“Il nome della rosa” su Rai 1: ancora non ci siamo (e temo non ci saremo)

Di Gian Luca Nicoletta

 

Va bene, era lunedì. Il primo giorno della settimana, il primo giorno di ritorno al lavoro. Siamo stanchi e a fine giornata non abbiamo la forza per seguire lo sviluppo di un intreccio narrativo quale quello de Il nome della rosa per due ore piene, dalle 21:35 alle 23:35… vi confesso che per un momento mi sono addormentato. Sì, l’ho fatto! Tuttavia non era per la stanchezza ma, mi pesa un po’ dirlo, per la noia.

Avevamo terminato la visione della prima puntata di questa nuova serie (e nemmeno quella ci aveva convinti come esordio, infatti troverete le nostre impressioni in questo articolo) col terribile Bernardo Gui, interpretato da Rupert Everett, che parte da Avignone su mandato di Papa Giovanni XXII mentre i nostri eroi, Guglielmo e il giovane Adso, tentano di risolvere il mistero degli omicidi prima che il fatto diventi di dominio pubblico e valichi le mura dell’abbazia.

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Questo episodio, invece, si è chiuso con l’arrivo di Bernardo Gui e con Guglielmo e Adso che ancora non hanno risolto l’intricata matassa dei delitti, anzi! Ebbene: posto che il mistero sarà risolto solo nell’ultima puntata, com’è ovvio e giusto che sia, ritengo che spendere tutte e due le ore di questa seconda parte a vedere cose che non hanno minimamente a che fare con la trama del romanzo sia un vero spreco! Anna: chi è costei? La figlia di frate Dolcino? E dove appare nel testo? La tenera storia d’amore fra Adso e la contadina che vive nel bosco, da dove è stata tratta? Perché è stata così estesa quando in realtà i due consumano solo un amplesso nelle cucine dell’abbazia?
Questo purtroppo è quanto accade quando si creano gli adattamenti per il cinema o la televisione di romanzi che non sono stati pensati per lo schermo. Oppure, lancio una provocazione, quando chi scrive gli adattamenti non sa bene quali aspetti approfondire e, di conseguenza, cede all’invenzione di sana pianta: la storia di Anna e la parte fra il novizio e la fanciulla sono solo dei meri riempitivi, pensati ad arte per ritardare la scena dell’arrivo di Bernardo.

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Secondo punto che non mi è piaciuto: il lessico emerso durante le indagini di frate Guglielmo quando questi indaga su Berengario, l’aiuto bibliotecario. Tutti sanno bene, pur non ammettendolo chiaramente, che Berengario è omosessuale, tuttavia nel parlare di ciò si fa riferimento ai suoi atti definendoli “sconvenienti” e “inappropriati” per un uomo di Chiesa. Ecco, vorrei che ci soffermassimo maggiormente su questi due aggettivi, partendo come sempre dal testo che è il nostro punto di riferimento, la nostra stella polare. Nel romanzo l’omosessualità di Berengario e il suo rapporto con Venanzio e Adelmo non vengono nascosti, anzi Eco fa ben emergere quali sono gli elementi che caratterizzano il legame fra i tre religiosi. Dunque non vedo perché, nei dialoghi che abbiamo ascoltato ieri, si dovesse ricorrere a modi di esprimersi tipici di atteggiamenti moralistici che nel medioevo non esistevano (ciò non vuol dire che non esistessero atteggiamenti moralistici, ma che non esistevano quegli atteggiamenti moralistici in luogo di condanne senza appello molto più in linea con lo spirito dei tempi). Non dimentichiamo che ci troviamo nella prima metà del XIV secolo, un periodo storico nel quale la società piramidale vedeva ai vertici la nobiltà e il papato e, subito sotto, i mercanti, i contadini e i mendicanti. La Chiesa, poi, ricopriva e invadeva ogni singola parte della vita di tutte le persone. La scala dei valori dell’epoca era pressoché molto semplice: ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto, veniva considerato secondo le categorie “peccaminoso” VS “non peccaminoso”, “empietà” VS “santità“, “dannazione” VS “salvezza. I concetti di convenienza e di appropriatezza sono concetti moderni, tipicamente della società borghese ottocentesca e dunque del tutto, è il caso di dirlo, inappropriati per il vocabolario di un monaco del 1300. Sarebbero state meglio un’aspra condanna o una pia misericordia per bollare o salvare Berengario, Venanzio e Adelmo, anziché velare il giudizio dietro categorie anacronistiche.
E infine l’ultima scena in cui Adso regala alla sua amata un libro di poesie. Gli sceneggiatori hanno tentato di camuffare il tutto con la premessa del novizio: “è un libro di poesie scritto nella tua lingua”, ma noi non ci siamo cascati perché la ragazza ha letto il libro. Ciò non era assolutamente possibile! L’abilità di lettura era appannaggio esclusivo degli uomini di Chiesa e dei ricchi, al massimo le donne nobili avevano la possibilità di imparare a leggere, sebbene non di studiare. Che una giovane di bassissima estrazione sociale, proveniente da un villaggio presumibilmente di pastori, sapesse leggere è semplicemente un grossolano quanto grave errore storico.

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Queste potranno sembrarvi delle inezie, specialmente se confrontate con le scenografie, le musiche, tutto l’immenso lavoro che c’è stato prima e dietro; ma per me non importa: se si sceglie di trasporre sullo schermo un romanzo, in particolare un romanzo di Umberto Eco il quale non lasciava nulla al caso, mi aspetto quantomeno la medesima cura del dettaglio. Uno studioso come lui, profondo conoscitore di ogni periodo storico e particolarmente del Medioevo che ha studiato per tutta la vita, non avrebbe mai permesso che si vedesse una ragazza di umili origini leggere, no.
Mi spiace dirlo, ma anche questa seconda puntata è stata davvero molto, ma molto, mediocre. Continuerò a seguire questo sceneggiato (termine più nobile purtroppo non mi viene), sperando che il livello possa alzarsi ed essere degno della prodigiosa mente che ha ideato uno dei romanzi cardine della nostra storia letteraria.

C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… parte IV

Di Gian Luca Nicoletta

 

Prosegue il nostro viaggio nell’Europa postbellica e questa volta l’eminente intellettuale che vi presento è Jean-Rodolphe De Salis, il primo per ora che parla all’Europa da una posizione molto particolare, quella di uno svizzero perfettamente bilingue franco-tedesco.

Se avete perso i precedenti articoli, qui sono i link all’introduzione, al secondo e al terzo appuntamento.

È il primo storico a prendere la parola e, a differenza dei primi due conferenzieri, lui si concentra sul percorso storico dell’Europa. Quella di cui De Salis vuole parlare è «une Europe en acte et non une Europe en représentation» (p. 95) dunque il carattere filosofico-ideologico sino ad ora presente non sarà preso in considerazione.

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Jean-Rodolphe De Salis, 1901-1996

Il concetto dal quale ha inizio il discorso di De Salis è quello di confine.

«Les limites de l’empire – les cours d’eau fortifiés du Rhin et du Danube – ont été la première frontière de l’Europe contre le monde barbare. […] Le limes est une réalité européenne»[1]

De Salis fa coincidere l’idea di Europa con l’impero romano, circoscrivendola all’interno dei confini di quest’ultimo. Una volta giunta però la dissoluzione dell’impero d’Occidente, le migrazioni dei popoli nordici hanno dato vita a una realtà dallo storico già definita «mi-romain, mi-germanique» (p. 96) che tuttavia non riuscirà a raggiungere la «conscience indispensable à la formation d’un État ou d’une nation moderne» (p. 96).

La formazione dei regni romano-barbarici rappresenta l’inizio della nascita dell’Europa moderna; fatta (o forse arricchita) da tutti i regni che nascono dotati di «éléments de civilisation méditerranéenne et des éléments barbares et nordiques» (p. 97).

A questo punto del suo discorso, De Salis parla per la prima volta di spirito europeo, il quale:

«a eu le génie de créer, au moyen âge, des civilisations et des langues originales, rattachées à des territoires limités auxquels ces nations communiquaient leur individualité, divisant définitivement l’Europe ethniquement et, par la suite, politiquement»[2]

La storia del nostro continente si caratterizza quindi, sin dalle sue origini, come una storia di divisione: prima una divisione bipolare, dove ai due estremi si trova ciò che vive entro i confini dell’impero e ciò che ne rimane fuori; successivamente una divisione a più parti: i singoli regni si identificano come diversi da tutti gli altri.

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Nonostante questo, però, bisogna considerare un secondo livello di divisione che non può essere messo in disparte se, come sostiene De Salis, l’Europa “primitiva” corrisponde con l’impero romano:

«Il y eut désormais deux Europes d’origine gréco-romaine : l’une occidentale, où l’Eglise catholique romaine finit par imposer son autorité sous la direction de la papauté, l’autre orientale ou byzantine, où l’Eglise grecque d’Orient imprimait sa marque aux peuples d’Europe orientale. Ce furent désormais deux mondes et deux civilisations, deux empires et deux Eglises, deux architectures et deux styles que leurs origines communes, et le christianisme qui leur était également commun, n’empêchait point de se sentir profondément différents les uns des autres.»[3]

Il nodo fra l’impero d’Occidente e quello d’Oriente rappresenta un’ulteriore questione da affrontare. Quanto è rimasto delle comuni radici prima romane, poi cristiane? È lecito parlare di uno sviluppo europeo che ha avuto luogo anche in quelle terre lontane da Roma? È possibile mettere a confronto ciò che è accaduto fra i due imperi, ovverosia la loro scissione con il conseguente sviluppo di due ben distinte identità culturali, con ciò che è accaduto fra l’Europa moderna e gli Stati Uniti d’America che si è visto con Flora?

De Salis cerca di ricostruire lo sviluppo del cammino d’Europa che all’inizio della conferenza si era prefissato di trovare. Il filo del suo discorso segue sempre la linea temporale e, soffermandosi sulle grandi periodizzazioni storiche (ad esempio il tardo impero, l’alto Medioevo, la prima età moderna), richiama all’attenzione particolari dettagli di varia natura, l’architettura e la navigazione per citarne alcuni, per mostrare effettivamente quanto di ciò che si considera caratteristico dell’Europa moderna fosse già caratteristico allora e dunque diretto derivato di una matrice comune:

«Pour comprendre les origines de l’esprit occidental, il faut retenir que les peuples de l’Europe n’ont pas appris que tardivement la navigation d’haute mer. […] l’homme européen acquit la conviction que le monde était – ou devait être – à la mesure de l’homme»[4]

E di seguito:

«Quand on étudie le plan et la construction d’une usine moderne on est surpris d’y retrouver certaines règles primitives d’architecture romaine. Quand on analyse le gouvernement d’un État par un pouvoir central administrant des provinces lointaines par l’entremise de fonctionnaires et réglant la vie sociale sur des lois codifiées, l’on reconnaît sans peine les habitudes léguées par l’empire romain.»[5]

Fondamentalmente sono due gli elementi che emergono da questi passaggi: per secoli gli europei, avendo una scarsa esperienza della navigazione in oceano, hanno ritenuto di essere al centro e il centro del mondo e che quel mondo fosse fatto a loro misura. Il secondo elemento è invece evidente se si guarda all’Europa in una prospettiva diacronica: nonostante il tempo alcuni elementi, pratiche, usi o costumi di società a noi precedenti sono sopravvissuti grazie al continuo utilizzo di questi stessi elementi da parte delle generazioni che si sono succedute e dunque, guardando indietro, ci danno la cifra sia di quanto sia sopravvissuto o meno, ma soprattutto ci danno la cifra di quanto questi elementi siano divenuti tradizione, tanto da costituire elementi di identificazione e confronto positivo con le generazioni passate.

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Un altro elemento che De Salis annovera fra quelli portanti della storia d’Europa è la religione cristiana. La religione in quanto collante fra i popoli europei, probabilmente l’unico vero elemento indubbiamente transnazionale; forse proprio in virtù del fatto che la sua diffusione è avvenuta quando l’Europa che abbiamo definito primitiva era ancora unita, ovvero quando l’impero romano non si era ancora disgregato:

«C’est une vérité première que l’esprit européen est marqué par son grand passé de christianisme et que, même éloignés de la foi primitive et orthodoxe, la morale, le sentiment d’humanité et de charité et les mœurs sociales et familiales des peuples civilisés d’Occident plongent des racines profondes dans la philosophie chrétienne.»[6]

Questi, dunque, sono i tratti salienti che costituiscono la storia del nostro continente e dei popoli che lo hanno abitato e che lo abitano. Partendo da un’ideale unità europea incarnata dalla vastità dell’impero romano, le basi della cultura occidentale sono state gettate. Il collegamento con ciò che Flora ha sostenuto durante la sua conferenza, lo spirito europeo nato dalle premesse della cultura classica greca e latina, è evidente e rimanda a una condivisa idea di Europa.

Con la dissoluzione dell’impero d’Occidente sono iniziate anche le varie frammentazioni interne a quello che era il blocco occidentale, e dunque la creazione dei regni romano-barbarici, la nascita delle lingue romanze, tutti elementi che hanno favorito il processo di identificazione del da parte di popoli e nazioni. Parallelamente a questo processo bisogna tenere in considerazione le divisioni con l’impero romano d’Oriente ancora in vita, il quale basava invece la sua identificazione sul piano religioso, costituendo la Chiesa Ortodossa ben distinta da quella Cattolica di Roma. L’elemento religioso è però, a sua volta, un elemento che accomuna i regni europei nonostante le loro divisioni politiche e linguistiche; unione dovuta molto probabilmente al fatto che questo collante era già attivo prima della dissoluzione dell’impero.

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Poste queste premesse, quale compito aspetta le generazioni del ventesimo secolo? Secondo De Salis il compito non va ignorato in quanto la generazione di cui lui fa parte non può “abdicare” a questa importante missione, proprio perché è erede diretta dello spirito europeo che si cerca di delineare. Il compito quindi, secondo lo storico, è doppio:

«d’une part, nous avons le devoir de voir ce qui est et de ne pas craindre d’analyser la crise de l’Europe dans tout ce qu’elle a de dangereux et de tragique;

D’autre part, il nous faut rassembler dans le patrimoine occidental tout ce qu’il recèle de forces vives afin de rendre à l’Europe un système de défense spirituelle, politique et économique qui tienne un compte exact à la fois des traditions européennes et des nécessités d’une situation modifiée.»[7]

La prima cosa da fare è dunque un’analisi autocritica completa: ripartire dall’Europa stessa, ovverosia non costruire immediatamente qualcosa di nuovo ma prima di tutto studiare ciò che si ha e ciò che è sopravvissuto alla guerra. Il fatto che De Salis faccia riferimento al non aver timore di analizzare ciò che l’Europa ha “di pericoloso e di tragico” costituisce, credo, un chiaro riferimento ad un tentativo di comprendere pragmaticamente che cosa hanno significato, e perché si siano verificate, le esperienze nazional-socialista e fascista in Europa; in altre parole le motivazioni e le conseguenze di quella che da una parte è stata una violenza che l’Europa ha compiuto su sé stessa ma dall’altra parte un’adesione che l’Europa ha dimostrato nei confronti di questi due fenomeni.

Il secondo compito da svolgere riguarda invece da dove ripartire e quali elementi tenere a mente per assicurare la libertà di tutti gli europei:

«Il ne s’agit certes pas d’imiter servilement l’exemple américain ou l’exemple russe, lesquels s’inspirent de principes et emploient des moyens qui ne sont pas les nôtres, mais d’assurer aux peuples qui habitent entre la Méditerranée, l’Atlantique, le Rhin et le Danube la possibilité de se relever de leurs ruines, de façonner leur vie selon leurs propres besoins et de penser, de croire et de s’exprimer selon leur génie propre. […] Moralement, il s’agit de concilier les exigences légitimes de la société et les droits imprescriptibles de la personne humaine, notamment en ce qui concerne la liberté de conscience et les libertés civiques sans lesquelles il n’y a que tyrannie et arbitraire.»[8]

Per ricostruire l’Europa non c’è bisogno di prendere esempio da chi si trova al di fuori di questa, bensì permettere a tutti coloro che vivono “tra il Mediterraneo, l’Atlantico, il Reno e il Danubio” di risollevarsi dalle loro rovine, dunque abbandonare ciò che è stato e avere la libertà di ricostruirsi ognuno una vita secondo le proprie necessità.

Un punto di fondamentale importanza è costituito dal fatto che De Salis è il primo conferenziere in assoluto che rende palesi i confini geografici che costituiscono l’Europa che lui ha in mente. Si è visto che il concetto di limes costituisce il punto di partenza nonché il cardine del suo intero discorso, tuttavia la riflessione che egli stesso fa sui confini d’Europa va riproposta per analizzare ciò che sostiene. Con la guerra molti confini politici sino a quel momento chiari sono stati cancellati, spostati, riscritti. Lo stesso vale per il dopoguerra le cui carte geo-politiche riportano confini nuovi, in particolare nelle zone orientali del continente. Delimitare con così grande chiarezza i confini della nuova Europa, quella che si ha intenzione di costruire, comprende l’indiretta azione di delimitare chi non è considerato europeo in quanto abitante di terre che si trovano al di fuori di quei confini. Si ripropone dunque l’immagine di un’Europa fortemente identificata con quella che oggi è l’Europa occidentale, cioè l’Europa che si estende dalla Germania e dai Paesi slavi che affacciano sul mare Adriatico e sull’Egeo sino all’oceano Atlantico. Senza considerare inoltre il fatto che questa nuova Europa è prettamente continentale, non essendo menzionati da De Salis né il Regno Unito o tanto meno i Paesi scandinavi.

Tuttavia le conclusioni di De Salis non sono elitiste: egli crede fortemente nel ruolo guida che l’Europa può nuovamente assumere, se questa ricostruzione darà buoni frutti che le future generazioni potranno poi utilizzare:

«N’oublions jamais que l’Europe a été un phare de spiritualité qui a fait d’elle le centre de l’humanité pensante et agissante. Aux générations futures échoient la tâche et l’honneur de rallumer ce phare.»[9]

 

 

 

[1] Jean-Rodolphe De Salis in R.I.G., conferenza del 5 Settembre 1946, p. 96, corsivo del testo.

[2] Ibidem, p. 97

[3] Ibidem, p. 98

[4] Ibidem, pp. 103-104

[5] Ibidem, pp. 104-105

[6] Ibidem, p. 108

[7] Ibidem, p. 121

[8] Ibidem, pp. 121-122, corsivi miei

[9] Ibidem, p. 123