L’effetto del ricordo in Marcel Proust, viaggio alla ricerca del tempo perduto

Di Gian Luca Nicoletta

Sono tanti i momenti in cui, nel corso delle nostre giornate, spesso ci diciamo “ma questa cosa l’ho già fatta”, “questo nome l’ho già sentito” provando quella sensazione che non saprei definire diversamente da agrodolce e che a volte sa lasciarsi dietro una lunga scia, come un profumo che vogliamo seguire ma che spesso ci conduce a un vicolo cieco, continuando da sola oltre il muro e abbandonandoci così, con la voglia insoddisfatta di sapere di che cosa si trattasse.

Ebbene, non temo affatto di esagerare quando affermo che Marcel Proust, in questo, è un vero e proprio genio imbattuto. La sua capacità di creare quella sensazione agrodolce e addirittura di costruire, mattone dopo mattone, la strada che ci condurrà al vicolo cieco ha a dir poco dell’incredibile. Questo suo talento si esprime al meglio e al massimo grado nella sua più celebre impresa letteraria; ovviamente mi sto riferendo alla Ricerca del tempo perduto, l’epopea romanzata in sette volumi di cui ognuno rappresenta uno stadio della vita del protagonista che, nell’inedita veste di eroe e antieroe a un tempo, ci mostra un mirabile affresco della natura, della psicologia e della contraddizione che dominano l’esistenza di tutti gli esseri umani.

Le temps retrouvé (1999), film di Raoul Rouiz

Nel corso di questo articolo non mi soffermerò sui singoli volumi, ma percorrerò rapidamente l’intera vicenda per tentare di tracciare il percorso che, a livello narrativo, il Proust autore ha seguito per costruire a tavolino questa strana quanto comune sensazione.

Per prima cosa occorre avere un bacino confuso di materiale mnemonico. Può sembrare una serie di parole senza senso, ma così non è. Che cosa vuol dire quest’espressione? Vuol dire che, prima di avere un ricordo, bisogna procurarci qualcosa che, almeno, gli somigli, per far sì che il nostro cervello attivi le sinapsi interessate e associ il fatto presente, che vedremo dopo, a qualcosa che a questo fatto rimanda in qualche modo. Dunque il bacino è l’essere umano, la confusione è data da una considerevole distanza temporale che ricopre molti anni, il materiale mnemonico sono le esperienze fatte. Ecco che a quest’espressione facciamo corrispondere il giovane Marcel (bacino) che da bambino (confusione data dalla distanza temporale) fa visita alla vecchia zia Léonie per l’ora del tè (esperienza che, dopo un po’ di tempo, diviene ricordo e dunque materiale mnemonico).

Il secondo elemento di cui abbiamo bisogno è una lunga serie di fatti sconnessi. Sconnessi non necessariamente fra loro, ma senza ombra di dubbio sconnessi dal primo materiale mnemonico cui abbiamo fatto riferimento (il tè da zia Léonie). Lo straniamento di un ricordo improvviso è dato, lo sappiamo tutti per esperienza quotidiana e diretta, dall’affiorare di una memoria nel momento più improbabile o inaspettato, quando spesso solo un elemento, silenziosamente, ha la capacità di catapultarci con forza fuori dal nostro tempo presente per portarci nel passato. Quindi dobbiamo far in mondo che il bacino, una volta avuta la prima esperienza, passi per una lunga serie di altre esperienze, le più disparate: un trasloco, il primo amore, la morte di una persona cara, nuove amicizie e conoscenze, feste, viaggi, delusioni. In questo modo facciamo abbassare la guardia al nostro inconscio il quale, concentrato sull’elaborazione cerebrale delle esperienze più fresche, diminuirà l’attenzione su quelle più vecchie.

Le temps retrouvé (1999), film di Raoul Rouiz in questa scena Catherine Deneuve interpreta madame de Crecy

Non ce ne siamo resi conto, eppure in soli due paragrafi abbiamo fatto trascorrere il tempo di una vita intera a qualcuno. A questo punto l’intera macchina del ricordo ha bisogno solo dell’ultimo elemento per entrare in funzione: il fatto presente, ovverosia una piccola porzione il più possibile somigliante ma non identica alla prima esperienza messa nel bacino di materiale mnemonico. Ci troviamo a casa, nel nostro bel salotto, con la veste da camera ben stretta e un fuocherello che scoppietta riscaldandoci i piedi. Leviamo per un momento gli occhi dalla copia de Le Figaro che stiamo leggendo, afferriamo distrattamente una madeleine, la intingiamo per un secondo nel tè bollente e la mettiamo in bocca. In un attimo, il viaggio: non siamo più nel nostro salotto parigino ma in una camera da letto di una casa in un piccolo villaggio in campagna. Abbiamo forse cinque, sei anni, e siamo in piedi accanto al letto dove la cara, vecchia zia Léonie ci porge con due dita un pezzetto di madeleine bagnata di tè. Che cos’è cambiato? Tutto e forse niente: siamo sempre noi, abbiamo sempre una madeleine e una tazza di tè fra le mani, eppure… eppure il tè all’epoca aveva un altro sapore, la madeleine forse aveva una nota più marcata di mandorla, magari? Magari all’epoca neanche ci piacevano, le madeleine, le mangiavamo solo per far piacere alla zia che passava le sue giornate a letto aspettando visite. Fatto sta che dopo questo improvviso tuffo indietro di almeno quarant’anni, prendiamo un’altra madeleine e la inzuppiamo nel tè, ma il viaggio non si ripete.

Questa esperienza comune e strana assume grazie alla sua peculiarità quel sapore agrodolce di cui vi parlavo all’inizio dell’articolo. Il dolce dei ricordi d’infanzia si mescola all’agro aroma dell’impossibilità di ripetere un’esperienza del genere. Ma Proust è uno scrittore democratico, pertanto decide di far provare a tutti questa esperienza. La fa provare al suo protagonista, quando a una festa data dalla Principessa di Guermantes, rincontra dopo tanti anni le persone che avevano popolato la vita sociale dei suoi sogni di gloria. Quando incontra Oriane de Guermantes e lei lo appella affettuosamente dicendo “il mio più vecchio amico!“, il protagonista viene travoloto da una serie indefinibile di ricordi, dove le figure vecchie e nuove si sovrappongono creando un caleidoscopio di storie e vite senza inizio né fine.

Le temps retrouvé (1999), film di Raoul Rouiz in questa scena Edith Scob interpreta la duchessa di Guermantes

Nemmeno il lettore viene risparmiato da questo gioco. Dovete sapere infatti che nella stesura della Ricerca, Proust ha scritto dapprima il volume iniziale e quello finale, e poi ha riempito lo spazio tra i due. Dunque, seppur involontariamente, i sette romanzi di quest’opera, la cui lettura ognuno di noi deve fare almeno due volte nella vita (la prima leggendo i volumi in sequenza, la seconda leggendoli a ritroso partendo dall’ultimo), sono costellati di frasi ricorrenti, anticipazioni e spiegazioni ritardate che svelano al nostro inconscio un momento, non ben definibile ma che sicuramente sappiamo esserci stato, in cui alziamo gli occhi dal libro e diciamo “ma questa cosa l’ho già fatta”, “questo nome l’ho già sentito”.

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Un talento da best seller. Breve analisi sullo stile di Joël Dicker

Di Andrea Carria

 

Se venisse redatto un elenco degli scrittori più talentuosi di oggi, il romanziere ginevrino Joël Dicker (1985) si piazzerebbe ai primissimi posti. I suoi romanzi sono tradotti in svariate lingue, godono di un vasto seguito da parte dei lettori di mezzo mondo e a pochi giorni dall’uscita balzano in vetta alle classifiche dei best sellers. La verità sul caso Harry Quebert (2012) è stato un caso editoriale da 7 milioni di copie, e quest’anno ha visto raddoppiare la propria messe di successi grazie alla serie televisiva con Patrick Dempsey (Grey’s Anatomy), che sta andando in onda su Canale 5 proprio in questi giorni.

Nell’articolo di oggi intendo condividere con voi lettori alcune considerazioni personali sullo stile di scrittura di Dicker, mettendo in evidenza sia ciò che funziona sia quello che invece, a mio parere, necessiterebbe di una messa a punto.

Perché possa esprimere il meglio di sé, è indispensabile che uno scrittore riconosca quanto prima il proprio genere letterario, un’espressione molto ampia che si riferisce sia al contenuto dello scritto sia alla sua forma. Dicker, il quale ha esordito a soli vent’anni con il romanzo breve La Tigre (2005), ha trovato nel romanzo la forma adatta fin da subito, e poco a poco è riuscito ad abbinarvi anche il contenuto che forse incontra i suoi propositi di scrittore meglio di altri: il giallo. Se infatti Gli ultimi giorni dei nostri padri (2010) e Il libro dei Baltimore (2015) sono rispettivamente un romanzo storico e una saga familiare del XXI secolo, storie poliziesche sono sia il pluripremiato La verità sul caso Harry Quebert, finora il suo libro di maggior successo, sia La scomparsa di Stephanie Mailer (2018), la più recente delle sue fatiche.

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L’attore Patrick Dempsey (Harry Quebert) in una scena del film

Nonostante siano libri a sé, indipendenti fra loro (soltanto Il libro dei Baltimore può essere considerato uno spin off della Verità, con cui condivide il protagonista-narratore), le sue opere sono tutte strettamente connesse sul piano stilistico. Innanzitutto si tratta di romanzi lunghi con una trama che si sdoppia dal punto di vista temporale. I giorni nostri sono il tempo della narrazione: nel presente, la storia (o l’indagine) comincia, prosegue e si completa man mano che la verità su un passato sepolto o dato sistemato per sempre viene a galla. Il passato è quindi sia la spiegazione che l’innesco della storia, e Dicker è molto bravo nel trattare questo duplice andamento, portando avanti parallelamente i due filoni mediante l’uso di numerosi flashback che si innestano alla perfezione nel tessuto romanzesco, del quale costituiscono spesso la parte preponderante. L’equilibrio viene assicurato dalla studiata ripartizione in cui i romanzi sono suddivisi al loro interno. Spesso possiedono una struttura che gioca su un’alternanza quasi matematica dei capitoli nel presente e di quelli nel passato, mentre altre volte la struttura è meno riconoscibile e la successione è il frutto di un intervento più “artigianale”. Il risultato finale comunque non cambia, e l’effetto provato leggendo ognuno dei suoi libri, dove la transizione fra le sequenze ricorda un cambio di inquadratura e la presenza di numerosi spezzoni o scene minime rivela una narrazione pensata per fotogrammi, è quello di stare guardando un film alla televisione — Dicker è uno scrittore che ragiona da regista.

A una trama e a una struttura molto complesse, esuberante nel numero delle scene e in quello dei personaggi, fa da contrappeso quella che considero la migliore dote di Dicker: la chiarezza espositiva. Per quanto voluminosi e intricati, i suoi romanzi sono infatti sorprendentemente definiti e leggeri. La leggerezza di cui parlo va considerata nella sua accezione più positiva, la stessa di cui ha parlato Italo Calvino nelle Lezioni americane: è una faccenda di «sottrazione di peso». Le pagine hanno un bel respiro, scorrono veloci, le digressioni sono sempre funzionali alla trama e in generale il compromesso fra necessario e superfluo, per usare le parole di un altro grande della letteratura come Primo Levi, è il risultato di una durevole alchimia. Il lavoro del suo traduttore italiano, Vincenzo Vega, ci parla inoltre di una scrittura dalle frasi semplici e dirette, dai periodi snelli e calibrati secondo i moderni standard della punteggiatura. Se proprio volessi mettere i puntini sulle i, potrei dire che l’unico inconveniente di uno stile così “asciutto” è di rivelarsi eccessivamente impersonale in determinati momenti, come se il Dicker professionista della scrittura prendesse il sopravvento sul Dicker artista. Come artista, invece, il suo ricorso agli espedienti letterari è molto moderato: assenza di perifrasi, incisi quando servono e figure retoriche solo se appropriate. La pagina dickeriana modello è uno specchio nitidissimo che riflette ordinatamente la concatenazione di idee dell’autore.

Questa pulizia nello scrivere permette a Dicker di concentrarsi interamente sulla trama. Lui è uno scrittore a cui piace partire da molto lontano e arricchire la vicenda con le storie individuali di più personaggi. Ciò fa sì che il ritmo di base sia quello avvolgente e disteso di una grande narrazione, che però non perde per strada la tensione tipica del giallo. Le accelerazioni sono frequenti e repentine, e il lettore, costantemente sollecitato da nuove piste e interrogativi, mantiene alta la curiosità dall’inizio alla fine. Suspense e colpi di teatro sono il sigillo che Dicker imprime alle sue trovate più originali, ma come ogni giallista che si rispetti anche lui sa bene che non bisogna lasciarsi prendere la mano. Il suo affinato discernimento di scrittore lo aiuta così a realizzare ricostruzioni ricche di particolari, dove la logica che sovrintende al corretto fluire degli eventi sfuma l’artificio dei propri nessi divenendo naturalità.

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Una naturalità che, tuttavia, non percorre i suoi libri senza soluzione di continuità. Mi dispiace in modo particolare rilevarlo, ma in effetti Dicker macchia qua e là i suoi straordinari romanzi con alcune cadute di stile. Mi riferisco ai non pochi stereotipi e cliché contro cui il suo talento va a sbattere. Il più delle volte ne sono interessati i personaggi che crea, i quali possono essere divisi in due macro categorie: quella dei “primi della classe”, fatta di ragazzi talentuosi, belli, affascinanti, carismatici, dotatissimi, popolari e di buona famiglia a cui appartengono quasi tutti i personaggi principali e i protagonisti dei suoi romanzi; e quella dei “tipi da copione”, ovverosia uomini e donne privi di una personalità e di una psicologia pienamente sviluppate e che si limitano a prestare sé stessi a uno dei ruoli che la trama esige. Abbiamo così il poliziotto corrotto e quello che ha sposato il proprio lavoro, il politico arrivista e il giornalista intrigante, famiglie apparentemente felici in cui il padre sacrifica tutto alla carriera, la moglie devota si illumina per i suoi successi, i figli anelano a ritrovare l’armonia familiare di quando erano piccoli, e così via. Sono tipi di dinamiche che Dicker ripropone in quasi tutti i suoi libri, i quali tra l’altro offrono variazioni molto limitate di un immaginario che l’autore ha forse troppo precocemente cristallizzato: le belle contrade del New England, rifugio per la borghesia newyorkese, fatte di cittadine tranquille immerse nel verde e dai nomi sognanti (Aurora, Orphea), e impeccabili villette a schiera dove signori perbene innaffiano il prato mentre i bambini giocano all’aperto con gli amichetti del quartiere.

Per questa recidività agli stereotipi, si possono fare alcune ipotesi. Una potrebbe essere la giovane età di Dicker, ma il fatto di frequentare i più alti ambienti letterari da quasi dieci anni lascia credere che il motivo sia diverso, come per esempio la maggiore importanza che egli riserva ad altri aspetti dello scrivere. La trama è senz’altro il principale di questi aspetti, anzi è la sola ragion d’essere della scrittura dickeriana. Tutto è pensato per essa e in funzione di essa, e questo ovviamente sottrae spazio ad approfondimenti d’altro tipo. Ma una seconda ragione potrebbe anche essere l’immaginario di cui dicevo prima. Joël Dicker è uno scrittore svizzero di lingua francese che ha studiato Legge all’Università di Ginevra, e per quanto possa conoscere bene l’East Coast (sul suo sito si legge che ci ha passato tutte le estati della sua infanzia), essa non è il suo ambiente, al massimo lo è diventato. Certo, la conoscenza che ne ha è stata sufficiente per averci ambientato ben tre romanzi di successo, tuttavia non penso di esagerare se dico che l’immagine che egli restituisce del New England non sia molto differente da quella standardizzata che il cinema e i telefilm hanno fatto conoscere al resto del mondo.

Le critiche che ho fatto non vogliono ridimensionare nulla della qualità dei suoi romanzi, da me peraltro apprezzatissimi, ma casomai marcare lo scarto fra le potenzialità di uno dei talenti più cristallini di questi anni e i traguardi che finora ha raggiunto, lasciando intendere che anche i prodigi letterari come lui devono necessariamente continuare a migliorarsi. Un lavoro di ricerca di questo tipo Dicker lo ha fatto in maniera netta dopo la pubblicazione degli Ultimi giorni dei nostri padri, dando alle stampe nel giro di due anni un’opera stilisticamente molto più matura come La verità sul caso Harry Quebert. Da allora, però, sembra essersi inceppato qualcosa, e lo scrittore continua a sfornare romanzi che, per quanto avvincenti, vivono sulla rendita letteraria di quel best seller.

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Io credo che anche Dicker lo sappia — o per lo meno me lo auguro da suo lettore. Nella Scomparsa di Stephanie Mailer, suo ultimo romanzo, il famoso critico Meta Ostrovski, uno dei personaggi, si fa portavoce di alcune considerazioni metaletterarie (forse il nome non è del tutto casuale) sulle quali lo stesso Dicker si è per forza di cose soffermato. Considerazioni e non riflessioni perché, onestamente, le opinioni sulla letteratura del critico Ostrovski non spiccano per originalità e, insieme alla propria supponenza, fanno di lui un degno rappresentante della categoria “tipi da copione” di cui parlavo prima. In uno dei suoi interventi, ricorda la gerarchia fra i generi letterari:

«Il problema è che nella scala del rispetto riconosciuto ai generi letterari, in cima c’è il romanzo incomprensibile, poi c’è il romanzo intellettuale, quindi il romanzo storico, dopo il romanzo generico, e solo in fondo, in penultima posizione, prima del romanzo rosa, c’è il poliziesco.»

Ora, premettendo che ho incontrato lo stesso tipo di recriminazione in altri autori di romanzi gialli — quasi come se questa categoria di scrittori vivesse una sorta di complesso di inferiorità nei confronti dei loro colleghi — sono persuaso che nemmeno Dicker sia completamente impermeabile alle parole del proprio personaggio, e che esse nascondano altro rispetto alla mera funzione narrativa che hanno all’interno del romanzo. Ostrovski dice quel che dice perché esiste un motivo preciso a livello di trama, ma nulla vieta di pensare che quelle parole si rivolgano anche allo stesso Dicker, e in particolare alla sua coscienza di scrittore. Mi piace pensarlo e ammetto che vorrei fosse davvero così. Vorrei vedere il suo talento alle prese anche con altri soggetti, trovare i suoi libri cresciuti non solo nel numero delle pagine ma pure nei contenuti. Che messaggi ha da far conoscere ai propri lettori? Quali valori, idee, pensieri intende trasmettere? Cosa può e vuole lasciare alla letteratura oltre alle grandi trame? Oppure Dicker è solo l’ultimo scalatore di classifiche che si è aggiunto alla lunga lista di nomi che popolano il cosmo della cosiddetta “letteratura di consumo” o “di massa”?

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Vorrei comunque ricordare che il genere giallo è letteratura a tutti gli effetti, e che la critica letteraria ha già da tempo allargato le proprie maglie nel distinguere cosa è letteratura da cosa non lo è, finendo spesso per riabilitare opere e autori che in passato erano stati cassati troppo frettolosamente. Oggi nessuno direbbe che le opere di Conan Doyle, Georges Simenon o Agatha Cristhie non siano vera letteratura, e lo stesso vale anche per quelle di autori più recenti, come per esempio l’Opera Omnia del compianto Camilleri, la trilogia di Stieg Larsson o Solo per Ida Brown di Ricardo Piglia. A fare la differenza è soltanto la qualità dello scritto. Per la quale, però, non basta esibire una stile impeccabile. Contenuti, messaggi, idee, valori, critiche: il confine invisibile fra letteratura e narrativa viene tracciato di volta in volta dai romanzieri stessi sulla base di cosa intendono trasmettere e di come vogliono innovare. Il genere non c’entra. O quanto meno c’entra poco, in un secondo momento.
Riguardo all’innovazione, ricordo brevemente che la storia della letteratura si nutre delle rivisitazione dei generi non meno che dei contenuti, e che i generi, dal canto loro, non aspettano che autori in grado di farli vivere sotto nuove vesti. Scrivendo Il nome della rosa, Umberto Eco non ha fatto altro che reinventare il giallo calandolo in un’ambientazione storica. Due generi fino ad allora distinti si sono fusi insieme e hanno fatto nascere un genere terzo — il giallo storico, appunto — che oggi rappresenta una fetta molto importante della produzione editoriale, italiana e non solo.

Se dunque alla letteratura contemporanea manca qualcosa, questo qualcosa non sono le alternative, tanto che oggi, francamente, limitarsi a dire che il poliziesco è un genere secondario sa più di scusa che di verità critica. Chi scrive e sa come farlo deve dare ragione del proprio talento e non fermarsi alle soluzioni troppo facili — anche se più sicure. Il che, tradotto in un ipotetico messaggio da recapitare a Joël Dicker, significa soprattutto due cose: rinnegare tutti quegli inutili stereotipi sull’America lasciando finalmente vivere i personaggi, e sperimentare con maggior convinzione su tutto ciò che ruota intorno alla trama.

La saga dei Melrose, parte III: “Speranza”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Riprende con questo articolo la serie dedicata alla famiglia Melrose, ideata dallo scrittore britannico Edward St Aubyn. Se vi foste persi una puntata, la potete recuperarle a questi link: parte I e parte II.

La dinamica di questo terzo episodio ruota interamente intorno a una festa. Uno dei personaggi che abbiamo incontrato nel primo volume riappare, invecchiato di circa una ventina d’anni e accompagnato da un facoltoso marito e una figlia. Il nostro protagonista, Patrick Melrose, è cresciuto e si trova ad avere circa trent’anni.

Questo, potrei dire, è quanto. Una festa e vecchi ritorni potrebbero sembrare pochi elementi per una trama, ma qui sta una delle qualità, secondo me imprescindibili, di un grande romanziere: essere in grado di far accadere di tutto nel giro di poche ore, dilatando il tempo interiore dei personaggi e di chi legge, facendo loro sembrare che in realtà siano passati dei secoli.

A questo proposito posso dirmi abbastanza certo di quali siano state le letture che St Aubyn aveva in mente quando ha scritto questo capitolo: Virginia Woolf e Marcel Proust. La prima, come ho scritto sopra, appare lampante dato lo svolgimento del romanzo nell’arco di un’intera giornata che vede il suo culmine nella festa di Bridgett, creando un filo diretto con Mrs Dalloway. Il secondo, più sotto traccia ma comunque visibile per chi ha letto l’opera massima dello scrittore francese, sta nella (ri)presentazione dei personaggi non solo attraverso i loro tratti fisici, ma soprattutto attraverso la mutazione di questi a seguito del passar degli anni. In particolare mi viene in mente l’ultimo volume della Ricerca del tempo perduto, ovverosia Il tempo ritrovato, episodio nel quale il protagonista ha la possibilità, dopo una lunga assenza, di incontrare vecchi amici cui il tempo non ha risparmiato nulla.

Nel caso di Patrick l’assenza è stata di otto anni, nei quali lui ha intrapreso il lungo e difficile percorso di disintossicazione dalla droga.

Gli occhi dai quali osserva il mondo, stavolta, sono ben diversi da quelli del giovane ricco e scapestrato. Lo sguardo è ugualmente disincantato, ma molto più consapevole. Consapevole perché se prima Patrick vedeva che attorno a sé non esisteva, non poteva esistere, una salvezza (che sia laica, religiosa, sociale…), ora si rende conto che senza la droga anche lui rientra fra tutti quelli che non possono ambire a una salvezza; e non perché la droga sia una fuga, ma più semplicemente perché offuscava la mente da questa ineluttabile verità.

Domina i suoi pensieri, come una presenza cancerogena di cui però non possiamo fare a meno, il ricordo del padre David. A quasi un decennio dalla sua scomparsa, Patrick è ancora tormentato dallo spettro del suo tirannico genitore, dalla sua smania di controllo degli altri per il gusto sadico di esserne il loro carceriere. Un uomo che, da figura oscura e imponente, viene descritta con maggiori distacco e lucidità, mostrando soprattutto le debolezze del mostro. Su questo elemento le riflessioni di Patrick inciampano ogni volta. Non ha alcun dubbio riguardo al fatto che il sentimento che nutrisse per suo padre fosse niente di diverso dall’odio, tuttavia c’è una zona della sua coscienza dove rimane difficile estirpare il naturale attaccamento per l’essere umano dal quale è stato generato e che, forse anche per convenzione sociale, ci sentiamo in obbligo di amare.

Questi dubbi sono alimentati anche dalle frequentazioni di Patrick. Nell’arco della giornata che si concluderà con la festa, il rientro in scena di vecchi personaggi fornisce il perfetto espediente per giungere a nuove rivelazioni: essendo un adulto e parlando con altri adulti, Patrick viene finalmente messo a parte di molti segreti, storie tenute nascoste, che da un lato non fanno altro che arricchire il ritratto dell’uomo cattivo, ma dall’altro mostrano tratti caratteriali che mai nessuno avrebbe potuto immaginare e che mettono in dubbio l’intera rappresentazione fino ad allora data come certa.

Ciò che emerge da questa lettura, e che in ultima analisi giustifica il ricorso a un titolo che all’inizio può sembrare o del tutto inappropriato o un tipico caso di umorismo all’inglese, è che secondo St Aubyn gli esseri umani scelgono quasi in totale autonomia di essere prede o predatori. Le convenzioni sociali sono fortissime in ogni ambito, e dal punto di vista di ogni personaggio emerge prima o poi l’esplicita adesione a quel sistema di regole, valori e aspettative. Lo stesso vale per il modo in cui decidiamo di sottomettere qualcuno o di farci sottomettere: che sia la droga, un marito padrone o lo sguardo sprezzante di un ospite illustre, alla fine della giornata ci si rende conto — se siamo disposti ad accettare questa epifania — che c’è sempre una parte di noi che è inevitabilmente complice.

Quale colpa? La poetica del non senso in Kafka, tra burocrazia, condanne e prove totalitarie

Di Andrea Carria

 

Gli studi su Franz Kafka (1883-1924) restituiscono spesso il profilo di un autore in anticipo sui tempi, un giudizio che vi invito a verificare di persona, qualora non lo aveste già fatto, leggendo le sue opere. Queste possono richiedere più di una lettura per essere comprese appieno, poiché descrivono dinamiche che sembrano non avere niente in comune con la realtà quotidiana. Sembrano, esatto. Perché poi un giorno vi capiterà di assistere a qualche scena di ordinaria ovvietà, di prendere parte a qualche situazione in cui non vi raccapezzate, di essere coinvolti in un negozio fra persone dove comportamenti e reazioni non corrispondono alla comune logica e proverete una vaga reminiscenza: sarà allora che vi ricorderete di Kafka. E vi domanderete se costui non sia stato un profeta.

Profeta, sì, ma non perché avrà previsto la vostra vita o quelle degli altri, ma perché il non senso e le vicissitudini in cui si ritrovano coinvolti i suoi personaggi hanno effettivamente anticipato di anni quei meccanismi psicologici, politici e sociali che la modernità avrebbe portato alla ribalta, condizionando sotto molteplici punti di vista la vita delle persone. Le dinamiche invertite che stanno alla base del romanzo Il processo (1925), dove il protagonista Josef K. non riuscirà mai sapere quale reato ha deciso la sua condanna a morte, o gli snervanti tentativi dell’agrimensore K. che, nel Castello (1926), cerca senza successo di ottenere spiegazioni dalla burocrazia che amministra il villaggio, sono tetre anticipazioni di ciò che gli stati totalitari avrebbero messo in atto solo qualche anno più tardi.

Franz-Kafka

La burocrazia dello stato totalitario nazista e di quello sovietico era impressionante: esistevano centinaia di uffici e ne venivano creati continuamente di nuovi. In Germania, Hitler volle un duplicato del Partito nazista per ogni ufficio dell’apparato statale e, siccome l’incoerenza delle direttive faceva parte del sistema di controllo totalitario, il cittadino, per usare le parole di Hannah Arendt, «doveva sviluppare una sorta di sesto senso per capire a un dato momento a chi obbedire e chi ignorare». Chiaramente, tutto ciò non era giustificato da nessuna esigenza pratica né tantomeno rendeva più efficiente l’amministrazione pubblica; i regimi, totalitari come il nazismo e lo stalinismo, ma anche autoritari come il fascismo, non si preoccupavano della buona gestione dello Stato: l’unica gestione statale di cui si interessavano prevedeva la creazione dei mezzi e degli strumenti finalizzati all’incremento e alla conservazione del potere.
Un potere totale e irresistibile che, proprio come nel Castello, diveniva sempre più forte rendendosi introvabile. Scrive ancora la Arendt:

«L’unica regola su cui si può contare in un regime totalitario è che quanto più un’istituzione è in vista, tanto meno autorità possiede, e quanto meno è conosciuta, tanto più potente finisce per apparire».

Le condanne arbitrarie e gratuite erano all’ordine del giorno; bastava un sospetto, e molto spesso nemmeno quello, per diventare carne da macello. Ciò valeva per tutti coloro che sottostavano al regime; come dimostrano le epurazioni interne allo stesso Partito nazista, e in modo ancora più lampante all’interno di quello comunista, quasi nessuno poteva dirsi al sicuro. Proprio come Josef K., da un giorno all’altro il cittadino si ritrovava accusato, e in quanto accusato automaticamente colpevole. La colpevolezza era accessoria alla condanna, la quale, in un sistema rovesciato, era la prima cosa a essere scritta.
Per quanto perverso, era un meccanismo con una sua logica, ed è di nuovo ad Hannah Arendt che dobbiamo rivolgerci per una descrizione precisa dei casi in cui la superfluità della colpa raggiungeva l’estremizzazione. I fenomeni che lei ha descritto possiedono nomi rivelativi quali «nemico oggettivo»«delitto possibile»: il primo era il nemico che il regime stesso si era scelto a prescindere dall’effettiva esistenza di una minaccia portata da una o più categorie sociali (gli ebrei per il nazismo, per esempio); il secondo invece era un reato che il regime reputava semplicemente come possibile e questo bastava perché si procedesse concretamente alla punizione; non sarebbero state fatte verifiche di nessun tipo, ma qualcuno di scomodo o malvisto oppure caduto in disgrazia ne avrebbe pagato ugualmente le conseguenze. La colpa più che superflua, quindi, era congenita all’individuo, faceva parte di lui e a volte nasceva addirittura con lui, e per questo non doveva mai essere appurata.

Ma Kafka è andato anche oltre. Sebbene nei suoi scritti non ci siano riferimenti diretti ai totalitarismi (è morto ancora prima che si realizzassero), le descrizioni psicologiche e comportamentali da lui fatte si inseriscono così opportunamente e a fondo nel solco tracciato dalla modernità da rappresentare un precedente, o quantomeno una pietra di paragone da tenere vicino quando si parla di regimi totalitari, e perfino di Olocausto.

Albert Speer
Una parata davanti alla Tribuna Zeppelin di Norimberga nel 1935 (Hulton Archive/Getty Images)

Il racconto Nella colonia penale (1919) ha per protagonista un esploratore che viene istruito da un ufficiale riguardo al funzionamento di una nuova macchina irta di aghi con cui infliggere le punizioni ai condannati. Nel caso specifico si tratta di scrivere sul corpo del colpevole «il comandamento che ha violato». Sul posto sono presenti anche un soldato e il condannato che dovrà sedersi sulla macchina, tuttavia il racconto è quasi interamente occupato dal dialogo fra l’esploratore e l’ufficiale, dove alle domande sbigottite del primo corrispondono le risposte dettagliatissime e compiaciute del secondo. L’ufficiale è particolarmente entusiasta e ci tiene a rivendicare il suo contributo al perfezionamento di quell’arnese. I concetti che già abbiamo visto all’opera nel Processo fanno presto la loro comparsa attraverso le domande dell’esploratore, il quale chiede se il condannato conosca la sua pena:

«”No” rispose l’ufficiale, e voleva continuare subito le sue spiegazioni, ma l’esploratore lo interruppe: “Non conosce la propria condanna?”. “No” ripeté l’ufficiale, e tacque per un istante, quasi esigesse dall’esploratore una giustificazione più precisa alla sua domanda e aggiunse poi: “Sarebbe inutile comunicargliela, tanto imparerà a conoscerla sul suo corpo” […]. “Ma saprà almeno di esser stato condannato?”. “Neppure questo” rispose l’ufficiale, sorridendo all’esploratore, quasi attendesse da lui qualche altra strana confidenza. “No!” disse l’esploratore, passandosi una mano sulla fronte “allora quest’uomo non sa, neppure ora, come è stata accolta la sua difesa?” “Non ha avuto modo di difendersi” disse l’ufficiale, guardando da una parte, quasi parlando fra sé, per non umiliare l’esploratore a raccontargli cose assolutamente ovvie.

Non è certo la prima volta che gli scenari descritti da Kafka vengono accostati alla realtà concentrazionaria messa in opera dal regime nazista, dove chi finiva nei campi di sterminio non aveva contezza di quale sorte era ad attenderlo, tuttavia in questo racconto Kafka fa almeno un paio di passi avanti in più.
Dice poco dopo l’ufficiale:

«Il principio secondo cui decido è questo: la colpevolezza è sempre fuori discussione. Altri tribunali non possono seguire questo principio, perché sono formati di più persone e hanno inoltre sopra di sé istanze superiori. Ma qui non è così […].»

Vi ricordate del «nemico oggettivo» di prima? Egli non era altro che un individuo appartenente a una categoria sociale che il regime totalitario si era scelto come nemico basandosi non sui fatti, ma soltanto sulla propria ideologia. La colpa del «nemico oggettivo» era verità perché era stato il regime, dall’alto del suo potere dittatoriale, a dire che lo era.

Il secondo passo in avanti è di natura maggiormente psicologica e ancora una volta Kafka sembra aver anticipato i tempi. Mentre il condannato è già legato sulla macchina e anche gli ultimi preparativi stanno per essere completati, succede qualcosa di inatteso:

«L’ufficiale continuò a tacere, si rivolse verso la macchina, afferrò una delle sbarre d’ottone e, rovesciandosi un po’ indietro, guardò in su verso il disegnatore, come per verificare se tutto fosse in ordine: il condannato faceva dei cenni al soldato, per quanto gli riuscisse molto difficile, stretto com’era dalle cinghie; il soldato si chinò verso di lui; l’altro gli sussurrò qualcosa e il soldato accennò di sì con la testa.»

Aiutati dalla situazione che, a causa della contrarietà dell’esploratore nei confronti di quella pratica, va per le lunghe, condannato e soldato fanno amicizia.

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Franz Kafka, “Mann zwischen Gittern” (1924)

Il racconto prosegue poi fino ad arrivare alla liberazione del condannato:

«Il soldato e il condannato non si occupavano che di se stessi. La camicia e i pantaloni del condannato, che eran giù nella fossa, vennero tirati fuori dal soldato con la punta della baionetta. La camicia era terribilmente sporca e il condannato la lavò nel secchio d’acqua. Quando poi indossò camicia e pantaloni, tutti e due scoppiarono in una risata, perché eran tagliati dietro da cima a fondo. Il condannato credeva forse d’aver l’obbligo di divertire il soldato: gli si mise a girar dinanzi con quel vestito tagliato, e il soldato, accoccolato per terra, si batteva le mani sui ginocchi ridendo.»

La complicità fra i due si rafforza fino a scambiarsi dei favori. Ciò non è affatto strano: l’amicizia fra prigioniero e aguzzino è una storia vecchia quanto lo è quella dei reati dell’uomo, eppure non è la storia raccontata da Kafka. Qui non c’è un reato, un perché oggettivo, c’è soltanto una colpa che deve essere espiata. Si tratta di una differenza sostanziale che, considerata in relazione a tutta la serie di contenuti visti fino a qui, pone l’accento sullo stesso tipo di dinamica che esploderà poi nei Lager tra SS e Häftlinge, i prigionieri che là finivano per il semplice fatto di essere ciò che erano. Il collaborazionismo di quest’ultimi, a cui ho dedicato un precedente articolo partendo dal concetto di zona grigia in Primo Levi, non ha apparentemente niente in comune con quello che avviene Nella colonia penale, ma in realtà qualcosa c’è. L’arbitraria assegnazione di una colpa che deve essere espiata senza che il condannato abbia contezza di tutto ciò è stata un’esperienza che il mondo ha conosciuto per la prima volta con Auschwitz, ma che in letteratura Kafka ha saputo in qualche modo anticipare. In quest’ottica, anche la complicità fra condannato e soldato così come si costituisce all’interno del racconto appare del tutto diversa all’interno della casistica delle relazioni umane. Ciò è dovuto alla colpa, alla particolarità della sua natura, la quale non piega (o almeno non subito) la volontà di capire del condannato, facilitando in questo modo la sua disponibilità al collaborazionismo, che egli deve intendere come l’unica possibilità che gli si offre per razionalizzare l’assurdità della sua sorte.

A Kafka non si deve nessuna profezia, tanto meno quella dell’Olocausto. A Kafka va però riconosciuto un merito su tutti, quello di aver sentito il polso del suo tempo e averne tratte alcune conclusioni immediate prima che il male esplodesse in tutta la sua mostruosità; fra queste conseguenze, troviamo una descrizione molto precisa di ciò che avviene quando un potere troppo forte si nasconde dietro una schiera di uffici e di burocrati, i quali, per essere stati privati a loro volta della visione complessiva del proprio operato, hanno reagito irrigidendo la loro adesione al sistema per mezzo di un’obbedienza cieca e acritica, nella quale nessuno si sorprende più di nulla ed è normale scoprire di essere stati condannati per una colpa che non ti verrà mai spiegata proprio perché non esiste nessuno che la conosca.

La saga dei Melrose, parte II: “Cattive notizie”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo secondo articolo proseguo la serie iniziata dieci giorni fa, tutta concentrata sulla saga di Edward St Aubyn.
Il volume in oggetto è intitolato Cattive notizie (Bad news) e prosegue la storia iniziata con Non importa.
In merito al primo volume mi occorre fare una precisazione cronologica, poiché avevo scritto che:

«Siamo infatti (presumo), intorno agli anni ’70/’80 del ‘900. Il dato si può dedurre da alcuni elementi di contesto, quali il riferimento ad astronavi e uomini nello spazio (dunque un termine post quem che parte almeno dal 1969) ma la presenza dei passaporti per andare dall’Inghilterra alla Francia (e quindi un termine ante quem non posteriore al 2004, anno in cui l’accordo di Schengen fu esteso anche a beneficio del Regno Unito).»

Bene, il dato cronologico viene meglio definito all’interno del secondo romanzo. Patrick Melrose, qui ventiduenne, dichiara a un personaggio la data di nascita del padre: nove Giugno 1906. Dunque se in Non importa David ha sessant’anni, siamo nel 1966. Ne consegue che Patrick (il quale allora ne aveva cinque) è nato nel 1961 e che questo romanzo è ambientato nel 1983.

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Fatte le dovute precisazioni, possiamo andare avanti: Patrick Melrose è un drogato.
L’infanzia terribile che ha vissuto (ricorderete la presenza mortificante del padre, la distanza della madre, il terrore psicologico che aleggiava costantemente nell’aria) lo ha condotto sulla via perennemente in discesa delle sostanze stupefacenti, con l’effetto collaterale che la risalita è spesse volte del tutto impossibile.
Ci troviamo a New York e, come apprendiamo dalle primissime pagine del volume, Patrick si trova nella Grande Mela per recuperare il corpo di suo padre, morto qualche giorno prima. L’intero romanzo è incentrato sul recupero delle ceneri di David e sulla breve permanenza di Patrick nella città, in un doppio viaggio nell’intimità del nuovo protagonista della serie: uno fra i suoi pensieri e i ricordi turbati, l’altro fra le sue allucinazioni dovute all’assunzione di droghe, principalmente cocaina ed eroina.

Il senso generalizzato di disgusto del primo volume subisce, in questa seconda parte, un’evoluzione in termini psicologici, concettuali e narrativi. Da una visione diffusa, cioè dai plurimi punti di vista, la via si stringe drasticamente fino ad arrivare all’unica visuale che viene concessa a chi legge: quella di Patrick.
Il suo sguardo è ipercritico, disincantato all’inverosimile, deluso, amareggiato. Ciò che i suoi occhi e il suo intelletto (acuto nonostante le droghe, ma che va via via indebolendosi a detta dello stesso Patrick) percepiscono per primi sono la palese ridicolaggine che caratterizza i personaggi secondari che costituiscono lo sfondo e il contesto sociale e di riferimento di New York: ricchi uomini d’affari compiaciuti della loro superficialità e pochezza, le loro mogli anoressiche e depresse. Al lato opposto, l’altra faccia di New York, ci sono tassisti immigrati che non parlano l’Inglese e spacciatori consumati, resi irriconoscibili dal loro abuso di droghe.

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Abuso cui non sfugge nemmeno Patrick: il suo continuo uso di sostanze, reso tale anche dall’abbondante disponibilità economica che glielo permette, scandisce il ritmo di tutte le sue giornate. Lui non sa che ore sono guardando l’orologio, lo sa perché è perfettamente conscio della durata degli effetti di ogni droga che assume e, quando questi finiscono, calcola in un istante quante ore sono passate dall’ultima assunzione.
Di queste assunzioni, St Aubyn ne fa sempre accurate descrizioni: mostra con dettagli scientifici le vene che si gonfiano, il diverso colore che hanno, e soprattutto come queste si trasformino nel giro di pochi istanti nel vettore che apre nuovi spaventosi mondi. Gli effetti delle droghe, lo sappiamo bene anche se non ne facciamo uso, sono notoriamente devastanti, ma difficilmente sappiamo cosa succede: terrore iniziale, sudore, allucinazioni, differente percezione dei nostri sensi, della spazialità del nostro corpo, tremore, catalessi.
Un passaggio in particolare merita un encomio: dopo una serata passata a procacciarsi la sua preziosa dose, Patrick diventa la preda di una forte allucinazione, la quale prende la forma di una scissione della personalità in almeno una decina di voci diverse. Queste parlano tutte a turno e con modi e stili diversi, inscenando dialoghi a metà strada fra il surreale e il tragicomico. Un esercizio di stile che non vedevo da Il nome della rosa e che merita un plauso alla bravura dell’autore.

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Il mondo che popola New York e che diventa carotaggio del genere umano è un mondo da cui non c’è molto da aspettarsi, meglio fuggire. Fuggire dal ricatto di una vita che chiede il conto, fuggire dal ricordo terribile di una persona che però viene costantemente elogiata dagli altri, fuggire dalle proprie memorie e, perché no, fuggire da sé stessi.
Il tempo di Patrick è un tempo diverso, lento e acceso nello stesso istante, che oscilla fra la volontà di far passare le ore e quella di non sciupare troppo in fretta gli effetti delle droghe. Quali sono le cattive notizie che ci si presentano, quindi? La morte di una persona cara? La nostra condizione di solitudine? O forse la consapevolezza che da questo mondo non c’è via d’uscita?

 

Saluto ad Andrea Camilleri, creatore di mondi

Di Andrea Carria

 

Questa mattina lo scrittore Andrea Camilleri ci ha lasciati. Noi dello Specchio di Ego ci uniamo ai parenti e al resto del mondo della cultura per un ultimo saluto al Grande Maestro.

Camilleri era nato il 6 settembre 1925 a Porto Empedocle (Ag) e nella sua lunga e onorata carriera ha raccontato la Sicilia in tutte le sue sfumature. Come succede solo ai più grandi quando la loro arte si appropria di qualcosa, dopo Camilleri la Sicilia non è più la stessa. O meglio, non è più solo una: c’è infatti la Sicilia e la-Sicilia-di-Camilleri. La Sicilia come luogo geografico, storico e culturale che si impara a conoscere a scuola e che poi si va visitare, magari per una bella vacanza, e la Sicilia così come Camilleri l’ha raccontata nei suoi romanzi: un luogo a sé, un personaggio a sua volta animato da un carattere proprio, una creatura che l’Arte ha preso in prestito dalla realtà per foggiare qualcosa di nuovo, di unico.

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Andrea Camilleri, cassatina sulla terrazza a Marinella (disegno di Serena Stelitano)

Montalbano, il più famoso dei suoi personaggi, è un’icona indiscussa del genere poliziesco tanto in Italia che all’estero. All’estero, sì, proprio all’estero, dove, se la letteratura italiana contemporanea continua ad arrancare, Camilleri si è guadagnato un’acclamazione meritatissima che nel Novecento è riuscita solo ai più grandi fra i nostri connazionali: Italo Calvino, Primo Levi, Umberto Eco e pochissimi altri.
Ma nel caso di Camilleri si è trattata di un’impresa doppiamente titanica: conquistare i lettori di tutto il mondo malgrado le difficoltà di traduzione imposte dal dialetto siciliano. Per il quale si è ripetuto lo stesso sdoppiamento che si è visto nel caso della Sicilia: il siciliano, dialetto profondamente radicato nel territorio e restio ad allontanarsene, e il-siciliano-di-Camilleri, lingua letteraria del XXI secolo globalizzato contro ogni aspettativa.

Ma non solo Montalbano. Camilleri ha scritto anche tanto altro: romanzi, racconti, sceneggiature, programmi radiofonici e televisivi. Con la Rai, del resto, Camilleri ha avuto un lungo e fruttuoso sodalizio, il cui ultimo atto è andato in onda lo scorso 5 marzo su Rai 1: Conversazione su Tiresia. Da solo sul palco del teatro greco di Taormina, seduto su una poltrona, Camilleri ha guidato il suo pubblico alla riscoperta di un mito antico. Un lungo monologo che sembrava giunto sugli schermi dopo aver attraversato le nebbie del tempo, a cui la voce rauca del Maestro pareva donare materia.

A 93 anni eccolo lì, Andrea Camilleri, ancora lucido, ancora saggio, ancora ammaliante, ancora pieno di storie da raccontare. I minuti passavano e intanto si rafforzava la convinzione che da quel palco non sarebbe più sceso, che non se ne sarebbe mai andato. È dunque così che voglio ricordarlo: seduto sulla poltrona al centro del teatro, come un amico, come un nonno a cui nessuno può mettere fretta perché sa di avere dalla sua parte l’eternità del tempo.

Grazie, Andrea

Storie e voci dalla campagna aretina: “I misteri della porta accanto” di Lorenza Maria Mori

Di Andrea Carria

 

Nell’articolo di oggi, cari lettori, vi parlerò di un libro fresco di stampa con il quale sono entrato immediatamente in sintonia. I misteri della porta accanto (Porto Seguro Editore) è il secondo libro di Lorenza Maria Mori, una brava autrice della mia terra che nel 2013 ha esordito con il volume autobiografico È il freddo di questa notte (Edizioni Archivio Dedalus).

Più che il secondo libro, I misteri della porta accanto è il primo romanzo della Mori; vale la pena specificarlo fin d’ora, in quanto l’approdo al romanzo costituisce un punto di svolta significativo nell’attività di ogni autore, ossia il superamento di un bel traguardo personale.

Il romanzo ripercorre la storia di una famiglia toscana tra i primi anni Ottanta e la fine degli anni Novanta. La protagonista, Lisa, va a vivere insieme al compagno (e poi marito), Sandro, nel podere di campagna di San Bartolo, alle porte di Arezzo. Il podere prima era stato della madre di Lisa, la quale l’aveva tirato a lucido investendoci grande passione ed energie. Scegliendo San Bartolo come posto in cui costruire la propria famiglia, Lisa diventa quindi l’erede materiale e soprattutto morale del lavoro della madre, la quale rimane un punto di riferimento fondamentale per tutta la storia anche quando, nella seconda parte del libro, gli avvenimenti prendono il sopravvento sugli aneddoti e sui ricordi che invece caratterizzano la prima parte — la quale, proprio per questo motivo, si presenta come la più frammentaria fra le due.

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Luigi Bechi (1830-1919), Casolare a Castiglioncello, olio su tela

San Bartolo, nelle descrizioni della Mori, appare come un luogo incantato. La sua terra è generosa e se le vengono dedicate le attenzioni che richiede produce frutti in abbondanza in ogni stagione: ortaggi saporiti in primavera e in estate, uva da trasformare poi in vino in autunno, olive da raccogliere e spremere prima che cadano le gelate invernali, e poi ancora frutti di stagione dolci e succosi, erbe selvatiche che bisogna imparare a riconoscere al pari dei funghi che spuntano nei boschetti circostanti, e fiori con cui abbellire il giardino dove i cani e i gatti della famiglia possono scorrazzare in libertà.

La vita in quel posto sarebbe un idillio se solo i Biagini lo permettessero. Menchino Biagini, il marito, e la Ilia, la moglie, sono due contadini che vivono nel casolare confinante con la proprietà di Lisa. Sebbene non ne siano i proprietari ma dei semplici fittavoli (i “padroni”, come i Biagini comunemente si esprimono, abitano a Milano), i due coniugi — anziani, ma non per questo meno temibili — trattano l’intera collina di San Bartolo come se fosse cosa loro. Sono persone semplici e rozze, nate e cresciute in luoghi sperduti da cui hanno preso solo le peggiori caratteristiche. Arezzo è a pochi chilometri — da San Bartolo, il campanile del duomo pare che si possa afferrare con la mano — eppure, dopo tutti gli anni che vivono lì, i Biagini non si sono mai lasciati ingentilire nei modi. Anzi, sono stati loro a trapiantare a valle le usanze più primitive dei monti dell’Appennino da cui provengono. Considerandosi i proprietari di tutto, non rispettano né i confini né le proprietà altrui; impongono la loro volontà in maniera surrettizia, mai limpida, ricorrendo spesso e volentieri al sabotaggio, alle minacce, alle vendette, al furto. Il furto, in particolare, è la loro specialità: prosciutti, salumi, litri di vino e di olio, polli, tutto ciò che può essere portato via a piedi attraverso i campi viene trafugato.

A farne le spese sono in molti, ma in particolare sono Lisa e la sua famiglia, per i quali è difficile difendersi perché non hanno prove. Ma, se sui furti di qualche pollo o di qualche ortaggio si può anche chiudere un occhio (in fondo i Biagini non sono che ladruncoli saltuari, sfruttano l’occasione e, in genere, non arrecano gran danno), quando a essere in pericolo è la vita stessa (degli animali, ma anche delle persone), Lisa e Sandro decidono finalmente di opporsi, e la loro reazione porterà allo scoperto una serie di fatti e di verità in grado di riscrivere la storia recente non solo di San Bartolo, ma anche di Arezzo, dove, proprio durante il suo periodo più florido, si era da tempo adagiata la mano invisibile della massoneria e della P2…

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I misteri della porta accanto è un semplice romanzo solo all’apparenza. Le sue pagine racchiudono significati profondi e messaggi di umanità che il lettore non può non cogliere. Nonostante i dissidi e la cattiveria che ho appena finito di evocare, quello che la Mori riesce a trasmettere è una lezione preziosa sulla convivenza e su ciò che di bello ha da offrire a ciascuno. Convivenza non solo fra gli uomini, che come ho detto può essere difficilissima da realizzare, ma anche fra gli animali e le piante, i quali — spesso ce ne dimentichiamo — vivono ininterrottamente fra noi e insieme a noi, e hanno proprio per questo una grandissima importanza sulla qualità della nostra esistenza. Nel libro, la loro è molto più che una semplice presenza: cani, gatti, uccelli e moltissime altre creature che vivono intorno a San Bartolo sono dei personaggi a tutti gli effetti, i protagonisti di interi capitoli. Anche loro hanno un carattere, delle abitudini, dei sentimenti. Gioiscono e soffrono al pari degli uomini e spesso sono proprio loro a pagare il prezzo più alto, pedine sacrificabili nelle mani di giocatori (umani) avidi e senza scrupoli. Non è facile trattare materiale simile all’interno di un romanzo, tenendosi al tempo stesso lontani sia dalle approssimazioni che dai luoghi comuni, e la bravura della Mori consiste appunto nell’essere riuscita a trasmettere per ciascun essere vivente quella che, usando un termine improprio, è la sua personalità.

Ma c’è anche un’altra cosa che ho apprezzato del libro: l’autenticità. Benché sia un romanzo, I misteri della porta accanto è anche una galleria ricchissima di esperienze, volti e fatti di vita vissuta. L’autrice lo specifica nella nota conclusiva al racconto, ma questo il lettore lo aveva già capito da un pezzo, da solo. Sul piano delle probabilità c’è uno scarto sottilissimo fra realtà e immaginazione, ma quando si costruisce un romanzo non è più una questione di statistiche e ciò che vi metti di reale o di immaginario, e in che quantità, deciderà del respiro che avrà l’opera, e tu sarai l’ultima persona a saperlo. Anche il romanzo della Mori, dunque, parla al suo posto e delle sue scelte di scrittrice. Se ne leggono poche pagine ed è subito chiaro che la materia che sta trattando è di prima o di primissima mano. Ce lo dice il respiro della pagina, ma il respiro della pagina è fatto a sua volta di tanti, piccoli dettagli che la mente riconosce come autentici e che, per quanto ispirata possa essere, la sola immaginazione dell’autore non avrebbe saputo rendere altrettanto vividi.

Di questa autenticità partecipano in maniera speciale le battute in aretino dei personaggi, dove — e qui, mi perdonerete, sono giocoforza orientato nel giudizio dalla comune provenienza — per me è stato bello ritrovare la lingua di casa. Non so se qualcuno di voi ha mai provato a scrivere nel proprio dialetto, comunque posso assicurarvi che è tutto tranne un’operazione facile. Bisogna mettersi in modalità di ascolto, risentire frasi ed espressioni note di cui però, magari, esistono molte varianti e quella che cerchi è proprio la variante che non senti da più tempo. E poi le parole. Non bastano che siano quelle giuste, ma all’interno della frase le parole giuste devono anche stare nelle posizioni giuste e combinarsi le une con le altre in modo da restituire la cadenza e l’intonazione originaria, altrimenti il risultato non riesce e gli accrocchi, in casi come questo, proprio non funzionano… insomma, se non è lavoro da filologi e linguisti, poco ci manca!
Questa digressione mi è servita per far capire quanto il risultato conseguito da Lorenza Maria Mori sia da apprezzare. E chi meglio di un suo conterraneo che, leggendo certi passaggi del libro, s’è piegato ‘n due dalle rise (come, appunto, si direbbe ad Arezzo) potrebbe dirlo?

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Sì, dalle rise, perché I misteri della porta accanto è un libro dolce e amaro, divertente e malinconico allo stesso tempo. In esso c’è tanta vita, e la vita, si sa, recita sia il buono che il cattivo tempo. E in questa storia, in questa storia di vita, di campagna e di provincia, troviamo tutto mescolato. Troviamo la genuinità del mondo contadino come oggi non esiste più insieme alla sua parte più cruda e nera. Troviamo la gioia per le piccole cose insieme alla sofferenza che solo i dolori più grandi sanno dare. Troviamo l’apparenza e il pregiudizio che nascondono — ma per fortuna non soffocano — l’essenza e la verità. C’è posto per la cattiveria, per l’arroganza, per la piccolezza degli esseri umani, ma anche per la loro bontà, per la loro schiettezza, per il loro amore. Troviamo l’Uomo, e con esso la sua parte che vorrebbe piegare la natura ai propri capricci e quella che invece fa di tutto per vivere in armonia con essa. E così per tutto il libro, dove insieme alle tante qualità che ho evidenziato fin qui ci imbattiamo pure in quelle piccole imperfezioni che ogni opera artigianale — come alla fine ogni romanzo è (o dovrebbe essere) — porta con sé.

Sono sicuro che molti di voi, cari lettori, leggeranno I misteri della porta accanto. Sono altresì sicuro che la maggior parte di voi, influenzati dal titolo e della copertina, lo leggerà pensando a esso come un libro che racconta una storia familiare misteriosa, a tratti inquietante. Ebbene, io non posso dirvi se abbiate ragione oppure no, posso però dirvi come l’ho trovato io: un libro fresco, sincero e piacevolmente empatico, una vera storia della porta accanto, ma anche una storia di libertà e sulla ricerca della libertà. La libertà di scegliere, di mettere e sapersi mettere in discussione, la libertà di reagire alle provocazioni o quella di dimostrarsi superiore. È un libro sulla libertà perché tutti gli elementi e i caratteri che ricordavo poco sopra non si pongo mai in opposizione gli uni agli altri, aut-aut, ma coabitano lo stesso spazio, lo stesso areale, la stessa mente, dando anche da questo punto di vista una grande lezione sul significato di concetti importanti come rispetto, convivenza e inclusione.