“Nessun albero e nessun cielo…”

E anche per quest’anno, il gelido vento che soffia sulla nostra Penisola si porta via gli ultimi giorni di festa. È un piccolo male necessario affinché il nuovo anno cominci per davvero…

Sono giorni di malinconia e di aspettativa, questi, ma non è per la malinconia che un pochino sentiamo crescere dentro se vi proponiamo questa poesia di Thomas Bernhard, in assoluto uno degli autori più amati da noi de Lo Specchio di Ego.

Nell’augurarvi buona Epifania, vi salutiamo ricordandovi l’appuntamento del 10 gennaio con il primo, nuovo articolo del 2019!

 

Andrea Carria e Gian Luca Nicoletta

 

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Nessun albero e nessun cielo

Thomas Bernhard
da Sotto il ferro della luna (1958)

 

Nessun albero e nessun cielo
ti consolerà,
neanche il mulino
dietro il rumore del legno d’abete,
nessun uccello morente,
neanche il gufo e neanche la starna veloce,

è lunga la via del ritorno,

ormai nessun arbusto ti proteggerà
da fredde stelle
e  da rami macchiati di sangue,
nessun albero e nessun cielo
ti consolerà,
nelle corone di inverni in frantumi
cresce la tua morte,
con rigide dita
lontano da erba e da lande selvagge,
nei detti della neve or ora caduta.

Possibilità definitive ma non esclusive: “Camminare” di Thomas Bernhard

Di Andrea Carria

[Riproponiamo qui un articolo di Andrea Carria uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

La scorsa primavera è apparsa la prima edizione italiana di Camminare, breve romanzo di Thomas Bernhard pubblicato da Adelphi nella traduzione di Giovanna Agabio. Nonostante le dimensioni modeste (125 pp.), Camminare, edito per la prima volta nel 1971 col titolo di Gehen, costituisce un esempio lucidissimo della prosa del grande scrittore austriaco.

Come per gli altri libri di Bernhard, iniziare a parlarne non è facile: la trama offre pochi appigli e, del resto, non è concentrandosi su di essa che posso sperare di dire qualcosa di vagamente interessante su questo romanzo. La marginalità dell’intreccio rispetto ai profondi significati che invece si incontrano mentre si avanza nella lettura è testimoniata fin dall’incipit, al quale bastano due righe per circoscrivere il perimetro (ristretto) che lo svolgimento poi occuperà:

«Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì».

La voce narrante (io), Oehler, Karrer, la pazzia di Karrer, il camminare: il romanzo ruota intorno a questi elementi con pochissime aggiunte; e anche quello che nell’incipit non compare esplicitamente è già in qualche modo insito fra le sue righe. Non solo e non tanto in senso discendente, di causa in effetto, nelle modalità del semino che contiene in potenza l’intero albero, bensì secondo un parallelismo esistenziale definito da un certo numero di possibilità definitive ma non esclusive (dirò poi di cosa si tratta) che, per mezzo di una matrice comune, continuano a richiamarsi l’un l’altra.

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Certo, l’albero all’interno del semino esiste ed è pure esplicitato con chiarezza. Pochi giorni prima che Karrer impazzisse, il suo caro amico d’infanzia Hollensteiner, uno dei più brillanti scienziati della sua generazione, si è ucciso e questo, per il cronista Oehler, ha avuto conseguenze inevitabili:

«Il suicidio del chimico Hollensteiner ha agito su Karrer in modo catastrofico, dice Oehler, non poteva non agire su Karrer così come ha agito su Karrer: nel modo più devastante, seminando il caos più mortifero nello stato mentale quanto mai vulnerabile di Karrer».

C’è però un ulteriore elemento a cui Oehler ammicca e che conduce la sua ricostruzione a un livello più profondo, filosofico. La crisi che ha colpito Karrer nel negozio di Rustenschacher, dopo la discussione con il proprietario, avrebbe potuto colpire chiunque altro, ma a parità di condizioni un’altra persona non avrebbe comunque dato luogo alle stesse dinamiche:

«perché io [Oehler] non sono Karrer, io avrei agito come me, esattamente come Lei ha agito come Lei e non come Karrer […], io avrei condotto la discussione in modo decisamente diverso, e com’è naturale tutto si sarebbe svolto in modo decisamente diverso».

Fin qui la considerazione di Oehler non è che un innocuo truismo che niente di nuovo aggiunge al buon senso, dunque sembrerebbe non essere questo il fatto più rilevante. Invece è proprio l’ovvietà della constatazione ad accendere una spia e a farci chiedere: perché Oehler si preoccupa di precisare che lui nel negozio di Rustenschacher avrebbe potuto agire solo come se stesso? Per quale motivo si pone il problema?

La risposta a questa domanda ci conduce dritti alla questione delle possibilità definitive ma non esclusive che poco prima mi ero proposto di definire. Tutti i tasselli che Bernhard predispone sono collegati fra loro da un unico filo rosso il quale, ancora prima di sorreggere l’intelaiatura teorica del libro, si stringe intorno all’individualità di ciascun personaggio. A unirli la matrice, la circostanza, la sventura di essere dei pensatori in un paese, l’Austria dell’ultimo trentennio del XX secolo, sfavorevole e scettico nei riguardi di chi, fedele al proprio intelletto, si ostina a esistere «contro i fatti».

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La caratteristica comune a ognuno di questi personaggi consiste nel ritrovarsi senza via d’uscita e con le spalle al muro. Hollensteiner, per esempio, avrebbe potuto lasciare l’Austria per un paese più benevolo verso la sua scienza, mentre Karrer, magari, avrebbe potuto fermarsi «al punto estremo prima della pazzia assoluta» come ha fatto quotidianamente per lunghi anni, invece ognuno dei due va dritto per la sua traiettoria fino in fondo – fino al fondo. Nemmeno Oehler, a sua volta tentato dall’idea di farla finita, e l’anonimo io narrante, schiacciato fra i suoi pensieri e il soliloquio del compagno di cammino, fanno eccezione: tutto lascia pensare che per gli indagatori dell’esistenza, per i funamboli del pensiero, non ci sia esclusivamente una sola fine, sebbene quella che poi si rivelerà essere la loro, sarà una fine definitiva verso cui si saranno avviati con largo anticipo precludendosi la possibilità di tornare indietro.

L’analisi impietosa di Oehler continua e si sofferma in particolare su Hollensteiner, la cui morte è stata causata dalla mancanza di finanziamenti statali alle sue ricerche:

«Alle menti più lontane dall’ordinario lo Stato rifiuta i mezzi necessari alla sopravvivenza, dice Oehler, e perciò avviene che proprio le menti fuori dall’ordinario e più lontane che mai dall’ordinario, e Hollensteiner è stata una delle menti più lontane dall’ordinario, si uccidano».

Da quando le menti lontane dall’ordinario si uccidono? Mentre mi pongo questa domanda il pensiero corre a Delitto e castigo di Dostoevskij, dove un giovane convinto di essere superiore alla norma arroga per quelli come lui il diritto di compiere azioni al di sopra della legge con le quali rinnovare il mondo. Dove e quando è avvenuto lo strappo che ha portato a un simile capovolgimento morale, sociale ed esistenziale?

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Edvard Munch, “L’urlo” (1893-1910), Galleria Nazionale di Oslo

Con questo libro irriguardoso e conturbante, aspro e al tempo stesso raffinato, scritto in uno stile che nella quarta di copertina viene giustamente definito «ipnotico», un libro dove il pensiero e la voce di Oehler, comprimario dell’anonimo protagonista, si accavallano continuamente a quelli dell’io narrante sovrapponendo i punti di vista fino a confonderli, il cui titolo, all’apparenza così semplice, nasconde in realtà significati plurimi e sottili verità epistemologiche, Thomas Bernhard ha voluto raccontare le condizioni della filosofia e dei filosofi al tempo delle verità presunte o «Cosiddette»:

«Poiché Karrer, in generale, dice Oehler, ha definito tutto sempre e solo come un Cosiddetto, non c’è nulla che non abbia definito un solo Cosiddetto, e la sua competenza, in questo, è arrivata a un incredibile rigore».

La vera veste di Karrer e degli altri personaggi è dunque quella di filosofi spersi in un mondo per il quale non sono attrezzati, dove l’azione di camminare, ormai svuotata del suo antico significato peripatetico, si profila come il deambulare in cerchio di un pensiero umiliato che non si regge più sulle sue gambe:

«Volevamo spiegarci a vicenda due frasi, dice Oehler, io a Karrer una frase di Wittgenstein che gli era totalmente oscura, lui, Karrer, una frase di Ferdinand Ebner che mi era totalmente oscura. Ma per via dello sfinimento, sulla Friedensbrücke, a un tratto non eravamo più stati in grado di pronunciare i nomi di Wittgenstein e di Ferdinand Ebner, perché avevamo fatto del nostro camminare e del nostro pensare, derivanti l’uno dall’altro, dice Oehler, una tensione nervosa incredibile, quasi intollerabile».

Per un tempo lunghissimo, gli uomini hanno creduto di poter inquadrare il pensare e il camminare in «un unico processo totale», mentre adesso, chi prova a seguire la vecchia scuola, non ne ricava altro che danni e fastidi, e comunque, se si ferma, lo fa «sempre e solo fino alla soglia dello sfinimento». Forse c’è stato davvero un tempo in cui si poteva pensare e camminare, forse è veramente esistita un’epoca in cui era possibile riflettere sulla vita mentre la si stava vivendo, e la filosofia – intesa come consapevolezza e meditazione sulla propria esistenza individuale – era una pratica comune fra le persone… Un tempo, forse, ma non oggi. Oggi il peripatetismo si sposa soltanto con la certezza di mettere a repentaglio la propria incolumità.

L’aut-aut di fronte al quale il mondo dei «Cosiddetti» pone l’uomo è la scelta tra il camminare e il pensare: è a questo eufemismo che Bernhard si affida per riproporre la dicotomia mai risolta fra «l’esistere con» e «l’esistere contro», fra il vivere e l’analizzarsi. Solo una delle due scelte ha un futuro, l’altra no. La fine della filosofia si è avverata fuori dalle accademie, per le strade, nell’unico luogo in cui il pensiero poteva ancora strappare uno scampolo d’aria, in attesa di raggiungere la prossima mèta. Se la realtà è questa, meglio scegliere bene e in anticipo.

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© Erika Schmied

L’immagine finale del romanzo, nella rievocazione del solito Oehler, ci consegna un Karrer steso sul letto intento a ripensare con intensità alla giornata che ha appena trascorso. Non più un pensiero originale, quindi, ma un rimuginare: tutto quello che l’immobilità ha da offrire alla mente sono pensieri già pensati la cui unica variazione possibile è la diversa intensità che viene riservata a tale pratica. Che, sebbene destinata a non portare da nessuna parte, non per questo è da prendere sotto gamba:

«L’intensità va accresciuta sempre di più, può essere che un giorno questo esercizio oltrepassi il limite della pazzia, ma, in merito, non posso avere alcun riguardo, così Karrer. Il tempo in cui usavo riguardi è passato, non uso più alcun riguardo, così Karrer. Lo stato di totale indifferenza in cui mi trovo, così Karrer, è uno stato filosofico da cima a fondo».

Se non c’è possibilità di scampo a una fine funesta, che sia la pazzia oppure la morte, che almeno avvenga con dignità. Per Bernhard, e così anche per Karrer, sembra più facile rinunciare alla vita che non ai suoi fondamenti.

Il Castello fuori e dentro: comprendere Kafka attraverso Bernhard

Di Andrea Carria

 

«Tutta l’arte di Kafka sta nell’obbligare il lettore a rileggere»: è così che Albert Camus comincia il breve saggio La speranza e l’assurdo nell’opera di Franz Kafka. Quando lessi questa frase per la prima volta, confesso d’aver tirato un sospiro di sollievo: “Dunque non sono l’unico”, ho pensato. Avevo da poco terminato la lettura del Processo e ne ero uscito piuttosto scosso. Non l’avevo capito, avevo fatto cilecca; ma non potevo nemmeno rassegnarmi all’idea.

La comprensione delle opere di Kafka, che siano romanzi oppure racconti, non è mai immediata e posso capire chi è tentato di scaricare la trama da internet per trovare il bandolo della matassa. Tuttavia lesperienza mi ha insegnato che internet non è l’unico alleato a disposizione del lettore volonteroso: un soccorso insperato per comprendere i romanzi di Kafka potrebbe giungere dalla lettura di Perturbamento di Thomas Bernhard, uno fra i più grandi scrittori austriaci del XX secolo.

La trama del romanzo è semplice: il figlio di un medico condotto, voce narrante del romanzo, accompagna il padre in visita ai suoi pazienti in una vallata della Stiria, dai quali apprende storie di misantropico decadentismo disseminate di sventure, cadute e disgrazie. Sullo sfondo, quale mèta finale dichiarata, il castello del principe Saurau, onnipresente tanto nell’immaginario dei valligiani quanto nel panorama alpino che fa da cornice a quella remota contrada.

Ma cosa c’entra Bernhard con Kafka? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo concentrarci proprio su ciò che avviene quando padre e figlio giungono a destinazione. Nel soliloquio con cui il principe accoglie (e tramortisce) i due visitatori, con finezza e talento narrativo, Bernhard mostra quello che nei romanzi di Kafka resta inconoscibile, ossia ciò che avviene all’interno del castello qualora un K. qualunque minacci di venire a turbare la vita all’interno delle sue mura.

Kafka

Più che essere vittime, i personaggi di Kafka sono dei seccatori e dei testardi. O meglio: sono vittime nella misura in cui da testardi hanno seccato o, viceversa, in quella in cui da seccatori si sono intestarditi. Quest’ultimo è il caso dell’agrimensore K., lo zelante protagonista del Castello, mentre un testardo che si fa seccatore è Josef K. del Processo.

Di primo acchito, Josef K. non fa apparentemente nulla per accattivarsi la propria sventura: tutto ruota intorno a lui, su di lui, contro di lui, ma sempre a prescindere da quel che lui fa. Eppure è proprio la condotta di Josef, così restia a prendere atto della gravità delle cose, ad avvalorare la legittimità del procedimento penale aperto nei suoi confronti. Nel Processo, l’inconfessata fiducia del protagonista che tutto quanto si risolverà nel migliore dei modi fa di lui un anacronistico Pangloss che si ostina a chiudere gli occhi di fronte all’insensatezza del mondo; significa continuare a rimettersi a un buon senso che nel frattempo ha smesso di dare prova della propria sussistenza; ed esprime, anche, la volontà più o meno inconscia di non prendere troppo sul serio il potere che l’arbitrio dell’uomo ha intanto esteso sui propri simili. Anche mentre viene ucciso e pronuncia quel «Come un cane!» che fa accapponare la pelle, Josef K. non è completamente convinto che sarà proprio quella la sua fine, tanto che il suo ultimo pensiero va alla vergogna per le barbare modalità dell’esecuzione (per strada, di notte, con un coltellaccio piantato in mezzo alla gola), quasi rammaricandosi che questa sia destinata a sopravvivergli.

Se ciò è vero, a mio parere quello dello spirante Josef K. non è dunque l’Assurdo riconosciuto e accettato che vorrebbe Camus (Assurdo e vergogna non coabitano lo stesso spazio), ma la testardaggine che si fa seccatura: seccatura, per il Tribunale, di doversi scoprire fino all’ultimo fondatore di senso, sentenziando sulla vita di un uomo – di un seccatore – che è dannatamente troppo umano per risparmiargli l’onere di una tale responsabilità. Morire per mano di due «signori mezzo muti, privi d’intelligenza», del tutto incapaci, anche se lo volessero, di dargli una spiegazione in extremis, è ciò che si merita.

E poi c’è Il castello. Qui la testardaggine di K. quasi non necessita di commenti. Il suo arrivo di notte al villaggio, quando fuori cade la neve, è già di per sé una grave scocciatura, ma K. non sembra avvedersene, tanto da apparire addirittura meravigliato che nessuno sia lì ad attenderlo. Per oltre duecento pagine, K. farà di tutto per farsi ricevere da Klamm, l’unico funzionario che potrebbe chiarire la sua posizione, ma a ogni ostacolo che aggira ecco che se ne trova subito un altro davanti, e purtroppo Kafka non ha fatto in tempo a svelarci se la testardaggine di K. avrebbe avuto la meglio sui labirinti della burocrazia. Quello che sappiamo è che l’agrimensore K. è un ospite indesiderato, nessuno tranne lui sembra sapere qualcosa dell’incarico per il quale dice di essere stato reclutato, e pertanto la sua condizione, lungi dal venire regolarizzata, dipende continuamente dall’arbitrio di qualche effimera disposizione, passibile di revoca in ogni momento.

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In continuità con questa dialettica, credo si possa interpretare Perturbamento di Thomas Bernhard. Qui la capziosità dell’arbitrio kafkiano è declinata a parti invertite. Il principe Saurau, prigioniero del suo castello, è la vittima; gli altri, tutti quelli che ne stanno al di fuori, sono i colpevoli. Al pari di Josef K. e dell’agrimensore K., nemmeno il principe è responsabile di ciò che avviene nel suo mondo: per tutta una serie di ragioni, non solo là dentro egli è isolato e impotente, ma si avverte pure in balìa dell’arbitrio altrui. Nella sua fantasia allucinata, chiunque provenga dal fuori nutre il desiderio di penetrare nel suo castello per spodestarlo: «Ogni volta che Moser arriva, io sento che, inevitabilmente, si avvicina per me qualcosa di sinistro!». Il segretario comunale Moser, stereotipo della minaccia esterna, vessillifero dell’ordine e distruttore della memoria avita, è K. l’agrimensore, colui che preme affinché il mondo, per quanto impotente, ne regolarizzi la posizione. Come K. che non si rassegnava di fronte alle porte che continuavano a rimanere chiuse, così anche Moser crede di avere il permesso di disturbare la quiete apparente del castello in nome del ruolo che ricopre nel mondo e nella società. «Tutte le azioni sono punibili – osserva il principe – per questo è così facile far sì che immediatamente ogni azione diventi punibile. Per questo contro chiunque si può pronunciare una legittima condanna a morte e poi eseguirla. È una cosa che lo Stato ha capito. È il fondamento su cui poggia lo Stato». Nel mondo orfano di Dio, fuori o dentro il castello, nessuno è al riparo dall’arbitrio dell’uomo.

Al figlio del medico e a suo padre è invece concesso di entrare non tanto perché abbiano il permesso, ma più che altro perché debbono farlo. Sono una specie di intermediari fuori dal tempo, una sorta di araldi o di messi. Anzi, si potrebbe quasi dire che Perturbamento sia stato scritto attraverso gli occhi e soprattutto le orecchie dell’alter ego di Barnabas, il messaggero del Castello, e che il soliloquio del principe Saurau, nel romanzo di Bernhard, sia il condensato di tutti i discorsi e le lamentele che Klamm, nel Castello, rivolge al suo fedele servitore ogni volta che torna dal villaggio con notizie sul conto degli abitanti e, soprattutto, su quello dell’agrimensore K. (forse non è un caso che negli Atti degli Apostoli [4,36] Barnaba venga denominato, a seconda delle traduzioni, “figlio dell’esortazione” o della “consolazione”, e che in Perturbamento il protagonista e suo padre, prestando ascolto alle lamentazioni del principe, fungano da consolatori).

Bernhard prende il paradigma di Kafka e lo rovescia: la vittima diventa il colpevole, il colpevole la vittima. Ma non si tratta di un ribaltamento perfetto: il protagonista, infatti, non è il principe come la simmetria avrebbe richiesto, ma il messaggero. In Kafka, il castello delega, rimanda, oppure si defila, ma non agisce mai in proprio. Il conte – il vero padrone del castello – non è che un nome menzionato una volta soltanto all’inizio del romanzo, e lo stesso Klamm non è molto più di un fantasma dell’opera del quale non si sa bene nemmeno che ruolo abbia. Così, per rappresentare il rovescio, a Bernhard non resta che assumere il punto di vista di Barnabas, l’unica figura del Castello nella condizione di entrare e uscire a suo piacimento e di portare con sé la propria testimonianza.

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Ovviamente il romanzo di Bernhard non dipana ciò che Kafka non ha chiarito, né tantomeno completa quello che non ha potuto portare a compimento, però gli dà un respiro nuovo: scostando un tendaggio, ci apre uno spiraglio sul funzionamento del mondo all’interno del castello, un mondo che, se Kafka ci delineava come labirintico e insensato, ora Bernhard ci svela essere almeno in possesso di una sua – capricciosa quanto la si voglia, ma pur sempre sua – ragione.