Prospettive LGBTQ e innovazione de “Il Lago dei Cigni”

Di Gian Luca Nicoletta

Quando ero all’università, durante un corso di filologia romanza, il professore ci disse che quando una scuola di critici esaurisce il discorso su un’opera arriva poi una persona con particolari doti che ne ribalta il punto di vista, rovescia l’intero paradigma e a quel punto l’opera studiata diventa una fonte rinnovata di interpretazioni e messaggi.
Questo è quanto è successo per Il Lago dei Cigni, intramontabile balletto musicato da Pëtr Il’ič Čajkovskij andato in scena per la prima volta nel celeberrimo teatro Bol’šoj di Mosca nel 1877 e che, nel 1995, ha visto il proprio paradigma ribaltato dal ballerino e coreografo inglese Matthew Bourne.
L’allestimento del ’95 riscosse un grande successo e diede il via a tutta una serie di rifacimenti della medesima opera da parte di altri coreografi in Italia, Svezia e altrove. La versione di cui vi parlo è quella filmata nel 2012.

Il Lago dei Cigni – atto II Fonte: swanlakecinema.com

Le musiche adottate e le linee principali della trama sono le medesime che caratterizzano il balletto forse più famoso del mondo, ma all’interno dell’allestimento tutta la rappresentazione è stata caricata di nuovi e profondi significati psicologici che danno all’intero cosmo del Lago dei Cigni una nuova impronta.
Innanzitutto c’è da registrare che in questa versione grande parte è assegnata alla recitazione delle parti. Non ci sono dialoghi, chiaramente, ma i ballerini rivestono maggiormente che in altri storici balletti il ruolo di veri e propri attori, il che alimenta l’annoso dibattito circa la “recitabilità” di questo genere di opera. Parte dell’opinione pubblica in materia di spettacoli tende infatti a scindere il ruolo del ballerino da quello dell’attore, considerando il primo solo dal collo in giù, quando in realtà anche il viso costituisce a tutti gli effetti una parte del proprio corpo che concorre all’interpretazione e che dunque non deve essere trascurata.
Secondo: la scelta di trasporre l’ambientazione della storia dal tradizionale paesaggio favolistico alla città contemporanea. Uno spostamento di scenario che corrisponde a un avvicinamento in termini geografici, sensoriali e intimi verso il pubblico che assiste, favorendo il coinvolgimento di tutti in un contesto familiare. I boschi e le lande incantate cedono il passo al giardino pubblico e al pub, i quali accolgono a loro volta personaggi perfettamente in linea con l’ambiente: ballerine di burlesque, marinai in licenza, ragazze in minigonna.

Tuttavia l’elemento che ha scatenato il vero e proprio rovesciamento riguarda il Cigno. Nella versione di Bourne questo è interpretato da un ballerino e il rapporto fra il cigno e il principe è narrato in chiave omosessuale. Il punto di vista adottato è quello di Siegfried, il quale assurge in questo modo a un pieno protagonismo all’interno dell’opera e si svincola dalla dipendenza verso Odette cui le versioni precedenti ci avevano abituati.

Richard Winsor e Dominc North interpretano, rispettivamente, il Cigno e il Principe. Fonte: tumblr

Sulla scena viene quindi disegnato un triangolo di personaggi principali al quale se ne accosta un quarto: dunque abbiamo il principe, la regina e il cigno; poi la spasimante del principe, una sorta di raffigurazione pallida e marginale di Odette dai tratti però marcatamente comici. La lente dell’analisi viene inclinata da Bourne per concentrarsi sul rapporto fra il principe e sua madre, ingabbiati nella contraddittoria relazione di un amore materno pur tuttavia distaccato, freddo, che trova una forte rappresentazione in un pas de deux tristemente intenso.

La dinamica che intercorre tra Siegfried e il Cigno si presta a più interpretazioni: i due intessono una fitta rete emotiva e fisica, basata sullo scambio di sguardi e coronata da un altro pas de deux ricco di pathos e in armonia con l’intero contesto scenografico. La natura del loro rapporto scaturisce da un profondo bisogno del principe di avere un contatto umano genuino alla cui origine sta la mancanza di affetto materno. Giunto al lago, Siegfried trova la sua metà e interagisce con questa non senza ostacoli, poiché la strada per accettare sé stessi è sempre tortuosa. Dopo che questo avviene, il principe può liberare la propria felicità che trova compimento in un assolo dai toni spensierati e carichi di fiducia per l’avvenire. Quello che nel mondo degli spettatori è un coming out, in quello di Siegfried è un ballo estatico di riappacificazione col sé.

Il resto è pura magia del Teatro. Attraverso una grazia e una raffinatezza magistrali e sublimi, nel corso dell’opera vengono affrontati i punti cruciali dell’essere omosessuale: dall’accettazione di sé stessi e della propria inviolabile natura, al rapporto con i nostri genitori e a quale ruolo questi giocano sul nostro sviluppo, dalle aspre battaglie che ognuno di noi deve affrontare per affermare il proprio diritto di esistere in questo mondo secondo la propria natura all’inevitabile conflitto che nasce nel nostro animo e il suo esito, incerto nella sua ineluttabilità.

Dotare quest’opera di una chiave interpretativa così importante e innovativa ha un doppio fondamentale scopo: il primo è quello di dare al pubblico altri strumenti per comprendere il mondo nel quale viviamo e la nostra natura di essere umani. Il secondo riguarda invece lo scardinamento di un’impostazione fissa nella sua autorevole storicità: il nuovo non sostituisce né cancella il vecchio, ma lo migliora e lo arricchisce coesistendo con esso. Legittimare l’interpretazione di un ballerino nell’allestimento di un caposaldo della cultura moderna vuol dire allargare le opzioni del possibile cui tutti noi possiamo attingere. Vuol dire spezzare l’anello di una catena fatta di costrizioni sociali e di ruoli da rispettare a discapito delle nostre naturali inclinazioni.
Significa dire in una lingua universale «tu puoi».

Tre Sonetti per San Valentino: esempi, non scontati, della scrittura di William Shakespeare

Di Gian Luca Nicoletta

“Essere o non essere”,”Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”,”Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome”.
Questi, come molti altri, sono alcuni tra i più famosi versi scritti da uno dei padri e maestri della letteratura europea: William Shakespeare.

Poeta dell’amore e del tormento, profondo conoscitore delle più intense e umane passioni, da quelle che ci danno l’estasi a quelle che ci conducono alla morte, Shakespeare, inutile dirlo, è passato alla storia per le sue irripetibili eppur sempre ripetute opere teatrali quali tragedie, commedie, opere storiche. Moltissime tra queste, infatti e senza soluzione di continuità, dal XVII secolo sono state e sono tutt’oggi rappresentate sui palchi scenici di tutta europa e non solo.

Tuttavia in tema con il giorno che celebra l’amore e gli innamorati, desidero condividere con voi stralci da una raccolta di opere assai famose del bardo di Elisabetta I ma che, ahimè, non sempre trovano il giusto lustro e onore negli ambienti extra-accademici. Sto parlando dei Sonetti, una raccolta di 154 componimenti di quattordici versi rimati che furono pubblicati in volume per la prima volta nel 1609.

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Il frontespizio dei Sonnets

All’interno di questa raccolta i temi che Shakespeare tratta sono diversi, tuttavia sono sempre legati alle esperienze più alte dell’uomo o, merito questo dell’impareggiabile talento dello scrittore britannico, esperienze comuni a tutti noi ma che vengono narrate e descritte nel modo più alto possibile. In questo articolo ve ne presenterò tre, presi dalla raccolta edita da Mondadori, con testo inglese a fronte tradotto da Giovanni Cecchin e con una prefazione di Anna Luisa Zazo.

#18
Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And ofter is his gold complexion dimmed;
And every fair from fair sometimes declines,
By chance of nature’s changing course untrimmed.
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow’st;
Not shall death brag thou wander’st in his shade,
When in eternal line to time thou grow’st:
So long as men can breathe, or eyer can see,
So long lives this, and this gives life to thee.

#18
Devo paragonarti a una giornata estiva?
Tu sei più incantevole e mite.
Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate è fin troppo breve.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo
e spesso il suo aureo volto è offuscato,
e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore,
sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.
Ma la tua eterna estate non sfiorirà,
né perderai possesso della tua bellezza;
né morte si vanterà di coprirti con la sua ombra,
poiché tu cresci nel tempo in versi eterni.
Finché uomini respirano e occhi vedono,
vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

In questo primo componimento il genio di Shakespeare si produce in un tema, un topos, tipico della letteratura tardo medievale e rinascimentale, cioè l’accostamento della persona amata alla natura. In questo caso però, differentemente da quanto hanno scritto i più illustri trovatori provenzali o poeti della nostra scuola siciliana, Shakesperare pone l’oggetto del suo amore al di sopra della natura, decretando un primato assoluto di cui è investita la persona amata che diventa inevitabilmente più bella di una giornata estiva, e la sua bellezza non potrà sfiorire fintanto che gli essere umani potranno vivere e leggere i suoi versi. Anche qui, facendo dialogare i sonetti all’interno della stessa opera (vi invito a leggere contestualmente anche il sonetto #23), il modo migliore e più alto di decantare l’Amore è attraverso la parola scritta, attraverso la letteratura.

#87
Farewell! thou art too dear for my possessing,
And like enough thou know’st thy estimate:
The charter of thy worth gives thee releasing,
My bonds in thee are alla determinate.
For how do I hold thee but by granting,
And for that riches where is my deserving?
The cause of this fair gift in me is wanting,
And so my patent back again is swerving.
Thyself thou gav’st, thy own worth then not knowing,
Or me, to whom thou gav’st it, else mistaking;
So thy great gift, upon misprision growing,
Comes home again, on better judgment making.
Thus have I had thee, as a dream doth flatter,
In slee a king, but waking no such matter.

#87
Addio! Sei troppo caro per un mio possesso,
e anche tu sai fin troppo bene quanti vali;
è il capitolato dei tuoi titoli che ti affranca,
e con te recido ogni obbligo.
Perché, come tenerti se non per tua gratifica,
e cosa io posseggo per meritarla?
Mi mancano le ragioni per quel caro dono,
e perciò te ne restituisco il privilegio.
Ti sei dato senza conoscere il tuo valore,
sbagliandoti anche su colui a cui ti davi
e così il tuo dono, nato da un equivoco,
se ne torna a casa, dopo miglior giudizio.
Ti ho posseduto come nell’illusione di un sogno;
un re nel sonno, ma ben altra cosa sveglio.

Questo secondo esempio tratta, non senza il medesimo vigore e la stessa energia del precedente, un altro tema assai importante in tutta la poetica shakespeariana: la perdita del potere o, meglio, l’illusione di possederlo. Il giovane ideale protagonista del sonetto (che sempre in quest’opera è un giovane bello e puro, da identificare come uno dei notabili cui la raccolta è indirizzata, costume questo molto in voga nella società dei feudi) è caratterizzato da doti e virtù talmente preziose, rese nel testo tramite una metafora che monetizza il loro valore, quasi che Shakespeare volesse quantificare in numeri finiti il valore dei pregi, che chi impersona la voce declamante il sonetto non può più possedere, non ne è degno. Parallelamente all’impossibilità del possesso si vede anche il dolore che nasce dall’osservare il giovane, centro dei nostri pensieri, concessosi ad altri, i quali parimenti non sono stati degni del suo possesso. Mi viene in mente un parallelismo con Otello, distrutto dalla gelosia per il tradimento (ipotizzato dalla sua paranoia) di Desdemona, che si accomuna a questo sonetto per la perdita del possesso dell’altro, per la consapevolezza della propria impotenza.

#130
My mistress’ eyes are nothing like the sun,
Coral is far more red than her lips’ red;
If snow be white, why then her breasts are dun,
If hairs be wires, black wires grown on her head.
I have seen roses damasked, red and white,
But no sucj roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hats a far more pleasing sound;
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treand on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied by false compare.

#130
Gli occhi della mia Bella non sono affatto come il sole,
il rosso del corallo è ben più rosso delle sue labbra;
se neve è bianca, oh, i suoi seni sono di grigio spento,
e se capelli sono crini, sono crini neri ch’essa porta in testa.
Ho visto rose damascate rosse e bianche,
ma nessuna io ho ammirato sulle sue guance,
e in certi profumi c’è più delizia
che nell’alito che la mia Bella esala.
Amo sentirla parlare, ma so benissimo
che la musica ha suoni ben più allettanti.
Lo ammetto: non ho mai visto come una dea incede,
ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca.
Eppure, per il cielo!, la mia amata è unica,
quanto ogni donna tradita da falsi confronti.

Chiudo questo trittico poetico con uno tra i più famosi sonetti, il numero 130 (cui sono particolarmente affezionato, assieme al già citato #23). Ciò che dona spiccata rilevanza critica e innovazione letteraria, per non parlare del giudizio su quanto Shakespeare sia stato in grado di precorrere i tempi, sta nel fatto che la Bella, qui in traduzione, non è affatto quella che nel medioevo dantesco e petrarchesco abbiamo sentito più e più volte definire la donna angelo. C’è da dire che quello della Beatrice, della Laura della nostra letteratura, è un mito con una storia ignota, infatti nell’europea pre-settecentesca, il modello ideale di donna era quello della donna bruna, dai capelli scuri. Qui infatti, se leggiamo attentamente le caratteristiche fisiche e somatiche della donna amata, non possiamo che dedurne l’immagine di una donna dai capelli scuri, quasi corvini e che possiede una dimensione prettamente carnale: “ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca“.

Questi sono alcuni fra i temi che principalmente caratterizzano lo stile e la poetica di William Shakespeare. A voi lascio il piacere di leggere il resto dei suoi Sonetti, consigliandovi di leggerli ad alta voce per godere anche del suono che la lettura in lingua dà alle orecchie e completare con tutti i sensi l’immersione in questo cosmo di sensazioni, emozioni, idee.

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Parma Capitale Italiana della Cultura 2020: un programma da non perdere per attività all’insegna della cultura e della sua funzione etica e sociale

Di Gian Luca Nicoletta

Due giorni fa si sono chiuse le celebrazioni per l’inaugurazione di Parma come Capitale Italiana della Cultura 2020, il prestigioso riconoscimento conferito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che viene assegnato, ogni anno, alla città italiana che più di tutte è in grado di presentare progetti culturali per promuovere la cultura italiana fra gli italiani e non solo.

Quest’anno il titolo è stato vinto dalla città Emiliana, la quale ha messo in campo centinaia di progetti fra mostre, incontri e dibattiti volti a stimolare nel pubblico un rinnovato apprezzamento per la nostra cultura e per il nostro ambiente.

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Parma – fonte qualitytravel

Tutte le attività sono state suddivise in categorie, ciascuna caratterizzata da un colore, in modo da rendere più agevole la scelta delle attività cui prendere parte. Tra queste ci sono rassegne d’arte contemporanea, installazioni di nuovi artisti, percorsi museali anche attraverso i grandi restauri, spettacoli di teatro e di musica, incontri sull’ecologia, la democrazia e tanto altro.

Un’importante innovazione di Parma2020 è stata quella di non accentrare su di sé l’intera attenzione e peso dei progetti: un onere e un onore che deriva dall’essere la Capitale della Cultura è indubbiamente quello di essere meta di grandi flussi turistici. Con i suoi progetti, tuttavia, la città di Parma è stata in grado di coinvolgere anche tante altre realtà della provincia, in modo da permettere anche al territorio e chi lo vive quotidianamente di mostrare le proprie bellezze e il proprio potenziale.

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Qui di seguito troverete tutti i link ai programmi e al calendario con ogni data. Molti eventi sono già iniziati alla fine del 2019 e termineranno nel prossimo mese e mezzo, ma tantissimi altri inizieranno con la Primavera e si protrarranno sino a Gennaio 2021.
Il tempo non manca, la strada la conoscete, nessuno di noi ha scuse per evitare di fare una gita a Parma, potrebbe essere un’attività per questo 2020.

Buon viaggio!

Parma Capitale della Cultura Italiana 2020

Il programma generale

Il calendario di Parma 2020

Facciamo conoscenza – il programma dell’Università di Parma

Emilia 2020 – il programma della zona di Parma, Piacenza e Reggio Emilia

Ho visto un uomo volare. Impressioni di un profano alle Terme di Caracalla

Di Gian Luca Nicoletta

 

Chiedo scusa da subito per il lessico incompetente e profano che utilizzerò in questo articolo, poiché mi dedicherò a un argomento che mai ho frequentato: la danza classica.
L’occasione mi viene fornita da uno spettacolo al quale ho assistito il 10 Luglio scorso: infatti ho avuto la possibilità di guardare lo spettacolo “Roberto Bolle and friends” tenuto nella spettacolare cornice delle Terme di Caracalla, a Roma, a due passi dal Circo Massimo.

Mi è capitato di assistere a degli spettacoli dal vivo di danza classica, al Teatro dell’Opera di Roma e altrove, ma mai avevo visto dal vivo Roberto Bolle danzare. Posso garantirvi che è stata un’esperienza unica, felice sotto ogni aspetto. Ma è meglio procedere con calma, data la selva inesplorata che rappresenta per me questo argomento.

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Lo spettacolo “Roberto Bolle and friends” va in scena ormai da qualche anno, dal 2011, e vede la collaborazione di più artisti che, chiamati a raccolta dalla nostra étoile, si riuniscono per deliziare il pubblico con assaggi di danza e musica classica, ma non solo.
I ballerini e le ballerine che si sono esibiti erano di diverse nazionalità, eccone i nomi e, dove possibile, il link ad alcune informazioni:

Lo stesso vale per i coreografi, da William Forsythe a Massimo Volpini e altri. Lo spettacolo era diviso in due atti, all’interno dei quali si sono esibiti gli artisti con degli assoli, dei pas de deux, tutte coreografie che hanno lasciato il pubblico in visibilio. Bolle, nella sua saggezza elegante di direttore artistico, chiaramente non era onnipresente. Ha aperto e chiuso lo spettacolo e si è esibito anche al fianco di alcuni suoi colleghi.

Tuttavia l’elemento in assoluto più stupefacente è stato la commistione fra diversi generi e stili di danza e musica. Questo spettacolo non è stato una semplice rassegna di estratti di danza classica per educare un pubblico più o meno competente (nonostante di competenti ce ne fossero eccome, fra noi), ma una vera e propria officina, un laboratorio di sperimentazione artistica all’interno del quale si sono superati i confini che tengono separate la danza classica e la musica contemporanea.
In particolare sono stati tre i punti in cui questo esperimento è stato condotto, tutte e tre le volte con successo: “Opus 100 – Für Maurice“, “In the middle of somewhat elevated” e “Waves“. In tutti questi era presente Roberto Bolle che ha ballato, rispettivamente, con Alexandre Riabko, Elena Vostrotina e in assolo e le cui coreografie erano di John Neumeier, William Forsythe e Massimo Volpini. Queste coreografie sono state in grado non solo di mostrarci le infinite possibilità di movimento e direzioni che può prendere un corpo umano, ma anche e soprattutto di raccontare una storia. La musica è diventata una pagina bianca, solo con delle righe segnate, mentre i corpi si sono fatti penna e inchiostro, per scrivere di vicende d’amore, d’amicizia, di allontanamenti e ricongiungimenti. Tutto per tratti essenziali, come i fuochi di una costellazione che sta a noi collegare per vedere la figura nel suo insieme.

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E infine, l’assolo conclusivo. La sperimentazione ha toccato il punto più alto di tutto lo spettacolo perché, come già da qualche anno, Bolle si è esibito con la luce. Laser, nello specifico, resi visibili grazie a del fumo disperso sul palco.
Grazie all’intervento della tecnologia in scena, i sensi della vista e dell’udito hanno preso il sopravvento sul pubblico, catalizzando tutta la concentrazione e facendoci dimenticare del resto dei nostri corpi. Di corpo ce n’era uno solo, il quale incarnava innanzitutto un ossimoro esistenziale, dato dalla solidità dei muscoli ma anche dalla leggerezza dei movimenti che questi permettevano di fare; in secondo luogo il corpo è diventato un prototipo di essere umano: una figura senza volto e senza sesso che interagiva con la luce, con i suoni, con una gabbia luminosa che a tratti costringeva e a tratti liberava. Lo stesso proiettore dei laser non è stato risparmiato, anche lui ha avuto un ruolo: nell’impossibilità di poterlo nascondere dietro a un fondale (cosa che lo scenario delle Terme di per sé non permette), la macchina è diventata personaggio, animale mitico col quale Bolle ha interagito lanciandogli delle sfide, raccogliendone altre.

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Al termine dello spettacolo è avventa per tutti noi la catarsi che il teatro ha l’obiettivo di raggiungere. Una purificazione spirituale e morale che ci ha permesso di guardare alle cose con un altro sguardo. Personalmente, uscito dalle Terme, ho avuto per un momento la sensazione che tutto fosse ridimensionato, inquadrato in un’ottica migliore, più oggettiva. Vedere le potenzialità del corpo umano mi ha fatto riflettere sulla macchina portentosa di cui siamo dotati e che dovremmo sempre tenere nella giusta considerazione. Le persone che si sono esibite quella sera erano come delle semi-divinità, a seconda che fossero sul palco o no. Ma quando ne sono scese, sono tornati gli esseri umani che erano fino a poco prima di salirvi, gli stessi esseri umani che vivono il mondo e la vita come lo viviamo noi altri. Solo che loro, quella sera, hanno compiuto qualcosa di molto importante: da esseri umani hanno aiutato altri esseri umani a sentirsi più belli nella loro umanità, più leggeri nelle loro preoccupazioni e più grandi nella loro piccola realtà.
Grazie alla Danza, all’Arte, al Teatro. A Roberto Bolle e ai suoi amici!

Un omaggio (tragicomico) per la donna eroina di tutti i giorni: Susan, la moglie del vicario

Di Gian Luca Nicoletta

 

Non potevamo esimerci dall’esprimere il nostro modesto contributo in una giornata come questa: l’8 Marzo. Nel ricordare il valore umano, sociale, economico, filosofico, letterario, artistico della Donna nella storia dell’intera umanità, vorrei portare alla vostra attenzione un modello a mio parere significativo ma proposto in chiave tragicomica di un personaggio di donna, interpretato magistralmente da un’altra fantastica donna che da poco ci ha lasciati: Anna Marchesini.

Anna Marchesini è stata, come tutti ben sappiamo, un’attrice comica di grandissimo spessore, talento e successo. Memorabili sono personaggi come La signora Flora, o la sessuologa Merope Generosa, partorite direttamente dal suo genio.
Oggi però vi parlo di un personaggio che da lei è stato solo interpretato e non generato. Sto facendo riferimento a uno dei tanti spettacoli teatrali tenuti da Anna Marchesini e in questo in particolare, dal titolo Parlano da sole, lei rappresenta il monologo scritto da Alan Bennett Un letto fra le lenticchie. Unica protagonista è Susan, la moglie del Vicario Geoffrey, un pastore protestante che vive nella gioia della routine di un piccolo villaggio inglese.

La scena è fissa: cioè non ci sono cambi di scenografia. Susan sta al tavolo della cucina e consuma un intero pacchetto di sigarette (senza aspirare nemmeno una boccata) nel raccontar-si/-ci la frustrazione di vivere accanto a un uomo che praticamente la ignora e, quando non lo fa, la tratta come una studentessa mediocre ma da incoraggiare: «giusta osservazione, Susan» è la battuta d’esordio riportata dalla protagonista. Altri personaggi che costellano la vita della povera Susan sono Mrs Belcher, Mrs Shrubsole e Miss Frobisher. L’arena dove queste fiere si scontrano è la parrocchia, la quale ruota, ovviamente, attorno al Vicario Geoffrey.

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Anna Marchesini, fonte: Repubblica

Rispetto all’ambiente domestico che è sempre chiuso, privato, il dominio indiscusso di ogni signora dabbene, quello pubblico della parrocchia è segnato dalla rivalità fra le donne: fra chi compone il vaso più bello e armonioso prima della funzione, fra chi avrà l’onore di decorare l’altare, fra chi riuscirà a diventare la leader delle associazioni di beneficenza. Susan si ritrova dunque a essere prigioniera della sua routine e deve sottostare a questo giochetto sociale, questo circo nel quale si ritrova su un monociclo a dover far ruotare le mazze, in gara con altre molto più brave di lei.

«C’è stato un tempo in cui la mia vita era tutta pianificata… o perlomeno una buona metà. Non avevo chiaro cosa avrei fatto nella prima parte, ma al traguardo dei cinquanta sarei diventata una donna perfetta… moglie di un dottore, o di un vicario, o meglio ancora del presidente del Consiglio Parrocchiale, un pilastro del Volontariato Donne.»

Fin qui vi ho riportato gli elementi che compongono quello che potremmo definire il “fondale sociale” nel quale Susan si trova: una cornice fatta di relazioni, obblighi sociali, ruoli imposti.
Ora la domanda: cos’è che rende Susan un personaggio femminile che, nella mia modesta opinione, può adeguatamente incarnare lo spirito di questo 8 Marzo? Il fatto che, a Susan, di tutto questo, non importa assolutamente nulla! Susan, è vero, è molto sofferente rispetto alla vita che si ritrova fra le mani, ma proprio questa sofferenza, questa mal sopportazione degli incarichi (che comunque sa di svolgere inadeguatamente) la portano a criticare il mondo nel quale vive, a farsi domande importanti che soggiaciono alle sue battute di spirito e alla tragicomicità che la caratterizzano: perché? Perché ci si aspetta che la moglie di un Vicario debba essere una fervente cristiana? Perché la moglie di un Vicario deve partecipare a tutte le funzioni e sempre in prima fila? Perché deve vedersi identificata col ruolo ricoperto dal marito?
Un passaggio significativo, che merita molta più attenzione di quanta non ne riceva, sta nel momento in cui Susan ci racconta di quando venne a cena il Vescovo e questi, riferendosi a lei in terza persona (poiché la conversazione a tavola è solo fra il Vescovo e Geoffrey) la chiama “la signora vicario”. Questa semplice trasposizione rappresenta uno dei modi attraverso i quali si pratica l’appiattimento che Susan tanto lamenta.

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Alan Bennett, fonte: The Spectator

Ma come uscire da questa routine cancerogena? Durante una delle sue fughe dalla quotidianità (vuoi per andare al supermercato, vuoi per andare a rifornire la sagrestia del vino per la comunione), Susan ha un fortunato incontro con Mr Ramesh, l’uomo che grazie alle lenticchie farà scattare qualcosa nella nostra eorina e la aiuterà a liberarsi, seppur solo nella sua fantasia, delle briglie che la legano.
Mr Ramesh rappresenta la fantasia di Susan, la parte più ardimentosa della donna che riesce ad agire e a liberarsi di suo marito, di Mrs Belcher, Miss Frobisher e tutte le altre.
Ovviamente non vi dirò come si conclude il monologo, ma per fortuna l’itera rappresentazione si trova su YouTube e qui di seguito vi riporto i link a tutte le parti.
Quello che voglio evidenziare di Susan, ancora una volta, è la sua capacità di criticare il mondo nel quale vive, delinearne i contorni claustrofobici, i limiti e le contraddizioni.
Il messaggio di Alan Bennett, l’autore di questo testo, è invece più ampio: attraverso un personaggio femminile mette in scena lo scontro di ruoli che anima la nostra società, uno scontro fatto di uomini che opprimono le donne con la loro semplice presenza, creando nel tempo un fitto intrico sociale che rende le donne dipendenti da loro. Col suo taglio tragicomico non può giungere a un lieto fine da fiaba, ma grazie al taglio che decide di dare al suo testo raggiunge un obiettivo ancor più grande: mettere in moto delle riflessioni che hanno al centro la nostra società, il nostro modo di vivere e di affrontare la quotidianità.

Dovremmo imparare tutte e tutti, donne e uomini, femmine e maschi, a essere un po’ più come Susan, a saper affrontare la vita armati di mille interrogativi. Come Susan probabilmente non riusciremo a dare una risposta a tutto, ma almeno ci avremo provato e questo ci renderà quanto meno consapevoli della nostra natura e di quella degli altri.

Susan, la moglie del vicario parte 1/5
Susan, la moglie del vicario parte 2/5
Susan, la moglie del vicario parte 3/5
Susan, la moglie del vicario parte 4/5
Susan, la moglie del vicario parte 5/5

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