L’arte del perturbante, da Daphne du Maurier ad Alfred Hitchcock

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo che reputo estremamente interessante: quello del perturbante. Per cominciare è bene rinfrescarsi la memoria con una semplice definizione tratta dal vocabolario Treccani, cui mai ci stanchiamo di ricorrere quando siamo in dubbio.

perturbare v. tr. [dal lat. perturbare, comp. di per1 e turbare «turbare»]. – Turbare profondamente, sconvolgere, portare agitazione o alterazione in un àmbito di natura sociale, fisica o psichica”

Da questa definizione ci possiamo spostare all’utilizzo di cui ci interessa parlare in questa sede, ovverosia quello letterario, e per farlo prenderò a esempio l’ultimo romanzo che ho terminato di leggere qualche giorno fa: Rebecca di Daphne du Maurier.
Probabilmente ad alcuni di voi questo titolo non sarà sconosciuto (ottimo!), ad altri invece ne ricorderà un altro, Rebecca la prima moglie. Ebbene, sappiate che stiamo parlando dello stesso libro, diventato molti anni fa una celebre pellicola di Alfred Hitchcock e, molto più recentemente, trasposto sul piccolo schermo da Rai 1.

Ma procediamo con calma, senza perdere il filo del discorso.
Con l’aggettivo “perturbante”, in letteratura si intende un qualsiasi elemento, sia esso un oggetto, un volto, un nome, una parola, che irrompe ciclicamente nel flusso della narrazione e che ha come obiettivo quello di destare, nel personaggio della storia così come nell’animo di chi legge, una carica emotiva di tratto negativo, in grado di mettere entrambi a disagio. Badate bene che l’entità perturbante non è mai una persona nella sua totalità, ma sempre e solo la parte di qualcuno o qualcosa. Nella nostra letteratura nazionale si ricorre a questa tecnica già a cavallo fra l’800 e il ‘900, con gli autori della Scapigliatura Lombarda e, più tardi, con Luigi Pirandello.

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Daphne du Maurier, invece, decide di innovare il concetto di perturbante adottando un’interessante strategia narrativa. All’interno del suo romanzo costruisce, infatti, una fitta rete di vasi comunicanti dove il pieno e il vuoto, ovverosia la protagonista e la sua negazione, si scambiano di posto, interagiscono in qualche modo. Gli elementi testuali a favore di questo gioco sono innumerevoli, eccone alcuni:
– Il nome della protagonista non viene mai pronunciato, quello della sua nemesi, Rebecca, lo è in continuazione;
– La protagonista è viva, Rebecca è morta;
– La protagonista è bassa, ha i capelli biondi ed è goffa. Rebecca è (era) alta, mora ed estremamente elegante e raffinata;
– La protagonista e Rebecca non hanno nulla in comune e questo, paradossalmente, diventa il tratto che più le unisce: quello che possiede una manca all’altra, e viceversa.

Si potrebbe addirittura elaborare un’intera interpretazione del romanzo secondo la quale la protagonista sia in realtà Rebecca, e la donna anonima la sua nemesi.  Tutto sta nella scelta del personaggio di cui si vogliono prendere le parti.

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Con questa rete scatta il meccanismo del perturbante. All’interno del grande scenario dove la protagonista va a vivere dopo aver sposato Maxim de Winter, la magione di Manderley nel Galles, la presenza di Rebecca diventa l’elemento che riesce a dar vita alle pareti: un fazzoletto ricamato, un impermeabile, una spazzola. Come ho scritto sopra, sono tutti elementi parziali di una vita che, tramite le cose che le sono appartenute, fa il suo prepotente ingresso in scena, accompagnata sempre da un ricordo amaro e da un presagio nefasto. Non c’è capitolo che non si chiuda con un’allusione a Rebecca, non c’è momento in cui la casa di Manderley non mostri un oggetto a cui Rebecca era particolarmente affezionata.

Tutto questo si presenta come un terreno estremamente fertile per il Maestro del brivido, Sir Alfred Hitchcock. Nel 1940 decide di dirigere questo film, approfittando della poca attenzione che gli avrebbe potuto dedicare il produttore David O. Selznick poiché proprio in quel periodo era ancora alle prese con il lavoro su Via col vento.
Nel film, girato con effetti “speciali” tanto semplici quanto efficaci, se pensiamo alle tecnologie cui siamo abituati noi, la carica perturbante di Rebecca viene, se possibile, ancor più esasperata, diventa quasi maniacale. Ovunque si leggono le sue iniziali, nessuno deve permettersi di spostare gli oggetti che lei stessa aveva sistemato (su questo aspetto l’adesione al libro è eccezionale). Particolarmente d’aiuto e ben riuscita è la figura della governante, la signora Danvers, interpretata dalla spettrale Judith Anderson.

La lettura di questo libro e la visione di questo film (che potete trovare anche su YouTube!) sono vivamente consigliate. Se volete comprendere l’arte di perturbare le menti in maniera fine e sottile, se cercate uno spunto per migliorare la vostra tecnica di narratrici e narratori dell’inconscio, del brivido e del giallo, sappiate che questa strada, per quanto battuta che sia, non cessa mai di fornire validi strumenti e spunti.
O se, più semplicemente, siete alla ricerca di intrattenimento di qualità, sappiate che troverete sempre, a Manderley come fra le pagine del romanzo, la convinzione di aver visto, magari dietro a una tenda bianca, la sagoma di una donna che vi osserva.

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“La scatola dei bottoni di Gwendy”: una novella moderna e la sua morale

Di Andrea Carria

 

E se esistesse una scatola col potere di devastare interi continenti, provocare ecatombi, scatenare guerre mondiali, in altre parole di decidere il destino del mondo intero? E se questa scatola finisse nelle mani sbagliate o, meglio ancora, in quelle di una ragazzina?

La cicciottella Gwendy Peterson ha solo dodici anni quando un misterioso signore dall’abito e il cappello neri che si fa chiamare Richard Farris gliela consegna, sostenendo che è proprio lei la persona giusta che stava cercando. Azionando delle levette poste ai lati, la scatola elargisce cioccolatini gustosi a forma di animaletto e, di tanto in tanto, monete da un dollaro Morgan, lucentissime. Ma – Farris la mette in guardia – bisogna fare molta attenzione: la scatola presenta infatti dei bottoni colorati (uno per continente) che non vanno premuti alla leggera, soprattutto il bottone rosso e il temutissimo bottone nero.

Gwendy non sa che pensare: Farris la inquieta, ma non sembra avere cattive intenzioni; la scatola, poi, a cosa servirà mai per davvero, cosa deve farci? Del resto quei cioccolatini sono così buoni…

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È il 22 agosto 1974 quando Gwendy porta la scatola a casa con sé. Per prima cosa deve nasconderla: Farris le ha detto che sarebbe un disastro se i suoi genitori o qualcun altro la trovassero. Fra le radici di un albero in giardino, in una fessura nel muro della cantina, dentro all’armadio, in una cassetta di sicurezza: sono questi i nascondigli scelti da Gwendy nel corso dei dieci anni in cui la scatola rimane sotto la sua custodia. Dieci anni che hanno visto Gwendy diventare una ragazza bellissima, magra, atletica, prima della classe, formidabile in tutti gli sport e sogno proibito di ogni ragazzo di Castle Rock. Sarà merito dei cioccolatini che la scatola non ha mai smesso di distribuirle? Certo, la scatola ha dei poteri, questo Gwendy lo ha capito abbastanza presto. Come quella volta in cui non ha resistito e ha schiacciato il bottone viola del Sudamerica… o il suicidio della sua migliore amica, Olive… o quella volta in cui Frankie Stone si è nascosto nel suo armadio con brutte intenzioni e Harry Streeter, il suo fidanzatino, per salvarla…

Nato dalla nuova collaborazione fra Stephen King e Richard Chizmar, editor e redattore della casa editrice Cemetery Dance, La scatola dei bottoni di Gwendy è un romanzo breve che tuttavia ben rappresenta lo stile e i temi cari alla narrativa del maestro dell’horror mondiale. Cominciando dallo stile, chiunque è in grado di apprezzare l’efficacia della scrittura di King – essenziale ed esperta – o della naturalezza con cui la storia si sviluppa e procede. La trama – semplice e lineare – è uno specchio fedele della pulizia dello stile impiegato, dove – ancora – l’assenza di sovrappiù retorici riflette la mancanza di veri colpi di scena a livello di intreccio.

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C’è poi la tematica dell’età. Come in It, Christie e in altri dei suoi più celebri romanzi, King ambienta la storia nel mondo pieno di luci e ombre dei più piccoli, bambini e adolescenti. Il lettore fa la conoscenza di Gwendy nella delicata fase preadolescenziale, una ragazzina vittima dei bulli a causa dei suoi chili di troppo, per lasciarla, laureata, alle soglie dell’età adulta. La sua adolescenza è segnata dal possesso della scatola dei bottoni, una responsabilità che Gwendy si sente costantemente addosso. Sono d’accordo con chi ha parlato di questo libro come di un romanzo di formazione perché, in effetti, quella che si svolge nelle sue pagine è la storia della formazione di Gwendy, di come essa diviene accorta e responsabile anche per merito della custodia della scatola, sua responsabilità ma anche suo esercizio morale. E capisco anche chi rimpiange che King e Chizmar non abbiano approfondito diversi aspetti della trama e dei personaggi, lasciando che la loro storia assumesse la forma e le dimensioni di una novella. Il materiale su cui stavano lavorando era di prima qualità e il libro avrebbe potuto effettivamente avere uno sviluppo diverso. Il risultato finale, così, non ci restituisce il grande romanzo che avrebbe potuto essere, ma una bel racconto: considerando il ritmo sostenuto della produzione romanzesca di King, mi permetto di dire che è un buon compromesso.

Come novella – o favola – La scatola dei bottoni di Gwendy possiede, del resto, pure una morale. Quando Farris torna da Gwendy per chiederle indietro la scatola, dice di aver trovato il successore giusto a cui consegnarla: un altro bambino coscienzioso e prudente come lo era stata Gwendy alla sua età, c’è da immaginare. Se Farris non si è sbagliato, la scatola e il mondo saranno al sicuro per altri dieci anni. Se no…

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Che dei bambini siano i depositari della sicurezza di tutti è una bellissima metafora che ribadisce l’importanza di crescere i propri figli lontano dall’egoismo, nel rispetto di una pacifica convivenza. È una metafora che evidenzia meglio di qualsiasi discorso la responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti dei più giovani – come genitori in primis, ma anche come fratelli, cugini, insegnanti, educatori, amici, compagni di scuola –, dei quali presto o tardi sarà il turno. Farris continuerà a scegliere – è il suo compito, il suo destino –, mentre dal canto nostro, noi uomini continueremo ad avere rapporti con gli altri, a crescere, a formare le persone e il loro carattere. Entrambi, Farris e noi, non possiamo sottrarci, ma fra i due è il signore dal cappello nero quello con la minore possibilità di scelta. Egli sceglie, è vero, ma può farlo solo in mezzo a ciò che noi mettiamo a sua disposizione. Sta a noi fare in modo che trovi una Gwendy ogni dieci anni a cui affidare la scatola fatale, ma siccome le nostre possibilità di scelta sono molto superiori alle sue, non sta scritto da nessuna parte che i valori di riferimento di un’epoca (scelti e adottati da una data comunità in un certo periodo storico, e dunque aleatori per definizione) siano sempre i più opportuni.

In ciò consiste la morale di questa novella moderna: ricordare a ciascuno le proprie responsabilità nello sviluppo di una cultura e di una coscienza collettiva, poiché la scatola dei bottoni è reale, il bambino che la erediterà domani, invece, è un investimento condiviso, di cui occuparci tutti insieme.

“Solo per Ida Brown” di Ricardo Piglia: letteratura, double coding, ecoterrorismo

di Andrea Carria

 

È sempre il momento buono per parlare dei grandi libri, anche quando è passato un po’ di tempo dalla pubblicazione e i loro titoli non rientrano più fra le tendenze del momento. Anzi, proprio perché grandi, di questi libri si dovrebbe parlare soprattutto dopo, in modo da segnare una differenza fra essi e la massa degli altri, un po’ meno grandi, che per motivi di concomitanza d’uscita si contendono i medesimi spazi: dagli espositori nelle librerie alle inserzioni pubblicitarie, passando ovviamente dalle recensioni sui blog letterari.

Fortunatamente nel caso di Solo per Ida Brown dello scrittore argentino Ricardo Piglia ci troviamo di fronte a un grande romanzo che nei due o tre mesi seguenti alla sua pubblicazione (Feltrinelli, marzo 2017) ha avuto una buona visibilità.

Certo, le condizioni in cui il libro è giunto alla sua edizione italiana ne hanno indubbiamente facilitato la promozione: morto da appena qualche settimana a 76 anni, Solo per Ida Brown non ha rappresentato soltanto l’ultimo lascito di uno degli autori argentini di maggior talento degli ultimi anni, ma è stato anche un simbolo di resistenza alla terribile malattia, la SLA, che aveva costretto Piglia a impiegare un software speciale che gli permettesse di scrivere con lo sguardo.

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Ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti, Solo per Ida Brown è un romanzo polisemico che abbraccia i temi più cari della produzione letteraria di Piglia. Il protagonista, Emilio Renzi, alter ego dell’autore, il cui nome completo è Ricardo Emilio Piglia Renzi, è un docente universitario che viene invitato a tenere un corso sullo scrittore anglo-argentino William H. Hudson in un rinomato college del New England; a proporglielo è Ida Brown, una giovane e brillante professoressa di letteratura inglese all’apice della carriera. Sulle prime combattuto, alla fine Renzi decide di lasciare la sua fallimentare vita a Buenos Aires per trasferirsi negli Stati Uniti, dove, grazie al nuovo incarico, si riavvicinerà gradualmente alla vita. Ma il merito sarà soprattutto di Ida, donna intraprendente, emancipata e con fascino da vendere. Fra i due nasce una relazione clandestina che verrà improvvisamente interrotta da un evento drammatico: Ida – il cui nome in spagnolo indica «l’andata, il viaggio senza ritorno» – viene ritrovata morta nella sua auto, vittima di un’esplosione. Casualità? Incidente? Oppure la morte della professoressa è collegata alla serie di attentati che sta mettendo in scacco l’intelligence degli Stati Uniti da anni?

Rifacendosi alla vera storia di Theodore Kaczynski, il famigerato Unabomber che terrorizzò l’America dal 1978 al 1995, con questo romanzo ispirato che si colloca all’incrocio fra più generi letterari, Ricardo Piglia propone una rilettura decantata dal tempo di una fra le pagine più nere della storia recente. Solo per Ida Brown è un libro dalla struttura ben bilanciata e senza sbavature, scorrevole dall’inizio alla fine, che fa della contaminazione fra gli stili uno dei suoi punti di forza.

Da appassionato lettore di polizieschi, Piglia usa la morte sospetta di Ida per creare un sotto-giallo all’interno della vicenda principale di Thomas Munk (così Kaczynski, nel libro), il geniale ex studente di Harvard che nella sua crociata contro il capitalismo diventerà un ecoterrorista. Le indagini proseguono fino alla cattura di Munk, ma la conferma ufficiale del legame fra lui e la morte di Ida non arriva. Ma Emilio, che non ci crede, non riesce a darsi pace. Perché la bomba di Munk ha colpito proprio lei? C’entra qualcosa il comune passato all’università di Berkeley, dove Ida era dottoranda al tempo in cui Munk, prima di rintanarsi nella sua capanna in mezzo ai boschi, insegnava matematica? Che si fossero conosciuti allora e che nel tempo abbiano mantenuto (oppure ripreso) i contatti? La copia dell’Agente segreto di Joseph Conrad che Ida ha lasciato a Emilio poco prima di morire nasconde forse qualche indizio…?

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Ma la narrazione e i suoi interrogativi sono solo un volto del libro: l’altro, non meno importante, è costituito dai brani di taglio saggistico che l’autore, già docente di Letteratura sudamericana all’Università di Princeton, sa come integrare fin dalle prime pagine. È ancora per voce di Renzi, per esempio, che Piglia fa emergere l’altra sua professione di critico letterario, commentando aspetti dell’opera di Tolstoj, Conrad, Hudson e altri scrittori la cui ricorrenza, all’interno del romanzo, si carica di una funzione metaletteraria che in alcuni casi è utile per guidare il lettore verso un’interpretazione privilegiata, mentre in altri serve a orientarlo verso i risvolti narrativi predeterminati.

Grazie alla propria esperienza di lunga data, Piglia riesce così ad armonizzare istanza romanzesca e istanza saggistica senza allentare la tensione narrativa: la seconda non si pone mai come un’alternativa parallela alla prima, bensì come una compresenza propedeutica o esplicativa della stessa. Numerosi sono i riferimenti dotti e i nomi degli autori citati, sia pure en passant, che si incontrano quasi a ogni pagina di questo romanzo, esempio molto ben riuscito di quello che Umberto Eco chiamava double coding.

La godibilità del libro di Piglia, garantita in primo luogo dalla freschezza della sua scrittura, si deve anche alla felice sequenza di scene. Renzi si muove sempre in ambientazioni verosimili e di facile riconoscibilità per tutti i lettori, compresi quelli che non hanno un’esperienza diretta dell’America e che non ne conoscono le dinamiche interne; cosa che invece non accade, tanto per ricordare un nome di cui si è molto parlato nell’ultimo periodo, in certi romanzi di Philip Roth, dove le problematiche socio-culturali descritte si collocano spesso fuori portata rispetto alle nozioni in possesso del lettore italiano medio. Ma non è questo il caso di Piglia, la cui familiarità con polizieschi e cinema (è stato anche autore di sceneggiature) mi sembra la ragione prossima dell’ottima riuscita del libro, dove il lettore si ritrova calato in un contesto scenico e dialogico che già conosce grazie a romanzi e serie tv di ampia diffusione, ma dai quali Piglia, estraneo a stereotipi scontati, si tiene comunque lontano a vantaggio della qualità dell’intrattenimento.

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Anche Emilio sa cosa significa beneficiare dell’intrattenimento di qualcuno: al suo pensa la vicina di casa russa, Nina. Emigrata in Francia per scappare dai bolscevichi e poi, dalla Francia, negli Stati Uniti per fuggire dagli amici di quest’ultimi («Erano anni in cui era difficile essere di sinistra, e lo è ancora»), nel romanzo Nina è un personaggio apparentemente di secondo piano. Gran parte delle riflessioni sulla letteratura a cui ho accennato sono infatti dovute a lei, così come sono sue alcune intuizioni riguardanti il caso Thomas Munk. Emilio e Nina commentano insieme il Manifesto sul capitalismo tecnologico, il pamphlet teorico che l’ecoterrorista ottiene di far pubblicare sui giornali promettendo in cambio la fine degli attentati, ma è lei la prima a osservare che quel tipo di scrittura non poteva appartenere a una persona qualunque.

«Non si tratta di scoprire, disse Nina, si tratta di immaginare. È possibile sapere com’è una persona partendo da ciò che scrive?»

Per l’ex professoressa di Lingue slave che ha dedicato l’intera vita a scrivere una monumentale biografia su Tolstoj, la risposta è sì senza alcun dubbio. Ma c’è di più: per Nina, il caso Munk non è una cometa destinata a spegnersi tanto presto e con conseguenze facilmente prevedibili.

«Se i grandi miti letterari della società sono l’Avventuriero (che in ogni circostanza si affida all’azione) e il Dandy (che vive la vita come una forma d’arte), nel XXI secolo, disse Nina, l’eroe sarà il Terrorista. È al tempo stesso dandy e avventuriero e fondamentalmente si considera un individuo eccezionale».

La letteratura ha la capacità intrinseca di rinnovarsi e le trasformazioni sociali sono state da sempre uno dei motori principali della sua rigenerazione. La figura del terrorista possiede da sempre delle potenzialità romanzesche che già Dostoevskij aveva individuato (si pensi al romanzo I demoni del 1873), ma che soltanto la più recente, spesso discutibile, opera scrittoria di alcuni ex terroristi (lo stesso Kaczynski è autore di testi manoscritti che la Corte Federale della California ha messo all’asta) ha poi riunito, de facto, in un genere letterario a sé.

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Ci sarebbe da discutere sugli aspetti etici e sociali di tale fenomeno (emblematico è il caso nostrano di Cesare Battisti, terrorista rosso negli anni Settanta e impenitente scrittore di polizieschi oggi), ma il discorso è troppo ampio e questa non è la sede adatta. Tuttavia, sul piano della comunicazione, una cosa Munk l’ha intuita: nell’era di internet, pubblicare uno scritto è cosa relativamente facile, ma non dà la certezza di essere letti, tantomeno quella di essere ricordati. «Al fine di diffondere il nostro messaggio e avere qualche probabilità di un riscontro duraturo – scrive Munk nell’articolo 96 del Manifesto –, abbiamo dovuto uccidere delle persone».

Rimedio estremo, ingiustificabile, applicato però a un calcolo corretto, quello di Munk, il quale sa perfettamente che non è l’importanza o la qualità del messaggio a farne la fortuna. Quello sulla ricezione rimane così un tema universale su cui riflettere. Nella giungla dell’informazione massmediatica, come fare perché chi ha qualcosa di fondamentale o di bello da dire venga ascoltato? Ma soprattutto, come assicurare che ciò avvenga nel rispetto della libertà di parola?

Proprio all’inizio di questo articolo, ho brevemente accennato che il problema riguarda anche la letteratura, dove non sempre le opere che meritano riescono a raggiungere il pubblico. La qualità da sola non basta più, ma senza di essa è praticamente impossibile che un libro venga ricordato: Solo per Ida Brown possiede abbastanza qualità perché il lettore possa goderne, ma soltanto il tempo saprà dirci qualcosa in più sulla fortuna del libro e del suo autore nella storia della letteratura.