La Brexit è fra noi: impressioni di un romantico europeista

Di Gian Luca Nicoletta

 

Quando la mezzanotte è scoccata, tra il 31 Gennaio e il 1 Febbraio 2020, tutti noi abbiamo perso un pezzo di storia. Un pezzo di storia del presente, il che al momento è una fortuna, perché quella futura potrebbe recuperarlo mentre quella passata, parola mia, non si tocca.

La famigerata Brexit, ciò che per tre anni è stato per alcuni un sogno, per altri un incubo annunciato, è arrivata e non c’è nulla che possiamo fare per cambiare la realtà, che ci piaccia oppure no. Dal 2016 abbiamo visto giorno dopo giorno come un popolo può cambiare idea nel giro di qualche manciata di mesi, abbiamo visto come questo popolo può essere influenzato nella sua sacrosanta libertà di scelta, abbiamo anche visto come un’intera assemblea di deputati, cioè chi è per professione delegato da altri a prendere decisioni difficili in nome della fiducia, di una competenza mostrata o di un indiscusso merito provato, può rimanere immobile come un pezzo di pietra monolitica.

Un elemento sul quale, penso, non si possa essere in disaccordo, è che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha deluso tutti. Dalla fazione più convinta che ha sempre sostenuto il remain all’estrema fazione opposta sostenitrice del leave. I primi perché non vogliono (o volevano… meglio il presente, simbolo di speranza) perdere molti diritti che solo l’U.E. può garantire e che volenti o nolenti vedranno limitati, i secondi invece per liberarsi di molti vincoli che la stessa U.E. impone a tutti gli Stati membri, ma che in un modo o nell’altro dovranno rispettare se desiderano che il loro Paese rimanga almeno nel mercato europeo.

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Il Parlamento Europeo – fonte: eunews.it

La mia modesta opinione, più volte espressa altrove ma che trova spazio fra queste pagine virtuali per la prima volta, è che tutta la questione della Brexit è stata dirottata su aspetti prettamente economici e commerciali, quando per una scelta sana e coscienziosa si sarebbe dovuto guardare solo all’aspetto morale.
Viviamo nell’epoca in cui se qualcuno è in disaccordo con noi non perdiamo più tempo a discuterci, ci basta andare da qualche altra parte e farci dar ragione da chi la pensa come noi. Il contraddittorio, il confronto, il dibattito sono ormai pratiche desuete, inutili. Il bambino che perde a calcio e si porta via il pallone è ormai assurto al ruolo di massima guida dei capi di governo, e pensare che il sentimento d’insoddisfazione che ci lascia è sempre lo stesso, sia che si litighi nel vialetto dietro casa o tra le aule dell’Europarlamento.

L’Unione Europea che conosciamo oggi non è perfetta, tutt’altro! Sono il primo ad ammetterlo, il primo a dire che di questo passo le cose non possono andare avanti, né migliorare. Ma ciò non vuol dire che l’intero progetto debba essere abbandonato. Se in casa c’è una perdita, un buco nel tetto, o una finestra rotta, cerchiamo di riparare quel che è danneggiato o demoliamo la casa? Preferiamo rimboccarci le maniche e stare lì, a discutere e a lavorare per risolvere il problema, o preferiamo aspettare di trovarci senza un tetto sulla testa solo per sapere di aver avuto ragione quando tutto sarà crollato?
L’Unione Europea è nata per mantenere la pace nel continente. Questo è il primo, grande, sacro obiettivo che ci siamo dati dopo la Seconda Guerra Mondiale. Rimarco con forza il ci perché si tratta di un progetto che riguarda tutti i popoli del continente che abitiamo, della parte di mondo che ci è capitata in sorte di vivere. L’Europa divisa ha generato due guerre mondiali e centinaia di milioni di morti, l’Europa divisa ha dato spazio al più feroce antisemitismo, l’Europa divisa è stata allo stesso tempo carnefice e vittima di sé stessa.

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25 Marzo 1957, nasce la CEE con la firma del Trattato di Roma – fonte: corriere.it

L’Unione Europea è nata perché Hitler non ha vinto, e mi addolora molto vedere che il primo Paese ad abbandonare questo progetto di pace è l’unico Paese europeo che durante la guerra al nazismo è rimasto libero e non neutrale, resistendo e combattendo. La mia sarà forse un’analisi troppo idealista, rétro se vogliamo, ma i popoli e le nazioni vivono di simboli e di mitologie laiche, e la Brexit rappresenta per me una grossa macchia sulla nostra storia di europei e sulle mitologie che ancora dobbiamo costruire.

il 29 Gennaio 2020, quando il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza l’accordo che ha dato il definitivo via libera all’uscita del Regno Unito, tutti gli eurodeputati si sono stretti in un grande abbraccio e hanno cantato Auld Lang Sine, conosciuta in francese come Ce n’est qu’un au-revoir e in italiano come Valzer delle candele. Un canto scozzese il cui testo si concentra sulla speranza di un prossimo incontro futuro e sull’importanza di non cancellare quanto c’è stato in passato.
Così mi sento nei confronti del Regno Unito, da cittadino europeo ed europeista che ha lasciato un microscopico pezzetto di cuore su quell’isola.

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25 Marzo 2017, celebrazione dei 60 anni del Trattato di Roma – fonte: quirinale.it

For auld lang syne, my jo
Ce n’est qu’un au-revoir, mes frères
Questo non è che un arrivederci, fratelli miei

Una riflessione sul Giorno della Memoria: cosa rimane oggi?

Di Gian Luca Nicoletta

 

In occasione del Giorno della Memoria desidero condividere con voi alcune riflessioni sulla Shoah; riflessioni che ho avuto modo di fare durante il mio anno di Servizio Civile, cioè tra il 2017 e il 2018.

Il progetto cui ho preso parte si intitolava La Memoria come strumento di educazione alla pace, l’ho svolto grazie ad Arci Servizio Civile, coinvolgeva oltre a me altre quindici persone da diverse parti d’Italia ed era incentrato su una ricerca, a livello documentale e archivistico ma anche sociologico, della memoria della nostra Resistenza e dell’esperienza della Shoah. Nello specifico abbiamo ricercato nei vari archivi (sia cartacei che on-line) di molti giornali locali e nazionali tutte le informazioni che riguardassero questi due fenomeni, cercando di studiare come le notizie a loro relative venissero impostate, scritte, perfino disposte  sulla pagina per comprendere quale messaggio nel complesso la stampa intendeva trasmettere ai lettori. Parallelamente a questo abbiamo elaborato un questionario di circa trenta domande nel quale chiedevamo, a ragazze e ragazzi di età compresa fra i 18 e i 30 anni, cosa sapessero e cosa pensassero della Shoah e della Resistenza.

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I dati che abbiamo raccolto si sono dimostrati per lo più incoraggianti, sebbene segnati da alcune imprecisioni secondo noi dovute a una visione piuttosto semplificata della Storia nazionale ed europea: l’ombra nel nazismo sui rapporti di potere nell’Italia di allora è sempre molto forte e si tende a credere, in linea generale, che la dittatura mussoliniana quasi non fosse altro che un’appendice di quella hitleriana. Ovviamente così non fu: non bisogna cedere al facile inganno che ci giocano le immagini di una Germania invincibile almeno fino al 1941 e di un’Italia supina e succube negli anni della guerra civile. Ci sono prima e in mezzo molti eventi, grandi dinamiche le cui responsabilità non possono che ricadere sulla nostra parte della ricostruzione storica, a partire dalle ignominiose leggi razziali del 1938. Proprio in merito a questo ci sono giunte delle critiche positive e interessanti che hanno dimostrato come pure noi volontari eravamo, nostro malgrado, vittime di quell’inganno. Nelle domande poste proprio in merito alla responsabilità della promulgazione delle leggi razziali, ci è stato fatto notare da alcuni che mancava una importante opzione: non avevamo pensato che qualcuno potesse dare la colpa dell’approvazione di quelle leggi al Capo di Stato di allora, Re Vittorio Emanuele III che, firmando l’atto a lui presentato, aveva formalmente permesso all’Italia di diventare un Paese dotato di leggi espressamente razziste.

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Fonte: ilpost.it

Ma cosa ci rimane oggi di quell’esperienza? Sicuramente tanto dolore. L’onta dello sterminio di 6.000.000 di ebrei ci riguarda e da vicino, non possiamo ignorarlo né negarlo, come molti ancora oggi vorrebbero fare. Fortunatamente abbiamo chi può testimoniare per via diretta cosa accadde durante quegli anni atroci: le esperienze di Sami ModianoLiliana SegreNedo Fiano e, fino a qualche anno fa, di Shlomo Venezia tra gli altri vanno ascoltate, imparate a memoria e ripetute per filo e per segno a tutti, dai bambini agli adulti. Bisogna accettare che quanto è accaduto non è più modificabile né emendabile, si tratta di un fatto storico che, in quanto tale, può e deve subire almeno due processi: un processo di scientifica analisi storiografica che faccia sempre più luce su tutto quello che è avvenuto; e uno di presa di coscienza che, in quanto fatto verificatosi, può essere ripetuto. Nella mia modesta opinione sbaglia chi dice che Hitler era un pazzo, un folle fuori controllo, perché ciò vorrebbe dire depotenziare la carica di quanto è riuscito a organizzare. Non era pazzo, come non erano pazzi Mengele, Goebbels, Himmler o Priebke. La loro è stata fredda programmazione, calcolo matematico, ragionamento geografico, valutazione di ipotesi e prova delle stesse. Erano esseri umani nel pieno controllo delle loro facoltà, che hanno messo le loro menti a servizio di un ideale fondato sull’odio, sul sangue e sulla morte.

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La Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz Birkenau

Dobbiamo conoscere la Shoah, dobbiamo studiarla e dobbiamo viverla, per renderla una esperienza non solo storica ma anche antropologica, qualcosa che riguardi ogni essere umano e che punti al miglioramento intellettuale della nostra specie: leggiamo di Primo Levi, di Irène Némirovsky, di cosa a loro è successo e di quanto il mondo ha perso, per esempio. Visitiamo i luoghi, conosciamo le persone, direttamente o indirettamente non fa differenza, purché il nostro cervello riservi una parte alla memorizzazione e comprensione di quanto è accaduto settantacinque anni fa.
Sono fatti di ieri e non di più.

Parma Capitale Italiana della Cultura 2020: un programma da non perdere per attività all’insegna della cultura e della sua funzione etica e sociale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Due giorni fa si sono chiuse le celebrazioni per l’inaugurazione di Parma come Capitale Italiana della Cultura 2020, il prestigioso riconoscimento conferito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che viene assegnato, ogni anno, alla città italiana che più di tutte è in grado di presentare progetti culturali per promuovere la cultura italiana fra gli italiani e non solo.

Quest’anno il titolo è stato vinto dalla città Emiliana, la quale ha messo in campo centinaia di progetti fra mostre, incontri e dibattiti volti a stimolare nel pubblico un rinnovato apprezzamento per la nostra cultura e per il nostro ambiente.

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Parma – fonte qualitytravel

Tutte le attività sono state suddivise in categorie, ciascuna caratterizzata da un colore, in modo da rendere più agevole la scelta delle attività cui prendere parte. Tra queste ci sono rassegne d’arte contemporanea, installazioni di nuovi artisti, percorsi museali anche attraverso i grandi restauri, spettacoli di teatro e di musica, incontri sull’ecologia, la democrazia e tanto altro.

Un’importante innovazione di Parma2020 è stata quella di non accentrare su di sé l’intera attenzione e peso dei progetti: un onere e un onore che deriva dall’essere la Capitale della Cultura è indubbiamente quello di essere meta di grandi flussi turistici. Con i suoi progetti, tuttavia, la città di Parma è stata in grado di coinvolgere anche tante altre realtà della provincia, in modo da permettere anche al territorio e chi lo vive quotidianamente di mostrare le proprie bellezze e il proprio potenziale.

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Qui di seguito troverete tutti i link ai programmi e al calendario con ogni data. Molti eventi sono già iniziati alla fine del 2019 e termineranno nel prossimo mese e mezzo, ma tantissimi altri inizieranno con la Primavera e si protrarranno sino a Gennaio 2021.
Il tempo non manca, la strada la conoscete, nessuno di noi ha scuse per evitare di fare una gita a Parma, potrebbe essere un’attività per questo 2020.

Buon viaggio!

Parma Capitale della Cultura Italiana 2020

Il programma generale

Il calendario di Parma 2020

Facciamo conoscenza – il programma dell’Università di Parma

Emilia 2020 – il programma della zona di Parma, Piacenza e Reggio Emilia