliana in cui lo scrittore rievoca quel particolare periodo della sua vita.

[3] Why I Write (1946), trad. it. di G. Monicelli.

[4] The prevention of Literature (1945-46), trad. it. di G. Monicelli.

Alle origini dell’horror moderno: “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson

Di Andrea Carria

 

Vi piacciono le storie di fantasmi, di case infestate e di altri fenomeni paranormali? Beh, allora siete fortunati perché la letteratura e la filmografia dedicate a questo settore sono sempre all’opera, arricchendo ogni giorno i cataloghi dell’horror con nuovi libri, film e serie tv per la felicità degli amanti del genere come voi e me.

In mezzo a tante novità la scelta non è facile, e qualche buon libro sfugge inevitabilmente anche al miglior intenditore. Altre volte invece il caso aiuta, ricompensando con belle sorprese. È quello che è successo a me con L’incubo di Hill House (Adelphi, 2016; prima edizione originale, 1959), un libro che ho cominciato a leggere ignorando chi fosse la sua autrice e il ruolo da lei avuto nell’infanzia di quella che poi è diventata la letteratura horror che conosciamo oggi.

L’autrice è Shirley Jackson (1916-1965), scrittrice e giornalista americana la cui carriera è stata troncata da una prematura scomparsa. Fattasi notare dal pubblico e dalla critica con il racconto La lotteria, pubblicato sul «New Yorker» nel 1948, per scrivere le sue storie di paura la Jackson – un modello anche per Stephen King, maestro indiscusso dell’horror contemporaneo – ha intrecciato la fantasia con i caratteri dell’America che meglio conosceva. Anche le esperienze personali trovano un posto molto importante nella sua produzione letteraria: ne è un esempio proprio L’incubo di Hill House, dove la Jackson rivive – attraverso Eleanor, la propria alter ego – spezzoni del difficile rapporto che aveva con la madre.

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«Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola».

Sorta di romanzo ponte fra i generi gotico e horror (rispetto al gotico tradizionale, infatti, la paura è uno stato d’animo più presente e sfruttato), la storia che prende avvio da questo incipit degno di apprezzamento letterario è anche un interessantissimo prospetto psicologico della protagonista, Eleanor Vance. Eleanor, per gli amici Nel, è una giovane donna che viene da una vita infelice passata ad assecondare la famiglia e, negli ultimi anni, a prendersi cura dell’anziana madre. Alla morte della donna, il suo desiderio di riscatto e di libertà è così forte da indurla ad accettare l’invito del professor Montague, studioso del paranormale, a passare qualche settimana a Hill House, un’inquietante dimora di campagna in stile vittoriano, disabitata da anni. Ma a Eleanor il soprannaturale non interessa: quello che cerca è un’occasione di rilancio, la svolta con cui cambiare la propria vita. «T’arrise la vittoria, t’arriderà l’amor»: con le parole dell’Aida sempre a fior di labbra, Eleanor stringe amicizia con gli altri due ospiti della casa: Luke, nipote dell’attuale proprietaria di Hill House, e Theodora, l’unica altra ragazza ad aver raccolto l’invito del professor Montague e alla quale Eleanor assegna immediatamente una grandissima importanza.

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Mentre il professore introduce i suoi tre assistenti ai segreti della casa, strani fenomeni cominciano a verificarsi: rumori improvvisi nel cuore della notte, porte che si aprono e si chiudono da sole, colpi alle pareti, bruschi cali di temperatura. Fra gli ospiti, Eleanor sembra essere quella ad avere un rapporto privilegiato con le forze che si nascondono dietro a tali manifestazioni, tuttavia la ragazza non sembra badarvi troppo. Eleanor vive una situazione paurosa e potenzialmente pericolosa come questa al pari di una gita insieme a degli amici; l’unica sua preoccupazione è che quel soggiorno presto finirà.

«Per tutta la vita era stata convinta che nominare la felicità significasse sciuparla, ma adesso si sorrise nello specchio e disse in silenzio: Sei felice, Eleanor, finalmente hai ricevuto un po’ della tua dose di felicità. Distogliendo lo sguardo dal suo viso riflesso, pensò d’impulso: T’arrise la vittoria, t’arriderà l’amor».

Può sembrare strano, eppure è proprio una sottile vena di gioia la corrente sotterranea che percorre il romanzo di Shirley Jackson. Eleanor si accinge a partire per Hill House con molte aspettative e quando arriva sul posto scopre di essere animata da un entusiasmo inatteso, tipico di chi è appena uscito da un periodo difficile e pensa che d’ora in avanti le cose miglioreranno, che la felicità sia soltanto questione di tempo. Una felicità candida, innocente, quasi infantile, così come infantili sono certi dialoghi fra Eleanor e Theodora, le quali si scambiano confidenze e impressioni con la stessa fatuità che ci si aspetterebbe di trovare nelle conversazioni fra due adolescenti. Soprattutto all’inizio del libro, sono rimasto spiacevolmente sorpreso da simili ingenuità e non riuscivo a spiegarmi come mai in un romanzo di medie dimensioni (233 pp.) con una storia ben più interessante da raccontare, la Jackson spendesse intere paginate in dialoghi inconcludenti su vestiti, sogni, cortesie e altri discorsi da tè. Soltanto in seguito ho capito che gli stessi dialoghi che incriminavo erano fondamentali per la caratterizzazione della protagonista e per la riproduzione del claustrofobico ambiente domestico, altamente limitante, che si era appena lasciata alle spalle.

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Giustificazioni narrative a parte, Eleanor rimane un personaggio infantile e delicato che si stenta a immaginare come una donna di trentadue anni che per lungo tempo si è fatta carico del sostentamento della madre anziana. È possibile che nell’enfatizzare la sua delicatezza la Jackson talvolta abbia ecceduto, tuttavia non è azzardato pensare che la regressione all’infanzia di Eleanor non sia solo un espediente narrativo per legare a filo doppio il destino della ragazza con quello di Hill House, ma anche il tentativo di una rappresentazione psicologica che è poco realistica solo all’apparenza, poiché rielaborata a partire da quelle che sono state le esperienze personali della stessa autrice, la cui personalità complessa e contrastante (Lizzie, il suo romanzo del 1954, affronta il tema delle personalità multiple) è stata sia la fucina sia il primo banco di prova dei suoi lavori.

A proposito di realismo, nel romanzo l’elemento paranormale non occupa una posizione di primo piano. Il soggetto gotico, rappresentato dall’ambientazione e dalle atmosfere, è una presenza avvolgente che sa camuffarsi sullo sfondo, guidando l’azione e i discorsi dei personaggi come una mano invisibile che sceglie con cura il momento in cui palesarsi. Utilizzando un espediente noto a tutti gli scrittori del soprannaturale, la Jackson inserisce ogni manifestazione all’interno del punto di vista soggettivo di uno dei personaggi, in particolare di Eleanor. Questo è molto importante perché, fra le tante possibili, consente l’inserimento di un’interpretazione verso cui propendere in via privilegiata, nel caso specifico quella che sostiene la causa psicologica per gli avvenimenti che hanno dato a Hill House la sua reputazione. Come nel racconto La lotteria, la Jackson non fornisce infatti una spiegazione diretta dei fenomeni descritti; questa è demandata al lettore, lettore che però non è libero di formulare un’ermeneutica indipendente essendo costretto a utilizzare le informazioni e i dettagli che la stessa scrittrice avrà sparso all’interno della storia. In fondo, è come se la Jackson avesse consegnato al lettore un pacchetto con le spiegazioni da dare e le istruzioni su come riuscirci, quest’ultime costituite da tutto ciò che egli avrà appreso, visto e sentito insieme e grazie a Eleanor, la cui psicologia – è mia opinione – rappresenta il grande tema di questo romanzo.

Nel piccolo-grande mondo dell’Es: “Lo scrutatore d’anime” di Georg Groddeck

di Andrea Carria

 

Immaginatevi un uomo, un borghese ammodo, colto, rispettato, punto di riferimento per la sua famiglia, che per tutta la vita ha mantenuto una condotta irreprensibile. Ora, immaginatevi questo stesso uomo colpito dalla più radicale delle trasformazioni iniziare a comportarsi nella maniera più sconveniente possibile, facendo e dicendo tutto ciò che gli passa per la testa in barba a ogni ambiente, situazione o convenzione sociale. Bene, se siete riusciti a immaginarvi tutto questo, allora siete più che pronti per immergervi nella lettura di Lo scrutatore d’anime di Georg Groddeck (1866-1934), un romanzo del tutto diverso da quello che i suoi titolo e sottotitolo lascerebbero pensare.

Converrete infatti con me che il titolo completo del romanzo, Lo scrutatore di anime. Un romanzo psicoanalitico, suona abbastanza impegnativo, tanto che non sarebbe affatto sorprendente, per il lettore, scoprire che il taglio del libro sia quello del romanzo-saggio alla Hermann Broch o introspettivo come La coscienza di Zeno di Italo Svevo. E invece no, tutt’altro! Groddeck ha pensato il suo primo e unico romanzo in modo completamente differente, privilegiando altre caratteristiche rispetto a quelle più comuni del romanzo psicologico. Ma vediamole con ordine ripercorrendo le peripezie del protagonista August Müller o, per meglio dire, Thomas Weltlein.

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Il borghese rispettato e ammodo sopradescritto risponde al nome di August Müller, la cui unica estrosità consiste nel possedere quello che lui stesso ha ribattezzato Scrutatore d’anime: una silhouette appartenuta a Goethe che ritrae un uomo seduto su un globo intento a osservare con la lente d’ingrandimento la «zona cruciale» di un minuscolo nudo femminile che tiene sul palmo della mano.L’improbabile personaggio in cui si trasforma, invece, è Thomas Weltlein (“piccolo mondo”, in tedesco), un nome che il protagonista non si sceglie a caso:

«Nel passaggio della notte al nuovo giorno – spiega– mi sono trasformato in un uomo il cui nome sarà Thomas Weltlein, a significare che è stato concepito e partorito dal dubbio, che solo dà vita al mondo».

Causa scatenante di questa trasformazione sono le cimici che infestano la sua camera da letto. Cimici, sì, avete letto bene! August ingaggia una lotta serrata contro di loro al fine di liberarsene, ma l’avversario si dimostra ostinato e irriducibile al di là di ogni ragionevole previsione. Spossato dallo scontro, August si ammala di scarlattina e, una volta guarito, si accorge che le cimici sono scomparse, distrutte da una forza segreta che inizia a definire«contagio interiore».

Per August – ormai diventato Thomas – si tratta di una rivelazione sconvolgente: il contagio interiore non è altro che l’Es, l’irrazionale che soggiace nella mente di ciascuno, una forza inebriante, istintuale e irrefrenabile che dispiega sotto un’altra luce la realtà delle cose e del mondo. Da quel momento, infatti, Thomas inizia a dare ascolto a questa forza e a comportarsi di conseguenza. Il risultato? Una serie fittissima di disavventure, equivoci, figuracce, discorsi sconclusionati e situazioni imbarazzanti che valgono al povero Thomas una nuova, irrevocabile diagnosi da parte di tutti i suoi amici e parenti: la pazzia.

Come pazzo, Thomas è uno di quelli dalla parlantina sciolta e dalle teorie sempre a portata di mano, anzi di labbra. Così, se prima August aveva il «dono di indurre le persone solitarie ad aprirsi a lui e di ascoltarle con attenzione», adesso Thomas è altrettanto abile nell’uso delle sue nuove capacità, o forse dovrei dire energie dialettiche. La logorrea con cui tramortisce tutti i suoi interlocutori è una conseguenza istantanea e democratica dell’aver fatto la sua conoscenza. Non c’è figura o autorità di fronte alla quale la sua lingua mostri un istante di esitazione, i pensieri gli passano dalla mente alle labbra senza filtri, col risultato che ogni situazione in cui rimane coinvolto degenera in un teatrino imbarazzante del quale è sia il burattino sia il burattinaio.

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In particolare, Weltlein è ossessionato dalla tematica sessuale. L’illuminazione che lo ha colpito gli ha mostrato che l’unico argomento di cui tutti evitano di parlare (il sesso) è in realtà un magma incandescente che bolle al di sotto della lucidità di ciascuno. E non solo questo: nella sua natura di principio che muove i fili del mondo, la sessualità si ritrova infatti codificata in tutte le cose, le quali possono essere ripartite secondo il genere maschile o femminile. Seguendo Thomas, il lettore si ritrova davanti a un variegato catalogo fatto di oggetti, azioni, costumi, colori, nomi in cui l’iniziato può facilmente riconoscere l’imitazione del coito fra l’uomo e la donna.

Davvero lo spazio in cui si muove Weltlein assomiglia a un piccolo mondo, a un teatrino dove ogni scena, ogni incontro fa parte di un copione che è il bavaglio di ogni spontaneità. Se vogliamo estendere il paragone, Thomas non è troppo distante da un Pinocchio che ha smarrito la propria coscienza o, per essere ancora più precisi, il proprio Super-io. In effetti, a chi altri somiglia Thomas quando se ne va in giro da solo combinando pasticci, facendo brutti incontri, cacciandosi nei guai se non a un bambino sfuggito alla custodia dei genitori? L’approccio apertamente materno che Agathe, la sorella, ha nei suoi confronti conferma questa interpretazione. Essa si ritiene responsabile del comportamento del fratello, lo rincorre da una città all’altra, cercando da un lato di ricondurlo alla ragione e dall’altro di salvaguardare le apparenze. Dal canto suo, Agathe si erge a paladina della morale borghese: i suoi modi repressivi, la sua mania di controllo su Thomas e sulla figlia Alwine, perfino i riferimenti all’igiene e alla biancheria intima sono tutte caratteristiche della moderna famiglia nucleare, dove, per dirla con Michel Foucault, si realizza«uno spazio di sorveglianza continua».[1]

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Medico e psicanalista con un metodo di ricerca personalissimo, Groddeck scrisse Lo scrutatore d’anime tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti del XX secolo, ma, visti i contenuti, ebbe grandi difficoltà a trovare un editore. Il romanzo venne pubblicato per la prima volta a Vienna nel 1921, e comunque soltanto grazie all’interessamento di Sigmund Freud, il quale ricambiava Groddeck con la stessa ammirazione e stima (fu da quest’ultimo che il padre della psicanalisi riprese e adottò il nome di Es per riferirsi all’inconscio). Leggendo questo libro oggi, le nostre coscienze smaliziate possono godersi il divertimento e l’ironia che caratterizzano lo stile del Groddeck romanziere, ma non per questo smettono di ignorare i suoi profondi significati. Primo fra tutti, credo io, la meraviglia con cui Thomas Weltlein prende coscienza della propria vita interiore. Nessuno lo fa, tutti si preoccupano solo di capire per poter poi provvedere, mentre Thomas verifica ciò che ha appreso lasciandolo agire:

«Noi siamo vissuti da forze che non conosciamo, blateriamo di libero arbitrio e con la nostra volontà non sappiamo neppure dirigere una crosta di pane; tutto accade senza che noi lo comprendiamo».

 

 

 

[1] M. Foucault, Gli anormali. Corso al Collège de France (1974-1975), Milano, Feltrinelli, 2017.