L’Italia dopo la tragedia: il Neorealismo

Di Gian Luca Nicoletta

 

In questi giorni di quarantena nazionale a causa del COVID-19 mi è capitato più d’una volta di pensare alla grande narrazione che tutti noi stiamo facendo della nostra esperienza e di quella che se ne farà quando tutto sarà finito: al telefono, sui social, alla televisione, o in forma scritta e privatamente, nessuno si esime dal raccontare quel che sta passando e come lo sta affrontando.
Non è la prima volta che succede, al nostro popolo, di fare una cosa del genere e già molto prima di me ben più illustri psicologi e antropologi hanno studiato come un’esperienza traumatica spinga le persone a esternare la propria esperienza.

L’ultima volta che lo abbiamo fatto è stato nel 1945, immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tutti i sopravvissuti: civili, soldati alleati, partigiani, reduci dei campi di concentramento finanche a chi aveva combattuto dalla parte del regime, tutti prima o poi si sono messi attorno a un fuoco, a un tavolo o davanti a una macchina da scrivere, o a una cinepresa, e hanno iniziato a raccontare cosa è capitato loro. Nasceva il Neorealismo.

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A questa esperienza collettiva hanno aderito, per la parte di produzione artistica che principalmente trattiamo qui, alcuni tra i più grandi autori e autrici della nostra letteratura nazionale. Tra questi, uno in particolare decise di fissare per iscritto il valore di quell’esperienza dandole uno statuto letterario e a farlo fu Italo Calvino nel 1964, grazie a una prefazione alla nuova edizione del suo primo romanzo, Il Sentiero dei nidi di ragno, edito per la prima volta da Einaudi nel 1947 e scritto a cavallo fra il ’45 e il ’46.

«La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle “mense del popolo”, ogni donna nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.»

Un evento di portata epocale che ha sovvertito le vite di milioni di persone li ha resi tutti protagonisti, sconvolgendo in maniera profonda le esistenze di ognuno. Abbiamo scoperto che la guerra non era solo quella di chi partiva per il fronte o combatteva sui monti assieme ai partigiani, ma era anche la guerra dei bambini che giocavano tra le macerie degli edifici distrutti dai bombardamenti, delle donne che hanno fatto sia da madre che da padre ai loro figli e spesso anche ai figli degli altri.

Questo desiderio di esprimere un sentimento, il frutto dell’apprendimento della vita, ha trovato un terreno estremamente fertile in quella generazione di artisti degli anni ’40 e ’50 e si propagò in tutti i campi: dai romanzi come ai film, dai trattati filosofici alla pittura sebbene non sempre trovò il gusto del pubblico ricettore: emblematico è l’episodio, diventato ormai leggenda, della proiezione del film Roma città aperta di Rossellini: fu girato tra le macerie ancora fumanti di Roma, nel 1945, e fu aspramente criticato in Italia perché riportava il pubblico in uno scenario già visto, troppo recente nella mente e nelle orecchie delle persone, mentre all’estero fu quasi osannato.

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Può sembrare contraddittorio che un movimento così ampio non incontrò il gusto del pubblico che lo alimentava, ma ciò non deve stupire se teniamo a mente l’origine popolare di questo coro autodidatta:

«Il “neorealismo” non fu una scuola. […] Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche – o specialmente – delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l’una all’altra – o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato “neorealismo”.»

L’importanza del racconto, della trasmissione di contenuti significativi è la chiave che ci permette di comprendere a analizzare meglio questo fenomeno collettivo basato però su esperienze individuali e portato avanti attraverso una pratica individuale quale solo la scrittura può essere.
Oggi, a settantacinque anni di distanza da quell’esperienza, ci troviamo di nuovo a dover affrontare un evento epocale che già sta cambiando il nostro modo di vivere. E domani come allora ci incontreremo sui treni, nelle piazze e nei bar, ci racconteremo cosa ci è capitato, cos’è capitato a chi conoscevamo daremo vita, ancora una volta, a un coro di voci particolari e preziose che ci faranno assaporare di nuovo il piacere del racconto.

Un posto per due: madre e figlia protagoniste di “La straniera” di Claudia Durastanti

Di Andrea Carria

 

Pochi giorni fa ho terminato la lettura di La straniera, recente libro di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019), incluso nelle cinquina finalista dell’ultimo Premio Strega, e come sempre desidero condividere con voi le mie impressioni.

La prima cosa da dire è che non siamo in presenza di un romanzo ma di un memoir, di un racconto autobiografico. Non si tratta di una precisazione tecnica né di merito, ma solo di un dato di cui il lettore e le sue aspettative devono essere informati. Non esiste una trama da scoprire, un eroe da imparare a conoscere e a cui affezionarsi, tuttavia una storia c’è e tratta del rapporto della figlia con la madre.

Tutti noi siamo figli e sappiamo che i rapporti con i genitori possono essere molto complessi anche nella più comune delle situazioni. Ma cosa scatta, come si costruisce il rapporto con una madre disabile da parte di una figlia “sana”? La storia raccontata da Claudia Durastanti nel suo libro si confronta proprio con questo delicato argomento, parlando della sua esperienza di figlia nata da due genitori non udenti.

Il libro inizia a Roma, con l’incontro della madre con il futuro compagno. Lui sta meditando di farla finita gettandosi da un ponte sul Tevere, ma il provvidenziale intervento di lei lo blocca, salvandogli molto probabilmente la vita. È l’inizio di una frequentazione burrascosa fatta di fughe e ricongiungimenti in cui nemmeno l’arrivo di due figli riesce a portare un po’ d’ordine. La famiglia cambia spesso città e addirittura Paese, raggiungendo Brooklyn nei primi anni ’80. Ma anche l’America si rivelerà essere solo una tappa, e un bel giorno la donna compra un biglietto di sola andata per la Basilicata, portando con sé i due figli ancora piccoli. Nel paesino natale della madre, la protagonista si scontra con una realtà profondamente diversa da quella americana in cui è nata e ha vissuto fino a quel momento. Al senso di inadeguatezza per essere figlia di genitori disabili si aggiunge così quello di estraniazione, di inettitudine sociale, che si esplica nell’impossibilità di riconoscersi fino in fondo in un gruppo, in una classe, in un solo Paese e in una sola lingua.

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Come il titolo stesso dichiara in maniera incontrovertibile, l’estraneità è il fil rouge che percorre il libro da cima a fondo. Osservando il dialogo che si instaura tra certi capitoli, è come se Durastanti abbia inteso redigere un catalogo di esempi, luoghi e situazioni in cui una persona, nell’arco della vita, può arrivare a percepirsi come un’estranea, una straniera. Testimoni di questa condizione esistenziale sono due: la protagonista, che racconta in prima persona le varie metamorfosi di questo suo sentimento, e soprattutto la madre, per la quale l’essere straniera è una condizione che si porta dietro dalla nascita. È precisamente su questo punto che l’esperienza di madre e figlia si biforca: per la prima l’estraneità è una condizione che fa parte della sua persona, con la quale convive da sempre, un marchio che le è stato imposto dal destino e dagli altri, ma che è comunque suo, le appartiene fino in fondo; anche per la figlia l’estraneità è un marchio che altri hanno impresso alla sua identità sociale, ma nel suo caso non c’è un’appartenenza diretta, è suo solamente perché ce l’ha la madre, e se fosse nata in una famiglia diversa non l’avrebbe posseduto.

All’eredità segue l’accettazione della stessa. Bollata come «la figlia della muta» dagli abitanti del paese materno, la protagonista comincia ad accettare il giudizio che gli altri hanno formulato su di lei e vi si adegua. Lo farà così bene che sarà poi lei stessa, una volta adulta, a continuare a vedersi fuori posto ovunque, a trovare nuovi motivi di distinzione, quasi come se inseguisse la diversità piuttosto che cercare di affrancarsene.

E ora veniamo alla valutazione del libro. La straniera è un’opera ambiziosa di un’autrice giovane e consapevole delle proprie capacità. La scrittura è piacevole, il lessico ricco, molte delle esperienze descritte trasudano di vita vissuta e di tanta, tanta voglia di comunicare. Il tema della comunicazione e del desiderio di farsi comprendere è ampiamente sviluppato: le pagine in cui Durastanti racconta il mondo privo di suoni della madre, dove traccia e cerca di condividere con il lettore il suo universo semantico, sono piene di sentimento e di verità, in assoluto le migliori di tutto il libro.

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Scorcio di Matera, Basilicata

Per questo motivo l’impronta dalla madre sul testo è particolarmente forte. Durastanti ne fa la protagonista indiscussa di numerosi capitoli, soprattutto nella prima parte, e questo crea subito un particolare interesse nei suoi confronti da parte del lettore. Intanto gli anni passano, la figlia cresce e si emancipa, e nel libro inizia a rivendicare uno spazio narrativo più ampio, che sia tutto suo, sottraendolo edipicamente alla madre. Il rapporto si colora di nuove tinte e sfocia in una larvata competizione madre-figlia che non è raccontata solo dalle parole, ma si osserva anche nel numero delle pagine dedicate all’una oppure all’altra, quasi come se l’indipendenza della figlia sia un problema di quanti riflettori puoi permettersi. Il fatto però è che il rapporto era sbilanciato già in partenza, e non a favore della protagonista-scrittrice. Quello che Claudia Durastanti non ha infatti considerato è che la sua esperienza di vita è letterariamente interessante nella misura in cui viene condizionata dai disagi della madre. Il libro soffre l’allontanamento di quest’ultima più del consentito e l’interesse del lettore stenta a essere risvegliato dalle esperienze autonome della figlia, ormai diventata una giovane donna. Dal punto di vista letterario si assiste così a un esito insolito: gli anni della gioventù, la cui rievocazione ha fatto la fortuna di intere generazioni di scrittori, qui sono privi di mordente e in generale risultano decisamente poco intriganti.

Durastanti cerca di conferire un’aura speciale alle sue esperienze per mezzo di una scrittura ricercata e altamente letteraria, eppure il risultato ottenuto lascia a desiderare. Il problema non è di stile, ma di contenuto: ciò che la scrittrice sviluppa nella parte centrale e finale del libro è un autobiografismo piuttosto ordinario, il racconto di un vissuto comune alla maggioranza dei trentenni di oggi e che la lingua, da sola, non può rendere più interessante. L’impiego di un lessico ricco all’interno di frasi appositamente studiate per fare eco (sebbene abbiano poco da rivelare), può anzi suscitare nel lettore un effetto contrario. La bella scrittura si trasforma così in un esercizio di stile, in un mera ostentazione che, alla lunga, stanca.
Ma, cosa addirittura peggiore, questa lingua e questo stile non hanno saputo definire né dare un nome al malessere esistenziale lamentato dalla voce narrante. Qual è, per esempio, il problema che fa dire alla protagonista che si sarebbe perduta se non fosse arrivato qualcuno a raccoglierla? Dopo aver studiato, viaggiato, lavorato nel proprio settore, scelto liberamente il paese in cui vivere e la persona da avere al proprio fianco, è possibile che il disagio di questa donna poco più che trentenne, emancipata e in salute, continui a essere lo stesso della ragazzina sradicata dal proprio ambiente e che la gente semplice di un paesino lucano chiamava «la figlia della muta»? Non me lo sto chiedendo con retorica, ma perché mi manca un passaggio, e può anche darsi che io non l’abbia semplicemente capito. In tutta onestà, ammetto però di non essere riuscito a provare empatia per la sua afflizione.

Inoltre, il fatto che Durastanti abbia spacchettato la sua vita in tanti episodi, di averla frantumata in schegge non più lunghe di un capitolo e fra loro quasi mai dialoganti, ha pregiudicato lo sviluppo del più effimero andamento narrativo. Un grave limite che ho riscontrato nella Straniera è stata infatti l’impossibilità oggettiva di poterlo leggere come un romanzo. Ci sono evidenti inserti saggistici che però non sono responsabili di questa mancanza (ho sempre pensato che i saggi di Virginia Woolf siano più avvincenti delle sue opere letterarie); al contrario credo, anzi sono sicuro, che l’antiromanzo fosse il modello a cui Durastanti si sia riferita, in quanto è estremamente difficile che una scrittrice/scrittore concepisca un testo — di qualunque genere sia, non importa — e lo privi di tutto il suo potenziale romanzesco.

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Claudia Durastanti (fonte: raicultura.it)

Considerati pregi e difetti, La straniera non è stata la lettura che mi attendevo, per cui il giudizio che sono costretto a darle non è completamente positivo. In realtà quello che mi sento di fare è esprimere due valutazioni, in quanto, arrivato in fondo, si accresce in me la sensazione di aver letto due libri in uno. Il primo mi ha convinto appieno, impressionandomi piacevolmente; l’altro invece mi ha lasciato perplesso e ho faticato a riconoscermi in ciò che leggevo malgrado le esperienze e i problemi affrontati fossero quelli della mia generazione. Ho fatto fatica a giungere in fondo ad alcuni capitoli, non capivo cosa la scrittrice volesse comunicare della sua vita quando invece era stata così brava, così originale proprio nella descrizione delle barriere comunicative che vigono nel mondo silenzioso della madre.

Forse Durastanti non ha ben compreso che la vera protagonista della sua storia non era Claudia, né avrebbe potuto diventarlo. Questo ruolo era già della madre, ed erano state proprio lei e la sua bella scrittura ad assegnarglielo. Da lettore ho capito la realtà delle parti quando non trovavo più la madre fra le pagine e ne avvertivo la mancanza. La scrittrice ha voluto sovrapporsi a essa fino a sostituirla, credendo che il suo libro/autobiografia ne avrebbe sopportato la sterzata, ma non è stato così. È arrivata a contenderle persino lo status di straniera, quando in realtà la sola evidenza che almeno io ho ricavato da questa lettura è che c’è una straniera soltanto.

L’errore più grande compiuto da Claudia Durastanti è stato quello di non aver capito in tempo che l’unico modo che aveva di stare sul palco era da coprotagonista.

Isolamento: lo stare soli e l’esserlo in 15 personaggi da romanzo

Di Andrea Carria

 

Ricorderemo questo periodo per la paura e l’isolamento. Non eravamo più abituati a stare soli, credevamo che la vita sociale fosse un diritto, una libertà, una conquista inalienabile, ma non era così. Alla prima, grande crisi di portata mondiale siamo stati costretti a riscrivere le nostre abitudini, prendendo atto che molte di quelle che consideravamo necessità autentiche sono solo mode e stili di vita sacrificabili. Fortunatamente, grazie alla tecnologia e ai social, la nostra non è una vera solitudine: amici, parenti e fidanzati continuano a entrare e uscire dalle nostre case attraverso gli schermi dei computer e degli smartphone; la loro voce ci raggiunge al telefono in ogni momento e possiamo perfino ritrovare i loro volti per mezzo delle videochiamate. Così, se al mondo d’oggi è quasi impossibile sperimentare il vero isolamento, potrebbe essere incoraggiante convincersi che, nella peggiore delle ipotesi, siamo momentaneamente distanti gli uni dagli altri soltanto nello spazio.

I 15 esempi letterari che vi propongo oggi si ispirano a queste considerazioni. Mi piacerebbe che fossero 15 casi di isolamento o solitudine moderna su cui potessimo meditare tutti insieme (e magari andare anche a rileggere) in queste settimane di distanziamento sociale. Pure questo potrebbe essere un modo per sentirsi tutti un po’ meno soli e un po’ più uniti.

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1. Henry D. Thoreau. L’esempio da cui faccio partire la nostra, piccola rassegna letteraria non è un’opera di fiction ma un’esperienza realmente vissuta. Walden ovvero Vita nei boschi (1854) è un racconto autobiografico di Henry D. Thoreau, filosofo e scrittore americano che per circa due anni visse da solo in una capanna da lui costruita sulle rive del lago Walden, in Massachusetts. In questo fortunatissimo scritto, Thoreau concepisce l’autoisolamento che si è imposto come la strada per ritrovare un contatto diretto con la natura. Lavorando per sostenersi in un regime che si potrebbe definire di “autarchia naturale”, Thoreau ha ricordato ai suoi contemporanei la condizione originaria degli uomini, portando altresì testimonianza di come una vita buona e bella non abbia alcun bisogno delle comodità e degli eccessi di uno stile di vita progredito.

2. Fëdor M. Dostoevskij. Dostoevskij compare a buon diritto in questa rassegna facendo le veci dell’anonimo protagonista delle Memorie dal sottosuolo (1864). Precursore di tutti gli inetti del Novecento letterario, questo personaggio ha consapevolmente scelto di chiamarsi fuori dalla competizione sociale ritirandosi in disparte a covare il proprio risentimento verso il resto del mondo. A suo parere la società è in debito con lui: incompreso e dotato di una coscienza sensibilissima che definisce «ipertrofica», l’uomo del sottosuolo progetta in segreto la propria rivalsa, ma, quando finalmente arriva il momento di agire, esita e perde ogni motivazione, rintanandosi di nuovo a leccarsi le ferite: la cosa che sa fare meglio in assoluto, nonché l’unica che sia veramente in grado di consolarlo.

3. Des Eissentes. Questo distinto signore aristocratico è il protagonista di Controcorrente, romanzo di Karl-Joris Huysmans del 1884, il quale, annoiato del mondo e  del tutto disinteressato a esso, si crea un rifugio appartato che arreda secondo i propri gusti eccentrici. Des Eissentes è un esteta, uno studioso, ma è anche un vero egoista e un misantropo. L’isolamento, lui, se lo autoimpone perché profondamente sdegnato. Fin da piccolo ha dimostrato di avere interessi molto selettivi e, crescendo, si è reso conto, per giunta, che il mondo e gli uomini hanno ben poco di interessante da offrirgli. Rintanato nella sua dimora, Des Eissentes spende le sue giornate dirimendo sofisticati problemi estetici e attardandosi su aridi intellettualismi, a scapito non solo della sua umanità — ormai irrimediabilmente compromessa — ma anche della tessitura narrativa del romanzo, tecnicamente un antiromanzo che è anche il primo esempio di romanzo-saggio identificato dalla critica letteraria.

4. Septimus. L’isolamento di Septimus, personaggio specchio di Mrs Dalloway, protagonista dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf (1925), è l’isolamento in cui sono sprofondati migliaia, forse milioni di soldati alla fine della Prima guerra mondiale: incapaci di superare il dramma delle trincee, delle bombe e degli stenti, questi uomini condussero il resto delle proprie esistenze inseguiti dai fantasmi dei compagni morti e da una serie inimmaginabile di incubi. Nel romanzo, il destino tragico di Septimus rappresenta quello che Woolf vuole evitare alla sua protagonista, anch’essa schiacciata da una quotidianità disarmante in cui i fiori e i bei vestiti che la circondano servono solo a nascondere una solitudine che l’ipocrisia sociale impone di mettere al bando.

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5. Josef K. Con Kafka i casi di isolamento non si contano nemmeno; se fra tutti ho scelto di parlare del Processo (1925) è perché si tratta di un esempio che finora non abbiamo incontrato e che altrimenti non incontreremo. Josef K., impiegato bancario, scopre con sgomento di essere solo e impotente quando due inviati del tribunale gli notificano che è stato intentato un processo nei suoi confronti. Josef è incredulo, pensa si tratti di uno scherzo, ma quando i due uomini se ne vanno senza arrestarlo né avergli dato alcuna informazione riguardo all’entità del reato non sa più cosa pensare. Decide di mettersi subito in moto per cercare di capirne di più e magari di difendersi, ma ben presto si rende conto che a nulla varranno i suoi sforzi. Contro le inspiegabili e capziose procedure della macchina burocratica non esiste infatti rimedio, e all’individuo non resta che soccombere in silenzio abbandonato da tutti, perfino dalla razionalità.

6. Harry Haller. Se c’è un esempio che proprio non poteva mancare, questo porta il nome del protagonista del Lupo della steppa, famosissimo romanzo di Hermann Hesse del 1927. Un po’ personaggio di fantasia e un po’ alter ego dello scrittore, Haller è un intellettuale di mezza età in preda a una drammatica crisi esistenziale. Ha conosciuto il successo e la ricchezza, eppure adesso si ritrova a vivere nella stanza in affitto di una locanda, evitando accuratamente contatti e visite. Tuttavia non sono né ciò che ha perduto né l’isolamento attuale ad angustiarlo di più, quanto la sua duplice identità di borghese colto, da un lato, e quella di asociale misantropo, dall’altro. Proprio come un solitario lupo della steppa, anche lui si aggira guardingo e famelico ai margini della società, aspettando il momento propizio per compiere il balzo: da una parte oppure dall’altra.

7. Mersault. Con il protagonista dello Straniero, romanzo che ha rivelato Albert Camus nel 1942, l’isolamento diventa una questione di libertà. Mersault è un uomo normale, un impiegato di Algeri che ha perduto ogni bussola morale e metafisica, ma che in compenso ha scoperto di avere un raggio d’azione potenzialmente illimitato. Questa conquista — frutto di una maturazione riguardo al vero stato della realtà, nella quale l’uomo è solo con la sua libertà di agire — lo conduce dritto verso l’isolamento: l’isolamento dell’uomo libero e consapevole all’interno di una società ancora stretta nelle proprie credenze e convenzioni, verso le quali essa cercherà in tutti i modi di ricondurlo.

8. Corrado. C’è poi l’isolamento dettato dal senso di inadeguatezza nei confronti dei tempi che corrono, come quello descritto nella Casa in collina di Cesare Pavese (1948). Siamo nel pieno della Seconda guerra mondiale e Corrado, il protagonista, si ritira in campagna per mettersi preventivamente al riparo. Come Des Eissentes, anche lui cerca da solo l’isolamento, con la differenza però che Corrado è stato portato verso questa scelta dalle circostanze. In un mondo in guerra dove gli uomini sono chiamati a combattere, lui, professore, fa parte di quella minoranza che non ha mai dismesso gli abiti civili. Ciò è alla base del suo senso di inadeguatezza, della sua volontà di separarsi ulteriormente cercando asilo, per pudore, in campagna, dove sono rimasti solo donne, anziani e bambini, di fronte ai quali non dovrà più vergognarsi.

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9. Malone. L’isolamento clinico è la realtà raccontata in Malone muore, il secondo romanzo della trilogia di Samuel Beckett, pubblicato in Francia nel 1951. Cosa si sa di Malone? A dire il vero molto poco; di certo è che egli si trova costretto in un letto d’ospedale (ma potrebbe anche essere quello di un ospizio e perfino un manicomio), che è in là con gli anni, non ha la possibilità di muoversi e che tutto quel che rimane dei suoi averi sono una matita e della carta. Data la sua condizione, Malone inizia a scrivere: il risultato sono alcune delle pagine più belle, allucinate ed estranianti della letteratura mondiale.

10. Athos Fadigati. Da medico rispettabile a reietto: è questa la triste parabola di Athos Fadigati, personaggio del romanzo di Giorgio Bassani del 1958, Gli occhiali d’oro. Otorinolaringoiatra veneziano trapiantato a Ferrara, Fadigati precipita ai gradini più bassi della scala sociale a causa di un amore sciagurato: il ragazzo con cui ha una relazione si sta infatti prendendo gioco di lui, spillandogli denaro mentre ferisce senza pietà i suoi sentimenti. Quando la loro storia diventa di dominio pubblico, la situazione, già imbarazzante, precipita. La relazione finisce nel peggiore dei modi e Fadigati si ritrova solo e completamente emarginato a fare i conti con un’Italia, quella fascista degli anni Trenta, in cui un omosessuale che veniva scoperto come tale non poteva certo sperare in un futuro di rallegramenti.

11. La madre. Isolamento e paura sono l’unica realtà conosciuta dalla madre di Gonzalo Pirobutirro nella Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda (1963). Costretta a vivere con il figlio scontroso e irascibile, la donna ne subisce tanto gli sbalzi d’umore quanto il disprezzo manifesto in pagine ricolme di acrimonia e che in parte riflettono il vissuto biografico dell’autore. Il personaggio dell’anziana donna, che nel finale è vittima di un’incidente che il romanzo (mai compiuto) lascerà in sospeso, è una figura triste, subordinata e impotente che presenta fosche affinità con le problematiche attuali nei rapporti di genere.

12. George. In risposta ideale al romanzo di Bassani, inserisco quello di Christopher Isherwood Un uomo solo (1964), il cui protagonista, George, docente a Los Angeles, è seguito dalla penna dello scrittore lungo un’intera giornata. Solo dopo la scomparsa del proprio compagno, George si barcamena fra una routine che non ha più niente da dire e un lutto che non si lascia elaborare. La solitudine è un vuoto da riempire con sbronze e incontri occasionali, la vita un indumento vecchio e consunto che gli scivola di dosso — ma comunque senza fretta — tanto che il problema più grosso di George, che ha regolato da tempo i conti con la propria identità sessuale, è capire come poter sopravvivere fino alla morte.

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13. Saurau. Il principe Saurau è un personaggio centrale di Perturbamento, romanzo di Thomas Bernhard del 1967. Egli risiede nel suo castello in una vallata alpina della Stiria, in Austria, un luogo di per sé remoto e che favorisce l’isolamento. Nel castello, il principe vive da autorecluso: fuori — sostiene — è il luogo da dove provengono tutte le minacce e le insidie. Vittima in primo luogo della sua nevrosi, Saurau si comporta come se fosse costantemente sotto assedio, permettendo soltanto a pochissime e selezionatissime persone di varcare il cancello della propria dimora, nella quale il principe è prigioniero, sì, ma soltanto dei retaggi e delle allucinazioni partorite dalla sua mente.

14. Budai. L’isolamento dal quale viene inghiottito invece il professor Budai in Epepe di Ferenc Karinthy (1970), è un isolamento linguistico che inevitabilmente si allarga a tutta la sua sfera sociale. Le disavventure del professore iniziano quando un aereo sbagliato lo conduce in una metropoli sconosciuta e affollatissima dove le persone si esprimono in un idioma incomprensibile mai sentito prima. Il romanzo ruota intorno alle disavventure e agli sforzi inauditi di Budai per instaurare un primo contatto. La sua lotta testarda contro un isolamento che pare irreversibile è infatti l’unica possibilità che gli resta per tornare a far parte della società e riappropriarsi così anche della sua vita.

15. Roberto. Infine, includo in questa rassegna un personaggio nato dalla fantasia di Umberto Eco, che nel metaromanzo L’isola del giorno prima (1994) immagina la storia di un Robinson ante litteram — Roberto de la Grive; Roberto, appunto — che nel 1643 si salva da un naufragio rifugiandosi a bordo di una nave abbandonata nei remoti Mari del Sud. Inizialmente a fargli compagnia è padre Caspar, l’ultimo membro dell’equipaggio ancora in vita, ma, quando anche il religioso lo lascia, Roberto, assillato dai ricordi, dalle allucinazioni e da un progetto letterario a cui ormai si dedica anima e corpo, tocca i confini estremi dell’estraniazione umana. L’isola che può solo ammirare dalla nave è la misteriosa isola del giorno prima, l’isola dove ieri e oggi si congiungono quasi per magia, ma che Roberto, incapace a nuotare, sembra destinato a non poter raggiungere, finché poi un giorno…

Io leggo a casa: 12 libri per combattere l’epidemia (e la noia)

Ieri sera il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ha annunciato che le limitazioni dovute al propagarsi dei contagi da coronavirus che nelle settimane scorse avevano riguardato solo alcune province del centro-nord da oggi vengono estese al resto dell’Italia. Ciò significa viaggi solo per lavoro o per comprovata necessità, niente ritrovi con gli amici e, in generale, una vita sociale ridotta al minimo per tutti.

Sono misure dure, ma necessarie. Una cosa positiva è che ognuno di noi avrà più tempo da dedicare a sé stesso, e noi dello Specchio di Ego crediamo che la lettura sia un buon modo per impiegare il tempo in queste settimane di inerzia forzata. Quello che vi proponiamo oggi non sarà quindi il solito articolo di approfondimento o di divulgazione letteraria, ma qualcosa che ci auguriamo possiate trovare più utile: una lista di 12 letture da noi selezionate per utilità e preferenza, sperando che possano tenervi compagnia così come hanno fatto con noi!

 

1. Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera (1985). È il titolo più parafrasato in questi giorni, anche se non sempre i giornalisti (o chi ne fa uso) dimostrano grande discernimento. Perché, dunque, non cogliere l’occasione al volo andando a leggere uno dei romanzi più celebri del grande maestro venezuelano?

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2. Andrew Sean Greer, Less (2017). Abbiamo pensato di includere in questa lista il libro vincitore del premio Pulitzer 2018 (qui la nostra recensione) perché in questi giorni il mondo è diventato improvvisamente molto piccolo per tutti: ebbene, lo è anche per il protagonista di questo romanzo che, per quanto lo giri in lungo e in largo, alla fine si renderà conto che nessun pianeta è abbastanza vasto per allontanarsi da sé stessi o dalla persona che si ama.

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3. Shirley Jackson, Lizzie (1954). Questo è uno dei romanzi di cui qui nel blog abbiamo parlato nei termini più entusiastici (vedi qui): una storia che si addentra nei labirinti della mente umana e che sorprende il lettore per la sua architettura letteraria perfettamente riuscita. Un libro sorprendente e conturbante al tempo stesso, Lizzie è l’opera di una grande scrittrice!

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4. Claudio Magris, Danubio (1990). Torniamo al tema del viaggio con una lettura di livello nonché l’opera più celebre di Claudio Magris, il quale invita il lettore a lasciarsi trasportare dalle acque del grande fiume dalla sorgente alla foce, in un racconto affascinante in cui i paesaggi dell’Europa balcanica si mescolano con le vestigia di epoche lontane e con i ricordi e le suggestioni del suo infaticabile narratore.

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5. Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie (1997). Un saggio bellissimo e inclassificabile, quello di Diamond. Bellissimo perché vi terrà con gli occhi incollati alla pagina; inclassificabile perché il suo autore si muove sul labile confine fra storia e antropologia, fra biologia e sociologia. Tante discipline diverse, è vero, ma il traguardo è ambizioso: ricostruire il senso dello sviluppo delle civiltà da una prospettiva mai vista prima, sfatando luoghi comuni e pregiudizi, ma anche spiegando perché proprio le malattie e le epidemie sono state decisive nella costituzione di società sempre più complesse.

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6. David Quammen, Spillover (2012). A proposito di epidemie, è però Spillover il libro che sta davanti a tutti in questo momento. Fresco fresco di ristampa per i tipi Adelphi, il reportage del divulgatore scientifico David Quammen racconta l’evoluzione dei virus e di come questi sgraditi ospiti trovino sempre il modo di passare dagli animali all’uomo. Se non vi farete spaventare dalla mole e dal carattere minuto delle sue pagine (come se l’argomento non fosse già abbastanza inquietante!), questa potrebbe essere la lettura più utile che possiate fare sull’argomento in questo periodo di vasta comunicazione ma di non sempre attendibile informazione.

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7. Virginia Woolf, La Signora Dalloway (1925). Uno dei romanzi che ha formato il ‘900 letterario: la vita di una donna rivissuta nell’arco di un solo giorno, dai primi amori di gioventù alle ripercussioni di scelte importanti (o pensieri importanti) nell’età adulta. Un capolavoro della letteratura europea e mondiale che vi coinvolgerà anima e corpo.

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8. Philip Roth, La macchia umana (2000). Questa è l’opera che, per molti della critica, ha consacrato Roth al successo. In questo romanzo che, idealmente, chiude la trilogia iniziata con Pastolare americana e Ho sposato un comunista, Roth sfrutta gli eventi storici che hanno segnato la società statunitense, in particolare il caso sexgate scatenato da Monica Lewinsky e l’allora presidente U.S.A. Bill Clinton, per tracciarne un ritratto acuto, aspro e dai toni volutamente accesi.

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9. Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno (1947). Per chi è appassionato della storia della Seconda Guerra Mondiale, questo romanzo dell’immediato dopoguerra e scritto da una delle penne più acutamente brillanti della nostra letteratura contemporanea può dare uno sguardo interessante e per molti versi inedito della lotta partigiana: quello di un bambino, per certi versi cresciuto in fretta, per altri che si crede troppo adulto, alle prese con una banda di partigiani.

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10. Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto (1913-1927). Se poi, in questi giorni da passare a casa, avete davvero tanto tempo, l’occasione può farsi assai ghiotta per partire alla volta di un viaggio che rappresenta una vera e propria esperienza letteraria: l’opera monumentale di Proust, in cui si racchiudono esperienze multiformi, immagini indelebili, caratterizzazioni particolareggiatissime di personaggi, tipi, situazioni ed eventi, due parola, il mondo. La Recherche è un viaggio alla scoperta di sé stessi, del proprio tempo e di cosa lo rende indefinibilmente perduto agli occhi di tutti noi.

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11. Lian Hearn, La leggenda di Otori (2006). Per i più giovani e avventurosi di voi proponiamo la lettura di questa trilogia, ambientata in un lontano Giappone dal sapore medioevale e costellata da azioni mirabolanti, scontri all’ultimo sangue e dall’astuzia calma e silenziosa che solo degli spietati assassini possono avere.

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12. Leander Deeny, Gli incubi di Hazel (2008). Una favola dai toni foschi, un po’ gotica e che può ricordare le atmosfere che regnano in casa Addams, questo libro può essere una piacevole lettura se volete affrontare una casa scura e popolata da strani personaggi ma senza perdere lo sguardo del bambino che c’è in voi.

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Questi i nostri consigli di lettura: ce ne sono un po’ per tutti i gusti e speriamo che vi piaceranno. Mettiamo da parte per il momento l’egoismo e convinciamoci che il benessere individuale non può realizzarsi senza quello collettivo. Perché passi prima e meglio, io leggo a casa. Io resto a casa.

L’ambiente e la nostra sopravvivenza tra cinema e letteratura contemporanea

Di Gian Luca Nicoletta

 

Nell’articolo di oggi desidero parlarvi di un tema che da alcuni anni a questa parte ha iniziato a guadagnarsi sempre più spazio (pur tuttavia rimanendo piuttosto ai margini) nel dibattito pubblico: gli effetti disastrosi dell’inquinamento artificiale, cioè quello a opera di sostanze che di per sé non esistono in natura, e lo farò attraverso due opere ispirate a fatti realmente accaduti, rispettivamente un libro e un film: la prima è Fuoco al cielo di Viola Di Grado mentre la seconda è Cattive Acque diretto da Todd Haynes.

          Fuoco al Cielo è l’ultima opera della scrittrice catanese pubblicata per La Nave di Teseo nel 2019. I fatti raccontati vengono dalla tragica storia del villaggio russo di Musljumovo, situato a poca distanza da un impianto per la produzione di materiale necessario alla costruzione di bombe atomiche. Gli accadimenti che soggiacciono alla storia narrata sono essenzialmente questi: durante la produzione dei materiali radioattivi, gli scarti tossici di questi furono indebitamente sversati nel fiume che serve il villaggio. Lì tutti gli abitanti facevano il bagno, portavano gli animali ad abbeverarsi, usavano quell’acqua per irrigare i loro campi e, conseguentemente, mangiarne i frutti. L’impianto di produzione fu chiuso a causa di un incidente a seguito del quale si dispersero nell’aria ingenti quantità di sostanze estremamente tossiche e cancerogene. Gli abitanti della regione furono tenuti all’oscuro della pericolosità di queste sostanze e rimasero isolati e coinvolti in un complice silenzio con le autorità governative affinché nulla rivelassero al mondo, subendo passivamente le dolorose mutazioni genetiche e deformazioni che i materiali radioattivi portano con sé.

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Sin qui i fatti storici, ora passiamo alla narrativa: in tutta onestà non mi sento di definire questo libro un romanzo, piuttosto un racconto lungo, se proprio bisogna cercare di darne una definizione in termini critici. Non è un romanzo per il semplice motivo che, a mio avviso, il personaggio che dovrebbe essere protagonista non compie alcun percorso formativo verso una migliore completezza. Al massimo potrebbe essere un antiromanzo, visto in quest’ottica, ma stando alla narrazione della vicenza e al modo di rappresentare pensieri e decisioni non azzarderei una definizione troppo marcata in questo senso.
Sicuramente il testo che ho letto è di tipo espressionistico. Dalla prima all’ultima pagina infatti assistiamo a una sequela ininterrotta di scene descrittive nelle quali prevale in maniera assoluta l’immagine forte, che rimane impressa nella mente e che ha come obiettivo quello di trasmette il profondo squallore caratterizzante le vite delle persone rimaste prigioniere, di fatto se non per loro volontà, nel villaggio di Musljumovo. Uno squallore che viene descritto principalmente in termini liquidi: sudore, acqua salmastra, umori corporali, essudati di ogni provenienza biologica e non che rivestono la pelle, i vestiti, le superfici del luoghi che si vivono, che si frequentano.
Se mi posso permettere di esprimere una critica, questa dev’essere rivolta alla semantica: il lessico impiegato risulta essenzialmente povero e, data l’assiduità delle descrizioni, queste ne escono danneggiate da un difetto di originalità a favore di una ripetitività che non aiuta la lettura: i divani, i tessuti, le magliette e i vestiti sono quasi sempre e solo “sdruciti”, mai lisi, consumati, consunti, strappati, bucati, logorati.

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Fonte: Tomas Wüthrich Fotografie

La seconda opera che ho citato all’inizio è il film uscito da poco nelle sale e diretto da Todd Haynes: Cattive Acque, con Mark Ruffalo nel ruolo di Robert Billott e Anne Hathaway in quello di sua moglie, Sarah.
La storia è quella dell’avvocato Billott che, grazie alla determinata insistenza di un allevatore di Parkersburg, una città nello Stato del West Virginia, riesce a scoprire come e da quanto tempo l’industria chimica della DuPont stesse avvelenando decine di migliaia di persone a seguito del rilascio delle sostanze chimiche nei corsi d’acqua e, parimenti, dell’occultamento di altri rifiuti inquinanti in fustini nascosti sottoterra che hanno poi contaminato il terreno. Billott intraprenderà una lunga battaglia legale, ad oggi ancora in corso, contro un colosso industriale dal fatturato di 1 miliardo di dollari all’anno.
Il film, la cui visione consiglio a tutti, si concentra sia sulla battaglia nei tribunali fatta da Billott e dai suoi pochi sostenitori, sia sulla vicenda umana di tante persone che, ignare di quanto la DuPont stesse facendo, bevevano acqua avvelenata e andavano a lavoro in un impianto industriale dove costantemente respiravano particelle chimiche estremamente pericolose.
Su un piano parallelo viaggia anche la vita privata di Billott, la quale viene inevitabilmente condizionata da questa ricerca della verità e che metterà a repentaglio tanto la sua salute fisica quanto la tenuta del suo matrimonio. A dispetto di Fuoco al Cielo, sia il personaggio di Robert che quello di Sarah compiono, seppur per vie diverse e forse indipendenti, un percorso interiore che li condurrà a una migliore conoscenza di loro stessi e al superamento delle paure che caratterizzano la sfida cui ogni eroe è chiamato.

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Anne Hathaway e Mark Ruffalo in una scena del film Cattive Acque

Come vedete le vittime di entrambe le storie sono accomunate da diversi elementi: primo fra tutti l’essere ignare del loro lento ma costante precipitare verso la morte, il secondo è il vettore della contaminazione, cioè l’acqua e la terra, e il terzo è il criminale: un colosso industriale che opera quasi sempre con la complicità delle forze governative, solo che nel primo caso si tratta di un’attiva partecipazione del governo russo agli esperimenti nucleari del centro vicino Musljumovo, nel secondo invece la complicità è dovuta a un eccessivo liberalismo del governo U.S.A. che lascia alle industrie un’ampio margine di autoregolamentazione sulle soglie cancerogene delle sostanze impiegate.

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Robert Billott – fonte: Greenpeace USA

Grazie a queste due storie, con i loro pregi e difetti che però non inficiano l’importanza e la necessaria trasmissione del tema che le accomuna, possiamo affrontare in maniera terza pur tuttavia artistica la consapevolezza di quanto grande e grave sia il male che un uso sconsiderato dei progressi scientifici possa apportare all’essere umano.

Una riflessione sul Giorno della Memoria: cosa rimane oggi?

Di Gian Luca Nicoletta

 

In occasione del Giorno della Memoria desidero condividere con voi alcune riflessioni sulla Shoah; riflessioni che ho avuto modo di fare durante il mio anno di Servizio Civile, cioè tra il 2017 e il 2018.

Il progetto cui ho preso parte si intitolava La Memoria come strumento di educazione alla pace, l’ho svolto grazie ad Arci Servizio Civile, coinvolgeva oltre a me altre quindici persone da diverse parti d’Italia ed era incentrato su una ricerca, a livello documentale e archivistico ma anche sociologico, della memoria della nostra Resistenza e dell’esperienza della Shoah. Nello specifico abbiamo ricercato nei vari archivi (sia cartacei che on-line) di molti giornali locali e nazionali tutte le informazioni che riguardassero questi due fenomeni, cercando di studiare come le notizie a loro relative venissero impostate, scritte, perfino disposte  sulla pagina per comprendere quale messaggio nel complesso la stampa intendeva trasmettere ai lettori. Parallelamente a questo abbiamo elaborato un questionario di circa trenta domande nel quale chiedevamo, a ragazze e ragazzi di età compresa fra i 18 e i 30 anni, cosa sapessero e cosa pensassero della Shoah e della Resistenza.

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I dati che abbiamo raccolto si sono dimostrati per lo più incoraggianti, sebbene segnati da alcune imprecisioni secondo noi dovute a una visione piuttosto semplificata della Storia nazionale ed europea: l’ombra nel nazismo sui rapporti di potere nell’Italia di allora è sempre molto forte e si tende a credere, in linea generale, che la dittatura mussoliniana quasi non fosse altro che un’appendice di quella hitleriana. Ovviamente così non fu: non bisogna cedere al facile inganno che ci giocano le immagini di una Germania invincibile almeno fino al 1941 e di un’Italia supina e succube negli anni della guerra civile. Ci sono prima e in mezzo molti eventi, grandi dinamiche le cui responsabilità non possono che ricadere sulla nostra parte della ricostruzione storica, a partire dalle ignominiose leggi razziali del 1938. Proprio in merito a questo ci sono giunte delle critiche positive e interessanti che hanno dimostrato come pure noi volontari eravamo, nostro malgrado, vittime di quell’inganno. Nelle domande poste proprio in merito alla responsabilità della promulgazione delle leggi razziali, ci è stato fatto notare da alcuni che mancava una importante opzione: non avevamo pensato che qualcuno potesse dare la colpa dell’approvazione di quelle leggi al Capo di Stato di allora, Re Vittorio Emanuele III che, firmando l’atto a lui presentato, aveva formalmente permesso all’Italia di diventare un Paese dotato di leggi espressamente razziste.

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Fonte: ilpost.it

Ma cosa ci rimane oggi di quell’esperienza? Sicuramente tanto dolore. L’onta dello sterminio di 6.000.000 di ebrei ci riguarda e da vicino, non possiamo ignorarlo né negarlo, come molti ancora oggi vorrebbero fare. Fortunatamente abbiamo chi può testimoniare per via diretta cosa accadde durante quegli anni atroci: le esperienze di Sami ModianoLiliana SegreNedo Fiano e, fino a qualche anno fa, di Shlomo Venezia tra gli altri vanno ascoltate, imparate a memoria e ripetute per filo e per segno a tutti, dai bambini agli adulti. Bisogna accettare che quanto è accaduto non è più modificabile né emendabile, si tratta di un fatto storico che, in quanto tale, può e deve subire almeno due processi: un processo di scientifica analisi storiografica che faccia sempre più luce su tutto quello che è avvenuto; e uno di presa di coscienza che, in quanto fatto verificatosi, può essere ripetuto. Nella mia modesta opinione sbaglia chi dice che Hitler era un pazzo, un folle fuori controllo, perché ciò vorrebbe dire depotenziare la carica di quanto è riuscito a organizzare. Non era pazzo, come non erano pazzi Mengele, Goebbels, Himmler o Priebke. La loro è stata fredda programmazione, calcolo matematico, ragionamento geografico, valutazione di ipotesi e prova delle stesse. Erano esseri umani nel pieno controllo delle loro facoltà, che hanno messo le loro menti a servizio di un ideale fondato sull’odio, sul sangue e sulla morte.

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La Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz Birkenau

Dobbiamo conoscere la Shoah, dobbiamo studiarla e dobbiamo viverla, per renderla una esperienza non solo storica ma anche antropologica, qualcosa che riguardi ogni essere umano e che punti al miglioramento intellettuale della nostra specie: leggiamo di Primo Levi, di Irène Némirovsky, di cosa a loro è successo e di quanto il mondo ha perso, per esempio. Visitiamo i luoghi, conosciamo le persone, direttamente o indirettamente non fa differenza, purché il nostro cervello riservi una parte alla memorizzazione e comprensione di quanto è accaduto settantacinque anni fa.
Sono fatti di ieri e non di più.

Il lascito di una vita: “Trilogia del ritorno” di Fred Uhlman

Di Andrea Carria

 

Per lungo tempo Fred Uhlman (1901-1985) ha dimorato clandestinamente nella mia memoria. L’amico ritrovato (Reunion, 1971), il libro che lo ha reso famoso in tutto il mondo a settant’anni, era una lettura che risaliva al programma di Italiano di terza media e, al pari di esso, pensavo di averla archiviata all’indomani del superamento degli esami. Se c’era infatti una cosa che non credevo possibile era che quel libricino, letto in un’età non sospetta e nel frattempo sovrastato da molte altre letture, avesse continuato a riverberare dentro di me a mia insaputa. Me ne sono reso conto dopo che mi sono messo a scrivere a mia volta, quando ho scoperto, con un certo stupore, che l’arco temporale del romanzo che stavo terminando di scrivere ricalcava quasi perfettamente quello dell’amicizia fra Hans e Konradin, e che era a loro che pensavo mentre la mia storia si dipanava…

Ma non sono qui a parlare di me, bensì di Fred Uhlman e della sua Trilogia del ritorno, di cui L’amico ritrovato rappresenta il racconto d’apertura. Le vicende di quest’ultimo (racconto lungo, romanzo breve, romanzo in miniatura, novella — di definizioni ne sono state date davvero tante) sono abbastanza note: si tratta della storia di due ragazzi di sedici anni, Hans Schwarz e Konradin von Hohenfels, e della loro amicizia impossibile nella Germania prenazista del 1932. Hans infatti è ebreo, mentre Konradin è l’erede di una famiglia antichissima dell’aristocrazia tedesca. Anche Hans è tedesco, o almeno così si è considerato fino ad allora, ma né Hitler, né i suoi compagni di scuola, né i genitori del suo amico la pensano così: per tutti loro egli è solo un parassita della società, un essere indesiderato e un nemico della Germania da neutralizzare. Ma questo riguarda già la parte finale della storia, quando l’ascesa di Führer è ormai imminente. Al contrario, l’inizio e la parte centrale quasi non conoscono il problema razziale. Stoccarda, la città in cui vivono i due ragazzi, è infatti una città di provincia dove i toni e i sentimenti che animano il cuore politico della Germania arrivano in ritardo e molto attenuati. Per tutta la primavera del 1932 Hans e Konradin possono ancora avere una vita normale e frequentarsi. A fare loro da ombrello sono la campagna del Württemberg, che in primavera si ricopre di verde e di fiori, e gli studi classici che i due amici stanno ultimando al Karl Alexander Gymnasium, il migliore liceo di tutta Stoccarda. Sia Hans che Konradin sono infatti due animi nobili e sensibili che amano l’arte e la poesia, e che negli autori antichi trovano la conferma che non sono le passioni ma la Ragione a qualificare l’uomo. La Grecia Antica è l’ideale romantico che ispira i loro sogni. L’amore per la cultura classica — un amore adolescenziale, idealizzato, ma pur sempre figlio della migliore cultura tedesca fin dai tempi di Schliemann e Goethe — è non solo l’ombrello, ma anche lo specchio attraverso cui, per contrasto, Fred Uhlman rivela il volto sfigurato e belluino della Germania hitleriana.

«La politica riguardava gli adulti; noi avevamo già i nostri problemi. E quello che ci pareva più urgente era imparare a fare il miglior uso possibile della vita, oltre, naturalmente, a cercare di scoprire quale scopo avesse, se l’aveva, e a chiederci quale potesse essere la condizione umana in questo cosmo spaventoso e incommensurabile. Questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini».

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Fonte: pintermonamour.com

L’amico ritrovato è scritto in prima persona da Hans — che da quando ha lasciato la Germania nell’inverno del 1933 vive in America facendo l’avvocato — molti anni dopo la fine della sua amicizia con Konradin. L’invito al racconto gli arriva da una richiesta inaspettata: la sua vecchia scuola vorrebbe infatti realizzare un monumento agli studenti che sono caduti durante la guerra, e per farlo sta cercando finanziatori; allegata a questa c’è l’elenco dei caduti. Dopo molte esitazioni, Hans trova il coraggio per andare a cercare il nome dell’amico: alla lettera H legge così che anche Konradin è morto, ma non in azioni di guerra al servizio del Reich come gli altri: egli è morto impiccato per aver partecipato a un attentato contro Hitler.

Questa circostanza è lo spin off del secondo racconto della Trilogia, intitolato Un’anima non vile (No Coward Soul, 1979). La parola passa a Konradin che, chiuso in carcere in attesa dell’esecuzione, scrive una lunga lettera al suo vecchio amico. In essa Konradin ripercorre la storia della sua amicizia con Hans, riferendo dal proprio punto di vista gli stessi episodi raccontati nell’Amico ritrovato. Rispetto a quella di Hans, la versione di Konradin è perfettamente complementare e permette di conoscere retroscena ed elementi che nell’altro racconto non potevano trovare spazio, ma soprattutto restituisce un’immagine più completa del giovane Hohenfels, del quale si apprende un coraggio altrimenti insospettabile. La sua adesione al nazismo, orchestrata dalla madre, lo avrebbe condotto sui campi di battaglia, ma in seguito sarebbe stato proprio il risveglio della coscienza, della Ragione e dei sentimenti a riscattarlo — purtroppo a costo della vita.

Questo espediente letterario, di per sé interessante, manca tuttavia di un quid narrativo proprio che va a scapito della completa riuscita del testo. Se ad esempio la lettera di Konradin — che, alla fine, si limita a confermare una storia che viene data per acquisita — fosse stata inserita all’interno di una cornice più solida nella quale avessero trovato maggiore spazio i dettagli inediti dell’arresto, dell’imprigionamento e della detenzione, il racconto si sarebbe avvantaggiato di un duplice movimento che da una parte avrebbe introdotto un necessario elemento di novità (informativo, ma soprattutto narrativo), mentre dall’altro avrebbe rivitalizzato l’interesse per i fatti già noti, senza loro togliere, tuttavia, la propria centralità. Da questo punto di vista, Un’anima non vile non può quindi essere considerata un’opera autonoma, in quanto tutto, in essa, concorre a configurarla come un’appendice dell’Amico ritrovato, del quale peraltro stenta a riprodurre lo stesso connubio fra atmosfera e stile. La figura di Konradin ne esce ispessita e completamente riabilitata senza dubbio alcuno, tuttavia, la sua, rimane una riabilitazione accessoria che non gli fa né male né bene. «Von Hohenfels, Konradin, implicato nella congiura per assassinare Hitler. Giustiziato»: la frase cancelleresca con cui termina L’amico ritrovato, aveva infatti già messo magnificamente tutte le cose al loro posto.

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Fred Uhlman (Fonte: burghhouse.museumssites.com)

Con Niente resurrezioni, per favore (No Resurrection, please, 1979), terzo racconto o romanzo breve della Trilogia (anche per gli altri due testi si ripete l’ambiguità di genere osservata nell’Amico ritrovato) si è davanti a un’opera differente. A livello di stile, innanzitutto, questo è il racconto più romanzesco di tutti, a cominciare dall’utilizzo della terza persona eterodiegetica che conferisce un respiro letterariamente più consapevole alla scrittura di Uhlman. La dimensione intimista dei racconti precedenti non viene abbandonata, ma si confronta con una metodologia narrativa diversa, caratterizzata dall’oggettività e da uno svolgimento continuo che rinuncia alla frammentazione in episodi. Il protagonista è Simon Elsas, pittore, identificabile con lo stesso Uhlman: a guerra terminata, egli torna in Germania, nella città che fu costretto a lasciare venti anni prima per una fugace visita. In un bar incontra per caso un vecchio compagno d’università che lo invita a prendere parte a una rimpatriata tra vecchi amici. In un primo momento Simon è deciso a non andarci, ma alla fine cede di fronte all’insistenza dell’amico. Arrivati al locale, Elsas indossa da subito i panni del convitato di pietra non facendosi conquistare dal clima cameratesco della serata, né dai sorrisi riguardosi che lo hanno salutato: per lui quegli uomini non sono più vecchi compagni e amici, bensì maschere funebri, fantasmi che lo riportano a ricordi dolorosissimi, individui nel cui recente passato può nascondersi una partecipazione più o meno diretta allo sterminio perpetrato contro gli ebrei, il suo popolo, la sua famiglia.

«Sono stato accolto qui con grande gentilezza e con grande riguardo. Mi sento simile a chi, alla fine di un buon pranzo, dice alla padrona di casa che il pesce non era fresco e che il vino era acido. Parlo contro la mia volontà: come potrei non essere franco? Com’è possibile che io discuta di interessi comuni, di ricordi comuni, di amicizia, quando tra noi insorgono gli spettri di sei milioni di ebrei? Com’è possibile, che io, ebreo, sieda a tavola con voi e dimentichi i milioni che sono morti di stenti, senza essere sicuro che la mano che mi offre da bere e da mangiare non è macchiata del sangue della mia famiglia?»

Fred Uhlman, attraverso il suo alter ego Simon Elsas, dà soddisfazione letteraria a tutti quei sopravvissuti al Lager che hanno sognato — ma spesso non hanno potuto — di ritrovarsi a tu per tu con un tedesco, guardarlo negli occhi e metterlo di fronte alle proprie responsabilità. È il desiderio-incubo di Primo Levi raccontato nel capitolo Vanadio del Sistema periodico, ma dall’altra parte della barricata, agli occhi dei tedeschi, esso si traduce in quello che il filosofo Karl Jaspers, in un saggio fondamentale del 1946, ha definito Die Schuldfrage: La questione della colpa.

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E cosa ottiene Simon Elsas mettendo i suoi ex compagni ed amici di fronte alle loro colpe? Occhi bassi, silenzi, orecchie da mercante in un primo momento, che si trasformano poi in scuse, negazioni, nervosismo, voglia di dimenticare e in quel meschino, raccapricciante “erano gli ordini, non c’era niente di personale” del quale si ode ancora il riverbero della voce di Adolf Eichmann durante il processo di Gerusalemme. Tutto sommato, niente che possa ferirlo più di quanto quelle stesse persone non avessero già fatto tanti anni prima, quando il loro dovere di obbedienza verso gli ordini e la legge — sollevato pure quella sera a mo’ di giustificazione — aveva costretto Elsas ad abbandonare il Paese che la sua famiglia chiamava “casa” da generazioni.

In mezzo all’oceano della letteratura sulla Memoria e sulla Shoah, Niente resurrezioni, per favore costituisce — è la mia personale opinione — un tassello fondamentale. Quello dei tedeschi è un punto di vista che non sempre si incontra nelle testimonianze di chi c’era, e lo sforzo di Fred Uhlman di farne il tema di uno dei suoi romanzi «in miniatura» credo che debba essere menzionato. Non credo invece che il suo sia il caso di uno scrittore ingiustamente associato a un unico libro. A mio personalissimo avviso L’amico ritrovato è una gemma rara che non è stata neanche lontanamente eguagliata dagli altri suoi scritti, tuttavia sarebbe un errore limitarsi a quella lettura soltanto. La Trilogia possiede infatti un equilibrio tutto suo, che solo l’intimo dialogo di ogni sua parte con il Tutto è in grado di assicurare, non disgiunto dal suo autentico spessore morale e umano. Come lettura, essa appartiene tanto al Cuore quanto alla Ragione, ed è esattamente questa sua doppia appartenenza, questa sua capacità di sommare le esperienze, di parlare a tutte le età attraversando le generazioni a fare della Trilogia del ritorno di Fred Uhlman il lascito di una vita.

Il relativo nel diverso: “La dea Fortuna” di Ferzan Özpetek

Di Gian Luca Nicoletta

 

Il mio primo articolo di questo 2020 è incentrato su un film che ho visto di recente: La dea fortuna di Ferzan Özpetek, uscito da poco nelle nostre sale cinematografiche.

Il film è stato prodotto dalla Warner Bros col patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è stato girato parte a Roma, parte nel santuario della dea Fortuna a Palestrina, nel Lazio, e parte a Bagheria, in Sicilia.

La trama, cui rivelerò per sommi capi per non rovinare il gusto della visione di nessuno, è questa: Alessandro e Arturo sono una coppia che vive a Roma da molti anni. Hanno una solida rete di amicizie nel loro quartiere ma vivono la loro vita nella tediosa routine di una relazione diventata ormai soffocante per entrambi. Già dai primi minuti del film si capisce infatti che i due sono ormai da tempo sentimentalmente distanti: hanno frequenti relazioni clandestine e l’uno è a conoscenza dei tradimenti dell’altro.
Accade un giorno che una loro cara amica, Annamaria, passa dal loro appartamento per lasciare in custodia i suoi due figli per qualche giorno, il tempo di fare alcune analisi in ospedale: da lì inizia lo svolgimento vero e proprio della trama che porterà alle grandi valutazioni sulla vita di ognuno dei personaggi, le quali sono, poi, il cuore del film.

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Devo dire che il film mi ha lasciato una piacevole sensazione nel suo complesso. Gli attori principali, Edoardo Leo nel ruolo di Alessandro, Stefano Accorsi in quello di Arturo, Jasmine Trinca in quello di Annamaria e l’interessante cammeo di Barbara Alberti nel ruolo di Elena, la madre di Annamaria, sono stati tutti bravi nel dare ai loro personaggi un’aria di quotidiana normalità.
Particolarmente riuscita trovo una scena nella quale si verifica una litigata doppia: da una parte ci sono Arturo e Alessandro che discutono già colmi del risentimento che nutrono l’un per l’altra e, dalla parte opposta, ci sono i due bambini che, negativamente influenzati dallo screzio fra gli adulti e che ancora devono imparare a gestire le loro emozioni, iniziano una furente lite.

In questo film ho trovato anche molto apprezzabile quello che ho definito nel titolo come il relativo nel diverso, scegliendo appositamente un termine provocatorio. Al centro del film sta il rapporto ormai deteriorato fra Alessandro e Arturo e lì si ferma la caratterizzazione. Non ci sono accenti sulla natura omosessuale, sul percorso che ha segnato la vita di entrambi: la loro unione viene mostrata come un mero dato di fatto e proprio grazie a questo ci si può concentrare su altro. Lo scarto non sta più nel tipo di coppia, ma nel come questa coppia gestisce la propria relazione, relativizzando un elemento che fino a qualche anno fa (e spesso ancora oggi) era il principale se non l’unico punto di attenzione narrativa. Arturo e Alessandro si annoiano come tante altre coppie, si tradiscono come tante altre coppie, si dicono frasi molto gravi e pesanti come tante altre coppie. Ci si sposta dalla forma al contenuto e questo trovo sia un grande segno di pregio per l’intero film.

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LA DEA FORTUNA (red.cultura)

Tuttavia la mia recensione sarebbe incompleta se non parlassi di qualcosa che non mi è piaciuto: ho trovato un po’ affettate alcune scene marcatamente armoniose.
Come in ogni storia, la parabola deve eseguire il percorso positivo-negativo-positivo, dove rispettivamente troviamo armonia-contrasto-armonia; solo che in questo film c’è un quarto segmento negativo da aggiungere all’inizio.
Ciò che ho trovato appunto affettato, a tratti finto, è il secondo segmento della parabola, quello positivo/armonioso: Alessandro e Arturo sembrano aver ritrovato un equilibrio, dato dall’aria fresca che i bambini hanno portato con sé. Si può quindi vedere una serie di scene in cui quest’armonia primeggia grazie a grandi tavolate, balli festosi sotto la pioggia, tante risate. In particolare una sera Alessandro porta la pizza per cena e, come in un grande Mulino Bianco, si affaccia al balcone per chiamare gli amici, i quali, come se fossero tutti in attesa della sua chiamata, si sporgono da ogni angolo del palazzo nel quale vivono tutti insieme facendo grandi cenni e precipitandosi di corsa per il convivio.
Una scena, questa, che forse ci si poteva risparmiare sebbene abbia in fondo la sua funzione: quella di segnare un grande contrasto con la seconda parte del film. Infatti agli ambienti piccoli e pieni di gente allegra della casa della coppia si oppone con forza la grande villa di Elena, dove lei vive con la sua perfida solitudine.

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Villa Valguarnera, fonte: cntraveller.com

Dunque nel complesso, come ho anche detto sopra, trovo La dea fortuna un bel film: una storia che sicuramente meritava di essere raccontata e che Ferzan Özpetek ha saputo raccontare bene come al solito. I difetti non mancano ma, se seguiamo l’insegnamento e i temi di questo film, non possiamo che dedurne che nessuno di noi è perfetto, che ci si fa male anche quando ci si vuol bene e che, tutto sommato, questa vita sgangherata è sempre degna di essere vissuta.

Storia d’amore fra musica e poesia: divorzio all’italiana di un’intima relazione che mai finirà? Parte II

Di Flavio Salvioni

 

Se la tecnica artistica d’Oltralpe, da nord a sud della zona franco-provenzale, consisteva in una continua evoluzione del tramandare la parola in rima, mescolando la poetica con l’arte musicale e canora, la scuola italiana era di tutt’altro avviso.

Nel ‘200 in Italia vi sono stati due centri culturali di fondamentale importanza: la scuola siciliana nella prima metà del ‘200 e l’intera produzione poetica toscana nella seconda metà. Entrambi i centri erano fautori del volgare come lingua del popolo, in contrapposizione al latino che restava in uso come lingua ecclesiastica e politica.

I letterati siciliani e toscani, nel corso del secolo, si distaccarono dalle arti musicali, anzi si dichiararono contrari alla declamazione dei versi in musica. In particolare i letterati della scuola siciliana, che promulgavano produzioni letterarie di alto livello, trovavano la loro formazione nella scuola di Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia, dove però venivano insegnate arti letterarie e visive, ma non musicali. Non erano quindi a conoscenza della musica come arte da apprendere fra i banchi dei loro studi. Lo stesso vale per la successiva scuola toscana, nata dopo la morte di Federico II (1250) che sancì lo smembramento della scuola siciliana e che portò i pochi superstiti di quest’ultima a rifugiarsi nei comuni ghibellini. I componimenti tramandati dagli ultimi esponenti della scuola siciliana trovarono spazio nella neonata scuola toscana che li fece suoi traducendoli nella lingua volgare del luogo.

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In questo ambito si trovano, a livello di terminologia letteraria, diversi lemmi come canzone o sonetto oppure cantare o dire in cantando, che rimandano chiaramente alla musica.

Lo stesso Dante è dell’opinione che «le strutture poetiche riflettono una intenzionalità musicale poiché la strofa è costruita di modo che la sua misura e il suo ritmo verbale possano offrire supporto alla misura e al ritmo della melodia», ma è altrettanto fermo nel dichiarare che il termine canzone ha un valore puramente letterario. Pone quindi la possibilità di musicare e cantare i versi, ma anche in questo caso si richiede una certa tecnica e bravura nel farlo, tecnica acquisita nei secoli da personaggi totalmente avulsi dalle fila dei letterati, ma di certo non meno colti.

Non è da dimenticare che fu a cavallo fra i secoli X e XI, che il monaco benedettino Guido D’Arezzo nel suo trattato musicale Micrologus, idealizza e descrive tutta la semiografia musicale in uso ancora oggi. La coreutica e le attività liturgiche basavano infatti la loro esecuzione sulla lettura del pentagramma e sull’accostamento melodico della parola alla musica, specialmente nei monasteri benedettini poiché il cantare pregando era presente nella loro regola. Anche qui, parallelamente alla specializzazione letteraria, si cominciò a dividere i ruoli fra cantore e musico: entrambi edotti nella lettura musicale, il primo interpretava lo scritto cantandolo sulla musica composta dal secondo. Raro, anche in campo musicale, era trovare la figura che, al giorno d’oggi, chiamiamo Singer-Songwriter. Il cantare divenne quindi appannaggio solo della curia e dei seminari che, oltre a erudire i propri studenti nelle lingue latina e greca, sulla lettura teologica della Bibbia e nella storia, fornivano lezioni di musica, teoriche e pratiche, da utilizzare nella liturgia delle ore di tutti i giorni, dando spazio a tutto il repertorio di musica sacra scritta (polifonica e non) ed eseguita nei riti. Potete quindi immaginare quanto fosse difficile per i letterati delle due scuole interpretare quei complessi segni riprodotti su cinque righe o, peggio ancora, doverli accostare a un suono ben preciso e dalla specifica durata.

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Ecco quindi dove è cominciato il divorzio delle due arti: nella specializzazione delle parti per via del fatto che non vi fosse un vero punto di incontro fra letterati profani e letterati di cultura sacra sugli studi musicali di quest’ultimi. In questa parte del suo discorso, Roncaglia incentra tutto l’argomento del suo articolo non dando apparentemente speranze di nessun ricongiungimento.

Non possiamo però basare tutto su di una sola versione della faccenda e, soprattutto, non possiamo confinare tutto il sapere di entrambe le arti al Vecchio Continente soltanto.

Ritengo che questa necessità di narrare cantando storie o poesie sia una qualità artistica intrinseca nell’uomo, basti pensare al tempo del sogno della mitologia aborigena australiana che, come ci racconta Bruce Chatwin in Le vie dei canti, è un compito dato agli anziani di ogni gruppo il tramandare questi racconti ancestrali sotto forma di canti, adattando la struttura musicale alla morfologia territoriale.

Fra le note degli spiritual afroamericani, con una ritmica semplice affidata alle vanghe e una linea melodica di una voce primaria che lavora sulle risposte polifoniche delle altre voci, si fanno largo figure retoriche e versi di ogni genere. Questo modo nuovo di fare musica è l’antesignano del Blues e, in particolar modo, del Jazz, basato sulla pura interpretazione musicale dove musica e parole si aspettano in una melodia accattivante e piena di sofismi letterari e musicali molto spesso improvvisati; viaggiando lungo la linea del tempo fino ad arrivare all’era moderna, dove gli stessi Rap e Hip Hop della scena americana sono da considerare poesia, in un misto fra cantato e recitato che traversa l’Atlantico per ritornare in Europa.

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Una Europa che vive continui fermenti musicali, specialmente quando si prende la decisione di sganciare (tra il XVII e il XVIII secolo), a poco a poco, la musica dagli ambienti talari, rendendola oltremodo laica e profana, spogliandola dai testi sacri e rivestendola lentamente dalla nudità testuale con parole da recitare cantando sui palchi dell’opera. Un semplice cambio di veste la porta poi ad uscir di sera elegante ma al contempo sportiva, fresca e nuova espressione delle passioni dei cantautori della musica leggera a partire dagli anni ’50.

Continue evoluzioni di entrambe le arti, frutto del contributo degli artisti che con la propria sensibilità le rendono uniche nel loro fascino espressivo: la musica con l’acquisizione continua di un genere nuovo dato dallo studio di nuove sonorità; la poesia con i passaggi degli stili ed esprimendo le passioni sempre più contemporanee. Si possono definire arti a sé stanti: libere, ribelli, eleganti, passionali. Possono lavorare benissimo da sole nei loro specifici settori creando emozioni in chiunque le ascolti, specialmente poi se i loro veneratori sono capaci di lavorare sui dettagli e sull’ascendere e discendere della linea melodica, o testuale, secondo un motus musicus che porta l’uditore a godere fino in fondo delle performance.

Divine ispiratrici per chi vive di passioni ed è nato con una spiccata sensibilità. Libere entità errabonde e solitarie, che accendono i cuori di tutto il mondo consce della loro bellezza e pronte a meravigliare non appena si prendono per mano in un connubio infinito di note e di versi.

Storia d’amore fra musica e poesia: divorzio all’italiana di un’intima relazione che mai finirà? Parte I

Di Flavio Salvioni

 

Rime, figure retoriche, versi ritmati metricamente ineccepibili e quanto altro è contemplato nell’arte della scrittura, sono elementi che caratterizzano i componimenti letterari di ogni epoca nelle diverse culture. Non siamo molto lontani da quanto accade anche nei testi musicali antichi, moderni e contemporanei, tramandati fino ai giorni nostri e declinati sotto infinite combinazioni di generi musicali.

Un legame apparentemente indissolubile fra due arti tipologicamente divergenti, ma che fin dagli albori del genere umano sono unite in sinergia con il semplice scopo di creare emozioni. Un legame matrimoniale non scritto ma idealmente siglato che, al contempo, rende queste due espressioni artistiche libere di vivere la loro essenza.

Se poi da un lato quella fra testi letterari e musicali, agli occhi di alcuni, continui ad apparire come un’unione mai consumata, dall’altro sembra però che a un certo punto della storia un divorzio fra le due sia ugualmente avvenuto.

Ma quanto è vero che non siano insieme, che non lo siano mai state o che lo siano state ma che si siano separate? Quanto vive ancora di questo legame nelle canzoni, perché sono loro l’espressione di questo connubio?

La domanda usata come titolo di questo mio scritto viene naturale osservando la musica contemporanea e notando che, piano piano, nei testi sparisce la metrica e si riducono all’osso le rime in favore di versi liberi, che sono più semplici da gestire all’interno delle regole sancite dai pentagrammi.

Mi sento in dovere di far partire la mia analisi, con il dovuto rispetto e le mie modeste capacità in materia, da un saggio che affronta l’argomento con una analisi storico-artistica e critica. Il filologo e critico letterario Aurelio Roncaglia, nel suo articolo del 1978 intitolato: Sul “Divorzio tra musica e poesia” nel Duecento italiano, si concentra sulla tradizione letteraria dei trovatori provenzali che, a suo avviso, è alla base del «mutato rapporto fra la parola e musica» rapportato alle condizioni socioculturali. Come premessa Roncaglia ci dice che la scarsità di documentazione pervenutaci in materia renderà la sua analisi ancora più perigliosa. Si deve considerare infatti che, molto spesso, i trovatori tramandavano oralmente le storie e le poesie da loro composte e che solo con il passare del tempo abbiano cominciato a trascriverle e raccoglierle in libri.

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Nonostante ciò il professore non si dà per vinto e, attraverso una analisi dei pochi testi a noi pervenuti, ma soprattutto grazie alla voce dei poeti stessi e di coloro che si sono soffermati a riflettere a riguardo, analizza la questione fino a raggiungere l’innesco di questo focolaio.

Egli sostiene che a monte del divorzio ci sia la specializzazione di ciascuna delle due parti. Nello specifico attribuisce alla separazione dei ruoli, fra letterati e poeti abili nella scrittura di testi e musicisti dediti alla composizione di partiture, il principale motivo che ha portato a separare le due arti in causa. Ripercorriamo quindi questo percorso di separazione.

Nel ‘200 i trovatori erano artisti che si dedicavano alla composizione di versi in rima, i quali venivano successivamente riuniti in raccolte chiamate Vidas che raccontavano cioè gesta di eroi, miti e leggende. Questi racconti venivano decantati durante banchetti, eventi o a corte, ma erano utilizzati anche per trasmettere dei messaggi in maniera formale, come per esempio durante le riunioni diplomatiche; bastava infatti mutare il tono del racconto e il lessico utilizzato. Addentrandosi nel secolo vi si aggiunse un accompagnamento musicale, molto spesso con strumenti a corda come liuto o arpa, che ne esaltava la declamazione rendendola di maggior gradimento, ma solo alcuni cominciarono ad intonare i versi seguendo il suono emesso: nacque così il problema di far sposare parole e musica sia dal punto di vista metrico che ritmico.

Bisogna considerare che non tutti i trovatori erano musicisti e che molto spesso improvvisavano oppure chiedevano al musico di comporre una melodia standard che fosse utile per tutti i testi.

Si fanno strada quindi i contrafacta, ovvero dei «componimenti che utilizzano una melodia preesistente e che riprendono lo stesso schema metrico, e molto spesso anche le rime, del modello cui quella melodia era originariamente legata», come spiega Roncaglia. Un esempio di questa sinergia musico-letteraria lo troviamo nei quattro trovatori d’Usiel: Gui, N’Elias, N’Ebles e Peire; dove i primi tre erano dediti all’arte oratoria pura fra composizione di versi e declamazione, Peire era invece colui che arrangiava i testi in musica e li cantava.

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Il trovatore era ormai sempre più concentrato sulla composizione di versi e musica e «la sua ricerca artistica procedeva di pari passo nelle sottigliezze della tessitura verbale e nel raffinamento dell’espressione melodica» e, con il passare degli anni, si cominciarono a vedere solo poesie cantate dalle voci dei trovatori, portandoli ad essere sempre più assimilati ai giullari e sminuendo il loro lavoro letterario. Viene quasi naturale pensare alle performance di un letterato che molto spesso era incapace, non per ignoranza ma per scarsa o assente preparazione musicale, a declamare i già largamente diffusi versi cantati.

Nonostante ciò restava comunque il problema dell’inabilità canora di alcuni trovatori che portò per esempio Peire d’Alvernhe alla conclusione che i propri componimenti dovessero essere cantati da cantori esperti.  Una preoccupazione, questa, che invece non toccava il suo collega Guiraut de Bronelh, il quale componeva versi sia per sé sia per altri. In quest’ultimo caso li affidava a cantori improvvisati (lui stesso lo era, almeno a giudicare da quanto affermò Peire nei suoi riguardi) poiché, a detta sua, non era importante la qualità ma la quantità dei versi scritti, come se cercasse solo la notorietà: bene o male purché se ne parli.