Elizabeth e le altre: le personalità multiple in “Lizzie”, capolavoro di Shirley Jackson

Di Andrea Carria

 

È risaputo: un’efficace comunicazione commerciale non promuove soltanto il prodotto in questione, ma crea interesse tutt’intorno a esso. Questa semplice realtà è sotto agli occhi di tutti, ma ai miei è stata suggerita dalla serie tv l’Incubo di Hill House, la recente produzione targata Netflix che in Italia ha puntato un potente riflettore anche sull’omonimo romanzo di Shirley Jackson e sul resto della sua opera.

A questo romanzo ho già avuto modo di dedicare un articolo qualche tempo fa (visualizzabile qui), descrivendolo come un libro a cavallo fra il genere gotico e l’horror moderno, dove le dinamiche psicologiche hanno un’importanza pari o addirittura superiore al fattore paura. Ma la Jackson non ha dimostrato il proprio interesse per i fenomeni psicologici per la prima volta con L’incubo di Hill House: ne è un esempio Lizzie, il precedente romanzo del 1954, in cui la protagonista, Elizabeth Richmond, soffre di un caso particolarmente serio di disturbo dissociativo dell’identità.

Il romanzo inizia con la presentazione di Elizabeth, una giovane donna di ventiquattro anni che lavora come impiegata al museo della cittadina di Owenstown. La sua personalità schiva e ossequiosa si riflette perfettamente nelle mansioni tranquille che svolge in ufficio e nella morigeratezza del suo stile di vita in casa con sua zia Morgen, sorella della madre defunta. Questa Elizabeth, tuttavia, è come la superficie di un mare in bonaccia sotto alla quale si agitano correnti vorticose e potentissime, destinate a scatenarsi. Sarà grazie all’intervento del dottor Wright, a cui Elizabeth si rivolge dopo che una serie di strani avvenimenti cominciano a buttare all’aria la sua ordinata routine, che la ragazza, una seduta ipnotica dopo l’altra, scopre di ospitare molteplici personalità, diversissime fra loro e in continuo contrasto. Accanto alla timida e contrita Elizabeth ci sono infatti anche la garbata e ammaliante Beth, alla quale è impossibile non volere bene; Betsy, dispettosa e indisponente, nonché pianificatrice della fuga a New York di sé stessa e delle sue “sorelle”; e poi, da ultima in ordine di comparsa, la cinica e avara Bess, il cui unico interesse, oltre a vestiti e gioielli, è di escogitare il sistema migliore per gestire la sua cospicua eredità.

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La trama di Lizzie consiste nel percorso di guarigione di Elizabeth approntato dal dottor Wright con il contributo decisivo della zia Morgen. Si tratta di una struttura narrativa sulla carta molto semplice, in cui le quattro personalità di Elizabeth interpretano ora il buono ora il cattivo tempo, intricando e districando la matassa a seconda delle situazioni. A livello pratico, la storia presenta invece difficoltà tecniche e stilistiche non indifferenti; per esempio: come far interagire le quattro personalità fra loro, tenendo conto che possono manifestarsi soltanto una alla volta? Ebbene, è proprio nelle risposte pratiche a domande come questa che emerge l’abilità straordinaria di Shirley Jackson, che con Lizzie ha secondo me dato prova di un talento immenso. Si tratta di un talento e di un’abilità autentici, nel senso che le trovate e gli espedienti individuati (mi riferisco soprattutto alla resa narrativa del conflitto fra Betsy e Bess, le due personalità più forti, ma anche ai loro divertenti siparietti) testimoniano il raggiungimento di un livello tecnico-stilistico elevatissimo, di un raffinato senso letterario e di un’immaginazione mai scontata, prossima alla genialità.

Come accade ai grandi libri dei grandi scrittori, anche in Lizzie di Shirley Jackson il tipo di storia e la sua forma sono solo una parte del progetto complessivo del romanzo, il quale si fa veicolo di messaggi più profondi. La frammentazione dell’identità di Elizabeth offre infatti alla Jackson l’occasione di trattare alcuni dei temi a lei più cari. Primo fra tutti il difficile rapporto con la figura materna, a cui la scrittrice destina la maggior parte dei suoi protagonisti femminili. Elizabeth, figlia non voluta e non amata come la Jackson stessa, è stata profondamente colpita dalla morte della madre (Elizabeth come lei), nel giorno del suo compleanno: il trauma che la figlia ne ha riportato si trova all’origine della frammentazione della propria identità. Figura complementare di questo stereotipo negativo è, quindi, la zia Morgen che, in quanto sorella della madre di Elizabeth, rappresenta la naturale prosecuzione della linea attraverso cui passa il contrasto madre-figlia, e che in lei si manifesta nella ruvidità dei modi, nella mania di controllo e nella mancanza di riguardo tanto per l’intimità quanto per l’autodeterminazione della nipote.

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Un secondo tema portante è, poi, quello della ricerca di sé stessi, che per la Jackson non può prescindere dal riconoscimento degli altri. Non sapere chi si è, non possedere un nome, essere una soggettività non degna di considerazione in quanto sé stessa sono, per Elizabeth come per le altre, fonte di grave turbamento. Ogni personalità lotta per esistere a scapito delle altre, negando fermamente l’esistenza delle rivali a vantaggio della propria (come fa Bess), oppure denigrandole agli occhi del dottor Wright e della zia Morgen (come invece fa Betsy). Non c’è cattiveria in questo comportamento, in nessuna delle quattro; anzi, è proprio sbagliato parlarne. In palio c’è la facoltà di esistere e un unico posto a disposizione, e proprio come si comporterebbero uomini e donne comuni in competizione nella vita, le quattro personalità, o almeno le due più forti, non fanno sconti a nessuno.

Correlata all’esigenza di esistere come un’individualità unitaria e indivisibile vi è la volontà di vivere che Betsy e Bess invocano a gran voce. Vivere, ossia, vedere le cose, meravigliarsi, essere responsabili delle proprie scelte, del proprio volere: in altre parole, essere libere.

«L’idea del mondo la sopraffece, l’idea della gente che viveva attorno a lei, che cantava, ballava, rideva; sembrava una cosa inaspettata e gioiosa che in tutto quel grande mondo cittadino ci fossero migliaia di posti dove avrebbe potuto andare a vivere in perfetta beatitudine, fra amici che la stavano aspettando proprio lì, nella folla indaffarata della città […]; forse c’era già chi la scrutava ansioso, un viso dopo l’altro, chiedendosi quando sarebbe arrivata Betsy».

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Ernest Mach, “Prospettiva” (1870)

La concezione di libertà di cui la Jackson parla nei suoi libri risente di un senso di attesa, o meglio ancora di aspettativa. Nell’articolo dedicato all’Incubo di Hill House, ho paragonato la protagonista, Eleanor, a una bambina che vede il mondo per la prima volta, pensando, nella sua ingenuità, che le cose e le altre persone siano lì appositamente per lei. In Lizzie il modello si ripete, e ciascuna delle quattro personalità in cui Elizabeth è divisa assume un punto di vista analogo. La libertà, dunque, si unisce a un altro tema, che è quello della rinascita, del (ri)cominciare a vivere. I personaggi ritratti da Shirley Jackson si trovano spesso a dover fare i conti con una libertà improvvisa o di recente conquista che non sanno come gestire. La scrittrice dedica pagine intere agli sforzi di Betsy, appena arrivata a New York, per orientarsi, capire cosa fare e relazionarsi con le persone (le stesse modalità che caratterizzano anche il comportamento di Eleanor nell’Incubo), dimostrando così che il suo interesse per le fasi immediatamente successive alla liberazione non è mai un’accidentalità della trama, quanto un autentico oggetto di ricerca e di sperimentazione narrativa.

La mobilità dei punti di vista, il passaggio dell’io narrante dalla terza alla prima persona, la pluralità di stili e registri, i balzi repentini da una personalità all’altra, la misura in cui i dettagli sul passato di Elizabeth vengono centellinati, sono gli elementi che infondono maggiore dinamicità al romanzo. Malgrado di avvenimenti in senso stretto non ne accadano così tanti, la commistione di stili usata dalla Jackson inquadra la storia da angolazioni sempre nuove, stimolando l’attenzione e la curiosità del lettore. Questa mobilità è altresì provvidenziale per dilatare il mondo ristretto che fa da sfondo alla storia, la cui vera ambientazione non è rappresentata dallo spazio fisico occupato dai personaggi. Il vero palcoscenico della storia è la famiglia di Elizabeth: passata, presente e futura. Il raggio d’azione della ragazza è limitato dal perimetro della famiglia, la cui oppressione viene esasperata dall’enfatizzazione dei difetti di chi ne fa parte.

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Un’immagine dal film “Lizzie” (1957), di Hugo Haas, con Eleanor Parker e Richard Boone

Per quanto forte, spesso il desiderio di libertà non ce la fa a spezzare tutti i legami e le barriere. Anche se Elizabeth dovesse guarire dal suo disturbo riassorbendo le varie Beth, Betsy e Bess — le quali avranno comunque più di una voce in capitolo nella determinazione della sua personalità futura — la ragazza non godrà facilmente della libertà cui anela. Il finale, un’immagine ecumenica della sua famiglia futura, vede lei camminare per la strada insieme alla zia Morgen e al dottor Wright: tema di discussione è il nome che la ragazza dovrà avere da quel momento in avanti, ora che la vecchia Elizabeth non esiste più. Il compromesso a cui giungono i suoi due tutori è rivelatore sul domani della giovane, per la quale non si prevedono grandi spazi di autonomia in cui esercitare il proprio arbitrio, segno che una sana unità non si traduce automaticamente in libertà, cosa lunga e difficile da ottenere anche per chi può permettersi di concentrare in quell’unica direzione tutte le energie di cui è in possesso.

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Alle origini dell’horror moderno: “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson

Di Andrea Carria

 

Vi piacciono le storie di fantasmi, di case infestate e di altri fenomeni paranormali? Beh, allora siete fortunati perché la letteratura e la filmografia dedicate a questo settore sono sempre all’opera, arricchendo ogni giorno i cataloghi dell’horror con nuovi libri, film e serie tv per la felicità degli amanti del genere come voi e me.

In mezzo a tante novità la scelta non è facile, e qualche buon libro sfugge inevitabilmente anche al miglior intenditore. Altre volte invece il caso aiuta, ricompensando con belle sorprese. È quello che è successo a me con L’incubo di Hill House (Adelphi, 2016; prima edizione originale, 1959), un libro che ho cominciato a leggere ignorando chi fosse la sua autrice e il ruolo da lei avuto nell’infanzia di quella che poi è diventata la letteratura horror che conosciamo oggi.

L’autrice è Shirley Jackson (1916-1965), scrittrice e giornalista americana la cui carriera è stata troncata da una prematura scomparsa. Fattasi notare dal pubblico e dalla critica con il racconto La lotteria, pubblicato sul «New Yorker» nel 1948, per scrivere le sue storie di paura la Jackson – un modello anche per Stephen King, maestro indiscusso dell’horror contemporaneo – ha intrecciato la fantasia con i caratteri dell’America che meglio conosceva. Anche le esperienze personali trovano un posto molto importante nella sua produzione letteraria: ne è un esempio proprio L’incubo di Hill House, dove la Jackson rivive – attraverso Eleanor, la propria alter ego – spezzoni del difficile rapporto che aveva con la madre.

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«Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola».

Sorta di romanzo ponte fra i generi gotico e horror (rispetto al gotico tradizionale, infatti, la paura è uno stato d’animo più presente e sfruttato), la storia che prende avvio da questo incipit degno di apprezzamento letterario è anche un interessantissimo prospetto psicologico della protagonista, Eleanor Vance. Eleanor, per gli amici Nel, è una giovane donna che viene da una vita infelice passata ad assecondare la famiglia e, negli ultimi anni, a prendersi cura dell’anziana madre. Alla morte della donna, il suo desiderio di riscatto e di libertà è così forte da indurla ad accettare l’invito del professor Montague, studioso del paranormale, a passare qualche settimana a Hill House, un’inquietante dimora di campagna in stile vittoriano, disabitata da anni. Ma a Eleanor il soprannaturale non interessa: quello che cerca è un’occasione di rilancio, la svolta con cui cambiare la propria vita. «T’arrise la vittoria, t’arriderà l’amor»: con le parole dell’Aida sempre a fior di labbra, Eleanor stringe amicizia con gli altri due ospiti della casa: Luke, nipote dell’attuale proprietaria di Hill House, e Theodora, l’unica altra ragazza ad aver raccolto l’invito del professor Montague e alla quale Eleanor assegna immediatamente una grandissima importanza.

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Mentre il professore introduce i suoi tre assistenti ai segreti della casa, strani fenomeni cominciano a verificarsi: rumori improvvisi nel cuore della notte, porte che si aprono e si chiudono da sole, colpi alle pareti, bruschi cali di temperatura. Fra gli ospiti, Eleanor sembra essere quella ad avere un rapporto privilegiato con le forze che si nascondono dietro a tali manifestazioni, tuttavia la ragazza non sembra badarvi troppo. Eleanor vive una situazione paurosa e potenzialmente pericolosa come questa al pari di una gita insieme a degli amici; l’unica sua preoccupazione è che quel soggiorno presto finirà.

«Per tutta la vita era stata convinta che nominare la felicità significasse sciuparla, ma adesso si sorrise nello specchio e disse in silenzio: Sei felice, Eleanor, finalmente hai ricevuto un po’ della tua dose di felicità. Distogliendo lo sguardo dal suo viso riflesso, pensò d’impulso: T’arrise la vittoria, t’arriderà l’amor».

Può sembrare strano, eppure è proprio una sottile vena di gioia la corrente sotterranea che percorre il romanzo di Shirley Jackson. Eleanor si accinge a partire per Hill House con molte aspettative e quando arriva sul posto scopre di essere animata da un entusiasmo inatteso, tipico di chi è appena uscito da un periodo difficile e pensa che d’ora in avanti le cose miglioreranno, che la felicità sia soltanto questione di tempo. Una felicità candida, innocente, quasi infantile, così come infantili sono certi dialoghi fra Eleanor e Theodora, le quali si scambiano confidenze e impressioni con la stessa fatuità che ci si aspetterebbe di trovare nelle conversazioni fra due adolescenti. Soprattutto all’inizio del libro, sono rimasto spiacevolmente sorpreso da simili ingenuità e non riuscivo a spiegarmi come mai in un romanzo di medie dimensioni (233 pp.) con una storia ben più interessante da raccontare, la Jackson spendesse intere paginate in dialoghi inconcludenti su vestiti, sogni, cortesie e altri discorsi da tè. Soltanto in seguito ho capito che gli stessi dialoghi che incriminavo erano fondamentali per la caratterizzazione della protagonista e per la riproduzione del claustrofobico ambiente domestico, altamente limitante, che si era appena lasciata alle spalle.

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Giustificazioni narrative a parte, Eleanor rimane un personaggio infantile e delicato che si stenta a immaginare come una donna di trentadue anni che per lungo tempo si è fatta carico del sostentamento della madre anziana. È possibile che nell’enfatizzare la sua delicatezza la Jackson talvolta abbia ecceduto, tuttavia non è azzardato pensare che la regressione all’infanzia di Eleanor non sia solo un espediente narrativo per legare a filo doppio il destino della ragazza con quello di Hill House, ma anche il tentativo di una rappresentazione psicologica che è poco realistica solo all’apparenza, poiché rielaborata a partire da quelle che sono state le esperienze personali della stessa autrice, la cui personalità complessa e contrastante (Lizzie, il suo romanzo del 1954, affronta il tema delle personalità multiple) è stata sia la fucina sia il primo banco di prova dei suoi lavori.

A proposito di realismo, nel romanzo l’elemento paranormale non occupa una posizione di primo piano. Il soggetto gotico, rappresentato dall’ambientazione e dalle atmosfere, è una presenza avvolgente che sa camuffarsi sullo sfondo, guidando l’azione e i discorsi dei personaggi come una mano invisibile che sceglie con cura il momento in cui palesarsi. Utilizzando un espediente noto a tutti gli scrittori del soprannaturale, la Jackson inserisce ogni manifestazione all’interno del punto di vista soggettivo di uno dei personaggi, in particolare di Eleanor. Questo è molto importante perché, fra le tante possibili, consente l’inserimento di un’interpretazione verso cui propendere in via privilegiata, nel caso specifico quella che sostiene la causa psicologica per gli avvenimenti che hanno dato a Hill House la sua reputazione. Come nel racconto La lotteria, la Jackson non fornisce infatti una spiegazione diretta dei fenomeni descritti; questa è demandata al lettore, lettore che però non è libero di formulare un’ermeneutica indipendente essendo costretto a utilizzare le informazioni e i dettagli che la stessa scrittrice avrà sparso all’interno della storia. In fondo, è come se la Jackson avesse consegnato al lettore un pacchetto con le spiegazioni da dare e le istruzioni su come riuscirci, quest’ultime costituite da tutto ciò che egli avrà appreso, visto e sentito insieme e grazie a Eleanor, la cui psicologia – è mia opinione – rappresenta il grande tema di questo romanzo.