Il futuro tra romanzi e tecnologia: intervista a Renato de Rosa, autore di “Osvaldo, l’algoritmo di Dio”


Intervista a cura di Gian Luca Nicoletta

Nell’articolo di oggi vi riporto l’intervista a distanza che ho avuto occasione di fare a Renato de Rosa, autore del romanzo Osvaldo, l’algoritmo di Dio edito da Carbonio Editore. A questo link potrete leggere l’articolo con la recensione. Si tratta di un dialogo sui temi caldi che caratterizzano il romanzo: il mondo dell’informatica e il nostro tempo, cosa si nasconde dietro internet, i vari sviluppi che le tecnologie portano con sé e che possono cambiare in positivo o in negativo il nostro futuro.

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GIAN LUCA NICOLETTA. La lettura di Osvaldo, l’algoritmo di Dio inizia anche i più profani come me a diverse discipline che potremmo benissimo definire vere e proprie scienze, come gli scacchi e il bridge. Secondo lei, queste discipline che ruolo hanno nello sviluppo intellettivo e intellettuale delle persone?

RENATO DE ROSA. Potrebbero avere un ruolo molto importante.
Ho amato molto gli scacchi in gioventù, senza potermici dedicare quanto avrei desiderato: prima la scuola, poi l’università, e inseguito il lavoro e la famiglia… La verità è che o si vive o si gioca a scacchi. E io scelsi di vivere. Passai quindi al bridge che, come dice Massimiliano nel libro, è un oceano che nessuno attraverserà mai.
C’è chi definisce questi giochi passatempi. Niente di più sbagliato, sono godimento mentale (e spesso anche buona compagnia). Aiutano a ragionare, a capire gli altri e sé stessi, e anche ad apprezzare la bellezza più pura e astratta: le partite di scacchi e le mani di bridge giocate dai grandi campioni sono vere e proprie opere d’arte.

Il personaggio di Massimiliano e quello del prof. Romboni ricoprono ruoli speculari nell’orizzonte del protagonista: entrambi accomunati da una spiccata abilità unita a una grande intelligenza, tuttavia profondamente divisi sugli scopi verso i quali rivolgono i loro talenti: esiste una via mediana o siamo tutti dei “Massimiliano” o tutti dei “Romboni”?

Una bella riflessione, la sua! Effettivamente Massimiliano e Romboni sono i due eroi tragici del libro. Appaiono come figure defilate, ma in un certo senso sono loro i veri protagonisti di Osvaldo. Romboni con la sua battaglia contro il fato che lo ha preso di mira, senza che lui neppure ne capisca il motivo. Massimiliano, in grado di portare alle estreme conseguenze la sua coerenza umana. Il primo proteso verso la carriera e il successo, il secondo verso il piacere epicureo, nelle sue varie forme. Si può essere Massimiliano o Romboni, o magari anche una armoniosa combinazione dell’uno e dell’altro, ma per esserlo ci vuole personalità, intelligenza e amore per il sapere. Non tutti ci riescono: spesso ci sconfigge l’omologazione, la wikipedizzazione della vita e della cultura, che rischia di fare di noi non degli uomini, ma delle marionette.

Nel suo romanzo, il team di ricercatori che lavora alla creazione del software è composto da studiosi che provengono da diversi indirizzi, alcuni non propriamente scientifici: ce ne sono alcuni più avvantaggiati di altri? Come, a titolo di esempio, Andrea rispetto ad Angela?

La scelta di Romboni, di creare un gruppo di lavoro con competenze diverse, è molto saggia. L’Intelligenza Artificiale (I.A.), prefiggendosi di replicare quella umana (se non di migliorarla), deve analizzare tutte le varie sfaccettature che la compongono: la logica, la creatività, il linguaggio, la capacità comunicativa, l’empatia, l’arte…
Progettare strumenti di I.A. richiede dunque l’impegno simultaneo di studiosi di tutti i rami, non solo delle discipline scientifiche ma anche di quelle umanistiche. Nel libro questo concetto è simboleggiato, neppure troppo velatamente, dal personaggio di Vito e dalla sua enciclopedica personalità.

Nel gruppo di lavoro dei protagonisti possiamo vedere rappresentato, seppur in parte, il mondo universitario odierno: siamo ancora preda dei baroni o si tratta di una descrizione un po’ vintage?

Non saprei. Ogni tanto ho contatti professionali con l’ambiente universitario, non abbastanza comunque per esprimere un’opinione attendibile. Se dovessi basarmi sulle impressioni direi che probabilmente i baroni esistono ancora. Non credo sia cambiato molto da quando frequentavo io l’università: in effetti proprio oggi ho letto una recensione di Osvaldo che mi elogia per aver saputo ironizzare sui problemi del mondo accademico!

Non negherò che Osvaldo, ai miei occhi, mostra un lato piuttosto oscuro: entrare in contatto con lui nei primi capitoli, come vederlo all’opera durante lo stress test proposto da Romboni, potrebbe essere equiparato alla manifestazione del potenziale divino, un assaggio di cosa può fare. Se poi consideriamo che il senso etimologico del nome Osvaldo significa appunto “potenza divina”, la domanda che sorge più spontanea è: quanto c’è di divino in Osvaldo?

Lo sa che non avevo mai pensato a verificare l’etimo di Osvaldo? Il nome è nato per caso – ammesso che esista il caso – ho scelto il primo nome demodé e un po’ rustico che mi è venuto in mente ed è rimasto quello. La vita è fatta di coincidenze: bella coincidenza che Osvaldo significhi proprio potenza divina.
Un suo personale giudizio sugli Osvaldo del nostro tempo: ci affidiamo troppo alla tecnologia o è giunto il momento di riappropriarci delle nostre limitate capacità?
I ragazzi di oggi sanno fare mille cose che noi non sappiamo fare. Accedono alle informazioni con una abilità sorprendente e per noi sconcertante. Però non sanno memorizzare i numeri di telefono o le poesie, non sanno utilizzare una mappa, hanno difficoltà a mantenere l’orientamento, non sanno restare poche ore senza telefonino, fanno una fatica tremenda a leggere libri…
Impossibile dire quale generazione sia avvantaggiata rispetto all’altra. Nell’immaginare il loro futuro sono combattuto tra l’ottimismo e il pessimismo: il loro avvenire potrebbe essere meraviglioso o terrificante. Dipenderà solo da una cosa: se continuerà a esserci la corrente elettrica!

I riferimenti al Frankenstein di Mary Shelley offrono degli interessanti spunti di riflessione. Secondo lei, in un secolo come quello che stiamo vivendo in cui intere parti del corpo umano possono essere costruite grazie alle stampanti 3D, o dove addirittura si possono progettare dei chip in grado di risolvere gravi patologie umane come la cecità (le recenti dichiarazioni di Elon Musk in proposito aprono a scenari a dir poco futuristici), dove si pone il limite fra la capacità degli esseri umani di migliorare il proprio organismo e la sfida all’entità superiore?

La Realtà Aumentata è una delle sfide più affascinanti del futuro. Noi abbiamo vissuto con i nostri cinque sensi, chissà quanti ne avranno i nostri discendenti e che ricchezza di emozioni potranno donare loro! Potranno percepire i campi magnetici, il posizionamento nello spazio, condividere le proprie emozioni con altri, ascoltare il rumore di fondo dell’universo…  La possibilità di incrementare la gamma sensoriale con l’innesto di protesi tecnologiche apre scenari inimmaginabili.
Ma da questo a diventare dèi ce ne passa! Perché se il cervello rappresenta il nostro punto di forza è anche la nostra più grande debolezza: l’essere umano può comporre sinfonie meravigliose, dipingere quadri affascinanti, scrivere libri straordinari, ma al tempo stesso riesce a commettere idiozie immani. Genio e stupidità convivono inestricabilmente in noi. Forse sarà proprio questo il punto di forza dell’intelligenza umana rispetto a quella artificiale: noi siamo più imprevedibili e in un certo senso anche più divertenti.

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Renato de Rosa, autore di Osvaldo, l’algoritmo di Dio

Cos’è umano? Cos’è divino? ovvero “Osvaldo, l’algoritmo di Dio” di Renato de Rosa

Di Gian Luca Nicoletta

Immaginate un mondo in cui ogni vostra scelta può esservi consigliata da un sito internet infallibile. Un sito che vi conosce a fondo, sa quali sono le vostre abitudini, i vostri costumi, tendenze, passioni, dubbi. Ve la sentireste di rimettere la vostra vita a questo sito, pur nella certezza che il 100% delle risposte che vi fornirà sarà sempre la soluzione migliore per voi?
Dilemma interessante, soprattutto se vogliamo mettere in conto il nostro libero arbitrio, la possibilità di autodeterminarci in base alle scelte che facciamo e che ci formano proprio perché non sappiamo mai con precisione dove ci condurranno.
Questo, come altri, sono i temi al centro di Osvaldo, l’algoritmo di Dio, il primo romanzo di un autore italiano, Renato de Rosa, pubblicato da Carbonio Editore nella collana “Cielo stellato“.

Il romanzo è ambientato all’università di Pisa e protagonisti sono un gruppo di ricercatori selezionati dal professor Romboni, luminare nel campo dell’informatica nonché prototipo del tipico barone universitario che spadroneggia in facoltà per diritto divino. I cinque, Dario, la voce narrante; Andrea, capofila del gruppo; Angela, Elisa e Vito, provengono da percorsi di studi differenti ma le loro competenze sono funzionali allo sviluppo di una nuova forma di intelligenza artificiale, la quale deve essere creata per una compagnia telefonica che ha sovvenzionato il progetto. Casualmente Elisa scopre il sito di un chatbot, un risponditore automatico cui per gioco si rivolge la prima volta e che proprio in nome di questo gioco decide di ribattezzare “Osvaldo”.

La perspicacia di Osvaldo colpisce il gruppo di ricercatori e, dopo vari esperimenti fatti per valutare con quanta approssimazione sia in grado di generare consigli verosimili ai nostri, scoprono un fatto sorprendente: il sito non solo fornisce consigli in una forma (sintattica e lessicale) perfettamente assimilabile a quella di un essere umano, ma inoltre fornisce consigli qualitativamente buoni. Dietro all’interfaccia anonima si nasconde un complesso algoritmo che non solo valuta statisticamente quale sia l’opzione più conveniente fra le due fornite dall’interlocutore, ma seleziona sempre (in realtà nove volte su dieci, come vedrete se leggerete il libro…) quella che porta al bene di chi gli ha posto la domanda. Com’è possibile tutto ciò? È proprio quello che il gruppo di protagonisti deve scoprire.
Questo interrogativo serpeggia sullo sfondo della narrazione, mentre in primo piano la lettura viene piacevolmente accompagnata da molte altre vicende scandite da ritratti a volte picareschi della quotidianità toscana. Andrea, in questo caso, funge da gonfaloniere dei colori più vivaci di questa terra, e lo fa attraverso il suo carattere ma soprattutto attraverso il suo modo di parlare: svelto, pungente, a tratti un po’ volgare ma mai insolente.

Il campione del mondo di scacchi, Garry Kasparov, perde la prima partita contro Deep Blue, un computer, nel 1996.

Il punto di svolta dell’intera vicenda avviene quando i ruoli si invertono: nonostante la fissità dei consigli dati da Osvaldo, il quale procede esclusivamente per affermazioni, questo giunge in un certo modo a chiedere qualcosa ai ricercatori, che a loro volta si vedono costretti a rispondere.
Faranno quanto Osvaldo chiede? E, ancor prima di questo interrogativo, è giusto anche solo pensare di fare quanto un computer ci chiede? Su questa domanda poggia gran parte dell’impalcatura narrativa architettata da de Rosa: un lungo ragionamento sul nostro modo di vivere e di cambiare, sulle motivazioni che ci spingono a riporre porzioni sempre maggiori della nostra vita nelle mani virtuali della tecnologia. Ma badate, il quesito non ci viene sottoposto in forma polemica: l’idea suggerita non è né quella di resistere alle macchine né quella di cedervi totalmente, mani e piedi legati. L’intento, semmai, è quello di far scaturire una riflessione sull’uomo, sulla tecnologia, sulla vita e su come tutti e tre questi elementi siano nati, dove, quando e perché.

La lettura di questo romanzo è vivamente consigliata: sia che siate degli informatici di professione, sia che siate appassionati all’argomento o, più semplicemente, siate alla ricerca di una lettura che sappia intrattenervi, Osvaldo, l’algoritmo di Dio sarà in grado di farvi passare ore piacevoli non senza darvi materiale sul quale ragionare nel tentativo di giungere alla domanda delle domande: ma Osvaldo, alla fine, chi è?

Se volete approfondire la conoscenza dell’autore, potete farlo guardando questa intervista. Buona visione e, soprattutto, buona lettura!

La distopia è un genere raffinato: “La tuffatrice” di Julia von Lucadou

Di Andrea Carria

Proprio così, la distopia è un genere letterario raffinato. A ricordarlo a tutti è Julia von Lucadou, autrice tedesca classe 1982 che col romanzo d’esordio La tuffatrice (2018) ha stupito sia il pubblico che la critica, e vinto lo Schweizer Literaturpreise 2019. In Italia il romanzo è apparso nel maggio scorso nella collana Cielo Stellato” di Carbonio Editore, con la traduzione di Angela Ricci.

In un futuro imprecisato ma comunque non molto lontano da noi, Riva Karnovsky è una star dello skydiving: la sua specialità è quella di tuffarsi dai grattaceli più alti della città e di ammaliare i fan con le sue evoluzioni a centinaia di metri da terra. Riva è arrivata all’apice della carriera dopo anni di lavoro durissimo, ma è stata ben ripagata per i propri sacrifici: un appartamento lussuoso nel centro della città, un compagno col quale condividerlo, crediti sufficienti a soddisfare ogni suo desiderio, fama, notorietà, sponsor facoltosissimi e milioni, forse miliardi di fan che la seguono h24.

«Quando la donna raggiunge l’orlo del tetto, gli spettatori trattengono il fiato. Con indosso il suo FlysuitTM scintillante sembra una creatura soprannaturale. La gente in strada, il pubblico sulle tribune dell’edificio di fronte e gli spettatori nello SkyboxTM tendono le braccia verso di lei.»

Riva ha poco più di vent’anni e possiede tutto, eppure qualcosa nella sua vita non va. L’annuncio del suo ritiro avviene all’improvviso tra lo sbigottimento generale di fan e investitori. Nemmeno Dom Wu, capo dell’accademia sportiva che l’ha vista crescere, sa spiegarselo. Le uniche due cose certe sono che Riva adesso trascorre le proprie giornate come un vegetale nel proprio appartamento, e che a causa sua l’immagine dell’accademia sta colando a picco insieme agli investimenti ingentissimi degli sponsor. Per evitare il peggio, Riva deve tornare a tuffarsi senza perdere altro tempo e Hitomi Yoshida, psicologa della PsySolution, è stata incaricata di aiutarla a tornare in sé.

Il romanzo inizia da qui, con Hitomi che racconta in prima persona le sue giornate a monitorare Riva dal pc grazie alle telecamere nascoste impiantate nell’appartamento. È uno spionaggio a tutti gli effetti di cui però nessuno si scandalizza più: è solo il Grande Fratello di Orwell che si è dotato di sistemi di controllo ancora più sottili e pervasivi. Malgrado tutto l’arsenale tecnico a disposizione, non passa molto tempo prima che la Hitomi capisca di essersi imbattuta in uno dei casi più difficili che potessero capitarle, e che dal successo dell’incarico dipenderà il suo futuro alla PsySolution, e forse molto altro. In un mondo in cui del resto contano solo i risultati e le performance, chiunque può finire fuori strada da un momento all’altro.

«Nel tuo contratto con l’accademia hai rinunciato a tutti i tuoi diritti personali, Riva. Finché sei assunta, tutto quello che fai appartiene all’accademia.»

Anche in assenza di un grave disastro che segni una discontinuità tra il mondo di Riva e il nostro, lo scenario immaginato da Lucadou rientra a pieno titolo nel canone distopico: un mondo preapocalittico e alienante, dove gli esseri umani sono ridotti a numeri, i rapporti interpersonali non esistono e le vite di tutti sono nelle mani di una ristretta oligarchia fondata sul potere economico-finanziario. Non si hanno riferimenti a nazioni o a continenti; le città, o meglio le megalopoli, sono l’unica realtà conosciuta dagli abitanti di un pianeta alle soglie del collasso. Sovrappopolate così tanto che la sterilizzazione è ormai diventata una prassi, la classica distinzione fra città e campagna è stata annullata da un’immensa distesa urbana di cui, se esistono, nessuno sa fin dove si spingono i confini. A pensarci bene, forse c’è una sola città ed è immensa. Il flusso tra essa e le periferie avviene in entrambi i sensi, ma si connota in maniera molto diversa, tanto che a tornare verso quest’ultime è soltanto chi ha fallito. La città è l’unico luogo nel quale una persona abbia la speranza di realizzarsi, ma non è facile potervi accedere. I requisiti minimi da soddisfare sono alti, la burocrazia pretende permessi anche se si è solo di passaggio e, come succede già adesso in molte città dagli standard abitativi elevati, avere un lavoro all’interno del suo perimetro non assicura di poterci anche abitare.

La distopia evocata da Lucadou è un mix coerente e funzionale di novità e vecchie conoscenze, ma la sua penna è abbastanza avveduta da valorizzare gli elementi giusti e mantenere gli altri sullo sfondo. Così facendo il lettore si concentra su ciò che è veramente essenziale. Il suo interesse viene subito catturato dalla storia di Riva e in questo modo finisce per accorgersi che molte delle tecnologie descritte sono quelle attualmente in uso, col vantaggio di poter considerare a distanza di sicurezza le loro implicazioni più perverse. Nonostante il numero e la qualità delle situazioni, la scrittrice prende le distanze dallo stile descrittivo per abbracciare quello soggettivo di Hitomi, che presenta i fatti in prima persona ora come in un resoconto ora come in un diario. La sua professione e il lavoro concreto che svolge con Riva incentivano l’esplorazione psicologica dei personaggi e delle situazioni in cui questi sono calati, ma la cosa forse più interessante di questo sguardo è osservare lo spiraglio di luce farsi strada lentamente verso le molle segrete che determinano l’agire di ognuno.
La scrittura raffinata di Lucadou si adegua perfettamente a tali esigenze di contesto e mantiene un livello elevato di chiarezza dall’inizio alla fine. Della sua prosa si apprezzano l’equilibrio della composizione e la precisione narrativa: poche parole, ma giuste, per descrivere ogni risvolto di trama e ogni esitazione della mente. Per il lettore è sempre un piacere incontrare una scrittura così limpida e senza sbavature. Sarà anche un’opera prima, ma con La tuffatrice Julia von Lucadou ha dimostrato di avere nelle corde uno stile letterario abbastanza maturo da attirare verso sé paragoni importanti.

Romanzo di medie dimensioni, La tuffatrice sviluppa una trama compatta che non perde mai di vista il proprio percorso. Le digressioni sono quasi assenti, e gli unici arricchimenti sono gli aneddoti dell’infanzia di Hitomi. Nonostante questa apparente semplicità, Lucadou valorizza al massimo il potenziale narrativo del suo romanzo, fino a deviarne la rotta con la sicurezza di un capitano di lungo corso che non lascia accorgere i passeggeri fino a manovra ultimata. È infatti proprio quando la vicenda di Riva sembra ormai prossima alla risoluzione che il lettore si accorge di dove la trama lo ha veramente condotto, e che il ruolo assegnato fino a quel momento ai personaggi è probabilmente da rivedere. La scrittrice ottiene questo effetto senza ricorrere a colpi di teatro o accelerazioni improvvise (di cui, anzi, non fornisce esempi degni di nota), ma con una lenta e graduale opera di spostamento del baricentro narrativo. Così, come Hitomi si ritrova a dirigere la vita di Riva, la mano invisibile di Julia von Lucadou assicura il corretto fluire del romanzo. Forse avrebbe potuto osare di più in alcuni passaggi e imprimere qualche sterzata più vigorosa che prendesse il lettore in contropiede facendolo sussultare, tuttavia questa prima prova è stata ampiamente superata dalla scrittrice e ha creato grandi aspettative attorno al suo nome.

Julia von Lucadou (© Maria Ursprung)

Lucadou è sicuramente consapevole di tutto questo e sa quale tipo di ascendente può esercitare un romanzo attuale come il suo. In ottemperanza a quella che può essere riconosciuta come la sua funzione etica e sociale, La tuffatrice è un romanzo che scava dentro il presente mettendoci in guardia verso alcune delle aberrazioni che già interessano lo stadio odierno della nostra civiltà tecnologica. Fortunatamente non disponiamo ancora di un Activity Tracker che disciplini la nostra attività fisica giornaliera né eseguiamo un esercizio di mindfulness dopo l’altro per ristabilire un equilibro psichico sempre sull’orlo del tracollo, ma questo non può e non deve farci sentire al sicuro. La tuffatrice racconta un avvenire che può ancora essere evitato, ma ancora prima di questo è una critica lucidissima al presente e all’incomprensibile non-modo che noi umani abbiamo di prenderci cura del nostro futuro.