This is not America: “Il caravan” di Jennifer Pashley

Di Andrea Carria

Ogni libro ha un proprio periodo dell’anno; ce ne sono alcuni che hanno una stagione dentro ed è in quella che desiderano essere letti. Ero in cerca di un bel libro che sapesse di estate e sotto questo punto di vista Il caravan, primo romanzo di Jennifer Pashley (pubblicato lo scorso luglio da Carbonio Editore, collana “Cielo stellato”, traduzione di Anna Mioni), non ha tradito le mie attese.

Sudest degli Stati Uniti, giorni nostri. A South Lake le serate si sprecano nei bar e i dolori si annegano nell’alcol. Da quando ha perso la propria bambina in uno sciagurato incidente domestico, la ventitreenne Rayelle Reed segue alla lettera questo codice di comportamento; la sua famiglia e il resto della comunità le hanno dato esempi molto concreti in tal senso. È giovane ma dalle sue parti l’età è relativa; più che un conto è un compromesso fra noia e abbandono, per cui non ha tutti torti a pensare quello che pensa, e cioè che difficilmente si salverà. Le persone che più contavano nella sua vita non ci sono più, se ne sono andate: non solo sua figlia Summer, la perdita più grave che potesse subire, ma anche il proprio compagno Eli, la cui storia insieme non ha più potuto funzionare, e l’adorata cugina Khaki, colei che ha iniziato questa brutale serie di addii fuggendo di casa.

Come contraltare di una realtà così gretta, provinciale e meschina, la speranza in una seconda occasione è il miraggio che tiene a galla le vite di molti, laggiù. Gli sconfitti come Rayelle si guardano bene dal rivelarlo a sé stessi o agli altri (ogni giorno sulla strada gli animali finiscono sotto alle ruote delle auto per molto meno), eppure chi non è ancora perduto del tutto è obbligato a coltivare questo pensiero in segreto per mantenersi vivo. Rayelle non fa eccezione, ma quando l’opportunità che attende le si presenta quasi non la riconosce. Si chiama Couper, ha un discreto fascino, un nutrito catalogo di matrimoni falliti alle spalle e sta viaggiando di Stato in Stato con un caravan attaccato alla sua Gran Torino. Dice di essere un giornalista e di stare indagando sulle sparizioni di alcune ragazze, ma per Rayelle è soprattutto un uomo con cui passare una notte, e pazienza se per età potrebbe essere suo padre.
Quella notte si trasforma in un’intera estate. Di giorno Rayelle siede sul sedile passeggeri della Gran Torino e fa da assistente a Couper nella sua indagine, quando si fa buio divide con lui il piccolo letto del caravan. Non passa molto tempo prima che da questa strana convivenza spunti una piccola ma salutare ritualità domestica che, se non rimedia al passato, almeno ne lenisce il tormento. C’è perfino spazio per qualche sogno, l’importante è farselo bastare come tale. Il sole che spiove su quello squarcio di America sembra proprio voler regalare ai due amanti una vacanza dalle loro vite incasinate, eppure sia Rayelle che Couper sanno che nessuno dei due è la soluzione ai problemi dell’altro. La storia di un’estate non potrà riempire il vuoto che la ragazza ha dentro; prima o poi Couper se ne andrà e lei rimarrà di nuovo sola con i suoi fantasmi. Con un po’ di fortuna questa avventura potrebbe però ancora permetterle di scoprire dove si è cacciata sua cugina. Gli indizi che lei e Couper hanno raccolto sulle ragazze scomparse non sono confortanti, la polizia ancora non sa di avere a che fare con un serial killer, ma forse non è ancora tutto perduto e per Khaki può ancora esserci speranza. L’unica cosa che adesso conta è trovare il killer prima che lui trovi lei…

Come si evince dalla trama, Il caravan è sostenuto da una serie di premesse e circostanze importanti che lo proiettano nel solco della fiction realista. Jennifer Pashley investe molto nella ricostruzione della provincia americana e si sforza di trascinare il lettore nei grandi spazi aperti e nelle cittadine polverose e dall’aria stagnante che sfilano dietro ai vetri della Gran Torino, riuscendo a centrare il risultato con immagini vivide e neanche troppo stereotipate. Nonostante l’ambientazione che si è scelta per il suo primo romanzo sia una delle più logorate dall’uso, l’autrice ha fatto il possibile per non rimanere impigliata nelle solite inquadrature da film TV e alcuni degli interludi più originali a cui è ricorsa l’hanno premiata, svecchiando l’immagine appiattita che si è soliti importare dell’America.

«In una piccola città non si sfugge a niente. La città sa tutto, ma mai abbastanza. Sa di tutti i ragazzi con cui sei andata a letto, ma non quali di loro amavi. La gente si limita a ricostruirti dai frammenti, dagli scorci di te che ha intravisto in giro […]».

La sua scrittura trae la propria forza e bellezza dall’acceso contrasto che si concretizza sulla pagina. Lo squallore e la crudezza che lo sguardo di Rayelle cattura senza esprimere giudizi sono controbilanciati da schegge di inatteso lirismo e brani di acuta espressività. Il romanzo parla di vite reiette, di violenza domestica, di disagio postindustriale, ma lo stile scelto da Pashley per raccontarlo non si avvale di forme altrettanto torbide. I bambini e le bambine si divertono a fare i magnaccia, imparano il sesso per gioco imitando gli adulti, e a volte muoiono in stupidi incidenti; durante l’adolescenza molte ragazze hanno la loro prima gravidanza, e se non possono permettersi di tenere il bambino vanno ad abortire come andrebbero a farsi un tatuaggio; succede tutto questo nella provincia americana raccontata da Jennifer Pashley – una provincia religiosa, cristiana, ma senza redenzione –, eppure la sua scrittura non ferisce nemmeno una volta; se possibile, al contrario, essa cerca di curare, quasi come se il primo rimedio contro una realtà tanto cruda stia nella ricercatezza dello stile, nella sobria eleganza del linguaggio.

Se questi erano i punti di forza del romanzo, le caratteristiche che incidono più positivamente sul suo giudizio, le poche criticità che ho riscontrato riguardano quasi tutte lo sviluppo della trama. Il caravan non è un giallo né un poliziesco, ma Pashley ha forse investito troppo sulla componente investigativa del suo romanzo per scegliere una struttura narrativa che richiede lo svelamento dell’identità del killer dopo poche pagine. Il lettore viene spiazzato da questa verità giunta troppo presto e all’improvviso, e fa tutto ciò che è in suo potere per trovare un’altra spiegazione e intorbidire le acque, ma inutilmente. L’autrice ha predisposto per lui un percorso completamente diverso che prevede di seguire Rayelle e Couper mentre si avvicinano alla verità e regolano i conti con un killer ignoto a loro soltanto. Si tratta di uno svolgimento insolito e con una discreta percentuale di rischio; alla fine il lettore non si pente di averlo seguito perché la storia trova comunque il modo di farsi apprezzare sotto altri punti di vista, tuttavia i limiti di questa scelta producono le loro conseguenze e Pashley, secondo me, avrebbe potuto irrobustire altri elementi della trama per compensare la mancata suspense (eh sì, il finale è un po’ troppo annunciato…).

Come però ho detto il romanzo si fa perdonare in altro modo. Uno degli elementi più interessanti è lo sguardo tutto al femminile sugli eventi e sulle cose. Non ci sono né buoni né cattivi, ma quando una donna decide di fare del male non deve necessariamente vestire i panni della femme fatale; nel Caravan le donne possono essere davvero violente e perfino mortali, vanno in giro in pick-up e sfidando gli uomini sul loro stesso terreno, quello della delinquenza, in un confronto che mette in dubbio la presunta superiorità maschile arrivando a tingersi dei colori della parità di genere e dell’autodeterminazione della comunità LGBTQ. Anche qui certi passaggi scricchiolano un po’ – il realismo che ho elogiato prima nei riguardi dell’ambientazione e del contesto in questo caso avrebbe avuto bisogno di qualche accortezza in più –, eppure la prospettiva rimane interessante, colpisce per le sue intenzioni innovative e dietro di sé potrebbe comunque lasciare una scia.

Credo che del suo esordio romanzesco Jennifer Pashley abbia fatto bene a ritenersi soddisfatta (l’edizione americana è del 2015 e per questo romanzo ha ricevuto riconoscimenti e premi), e così credo che debbano esserlo oggi i suoi lettori italiani. Il caravan è un romanzo capace di intrattenere ma, a differenza di una semplice lettura estiva, non si esime dall’abbandonare la superficie delle cose per calarsi in acque più torbide e oscure traendone messaggi importanti.

Una particolarità: i dialoghi non hanno virgolette. Potrebbe trattarsi di una scelta stilistica dell’autrice oppure di una redazionale; è più probabile che sia la prima, comunque.

Il femminile e le piccole cose in “Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Di Andrea Carria

Questo è il terzo articolo in cui vi parlo di Shirley Jackson, la scrittrice americana celebrata niente meno che da Stephen King e che in Italia, in questi anni, sta finalmente avendo la visibilità che merita.

Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo breve pubblicato nel 1962. L’edizione italiana a cura della casa editrice Adelphi è del 2009 e la traduzione dall’inglese è di Monica Pareschi. Vi svelerò subito il mio giudizio dicendovi che questo romanzo è un piccolo gioiello. La storia è quella di una famiglia colpita da un evento catastrofico accaduto alcuni anni prima rispetto al presente narrativo, ma di cui la protagonista, che racconta in prima persona, niente rivela per parecchie pagine. Costei è Mary Katherine Blackwood, per tutti Merricat, una bambina dall’età imprecisata che parla come fanno tutti i bambini quando raccontano qualcosa: non spiegano e danno tutto per scontato. Merricat vive in una grande casa in cima al paese insieme a ciò che resta della sua famiglia: la sorella maggiore Constance e lo zio Julian, paralizzato su una sedia a rotelle e unico superstite della sciagura che, tra gli altri, ha ucciso anche i genitori delle due sorelle. Non vi svelerò altro al riguardo, state tranquilli, aggiungo soltanto che tale fatto ha avuto delle conseguenze devastanti sui sopravvissuti che vanno oltre il dolore: Constance, per esempio, non mette piede fuori casa da quel fatidico giorno e non riesce più nemmeno a rimanere da sola in una stanza se ci sono degli estranei; dal canto suo, Merricat cresce invece selvaggia e randagia e, tolta la compagnia di Jonas, il suo fedelissimo gatto, non ha amici.

factory-4032736_1920

Questo romanzo è di difficile classificazione. Probabilmente non può essere associato ad alcun genere, sebbene sia imparentato con il romanzo gotico. Come abbiamo visto negli articoli precedenti, Jackson è una scrittrice a cui piace sperimentare con il fantastico e il paranormale senza utilizzare schemi preconcetti. Nel caso delle sue storie si può parlare appropriatamente di perturbante. In letteratura il perturbante è vincolato dalla presenza di uno o più elementi strani, fuori posto, che stridono con la logica, la razionalità e le leggi naturali che regolano il mondo, provocando un effetto disorientante più o meno intenso. Il fantastico è il genere letterario in cui questo effetto è stato maggiormente studiato, mentre si parla di effetto perturbante ben riuscito quando l’opera insinua il dubbio nella mente del lettore e lo conserva finché l’autore o chi per lui non suggerisce la soluzione dell’enigma con una spiegazione. Le tipologie di spiegazione sono state classificate da Tzvetan Todorov in un importantissimo saggio del 1970 intitolato La letteratura fantastica, dove lo studioso ha trattato anche casi che non sono fantastici in senso stretto perché il perturbante presente in essi è spiegabile razionalmente. Secondo questo standard, nemmeno Abbiamo sempre vissuto nel castello sarebbe una storia fantastica. È invece una storia verosimile nel senso che è plausibile che i fatti possano essere accaduti così come sono stati descritti (per usare la classificazione todoroviana, si parlerebbe di racconto strano puro, ossia di un racconto insolito che però la ragione è in grado di spiegare), tuttavia certi passaggi, come per esempio i giochi e i rituali magici di Merricat, conservano fino in fondo la propria ambiguità.

Merricat è una bambina strana che nei suoi giochi mescola realtà e fantasia fino a non rendersi perfettamente conto di quando finisce una e comincia l’altra. Anche il rapporto di complementarietà e di dipendenza che ha con la sorella è strano. Constance è la più grande, si occupa della casa e dello zio Julian in modo ineccepibile, ma quando deve vedersela con gli estranei e col mondo esterno in generale è a Merricat che si rivolge. La bambina dice spesso di voler proteggere Constance e mette in pratica tutta una serie di esorcismi e talismani che, a suo dire, dovrebbero rendere inviolabili i confini della loro proprietà, il castello del titolo. A volte però i piccoli riti di Merricat non funzionano o vengono accidentalmente sabotati, ed è proprio allora che gli estranei fanno la loro comparsa sulla porta, rischiando di compromettere il delicatissimo equilibrio domestico faticosamente mantenuto. È davvero colpa del chiodo “magico” che si è staccato dall’albero, del “tesoro” che è stato dissotterrato, oppure sarebbero venuti comunque? Ecco, il perturbante di Jackson si annida in questi particolari. È una poetica delle piccole cose, dei rituali quotidiani, dei merletti che si mettono sopra ai baratri sperando di nasconderli. Merricat e Constance sono bambine e adulte a fasi alterne e speculari, e questo rafforza, anzi fonda, la loro simbiosi.

abbiamo_sempre_vissuto_nel_castello

Il dubbio è anche rappresentato dall’età mai dichiarata di entrambe. Merricat è una bambina perché si comporta da tale e pure gli altri la apostrofano così, ma non tutti i lati della sua personalità sono infantili, anzi. Potrebbe essere invece più grande è soffrire di qualche patologia che ne ha condizionato lo sviluppo intellettivo, oppure, visto lo choc patito a seguito della catastrofe, potrebbe aver messo in atto un meccanismo di difesa di tipo regressivo. Ma nemmeno Constance è quella che dovrebbe essere in tutto e per tutto. Delle due ad esempio è proprio Constance la più dissociata dal mondo e a volte non si capisce se assecondando le fantasie di Merricat stia giocando a sua volta, stia applicando una strategia dettata dai problemi della sorella oppure se stia facendo sul serio veramente.

Dalla lettura di Abbiamo sempre vissuto nel castello si esce piacevolmente straniti. Abbandonarsi alla prosa di Shirley Jackson significa infatti entrare in un mondo ribaltato e dalle proporzioni sfalsate dove aleggia, incostante, una presenza materna e domestica in cui viene naturale cercare asilo. La poetica delle piccole cose cui accennavo sopra è la stessa che si ritrova anche nel romanzo Lizzie, e come lì evoca contenuti e dissidi molto profondi. I particolari che risaltano maggiormente sono concentrazioni particolarmente dense di materia psichica, sono le concrezioni più dure che emergono alla fine di un’elaborata tessitura archetipica che esalta l’anima junghiana di ciascun elemento soltanto per mettere a nudo la portata del conflitto con la sua parte maschile. Intimità, dolcezza e protezione non sono mai loro stesse fino in fondo, e ogni sentimento benevolo arriva trattenuto, se non quando adombrato dalla presenza del suo contrario maschile e dominatore.

La contrapposizione tra femminile e maschile si ritrova anche nelle dinamiche fra la casa e il mondo. Se infatti nella prima, soprattutto grazie a Constance, regnano la dolcezza e la cura, fuori il mondo è violento, usurpatore e virile. La società, nella quale l’idea di mondo ha un’immediata rappresentazione, è prettamente maschile e ne ripropone i caratteri tipici. Come nel famoso racconto La lotteria, dove una donna finisce lapidata in un sabba parossistico a cui partecipa tutta la comunità, la società che Jackson descrive il più delle volte è insensibile, rabbiosa, brutale, spavalda e, nel romanzo di cui parlo oggi, pure apertamente ostile all’idea che due donne possano essere in grado di vivere da sole nella casa più bella del paese. Per il piccolo cosmo femminile creato da Merricat e Constance gli uomini sono la vera insidia, e quando arrivano finiscono sempre per tirare fuori la loro vera natura, oppure portando quantomeno turbamento e scompiglio.

child-sitting-1816400_1920

Come romanzo “gotico”, invece, mi sento di ribadire ciò che dissi tempo fa a proposito del libro forse più famoso della scrittrice, L’incubo di Hill House: Shirley Jackson non scrive horror, ma si colloca agli albori di questo genere letterario testimoniando concretamente come ci si è arrivati o raccontando quello che è accaduto prima. E Abbiamo sempre vissuto nel castello lo fa addirittura alla lettera, mostrando nientemeno che la genesi di una casa stregata… Jackson possiede un’immaginazione così fervida e un senso letterario così sviluppato da trovare quello che altri neppure cercano, di scegliere di fermarsi dove la gran parte dei suoi colleghi sa invece solo cominciare.

Consiglio la lettura di questo romanzo insieme a quella di tutti gli altri suoi libri. Lo consiglio come potrei consigliare una passeggiata sulla spiaggia al tramonto o una visita al museo di notte. Ecco, leggere Shirley Jackson è esattamente come fare un giro al museo fuori dall’orario di chiusura: ciò che è noto diventa improvvisamente ignoto, le ombre si fanno più interessanti delle cose esposte e niente, alla fine, niente somiglia più a sé stesso.

L’arte del perturbante, da Daphne du Maurier ad Alfred Hitchcock

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo che reputo estremamente interessante: quello del perturbante. Per cominciare è bene rinfrescarsi la memoria con una semplice definizione tratta dal vocabolario Treccani, cui mai ci stanchiamo di ricorrere quando siamo in dubbio.

perturbare v. tr. [dal lat. perturbare, comp. di per1 e turbare «turbare»]. – Turbare profondamente, sconvolgere, portare agitazione o alterazione in un àmbito di natura sociale, fisica o psichica”

Da questa definizione ci possiamo spostare all’utilizzo di cui ci interessa parlare in questa sede, ovverosia quello letterario, e per farlo prenderò a esempio l’ultimo romanzo che ho terminato di leggere qualche giorno fa: Rebecca di Daphne du Maurier.
Probabilmente ad alcuni di voi questo titolo non sarà sconosciuto (ottimo!), ad altri invece ne ricorderà un altro, Rebecca la prima moglie. Ebbene, sappiate che stiamo parlando dello stesso libro, diventato molti anni fa una celebre pellicola di Alfred Hitchcock e, molto più recentemente, trasposto sul piccolo schermo da Rai 1.

Ma procediamo con calma, senza perdere il filo del discorso.
Con l’aggettivo “perturbante”, in letteratura si intende un qualsiasi elemento, sia esso un oggetto, un volto, un nome, una parola, che irrompe ciclicamente nel flusso della narrazione e che ha come obiettivo quello di destare, nel personaggio della storia così come nell’animo di chi legge, una carica emotiva di tratto negativo, in grado di mettere entrambi a disagio. Badate bene che l’entità perturbante non è mai una persona nella sua totalità, ma sempre e solo la parte di qualcuno o qualcosa. Nella nostra letteratura nazionale si ricorre a questa tecnica già a cavallo fra l’800 e il ‘900, con gli autori della Scapigliatura Lombarda e, più tardi, con Luigi Pirandello.

rebecca1

Daphne du Maurier, invece, decide di innovare il concetto di perturbante adottando un’interessante strategia narrativa. All’interno del suo romanzo costruisce, infatti, una fitta rete di vasi comunicanti dove il pieno e il vuoto, ovverosia la protagonista e la sua negazione, si scambiano di posto, interagiscono in qualche modo. Gli elementi testuali a favore di questo gioco sono innumerevoli, eccone alcuni:
– Il nome della protagonista non viene mai pronunciato, quello della sua nemesi, Rebecca, lo è in continuazione;
– La protagonista è viva, Rebecca è morta;
– La protagonista è bassa, ha i capelli biondi ed è goffa. Rebecca è (era) alta, mora ed estremamente elegante e raffinata;
– La protagonista e Rebecca non hanno nulla in comune e questo, paradossalmente, diventa il tratto che più le unisce: quello che possiede una manca all’altra, e viceversa.

Si potrebbe addirittura elaborare un’intera interpretazione del romanzo secondo la quale la protagonista sia in realtà Rebecca, e la donna anonima la sua nemesi.  Tutto sta nella scelta del personaggio di cui si vogliono prendere le parti.

rebecca2

Con questa rete scatta il meccanismo del perturbante. All’interno del grande scenario dove la protagonista va a vivere dopo aver sposato Maxim de Winter, la magione di Manderley nel Galles, la presenza di Rebecca diventa l’elemento che riesce a dar vita alle pareti: un fazzoletto ricamato, un impermeabile, una spazzola. Come ho scritto sopra, sono tutti elementi parziali di una vita che, tramite le cose che le sono appartenute, fa il suo prepotente ingresso in scena, accompagnata sempre da un ricordo amaro e da un presagio nefasto. Non c’è capitolo che non si chiuda con un’allusione a Rebecca, non c’è momento in cui la casa di Manderley non mostri un oggetto a cui Rebecca era particolarmente affezionata.

Tutto questo si presenta come un terreno estremamente fertile per il Maestro del brivido, Sir Alfred Hitchcock. Nel 1940 decide di dirigere questo film, approfittando della poca attenzione che gli avrebbe potuto dedicare il produttore David O. Selznick poiché proprio in quel periodo era ancora alle prese con il lavoro su Via col vento.
Nel film, girato con effetti “speciali” tanto semplici quanto efficaci, se pensiamo alle tecnologie cui siamo abituati noi, la carica perturbante di Rebecca viene, se possibile, ancor più esasperata, diventa quasi maniacale. Ovunque si leggono le sue iniziali, nessuno deve permettersi di spostare gli oggetti che lei stessa aveva sistemato (su questo aspetto l’adesione al libro è eccezionale). Particolarmente d’aiuto e ben riuscita è la figura della governante, la signora Danvers, interpretata dalla spettrale Judith Anderson.

La lettura di questo libro e la visione di questo film (che potete trovare anche su YouTube!) sono vivamente consigliate. Se volete comprendere l’arte di perturbare le menti in maniera fine e sottile, se cercate uno spunto per migliorare la vostra tecnica di narratrici e narratori dell’inconscio, del brivido e del giallo, sappiate che questa strada, per quanto battuta che sia, non cessa mai di fornire validi strumenti e spunti.
O se, più semplicemente, siete alla ricerca di intrattenimento di qualità, sappiate che troverete sempre, a Manderley come fra le pagine del romanzo, la convinzione di aver visto, magari dietro a una tenda bianca, la sagoma di una donna che vi osserva.

rebecca4

“La scatola dei bottoni di Gwendy”: una novella moderna e la sua morale

Di Andrea Carria

 

E se esistesse una scatola col potere di devastare interi continenti, provocare ecatombi, scatenare guerre mondiali, in altre parole di decidere il destino del mondo intero? E se questa scatola finisse nelle mani sbagliate o, meglio ancora, in quelle di una ragazzina?

La cicciottella Gwendy Peterson ha solo dodici anni quando un misterioso signore dall’abito e il cappello neri che si fa chiamare Richard Farris gliela consegna, sostenendo che è proprio lei la persona giusta che stava cercando. Azionando delle levette poste ai lati, la scatola elargisce cioccolatini gustosi a forma di animaletto e, di tanto in tanto, monete da un dollaro Morgan, lucentissime. Ma – Farris la mette in guardia – bisogna fare molta attenzione: la scatola presenta infatti dei bottoni colorati (uno per continente) che non vanno premuti alla leggera, soprattutto il bottone rosso e il temutissimo bottone nero.

Gwendy non sa che pensare: Farris la inquieta, ma non sembra avere cattive intenzioni; la scatola, poi, a cosa servirà mai per davvero, cosa deve farci? Del resto quei cioccolatini sono così buoni…

hands-2606959_1920

È il 22 agosto 1974 quando Gwendy porta la scatola a casa con sé. Per prima cosa deve nasconderla: Farris le ha detto che sarebbe un disastro se i suoi genitori o qualcun altro la trovassero. Fra le radici di un albero in giardino, in una fessura nel muro della cantina, dentro all’armadio, in una cassetta di sicurezza: sono questi i nascondigli scelti da Gwendy nel corso dei dieci anni in cui la scatola rimane sotto la sua custodia. Dieci anni che hanno visto Gwendy diventare una ragazza bellissima, magra, atletica, prima della classe, formidabile in tutti gli sport e sogno proibito di ogni ragazzo di Castle Rock. Sarà merito dei cioccolatini che la scatola non ha mai smesso di distribuirle? Certo, la scatola ha dei poteri, questo Gwendy lo ha capito abbastanza presto. Come quella volta in cui non ha resistito e ha schiacciato il bottone viola del Sudamerica… o il suicidio della sua migliore amica, Olive… o quella volta in cui Frankie Stone si è nascosto nel suo armadio con brutte intenzioni e Harry Streeter, il suo fidanzatino, per salvarla…

Nato dalla nuova collaborazione fra Stephen King e Richard Chizmar, editor e redattore della casa editrice Cemetery Dance, La scatola dei bottoni di Gwendy è un romanzo breve che tuttavia ben rappresenta lo stile e i temi cari alla narrativa del maestro dell’horror mondiale. Cominciando dallo stile, chiunque è in grado di apprezzare l’efficacia della scrittura di King – essenziale ed esperta – o della naturalezza con cui la storia si sviluppa e procede. La trama – semplice e lineare – è uno specchio fedele della pulizia dello stile impiegato, dove – ancora – l’assenza di sovrappiù retorici riflette la mancanza di veri colpi di scena a livello di intreccio.

9788820064334_0_0_0_75

C’è poi la tematica dell’età. Come in It, Christie e in altri dei suoi più celebri romanzi, King ambienta la storia nel mondo pieno di luci e ombre dei più piccoli, bambini e adolescenti. Il lettore fa la conoscenza di Gwendy nella delicata fase preadolescenziale, una ragazzina vittima dei bulli a causa dei suoi chili di troppo, per lasciarla, laureata, alle soglie dell’età adulta. La sua adolescenza è segnata dal possesso della scatola dei bottoni, una responsabilità che Gwendy si sente costantemente addosso. Sono d’accordo con chi ha parlato di questo libro come di un romanzo di formazione perché, in effetti, quella che si svolge nelle sue pagine è la storia della formazione di Gwendy, di come essa diviene accorta e responsabile anche per merito della custodia della scatola, sua responsabilità ma anche suo esercizio morale. E capisco anche chi rimpiange che King e Chizmar non abbiano approfondito diversi aspetti della trama e dei personaggi, lasciando che la loro storia assumesse la forma e le dimensioni di una novella. Il materiale su cui stavano lavorando era di prima qualità e il libro avrebbe potuto effettivamente avere uno sviluppo diverso. Il risultato finale, così, non ci restituisce il grande romanzo che avrebbe potuto essere, ma una bel racconto: considerando il ritmo sostenuto della produzione romanzesca di King, mi permetto di dire che è un buon compromesso.

Come novella – o favola – La scatola dei bottoni di Gwendy possiede, del resto, pure una morale. Quando Farris torna da Gwendy per chiederle indietro la scatola, dice di aver trovato il successore giusto a cui consegnarla: un altro bambino coscienzioso e prudente come lo era stata Gwendy alla sua età, c’è da immaginare. Se Farris non si è sbagliato, la scatola e il mondo saranno al sicuro per altri dieci anni. Se no…

1879S_Morgan_Dollar_NGC_MS67plus_Obverse

Che dei bambini siano i depositari della sicurezza di tutti è una bellissima metafora che ribadisce l’importanza di crescere i propri figli lontano dall’egoismo, nel rispetto di una pacifica convivenza. È una metafora che evidenzia meglio di qualsiasi discorso la responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti dei più giovani – come genitori in primis, ma anche come fratelli, cugini, insegnanti, educatori, amici, compagni di scuola –, dei quali presto o tardi sarà il turno. Farris continuerà a scegliere – è il suo compito, il suo destino –, mentre dal canto nostro, noi uomini continueremo ad avere rapporti con gli altri, a crescere, a formare le persone e il loro carattere. Entrambi, Farris e noi, non possiamo sottrarci, ma fra i due è il signore dal cappello nero quello con la minore possibilità di scelta. Egli sceglie, è vero, ma può farlo solo in mezzo a ciò che noi mettiamo a sua disposizione. Sta a noi fare in modo che trovi una Gwendy ogni dieci anni a cui affidare la scatola fatale, ma siccome le nostre possibilità di scelta sono molto superiori alle sue, non sta scritto da nessuna parte che i valori di riferimento di un’epoca (scelti e adottati da una data comunità in un certo periodo storico, e dunque aleatori per definizione) siano sempre i più opportuni.

In ciò consiste la morale di questa novella moderna: ricordare a ciascuno le proprie responsabilità nello sviluppo di una cultura e di una coscienza collettiva, poiché la scatola dei bottoni è reale, il bambino che la erediterà domani, invece, è un investimento condiviso, di cui occuparci tutti insieme.

“Solo per Ida Brown” di Ricardo Piglia: letteratura, double coding, ecoterrorismo

di Andrea Carria

È sempre il momento buono per parlare dei grandi libri, anche quando è passato un po’ di tempo dalla pubblicazione e i loro titoli non rientrano più fra le tendenze del momento. Anzi, proprio perché grandi, di questi libri si dovrebbe parlare soprattutto dopo, in modo da segnare una differenza fra essi e la massa degli altri, un po’ meno grandi, che per motivi di concomitanza d’uscita si contendono i medesimi spazi: dagli espositori nelle librerie alle inserzioni pubblicitarie, passando ovviamente dalle recensioni sui blog letterari.

Fortunatamente nel caso di Solo per Ida Brown dello scrittore argentino Ricardo Piglia ci troviamo di fronte a un grande romanzo che nei due o tre mesi seguenti alla sua pubblicazione (Feltrinelli, marzo 2017) ha avuto una buona visibilità.

Certo, le condizioni in cui il libro è giunto alla sua edizione italiana ne hanno indubbiamente facilitato la promozione: morto da appena qualche settimana a 76 anni, Solo per Ida Brown non ha rappresentato soltanto l’ultimo lascito di uno degli autori argentini di maggior talento degli ultimi anni, ma è stato anche un simbolo di resistenza alla terribile malattia, la SLA, che aveva costretto Piglia a impiegare un software speciale che gli permettesse di scrivere con lo sguardo.

9788807032226_0_0_1597_75

Ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti, Solo per Ida Brown è un romanzo polisemico che abbraccia i temi più cari della produzione letteraria di Piglia. Il protagonista, Emilio Renzi, alter ego dell’autore, il cui nome completo è Ricardo Emilio Piglia Renzi, è un docente universitario che viene invitato a tenere un corso sullo scrittore anglo-argentino William H. Hudson in un rinomato college del New England; a proporglielo è Ida Brown, una giovane e brillante professoressa di letteratura inglese all’apice della carriera. Sulle prime combattuto, alla fine Renzi decide di lasciare la sua fallimentare vita a Buenos Aires per trasferirsi negli Stati Uniti, dove, grazie al nuovo incarico, si riavvicinerà gradualmente alla vita. Ma il merito sarà soprattutto di Ida, donna intraprendente, emancipata e con fascino da vendere. Fra i due nasce una relazione clandestina che verrà improvvisamente interrotta da un evento drammatico: Ida – il cui nome in spagnolo indica «l’andata, il viaggio senza ritorno» – viene ritrovata morta nella sua auto, vittima di un’esplosione. Casualità? Incidente? Oppure la morte della professoressa è collegata alla serie di attentati che sta mettendo in scacco l’intelligence degli Stati Uniti da anni?

Rifacendosi alla vera storia di Theodore Kaczynski, il famigerato Unabomber che terrorizzò l’America dal 1978 al 1995, con questo romanzo ispirato che si colloca all’incrocio fra più generi letterari, Ricardo Piglia propone una rilettura decantata dal tempo di una fra le pagine più nere della storia recente. Solo per Ida Brown è un libro dalla struttura ben bilanciata e senza sbavature, scorrevole dall’inizio alla fine, che fa della contaminazione fra gli stili uno dei suoi punti di forza.

Da appassionato lettore di polizieschi, Piglia usa la morte sospetta di Ida per creare un sotto-giallo all’interno della vicenda principale di Thomas Munk (così Kaczynski, nel libro), il geniale ex studente di Harvard che nella sua crociata contro il capitalismo diventerà un ecoterrorista. Le indagini proseguono fino alla cattura di Munk ma la conferma ufficiale del legame fra lui e la morte di Ida non arriva. Emilio, intanto, non riesce a darsi pace. Perché la bomba di Munk ha colpito proprio lei? C’entra qualcosa il comune passato all’università di Berkeley, dove Ida era dottoranda al tempo in cui Munk, prima di rintanarsi nella sua capanna in mezzo ai boschi, insegnava matematica? Che si fossero conosciuti allora e che nel tempo abbiano mantenuto (oppure ripreso) i contatti? La copia dell’Agente segreto di Joseph Conrad che Ida ha lasciato a Emilio poco prima di morire nasconde forse qualche indizio…?

fear-299679_640

Ma la narrazione e i suoi interrogativi sono solo un volto del libro: l’altro, non meno importante, è costituito dai brani di taglio saggistico che l’autore, già docente di Letteratura sudamericana all’Università di Princeton, sa come integrare fin dalle prime pagine. È ancora per voce di Renzi, per esempio, che Piglia fa emergere l’altra sua professione di critico letterario, commentando aspetti dell’opera di Tolstoj, Conrad, Hudson e altri scrittori la cui ricorrenza, all’interno del romanzo, si carica di una funzione metaletteraria che in alcuni casi è utile per guidare il lettore verso un’interpretazione privilegiata, mentre in altri serve a orientarlo verso i risvolti narrativi predeterminati.

Grazie alla propria esperienza di lunga data, Piglia riesce così ad armonizzare istanza romanzesca e istanza saggistica senza allentare la tensione narrativa: la seconda non si pone mai come un’alternativa parallela alla prima, bensì come una compresenza propedeutica o esplicativa della stessa. Numerosi sono i riferimenti dotti e i nomi degli autori citati, sia pure en passant, che si incontrano quasi a ogni pagina di questo romanzo, esempio molto ben riuscito di quello che Umberto Eco chiamava double coding.

La godibilità del libro di Piglia, garantita in primo luogo dalla freschezza della sua scrittura, si deve anche alla felice sequenza di scene. Renzi si muove sempre in ambientazioni verosimili e di facile riconoscibilità per tutti i lettori, compresi quelli che non hanno un’esperienza diretta dell’America e che non ne conoscono le dinamiche interne; cosa che invece non accade, tanto per ricordare un nome di cui si è molto parlato nell’ultimo periodo, in certi romanzi di Philip Roth, dove le problematiche socio-culturali descritte si collocano spesso fuori portata rispetto alle nozioni in possesso del lettore italiano medio. Ma non è questo il caso di Piglia, la cui familiarità con polizieschi e cinema (è stato anche autore di sceneggiature) mi sembra la ragione prossima dell’ottima riuscita del libro, dove il lettore si ritrova calato in un contesto scenico e dialogico che già conosce grazie a romanzi e serie tv di ampia diffusione, ma dai quali Piglia, estraneo a stereotipi scontati, si tiene comunque lontano a vantaggio della qualità dell’intrattenimento.

piglia

Anche Emilio sa cosa significa beneficiare dell’intrattenimento di qualcuno: al suo pensa la vicina di casa russa, Nina. Emigrata in Francia per scappare dai bolscevichi e poi, dalla Francia, negli Stati Uniti per fuggire dagli amici di quest’ultimi («Erano anni in cui era difficile essere di sinistra, e lo è ancora»), nel romanzo Nina è un personaggio apparentemente di secondo piano. Gran parte delle riflessioni sulla letteratura a cui ho accennato sono infatti dovute a lei, così come sono sue alcune intuizioni riguardanti il caso Thomas Munk. Emilio e Nina commentano insieme il Manifesto sul capitalismo tecnologico, il pamphlet teorico che l’ecoterrorista ottiene di far pubblicare sui giornali promettendo in cambio la fine degli attentati, ma è lei la prima a osservare che quel tipo di scrittura non poteva appartenere a una persona qualunque.

«Non si tratta di scoprire, disse Nina, si tratta di immaginare. È possibile sapere com’è una persona partendo da ciò che scrive?»

Per l’ex professoressa di Lingue slave che ha dedicato l’intera vita a scrivere una monumentale biografia su Tolstoj, la risposta è sì senza alcun dubbio. Ma c’è di più: per Nina, il caso Munk non è una cometa destinata a spegnersi tanto presto e con conseguenze facilmente prevedibili.

«Se i grandi miti letterari della società sono l’Avventuriero (che in ogni circostanza si affida all’azione) e il Dandy (che vive la vita come una forma d’arte), nel XXI secolo, disse Nina, l’eroe sarà il Terrorista. È al tempo stesso dandy e avventuriero e fondamentalmente si considera un individuo eccezionale».

La letteratura ha la capacità intrinseca di rinnovarsi e le trasformazioni sociali sono state da sempre uno dei motori principali della sua rigenerazione. La figura del terrorista possiede da sempre delle potenzialità romanzesche che già Dostoevskij aveva individuato (si pensi al romanzo I demoni del 1873), ma che soltanto la più recente, spesso discutibile, opera scrittoria di alcuni ex terroristi (lo stesso Kaczynski è autore di testi manoscritti che la Corte Federale della California ha messo all’asta) ha poi riunito, de facto, in un genere letterario a sé.

classroom-1699745_1920

Ci sarebbe da discutere sugli aspetti etici e sociali di tale fenomeno (emblematico è il caso nostrano di Cesare Battisti, terrorista rosso negli anni Settanta e impenitente scrittore di polizieschi oggi), ma il discorso è troppo ampio e questa non è la sede adatta. Tuttavia, sul piano della comunicazione, una cosa Munk l’ha intuita: nell’era di internet, pubblicare uno scritto è cosa relativamente facile, ma non dà la certezza di essere letti, tantomeno quella di essere ricordati. «Al fine di diffondere il nostro messaggio e avere qualche probabilità di un riscontro duraturo – scrive Munk nell’articolo 96 del Manifesto –, abbiamo dovuto uccidere delle persone».

Rimedio estremo, ingiustificabile, applicato però a un calcolo corretto, quello di Munk, il quale sa perfettamente che non è l’importanza o la qualità del messaggio a farne la fortuna. Quello sulla ricezione rimane così un tema universale su cui riflettere. Nella giungla dell’informazione massmediatica, come fare perché chi ha qualcosa di fondamentale o di bello da dire venga ascoltato? Ma soprattutto, come assicurare che ciò avvenga nel rispetto della libertà di parola?

Proprio all’inizio di questo articolo, ho brevemente accennato che il problema riguarda anche la letteratura, dove non sempre le opere che meritano riescono a raggiungere il pubblico. La qualità da sola non basta più, ma senza di essa è praticamente impossibile che un libro venga ricordato: Solo per Ida Brown possiede abbastanza qualità perché il lettore possa goderne, ma soltanto il tempo saprà dirci qualcosa in più sulla fortuna del libro e del suo autore nella storia della letteratura.