In ricordo di Benjamin Fondane

Di Andrea Carria

 

Ormai lo sapete: a noi de “Lo Specchio di Ego” piace dare spazio agli autori dimenticati o da riscoprire, augurandoci di fare, nel nostro piccolo, una buona divulgazione. In articoli precedenti abbiamo trattato di scrittori ancora poco conosciuti in ambito italiano, come Jean Améry ed Hermann Broch, e di romanziere quali l’irlandese Maria Edgeworthche è stata una scoperta recente anche per noi. Oggi io proseguirò su questa scia parlandovi di un autore, un filosofo, che il mondo ha seriamente rischiato di dimenticare: Benjamin Fondane. Di cui, fra pochi giorni, ricorrerà il centoventesimo anniversario della nascita.

Benjamin Fondane, all’anagrafe Benjamin Wechsler, nacque infatti a Iaşi, nella Moldavia rumena, il 14 novembre 1898. La sua famiglia, appartenente alla borghesia locale, vantava referenze culturali di tutto rispetto: il nonno materno, Benjamin Schwarzfeld, era un insegnante nonché il fondatore della prima scuola ebraica di Iaşi, mentre gli zii, i fratelli della madre, Adele, erano studiosi dell’ebraismo. Stimolato da un ambiente domestico culturalmente vivo, il giovane Benjamin cominciò a interessarsi precocemente alle lettere scrivendo su alcune riviste studentesche, dove prese l’abitudine a firmarsi con lo pseudonimo di Fondoianu. Ma la svolta della vita, per lui, arrivò nel 1923, quando, a venticinque anni, si trasferì a Parigi. Fu un viaggio dolce e amaro allo stesso tempo, dove l’entusiasmo per la Francia e la sua cultura — per lui, da sempre fonte di fascinazione — era controbilanciato dall’esperienza dell’esilio dalla terra natia (il mito di Ulisse rimase un punto di riferimento costante nella sua produzione poetica e filosofica), e dal senso di estraniazione dovuto all’abbandono della lingua materna. Ma Parigi, comunque, aveva molto da offrire a un giovane di belle speranze come lui, e col tempo Fondane seppe inserirsi sempre più a fondo nel tessuto culturale della capitale francese, intrecciando una significativa rete di relazioni professionali e intellettuali.

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Fra gli anni Venti e Trenta del XX secolo, Parigi era stata scelta come nuova patria da numerosi scrittori e intellettuali che, per un motivo o per altro, avevano dovuto lasciare i propri paesi di origine. Molti, come Fondane, provenivano dai paesi dell’Est Europa: i filosofi Nikolaj Berdjaev e Lev Šestov, in esilio dopo l’ascesa del regime comunista in Russia; stessa sorte toccata alle scrittrici Nina Berberova, poi destinata alla carriera accademica negli Stati Uniti, e alla meno fortunata Irène Némirovsky; ma anche giovani e promettenti autori rumeni, spesso beneficiari di borse di studio, come Constantin Noica — che poi scelse di tornare in patria —, Eugène Ionesco, Stéphane Lupasco, Constantin Brâncuși ed Emil Cioran. Con alcuni di loro, Fondane strinse vera amicizia (come col poeta ebreo-rumeno Ilarie Voronca o lo stesso Cioran), ma solo con uno realizzò il sodalizio intellettuale più fruttuoso, in grado di rappresentare l’altra, grande svolta della sua vita: Lev  Šestov.

Se, prima di incontrare Šestov a casa di Jules de Gaultier (ricordato ancora oggi come il filosofo del bovarismo), qualcuno avesse chiesto a Benjamin Fondane come si considerasse, con ogni probabilità avrebbe risposto poeta o drammaturgo, ma di certo non filosofo. Fu infatti di Šestov il merito del primo, vero apprendistato filosofico di Fondane, il quale, tra il 1926 e il 1929, approfondì il pensiero degli autori allora più di moda, affiancando alla lettura di Husserl e di Heidegger anche quella delle opere del suo maestro. Di lì a poco tempo, Fondane divenne un vero esperto del pensiero šestoviano, scrivendo articoli (fra cui Rencontres avec Léon Chestov, 1937) e tenendo conferenze sulla sua filosofia (una delle quali svoltasi in Argentina su invito della scrittrice Victora Ocampo, nel 1929). Parallelamente, Fondane uscì dalla crisi che lo aveva colto all’inizio del suo soggiorno parigino, dovuta alla difficoltà di individuare un’identità intellettuale propria e di farlo scrivendo in una lingua diversa dal rumeno. Sul finire degli anni Venti, intensificò la collaborazione con le riviste letterarie («Unu», «Cahiers du Sud», «Cahiers Bleu», «Sur»), così come la pubblicazione dei suoi libri. Nel 1933, due anni dopo il matrimonio con Geneviève Tissier, conosciuta anni prima all’istituto assicurativo dove aveva trovato un primo impiego, pubblicò Rimbaud le Voyou, una sorta di biografia filosofica in cui criticò le appropriazioni indebite della figura del poeta dopo la sua morte da parte di varie scuole letterarie e di pensiero. Nel 1936 replicò con La Conscience malheureuse, quindi, due anni dopo, con il Faux Traité d’esthétique, un’opera che aveva cominciato parecchi anni prima e in cui Fondane delineò la sua, personale concezione della poesia in opposizione ai canoni tradizionali promulgati dalle università e dalle accademie.

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Palazzo della Cultura di Iaşi (Romania), città natale di Benjamin Fondane.

Ma la posizione di pubblicista affermato, in confidenza con la crema dell’ambiente culturale francese (alle personalità nominate in precedenza, si potrebbero aggiungere i nomi di Tzara, Cocteau, Copeau, Bachelard, GideArtaud), non  era destinata a durare. Un primo brutto colpo arrivò nel 1938 con la morte di Šestov; quindi, di lì a pochissimi anni, con la caduta della Francia e Parigi occupata dai nazisti, per Fondane cominciò il periodo più lungo e difficile della sua vita. In quanto ebreo, non era più libero di muoversi come un tempo (per assistere ai corsi di Bachelard alla Sorbona senza andare incontro a spiacevoli conseguenze, pare fosse solito sostare in uno stanzino attiguo all’aula), inoltre la spada di Damocle della deportazione era costantemente appesa sopra la sua testa. Scrivere, pubblicare era diventato più arduo, così come recuperare libri e mantenersi aggiornato. Tuttavia egli non venne mai meno alla sua attività di libero pensatore. Continuò a interessarsi, a studiare, a scrivere fino all’ultimo. L’ultima versione dell’Ulysse, la maggiore delle sue raccolte poetiche, risale proprio a quel periodo, mentre sarebbe rimasto inedito il libro Baudelaire et l’expérience du gouffre, pubblicato solo nel 1947.

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Arthur Rimbaud (1871)

Il suo ultimo testo filosofico venne ultimato pochissimi giorni prima l’arresto da parte dei nazisti. Le Lundi existentiel et le dimanche de l’histoire — titolo ispirato da un brano del Processo di Franz Kafka — è un breve saggio che Fondane scrisse su incarico di Jean Grenier (già professore di Albert Camus ad Algeri) in vista della pubblicazione del volume collettaneo, presso Gallimard, L’Existence (1945), una raccolta di contributi sulla filosofia esistenziale che, proprio in quegli anni, si stava velocemente sviluppando. Leggendo il saggio, che inizia con un attacco a Hegel e alla sua visione della storia, si può subito cogliere la penetranza della riflessione fondaniana, la sua abitudine a scendere a fondo nell’analisi delle cose, combinando felicemente insieme accuratezza e attenzione per le sfumature. Colpisce, inoltre, il grado del suo aggiornamento sulle questioni affrontate (ricordiamoci che Fondane stava scrivendo in piena Seconda guerra mondiale, da ebreo sotto l’occupazione tedesca della Francia e, letteralmente, a un passo dalla deportazione), dove cita non solo gli autori del cosiddetto primo esistenzialismo (Heidegger, Jaspers, Marcel, lo stesso suo maestro, Šestov) e i filosofi dell’angoscia (angst), loro precursori (Kierkegaard, Nietzsche), ma anche i giovani e rampanti pensatori della seconda generazione esistenzialista (Camus e Sartre), con i quali polemizza per aver ridotto l’esistenza a una «mancanza» da cui, filosoficamente, trae beneficio solo il loro nuovo interesse per il Nulla (Sartre), o di aver frainteso il pensiero dei filosofi a cui dicono di richiamarsi (Camus).

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Camille Pissarro, “L’Avenue de l’Ópera con pioggia” (1898).

Il 7 marzo 1944 Benjamin Fondane e sua sorella Line vennero arrestati e condotti a Drancy. La moglie Geneviève, aiutata dagli amici più cari, tra i quali Cioran, riuscì a ottenerne la scarcerazione provando il suo status di cittadino francese sposato con un’ariana, ma Fondane rifiutò quell’ultima scappatoia per non essere costretto ad abbandonare la sorella, con lui a Parigi fin dal 1924. Internati ad Auschwitz il 30 maggio, morirono entrambi nelle camere a gas nei primissimi giorni di ottobre di quello stesso anno.

«È a voi che parlo, uomini degli antipodi, / parlo da uomo a uomo, / con il poco che in me rimane dell’uomo, / con il poco di voce che mi rimane in gola, / il mio sangue è sulle strade, possa esso, possa esso / non gridare vendetta! […]»

(B. Fondane, Préface en prose, 1942)

Dopo un lungo periodo di oblio, oggi l’opera di Benjamin Fondane, da qualcuno giustamente definito il «filosofo dei poeti», è oggetto di rinnovati studi sia in Romania che in Francia, dove dal 1997 ha sede la Société d’étude Benjamin Fondane, attualmente diretta da Monique Jutrin. Molte delle opere succitate sono disponibili in italiano, insieme ad alcuni studi critici, fra i quali ricordo quelli di Alice Gonzi (Università degli Studi di Siena-Arezzo) e Luca Orlandini.

“Sei malattie dello spirito contemporaneo” di Constantin Noica

di Andrea Carria

 

Catholite, todetite e horetite; ma anche ahoretia, atodetia e acatholia: sono questi i nomi delle sei malattie di cui, secondo Constantin Noica (1909-1987), soffre lo spirito. «Al di là delle malattie somatiche, identificate da secoli, e di quelle psichiche, individuate soltanto all’inizio del XX secolo, ne esistono altre di ordine superiore, che potremmo definire dello spirito»: l’incipit del saggio Sei malattie dello spirito contemporaneo, pubblicato per la prima volta in italiano da Carbonio Editore nel 2017, in occasione del trentennale dalla morte del filosofo romeno, non potrebbe essere più chiaro.

Anche lo spirito si ammala, dunque. E non solo lo spirito, bensì l’essere. In quanto «se il corpo e l’anima partecipano anch’essi dell’essere, solo lo spirito lo riflette appieno, nella sua forza come nella sua precarietà».

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Ma da cosa dipendono queste malattie? In cosa si sostanziano? Per Noica, la loro eziologia è riconducibile al modo in cui l’uomo si pone nei confronti del generale, dell’individuale e delle determinazioni, intendendo con quest’ultime il ventaglio di possibilità a sua disposizione sulla base del senso del generale che possiede e della propria dimensione individuale. Ogni uomo vive il generale e l’individuale in modo diverso, per cui anche le sue determinazioni saranno diverse, ma non è questa la cosa importante: per quante differenze possano infatti sussistere fra le esperienze particolari di ognuno, nessuna persona può permettersi di non avere rapporti con ciascuna delle tre categorie – siano questi concetti, opinioni o anche solo sentimenti –, in quanto anche il rifiuto di una sola delle tre corrisponde già a una malattia. Ma vediamole più da vicino.

La prima, la catholite, è la malattia in cui l’uomo si ritrova separato ovvero abbandonato dal generale (questo il significato della sua matrice greca, katholou), l’universalità, l’ordine superiore al quale egli aspira. Scrive Noica:

«Di fatto, nulla è privo di sensi generali, e poiché una realtà del presente, viva o morta, ha alle spalle qualche miliardo di anni, si incontrano innumerevoli sensi generali. Ciò nonostante, può mancarle, oppure essere incerto, il suo specifico generale, e l’uomo soffre, talvolta intensamente, per tale situazione».

Viene quindi la todetite (dall’espressione greca tode ti, “questa specifica cosa”), stigmatizzata da Noica come «la malattia della perfezione», comune per l’uomo «prigioniero di un senso generale che gli impedisce di trovare il proprio individuale adeguato». Terza è la horetite (da horos, “determinazione”), malattia che si manifesta quando le determinazioni sono preda di forti disordini e l’uomo non riesce a dare il giusto indirizzo alla sua volontà.

Ma le malattie dello spirito non scaturiscono soltanto dal divario fra ciò che l’uomo si aspetta e quello che alla fine trova, ma albergano anche nella presunzione con cui quest’ultimo pensa di poter rifiutare ciò di cui avverte la mancanza. Le successive tre sono quindi quelle che Noica definisce «malattie della lucidità», accomunate dall’impiego dell’alfa privativo nella costruzione del nome. Come rifiuto consapevole di ogni determinazione, abbiamo così l’ahoretia, che Noica vede ben rappresentata in Aspettando Godot di Samuel Beckett; l’atodetia, cioè il rifiuto dell’individuale, malattia di cui sono impregnate le pagine delle Critiche di Kant; per finire con la malattia più europea di tutte, la più fredda, l’acatholia, dove il rifiuto del generale è giunto a conseguenze talmente estreme da avere gravi ricadute sull’arte stessa.

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A ciascuna malattia, Noica dedica quindi un capitolo del libro. Il discorso è intessuto di termini e nozioni tecniche che rendono preferibile una discreta confidenza con le problematiche filosofiche, ciò nonostante lo stile non trattatistico del libro, unito alla chiarezza espressiva che la traduttrice, Mira Mocan, ha saputo mantenere nella nostra lingua, fanno di Sei malattie dello spirito contemporaneo una lettura che si rivolge a un pubblico medio-ampio. Non solo. L’approccio insolito con cui, per esempio, l’autore affronta alcuni temi da sempre centrali nella ricognizione filosofica è in parte compensato, a beneficio soprattutto del lettore non specializzato, dalla ricorrenza con cui Noica riprende i concetti cardine del discorso prima di procedere oltre con l’analisi, come se egli stesso si sia reso conto della novità del proprio scritto e del bisogno, per chi lo legge, di acquisire una certa familiarità con lo stile e la metodologia adottati.

Riguardo alla metodologia, Noica dimostra disinvoltura nel percorrere le piste teoretiche aperte dalla sua indagine, anche se il tipo di prove a supporto delle proprie tesi non sempre mi è parso adeguato o esaustivo. A ogni descrizione della malattia si accompagnano infatti esempi tratti dalla letteratura o dalla storia che dovrebbero testimoniare la sintomatologia tipica di ciascuna, tuttavia solo alcuni si dimostrano persuasivi, mentre altri avrebbero forse richiesto un esame più scrupoloso che desse maggior concretezza ad argomentazioni che non sempre trova appigli diretti nella realtà. A risentire di tale mancanza sono soprattutto gli esempi che Noica ricava dalla storia, dove gli utilizzi della categoria “popolo”, congiuntamente alla fugacità dei riferimenti, sembrano idealizzare determinate società a scapito del contesto di cause storiche, politiche e materiali nel quale sono inserite. Più mirati e spesso perfino illuminanti sono invece gli esempi letterari, come nel caso di Don Chisciotte, analizzato per descrivere l’horetite, o quello di Don Giovanni, usato per rappresentare l’acatholia.

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L’approccio inedito del saggio non fa però desistere Noica dal criticare altre posizioni intellettuali. A farne le spese sono il biologo francese Jacques Monod con il libro Il caso e la necessità e l’esistenzialismo. Per Noica, sia Monod che l’esistenzialismo sono casi di acatholia, dove l’uomo ha perso di vista il senso del generale. Nell’esistenzialismo, il generale è presente ma non più accessibile, e questo «conduce l’essere umano alla coscienza dell’esilio, come nella visione basata sulla scienza, oppure all’esasperazione, al tremore e all’angoscia». La sua paura del nulla è infondata in quanto, se il niente e il vuoto in natura coesistono perfettamente con il pieno e l’essere, allora anche il nulla dei vari Heidegger e Sartre non è che un «nulla determinato», vale a dire un problema relativo al piano d’indagine che questi filosofi si sono scelti e non qualcosa che interessa l’intera realtà, nella quale per l’uomo è comunque sempre possibile darsi da solo dei sensi generali. Secondo Noica, l’acatholia si distingue in una forma in cui l’uomo è consapevole della mancanza del senso del generale e in una dove invece non lo è. Monod e l’esistenzialismo appartengono entrambi alla prima, tuttavia, se verso l’esistenzialismo Noica sembra poter ancora riservare un’indulgenza paragonabile a quella che si concederebbe a un fratello che ha preso una cantonata, così non è nel caso del biologo francese, richiamato polemicamente anche in altri luoghi del libro. «Quando lo scienziato abbandona la sicurezza della sua specializzazione e sente il bisogno di filosofeggiare, è il soggetto che rischia più di altri di essere colto da questa seconda forma della malattia spirituale in esame», scrive di Monod. A suscitare la contrarietà del filosofo non sono le tesi che lo scienziato espone nel suo libro (che la vita si sia originata dal caso per poi diventare necessità con la perpetuazione delle specie è un pensiero presente in nuce già nella filosofia greca), bensì la tentazione, per una mente così perspicace e forte della propria scienza, di rivestire con una patina di novità concezioni note ormai da tempo.

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Ma Sei malattie dello spirito contemporaneo non si esaurisce qui, gli spunti di riflessione che offre sono molteplici e in conclusione l’autore dedica un capitolo intero allo spirito romeno. E non poteva essere diversamente. Vittima del regime comunista che lo condanna a dieci anni di residenza coatta e a venticinque di lavoro forzato di cui ne sconterà solo sei, Noica non poteva restare indifferente alle sorti del suo paese. In conclusione di questo articolo vorrei citare un brano del breve ritratto a firma del suo connazionale Emil Cioran e che l’editore Carbonio ha inserito in esergo alla pubblicazione. Sono parole bellissime, a loro modo vitali, le uniche che un grande scrittore avrebbe potuto tributare a un grande filosofo e amico, parole di un’emotività evidente anche per chi, come per me la prima volta che le lessi, nulla conosce di Constantin Noica:

«Come non si riesce a immaginare un santo deluso, così è impossibile figurarsi un grande filosofo modesto. Solo, ci sono dei gradi. La modestia profonda non lascia tracce, è incompatibile con la creazione di qualunque tipo. È una forma speciale di squilibrio che rappresenta la condizione indispensabile per l’attività intellettuale. Non ci si apparta nei Carpazi per fuggire dal mondo, ma per conquistarlo da lontano. Tutto ciò che nell’uomo è fecondo, è anche anormale. I solitari sono virtualmente dei conquistatori. Non si evitano gli altri per farsi dimenticare, ma per farsi valere. In Romania, Noica ha fatto la parte del conquistatore: è per questo che la sua solitudine non è stata un’abdicazione, bensì un trionfo».