8 Marzo di ogni epoca: il potere della donna a corte, sul trono e…

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’approssimarsi della Giornata internazionale della Donna, ho pensato di condividere con voi le riflessioni di una penna illustre della scrittura al e del femminile: Benedetta Craveri.

L’opera in particolare che vi presento oggi è stata pubblicata nel 2005 da Adelphi, il cui titolo emblematico è Amanti e regine. Il potere delle donne, un bellissimo nonché godibilissimo testo nel quale Craveri traccia una storia del potere femminile nell’ambito dell’esercizio di quello tipicamente maschile, ovverosia l’amministrazione e il governo di un regno, quello Francese, dal XVI al XVIII secolo.

La scrittura di Craveri, ben nota a chi è appassionato del mondo francofono, alterna momenti di scientifica trattazione storica a momenti di più leggera descrizione romanzesca, in un connubio che non rende mai la lettura stancante e anzi, incuriosisce e sprona a procedere (questo, a mio avviso, il miglior modo di fare una divulgazione di qualità).

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Entriamo dunque nel testo vero e proprio e osserviamo chi sono le donne che Craveri ci invita a conoscere più da vicino: sono regine consorti (le quali sono investite del titolo solo in virtù del matrimonio col sovrano, dunque differenti dalle regine regnanti che invece esercitano il loro diritto personale di regnare, come lo sono state Elisabetta I, la regina Vittoria e l’attuale Elisabetta II, per citare solo le più note), poi ci sono le cortigiane e le amanti. Ci tengo a fare una piccola specificazione tra i ruoli di cortigiana e amante, perché le prime esercitavano la loro influenza meramente grazie alla loro astuzia e intelligenza, mentre le seconde potevano avvalersi anche del proprio corpo come mezzo di persuasione e convincimento. Queste tre categorie di donne non solo vivevano sotto allo stesso fastoso tetto, si pensi a Versailles dal periodo di Luigi XIV in poi, ma ruotavano anche attorno allo stesso uomo, il re.

«Nella Francia del Cinquecento sovrane e principesse non sono, però, le sole a tenere la scena. In loro assenza, accanto a loro, spesso in aperto antagonismo con loro, avanzano le regine dei cuori, le potentissime favorite reali…»

Se infatti la regina consorte giungeva ai ranghi più alti della società di corte per matrimonio, cioè quasi sempre in forza di un accordo precedentemente preso fra i genitori dello sposo e i genitori della sposa senza che gli interessati potessero esprimere un proprio parere, la favorita (una cortigiana che assurge al ruolo di amante) diventava tale grazie a un palese apprezzamento del sovrano. Quest’ultimo lo dimostrava attraverso gesti profondamente simbolici e pubblici quali il saluto, la parola e il dono a chi, tra le donne che popolavano la sua corte, fosse quella che lui stesso aveva giudicato superiore alle altre. Poco importava che la favorita potesse essere già sposata o che la regina consorte ne potesse avere a male.
Sin qui potreste pensare che tutto ruota attorno alle scelte del re, quindi dove si manifesta il potere femminile?

Per rispondere alla domanda proporrò due esempi tratti dal testo: il primo è quello di Caterina de’ Medici, il secondo è quello di Madame de Pompadour.

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Édouard Debat-Ponsan ritrae Caterina de’ Medici che osserva le vittime del massacro di San Bartolomeo

Caterina de’ Medici fu regina consorte di Francia grazie al matrimonio con Enrico II di Valois. Dalla loro unione nacquero, seppur con molte difficoltà e dopo ben dieci anni di matrimonio, molti figli di cui però non tutti giunsero all’età adulta. Nel 1559 ella rimase vedova e da allora sino al 1589 fu di fatto la regine reggente di Francia, aiutando i due figli che si succedettero sul trono. Quella di Caterina de’ Medici fu senza dubbio un’acuta strategia politica, volta ad assicurare attorno alla sua figura un’aura di clemente austerità che le garantisse il primato a corte dopo la morte di Enrico II:

«Tutta la sua autorità derivava dall’essere vedova e madre, condizioni che per incutere rispetto esigevano la rinuncia a ogni forma di vanità femminile, la devozione al marito scomparso, l’austerità, la castità, la totale dedizione all’educazione dei figli e agli interessi del piccolo re. […] La sua severità non aveva però niente di arcigno: una incipiente pinguedine contribuiva a conferirle un’aria rassicurante, bonaria, resa ancora più convincente da una squisita cortesia e da un tono suadente. […] la sua grande capacità di persuasione, unita a un notevole acume psicologico e a un’arte consumata della dissimulazione, faceva di Caterina una straordinaria mediatrice e una abilissima diplomatica.»

L’impalcatura che Caterina costruì attorno alla sua figura per sostenerla nell’incertezza di una donna sola al comando si basò sul sapiente utilizzo di simboli: fu lei ad adottare l’utilizzo del nero per esprimere il proprio lutto, quando in precedenza si usava il bianco, fu lei a codificare in una indistruttibile ritualità tutti i cerimoniali di corte, delle udienze e delle feste. Mai, durante la sua reggenza (che potremmo benissimo definir regno se non per timore di sbagliare giuridicamente), il cerimoniale di corte si fermò un solo giorno, neanche durante le guerre, neanche durante il sanguinoso fratricidio che furono le lotte religiose tra cattolici e ugonotti. Il suo obiettivo principale fu e rimase il mantenimento e l’accrescimento dell’autorità regale, placando e contrastando le spinte che dal basso venivano rinfocolate dai feudatari che reclamavano sempre meno vincoli con la corona. Il suo lavoro di regina reggente si esplicitò nei termini di una conservazione di quella che sarebbe stata, alla sua morte, l’eredità del regno ai suoi figli e il mantenimento sul trono della dinastia Valois.

Il secondo esempio di questa espressione di potere (al) femminile viene da Jeanne Antoinette Poisson, meglio conosciuta come “Reinette” o Madame de Pompadour.
Il caso di Madame de Pompadour ci mostra l’ascesa sociale che la giovane “Reinette” (“reginetta”) fece dal suo ambiente alto borghese di provenienza. Grazie alla sua acuta e seducente personalità riuscì non solo a farsi introdurre alla corte di Versailles di Luigi XV, ma anche a diventarne la favorita per quasi vent’anni.

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La Marchesa di Pompadour, ritratto di François Boucher

«Si riteneva la marchesa colpevole di incoraggiare Luigi XV a isolarsi dalla sua corte per meglio dominarlo, e di influire sulla scelta dei pochi fortunati chiamati a condividerne l’intimità, il che equivaleva ad appropriarsi surrettiziamente di una prerogativa esclusiva del sovrano: l’esercizio del favore.»

Questo elemento, l’esercizio del favore, sta alle favorite nella stessa proporzione in cui la conservazione del potere regale sta alla regina reggente: è semplicemente tutto. Sono i massimi cui le due categorie di donne possono ambire, proprio perché rappresentano l’essenza stessa del potere del sovrano: la regalità e il favore, l’autodeterminazione e il giudizio. Ricordiamo il percorso diverso dal quale le regine e le amanti giungono in cima alla piramide sociale: la regina dall’esterno, l’amante dall’interno. Dunque se il potere e il favore sono gli strumenti che il re ha utilizzato per dare loro il dominio sul regno e sulla corte, parimenti potere e favore diventano ciò cui queste donne ambiscono per potersi autodeterminare. Nel caso di Caterina de’ Medici era chiaro, in quello di Madame de Pompadour è più sottile, perché si tratta di una favorita: isolando il re e tenendolo sempre più stretto a sé, Reinette riesce a impadronirsi del potere, di pertinenza esclusiva del sovrano, di scegliere, selezionare chi può avere accesso ai salotti e alle feste che lei organizza e di cui lei sola compone la lista degli invitati. La figura maschile viene svuotata della sua facoltà senza che il detentore di tale facoltà se ne accorga.

Oltre a questi, Craveri ci racconta molte altre storie, tutte interessanti e ugualmente efficaci, che aiutano la nostra coscienza ad ampliare e a moltiplicare lo sguardo sul potere multiforme della donna, mai privo di osservazioni contrastanti da parte di storici e critici, dandoci al contempo una bella lezione di storia, sia moderna che contemporanea.

La Brexit è fra noi: impressioni di un romantico europeista

Di Gian Luca Nicoletta

 

Quando la mezzanotte è scoccata, tra il 31 Gennaio e il 1 Febbraio 2020, tutti noi abbiamo perso un pezzo di storia. Un pezzo di storia del presente, il che al momento è una fortuna, perché quella futura potrebbe recuperarlo mentre quella passata, parola mia, non si tocca.

La famigerata Brexit, ciò che per tre anni è stato per alcuni un sogno, per altri un incubo annunciato, è arrivata e non c’è nulla che possiamo fare per cambiare la realtà, che ci piaccia oppure no. Dal 2016 abbiamo visto giorno dopo giorno come un popolo può cambiare idea nel giro di qualche manciata di mesi, abbiamo visto come questo popolo può essere influenzato nella sua sacrosanta libertà di scelta, abbiamo anche visto come un’intera assemblea di deputati, cioè chi è per professione delegato da altri a prendere decisioni difficili in nome della fiducia, di una competenza mostrata o di un indiscusso merito provato, può rimanere immobile come un pezzo di pietra monolitica.

Un elemento sul quale, penso, non si possa essere in disaccordo, è che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha deluso tutti. Dalla fazione più convinta che ha sempre sostenuto il remain all’estrema fazione opposta sostenitrice del leave. I primi perché non vogliono (o volevano… meglio il presente, simbolo di speranza) perdere molti diritti che solo l’U.E. può garantire e che volenti o nolenti vedranno limitati, i secondi invece per liberarsi di molti vincoli che la stessa U.E. impone a tutti gli Stati membri, ma che in un modo o nell’altro dovranno rispettare se desiderano che il loro Paese rimanga almeno nel mercato europeo.

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Il Parlamento Europeo – fonte: eunews.it

La mia modesta opinione, più volte espressa altrove ma che trova spazio fra queste pagine virtuali per la prima volta, è che tutta la questione della Brexit è stata dirottata su aspetti prettamente economici e commerciali, quando per una scelta sana e coscienziosa si sarebbe dovuto guardare solo all’aspetto morale.
Viviamo nell’epoca in cui se qualcuno è in disaccordo con noi non perdiamo più tempo a discuterci, ci basta andare da qualche altra parte e farci dar ragione da chi la pensa come noi. Il contraddittorio, il confronto, il dibattito sono ormai pratiche desuete, inutili. Il bambino che perde a calcio e si porta via il pallone è ormai assurto al ruolo di massima guida dei capi di governo, e pensare che il sentimento d’insoddisfazione che ci lascia è sempre lo stesso, sia che si litighi nel vialetto dietro casa o tra le aule dell’Europarlamento.

L’Unione Europea che conosciamo oggi non è perfetta, tutt’altro! Sono il primo ad ammetterlo, il primo a dire che di questo passo le cose non possono andare avanti, né migliorare. Ma ciò non vuol dire che l’intero progetto debba essere abbandonato. Se in casa c’è una perdita, un buco nel tetto, o una finestra rotta, cerchiamo di riparare quel che è danneggiato o demoliamo la casa? Preferiamo rimboccarci le maniche e stare lì, a discutere e a lavorare per risolvere il problema, o preferiamo aspettare di trovarci senza un tetto sulla testa solo per sapere di aver avuto ragione quando tutto sarà crollato?
L’Unione Europea è nata per mantenere la pace nel continente. Questo è il primo, grande, sacro obiettivo che ci siamo dati dopo la Seconda Guerra Mondiale. Rimarco con forza il ci perché si tratta di un progetto che riguarda tutti i popoli del continente che abitiamo, della parte di mondo che ci è capitata in sorte di vivere. L’Europa divisa ha generato due guerre mondiali e centinaia di milioni di morti, l’Europa divisa ha dato spazio al più feroce antisemitismo, l’Europa divisa è stata allo stesso tempo carnefice e vittima di sé stessa.

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25 Marzo 1957, nasce la CEE con la firma del Trattato di Roma – fonte: corriere.it

L’Unione Europea è nata perché Hitler non ha vinto, e mi addolora molto vedere che il primo Paese ad abbandonare questo progetto di pace è l’unico Paese europeo che durante la guerra al nazismo è rimasto libero e non neutrale, resistendo e combattendo. La mia sarà forse un’analisi troppo idealista, rétro se vogliamo, ma i popoli e le nazioni vivono di simboli e di mitologie laiche, e la Brexit rappresenta per me una grossa macchia sulla nostra storia di europei e sulle mitologie che ancora dobbiamo costruire.

il 29 Gennaio 2020, quando il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza l’accordo che ha dato il definitivo via libera all’uscita del Regno Unito, tutti gli eurodeputati si sono stretti in un grande abbraccio e hanno cantato Auld Lang Sine, conosciuta in francese come Ce n’est qu’un au-revoir e in italiano come Valzer delle candele. Un canto scozzese il cui testo si concentra sulla speranza di un prossimo incontro futuro e sull’importanza di non cancellare quanto c’è stato in passato.
Così mi sento nei confronti del Regno Unito, da cittadino europeo ed europeista che ha lasciato un microscopico pezzetto di cuore su quell’isola.

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25 Marzo 2017, celebrazione dei 60 anni del Trattato di Roma – fonte: quirinale.it

For auld lang syne, my jo
Ce n’est qu’un au-revoir, mes frères
Questo non è che un arrivederci, fratelli miei

Una riflessione sul Giorno della Memoria: cosa rimane oggi?

Di Gian Luca Nicoletta

 

In occasione del Giorno della Memoria desidero condividere con voi alcune riflessioni sulla Shoah; riflessioni che ho avuto modo di fare durante il mio anno di Servizio Civile, cioè tra il 2017 e il 2018.

Il progetto cui ho preso parte si intitolava La Memoria come strumento di educazione alla pace, l’ho svolto grazie ad Arci Servizio Civile, coinvolgeva oltre a me altre quindici persone da diverse parti d’Italia ed era incentrato su una ricerca, a livello documentale e archivistico ma anche sociologico, della memoria della nostra Resistenza e dell’esperienza della Shoah. Nello specifico abbiamo ricercato nei vari archivi (sia cartacei che on-line) di molti giornali locali e nazionali tutte le informazioni che riguardassero questi due fenomeni, cercando di studiare come le notizie a loro relative venissero impostate, scritte, perfino disposte  sulla pagina per comprendere quale messaggio nel complesso la stampa intendeva trasmettere ai lettori. Parallelamente a questo abbiamo elaborato un questionario di circa trenta domande nel quale chiedevamo, a ragazze e ragazzi di età compresa fra i 18 e i 30 anni, cosa sapessero e cosa pensassero della Shoah e della Resistenza.

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I dati che abbiamo raccolto si sono dimostrati per lo più incoraggianti, sebbene segnati da alcune imprecisioni secondo noi dovute a una visione piuttosto semplificata della Storia nazionale ed europea: l’ombra nel nazismo sui rapporti di potere nell’Italia di allora è sempre molto forte e si tende a credere, in linea generale, che la dittatura mussoliniana quasi non fosse altro che un’appendice di quella hitleriana. Ovviamente così non fu: non bisogna cedere al facile inganno che ci giocano le immagini di una Germania invincibile almeno fino al 1941 e di un’Italia supina e succube negli anni della guerra civile. Ci sono prima e in mezzo molti eventi, grandi dinamiche le cui responsabilità non possono che ricadere sulla nostra parte della ricostruzione storica, a partire dalle ignominiose leggi razziali del 1938. Proprio in merito a questo ci sono giunte delle critiche positive e interessanti che hanno dimostrato come pure noi volontari eravamo, nostro malgrado, vittime di quell’inganno. Nelle domande poste proprio in merito alla responsabilità della promulgazione delle leggi razziali, ci è stato fatto notare da alcuni che mancava una importante opzione: non avevamo pensato che qualcuno potesse dare la colpa dell’approvazione di quelle leggi al Capo di Stato di allora, Re Vittorio Emanuele III che, firmando l’atto a lui presentato, aveva formalmente permesso all’Italia di diventare un Paese dotato di leggi espressamente razziste.

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Fonte: ilpost.it

Ma cosa ci rimane oggi di quell’esperienza? Sicuramente tanto dolore. L’onta dello sterminio di 6.000.000 di ebrei ci riguarda e da vicino, non possiamo ignorarlo né negarlo, come molti ancora oggi vorrebbero fare. Fortunatamente abbiamo chi può testimoniare per via diretta cosa accadde durante quegli anni atroci: le esperienze di Sami ModianoLiliana SegreNedo Fiano e, fino a qualche anno fa, di Shlomo Venezia tra gli altri vanno ascoltate, imparate a memoria e ripetute per filo e per segno a tutti, dai bambini agli adulti. Bisogna accettare che quanto è accaduto non è più modificabile né emendabile, si tratta di un fatto storico che, in quanto tale, può e deve subire almeno due processi: un processo di scientifica analisi storiografica che faccia sempre più luce su tutto quello che è avvenuto; e uno di presa di coscienza che, in quanto fatto verificatosi, può essere ripetuto. Nella mia modesta opinione sbaglia chi dice che Hitler era un pazzo, un folle fuori controllo, perché ciò vorrebbe dire depotenziare la carica di quanto è riuscito a organizzare. Non era pazzo, come non erano pazzi Mengele, Goebbels, Himmler o Priebke. La loro è stata fredda programmazione, calcolo matematico, ragionamento geografico, valutazione di ipotesi e prova delle stesse. Erano esseri umani nel pieno controllo delle loro facoltà, che hanno messo le loro menti a servizio di un ideale fondato sull’odio, sul sangue e sulla morte.

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La Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz Birkenau

Dobbiamo conoscere la Shoah, dobbiamo studiarla e dobbiamo viverla, per renderla una esperienza non solo storica ma anche antropologica, qualcosa che riguardi ogni essere umano e che punti al miglioramento intellettuale della nostra specie: leggiamo di Primo Levi, di Irène Némirovsky, di cosa a loro è successo e di quanto il mondo ha perso, per esempio. Visitiamo i luoghi, conosciamo le persone, direttamente o indirettamente non fa differenza, purché il nostro cervello riservi una parte alla memorizzazione e comprensione di quanto è accaduto settantacinque anni fa.
Sono fatti di ieri e non di più.

Parma Capitale Italiana della Cultura 2020: un programma da non perdere per attività all’insegna della cultura e della sua funzione etica e sociale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Due giorni fa si sono chiuse le celebrazioni per l’inaugurazione di Parma come Capitale Italiana della Cultura 2020, il prestigioso riconoscimento conferito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che viene assegnato, ogni anno, alla città italiana che più di tutte è in grado di presentare progetti culturali per promuovere la cultura italiana fra gli italiani e non solo.

Quest’anno il titolo è stato vinto dalla città Emiliana, la quale ha messo in campo centinaia di progetti fra mostre, incontri e dibattiti volti a stimolare nel pubblico un rinnovato apprezzamento per la nostra cultura e per il nostro ambiente.

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Parma – fonte qualitytravel

Tutte le attività sono state suddivise in categorie, ciascuna caratterizzata da un colore, in modo da rendere più agevole la scelta delle attività cui prendere parte. Tra queste ci sono rassegne d’arte contemporanea, installazioni di nuovi artisti, percorsi museali anche attraverso i grandi restauri, spettacoli di teatro e di musica, incontri sull’ecologia, la democrazia e tanto altro.

Un’importante innovazione di Parma2020 è stata quella di non accentrare su di sé l’intera attenzione e peso dei progetti: un onere e un onore che deriva dall’essere la Capitale della Cultura è indubbiamente quello di essere meta di grandi flussi turistici. Con i suoi progetti, tuttavia, la città di Parma è stata in grado di coinvolgere anche tante altre realtà della provincia, in modo da permettere anche al territorio e chi lo vive quotidianamente di mostrare le proprie bellezze e il proprio potenziale.

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Qui di seguito troverete tutti i link ai programmi e al calendario con ogni data. Molti eventi sono già iniziati alla fine del 2019 e termineranno nel prossimo mese e mezzo, ma tantissimi altri inizieranno con la Primavera e si protrarranno sino a Gennaio 2021.
Il tempo non manca, la strada la conoscete, nessuno di noi ha scuse per evitare di fare una gita a Parma, potrebbe essere un’attività per questo 2020.

Buon viaggio!

Parma Capitale della Cultura Italiana 2020

Il programma generale

Il calendario di Parma 2020

Facciamo conoscenza – il programma dell’Università di Parma

Emilia 2020 – il programma della zona di Parma, Piacenza e Reggio Emilia

 

La Perla delle Città: viaggio a Samarcanda insieme a Franco Cardini

Di Andrea Carria

 

La tentazione è forte: cominciare a parlare della città di Samarcanda dalla celebre canzone di Roberto Vecchioni è, per un italiano, quasi un atto dovuto. Ognuno di noi ha le sue note nelle orecchie e almeno una volta l’ha canticchiata. È un patrimonio nazionale… anzi un Patrimonio dell’Umanità. Sì, perché Samarcanda non è solo una canzone o un luogo leggendario, ma una città vera fatta di pietra e mattoni, di marmo e maioliche, di cupole e minareti, di maestose arcate e altri monumenti di straordinaria bellezza.

Mi piacerebbe dirvi che l’articolo di oggi è il frutto di un viaggio compiuto in prima persona in Uzbekistan, ma mentirei. Se però anche i libri possono essere un viaggio — anzi, sono un viaggio a tutti gli effetti — allora pure io posso impiegare tranquillamente questa parola e aggiungere, tra l’altro, di aver viaggiato insieme a un compagno d’eccezione.

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La lettura di Samarcanda. Un sogno color turchese di Franco Cardini (Il Mulino, 2016), professore emerito di Storia medievale presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane, è stato il mio viaggio di Natale a tutti gli effetti. Scovato per caso in libreria, questo volumetto da una parte mi ha permesso di avventurarmi in un argomento che ho sempre desiderato approfondire (sono un lettore di storie di città piuttosto appassionato), mentre dall’altra ho avuto la possibilità di riscoprire ciò che mi affascina veramente della Storia (le storie di frontiera o di periferia, quelle che nessuno ti insegna e che devi andarti a cercare), con la quale, checché ne dica il mio percorso universitario, ho un rapporto contrastante…

Ma veniamo ora al libro di Cardini e, attraverso esso, a Samarcanda, «Perla delle Città». Si tratta di un volumetto compatto e denso di informazioni, ma al tempo stesso agile ed estremamente godibile, dal quale il lettore amante della storia saprà sicuramente trarre adeguata soddisfazione. Ma etichettarlo solo come un libro di storia non sarebbe tuttavia opportuno. Come le sue monografie precedenti su Istanbul e Gerusalemme, anche questa su Samarcanda rimane, da parte di Franco Cardini, il profilo di una città tracciato da uno storico professionista; tuttavia, se è vero che per una città la propria storia vuole dire tanto, questo non significa che una città sia soltanto la sua storia. Così, mentre l’autore si accinge a ripercorrere con puntualità e rigore le varie epoche di Samarcanda dalle origini sino ai giorni nostri, parallelamente non manca di indagarla sotto altri punti di vista (come quello del flâneur, per esempio), né di dispensare informazioni, dritte e consigli di prima mano agli aspiranti viaggiatori, tanto che alla fine, il libro, non si nega troppo neanche come guida turistica.

Molto piacevole è il modo in cui l’autore prende direttamente parte al racconto parlando dei suoi viaggi, ricordi, aneddoti e sogni di studente legati al nome di Samarcanda: è un modo garbato e non intrusivo di vivacizzare un saggio pensato per la divulgazione. Come infatti Cardini stesso confessa, Samarcanda (o Afrasiab, come pure voi scoprirete leggendo il libro) è una città reale che l’obiettiva lontananza geografica e i miti che da sempre ammantano il suo nome tendono a collocare — nell’immaginario comune come in quello del viaggiatore più istruito ed esperto — al di là di ogni possibile. Per gli occidentali greci e latini, non a caso, essa sorgeva in quella parte di mondo, per la maggior parte ignota, da loro chiamata Sogdiana, ovvero Transoxiana, la “terra al di là del fiume Oxus” (oggi Amu Darya), nell’antichità classica considerato un limite naturale quasi inviolabile agli estremi confini del Mondo, oltre il quale si erano spinti soltanto dèi ed ero leggendari, oppure uomini fuori dal comune come Alessandro Magno. È anche per questo, dunque, che il nome di Samarcanda — insieme alla fama di città ricca che la segue almeno dalla sua prima fioritura, tra VI e VIII secolo d.C. — ha da sempre esercitato un potere immaginifico unico, un potere che l’autore descrive nei termini di una «struggente violenza della fantasia che fa aggio su una realtà lontana e avvolta nelle nubi di sabbia del deserto».

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Violenza della fantasia che Cardini comunque bilancia, o meglio àncora alla realtà, grazie a una ricostruzione storica che è il risultato di un riuscito compromesso fra completezza e sintesi. Facendosi strada fra le leggende di fondazione, la pluralità dei nomi, le prime fioriture e le successive cadute, ecco che si giunge già meravigliati al cuore del libro, coincidente con la creazione dell’Impero Timuride fra il XIV e il XV secolo a opera di Amir Timur (1336ca-1405), colui che l’autore — avendone preventivamente spiegato la ragione — si vieta di chiamare con l’epiteto spregiativo, ma più noto, di Tamerlano. Quella che infatti è arrivata fino ai giorni nostri non è la Samarcanda persiana, né la Maracanda di Alessandro Magno, né la città musulmana che, ben prima del passaggio di Marco Polo, costituiva già uno snodo carovaniero di primaria importanza lungo la Via della Seta; la Samarcanda dei mausolei, delle belle moschee, delle madrase smaltate affacciate sul Reghistan (la grande piazza dei mercanti), degli alti minareti e delle cupole color del cielo, la città dal 2001 protetta dall’UNESCO è infatti la Samarcanda risorta dopo la devastazione di Gengis Khan nel XIII secolo, ma soprattutto, stratificazioni storiche a parte, è la città concepita e voluta da Amir Timur, il suo più grande sovrano, che ne fece la capitale di un impero smisurato che si estendeva dalla Cina al Mar Nero. A quel tempo Samarcanda era ciò che oggi definiremmo una “potenza mondiale”: temibile, rispettata, ricca, piena di vita e di cultura, impreziosita di monumenti e opere d’arte pregevolissime, fu allora che essa si guadagnò l’appellativo meritatissimo di «Perla delle Città».

Il momento di vero splendore di Samarcanda durò tuttavia solo una manciata di anni, estendendosi poco oltre la morte del suo grande sovrano nel 1405; Ulugh Beg (1394-1449), suo nipote, ne prolungò di circa mezzo secolo l’egemonia politica e culturale, ma le lotte intestine in cui nel frattempo l’Impero era sprofondato fecero sì che nel XVI secolo la città perdesse addirittura la propria indipendenza a vantaggio della potente città di Bukhara, alla quale Samarcanda rimase soggetta per tre lunghi secoli. Per la «Perla delle Città» un domani di grandezza non ci sarebbe più stato, eppure, al volgere del XIV secolo, Samarcanda — scrive Cardini — sembrava davvero «destinata a divenire uno dei centri immortali del mondo come lo erano state Roma, Costantinopoli, Baghdad, Pechino e come sarebbero state Esfahan, Mosca, Delhi».

Così come ci accompagna verso la sua ascesa, lo storico non trascura infatti i tempi più bui della città — o del «torpore», come lui li definisce — tra il XVII e il XIX secolo, quando Samarcanda, complice la disgregazione dell’Impero Timuride che l’aveva vista sottomettersi a Bukhara e la crisi irreversibile della Via della Seta, si era letteralmente svuotata di abitanti e merci, regredendo ad anonimo caravanserraglio (caravansaray) lungo le piste desertiche dell’antica Transoxiana, ormai Turkestan a tutti gli effetti.

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Statua di Amir Timur a Kesh (oggi Shakhrisabz), sua città natale

La Storia tornò a interessarsi a essa, a Bukhara, a Tashkent, a Khiva, a Kokand e agli altri ex fiorenti centri mercantili sulla strada per la Cina soltanto a metà Ottocento, durante quello che gli Inglesi chiamarono «Il Grande Gioco». In realtà non si trattò di un gioco ma di una feroce spartizione territoriale, una vera lotta di conquista a scapito degli Asiatici condotta quasi sempre a colpi di cannone tra gli Inglesi stessi, saldamente attestati in India ma con chiare mire espansionistiche verso Nord, e i loro rivali, i Russi. Nel 1868 l’antica capitale di Timur venne annessa all’Impero zarista di Alessandro II e conobbe un’altra profonda trasformazione, non soltanto politico-culturale ma stavolta anche urbana: a fianco della città vecchia, abitata da Tagiki e Uzbeki, vennero infatti costruiti nuovi quartieri “all’Occidentale” con ampi viali radiali, la stazione della ferrovia transcaspiana (che raggiunse Samarcanda nel 1888) e palazzi in stile europeo, dove andarono a vivere i nuovi coloni borghesi provenienti dalla Russia.

Il racconto di questa fase della storia della città, così come pure quello dedicato al periodo sovietico, non è meno interessante di quelli relativi alle sue glorie passate, soprattutto perché Cardini sa quali elementi storici, culturali e religiosi mettere in evidenza per esprimere la portata epocale di questi due passaggi. Riguardo al terzo, quello contemporaneo post-sovietico, l’autore passa a considerazioni che invitano alla riflessione e ne approfitta per fare chiarezza su alcuni “nodi” poco conosciuti in Europa, come ad esempio i problemi etnici e religiosi che la fine delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ha riportato a galla. Si impara così che a suo tempo l’attacco comunista condotto contro la tradizione islamica centroasiatica — originariamente estranea alle correnti fondamentaliste diffuse invece in altre aree del mondo musulmano — ha facilitato la penetrazione al suo interno proprio di quest’ultime (vedi il caso afghano), oppure che i confini aggrovigliati di Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan attuali non sono bastati a sbrogliare la matassa dei popoli, tanto che la Samarcanda di oggi — il secondo centro urbano uzbeko per dimensioni dopo la capitale Tashkent — possiede in realtà una fortissima identità tagika che la rende di fatto una città contesa fra i due Stati.

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Il Reghistan, cuore pulsante di Samarcanda all’apice del suo splendore

Riassumere millenni di storia in appena trecento pagine è un’operazione difficile e rischiosa, e anche uno storico di professione può trovarsi in imbarazzo di fronte alla semplificazione o all’omissione di certi avvenimenti cosiddetti secondari, ma che secondari in realtà non sono. L’abilità di Franco Cardini è consistita nell’aver condotto una narrazione che ha fatto di tutto per armonizzare gli inevitabili salti temporali, minimizzando contemporaneamente la dispersione delle informazioni. La sua Samarcanda rimane comunque un libro piuttosto tecnico, dove è l’argomento stesso a richiedere riferimenti abbondanti a lingue, culture, realtà, fatti e tradizioni con cui il lettore italiano medio ha scarsa familiarità. Cartine, note e il glossario posto in fondo al volume aiutano, tuttavia per certe questioni relative all’Islam o alla storia e alla geografia dell’Asia Centrale potrebbero rendersi necessari (lo testimonio) approfondimenti da effettuare in parallelo con la lettura del saggio.

Consiglio la lettura di questo interessantissimo volume a tutti quelli che, come me, abbiano interesse per la storia delle antiche città e dell’Oriente, e in modo particolare a coloro per i quali il viaggio comincia dalle pagine di un libro. Samarcanda. Un sogno color turchese di Franco Cardini è uno di quei libri che ci ricordano di quante trame straordinarie ma nascoste si compone il grandioso arazzo della Storia.

E ora terrò fede alla tentazione dalla quale ero partito concludendo questo viaggio sulle note della Samarcanda di Vecchioni (1977). Buon ascolto!

Un caso politico travestito da romanzo: l’affaire Dreyfus

Di Gian Luca Nicoletta

 

Se c’è stato un periodo in Europa in cui l’antisemitismo è diventato una questione di stato in senso moderno, quel periodo è sicuramente la fine del XIX secolo. Lo dico con rammarico perché il 1800 è stato, nella mia modesta opinione, un grande secolo poiché in tutti i campi del sapere sono stati fatti enormi passi in avanti: dalla scienza, alla tecnica, all’ingegneria, alla pittura e, ovviamente, alla letteratura.

Nell’ultimo ventennio del secolo presero piede infatti manifestazioni sempre più organizzate e spesse volte sostenute, in maniera palese o celata, da alcuni apparati dello Stato. Un esempio possono essere i pogrom russi iniziati proprio nel 1881 che videro prendere parte ai saccheggiamenti e alle accuse contro gli ebrei russi anche parte delle forze armate zariste.

Un altro caso che scosse tutta Europa, sempre sul finire del 1800, e che rimise in ballo la questione dell’antisemitismo, fu quello che passò alla storia come affaire Dreyfus, ovverosia il processo per alto tradimento fatto ai danni dell’ufficiale di Stato maggiore francese Alfred Dreyfus, accusato di aver passato illecitamemte all’esercito tedesco alcuni documenti segreti riguardanti la sicurezza nazionale.

Alfred Dreyfus (1859-1935)

Dreyfus era un soldato ebreo che, verosimilmente come tutti gli ebrei d’Europa fino alla seconda guerra mondiale, viveva e svolgeva il suo lavoro in un sistema statale all’interno del quale si sentiva perfettamente integrato. L’accusa di alto tradimento si rivelò per lui una doppia condanna: la prima fu la vera e propria condanna all’esilio a vita dopo l’emissione della sentenza che lo giudicava colpevole; la seconda fu quella emessa senza processo dalla maggior parte della società francese dell’epoca. L’eco di questo processo fu talmente ampia che si potrebbe fare riferimento all’affaire come al primo processo mediatico della nostra storia. Tutti si interessarono a questo caso: dai politici, ai giornalisti, agli scrittori. L’elemento centrale dell’accusa, il tradimento, divenne il pretesto per mettere sotto una falsa luce tutti gli ebrei di Francia, descrivendoli come appartenenti a una cultura diversa che poco o nulla aveva a che spartire con quella francese.

L’elemento invece più folkloristico che accese e accende ancora oggi la fantasia riguarda il modo in cui l’accusa a Dreyfus poté prendere forma: una vera storia di spie. Durante le indagini vennero infatti scoperte lettere segrete e corrispondenze nascoste tra l’Ufficiale e suoi omologhi tedeschi. Il fatto poi che i documenti in ballo fossero estremamente delicati fece sì che l’attenzione fosse concentrata anche sulle più alte cariche militari e politiche, le quali erano indirettamente vittime del tradimento ma anche incapaci di scovare e fermare un traditore in tempo utile. Tutti gli elementi erano quindi a sfavore di Dreyfus, il quale venne pubblicamente degradato.

Tuttavia, dopo la condanna all’esilio, altri elementi emersero e si scoprì che le lettere scritte da Dreyfus erano in realtà dei falsi! Ci fu dunque un secondo processo a carico del Maresciallo Esterhazy, accusato della contraffazione, il quale però fu assolto: dopo il gran polverone e le gravi condanne emesse contro Dreyfus, lo Stato non poteva permettersi di mostrarsi come facilmente ingannabile, dunque la linea ufficiale da mantenere fu quella dell’assoluta colpevolezza e il caso esplose tanto da valicare i confini nazionali.

La prima pagina de “L’Aurore” con il testo di Émile Zola

A questo punto della storia entra in scena anche il mondo della letteratura. Il 13 Gennaio 1898 l’Aurore, un giornale indipendente francese, pubblicò un testo che è passato alla storia con un titolo secco come uno schiaffo: J’accuse! scritto dal più grande esponente del naturalismo francese, Émile Zola. Nel suo articolo, indirizzato all’attenzione del Presidente della Repubblica Félix Faure, lo scrittore si scagliò contro tutti coloro che manipolarono il processo Dreyfus, accusandoli pubblicamente e facendone nome e cognome. Col suo testo si aprirono nello scenario della letteratura europea una nuova era e una nuova funzione per gli scrittori: raccontare la verità (la realtà era già stata oggetto di studio proprio col naturalismo) e l’impegno. Dopo la pubblicazione dell’articolo, le cui vendite del numero sul quale appariva registrarono un vero record, l’opinione pubblica si divise in due fazioni: i dreyfusardi a favore dell’innocenza dell’Ufficiale e gli antidreyfusardi che sostenevano la sua colpevolezza. Col tempo, poi, le due fazioni si arricchirono di cariche politiche talmente forti e opposte che nel mondo intellettuale e nell’alta società francese molte porte si potevano aprire o chiudere proprio sulla base dell’opinione che si aveva sull’affaire.

Più tardi, fortunatamente e non senza un’inversione di rotta fatta da un Governo di segno opposto al precedente, i pezzi di questo complesso puzzle vennero messi tutti al loro posto e nel 1906 Alfred Dreyfus fu reintegrato nell’esercito, mentre il colpevole di questa truffa di stato fu condannato.

Il movimento di idee, opinioni e ideali fu immensamente grande e sconvolse le coscienze di molti e da allora il caso Dreyfus non smise di stimolare l’immaginazione e la riflessioni degli scrittori. In merito a questo scrisse Marcel Proust in alcune parti della Recherche, descrivendo le incoerenze e gli opportunismi della ricca e opulenta società parigina. Più tardi anche Umberto Eco scrisse nel 2010 l’interessantissimo Il cimitero di Praga, in cui grande parte ricopre l’affare e più tardi ancora, nel 2013, Robert Harris diede alle stampe L’ufficiale e la spia, di cui recentemente è stato fatto un adattamento cinematografico per la regia di Roman Polánski.

Dopo più di un secolo dal suo inizio, questo caso in cui sono mischiati il diritto, la politica, la sociologia e la letteratura ancora non smette di affascinare per la sua dinamicità, i suoi colpi di scena e per le significative ripercussioni sulla nostra società. Un vero e proprio romanzo, scritto da più mani di quante se ne possano contare.

Il primo progetto di una Europa unita: una storia che ha quasi 100 anni

Di Gian Luca Nicoletta

 

De Gasperi, Schuman, Spinelli, Hirschmann, Colorni, Coudenhove-Kal… prego?

Se di questa breve lista di alcune delle persone che hanno speso sangue e inchiostro per fondare l’Europa non riconoscete l’ultimo nome — che per inciso, prima che mi interrompessi, è von Coundenhove-Kalergi — allora io e voi siamo sulla stessa barca, e meno male.

Ho infatti da poco scoperto che al mondo è esistito Richard von Coudenhove-Kalergi, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla teorizzazione e alla costruzione di un’Europa unita sotto la bandiera di un unico grande Stato federale.

Richard Coudenhove-Kalergi è nato a Tokyo nel 1894. Il padre era un diplomatico, all’epoca, ancora austro-ungarico, mentre la madre era figlia di un commerciante giapponese.

Possiamo dire che tutto, nella vita del giovane Coudenhove-Kalergi, ha avuto fortissime influenze internazionali, estere, in una parola ampie. La famiglia del padre, nel corso dei secoli, aveva estremizzato il concetto di “relazioni internazionali”, giungendo a raccogliere nel novero di bisnonni, avii e prozii famiglie francesi, polacche, tedesche, dei balcani, greche (da cui deriva il secondo cognome, Kalergi), bizantine e veneziane. La famiglia della madre, invece, ha assistito alla grande apertura all’esterno che ha caratterizzato la politica del Giappone nella seconda metà del 1800, in netta contrapposizione col silenzio e il ritiro tipici dell’Impero dei secoli precedenti.

L’ambiente familiare nel quale Richard è cresciuto, secondo di sette figli, era votato alla severità e allo studio. Pare che il padre parlasse ben sedici lingue mentre la madre, disconosciuta dai genitori per aver sposato un occidentale, si dedicò per larga parte allo studio delle lingue e della matematica, prima, alla giurisprudenza e all’economia, dopo.

Ma veniamo ora alla parte sicuramente più interessante della vita di Richard, la sua produzione filosofica e politica. Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, che videro la dissoluzione dei tre grandi imperi Austro-Ungarico, Russo e Ottomano, Coudenhove-Kalergi abbracciò le idee innovative della politica del presidente degli U.S.A. Thomas Woodrow Wilson e del critico e filosofo tedesco Kurt Hiller.
Entrambi gli scritti, quello sui Quattordici Punti di Wilson e quelli frutto dell’attivismo di Hiller, hanno contribuito alla elaborzione degli elementi che stanno alla base del pensiero di Coudenhove-Kalergi: la pace e l’equilibrio fra le nazioni. In particolare si può dire che l’armonia programmatica esposta dal Presidente statunitense (che purtroppo non durerà che tre decenni) si sposò con il pensiero non convenzionale e prorompente del filosofo tedesco. A questo si aggiunse la mirabile perspicacia e attenzione al mondo contemporaneo di Richard ed ecco che questi giunse all’idea che segnò la sua intera vita: Paneuropa.

Il primo scontro mondiale aveva messo a nudo molte cose, molti livori e risentimenti che serpeggiavano tra i popoli come tra i governi, e questo era ben chiaro agli occhi di Coudenhove-Kalergi. Ma per giungere a un nuovo stadio del progresso e del benessere sociali, bisognava prima di tutto accettare e comprendere che era finito il tempo dei regni, degli imperi e della divisione del territorio, specialmente nel continente europeo, la cui storia geopolitica è massimamente riducibile a guerre fatte anche per fazzoletti di terra. Come potevano i singoli stati europei del 1919 competere con le nuove e grandi potenze che iniziavano a contendersi il primato della Storia, cioè Stati Uniti e Unione Sovietica? La risposta a ciò sta nella creazione di una paneuropa, ovverosia un unico, grande Stato federale che raccoglie al suo interno tutte le nazioni che formano il continente: dall’Italia alla Novergia, dalla Portogallo alla Polonia.

Le minacce, dato lo scenario internazionale, che Richard considera maggiormente pericolose per il nostro continente provengono dalle due grandi potenze sopracitate: nel suo Manifesto (pubblicato per la prima volta nel 1923) infatti si parla esplicitamente del rischio di una assoggettazione alla Russia in termini geopolitici, di una dipendenza dagli Stati Uniti in termini economici. Una Unione Paneuropea, invece, potrebbe resistere a entrambe e sventare ogni pericolo. La necessità di un mercato unico e di una unione politica sono, nelle parole di Coudenhove-Kalergi, la soluzione per creare un vero equilibrio fra i popoli e, conseguentemente, dare garanzia di una pace duratura. Il suo progetto portava in sé già molte delle istituzioni europee di oggi, come la Commissione Europea, e sua fu l’idea di utilizzare l’Inno alla gioia di Beethoven come inno dell’intera Unione.

L’idea di una organizzazione politica di questo tipo, per strano che possa sembrare, trovò l’appoggio di molti intellettuali e politici di tutta Europa, tra i quali figurano anche Albert Einstein, Thomas Mann, Carlo Sforza e Benedetto Croce.

Col passare del tempo questi ideali europeisti si diffusero sempre più nel continente e particolarmente negli ambienti anti-nazisti e anti-fascisti e subirono il maggior contrasto e repressione durante la Seconda Guerra Mondiale, ma ad ogni buon conto sopravvissero. Più tardi, cioè molto più recentemente rispetto ai fatti di cui vi parlo, il movimento Paneuropa si divise a causa della sua troppo forte impronta cristiana, sebbene uno dei capisaldi del movimento sia il rispetto di tutte le religioni e libertà individuali.
Oggi i due movimenti, il primigeno Paneuropa e la sua derivazione cioè il Movimento Europeo Internazionale, sono attivi e operano a diversi piani e livelli del nostro continente. Portano avanti le battaglie e gli ideali di quella prima generazione di europei ed europeisti, i primi che ebbero il coraggio di dire che il passaggio obbligato per giungere a una vera Comunità Europea è quello della cessione del potere nazionale a favore di uno sovranazionale. Una cessione che non vuole dire diventare servi di altri, non vuole dire svendere o rinunciare alla propria storia o ai propri valori. Vuol dire, semmai, l’esatto opposto: aprire le porta a nuove conoscenze, nuove esperienze e altre culture. Riconoscersi come parte di una stessa storia millenaria, confluita su una medesima strada da percorrere insieme.

Il movimento Paneuropa rappresenta il più vecchio movimento per un’unificazione del continente che abbiamo, un esordio di altissima qualità e che ha gettato le basi per altri e altrettanto importanti progetti, uno su tutti il Manifesto di Ventotene di Colorni, Spinelli, Rossi e Hirschmann. Percorsi creati da uomini e donne profondamente legati a tutta la cultura europea, convinti che la missione storica, politica e civile di questa parte di mondo sia quella di combattere uniti e saldi nelle nostre convinzioni per una società più giusta, eguale e moderna.

Inutile dire che oggi questo progetto sia lungi dall’essere realizzato, e parte di ciò è dovuta alla stessa classe dirigente europea che non vuole un’Europa unita proprio per impedire il verificarsi di quella cessione di potere nazionale cui facevo riferimento prima. Ma sta di fatto che questi movimenti non sono morti e anzi, godono ancora di una buona salute. A quasi un secolo dal Manifesto di Coudenhove-Kalergi, periodo in cui l’idealismo rappresentava una delle maggiori fonti dell’agire sociale e politico, ritengo una vera consolazione constatare che quel progetto non è stato dimenticato, ma anzi è andato arricchendosi e ampliandosi sulla scia delle grandi trasformazioni che il ‘900 e il 2000 hanno portato.

Il crollo del Muro di Berlino nella testimonianza di chi non c’era: a che punto siamo trent’anni dopo?

Di Andrea Carria

 

«La notte del 9 novembre di trent’anni fa cadeva il Muro di Berlino. O meglio, venne abbattuto. Furono i berlinesi stessi ad abbatterlo. Migliaia di donne e di uomini, di giovani e di meno giovani, di tedeschi e di cittadini da tutto il mondo si ritrovarono all’altezza della porta di Brandeburgo e recisero il laccio emostatico che per ventotto anni aveva serrato il cuore di una delle più grandi città d’Europa. Non si erano dati appuntamento, erano semplicemente andati. Uno dopo l’altro, a piccoli gruppi, finché la parola non si era sparsa. Probabilmente non avevano un’idea precisa di quello che sarebbe accaduto di lì a poco, sapevano soltanto che quella sera dovevano essere lì e che tutto ciò era giusto. I più organizzati aveva portato martelli e scalpelli, la maggior parte era venuta soltanto con le proprie braccia; tutti, tutti loro, avevano però portato con sé la speranza e il desiderio di un mondo diverso, migliore.
Le autorità non mossero un dito contro quella fiumana. All’improvviso non c’erano più ordini e nessuno sapeva cosa fare. E pensare che fino a pochissimi giorni prima, chiunque si fosse avvicinato troppo a quel Muro non avrebbe più avuto il tempo di ripensarci. In quasi trent’anni, i proiettili avevano fischiato tutti i giorni dalle parti di Berlino Est. Ma non quella sera. “Lasciate fare, lasciate fare!” avrà detto qualche ufficiale ai suoi uomini mentre egli stesso abbassava il mitra; il suo sguardo pensieroso si volgeva intanto verso Mosca, indeciso se augurarsi che quel silenzio continuasse oppure no.
Ma Mosca non parlò. Parlarono invece i martelli e i picconi, le grida e i canti, i cori e le chitarre, le urla di esultanza e le lacrime di commozione dei berlinesi di entrambe le parti, i quali, senza darsi appuntamento, si erano ritrovati per fare la Storia. Per farla insieme…»

Questo abbozzo di racconto, più o meno romanzato, è stato scritto da un testimone sui generis — me stesso —, da un testimone i cui ricordi sono le fotografie, i filmati e gli articoli di cronaca di chi quella notte l’ha vissuta anche per coloro che sarebbero venuti dopo. È la testimonianza di un embrione che, stando ai miei calcoli, non doveva avere, al momento dei fatti, più di due settimane. Ma è anche la testimonianza di un bambino italiano appassionato di geografia che, a scuola, la prima carta geografica dell’Europa che vide aveva ancora la BRD e la DDR colorate in modo differente al centro del Continente, e che quando chiedeva alla mamma quale fosse la capitale della Germania questa, come prima risposta data senza pensarci, rispondeva ancora Bonn. È poi diventata la testimonianza di un liceale che sui libri ha finalmente inteso il significato di Guerra fredda e che alla prima prova dell’esame di Stato scelse di svolgere la traccia proprio sui vent’anni da quella notte berlinese. Infine è diventata la testimonianza di uno studente universitario in Storia, di un autore che ha foggiato la propria identità sui valori liberali e democratici dell’Occidente, di un blogger che proprio adesso sta cercando di spiegare ai suoi lettori perché si consideri un testimone del Muro a tutti gli effetti.

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Sono nato nel 1990, l’anno che ha inaugurato la prima generazione del dopo-Muro. Io e quelli della mia generazione siamo dei testimoni proprio perché non c’eravamo: quello che testimoniamo con le nostre esistenze è la fine di un’epoca che non voleva finire, e il fatto di stare immediatamente al di qua dello spartiacque ci dà diritto di parlarne. La nostra testimonianza è necessariamente diversa da quelle di chi c’era. Non abbiamo ricordi diretti, non abbiamo esperienze personali da raccontare, e per quanto sincera la nostra voce generalmente non tradisce emozioni genuine per quei giorni. Noi siamo testimoni del Muro in quanto ne abbiamo inaugurato il Dopo. Noi siamo testimoni delle aspettative e dei desideri di chi quella notte era lì a prenderlo a martellate, di chi ci si è messo a sedere cavalcioni, di chi lo ha attraversato. Siamo i loro desideri in quanto siamo anche e soprattutto i figli e le figlie di quegli uomini e di quelle donne; siamo il filo che negli anni ha concretamente ricucito i brandelli che i nostri genitori avevano riavvicinato. Li abbiamo ricuciti andando a scuola, all’università, socializzando, aderendo agli Erasmus e a mille altri progetti di questo tipo, spostandoci di Paese in Paese, viaggiando e scegliendo liberamente dove andare a lavorare e a vivere. Noi del dopo ’89 siamo la testimonianza che un mondo diverso, in pace, libero e senza frontiere era possibile. Ma siamo anche la trave nell’occhio di quella stessa libertà.

Siamo infatti ancora noi a testimoniare i fallimenti del nuovo corso e la crisi del way of life occidentale, che mai come dopo il 9 novembre ’89 si è preteso di poter estendere ed esportare. Per qualche momento abbiamo creduto che tutto ciò fosse possibile e giusto, ma non è durato a lungo. Con la fine della Guerra fredda ci sono state altre guerre a essa collegate, l’America e la Russia, i due giganti, hanno ripreso rapporti cordiali ma non hanno abbandonato il vecchio vizio di spiarsi a vicenda. Oggi come ieri, mirano alla destabilizzazione interna l’una dell’altra, sono smaniose di ricchezza e potere, e non hanno rinunciato alle loro velleità imperialistiche — e magari fossero soltanto velleità!

Come europei, abbiamo assistito all’adozione della moneta unica nel 2001 e all’allargamento dell’Unione Europea a Paesi che prima si trovavano al di là della Cortina di Ferro. Lo abbiamo fatto, e la maggior parte di noi non se ne è pentita neppure adesso, quando ci siamo resi conto che le dimensioni di un organismo non dicono nulla riguardo alla sua buona salute. Abbiamo scoperto per esempio che forze populiste, sovraniste, autoritarie e antidemocratiche, così lontane dai valori guida che ci siamo dati, prosperavano in quegli stessi Paesi che abbiamo accolto, e quasi in contemporanea abbiamo scoperto che forze molto simili abitavano già in casa nostra, dove le abbiamo allattate e mantenute al caldo proprio perché credevamo — e continuiamo a credere — che la libertà di pensiero sia sacra. Abbiamo conosciuto matrimoni più o meno felici, a volte non abbiamo mantenuto le promesse fatte, siamo stati infedeli e abbiamo impugnato la bacchetta, e ora che stiamo per conoscere anche il primo divorzio, la Brexit, fingiamo di avere poca pazienza perché non si addice a una vecchia signora mostrare le lacrime in pubblico. Noi europei di oggi siamo testimoni di un’Europa che non è cresciuta come i suoi padri fondatori si auguravano, e forse per un eccesso di fiducia nella Ragione umana abbiamo lasciato che l’Occidente degli ultimi trent’anni si riempisse soltanto la bocca di belle parole. Abbiamo parlato così tanto e così a lungo di democrazia che l’abbiamo fatta diventare quasi un’idea platonica o un postulato kantiano, vale a dire qualcosa di evanescente e che non soddisfa. Siamo stati noi, testimoni di ieri e di oggi, a farlo e di questo fallimento siamo tutti quanti ugualmente responsabili.

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Ma non è sempre stato così. Per strada abbiamo dimenticato tante lezioni importanti. Se siamo testimoni, allora siamo testimoni anche del nuovo trinceramento dell’élite culturale, la quale è tornata nella sua torre d’avorio ancora prima di avere qualcosa da mettere al sicuro. Ci siamo dimenticati dei padri fondatori, ma anche di tanto altro. Per esempio, abbiamo dimenticato l’esistenzialismo, ma prima lo abbiamo etichettato come una moda. No, non è mai stata una moda. È stato, invece, l’ultima espressione intellettuale made in Europe ad aver avuto il coraggio di coniugare il pensiero con l’impegno politico e sociale.

Spesso sentiamo dire che non ci sono più ideologie di riferimento, che la fucina di nuovi pensieri politici ha chiuso i battenti e che lo sbandamento attuale sia una conseguenza della mancanza di ideali in cui credere. Quella che sorge dal basso, dal popolo, è una richiesta chiara e semplice: la gente ha bisogno di progetti, ha bisogno di credere in qualcosa. Il vero problema è che gli unici che hanno saputo intercettare questa richiesta sono quelli che non mi vergogno a chiamare cattivi maestri. Quelli che, invece di aiutare gli altri ad autodeterminarsi, fanno leva sulle loro emozioni più triviali come la paura per ottenere consenso e voti.

Contestualmente, credono pure di proporre un pensiero politico. Se però andiamo a guardare da vicino, scopriamo che non è così. Per essere tale e distinguersi, un pensiero politico, o comunque un pensiero in generale, deve avere almeno una caratteristica, anzi due: deve essere nuovo e dire cose argomentate. Con i suoi contenuti xenofobi, razziali, antiscientifici, discriminatori e autoritari, il sovranismo e il populismo nostrani non fanno invece altro che riproporre caoticamente vecchi pregiudizi la cui unica virtù è di avere la fortuna di incontrare le sacrosante proteste popolari, accattivandosene la simpatia. Ovviamente, i pregiudizi non sono un pensiero, tuttavia, in mancanza di meglio, è come se lo fossero. Sono manifestazioni culturali anch’essi, e basta trasformarli in un catechismo da sfoderare al bisogno perché del pensiero ne facciano le veci a tutti gli effetti. Ma non è così da tutte le parti.

In Russia, per esempio, un pensiero politico post-ideologico esiste ed è più vivo che mai. Lo ha fondato Aleksandr Dugin e si chiama nazionalbolscevismo, ovvero quarta teoria politica. Quarta perché questa teoria aspira a ritagliarsi un posto nella storia superando le tre dottrine politiche che l’hanno preceduta, tutte fallite: il nazifascismo, il comunismo e il liberalismo. Già da come si presenta, si capisce subito che il nazionalbolscevismo non è una semplice accozzaglia di pregiudizi o un catechismo, ma un pensiero strutturato che raccoglie numerosissime adesioni. È un pensiero perché è qualcosa di inedito, di nuovo, di argomentato, o quantomeno prova seriamente a esserlo. È un tentativo di sintesi di più idee e filosofie, e, come ogni sintesi che si rispetti, è molto efficace nel tenere insieme gli opposti. Nella filosofia di Dugin troviamo infatti una summa del pensiero degli ultimi tremila anni: comunismo e nazismo, zarismo e tradizionalismo, antiscientismo e antiliberalismo, cristianesimo e paganesimo, misticismo e fondamentalismo, esoterismo e religioni orientali, scontro fra civiltà ed escatologia, Hegel, Julius Evola, Heidegger e Nietzsche. Dugin è un critico feroce dell’America e del sistema liberal-capitalistico, inoltre biasima l’individualismo occidentale e il sistema di libertà che lo compone. Il suo è un pensiero da prendere con le pinze anche quando dice cose teoricamente condivisibili, come per esempio la tesi secondo cui non esiste una civiltà globale e che ogni nazione ha il diritto di darsi in autonomia l’ordinamento politico che meglio rispecchia la sua storia e il suo insieme di valori. Se ne deduce che la democrazia non sia sempre la cosa migliore per tutti e che anzi certi regimi, se sono l’autentica espressione di una nazione e di un popolo, sono legittimi. La questione è da prendere con le pinze anche perché viene posta da un punto di vista rigorosamente russiocentrico e antiamericano, per cui in realtà il diritto di esistere non è riconosciuto proprio a tutte le nazioni: per esempio, quello dell’Ucraina e delle ex repubbliche sovietiche — le quali, secondo Dugin, si sarebbero tutte più o meno vendute all’Occidente — è da lui apertamente messo in discussione.

Dugin è un pensatore trascinante, ma anche un politico: non è chiarissimo in che rapporti sia con Vladimir Putin, la cosa però certa è che egli sia tra i fondatori del partito Eurasia, il quale, riprendendo le dottrine slavofile ottocentesche, auspica la creazione di un superstato a trazione russa che si estenderebbe dai Balcani alla Manciuria. Il “fenomeno Dugin”, se così posso chiamarlo, è la dimostrazione che se l’Occidente tutto non ha più prodotto un proprio pensiero politico critico e propositivo, e degli intellettuali in grado di schierarsi, indicare la direzione e riempire le piazze come facevano Sartre e Camus — due modelli che non mi stanco mai di citare — la colpa non è dei tempi, ma soltanto nostra.

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Quello che penso io, in realtà, è che noi europei stiamo andando tutti quanti al traino di un passato che cerchiamo a ogni costo di ri-attualizzare. Pure il linguaggio politico con tutti i suoi fascismi e comunismi denuncia la miseria linguistica e ideologica in cui ci troviamo. Usiamo parole vecchie per riferirci a fenomeni diversi da quelli che erano nate per descrivere, e questo è doppiamente grave perché così non analizziamo il presente e ci precludiamo da soli la possibilità di comprenderlo. Dieci anni fa o giù di lì definivamo la nostra epoca come una fase di transizione, ma nessuno era in grado di dire transizione verso dove o cosa; ora è da un po’ che non sento più nessun cronista usare questa espressione, eppure non mi sembra che nel frattempo le idee si siano fatte più chiare. In compenso, viviamo di eredità storiche che abbiamo pericolosamente trasformato in miti. Tornando per esempio in Germania, è notizia ANSA di pochi giorni fa che il consiglio comunale di Dresda abbia proclamato lo stato d’emergenza nazismo, a fronte delle manifestazioni sempre più sfacciate e numerose di estrema destra nelle vie e nei ritrovi della città. Transizione verso il passato? Era forse questa ciò di cui parlavamo prima che la crisi del 2008 mettesse a nudo la nostra fragilità?

Fra pochi giorni saranno trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. È una ricorrenza doverosa. Soprattutto per non doverci pensare troppo seriamente più a lungo. Dovremmo, invece. Perché ci stiamo chiudendo in gabbia da soli per la felicità di qualcun altro. L’abbattimento del Muro ha rappresentato il ritorno della Libertà: la libertà, per tutti, di scegliere di andare e di essere ciò che si è in ogni luogo.

Una volta ho sentito un’intervista a Dugin nella quale il filosofo evidenziava la differenza sostanziale, a suo dire, tra l’Occidente e la Russia, e con essa il motivo della reciproca incomprensione: laddove noi occidentali ci preoccupiamo dell’individuo e delle sue libertà, in Russia viene prima il benessere della collettività, e in base a questo principio all’individuo può succedere di non poter fare o essere tutto ciò che vorrebbe. La differenza è estrema, sostanziale appunto, e riguarda i rispettivi pilastri su cui si poggiano le due civiltà. L’individualismo così aspramente criticato da Dugin è il fondamento della nostra società e cultura, ma non si pone affatto in contraddizione con il benessere sociale. Quest’ultimo non è la somma dei benesseri individuali, ma il benessere individuale di ciascuno è senz’altro la condicio sine qua non per una società più equa e giusta. Perché l’individualità per noi viene prima? Perché abbiamo capito, dopo secoli di assoggettamento a ordinamenti superiori, che l’individuo è l’unica cosa che alla fine resta, mentre le forme di aggregazioni a cui esso può prendere parte, da quelle politiche a quelle sociali, sono destinate a crollare oppure a trasformarsi. Dalle nostre parti, inoltre, l’individualità fa da sempre rima con libertà: libertà di scegliere e, finalmente, anche di essere ciò che si è. Una società hegeliana come quella inseguita da Dugin, invece, si preoccupa solo della forma aggregativa come soggetto agente della Storia, per quanto nemmeno essa sia poi il vero fine, ma solo il mezzo attraverso cui realizzare quello che egli chiama il «destino della nazione». Tutti gli individui che compongono la società devono mettere prima della propria autodeterminazione l’interesse collettivo, ed è questa la ragione che porta Dugin a osteggiare le minoranze, a non riconoscerne i diritti e a respingere tutte le loro rivendicazioni.

Il problema riguarda l’Europa perché il pensiero di Dugin si è già dimostrato ingerente nei nostri confronti. Sebbene a suo parere ogni nazione debba darsi da sola le proprie strutture, l’antiliberalismo del filosofo russo ha in genere la meglio sulla parte restante dei suoi principi teorici. Così, insieme alla creazione dell’Eurasia, eccolo auspicare anche il crollo del nostro sistema di valori, scorgendo nell’evidente arretramento democratico a cui stiamo assistendo (vedi il favore o l’indifferenza verso tutte quelle proposte di legge tese alla contrazione dei diritti per alcune frange del tessuto sociale) l’avvento imminente del nazionalbolscevismo in Italia e in altri paesi d’Europa ancora prima che in Russia.

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Fino a poco tempo fa credevamo ancora che il grado di civiltà di un Paese si specchiasse nelle leggi che lo regolano e nel riconoscimento dei diritti individuali. Più diritti per più persone: è così che si diceva e ci sembrava pure giusto. Oggi queste certezze non esistono più. Pensiamo a costruire nuovi muri e barriere quando ce ne sono alcuni mai abbattuti come a Cipro, che stanno facendo tuttora soffrire intere città e nazioni. Pensiamo a chiudere porti, a inveire, a rintanarci in un orgoglio nazionale che però rimettiamo subito da parte non appena sospettiamo che lo Stato possa andare a toccare gli interessi della nostra regione. Braccati dalla paura e non più capaci di distinguere tra vero e falso, tra realtà e percezione, abbiamo sdoganato solo il peggio e ci pare addirittura una cosa ben fatta mettere in discussione una o due storiche conquiste riscrivendo qualche legge.

Ci stiamo rinchiudendo in gabbia da soli e mi chiedo ancora perché lo facciamo. Mi piacerebbe almeno poter rispondere che lo stiamo facendo per il folle gusto di liberarci di nuovo da soli, ma fuori dalla finestra è solo il crepuscolo e questo significa che la vera notte deve ancora cominciare…

Ma ora un po’ di leggerezza e celebriamo il trentesimo anno dalla caduta del Muro di Berlino con una bella canzone: Alexander Platz (1989) dell’immenso Franco Battiato!
Buon ascolto!

Eleonora d’Arborea raccontata da Bianca Pitzorno: le grandi donne di Sardegna ieri e oggi

Di Andrea Carria

 

Fra le narrazioni che la storia d’Italia stenta a ricordare esistono vicende davvero sorprendenti. Una di queste ha per protagonista Eleonora d’Arborea (1347 circa – 1404 circa), una delle figure più studiate e amate della storia della Sardegna, la quale ha trovato l’aedo perfetto in un’altra donna sarda, Bianca Pitzorno (Sassari, 1942), la maggiore autrice italiana di racconti per ragazzi.

La prima edizione di Vita di Eleonora d’Arborea. Principessa medievale di Sardegna è del 1984, ma le importanti scoperte avvenute nel frattempo hanno via via permesso alla Pitzorno di consegnare alle stampe edizioni sempre più ricche e documentate del proprio libro (la mia edizione è quella del 2010 della collana Oscar Mondadori). Già, perché di Eleonora d’Arborea si continua comunque a sapere poco. Gli archivi (o meglio, quello che ne è rimasto) esitano a fornire informazioni e dettagli sulla sua vita e l’unica immagine che possediamo di lei è un bassorilievo rovinato dal tempo nella chiesetta gotica di San Gavino, fuori Oristano. Così, fatta piazza pulita delle leggende, per riempire i numerosi vuoti che restano fra un documento e l’altro, il biografo è costretto a dedurre da fonti secondarie e, perché no?, a immaginare. Come? Nel caso di Bianca Pitzorno, grazie a una perfetta consapevolezza storica, proponendo più ipotesi verosimili per lo stesso scenario e narrando alla stregua di un romanzo, senza tuttavia scivolare nelle rappresentazioni romantiche più scontate.

Rappresentazioni alle quali la figura di Eleonora ha più volte prestato il fianco; come per esempio durante il Risorgimento, quando nei quadri veniva rappresentata nei panni di una Giovanna d’Arco sarda che imbracciava le armi per difendere l’indipendenza della propria terra. Niente di più lontano dal vero. Pur immaginando a sua volta, la Pitzorno ha infatti restituito Eleonora al contesto sociale e politico che con ogni probabilità più le apparteneva, consegnando alla divulgazione storica il ritratto di una donna determinata e indipendente, in grado di trattare da pari con gli altri regnanti dell’epoca e, comunque, molto più votata all’attività legislativa che al mestiere della guerra.

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Eleonora fu una giudicessa amata e rispettata dai propri sudditi, tuttavia nessuno alla sua nascita avrebbe potuto prevedere per lei un futuro da regnante. Eleonora era infatti una delle figlie minori del giudice Mariano IV d’Arborea (1317-1375), della dinastia dei De Serra visconti di Bas. I De Serra erano una delle più potenti famiglie della Sardegna e da quasi due secoli erano a capo del giudicato d’Arborea (uno dei quattro giudicati in cui in passato era stata divisa l’isola), un regno nei fatti autonomo anche se formalmente vassallo del re d’Aragona dopo che papa Bonifacio VIII (lo stesso dello schiaffo di Anagni), nel 1297, lo aveva consegnato in feudo a Giacomo II il Giusto. Creando il Regno di Sardegna e Corsica, il papa aveva trattato la Sardegna come se fosse completamente priva di un proprio ordinamento politico, ignorando che i primi giudicati risalivano al tempo in cui sull’isola si dissolse il dominio bizantino e che quindi avevano dalla loro parte una storia e una tradizione secolari, e questo i De Serra Bas non potevano permetterlo. Soprattutto non potevano accettare che la loro dinastia, una monarchia ereditaria a tutti gli effetti, venisse declassata a vassalla di qualcun altro, e fino alla loro estinzione avrebbero combattuto per rivendicare il proprio status di sovrani, pretendendo che gli aragonesi rinunciassero alle proprie mire sull’isola e iniziassero a trattarli da pari.

La capitale del giudicato (Logu) — il cui stemma era un albero sradicato (arbor) in campo bianco — era Oristano, ed è lì, in uno stato di continua alternanza fra guerra e tregua, che Eleonora e i suoi fratelli trascorsero l’infanzia e parte della giovinezza. Alla morte di Mariano, a cui si deve il periodo più prospero per il giudicato, la Corona de Logu passò al figlio Ugone III, il quale, a causa dello stato di guerra permanente e del malcontento generale degli abitanti, finì però assassinato. In mancanza di eredi diretti, Eleonora, che intanto si era sposata con Brancaleone Doria (noto anche come Brancadoria), rivendicò la Corona de Logu. Non per lei, ma per il figlio Federico, in quanto secondo le regole dinastiche del giudicato una donna poteva ambire alla Corona de Logu soltanto come reggente, in attesa che il giudice arrivasse alla maggiore età.

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Con Eleonora l’Arborea ritrovò la prosperità perduta. La guerra contro l’Aragona continuava, ma non gravava più sul popolo come ai tempi di suo fratello Ugone. Dopo un lungo periodo di prigionia, Brancaleone si mise a capo dell’esercito giudicale e tenne in scacco Cagliari, Alghero e le altre fortezze aragonesi rimaste sull’isola (ormai quasi tutta in mano arborense), impedendone i rifornimenti provenienti da Barcellona via mare. Intanto a Oristano, nel cuore del giudicato, Eleonora si era stabilmente insediata sul trono e poteva dedicarsi alla sua gente. Nel 1392 la giudicessa promulgò la Carta de Logu, una raccolta di leggi che integrava il precedente codice varato da Mariano e che, in determinati ambiti, introduceva principi giuridici sorprendentemente avanzati per il tempo. La Carta era scritta in lingua sarda, si estendeva a tutti i territori controllati dall’Arborea e i capi delle curatorie avevano l’obbligo di procurarsene una copia a proprie spese. L’aderenza delle leggi di Eleonora alla condizione politica, economica e sociale della Sardegna del tempo era così precisa che la Carta de Logu era destinata a sopravvivere allo stesso regno d’Arborea: nel 1421 gli aragonesi, divenuti intanto gli unici padroni della Sardegna, la estesero infatti a tutta l’isola, dove rimase in vigore fino al 1827, quando i Savoia la sostituirono con i propri statuti.

L’Arborea e la Sardegna si identificavano così profondamente con la dinastia dei De Serra Bas che non seppero resistere alla fine della famiglia giudicale. Quando Eleonora morì — presumibilmente nel 1404 a causa della peste — si aprì una crisi successoria fatta di tradimenti e omicidi. Il figlio Federico era morto bambino anni prima e il secondogenito della giudicessa, Mariano V, fu probabilmente ucciso da Brancaleone, che ne era padre solo formalmente. Fu allora che i sardi — già riuniti in una forma di proto patriottismo noto nei documenti come nación sardesca — offrirono la Corona de Logu a Guglielmo III visconte di Narbona, nipote della sorella di Eleonora, Beratrice, l’ultimo De Serra Bas ancora in vita. Fu un giudicato estremamente breve, quello di Guglielmo, il quale, dopo la sconfitta nella battaglia di Sanluri (1409), se ne tornò in Provenza con la coda fra le gambe, lasciando l’isola alla mercé degli aragonesi. Pochi mesi dopo, Oristano si consegnò spontaneamente al nemico, l’esperienza della nación sardesca si dissolse come neve caduta troppo presto e nel 1410 il giudicato d’Arborea non esisteva già più.

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Monumento a Eleonora d’Arborea a Oristano

Nel libro di Bianca Pitzorno viene raccontata questa storia completa di tutti i suoi dettagli e intrighi. Il regno d’Arborea è lo scenario che abitano Eleonora, Brancaleone, Mariano e gli altri protagonisti, ma non è il solo. Pari importanza è infatti assunta anche dalla città di Barcellona, dove la Pitzorno conduce il lettore alla scoperta della vita che si svolgeva alla corte degli avversari dei De Serra Bas. Nel libro, la prospettiva sarda e quella catalana si alternano a vantaggio di una ricostruzione storica più ampia e articolata, che ha fra i suoi scopi anche quello di restituire l’immagine di un regno, quello d’Arborea, saldo, indipendente, prospero e ben inserito all’interno della politica internazionale dell’Europa del Basso Medioevo. Gli stessi rapporti con il regno d’Aragona hanno costretto la Pitzorno ad allargare i confini spaziali e temporali del proprio racconto. Tra Oristano e Barcellona sono infatti esistiti anche periodi di pace e alleanza (Mariano, il padre di Eleonora, era stato educato alla corte del re Alfonso IV e sua madre, Timbors de Rocabertí, proveniva dalla nobiltà catalana), ricchi di legami parentali quanto di scambi economici e culturali; legami e scambi così profondi che il loro ricordo avrebbe poi influenzato direttamente le modalità in cui i due stati si fecero la guerra, vale a dire più come avversari degni di rispetto che come acerrimi nemici da neutralizzare a ogni costo.

La biografia di Eleonora scritta da Bianca Pitzorno è un libro di storia che si legge come un romanzo. Il gusto letterario dell’autrice si ritrova a ogni pagina, a ogni frase, e la sua cura per i particolari aiuta chi legge a destreggiarsi fra le contorte genealogie delle due case regnanti. L’unica cosa che a parer mio manca al suo racconto è una descrizione di Oristano. Che città era la capitale del giudicato al tempo del suo massimo splendore? Chi ci viveva e in quanti erano? Le sue strade e i suoi edifici erano come quelli delle città del continente (Terramaggese) o avevano un carattere proprio? Da curioso di città, avrei gradito avere maggiori informazioni sullo scenario in cui collocare i personaggi di questa storia, tuttavia è assai probabile che se la Pitzorno, laureata in archeologia, non l’ha fatto è dipeso dalla mancanza di fonti (mi stavo infatti dimenticando di dire che gli archivi della cancelleria di Oristano sono andati completamente distrutti), e che se proprio doveva immaginare qualcosa, allora, da buona biografa, era preferibile che lo facesse per lei soltanto, per Eleonora.

Un mondo sottosopra: considerazioni su Rossella O’Hara e la magia di “Via col vento”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Durante la settimana scorsa ho avuto modo di spuntare dalla mia lista delle “cose da leggere/vedere nell’arco della vita” un elemento che personalmente mi inorgoglisce per la pazienza che richiede. Se state pensando alla Ricerca del tempo perduto arrivate tardi, perché quella l’ho già conclusa un annetto fa. No, quello cui sto facendo riferimento è un grande film, tratto da un grande romanzo, e il cui aggettivo va inteso sia in termini metaforici che in termini spaziali e temporaliVia col vento, diretto da Victor Fleming e tratto dal romanzo Gone with the wind della scrittrice statunitense Margaret Mitchell.

Proprio così: un pomeriggio mi sono messo di buona lena e scorrere le quasi quattro ore (senza pubblicità!) di un film inteso, nella messa in scena, come una grande opera lirica. Quando il film viene prodotto siamo infatti nel 1939, ma in Italia arriverà solo dieci anni dopo, quando l’industria cinematografica non si è ancora svincolata del tutto dal mondo teatrale. Sono emblematici, a questo titolo, i grandi fondali che vengono inseriti nel montaggio della post-produzione e che riportato i titoli dei due grandi atti che compongono l’opera.

La storia, come forse molti di voi sapranno anche solo per sentito dire, si svolge nella seconda metà del 1800, lungo un arco che precede, vive e supera la guerra di secessione americana, meglio nota anche come guerra civile. Uno tra i principali motivi di questa guerra di l’abolizione della schiavitù, applicata in tutti gli Stati del nord e dell’estremo ovest ma ancora lungi dall’arrivare fra gli Stati confederati che componevano il sud-est degli attuali U.S.A.
Protagonista indiscussa di tutta la faccenda, e cui dedicherò l’attenzione, è Rossella O’Hara, eroina di questa epopea statunitense.

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Rossella è la primogenita di casa O’Hara, una grande tenuta che porta il nome di Tara e che, assieme a Le Dodici Querce, rappresenta i due fuochi del cosmo contadino vicino ad Atlanta, in Georgia. Mr. e Mrs. O’Hara, oltre a Rossella, hanno avuto solo altre due figlie, il che rende la primogenita l’ereditiera dell’intera tenuta.
Ricca, bella, vivace e per nulla spaventata dal confrontarsi con gli uomini, Rossella ci viene descritta come il ritratto della sfrontatezza sbarazzina, della provocazione giocosa che la rende la ragazza più ricercata alle feste, quella che tutti vogliono salutare e che si presenta con un drappello di pretendenti da far invidia a tutte le altre sue coetanee. Il suo essere viziata ed estremamente egoista sono i tratti caratteriali che costituiranno il filo rosso dell’intera storia.

L’universo maschile e quello femminile vengono rappresentati come opposti l’uno all’altro: da un lato vediamo quello maschile, dal tratto spiccatamente collegiale, incentrato sull’imminente guerra con gli Stati del nord, con la volontà di mantenere il controllo sui propri commerci di cotone e soprattutto sul diritto di possedere degli schiavi; dall’altro c’è quello femminile, che ha il suo centro sull’individualità di ogni singola donna, descritto come un vorticare continuo di merende, passeggiate e — soprattutto — caratterizzato dalla caccia al miglior partito per un vantaggioso matrimonio. Fate attenzione a un dato di carattere sociale: in questi anni (1860-’70) non esiste una differenza netta tra matrimonio “vantaggioso” e matrimonio “felice”. L’uno è sinonimo dell’altro, ma con uno squilibrio semantico che vede sempre primeggiare il “vantaggio” finanziario.

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Nella prima parte del film assistiamo al raggiungimento dell’apice delle tensioni fra i vari Stati: le incomprensioni e gli interessi si fanno talmente tanti e tali da rendere inevitabile una soluzione violenta: guerra. Tutti i proprietari terrieri gioiscono pregustando la soddisfazione di mostrare ai borghesi industriali del nord quanto siano potenti e valorosi, ma dimenticano un dettaglio fondamentale che uno dei personaggi principali, Rhett Butler (interpretato da Clark Gable) invece coglie prontamente: gli Stati del sud avranno anche gli uomini, ma quelli del nord hanno i cannoni.

La guerra imperversa ovunque e, col tempo, raggiunge Atlanta, Tara e Le Dodici Querce. In questo lasso di tempo, cos’è successo a Rossella?
Ha dovuto affrontare il peggiore nemico di chi è viziato: la penuria. Penuria di cibo, di comodità, persino di attenzioni. La vita ha agito con Rossella nei modi di un contrappasso dantesco: la ragazza che ha sempre avuto tutto, non ha mai ottenuto l’unica cosa che vuole veramente: l’uomo che ama con tutta sé stessa.
Questa mancanza, tuttavia, desta nella più grande delle sorelle O’Hara un sentimento dirompente e che guiderà tutte le sue azioni: l’orgoglio. Un orgoglio inarrestabile, che trasforma il disagio di Rossella in una rabbia tale da farle compiere le azioni più spregiudicate, pur di salvare la sua vita. Al termine della prima parte rimane impressa la scena, da kolossal biblico, della sua sagoma nera, stagliata sullo sfondo rosso di un cielo al tramonto, in cui giura davanti a Dio che mai, mai più Rossella O’Hara avrebbe patito la fame.

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La seconda parte del film è concentrata sul dopoguerra. Quali sono gli effetti del passaggio dei cannoni, dei saccheggiatori e delle nuove leggi che gli Stati confederati hanno dovuto accettare, poiché perdenti?
Le terre non sono più coltivate, moltissimi uomini sono morti, le città devono essere ricostruire dalle donne. E chi, tra loro, dimostrerà quel piglio per gli affari di chi ha veramente voglia di guadagnare, per non vedere mai più mancare il cibo sulla propria tavola? Proprio così, Rossella.
La sua tenacia impressiona chiunque: dai personaggi, ai lettori, agli spettatori, perché ci mostrano il bene e il male di chi non vuole arrendersi alla disperazione, di chi non gliela vuole dare vinta a un nuovo sistema che ha decretato vincitori e vinti. Rossella diventa in questo modo il nuovo emblema, qualche generazione più tardi, dei suoi antenati emigrati dall’Irlanda che arrivarono negli Stati Uniti per un futuro migliore. Lei, indirettamente, decide di riscattare il destino suo e della sua tenuta. La terra, come viene ricordato attraverso le parole Mr. O’Hara, è l’unica cosa per cui valga la pena di lavorare. Il prezzo, però, non viene stabilito. Ma in fondo cos’è un piccolo atto disonesto, se confrontato alle cannonate contro un’intera città? Chi può decidere la giusta proporzione di un riscatto, che ha però un retrogusto di vendetta, per una vita rubata nel più violento dei modi?

Questi dubbi ancora oggi mi tengono fermo a riflettere. Proprio così, perché ancora non sono riuscito a decidere se, in fin dei conti, Rossella O’Hara sia un esempio da imitare, o uno da rigettare. Sono indeciso se considerarla un modello di tenacia, o il ritratto dell’egoismo.